venerdì 30 dicembre 2016

Tempo scaduto

Ambler è un mio vecchio pallino. Prende personaggi che per qualche motivo sono sempre un po’ outsiders (perché apolidi, ad esempio, oppure di famiglia multietnica, oppure dei sopravvissuti, o tutto questo insieme) e li lancia in intrighi internazionali più grandi di loro che spesso e volentieri hanno come cornice il Mediterraneo – il che, per un meridianista come me, è oro colato. Qui la storia comincia con un botto interrotto (leggere per credere), continua come in un romanzo di Sciascia (c’è di mezzo un presunto manoscritto attribuito all’anarchico russo Necaev, che non si capisce se è autentico o un falso, ma che trova un editore italiano interessato a pubblicarlo: del resto, «il falso in Italia è industria nazionale»), quindi, tra rapimenti simulati e inseguimenti vari, si finisce immersi nelle complicate trattative per l’allestimento di un’intervista televisiva a un eccentrico sceicco del Golfo, che anziché comprarsi il Paris St. Germain (siamo solo nel 1981) decide di investire i suoi petrodollari nell’acquisto di un’antica miniera in Austria, per motivi che appaiono da subito loschi e farseschi al tempo stesso – dove però l’intervista è solo la copertura per un incontro segretissimo fra emissari NATO e il suddetto sceicco allo scopo di negoziare un possibile scambio di favori. Assolutamente nulla di banale o scontato, anzi (certo, la cellula terroristica maghrebina nascosta nell’hinterland milanese oggi può apparire triviale, ma – ripeto – siamo solo nel 1981). Il tutto condito oltretutto con considerazioni spesso acute, e mai didascaliche, sul ruolo dei mass-media nella diffusione del terrore o sulle difficoltà del dialogo interculturale («voi dell’Occidente, tranne pochissime eccezioni, non riuscite mai a capire la mentalità araba. Ecco perché i vostri uomini d’affari hanno bisogno di persone come me che la interpretino per loro. Che interpretino non solo le parole, ma gli atteggiamenti e gli stati d’animo. L’inglese che parlo io è diverso dal vostro. Lo avrà notato»). Con una morale un po’ cinica, ma efficace, e forse adatta al caso nostro: che le guerre mondiali rischiano di nascere più per errore e per imperizia che per scelta. «Il potere effettivo è in mano a coloro che hanno la capacità catalitica di provocare reazioni incontrollabili». Bene, bravo, d’accordo, svariati like di approvazione perché in fondo ci piace, però – onestamente – qui la tira un po’ troppo per le lunghe, mentre i thriller sono invece in buona parte una questione di tempi. Il catalogo ambleriano offre di meglio: tornare su questi passi se si è completisti.


Ho parlato di


Eric Ambler
Tempo scaduto
(ed. Adelphi, 2004)

trad. di A. Terzi

345 pp., brossura, 10 €

(ed. or. The Care of Time, 1981)

venerdì 23 dicembre 2016

Furore

«Perché io ci sarò sempre, nascosto e dappertutto. Sarò in tutt’i posti... dappertutto dove ti giri a guardare. Dove c’è qualcuno che lotta per dare da mangiare a chi ha fame, io sarò lì. Dove c’è uno sbirro che picchia qualcuno, io sarò lì. (...) Sarò negli urli di quelli che si ribellano... e sarò nelle risate dei bambini quando hanno fame e sanno che la minestra è pronta. E quando la nostra gente mangerà le cose che ha coltivato e vivrà nelle case che ha costruito... be’, io sarò lì». Ciò detto, quando il libro non è ancora finito, Tom Joad esce di scena. Come in un’ascensione laica, i suoi contorni si sfumano e la sua figura evapora al nostro sguardo finché non ci sembrerà di intravederla ancora, muta ma interrogante, su un barcone alla deriva nel Mediterraneo o in una carovana in fuga da Aleppo (anche se non disdegna di transitare a Stoccolma, dove di tanto in tanto gli rinnovano un Nobel per interposta persona: in questo gli Accademici di Svezia hanno del metodo). Questo gran colpo di teatro è uno dei tanti modi attraverso cui il cronista Steinbeck modella la realtà di cui ha avuto testimonianza diretta e di cui fornisce anche una lucidissima interpretazione socio-economica, quella delle migrazioni di massa dei contadini durante la Grande Depressione, in modo da trasformarla in una parabola universale, che fornisce chiavi di lettura spendibili anche nel tempo presente. Perché c’è così tanta America, qui, con tutti i suoi miti fondativi (dalla Route 66 alla corsa verso la California), quasi in un controcanto “di terra” a quell’altro grande romanzo americano “di mare” che è Moby Dick (così simili, i due – entrambi apocrifi moderni della Bibbia), eppure, pagina dopo pagina, leggi sì nomi come Hooverville o Lawrenceville ma nella tua testa traduci sempre più spesso con Rosarno o Gorino. «La lingua è la stessa, sì, ma loro sono diversi. Guarda come vivono. Pensi che uno di noi vivrebbe in quel modo? Manco morto!». «Gli sceriffi assoldarono altri vicesceriffi e ordinarono altri fucili; e la gente comoda nelle case asciutte provò dapprima compassione, poi disgusto, infine odio per la gente affamata». «Quando c’era lavoro per un uomo, dieci uomini lottavano per averlo – e la loro unica arma era il ribasso di paga. Se quello lavora per trenta centesimi, io ci sto per venticinque. Se quello lavora per venticinque centesimi, io ci sto per venti. No, pigliate me, ho fame. Lavoro per quindici centesimi. Lavoro per qualcosa da mangiare. Pigliate me. Lavoro per un pezzetto di carne. Ed era un affare, perché le paghe scesero e i prezzi rimasero alti. In attesa di tornare ai tempi della schiavitù. E i soldi che potevano servire per le paghe servivano per fucili e gas, per spie e liste nere, per addestrare e reprimere». E si potrebbe andare avanti, fino all’insostenibile descrizione della distruzione della frutta nelle piantagioni sotto lo sguardo basito di gente affamata che si accontenterebbe di arance marce, perché troppa produzione non genera profitto. «Quando uno ha un tiro di cavalli, non si mette a fare l’inferno se gli deve dare da mangiare pure quando non lavorano. Ma se invece ha degli uomini, non gliene frega un accidenti. É come se i cavalli sono più importanti degli uomini. Non lo capisco». Furore è un bagno ristoratore di pietà, e già solo per questo – in un tempo avvelenato quale il nostro – fa bene al cuore. Ma non si limita a gridare contro il cielo: qualche nome e cognome lo fa, una bella grattata alla retorica razzista la dà, certi puntini li unisce – e per questo fa bene anche al cervello. (Ps: ovviamente Furore non lo scopro certo io, che semmai sono in ritardo di anni. Però questa traduzione è la prima versione davvero integrale uscita in Italia, per cui anche chi l’avesse già letto potrebbe farci un pensierino).

