domenica 21 marzo 2021

E adesso, pover'uomo?

Non è detto che l’essere stato definito come uno dei «più significativi romanzi tedeschi del periodo prefascista» sia necessariamente indizio di alta qualità letteraria, se l’osservazione proviene da due filosofi come Horkheimer e Adorno, ai quali il successo ottenuto da questo libro al momento della sua uscita (confermato anche da una repentina trasposizione cinematografica hollywoodiana) interessava soprattutto per riflettere sul carattere consolatorio della letteratura popolare, nello stesso modo in cui oggi si potrebbero fare analoghi discorsi a proposito di certe fiction televisive («le situazioni cronicamente disperate che affliggono lo spettatore nella vita quotidiana – scrivono infatti i due francofortesi nella Dialettica dell’illuminismo – diventano, non si sa come, nella riproduzione la garanzia che si può continuare a vivere»: la citazione non me la ricordavo; me l’ha fatta notare un libro di Siegmund Ginzberg). Paradossalmente, però, proprio ciò che all’epoca avrebbe potuto far storcere il naso al lettore in cerca di stimoli più raffinati, ne rende oggi estremamente interessante il recupero come documento storico capace di catturare in presa diretta più di una semplice eco dello spirito del tempo. Il fatto di essere stato pubblicato nel 1932, pochi mesi prima della nomina a cancelliere di Hitler, quando cioè non si poteva ancora sapere come sarebbero andate a finire le cose, consente infatti a questo testo di conservare una preziosa ingenuità di sguardo che nessun romanzo storico scritto successivamente potrebbe pienamente riprodurre, rendendolo perciò - anche in virtù di una precisa scelta estetica “oggettivistica” da parte del suo autore – quasi una sorta di reportage da cui attingere elementi utili per provare a capire da dove esattamente siano venuti fuori i nazisti (così, ad esempio, consiglia di leggerlo Ralf Dahrendorf nel breve saggio proposto dalla Sellerio come introduzione al volume).

La storia raccontata è, di per sé, quanto di più semplice si possa immaginare. Lui, Pinneberg, il “pover uomo” del titolo (alla lettera, Kleiner Mann), contabile in una ditta di mangimi, incontra un giorno per caso al mare lei, che di nome fa Emma, ma che viene da lui per lo più chiamata Lämmchen, “agnellino”, piccola cenerentola in una famiglia di estrazione operaia. Sono due ragazzi, poco più che ventenni. «Non s’erano mai visti prima. (…) Non sapevano nulla l’uno dell’altra, sentivano soltanto ch’erano giovani e che è bello amarsi». Nell’euforia del momento arrivano subito al dunque e si ritrovano in attesa di un figlio praticamente prima ancora di conoscere i rispettivi nomi (la scena d’apertura è appunto nella sala d’attesa di un ginecologo, quando la verità viene a galla, con tutte le conseguenze che comporta). Nonostante siano colti alla sprovvista, i due decidono comunque di mettere su famiglia, ma non è facile vivere con uno stipendio solo nella Germania economicamente dissestata dopo il giovedì nero di Wall Street. L’occhio dell’autore segue appunto questa coppia nel suo tentativo di trovare una qualche stabilità, nei mesi della gravidanza e poi in quelli immediatamente successivi al parto, senza indulgere però mai all’ironia o al sarcasmo, perché «come si fa a ridere, ridere di cuore, in un mondo come questo, in cui i responsabili dell’economia han potuto risanare se stessi, pur avendo commesso mille errori, e la gente che sta in basso viene umiliata e calpestata, pur avendo fatto sempre del suo meglio?» (è passato un secolo, ma siamo sempre lì). Ed ecco dunque le nozze («un matrimonio da cani», senza fronzoli, in municipio, alla presenza dei soli familiari di lei), la ricerca di un appartamento nella città di provincia dove lavora lui, il suo licenziamento, il conseguente trasferimento a Berlino, la ricerca di un nuovo appartamento e di un nuovo lavoro (che sarà poi quello di commesso presso la catena dei grandi magazzini Mandel - «ebrei, ovviamente»), le meschinità e i conflitti che si generano fra colleghi e, poi, soprattutto quella sensazione costante, opprimente, di assoluta precarietà esistenziale. C’è da chiedersi se aspettare un bambino, in quelle condizioni, sia un atto di coraggio, come qualcuno fa loro notare, «o se piuttosto, in questo momento, non sarebbe tutto assolutamente desolante, se non ci fosse l’idea del piccolo in arrivo. Di cos’altro ci si potrebbe rallegrare sennò in questa vita?».

