domenica 12 novembre 2017

Il Cerchio

Come tutti i miei coetanei, ho avuto un’infanzia analogica e un’adolescenza appena appena predigitale. Vent’anni fa si cominciava giusto ad annusare internet, coi cellulari (per chi ce li aveva) ci si facevano gli squilli, nei tre mesi estivi delle vacanze spesso e volentieri perdevi tutti i contatti coi tuoi compagni di scuola, anziché conoscere quotidianamente il menu dei loro pasti alle Seychelles o ad Acapulco. Non era necessariamente meglio: sono convinto che tante storie sarebbero finite molto diversamente se si avesse avuto già a disposizione Whatsapp. Di certo, però, si tratta del più rapido salto tecnologico della storia, coi Commodore 64 che in pratica sono già diventati pezzi da museo al pari di un vaso etrusco. Non è detto perciò che la nostra intelligenza riesca a stare al passo coi tempi.

Questo romanzo ci proietta in un futuro imminente, in cui è stata inventata l’app-fine-di-mondo, TruYou, l’account globale che dà accesso a tutto e ci rende accessibili a tutti, opera magna di un’azienda fittizia chiamata The Circle (che è come dire Apple, Google e Facebook messe assieme), il cui motto è appunto quello di “chiudere il cerchio”, connettere una volta per tutte l’intera umanità in un’unica, suprema, coscienza digitale: lo Spirito oggettivo 2.0, nuovamente de-materializzato. Il libro si apre introducendoci passo passo, al seguito della protagonista, Mae Holland, al suo primo giorno di lavoro, nell’immenso campus dell’azienda, una vera e propria città nella città (ricalcata su Cupertino), divisa per settori chiamati con i nomi delle grandi epoche della storia e in cui non passa giorno senza la visita di questa o quella celebrità dell’arte o della cultura, come un workshop ininterrotto. I vialetti sono punteggiati di mattonelle con incitamenti motivazionali che sembrano uscite da un discorso di Renzi (“Sogna”, “Innova”, “Immagina”, etc.) ed anche il vecchio “Servizio Clienti” qui è stato ribattezzato suasivamente “Customer Experience”. Per i dipendenti del Cerchio è pressoché impossibile scindere sfera lavorativa e sfera personale: come si capirà ben presto, l’attivismo compulsivo sui social è parte integrante della loro professione, mentre il lassismo partecipativo è percepito come un vero e proprio atto di ostilità meritevole di richiamo disciplinare (eccessivo? ma quanto ci lamentiamo se uno non risponde subito ai nostri messaggi...). L’edificio stesso in cui ha sede l’ufficio di Mae (il Rinascimento) è un immenso panopticon in cui tutti vedono tutti. Tra uno zing e l’altro (l’equivalente romanzesco dei tweet e dei like), al Cerchio si imbastiscono progetti avanguardistici quali l’eliminazione definitiva della moneta nella sua forma materiale, ma anche vagamente surreali come il calcolo dei granelli di sabbia del Sahara (perché? Per vedere se si può fare, anzitutto). Al vertice di questa impresa colossale regna una sacra Trinità composta da tre persone ben distinte, in un certo senso ipostasi di altrettanti distinti approcci all’innovazione tecnologica: Ty Gospodinov, il giovane nerd inventore dell’algoritmo alla base di TruYou, vivo ma (paradossalmente) del tutto invisibile ai radar, forse soggetto a sindrome di Asperger; Eamon Bailey, il volto pubblico e pulito della ditta, keynote speaker delle convention di presentazione dei nuovi prodotti, sinceramente liberal e convinto del potere emancipatorio dei nuovi media; Tom Stenton, lo squalo della finanza amante dei Transformers, una sorta di Tony Stark senza il lato eroico, estremamente efficace nel convertire in dollari sonanti le idee via via immaginate dai creativi della ditta.

Poste più o meno queste premesse, Eggers imbastisce un romanzo piuttosto lineare nella trama, a tratti persino un po’ stucchevole, non privo però di buoni momenti, ma soprattutto spericolatamente ambizioso nello sforzo di ragionare su un tema oggettivamente problematico, partendo da fenomeni attualmente in corso su scala ridotta e ingigantendoli per poterli mettere meglio a fuoco, come nella classica tradizione della letteratura u-distopica – e nel far questo, a mio avviso, centra il bersaglio (niente da fare, dobbiamo leggere gli americani per capire come sta girando il mondo). Il cuore teorico della questione viene dipanato in un concitato dialogo dal sapore quasi socratico tra Bailey e Mae, attraverso il quale si prende spunto dalla vecchia questione platonica che nella Repubblica era riassunta con il racconto dell’anello magico di Gige (in sostanza: “come ci comporteremmo se sapessimo che nessuno ci può vedere?”) per giungere maieuticamente a giustificare le tre regole d’oro della nuova era digitale, rilettura aggiornata e più sottile degli slogan del SocIng orwelliano: non più «la guerra è pace», «la libertà è schiavitù», «l’ignoranza è forza», bensì «i segreti sono bugie», «condividere è prendersi cura», «la privacy è un furto». Dietro ci sta l’idea che «la conoscenza è un diritto fondamentale di tutti gli uomini. Parità di accesso a tutte le esperienze umane possibili: ecco il diritto fondamentale che abbiamo tutti». Perché privare chi non ha la possibilità di viaggiare, per ragioni economiche o fisiche, della meravigliosa vista che tu stai egoisticamente contemplando sul cocuzzolo di Macchu Picchu? Nulla andrà più perduto: «tutto quello che succede dev'essere conosciuto» (ma si potrà anche affermare, alzando l’asticella: che diritto hai di tenerti i tuoi pensieri per te?).