Ho parlato di


John Steinbeck
Furore
(ed. Bompiani, 2013)

trad. di S. C. Perroni

633 pp., brossura, 14 €

(ed. or. The Grapes of Wrath, 1939)

martedì 6 dicembre 2016

Il Vangelo basta

I giornalisti la metterebbero giù più o meno così: nel maggio 2009 un gruppo di cattolici dissidenti si ritrovò a Firenze per confrontarsi sullo stato della Chiesa italiana dopo la lunga stagione dominata dalla presidenza del cardinale Ruini e senza saperlo formulò i punti chiave di quella che sarebbe stata l’agenda di papa Francesco. Cosicché il testo che raccoglie i fili di quel dibattito, se letto oggi, quando molti dei suoi spunti sono stati di fatto incardinati solennemente nel magistero petrino, perde un po’ il suo originario carattere di pensosa e sofferta dichiarazione di battaglia sollevata in nome della parresia evangelica per assumere quello di documento relativo a una fase storica che a prima vista può apparire remotissima (anche se poi così non è, come dimostrano le forti resistenze interne all’azione pastorale di Bergoglio). Qui si vola alto per tuffarsi in basso. Si discetta di teologia trinitaria per esplorare il paradosso di un Dio demetafisicizzato dalla cui interna alterità sgorga una proiezione inclusiva dispiegata dalla creazione all’incarnazione, dalla croce al “terzo testamento” in cui è raccolta ogni azione umana che apre nuove vie verso la verità. E ci si occupa di teologia sacramentaria per ribadire l’autocomprensione anticlericale della Chiesa emersa dal Vaticano II quale comunità di battezzati contraddistinti da un’analoga dignità e dalla disposizione all’ascolto di un Vangelo chiaro quanto basta per aprire incessantemente cammini di conversione che spingano a farsi umilmente compagni di strada in tutte le periferie dell’impero, «nel luogo delle vittime», per contestare tutti i «poteri che si ingrassano sulla sofferenza delle persone». Insomma, la Chiesa non è il Vangelo, «non ha da testimoniare se stessa; non può dire: “guardate me!”, perchè non sempre è credibile ed esemplare. Ha da comunicare la bella notizia che c’è perdono e salvezza per noi peccatori; che un altro mondo è promesso; che questo regno è già qui, nascosto e disconosciuto, ma creduto e vissuto dai poveri e umili, che sperano e cercano, e invocano e gridano al cielo e alla terra; che questo regno è qui, ma deve venire, e il tempo non è tutto qui, ora, non è nelle mani dei vincitori del momento. La chiesa ha da trasmettere speranza, non da indottrinare con teorie; ha da dire la verità, la quale, più che una dottrina, è una vita tesa nella ricerca e nella sincerità; ha da servire il mondo, non governandolo, ma come “diacono” (servitore) che provvede per tutto quanto può alla fame e alla liberazione degli ultimi. La chiesa fatta di chiese, la chiesa plurale ha, come ognuno di noi personalmente, e ognuno di noi per primo, da convertirsi al Vangelo. Nel vivere la conversione continua, dirà e mostrerà al mondo la verità che le è stata consegnata, che in ogni tempo vuole essere di nuovo tradotta in lingue di fuoco che scaldano e danno forza». Che è poi la teorizzazione del genuino relativismo cristiano, quella “riserva escatologica” «che ci fa giudicare le realtà di questo mondo come relative, se lette nei termini del Regno che viene», che ci esorta a diffidare «di un cattolicesimo etico, metafisico e politico, dove non si sa più dove sia stato messo Gesù Cristo» e che ci spinge a denunciare come idolo Dio stesso «quando lo mobilitiamo al servizio dei nostri disegni», appiattendolo su un’idea di natura, di legge e di identità culturale prosciugata di ogni speranza perché funzionale solo all’organizzazione dell’esistente. In questo senso, il Vangelo “basta”. É l’unico principio non negoziabile. Del resto, come scriveva Pasolini, se «il Papa andasse a sistemarsi in clergyman, coi suoi collaboratori, in qualche scantinato di Tormarancio o del Tuscolano, non lontano dalle catacombe di San Damiano o Santa Priscilla, la Chiesa cesserebbe forse di essere Chiesa?». Ps: per ironia della sorte, poi un convegno ecclesiale nazionale a Firenze si è davvero tenuto, nel 2015, e anche lì si è volato alto...

Ho parlato di


Alberto Melloni, Giuseppe Ruggieri (a cura di)
Il Vangelo basta. Sulla fede e sullo stato della chiesa italiana
(ed. Carocci, 2010)

160 pp., brossura, 17,50 €


martedì 29 novembre 2016

La misura del mondo

Uno dei tratti più distintivi della modernità è l’ossessione per la trasposizione, in termini geometrico-prospettici, della realtà sulla carta. C’è già tutto Kant nello sforzo, inaugurato nella Firenze quattrocentesca, di costruire mappe piane della superficie sferica della Terra – il che rende, paradossalmente, la rivoluzione copernicana assai più tolemaica di quanto non si pensi. Tale sforzo di misurazione segue però almeno due direttrici: quella tassonomica di chi intende raccogliere ogni frammento d’esperienza in un catalogo universale dell’esistente e quella ipotetica di chi costruisce modelli matematici sempre più sofisticati per svelare la struttura arcana del mondo. Questo duplice pathos anima in vario modo le vite di Alexander von Humboldt e Carl Friedrich Gauss, i cui destini incrociati sono raccontati con brio in questo vivacissimo romanzo che gioca con la storia conferendo piena dignità al verosimile. Non inganni l’attacco erudito. Il racconto è davvero avvincente, quasi picaresco e con un velo persino malinconico nella constatazione che l’immisurato resta sempre un passo oltre il misurabile. Dei due, von Humboldt è il più intraprendente, quello che si cala nei vulcani per falsificare il nettunismo e che ingoia il curaro per dimostrare che è assimilabile dal corpo. «Una collina di cui non si conosce l’altitudine – dice – è un’offesa per la ragione e mi inquieta. (...) Non si lascia ai margini del proprio cammino un mistero, per quanto insignificante». Con questo spirito risale l’Orinoco e si inerpica sul Chimborazo, ma poi non si ferma ad ammirare lo splendore di un’eclissi perché impegnato a studiarne la proiezione col sestante per regolare un cronometro e calcolare così le coordinate esatte del punto del mondo in cui si trova in quel momento. Gauss pare invece un incrocio tra Sherlock Holmes e Sheldon Cooper: per distrarsi conta i numeri primi, non sa chi è Napoleone quando questi mette a ferro e fuoco l’Europa ed è trascinato dalla sua mostruosa intelligenza a dimostrare teoremi nelle occasioni meno opportune, ma è perennemente insidiato dal sospetto che alla radice delle cose vi sia un non so che di fittizio e irreale, come se si trattasse di un ridicolo scherzo cosmico di cui egli stesso è vittima. «Volendo, il mondo può essere misurato, ma questo non significa affatto che ci si capisca qualcosa»: le parallele si incontreranno, prima o poi; lo spazio è «ruvido, curvo e molto molto strano». Ne scaturisce uno spaccato brillante della cultura europea tra ‘700 e ‘800, quando la titanica speranza di poter comprendere tutto comincia a gettare l’ombra lunga di un rassegnato riconoscimento che gli anelli non sempre tengono. Tramonta l’epoca dei grandi navigatori. E anche Kant, quando finalmente compare sulla scena, non è più che un vecchietto un poco suonato.

Ho parlato di


Daniel Kehlmann
La misura del mondo
(ed. Feltrinelli, 2014)

254 pp., brossura, 9,50 €

(ed. or. 2005)