Già, perché la situazione è dura, durissima. Una pagina che è a suo modo una dichiarazione di poetica riporta schematicamente il bilancio preventivo escogitato e sottoscritto dai Pinneberg, che dovrebbero campare con 200 marchi lordi al mese di salario – e no, semplicemente non ce la possono fare (commuove un dettaglio: quegli 1,15 marchi destinati all’acquisto di fiori, perché anche la miseria desidera bellezza). La vita cittadina, con le spese per l’acqua, l’elettricità, i mezzi pubblici ti mangia tutto quel poco che riesci a guadagnare: ahimé, «tutto costa dei quattrini, senza quattrini non c’è niente di niente» e «quando si è poveri, tutto diventa complicato». É la logica che accettano tutti, troppo impegnati nello sforzo di non essere raggiunti dall’ondata di piena, ma a tratti pare così assurda da apparire quasi irreale. Commessi ridotti alla miseria come Pinneberg devono passare le loro giornate ad aiutare i ricchi nella scelta di quello che per questi ultimi è solo l’ennesimo completo superfluo con cui riempire i loro armadi già ben riforniti. Eppure può andare anche peggio, quando la ditta decide di legare i compensi alla produttività, ossia alle vendite effettive realizzate da ciascun dipendente. «Dicono che serve a razionalizzare e ad economizzare, a ‘sto modo si scopre chi è che non è all’altezza». É il mito (sempre in voga) del self-made man, la promessa molto sospetta che avrai un futuro radioso, solo che tu abbia voglia di impegnarti e investire su te stesso. Ma metti che tu non sia uno squalo, che non voglia esserlo? Metti che, anziché stimolare la tua intraprendenza, la paura di non portare a casa il pane da mangiare susciti piuttosto continua ansia da prestazione e aumenti le probabilità di fallimento? «Che razza di gente è questa, che per un motivo del genere, sbatte per strada un uomo, togliendogli completamente la paga, il lavoro e qualsiasi piacere nella vita?! Cosa vogliono, che i più deboli smettano proprio di esistere? Stare a giudicare un uomo in base a quanti pantaloni riesce a vendere!».

Una vita condotta sul filo degli espedienti ovviamente non può durare a lungo senza un tracollo. «No. É ovvio che non durerà». Di nuovo quelle parole, come un mantra rovesciato: «no, effettivamente, non può andare a finir bene». Pinneberg ne è oscuramente consapevole sin dal primo giorno di assunzione, quando, rientrando a casa, indugia per qualche minuto in un parco in mezzo alla folla di disoccupati. Benché sia appena «ridiventato uno che guadagna», si rende conto di essere «molto più prossimo a questi non salariati che a quelli che hanno lauti introiti. É uno di loro, può succedere da un giorno all’altro che si ritrovi qui come loro, non può farci niente. Non c’è niente che lo protegga da una simile eventualità». Eppure quel salariuccio e il colletto bianco, sia pure sgualcito, costituiscono ancora, per il momento, una parvenza di argine. La moglie ha spontanee simpatie comuniste, ma lui tergiversa: per ora un lavoro c’è, non c’è bisogno di abbracciare la rivoluzione. Ma pian piano anche le sue convinzioni si incrinano. Ha sperimentato che la competitività sulle spalle dei poveri, abbindolati dal richiamo al benessere, genera solo disgregazione sociale e insicurezza, il ritorno alla legge della giungla. «Stanno facendo venir su soltanto delle belve feroci», constata a un certo punto. Ciò «dipende dal fatto (…) che ce ne stiamo per i fatti nostri. E anche gli altri, quelli che sono tali e quali come noi, se ne stanno per i fatti loro. Ognuno pensa di essere chissà cosa. Se almeno fossimo degli operai! Quelli si chiamano compagni e si aiutano l’uno con l’altro (…). Lo so bene, neanche loro sono perfetti. Ma almeno possono fregarsene delle apparenze. Quelli come noi, gli impiegati, s’immaginano di rappresentare qualcosa di superiore…». Ma a un certo punto anche le ultime microscopiche briciole finiscono di cadere dalla tavola di Epulone, ed è allora che il piccolo Lazzaro apre gli occhi e d’un tratto ha l’illuminazione: quando un vigile lo fa bruscamente sloggiare da una vetrina «di delikatessen, sfolgorante di luci», perché, con la sua sola presenza adorante è d’intralcio alla quiete pubblica, «capisce che è tagliato fuori, che non appartiene più a quel tipo di mondo, che lo si caccia via a ragione: è scivolato giù, è finito a fondo, è spacciato». Ormai, per lui, «la vita continua a bruciare e a consumarsi, ma senza mandar fiamma, senza alcuna speranza».