Di qui basta un passo per approdare all’utopia grillina della trasparenza totale della politica, secondo cui non c’è nulla di celato che non debba essere gridato sui tetti, perché dietro la riservatezza c’è sempre e solo qualcosa da nascondere. Un passetto ancora ed eccoci alla democrazia diretta, obbligatoria e immediata, come rimedio al progressivo allontanamento delle masse dalla partecipazione politica. Con un unico account avrai anche accesso alle liste elettorali (siamo negli USA, dove di volta in volta devi reiscriverti), ma esso si bloccherà, tagliandoti fuori da tutto, se non risponderai seduta stante ai quesiti su cui ti verrà richiesto di volta in volta un parere. Dobbiamo inviare un drone per eliminare il noto terrorista islamico in Afghanistan? Con un clic, in tempo reale, come il televoto di San Remo, ecco un’istantanea precisa delle intenzioni dell’intero popolo americano, che i mandarini di Washington, a quel punto, si limiteranno semplicemente ad eseguire, meri portavoce della volontà generale, con immensi risparmi per le finanze statali e la possibilità di effettuare investimenti più utili che comprare l’ennesimo stock di matite copiative e cabine elettorali. “Devi partecipare”: ecco il nuovo imperativo categorico post-kantiano. Naturalmente tutto questo ha dei costi: «sembra perfetto, sembra progressista, mentre implica più controllo, più monitoraggio centralizzato di tutto quello che facciamo». Un mondo di luce sempre accesa sarebbe davvero auspicabile oppure abbiamo il diritto, ogni tanto, di staccare la spina? Siamo davvero a un passo dalla mobilitazione totale profetizzata da Junger ai tempi della Grande Guerra? Poi, per carità, la storia è imprevedibile, il 1984 è passato e persino il temibile Grande Fratello ha fatto la fine che ha fatto e oggi è identificato con la faccia sfatta di Malgioglio, però una sbirciatina su questo ipotetico scenario futuro vale la pena darla, giusto per capire un po’ meglio qual è la posta in palio ed evitare di infilarci per distrazione attorno al collo il cappio dorato di una rinnovata forma di servitù volontaria.

Ho parlato di


Dave Eggers
Il Cerchio
(Mondadori, 2017)

trad. di V. Mantovani

396 pp., 14,50 €

(ed. or. The Circle, 2013)

mercoledì 1 novembre 2017

7 lezioni sul pensiero globale


Per una volta tanto riesco a leggere un libro di un venerato maestro mentre questi è ancora in vita, ma solo perché il nonagenario Morin mi ha fatto la cortesia di giungere vispo fin quasi a cent’anni (Bauman e Todorov mi scusino, arriverò anche a loro). Il titolo dell’edizione italiana strizza l’occhio ad un altro famoso testo del catalogo – i “sette saperi necessari all’educazione del futuro” – ma c’entra poco col contenuto: più che a un insieme di lezioni questo testo fa pensare piuttosto a un’enciclica laica, con meriti e demeriti del genere letterario in questione (e, va da sé, forse anche al riepilogo di un intero itinerario intellettuale). L’intento dichiarato è di delineare i contorni di quello che Morin definisce “pensiero globale” o “complesso”, da proporre come nuovo paradigma metodologico in sostituzione delle varie forme di riduzionismo che ci portiamo dietro almeno dal ‘600, rivelatesi incapaci di misurarsi davvero con l’intricato sistema di azioni e di retroazioni che costituiscono il mondo interconnesso in cui siamo (da sempre) immersi, ma di cui siamo diventati pienamente coscienti solo in questa nostra “era planetaria”.