lunedì 24 ottobre 2016

Generare è narrare

In un suo precedente libriccino, Il canto del viaggio, Sonnet ci spiegava con grazia ed acume come la Bibbia sia sostanzialmente un libro di partenze e di ripartenze. Qui invece (ma neanche poi tanto) ripercorre la medesima trama attraverso la simbolica della generazione, lasciando emergere la modalità con cui le voci dei padri e delle madri di Israele, sollecitati dalla domanda dei figli, si intrecciano nell’elaborazione di un racconto il cui eroe è un Dio estremamente ingegnoso nel riallargare sempre le strettoie (apparentemente) cieche in cui va a cacciarsi di continuo il suo popolo – e che proprio per questo merita non meno di Odisseo l’appellativo di polytropos. Non deve scandalizzare che si parli di Dio come di un personaggio letterario. Il punto saliente mi sembra appunto questo: che un simile volto dinamico di Dio non può essere pietrificato in una definizione, ma colto solo nello sviluppo di un racconto, e dunque secondo le regole del racconto. L’unica teologia realmente rispettosa del suo protagonista sarebbe cioè una teologia narrativa, inesauribile in quanto capace di generare e insieme di preservare il segreto sul suo conto, tollerante verso sovraletture e sottoletture ma incompatibile con letture contrarie al senso complessivo che, nel racconto stesso, si dipana. Una teologia che si manifesta come storia, però, non è che il riflesso di quella teologia che si produce nella storia, intesa a sua volta come cammino di libertà aperto a ogni contingenza, e dunque anche a regressioni e smarrimenti, esattamente come avviene nelle relazioni transgenerazionali. In questo senso Dio è padre (e madre). Non già in quanto icona di un’autorità arbitraria o della Legge, ma in quanto affida ai figli una promessa di nascita e di vita che accoglie la possibilità insidiosa ma feconda dell’allontanamento (dalla recisione del cordone ombelicale in poi, solo il trauma di una separazione può generare una vita davvero nuova: siamo all’opposto di Cronos che divora i suoi figli) e finanche quella del rifiuto, ma non abbandona mai la speranza di un ritorno e di un reciproco riconoscimento, “faccia a faccia”. Non siamo lontani dal Dio-misericordia di cui si parla tanto oggi, dove la misericordia non è solo una prescrizione morale, ma prima ancora un metodo di lavoro. Quello impiegato da un Dio che imbastisce un programma complesso senza avervi nascosto dentro le patch per garantirne il successo, che non possiede perciò le chiavi della creazione ma solo quelle dell’elezione, e che da sempre ci chiede di imitarlo, rinnegando la tentazione di una religiosità dottrinaria con cui incasellare il reale in schemi tanto facili da manovrare quanto sordi alle buone nuove che sempre irrompono nella storia e ne spezzano la mortifera ricorsività. Per questo (e chiudo il cerchio), da Abramo in poi non si può smettere di ripartire.

Ho parlato di


Jean-Pierre Sonnet
Generare è narrare
(ed. Vita e Pensiero, 2015)

165 pp., brossura, 15 €

mercoledì 12 ottobre 2016

Spezie

Questo, lettore, è un libro furbetto, scritto in odore di Expo più che di noce moscata da un autore che magari è anche un genio nel suo campo, se solo si capisse quale fosse il suo campo – che comunque non è la storia. Probabilmente si diletta di cucina, a giudicare dal compiacimento con cui infarcisce il testo di ricette e ancor più dalla soddisfazione che esibisce quando dimostra, sfogliando Apicio, che i romani, anziché seguire la dieta mediterranea, mangiavano in realtà in modo molto simile ai cinesi di oggi (l’equivalente della salsa di soia sarebbe quello che le fonti chiamano liquamen: in pratica, il gusto dominante sulla tavola di Trimalcione sarebbe stato l’agrodolce). Per dare ciccia a questi spunti(ni), si costruisce però tutto un ampio discorso intorno all’idea secondo cui a far girare l’economia non sarebbe tanto il sistema dei bisogni naturali dell’uomo, quanto quello della rappresentazione, e che dunque le principali tappe della storia umana sarebbero determinate da svolte nella storia della circolazione delle merci di lusso. Tali sono, appunto, le spezie, che gli europei si sono andati a cercare fino in capo al mondo, “scoprendolo” così incidentalmente per intero, proprio perché non servivano assolutamente nulla, se non a significare lo status dei potenti (a differenza, che so, del petrolio per la società industriale). Cosicché, quando, con poca sagacia, si sono immesse sul mercato tonnellate di pepe, rendendolo accessibile ai più, il suo valore simbolico, prima ancora che economico, è crollato ed è subentrata la ricerca di nuove prelibatezze (ovvero cacao, té e caffé, che si sarebbero però rapidamente imborghesite, diventando alfine rivoluzionarie). Conseguenza di ciò sarebbe stato un riassestamento della teoria culinaria, con l’avvio – a metà Seicento – di quel processo di “segregazione dei sapori” che avrebbe portato ai moderni menu occidentali, in cui il salato sta col salato e il dolce con il dolce. Per dire tutto questo si buttano lì molte informazioni, tutte di seconda mano, che possono incuriosire chi non si è mai occupato di viaggi ed esplorazioni. Se non altro ci ricordano che il té in India ce l’hanno portato gli inglesi e non viceversa, che l’esotico spesso è apparente e che la gourmanderie ha tendenzialmente la coscienza sporca.

Ho parlato di


Francesco Antinucci
Spezie. Una storia di scoperte, avidità e lusso
(ed. Laterza, 2014)

IX-160 pp., brossura, 16 €

mercoledì 5 ottobre 2016

La testa perduta di Damasceno Monteiro

Per quanto letto ad agosto, mi pare giusto recuperarlo proprio oggi. La storia è ambientata a Oporto negli anni ’90 (anche se a tratti sembrano gli anni ’50), ma potrebbe benissimo essere ambientata a Roma o al Cairo, visto che racconta di un giovane entrato vivo in una caserma di polizia e uscitone morto. Peggio, decollato. C’è un cadavere, c’è un’indagine, c’è un processo (c’è anche l’idea che la stampa possa sensibilizzare e non solo solleticare l’opinione pubblica, da cui si capisce che il libro è apparso prima dei noti plastici). Come nei gialli di Nero Wolfe, anche qui abbiamo un braccio operativo, il giovane giornalista Firmino, e una mente pensante, che non ha il volto di Tino Buazzelli, bensì quello di Charles Laughton, tant’é che in città viene affettuosamente chiamato Loton, benché all’anagrafe risponda al nome di Fernando de Mello Sequeira. E come Nero Wolfe, Loton è un uomo corpulento, anzi obeso. Non è però solo per la sua mole che finisce per occupare prepotentemente la scena da quando compare per la prima volta, verso metà libro, nel suo ufficio strabordante di libri. Si capisce subito che la sa lunga: non lo ossessionano, per dire, le orchidee, ma la Norma fondamentale (è stato allievo di Kelsen), il principio metafisico che sorregge tutti i codici umani, il punto archimedeo che trasforma la violenza in diritto e deresponsabilizza tutti i carnefici in nome di un’istanza superiore, “giusta”. É grazie alle sue apparenti divagazioni sul tema che questo libro leggibile come un noir (condito di fado, trippe e altre malinconerie tipicamente portoghesi) assume poco per volta il tono dell’apologo etico, attraverso una fittissima rete di rimandi che ci portano nella colonia penale con Kafka e ai confini dello spirito con Jean Améry. Loton, che è di famiglia aristocratica, ha imparato il tedesco come lingua madre e ha studiato in America e in Svizzera ai tempi di Salazar, avrebbe la competenza per scriverci sopra interi volumi. Ma ha deciso di fare l’avvocato delle cause perse, quello che difende gli scartati, i fragili, i marginali, perché in loro vede anzitutto delle persone e, pur se con maggior understatement, ne condivide lo smarrimento dinanzi alla sfacciataggine del potere. «Non saprei dirle se sia più utile scrivere un trattato sull’agricoltura o rompere una zolla con la zappa, ma io scelsi di rompere le zolle con la zappa, come un contadino». E in questo impegno non cerca tanto il senso complessivo delle cose, quanto la speranza, un giorno, di ricevere come una lettera dal passato che gli mostri «con chiarezza meridiana una storia mai capita prima, una storia unica e fondamentale», quel frammento di luce che giustifica la sua resistenza. P.s. L’aguzzino di turno è un essere spregevole che si è fatto le ossa in Angola e avrebbe voluto continuare a farsele anziché essere costretto ad abbandonarla con la coda fra le gambe. Non si inventa cose come l’epilessia, ma nega che il defunto possa avere subito torture con mozziconi di sigarette, perché nel suo ufficio – nossignore – non si fuma, in quanto fumare fa male alla salute. Siamo lì.