Stritolato da un meccanismo che sembra indifferente alla sua sofferenza e glorifica la propria disumanità come trionfo dell’efficienza, Pinneberg, che è una persona del tutto comune, mediocre anche negli orizzonti e nei comportamenti, pure lui perbenista il giusto, non del tutto insensibile alla prospettiva di mettere da parte qualche spicciolo solo per sé e per la sua famiglia, ecco che pure lui crolla, questo povero cristo neanche troppo simpatico non ce la fa più «e pensa a un sacco di cose, ad appiccare incendi, a lanciare bombe, a sparare», perché «ci sono delle volte che si vorrebbe scoppiare dalla rabbia per com’è regolato tutto quanto a questo mondo». Se non del tutto giusto, quasi niente qui è sbagliato: In fondo è lo stesso grido che sgorga dal cuore dei Joad e di quegli altri diseredati che, contemporaneamente, dall’altra parte dell’Oceano, pativano gli stessi stenti e la stessa, sconvolgente, atroce mancanza di prospettive di cui parla quel capolavoro assoluto che è Furore. Ed esattamente come nelle pagine di Steinbeck, anche qui «la povertà non è soltanto miseria, la povertà è anche un reato, la povertà è un marchio, la povertà è sospetta». Si capisce quanto sia impellente stringere un nuovo patto, possibilmente meno iniquo, prima che tutto salti per aria. Perché sì, alla fine il nostro Pinneberg, irresoluto com’è, non carica nessuna pistola e si rintana nel nido familiare sperando che prima o poi passi quella interminabile nuttata («è l’antica felicità, è l’antico amore. Più in alto, sempre più in alto, dalle brutture della terra fin verso le stelle»: il povero continua a cantare e portare la croce e tutti gli altri vissero felici e contenti, da cui il disappunto dei sopraccitati filosofi per un posticcio lieto fine). Ma dei tanti come lui, nel frattempo, «la maggior parte è già passata ai nazisti». Hanno un bel dire, questi ultimi e tutti i loro epigoni, che la loro è una nobile lotta spirituale: il loro consenso lo costruiscono invece tutto qua, nella miseria più nera di chi ha fame ma non sa davvero più coordinarsi con gli altri che sono come lui e allora trova nell’ideologia un surrogato di unità che spaccia per reale comunità quella che è solo una somma di individualità narcisistiche e impaurite rivestite di una divisa. É questa concretissima anonima sofferenza, non la fatica del concetto, a determinare la massa critica sufficiente per generare una reazione a catena potenzialmente infernale. Va da sé, perciò, che, se la si vuole disinnescare, dato che si sta pericolosamente riaggregando, non serviranno le prediche, ma solo una lucida e al tempo stesso visionaria azione politica (di cui però al momento si vedono, a voler essere ottimisti, solo minime avvisaglie).

(finito il 12 maggio 2020)

Ho parlato di


Hans Fallada
E adesso pover'uomo?
(Sellerio, 2017)

trad. di M. Rubino

578 pp. | 15 €

(ed. or.: Kleiner Mann, was nun?, 1932)