La riduzione al semplice insidia, anzitutto, la varietà del reale. “Complesso” vuol dire, invece, in primo luogo, “tessuto insieme”, e si tessono insieme stoffe di diversa provenienza: «l’unità è il tesoro della diversità umana, la diversità è il tesoro dell’unità umana». Tradotto, “globale” non deve significare per forza “omologato” - e dunque, non “crescita o decrescita (felice o meno)”, bensì “crescita e decrescita” insieme: «tutto ciò che è sviluppo nel senso classico del termine deve accompagnarsi al rispetto di ciò che inviluppa», un colpo al cerchio della mondializzazione ed uno alla botte della localizzazione. Un simile approccio ha però anche significative ricadute pedagogiche: i saperi vanno interconnessi, fatti dialogare, perché si possa pensare di capirci qualcosa. E non possiamo accontentarci, nel mondo che viene, di saperi puramente tecnici. Siamo «condannati alla traduzione» (sin nei nostri più basilari processi percettivi), perciò avremo sempre più bisogno di un’intelligenza ermeneutica che maturi nel confronto con l’altro. «La comprensione comporta il riconoscimento e il sentimento di una umanità comune con gli altri, e nello stesso tempo il rispetto della loro differenza». Guarda un po’ se non possono tornare di moda le antiche traduzioni dal greco e dal latino, e con esse il peso delle parole, le sfumature, le possibili varianti, quel margine mai del tutto eliminabile di ambiguità rispetto alle reali intenzioni dell’autore. «Bisogna accettare la complessità dell’umano, contestualizzare sempre e non chiudersi in alcune certezze. Oggi, anche le scienze più avanzate affrontano delle incertezze, come la microfisica e la cosmofisica. La nostra stessa vita è molto incerta e altrettanto lo è il futuro dell’umanità. É per questo che l’insegnamento deve includere come affrontare queste incertezze» (onde evitare anche – aggiungo io – la faciloneria dei somari che hanno la risposta comoda e pronta per tutto).

Umanesimo e scienza possono dunque andare a braccetto, e lo possono fare perché complesso, fin dalla radice, è il mondo di cui si occupano, un impasto in continua tensione tra ordine e disordine che produce ristretti settori di organizzazione dai quali emerge sempre qualcosa di più che la mera somma delle parti, nonché continue imprevedibili mutazioni suscettibili di sviluppi inaspettati. «Siamo in un mondo consegnato agli accidenti e ai casi, e ciò è comune alla storia fisica, alla storia biologica e alla storia umana»: è la contingenza radicale, insomma, ciò che ci rende pienamente solidali con la natura. «La storia non è un fiume maestoso che avanza. Avanza di lato, come un granchio, e quando una devianza riesce a radicarsi, a creare una tendenza, questa tendenza diventa una forza storica. Allora è in corso una trasformazione». Questo vale appunto per i mari primordiali o le pozze vulcaniche in cui ha avuto origine la vita (e in cui alcuni batteri, un paio di miliardi d’anni dopo, impararono a metabolizzare l’ossigeno liberato dalla fotosintesi, responsabile della prima estinzione di massa sulla Terra), ma vale anche per la nascita delle grandi religioni, che spesso sono smarcamenti rispetto ad una qualche ortodossia (Gesù fu messo in croce in quanto bestemmiatore), così come per l’affermazione del moderno capitalismo, attecchito ai margini di una società aristocratica e militare. Lungi dall’essere il culmine di un processo ordinato e cumulativo, non siamo che l’esito di continue divergenze, all’interno di un universo composto per il 90% di una materia che chiamiamo “oscura” perché c’è, ma ci sfugge.

Ne consegue che, a differenza dei grandi racconti che ci hanno intrattenuto nella modernità, il nuovo racconto che a poco a poco sta emergendo dall’intreccio dei risultati prodotti dalle varie discipline si preclude l’accesso a una sintesi finale. Il futuro non è più quello di una volta: più aumentano le nostre conoscenze, più aumenta la consapevolezza della nostra ignoranza. Pensiamo alla fisica, dove per un neutrino che si scopre, si aprono cento nuove domande a cui prima semplicemente non avevamo mai pensato. E dunque, «scopo del pensiero complesso non è distruggere l’incertezza, ma individuarla, riconoscerla, è evitare la credenza in una verità totale», in un destino segnato, nel bene o nel male. Non siamo completamente condannati, ma non siamo neanche già redenti, anche se semi di novità stanno presumibilmente già germinando, ai margini dell’apparato che vorrebbe fagocitare tutto. «L’impossibile, l’inatteso è dunque possibile, la metamorfosi è dunque possibile. La lotta non è totalmente disperata. Ma la speranza è il possibile, non è il certo. Darle certezza è un errore totale». Del resto, chi si sarebbe immaginato, nell’Europa completamente nazistificata del 1941, i carri armati alleati a Berlino entro quattro anni? Con la felice incoscienza di chi non ha più nulla da dover dimostrare, Morin allarga però il suo discorso dai nostri tempi interessanti all’intera vita della specie. «La caratteristica dell’essere umano è di essere incompiuto», dice: bisogna, cioè, pensarsi come se fossimo fermi ancora all’età del ferro planetaria. «L’incredibile può accadere e accadrà»: l’umanità stessa potrà acquisire poteri oggi inimmaginabili, come è inimmaginabile tirar fuori il laptop su cui scrivo dalle schegge di selce incise dal primo homo habilis. «Dobbiamo abbandonare una razionalità chiusa, incapace di afferrare ciò che sfugge alla logica classica, incapace di comprendere ciò che la eccede, per dedicarci a una razionalità aperta, in grado di conoscere i propri limiti e cosciente dell’irrazionalizzabile. Dobbiamo continuamente lottare per non credere a quelle illusioni che sono in grado di prendere la solidità di una credenza mitologica. In questo mondo globale siamo messi a confronto con le difficoltà del pensiero globale, che sono le stesse difficoltà del pensiero complesso. Viviamo l’inizio di un inizio». Amen.