Ho parlato di


Antonio Tabucchi
La testa perduta di Damasceno Monteiro
(ed. Feltrinelli, 2012)

239 pp., brossura, 9 €

(ed. or. 1997)

lunedì 3 ottobre 2016

Mi rivolto dunque siamo

Invece Camus è uno che sarei disposto a seguire ovunque vada, per inguaribile affetto, perché è di Mondovì pure lui e perché ho la sensazione che riesca ad essere comunque dalla parte giusta, anche quando magari sbaglia. Perché riconosce che non è sicuro di capire tutto e fa professione di ignoranza non per screditare qualunquisticamente la riflessione, ma proprio per pungolare quegli ignoranti che hanno sempre la risposta pronta. Perché non si vergogna di dire che alla radice della motivazione, anche politica, non possono esserci grafici e ragionamenti, bensì la forza dell’amore e dell’indignazione – ma non l’indignazione pelosa di chi si arrabbia solo quando toccano i “suoi” e distingue fra schiavi e schiavi, dal momento che la libertà o è per tutti o non è per nessuno. Perché intuisce, già nel ’46, che il carattere globale della tragedia richiede risposte esclusivamente globali. Perché avverte l’esigenza etica fortissima di dare voce al dolore e di dare un nome a chi muore per la libertà. Perché riconosce che, nella lotta, non possiamo fare a meno di valori positivi: il sì e il no, il nichilismo e l’amore per la vita o vanno a braccetto o diventano trappole mortifere. Perché in questo modo riesce a essere a un tempo solitario e solidale. Perché sa che non esiste niente di puro, ma non per questo decide che tutto è impuro. Perché parla di utopie modeste, imperniate più su uno stile di vita che su un’ideologia (in cui l’esempio si oppone alla forza, la predicazione al dominio, il dialogo all’insulto, l’onore alla furberia), e constata però che questo è anche l’unico approccio davvero realistico, poiché l’alternativa semplicemente non c’è, in quanto la rovina mondiale (prospettata a suo tempo da un possibile conflitto totale fra le superpotenze) non è una soluzione. «Salvare ciò che è ancora salvabile, per rendere il futuro quanto meno possibile», ecco lo slogan. In questo modo dà una chance anche a chi ha le idee confuse, come me. Tranquilli, dice, si può agire senza ricette: «non sarà male se alcuni si daranno il compito, nel corso della storia apocalittica che ci attende, di preservare la modesta riflessione che, senza pretendere di risolvere tutto, sarà sempre disponibile, in qualunque momento, a dare un senso alla vita di tutti i giorni». Esempi di tale atteggiamento, che lui chiamava rivolta per distinguerlo da rivoluzione, sono abbondantemente disseminati nei saggi che compongono questa fulminante raccolta.

Ho parlato di


Albert Camus
Mi rivolto dunque siamo
(ed. Eleuthera, 2015)

(trad. di G. Lagomarsino)

144 pp., brossura, 13 €

sabato 1 ottobre 2016

Anarchia e cristianesimo

L’autore di questo libro è uno di quei tipici pensatori borderline che non saresti mai disposto a seguire fino al fondo dei loro ragionamenti (talvolta forzati), ma che ringrazi perché sono sufficientemente spregiudicati da enunciare a chiare lettere idee che di tanto in tanto girano anche a te nella testa senza però prendere bene forma – e ti permettono così di vedere un po’ l’effetto che fa. E che dice di bello? Dice: cari anarchici, voi ce l’avete tanto con il cristianesimo, e avete le vostre buone ragioni, perché l’alleanza tra trono e altare non ve la siete certo inventati voi, ma parte almeno da Costantino e arriva fino al padronato moderno e oltre. Siete però sicuri che quello contro cui ve la prendete sia il vero cristianesimo? No, perché in realtà il Dio biblico è strutturalmente eversivo rispetto ad ogni sistema di potere, e lo si capirebbe subito se si cominciasse a leggere la Bibbia, come si dovrebbe, dall’Esodo anziché dalla Genesi. Perché allora poi la stessa Genesi potrebbe essere compresa non come apologia dell’esistente (che è “cosa buona”), ma come rivelazione di un Dio così costitutivamente an-archico da autolimitarsi ontologicamente e consegnarsi a un riposo che apre la storia dell’uomo. Per non parlare di Gesù, il quale inizia il suo ministero tenendo testa al Re del mondo che ci tiene prigioniero il cuore, lo si chiami poi col nome di Pilato, Behemoth, Bestia dalle sette teste, Stato-Nazione o capitalismo finanziario. Non ci sono margini di trattativa: il potere corrompe comunque, quindi occorre starsene alla larga, anche da quella sua forma limitatissima che è l'esercizio del voto. L’unica via di uscita è costruire una sorta di contro-società ai margini delle istituzioni, esercitando obiezione di coscienza e creatività: «fate altro, fate qualcosa di diverso da ciò che si fa normalmente in questa società che non riuscite a modificare: spetta a voi creare un’altra società su altre basi». Questa indifferenza organizzata non salverà il mondo, che è pur sempre un legno storto inemendabile, ma lo sfalderà quanto basta per renderlo vivibile senza esserne schiacciati. Insomma, avevano ragione i catari. Dio voleva quello.

Ho parlato di


Jacques Ellul
Anarchia e cristianesimo
(ed. Eleuthera, 2010)

(trad. di L. Rebet)

128 pp., brossura, 12 €

(ed. or. 1988)

mercoledì 28 settembre 2016

Gli invasori

Se nella mia estate c’è una spiagga (anche fluviale), su quella spiaggia con me c’è sempre un’Urania. Questo risale agli anni ’30, ma è scritto al di qua dell’Atlantico e guarda a Wells, direi, più che ai coevi pulp. In un futuro postapocalittico e postglaciale, in cui sacche regredite di umanità vivono ancora a distanze quasi incolmabili, in quella che un tempo era stata la Russia il socialismo realizzato si è trasformato in religione, i suoi ispiratori sono venerati come santi e quel che resta delle antiche officine è diventata l’ossatura di lugubri cattedrali. Oratores e bellatores si chiamano ora Padri e Spade, ma sempre quelli sono, mentre i laboratores sono persino peggio, un popolo bovino in cui è quasi sopita la scintilla dell’intelligenza. Su questa base satirica, il colpo d’ala fantascientifico. Dai confini comincia ad arrivare una fiumana di migranti, a cui si tagliano i ponti e si chiudono le porte perché hanno le facce gialle e parlano lingue strane (no, non è questa la parte fantascientifica). Il problema è ciò da cui fuggono: grossi sauri coperti di scaglie, che hanno ben poco degli astuti velociraptor di Spielberg e appaiono persino giocosi nei loro movimenti. Ma che, con la divina indifferenza della vitalità naturale, avanzano e reclamano spazio. Costringendo gli ultimi smarriti esemplari di quella specie vorace e invadente che è stata homo sapiens a porsi per la prima volta la domanda cruciale: «perchè non dovrebbe giungere qualche altra creatura a prendere il posto degli uomini in questo mondo che abbiamo ereditato e che non sappiamo dominare? Una creatura che non vive come noi, diversa; il nostro successore e distruttore?». Il resto è cappa e spada.



