venerdì 23 dicembre 2016

Furore

«Perché io ci sarò sempre, nascosto e dappertutto. Sarò in tutt’i posti... dappertutto dove ti giri a guardare. Dove c’è qualcuno che lotta per dare da mangiare a chi ha fame, io sarò lì. Dove c’è uno sbirro che picchia qualcuno, io sarò lì. (...) Sarò negli urli di quelli che si ribellano... e sarò nelle risate dei bambini quando hanno fame e sanno che la minestra è pronta. E quando la nostra gente mangerà le cose che ha coltivato e vivrà nelle case che ha costruito... be’, io sarò lì». Ciò detto, quando il libro non è ancora finito, Tom Joad esce di scena. Come in un’ascensione laica, i suoi contorni si sfumano e la sua figura evapora al nostro sguardo finché non ci sembrerà di intravederla ancora, muta ma interrogante, su un barcone alla deriva nel Mediterraneo o in una carovana in fuga da Aleppo (anche se non disdegna di transitare a Stoccolma, dove di tanto in tanto gli rinnovano un Nobel per interposta persona: in questo gli Accademici di Svezia hanno del metodo). Questo gran colpo di teatro è uno dei tanti modi attraverso cui il cronista Steinbeck modella la realtà di cui ha avuto testimonianza diretta e di cui fornisce anche una lucidissima interpretazione socio-economica, quella delle migrazioni di massa dei contadini durante la Grande Depressione, in modo da trasformarla in una parabola universale, che fornisce chiavi di lettura spendibili anche nel tempo presente. Perché c’è così tanta America, qui, con tutti i suoi miti fondativi (dalla Route 66 alla corsa verso la California), quasi in un controcanto “di terra” a quell’altro grande romanzo americano “di mare” che è Moby Dick (così simili, i due – entrambi apocrifi moderni della Bibbia), eppure, pagina dopo pagina, leggi sì nomi come Hooverville o Lawrenceville ma nella tua testa traduci sempre più spesso con Rosarno o Gorino. «La lingua è la stessa, sì, ma loro sono diversi. Guarda come vivono. Pensi che uno di noi vivrebbe in quel modo? Manco morto!». «Gli sceriffi assoldarono altri vicesceriffi e ordinarono altri fucili; e la gente comoda nelle case asciutte provò dapprima compassione, poi disgusto, infine odio per la gente affamata». «Quando c’era lavoro per un uomo, dieci uomini lottavano per averlo – e la loro unica arma era il ribasso di paga. Se quello lavora per trenta centesimi, io ci sto per venticinque. Se quello lavora per venticinque centesimi, io ci sto per venti. No, pigliate me, ho fame. Lavoro per quindici centesimi. Lavoro per qualcosa da mangiare. Pigliate me. Lavoro per un pezzetto di carne. Ed era un affare, perché le paghe scesero e i prezzi rimasero alti. In attesa di tornare ai tempi della schiavitù. E i soldi che potevano servire per le paghe servivano per fucili e gas, per spie e liste nere, per addestrare e reprimere». E si potrebbe andare avanti, fino all’insostenibile descrizione della distruzione della frutta nelle piantagioni sotto lo sguardo basito di gente affamata che si accontenterebbe di arance marce, perché troppa produzione non genera profitto. «Quando uno ha un tiro di cavalli, non si mette a fare l’inferno se gli deve dare da mangiare pure quando non lavorano. Ma se invece ha degli uomini, non gliene frega un accidenti. É come se i cavalli sono più importanti degli uomini. Non lo capisco». Furore è un bagno ristoratore di pietà, e già solo per questo – in un tempo avvelenato quale il nostro – fa bene al cuore. Ma non si limita a gridare contro il cielo: qualche nome e cognome lo fa, una bella grattata alla retorica razzista la dà, certi puntini li unisce – e per questo fa bene anche al cervello. (Ps: ovviamente Furore non lo scopro certo io, che semmai sono in ritardo di anni. Però questa traduzione è la prima versione davvero integrale uscita in Italia, per cui anche chi l’avesse già letto potrebbe farci un pensierino).

Ho parlato di


John Steinbeck
Furore
(ed. Bompiani, 2013)

trad. di S. C. Perroni

633 pp., brossura, 14 €

(ed. or. The Grapes of Wrath, 1939)

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