Ho parlato di


Edgar Morin
7 lezioni sul pensiero globale
(Raffaello Cortina, 2016)

ed. or: Penser global. L'homme et son univers (Paris, 2015)

116 pp., 11 €

mercoledì 18 ottobre 2017

Kaputt

Su Malaparte circola quella feroce battuta di Longanesi secondo cui era così egocentrico che ai matrimoni avrebbe voluto essere la sposa, ai funerali il morto. Potrebbe trattarsi di una semplice faida da parenti serpenti tra quelle due sottospecie di fascista che sono l’arcitaliano e lo strapaesano, ma è un giudizio che in fin dei conti ti senti ti condividere, quando giungi al fondo di questo libro difficilmente inquadrabile, per cui oggi vedo che qualcuno spende l’etichetta di docu-fiction. Attraverso un continuo andirivieni temporale, con l’impiego di stratagemmi quasi ariosteschi per aprire e chiudere parentesi, si racconta in queste densissime quattrocento pagine l'odissea di guerra vissuta dall’autore, tra il '41 e il '43, lungo un immenso fronte nordorientale che si snoda per Serbia, Romania, Ucraina, Polonia, Germania, su su fino al profondo nord della Finlandia, oltre il circolo polare, prima di ripiegare in Italia: solo che questo paesaggio plumbeo e spettrale di un'Europa morente, ridotta a «un mucchio di rottami», non ospita più donne, cavalieri, armi ed amori, bensì un decamerone di storie crudeli che, accavallandosi l’una sull’altra, stanno a testimoniare il disfacimento etico e politico del Vecchio Continente, in un Trionfo della Morte ancor più cupo di quelli trecenteschi.

E allora qui andrebbero distinti come tre strati – operazione quantomai problematica e arbitraria, giacché è proprio dalla loro stretta interdipendenza che il libro trae tutto il suo fascino inquietante e sinistro ed anche la sua qualità letteraria. Per un verso è palpabile lo sforzo di smarcamento da parte di Malaparte rispetto al fascismo, con cui aveva pesantemente flirtato: troviamo l’insistente ricordo dei suoi mesi di prigionia nelle carceri italiane, per esempio, accanto a una corrosiva satira nei confronti di Ciano, Mussolini e della loro «rivoluzione addomesticata» (gli stivali di Mussolini «non servono a niente. (...) Son buoni soltanto per stare nella tribuna d’onore, durante le parate, a vedere sfilare i soldati con le scarpe rotte e i fucili arrugginiti», anche se la mia parte preferita è quando scrive, a proposito di un vertice anglo-italiano, che il Duce «ha l’accento romagnolo, pronunzia la parola problema, la parola Mediterraneo, la parola Suez, la parola Etiopia, come se prununziasse le parole scopone, lambrusco, comizio, Forlì»), per non parlare delle continue prese di posizione ironiche e i ricorrenti distinguo sollevati nei confronti dei tanti commensali nazisti o fiancheggiatori con cui il giornalista-soldato Malaparte si intrattiene di continuo, scambiando frecciatine e frasi ad effetto, nel corso di luculliani pasti a base di cinghiali, daini, caprioli e altre sugose prelibatezze degne dei più grassi pranzi asgardiani. «Eravamo seduti intorno alla ricca tavola come morti celebranti nell’Ade il banchetto funebre». Non lo si sarebbe potuto dire meglio. Memorabili, in particolare, le cene offerte dal “re tedesco di Polonia” Hans Frank, uno degli architetti di Auschwitz, qui ritratto – tra l’altro – mentre sviluppa coscienziosamente quella che forse sarebbe stata anche la sua strategia difensiva a Norimberga, dove finì comunque impiccato: «Non potete dire di aver visto un tedesco torcere un capello a un ebreo. (...) Noi tedeschi seguiamo in ogni cosa la ragione e il metodo, non i bestiali istinti: in tutto, noi operiamo scientificamente. (...) Noi imitiamo l’arte del chirurgo, non mai quella del macellaio. Avete forse visto un massacro di ebrei nelle strade delle città germaniche? No, vero? Tutt’al più qualche dimostrazione di studenti, qualche innocente chiassata di ragazzi. Eppure, fra qualche tempo, in Germania, non vi sarà più un solo ebreo. (...) Ammazzar gli ebrei non è nello stile tedesco. É una fatica stupida (...). Noi li deportiamo in Polonia, e li chiudiamo nei ghetti. Padroni, là dentro di far quello che vogliono. Nei ghetti delle città polacche, gli ebrei vivono come in una libera repubblica. (...) Non possiamo obbligarli a vivere in modo diverso». Pogrom, del resto, è una parola slava, degna di popoli inferiori. Gli ebrei dovrebbero ringraziarci: il muro del ghetto, «almeno, li ripara dal vento», loro che sono così cagionevoli (se davvero tutto questo è stato scritto, in presa diretta, al più tardi nel ’43, vuol dire però che molte cose si sapevano).