Ho parlato di


Alun Llewellyn
Gli Invasori
(ed. Mondadori, Urania Collezione 160, 2017)


brossura, 6,90 €

(ed. or. The Strange Invaders, 1934)

martedì 27 settembre 2016

Tutto e niente

«L’Italia è un paese che ha fame di storia ma che detesta cucinarla». Per questo incipit luminoso ci si addentra in un testo a tratti eccessivamente denso e persino involuto, ma che al fin della licenza non perdona e tocca. E dice, per esempio, che la storia produce una verità “mite”, precaria e fallibile, ma comunque capace di sottrarsi al chiacchericcio delle opinioni. E che dunque la presunta identità dei cristiani d’Italia (“la” Chiesa dei giornali) è solo un costrutto funzionale a schemi politici, mentre la realtà ci restituisce una molteplicità di esperienze spesso anche dissonanti fra loro, perché tutto è tollerabile purché si riconosca l’autorità di chi quella tolleranza concede. Che il paese cattolico per eccellenza conosce un livello di analfabetismo religioso impensabile in altri paesi europei. Che la decerebrazione del cattolicesimo italiano imposta dal perdurante appello a difendere la cittadella assediata ha soffocato il prodursi di un’intellettualità di alto profilo, ma potenzialmente critica, e così mentre altrove c’erano i Congar e Maritain noi eravamo fermi ai Guareschi – e ora ci teniamo, aggiungo io, i Brosio e i Socci, che vengono chiamati a interloquire con gli Odifreddi di modo che tutto vada sempre allegramente in vacca. Che anche questa è una conseguenza della vittoria di Giussani su Lazzati, quando lo slogan della “presenza” divenne un mero pretesto per entrare nei consigli di amministrazione e nei giri degli appalti in quota devozionale. E che in fondo, nonostante Lumen Gentium, siamo rimasti ancora papolatrici e rischiamo di restarlo anche con Francesco, demandando a lui ogni iniziativa per sventolarla come foglia di fico sopra il nostro torpore.


Ho parlato di



Alberto Melloni
Tutto e niente. I cristiani d'Italia alla prova della storia
(ed. Laterza, 2013)


XII-128 pp., brossura, 16 €

lunedì 26 settembre 2016

La ferocia

Tentativo pretenzioso di trapiantare I Fratelli Karamazov in Puglia, attraverso il filtro di uno stile in cui si avverte un po' troppo la preoccupazione dell'autore di mostrare che sa scrivere bene (e che lui sì che ce l'ha fatta a lasciarsi alle spalle il natio borgo selvaggio, a differenza di alcuni frustrati giornalisti di provincia descritti nel libro). A mio avviso non del tutto risolto tra l'alta aspirazione simbolica e il romanzo criminale. Ha anche dei buoni momenti, per lo più quando si parla di insetti e di altre bestie, le cui interazioni spesso cruente fanno da controcanto alle vicende non meno violente, per quanto sublimate, degli umani (viene in mente la storiella dei due scorpioni nella bottiglia citata a proposito di Calvi e Sindona). Ma a quel punto uno si rilegge direttamente La favola delle api di Mandeville e si fa molto prima.


Ho parlato di


Nicola Lagioia
La ferocia
(ed. Einaudi, 2014)


411 pp., rilegato, 19,50 €

venerdì 23 settembre 2016

Superfici ed essenze

Il vero librone dell'estate, circa 600 pagine in un ciclopico formato 19x23. Testo già originale e persino artistico nella fattura (la versione italiana è in pratica una traduzione-adattamento-fusione, supervisionata dai due autori, di due diversi volumi, frutto di comuni ricerche, editi l'uno per il mercato inglese, l'altro per quello francese), che ruota intorno alla tesi secondo cui cuore pulsante e motore di tutto il pensiero umano sia l'analogia - e che dunque tutti quei processi che solitamente intendiamo come forme di "categorizzazione" (il ridurre un caso concreto a un ipotetico modello) non siano altro, in ultima analisi, che similitudini (e proprio l'elasticità e la vaghezza di tali processi costituirebbe il vero ostacolo alla costruzione di intelligenze artificiali). Tempo fa conclusi vezzosamente un articolo con una metafora sulle metafore, presentandole come "grimaldelli concettuali" in grado di forzare interi campi disciplinari e aprire nuovi ambiti di ricerca. Era una delle intuizioni che mi portavo dietro dalla mia breve attività di storico delle idee, a cui non ero però in grado di dare realmente sostanza. Questo libro un po' lo fa, e anche per questo gliene sono grato. Ps: la parte sulla genialità analogica di Einstein è meravigliosa e offre un ottimo esempio di come la scienza dei grandi scienziati abbia poco a che vedere con la scienza di cui spesso (stra)parlano i filosofi.

Ho parlato di

Douglas Hofstadter, Emmanuel Sander
Superfici ed essenze
(ed. Codice, 2015)

(trad. di F. Bianchini e M. Codogno)

XIX-623 pp., brossura, 40 €

giovedì 4 agosto 2016

La lettera scarlatta

«Non chiamarmi "mia signora". Chiamami col mio nome, Reina» 
lo rimproverò la donna in tono severo. 
Aggiunse: «Bamba, queste terre sono sterminate. 
Fanno gola a predoni di tutto il mondo. Gli schiavi sfuggiti al loro destino 
potrebbero fondarci modi di vivere differenti. Più umani».
V. Evangelisti, Tortuga

Ovvero: quando l'introduzione sembra più interessante dell'introdotto...

Ci sono opere che, per un motivo o per l'altro, sono schiacciate dal peso della loro stessa fortuna. Opere importanti che, senza averle lette, si sa già bene o male di che cosa parlano, e proprio per questo non si è invogliati a leggerle davvero, finché lo fai e ti ritrovi con un senso di delusione perché scopri che in questo caso è il topolino ad avere partorito la montagna e che, per quanto possa suonare bizzarro, ciò che si è detto su quell'opera ha definito un settore dell'immaginario più di quanto abbia fatto ciò che quell'opera effettivamente ha detto. Coi classici, alle volte, è così: sai già che succede e non puoi riprodurre la lettura ingenua di chi li ha letti quando non erano ancora classici. Certo, non mancano le sorprese. Quando ho cominciato il Don Chisciotte avevo giusto una vaga idea dei due personaggi principali e dell'episodio dei mulini a vento: ricordo lo stupore quando mi imbattei in quella scena praticamente dopo tre pagine, con ancora tutto un mondo da esplorare (e che mondo! Testo fondamentale, quello). Ed è vero che la maestria dello scrittore si può misurare proprio qui, dal fatto cioè di saperti avvincere nonostante gli abbiano rivelato già tutti i finali del suo repertorio di barzellette. Se sei un grande, il come è indisgiungibile dal che.

Ma non è questo il caso. Non del tutto, perlomeno. La lettera scarlatta è appunto uno di quei libri che si possono citare senza averli letti (anch'io l'ho fatto, per esempio, in una terza liceo, parlando della riforma protestante). Perché più o meno sai che mette in scena il clima oppressivo e morboso del puritanesimo americano della prima colonizzazione. Perché conosci l'espediente del marchio di adulterio intessuto sulla veste della protagonista, che a differenza di quello di Caino serve però solo da prolungamento della gogna e non tutela il colpevole. Perché, avendo frequentato un po' quel mondo lì attraverso altri canali, puoi azzardarti a parlarne sapendo che dirai comunque delle cose vagamente sensate. Poi accade a un certo punto che quel libro decidi davvero di leggerlo, più per curiosità che per scrupolo, visto che stai facendo dei lavoretti per conto tuo sulla cultura nordamericana. E no, niente sorprese, trovi esattamente tutto quello che ti immaginavi. Con qualche aspetto inatteso, è chiaro, perché la sfera magica non ce l'hai e non puoi prevedere proprio tutto. Però tendenzialmente il grosso l'hai preso: lo scontro ideale tra il singolo e la comunità, i bimbi puritani che per gioco fingono di andare in chiesa o di flagellare i quaccheri, un simbolismo molto accentuato, personaggi che si chiamano e che parlano come profeti biblici (o così pretendono), e così sia. Solo che dalla lettura di un libro mi aspetterei di essere spiazzato e rimesso in discussione, non di confermare le mie attese, perché allora - davvero - tanto vale leggerlo. Il problema è che, a prima vista, neanche il modo in cui questo insieme di cose è stato cucinato mi è sembrato particolarmente saporito. Tutto molto melodrammatico, pure troppo. Ma per altri aspetti, invece, tutto fin troppo insipido: si ha la sensazione di essere sempre sul punto in cui i demoni debbano prendere definitivamente il sopravvento, eppure non si affonda mai veramente il colpo. Il potenziale allucinatorio che aleggia su ogni capitolo non appesta mai davvero la realtà e si comprime talora in scenette tutt'al più grottesche. É sciocco da dire, me ne rendo conto, ma l'impressione è che quello stesso materiale, shackerato e rielaborato da una mente più visionaria, avrebbe potuto produrre risultati assai più potenti. La scena più forte, oltretutto, non è quella finale, ma semmai la prima, quando Hester, sul patibolo, sfida fieramente tutta la comunità, vestita ma come se fosse nuda, più grande di tutti quelli che la giudicano, e soprattutto del suo meschinissimo amante, che tace per vergogna la sua colpa, finendo per esserne consumato fin nelle carni (ogni tanto risorge in lei quel guizzo iconoclasta e sembra aprirsi allora uno spiraglio di vitalità, che però si richiude subito nella morale che lei stessa si fa da sola). Insomma, si cala subito l'asso e poi si gioca di rimessa.