Alla lunga questo incedere può risultare fastidioso, più ancora che per l'intento apologetico, per il senso di cinica rassegnazione che vi si accompagna. Secondo strato: tutto il libro è pervaso da una malcelata malinconia verso un ordine – fatto di cavalli, nobiltà, ricevimenti al golf club - andato in frantumi con l'avvento della modernità esasperata e del cialtronismo arrembante rappresentato dai grandi totalitarismi novecenteschi. E allora, di fronte a questo scempio, tanto vale far saltare il banco, cada Sansone con tutti i Filistei. «Preferiso che tutto sia da rifare, al dover tutto accettare, come un'eredità immutabile». E ancora: «muore tutto ciò che l’Europa ha di nobile, di gentile, di puro. La nostra patria è il cavallo. (...) La nostra patria muore, la nostra antica patria». Corollario autoconsolatorio: «Tutti siamo divenuti crudeli». Ergo, «anche finire in galera è un modo di far la puttana. Anche far l’eroe, anche pugnare per la libertà è un modo di far la puttana, in Italia. Anche dire che questo è una menzogna, un insulto per tutti coloro che sono morti per la libertà è un modo di far la puttana». Il Malaparte-personaggio interpreta la guerra come se si trattasse di una partita di cricket tra leali gentiluomini di Eton, un gioco magari pericoloso ma pur sempre un gioco a guardie e ladri, in cui si cade sempre in piedi e alla fine pure il tedesco trova il modo di apparire come una vittima - una vittima della propria paura del diverso che lo spinge ad accanirsi contro gli altri, i malati, gli inferiori. «Il destino del popolo tedesco è di trasformarsi in kopparoth, in vittima, in kaputt»: ed ecco spiegato, con una capriola etimologica, il titolo del libro. Tutti colpevoli, perciò tutti innocenti, ciascuno abbinato a un diverso tipo di animale, cui non a caso sono intitolate le diverse sezioni del libro, perché solo l’animale è davvero senza colpa. Anche «Cristo è un gatto crocifisso»...

Se però si superano queste potenziali resistenze, la visione che ti si squaderna davanti è davvero potente. La cronaca più macabra si trasfigura in forme grottesche per restituire (e come se te la restituisce!) la dissoluzione completa di un mondo. «Tutto era morto. Era proprio come il silenzio della natura quando la terra sarà morta, l’immenso, estremo silenzio sidereo della terra quando sarà fredda e morta, quando sarà consumata la distruzione del mondo». Difficile staccarsene. Ti sembra proprio di vederli, i tedeschi, avanzare «come le dita di una mano enorme», mentre vanno in cerca di ragazze ebree da destinare prima al bordello militare e poi ai forni, una volta consumatele sessualmente. E poi i soldati nazisti che si dannano per catturare i salmoni finnici, per finirli a colpi di pistola. E quegli altri soldati morti congelati, utilizzati come segnali stradali nel gelo intorno a Leningrado. E le carcasse abbandonate nel mare di fango dell'autunno ucraino. E i cani anti-carro riempiti di esplosivo per saltare in aria sotto i panzer tedeschi. E il vassoio colmo di occhi umani che sembrano frutti di mare, nell'ufficio del capo degli ustascia croati. E i cadaveri che travolgono i vivi e ne mordono le carni quando viene aperto il vagone dei deportati dopo essere stato abbandonato sotto il sole per due giorni roventi su un binario morto, da qualche parte in Romania. Fino all'immagine apocalittica dei deformi abitanti dei vicoli di Napoli che, come veri e propri Morlocks, vengono stanati dai bombardamenti alleati e vomitati per le strade della città. É uno sguardo allucinato, proprio più del racconto onirico che del reportage di guerra, grandioso ma anche pericolosamente mistificatorio. Pensi, per dire, ai partigiani senza retorica di Fenoglio e ti viene il cattivo pensiero che Malaparte abbia rappresentato la guerra solo per mettere in risalto il suo cinico acume. Però, anche se così fosse, questo libro mostra che non è necessario essere buonisti per prendere atto della rovina in cui inevitabilmente si sprofonda se si dà libero sfogo a certi presupposti recentemente tornati di moda.

Ho parlato di



Curzio Malaparte
Kaputt
(ed. Mondadori 1995)

Ed. or.: 1944.

450 pp., 14.000 lire (oggi ed. Adelphi 2014, 13 €)

giovedì 5 ottobre 2017

Il signore della svastica

Può un romanzaccio dozzinale che sembra partorito dalla mente malata del più becero hater seriale essere baciato da un crisma di pura genialità? Sì, se gli si antepone, a mo’ di nota biografica, una fondamentale premessa nella quale si dice press’a poco così: il giovane Adolf Hitler, abbandonata una breve ed inconcludente militanza politica radicale nei burrascosi mesi successivi alla Grande Guerra, si trasferisce a New York, dove frequenta gli ambienti bohémien del Greenwich Village; qui, mentre in Germania si verifica un colpo di stato comunista, avvia una fortunata carriera di fumettista e scrittore di fantascienza, consacrata dalla vittoria (postuma) di un Premio Hugo proprio con il libretto che state per cominciare a leggere. Ohibò. E che ci racconterà questo libretto? Una vicenda farsesca e totalmente inverosimile per un lettore di pulp in questa immaginaria America degli anni ’50, quale l’irresistibile ascesa di Feric Jaggar a leader del paese di Heldon, ipotetica repubblica collocata in un remoto futuro che fonda i propri diritti di cittadinanza su rigidi criteri di purezza genetica, la quale però si è rammollita al punto di concedere a pelliblu, nani gobbi, testaduovo, pappagalloidi e altri mutanti dei paesi circonvicini di calcare quotidianamente il proprio sacro suolo per dedicarsi a lavori che i veriuomini considerano troppo degradanti per loro.

Anche Jaggar, in realtà, ha trascorso la sua infanzia nel vicino stato di Borgravia, ma solo perché i genitori erano stati esiliati in seguito a certe clausole infami di un precedente trattato di pace; divenuto maggiorenne e acquisita finalmente l’agognata cittadinanza heldoniana, sdegnato per la rilassatezza che inopinatamente scopre nel suo paese d’elezione, si reinventa arruffapopolo e, grazie sostanzialmente solo a una sovrumana forza di volontà, partendo da un comizio improvvisato in un bar di frontiera diventa in men che non si dica il capo incontrastato di un movimento politico e paramilitare chiamato I Figli della Svastica, alla guida del quale a un certo punto prende il potere allo scopo di proiettare Heldon verso il suo destino di purificazione globale della razza umana. La sua fortuna è di imbattersi, all’inizio della sua scalata, nel Grande Manganello di Held, che lui solo si dimostra in grado di sollevare – un po’ come il martello di Thor o la Spada nella Roccia – , cosa che lo rende una sorta di novello re taumaturgo.

Brandendo questo scettro, Jaggar può scagliarsi così contro i suoi principali nemici: il governo corrotto e lassista in carica, ma soprattutto il paese di Zind, i cui abitanti sono chiamati anche Dom (ovvero, Dominatori), in quanto capaci di controllare le menti altrui e piegarle al loro progetto di sottomettere l’intero genere umano tramutandolo in una massa regredita e imbastardita di automi, (con l’appoggio involontario degli Universalisti, partito heldoniano ma cosmopolita, che proprio per questo viene subito zittito con le cattive non appena Jaggar assume il comando delle operazioni). Quando si arriva allo scontro frontale, per intenderci, la scena è questa: «l’intera vallata era piena di quelle mostruosità, creature tali da intimidire l’eroe più coraggioso. Erano macchine per uccidere appositamente riprodotte, orribili caricature protoplasmatiche della forma umana: alte tre metri, con torace, braccia e gambe incredibilmente massicci, avevano la testa tanto piccola da ospitare a stento minuscoli occhi rossi, piccole orecchie e bocche sbavanti e senza labbra. Quelle creature erano nude, tranne per una rozza cintura di cuoio da cui pendevano enormi mazze, sporche di escrementi e ogni sorta di lerciume. La cosa più orribile, però, era che ogni contingente di quelle aberrazioni, composto da circa cinquecento elementi, marciava in perfetto unisono, fin nell’oscillare delle braccia massicce e dei fucili, quasi fossero stati ingranaggi intercambiabili della medesima macchina».