E poi ci sono delle cose che proprio non riesco a sopportare. Ora, metto subito le mani avanti e dico che potrebbero entrare in gioco delle mere idiosincrasie personali e pure una traduzione che forse è un po' datata e potrebbe non rendere bene il testo originale (il che vale dunque anche per quel che ho detto sopra). Però se c'è una cosa che non perdono a un autore è quando insiste ripetutamente sullo stesso concetto. Una strizzatina d'occhio al lettore ci sta, l'ammiccamento passi, ma quando è un continuo sgomitare per richiamare l'attenzione su un certo punto non l'accetto più. E non mi riferisco all'insistenza sul peccato dei protagonisti, perché quello in fondo è funzionale a restituire un certo tipo di clima, e mi sta bene. Ho in mente aspetti a prima vista un po' secondari, ma che a mio giudizio decidono della statura di chi scrive. Tanto per dire, ho perso il conto di quante volte nel racconto ci si riferisce alla figlia della protagonista, Pearl, come a un folletto, per sottolineare la sua natura un po' furfantesca e sbarazzina, ma anche la sua origine misteriosa di figlia del peccato e dunque forse anche un po' del demonio stesso. Bene, è uno spunto che si può sfruttare, piuttosto accattivante, anzi, in una storia che fa del contrasto tra ciò che si vede, ciò che non si vede e ciò che forse si è visto o forse si è solo immaginato il suo vero e proprio tema portante. Quasi la puoi percepire, questa bimba, mentre gioca nel bosco come se fosse una piccola driade pronta a sparire per sempre nella foresta ancora vergine che incombe sulla colonia come un oceano verde e minaccioso, ma al tempo stesso come una promessa inaudita, da cui puoi essere inghiottito o liberato (è nella foresta che, per un momento, Hester si toglie la cuffia che le avvolge i capelli e torna donna). Basterebbero pochi tocchi per volta, una sfumatura qua, un'occasione là e uno scrittore potrebbe infine trasmettere al lettore esattamente l'idea che aveva in mente (poniamo, quella di folletto) senza mai usare nemmeno una volta questa parola. Qui invece le cose vanno esattamente all'opposto, perché Hawthorne ti martella a tal punto con quel termine, finché l'ossessione diventa pura e semplice petulanza e la petulanza finisce per rovinare l'arte. Ma come? - mi si dirà. Si può decidere della bontà di un libro da un'osservazione del genere? Secondo me sì. Quando lo stesso concetto me lo infiocchetti ogni quattro pagine la sensazione che provo è che stai cercando un po' di menarmi per il naso perché ti mancano le idee.

E allora ti viene in mente un cattivo pensiero. Ma il buon Nathanael aveva proprio bisogno di immaginarsi lo scartafaccio di una storia ambientata due secoli prima e impegolarsi in un racconto di questo tipo? Non poteva invece dar fondo a quell'irrefrenabile impulso a dire "io" che tracima da ogni pagina dell'opera e portare a compimento quel bozzetto che occupa tutto il primo capitolo e che a prima vista c'entra ben poco con quello che segue? In una manciata di pagine (ecco, se vogliamo è questa la sorpresa del libro), Hawthorne descrive la vita, quasi immobile, che gira intorno alla dogana di Salem, intorno al 1850, quando lui stesso vi era impiegato, classico travet col romanzo nel cassetto. Con pochi tratti butta giù lo schizzo di una serie di personaggi che svaniscono appena evocati, ma di cui senti che ti sarebbe piaciuto sapere di più, e infila un serie di considerazioni che lì per lì sembrano non andare a parare da nessuna parte (insomma, il libro l'avrei preso per leggere un'altra storia), ma che contengono un nucleo di verità certo non meno genuino, anche se più modesto (o forse proprio per questo), di quello affidato al racconto successivo. Fra cui un'idea bellissima, seppur malinconica, quella che lo spinge a pensare al suo nome che circola per il mondo non attraverso il frontespizio di libri che avrebbero letto solo in quattro o cinque suoi amici nel Maine, ma tramite i timbri che appone alle merci, sulle quali può arrivare in luoghi esotici che le sue eventuali opere non avrebbero mai e poi mai raggiunto. Lo stesso Hawthorne forse il problema se lo pone quando dice: «quanto più saggio sarei stato, se mi fossi industriato a illuminare con la fantasia la mia fatica di ogni giorno, a darle una trasparenza, a spiritualizzare il fardello che già cominciava a pesarmi, e esprimere infine un valore universale delle contingenze, anche volgari, della vita che conducevo e della realtà umana che mi offrivano gli squallidi compagni della mia giornata! Colpa mia del resto, se non ho saputo scrivere quel libro, molto più bello di quanti potrò mai immaginare: che s’apriva sotto i miei occhi, come scritto dalla realtà stessa, e subito svaniva per la mia inettitudine a tradurlo in opera d’arte. Ma chi sa che un giorno io non ritorni su questo proposito...». Che io sappia non c'è mai ritornato. Peccato. Però il senso di un libro lo decide anche la sua storia degli effetti. E se è un po' vero il principio da cui sono partito, Hawthorne ha avuto assolutamente ragione a fare la scelta che ha fatto, checché ne possa pensare io. 

Il libro che viene dopo. Occupandomi un po' di Hawthorne ho scoperto che è stato in contatto con il gruppo di utopisti di Brook Farm, una comunità di ispirazione trascendentalista che per qualche anno provò a dare vita a una società alternativa a pochi chilometri da Boston (non molto distante da dove, in quello stesso periodo, Thoreau conduceva la sua vita solitaria nei boschi). Di quell'esperienza ha fornito una trasposizione romanzesca in un libro intitolato Il romanzo di Valgioiosa, che ho visto essere stato pubblicato proprio quest'anno da Castelvecchi. Qualche venatura utopica si può trovare anche nella Lettera scarlatta, specie nelle fantasticherie solitarie di Hester che arriva ogni tanto a chiedersi se non sia il caso di sovvertire l'intero ordine sociale e costruirne uno nuovo sulle sue rovine, con cui trasformare alla radice la natura stessa degli uomini. C'è come una scintilla di utopia femminista, subito spenta.

Una pagina

A Salem infatti i primi inglesi che portavano il mio nome immigrarono duecentoventicinque anni fa, quando la colonia era ancora selvaggia, sparsa per la foresta dove è sorta la città attuale. Quivi tutti i loro discendenti nacquero e morirono, mescolando alla terra la loro sostanza umana; tanto che ormai deve esserci una certa parentela tra la zolla e questa mia mortale carcassa che la calpesta, e forse al fondo dell’attaccamento di cui vi ho parlato non è se non la misteriosa simpatia della polvere per la polvere. (...) Una così lunga e ininterrotta relazione tra una stirpe e una terra crea tra queste una speciale affinità, una simpatia da non attribuirsi alla bellezza del luogo e del paesaggio né ad alcuna ragione di ordine morale. Non è amore, è istinto. L’abitante nuovo, venuto da altre contrade o figlio di parenti immigrati, ha poco diritto di chiamersi salemita. Egli non può avere la più lontana idea di come s’attacca al suolo nativo un vecchio colono, la cui razza già da tre secoli vi sia saldamente abbarbicata: attaccamento di ostrica allo scoglio. Non importa che il luogo sia per lui avaro di gioie: che egli sia stanco delle vecchie case di legno, della polvere e del fango, della monotonia dei giorni e dei sentimenti, del freddo vento dell’ovest e dell’ancor più fredda atmosfera sociale: difetti questi senza importanza. Il fascino permane ed è tanto che la terra nativa pare una terra d’incanto, un paradiso terrestre.