E via, quello che accade non è altro che una parafrasi della storia degli anni ’30-’40, dalle elezioni del ’32 in Germania fino all’operazione Barbarossa, passando per la notte dei lunghi coltelli e altri episodi poco edificanti, filtrata però – ed è qui il colpo d’ala letterario – attraverso lo sguardo ideologicamente ammorbato di un outsider che in un romanzetto tirato giù per contratto condensa senza filtri tutte le sue ossessioni irrisolte e le sue manie paranoidi, delineando un quadro tanto allucinato quanto perversamente coerente del mondo "come avrebbe dovuto essere". Il che spiega anche le esagerazioni e le innumerevoli incongruenze narrative che si susseguono nella storia, come se la realtà stessa venisse di volta in volta riplasmata dai desideri dell’autore e del suo alter ego (per dire: si comincia che sembra di essere nel mondo delle fiabe o quasi, si finisce che ci sono le astronavi, ma saranno trascorsi, al più, pochi mesi). Ma proprio questo è il gioco, e non è affatto facile scrivere bene scrivendo male. Alla fine, quando un’esplosione nucleare compromette definitivamente il patrimonio genetico dell’umanità, agli heldoniani non resta che inviare cloni altamente selezionati per colonizzare altri pianeti. «Con un rombo assordante splendide lingue di fiamma arancione scaturirono dal razzo. Ogni gola heldoniana si unì a lui in un grido di gioioso trionfo mentre su una colonna di fuoco il seme della Svastica saliva a fecondare le stelle».

Insomma, è un gigantesco ancorché beffardo trip che ti porta a vedere il mondo come lo vedono quelli che fanno i titoli di Libero e altri soggetti della stessa forza. Un autentico orrore.

Ho parlato di


Norman Spinrad

Il Signore della Svastica
(Urania Collezione 172, Mondadori 2017)

trad. di A. Guarnieri

266 pp., 6,90 €

(ed. or. The Iron Dream, 1972)


mercoledì 27 settembre 2017

Storie globali

Stando alle Indicazioni Nazionali fornite dal MIUR, noi professori di storia dovremmo mettere a fuoco, nel secondo biennio liceale, «il processo di formazione dell’Europa e del suo aprirsi a una dimensione globale tra medioevo ed età moderna» - che è in fondo solo un modo di aromatizzare la consueta minestra eurocentrica con quel pizzico di globalizzazione che fa tanto XXI secolo. Oggi che i cinesi si comprano Inter e Milan, infatti, non si può più recitare la filastrocca hegeliana secondo cui «la storia mondiale procede da oriente a occidente, poiché l’Europa è senz’altro la fine della storia, l’Asia è il suo inizio», però – sotto sotto – l’impianto della manualistica e di conseguenza dell’insegnamento resta ancora un po’ irrigidito in quegli schemi. E così, alla prima lezione, apri il libro sull’immancabile mappa dell’Europa intorno all’anno 1000 e ti sforzi di descrivere quello che in essa non trova posto, spiegando che per capirla davvero occorrerebbe allargarla quantomeno al resto dell’Asia, che Baghdad all’epoca era tipo dieci volte più grande di Parigi, che - con tutto l’affetto per re Carlo che torna dalla guerra – fu la battaglia di Talas, in Kazakistan, e non la scaramuccia di Poitiers a costituire un autentico snodo decisivo per delimitare le aree di influenza tra il centro propulsore del mondo di allora, la Cina dei Tang, e l’Islam, agente di contatto fra i vertici opposti di un sistema di cui l’Europa non era che l’estrema periferia occidentale. Tu pensavi che le crociate fossero state il modo con cui i cavalieri medievali intendevano esportare la democrazia e invece scopri che «entro certi limiti (...) possono essere considerate una variante delle aggressioni portate da invasori provenienti da una semiperiferia in ascesa contro un’area centrale, più ricca e sviluppata, quindi appetibile, ma militarmente vulnerabile». Insomma, i barbari brutti sporchi e cattivi eravamo noi. E tutta l’intraprendenza successiva sarebbe scaturita dalla fame che aguzza l’ingenio, non da una qualsivoglia superiorità culturale: se ne avessero avuto davvero bisogno, i cinesi di Zheng He con la loro immensa flotta di navi di giunco sarebbero potuti approdare a Lisbona ben prima che i portoghesi raggiungessero Calicut.