Ho parlato di

Nathaniel Hawthorne
La lettera scarlatta
(ed. Mondolibri)

(trad. di F. M. Martini)

212 pp., brossura, 5,90 €

sabato 23 luglio 2016

Ci rivediamo lassù

All'inizio di questa calamità avevo pregato Iddio di far sentire ai malnati in città e nello Stato che l'opera è compiuta. Ma, a espiare quell'azione che era in principio, Egli non ha preso il loro sangue, il sangue degli ingannatori, degli uomini da nulla, dei traditori di Dio. Ha lasciato invece che questi sacrificassero il sangue degli altri e sopravvivessero indenni all'assassinio del mondo. É proprio vero, se le vie del Signore non fossero imperscrutabili, sarebbero incomprensibili! Ma perché ci ha resi ciechi davanti alla guerra! Eccoli attraversare la vita barcollando, storpi e paralitici, tremuli accattoni, bimbi incanutiti, madri impazzite che avevano sognato le offensive, figli eroici cui sfarfalla negli occhi il terrore della morte, e tutti coloro che non conoscono più il giorno né il sonno e ormai non sono altro che i rottami di una creazione frantumata. E laggiù coloro che hanno ardito quest'intrusione ridono del giudice al di sopra delle stelle, il cui trono è troppo alto perché il suo braccio li raggiunga. Non è tutto compiuto? Non resta una sola cicatrice nella loro anima, che mai è stata ferita da ciò che hanno fatto, saputo, tollerato. La pallottola è entrata all'umanità da un orecchio ed è uscita dall'altro.
K. Kraus, Gli ultimi giorni dell'umanità, Atto V, scena 42


Ovvero: l'ennesima riprova che coi premi Goncourt si va abbastanza sul sicuro... 

Immaginate che la guerra finisca domani, o tutt'al più dopodomani. Che nell'aria circoli già un fremito per le notizie che cominciano a diffondersi, sia pure col contagocce. Che la stanchezza accumulata in quattro anni di carnaio stia finalmente per sfogarsi nel collettivo sospiro di sollievo di coloro che sono riusciti - non si sa come - ad arrivare vivi fino in fondo. Immaginatevi l'ansia feroce di sopravvivenza di chi sa che, però, nonostante queste speranze, si sta ancora ballando e basta un niente, una distrazione, per finire annoverati nelle cronache tra i morti più stupidi, quelli dell'ultimo giorno, di quando non conta più niente. E poi immaginatevi un ufficiale deluso per non essere riuscito a piazzare nessun colpo degno di nota nel suo tempo di comando e preoccupato per quell'imminente ritorno alla normalità che, per uno come lui, significa automaticamente perdita del potere inebriante di vita e di morte sui propri simili e l'umiliazione di dover sgomitare da capo per conquistarsi un analogo ruolo in società. Immaginatevi che con uno stratagemma crudele l'ufficiale in questione ordini ai suoi sottoposti un ultimo, estenuante, assalto, allo scopo di occupare un minuscolo sasso sulla carta militare, così da poter buttare i suoi quattro morti sul tavolo della pace e guadagnarsi - lui - una medaglia. Ecco, nel momento in cui immaginate tutto questo siete già immersi nelle prime pagine di questo libro che comincia proprio quando un capitolo della storia è in procinto di chiudersi. La guerra in questione è la Grande Guerra. Il fronte è quello franco-tedesco, lato francese. Il momento è il novembre del 1918.

Motore dell'azione, qui come in quasi tutto quello che segue, è uno dei personaggi più spregevoli e luciferini che siano mai stati immaginati, un concentrato di tutti gli antieroi della grande letteratura francese, un po' Javert, un po' Bel-Ami e un po' tutti i carrieristi contro cui si scaglia la vendetta del Conte di Montecristo. Erede di una famiglia d'alto lignaggio ma decaduta - «antidreyfusardi dal Medioevo», si dice a un certo punto, con un meraviglioso anacronismo in cui ci sta tutto: la spocchia aristocratica delle origine e le meschinità revansciste degli sradicati - quest'uomo ha l'evangelica intelligenza del figlio delle tenebre che sa costruirsi una personalissima exit strategy dalla guerra, diventando così l'icona di tutti coloro che nei mattatoi della storia hanno innalzato le proprie fortune. Per una circostanza casuale che sa abilmente pilotare, si fa genero di uno dei più ricchi e potenti finanzieri di Francia, ma, non pago di quella che percepisce comunque come una subalternità, intende sfruttare questa parentela solo come trampolino di lancio per un'ulteriore arrampicata sociale. Così, dopo aver speculato sulla pelle viva dei suoi sottoposti in guerra, specula sui loro resti in tempo di pace. Quando si apre la grande questione nazionale della redistribuzione delle salme dei soldati e della costruzione di adeguati cimiteri di guerra, eccolo infatti intervenire con un progetto che per ampiezza di vedute ricorda quelli di chi ha costruito le case di sabbia all'Aquila e tratteneva a stento le risate la notte del terremoto al pensiero della nuova torta da spartirsi. Intorno a lui, un codazzo di pittoreschi lacché pronti a prostrarsi al suo innato senso di superiorità. Non scendo troppo nei dettagli, per non rovinare la sorpresa di un romanzo che è bello anche per la tensione che sa creare e che non vorrei rovinare, ma tra una mazzetta qua e un ricatto là, il tale (che ha anche un nome: Henri d'Aulnay-Pradelle), arriva a un certo punto a incamerare una quantità enorme di quattrini, travolgendo tutti gli ostacoli con spietato cinismo, doppiamente vincitore di una guerra che - si lascia intendere più volte in corso d'opera - prima ancora che un conflitto ideologico o territoriale fra paesi diversi, è stato uno scontro interno, una guerra civile mascherata, di natura generazionale (con vecchi generali che mandano a morte i loro stessi figli o nipoti) e sociale (con filibustieri capaci, appunto, di consolidare fortune e capitali mentre le masse venivano sacrificate nel macello della trincea).

Il contrappunto a questa irresistibile scalata sociale è offerto da due personaggi che costituiscono per molti aspetti lo specchio rovesciato della vicenda di Pradelle e la cui storia si intreccia con quella dell'ufficiale dalla prima all'ultima pagina del romanzo. Albert e Edouard hanno due percorsi molto diversi alle spalle prima di entrare l'uno nella vita dell'altro: il primo è un contabile vagamente fantozziano, perennemente rallentato rispetto allo scorrere della vita e persino tenero nel suo candore, schiacciato da una madre popolana che quasi avrebbe sperato che quel figlio un po' inetto morisse in guerra perché almeno se ne sarebbe potuta finalmente vantare come di un eroe; l'altro è il rampollo di una ricchissima famiglia altoborghese, che vola sempre un po' al di sopra dell'esistenza media di una persona comune, anche quando si riscopre, da giovanissimo, artista estroso e poi omosessuale, in continua sfida con quell'autorità paterna che non gli fa mancare nulla, salvo l'affetto, e che per il buon nome della famiglia ne copre sempre le goliardate con cui imperla la sua carriera scolastica. Incarnazione, se vogliamo, del principio di realtà e del principio di immaginazione, i due si conoscono per caso l'ultimo giorno di guerra, si ritrovano uniti da un destino beffardo e finiscono per condividere l'esperienza amara del reinserimento in società, con tutte le difficoltà di chi è stato segnato indelebilmente nel morale e nel fisico dall'esperienza del fronte.

Ed è qui che si tocca con mano - come si dice in questi casi: più che in tanti libri di storia - il dramma dei reduci. Massa di manovra per spericolate e spesso insensate azioni militari, i poveracci che concretamente hanno combattuto e vinto la più grande guerra della storia si ritrovano in pratica a doversi reinventare una vita con in mano un foglietto di "arrivederci e grazie" firmato dallo Stato. Sin dalla smobilitazione, descritta come se si trattasse quasi di una deportazione, tanto che molti arrivano a rimpiangere persino la prima linea, si capisce che i veri guai cominciano ora. Quando al posto degli archi di trionfo devi affrontare l'ostilità sorda di chi la guerra non l'ha fatta in prima persona e, esauritasi rapidamente l'emozione della vittoria, comincia a guardare con sospetto questi veterani con tutte le loro pretese e i loro racconti sicuramente esagerati (da cui sorge quella terribile idea che si riproporrà anche dopo la Shoah, secondo cui in fondo in fondo chi è sopravvissuto non la racconta proprio giusta). E si capisce la frustrazione verso una sedicente patria, che dopo averti usato, ti ha abbandonato. Gli unici soldati visti con favore sono i morti. Bella grazia. Loro non parlano, non avanzano rivendicazioni: si tratta solo di realizzare adeguati sacrari per sfruttare anche i loro cadaveri trasformandoli in mete di pellegrinaggio civile. Proprio quei cimiteri che Pradelle si sta dannando per costruire.

Ma se i cimiteri devono essere edificati lungo la linea del fronte, i piccoli paesi di provincia come possono ricordare i propri caduti? Con dei monumenti alla memoria, che diventano l'occasione per una complementare forma di business. Così la pensa anche Edouard, il quale, dopo aver toccato il fondo della prostrazione, ritrova un filo di slancio vitale architettando, con la riluttante complicità di Albert, una truffa quasi avanguardistica allo scopo di tirarli fuori dall'abisso in cui sono finiti. Con foga febbrile realizza un porfolio di progetti per monumenti intenzionalmente brutti, ovvero rispettosi dei canoni dell'estetica militare e della retorica civile, compiaciuto per tutte le trovate kitch che riesce a inventarsi; quindi compra spazi pubblicitari offrendo il proprio servizio a prezzi vantaggiosi ai comuni che, entro una certa data, invieranno il coupon e una caparra. Naturalmente, con l'intento di scappare col malloppo un attimo prima di essere beccati. Considerando che gran parte dei capitali sarebbero giunti dalle sottoscrizioni dei familiari delle vittime, sul piano morale si tratta di una speculazione non troppo diversa da quella allestita da Pradelle. Agli occhi di Edouard appare invece come un enorme sberleffo verso la guerra, un atto iconoclasta che ben si inserisce nella mentalità di un personaggio controcorrente e contraddittorio, desideroso di segnare ai supplementari un gol che almeno pareggi i conti con quell'immenso fallilmento personale che è stato la guerra (da lui vissuta sempre, idealisticamente, come trasfigurazione del conflitto con il padre).

L'incontro tra questi due movimenti narrativi produce una serie di avventure, a tratti picaresche, che tengono avvinti alla pagina in virtù, tra le altre cose, di una scrittura che non a caso si è esercitata per anni nella produzione di thriller. Dico solo che la chiave di volta di tutta la faccenda è un personaggio sgradevole, che fa di tutto per non apparire simpatico e che infatti non risulterà simpatico, ma offre il destro per una morale della favola che, se non apre magari squarci insensati di speranza, lascia comunque intendere che sia possibile, senza essere eroi, fare qualcosa per evitare che i bastardi se ne stiano sempre al sole. 

Ps. Da quel che si legge in postfazione, in questo libro c'è comunque del vero. Pradelle è un personaggio realmente esistito, per quanto qui credo molto romanzato. La questione dei monumenti e dei cimiteri di guerra è oggetto di dibattiti storiografici in Francia. Segno che negli interstizi della storia si annidano sempre un sacco di sorprese.



Il libro che viene dopo. Dicevo del Goncourt. uno dei massimi premi di Francia. Lemaitre l'ha vinto con questo libro nel 2013. Scorrendo la lista dei premiati, ho constatato a posteriori che due dei libri più belli che abbia letto in questi anni sono presenti nell'elenco, vale a dire La carta e il territorio (2010) e Via delle botteghe oscure (1972). Con questo fanno tre. Si dirà che tre rondini non fanno più primavera di due, ma è comunque una buona pista. Le Benevole (Goncourt 2006) è lì che mi guarda da tanto tempo dallo scaffale con la sua bella costoletta carminio. A sentire in giro sembrano interessanti sia Il sermone sulla caduta di Roma (2012) sia L'arte francese della guerra (2011).



Una pagina


Il tenente d'Aulnay-Pradelle, uomo deciso, selvaggio e primitivo, correva sul campo di battaglia verso le linee nemiche determinato come un toro. Era impressionante quel suo modo di non temere nulla. In realtà, non era questione di coraggio, o comunque meno di quanto si sarebbe potuto credere. Senza essere particolarmente eroico, aveva acquisito ben presto la convinzione che non sarebbe morto lì. Ne era certo: quella guerra non era destinata a ucciderlo, ma a offrirgli nuove opportunità. 
In quell'attacco improvviso di Quota 113, la sua feroce determinazione risiedeva, sì, nell'odio che nutriva per i tedeschi, sconfinato, quasi metafisico, ma anche nel fatto che, con l'approssimarsi della fine, gli rimaneva poco tempo per approfittare della chance che un conflitto come quello, esemplare, poteva offrire a un nuovo come lui. Albert e gli altri soldati lo avevano intuito: quel tale aveva tutto del signorotto di campagna, versione decaduta. Nelle tre generazioni precedenti, gli Aulnay-Pradelle erano stati letteralmente ripuliti da una serie di tracolli in borsa e di fallimenti. Dell'antica gloria dei suoi antenati, lui aveva conservato solo la Sallevière, la dimora di famiglia ormai in rovina, il prestigio del suo nome, una o due conoscenze influenti molto lontane, alcune relazioni incerte e un'avidità nel ritrovare un posto nel mondo che rasentava il furore. Viveva la precarietà della sua situazione come un'ingiustizia e riguadagnare il suo rango nella scala dell'aristocrazia era un'ambizione fondamentale, una vera ossessione alla quale era pronto a sacrificare tutto. Suo padre si era sparato al cuore in un hotel di provincia dopo aver dilapidato quello che restava. La leggenda raccontava, senza fondamento, che sua madre, morta un anno dopo, non avesse retto al dolore. Senza fratelli né sorelle, il tenente si trovava a essere l'ultimo Aulnay-Pradelle e quella situazione di "fine della razza" gli procurava un'acuta sensazione di urgenza. Dopo di lui, il nulla. L'interminabile declino di suo padre lo aveva convinto ben presto che la rifondazione della famiglia poggiava sulle sue sole spalle ed era sicuro di disporre della volontà e del talento necessari per riuscirci. 
A ciò si aggiunga che era piuttosto bello. Bisognava amare le bellezze senza immaginazione, certo, ma comunque le donne lo desideravano, gli uomini lo invidiavano, segni che non ingannano. Chiunque avrebbe detto che a un fisico simile e a un nome simile mancava solo la ricchezza. Ed era esattamente la sua opinione e il suo unico progetto.


Ho parlato di


Pierre Lemaitre
Ci rivediamo lassù
(Mondadori, 2014)

(trad. di S. Ricciardi)

456 pp, copertina rigida, € 17,50