Se fosse solo questo, si tratterebbe però comunque solo di una pur apprezzabile assimilazione dei risultati della decolonizzazione, con le sue varie implicazioni geofilosofiche. Il punto di vista della “world history” (all’italiana: storia globale) – di cui questo libro è una sorta di lucido discorso sul metodo incorporato in un saggio esplicativo – propone un passo ulteriore. Nell’idea di “apertura a una dimensione globale” è implicitamente contenuta, infatti, la nozione di una precedente “chiusura”. Nulla di più sbagliato. Le storie degli uomini non possono essere circoscritte in capitoli distinti, ciascuno dei quali corrispondenti a un “mondo chiuso” e autosufficiente (un po’ come nei sussidiari delle mie elementari, in cui ci sono i Sumeri, poi questi spariscono e di colpo arrivano gli Assiri e poi i Babilonesi e poi gli Ittiti e poi i Persiani e via discorrendo). L’approccio qui suggerito invita a «ripensare alla storia dei processi di interconnessione e di integrazione fra aree del mondo e civiltà, nella consapevolezza che la dimensione globale dei movimenti e degli scambi attraverso le linee di confine accompagna da sempre il cammino dell’uomo (...). Le civiltà non crescono solo per sviluppi interni ma anche attraverso le interazioni e gli scontri con altre civiltà». Insomma, è tutto un insieme di sommovimenti e contraccolpi, di farfalle che agitano le ali a ovest provocando uragani a est. Certo, per noi diventa più facile riconoscere questi processi quando l’occupazione portoghese di Malacca mette in crisi l’economia di Venezia o quando l’argento peruviano finisce direttamente in Asia lungo la via Acapulco-Manila trasportato da galeoni spagnoli. Ma ciò che si verifica a partire dal ‘500 è più che altro l’intensificarsi della connessione (e la sua progressiva estensione a tutto il mondo), non la nascita della connessione in quanto tale: reti globali erano state gettate da secoli lungo le rotte dell’Eurasia, tanto che c’è chi ha coniato l’espressione “Old World Web” per indicare il reticolo di relazioni che univa nientemeno che le grandi civiltà mediorientali del II millennio a.C. In fondo, si può risalire indietro fino alla prima rivoluzione urbana e alla specializzazione introdotta dalla lavorazione dei metalli. Siamo interconnessi da (almeno) cinquemila anni. Questa consapevolezza richiederà prima o poi di ripensare sul serio anche il modo di raccontarci la nostra storia. Per il momento ci serva da antidoto alle rivendicazioni idiote di chi vorrebbe erigere un muro anche intorno al proprio gabinetto.

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Vittorio Beonio Brocchieri
Storie globali.
Persone, merci, idee in movimento
(EncycloMedia, Milano 2011)

208 pp., 14,50 €

giovedì 14 settembre 2017

Occhi nello spazio

Con la fantascienza alle volte accade di ritrovarsi nella stessa situazione di chi si propone di condividere un sogno che gli era apparso straordinariamente vivido e spaventoso nottetempo, ma che si rivela poi ai suoi stessi orecchi palesemente incongruo e sciatto non appena prova a raccontarlo ad altri; anche qui succede infatti di farsi totalmente coinvolgere da una storia finché si è sprofondati nella lettura (meglio se vacanziera), con tanto di wow, gulp e ka-boom in sottofondo, per poi scoprirsi in leggero imbarazzo al momento di spiegarne i dettagli a chi te ne chiede conto, perché suonano un po’ deliranti. Ora, premesso che io sono il classico allocco che abbocca ai dinosauri in copertina, qui tutto ruota intorno all’idea che su un qualche pianeta del cosmo, per ragioni al momento ignote (ma che immagino prima o poi verranno fuori, trattandosi di un’immancabile trilogia, peraltro risalente al pre-Jurassic Park), i tirannosauri si siano evoluti in una specie intelligente, nota come Quintaglio, capace di dare vita ad una società complessa, con le sue istituzioni, i suoi riti e un sofisticato sistema di norme comportamentali finalizzate a disinnescare l’aggressività latente inscritta nel loro codice genetico (ed è – questa ipotesi di una possibile comunità di predatori naturali, ossia di cacciatori riuniti in una civiltà almeno parzialmente urbana e sedentaria, ma senza agricoltura – una delle congetture più stuzzicanti ed elaborate del libro, con tanto di conseguenti corollari biopolitici e interessanti considerazioni sul collante garantito da una certa forma di religione “etica” introdotta a un certo punto per soppiantare i precedenti, atavici, culti legati proprio alla caccia e alla sua cruenta ideologia).

In questo scenario fa la sua comparsa da una provincia periferica il giovane Afsan, un apprendista astronomo, che altri non è se non l’equivalente squamato del nostro Galileo (ma anche un po’ di Colombo e di Magellano, per ragioni che si scopriranno in corso d’opera). Con acume e testardaggine, con la pervicacia di chi non ha istinti rivoluzionari ma semplicemente sa di avere ragione – e soprattutto con l’aiuto indispensabile di un tubo dotato di lenti con cui scrutare il cielo ­– Afsan smonta a poco a poco i principali dogmi su cui si regge la sua società, con un affascinante rovesciamento di prospettive cosmologiche rispetto alla nostra versione dei fatti (diciamo che il suo problema non sono le scabrosità della Luna né le sfere concentriche, ma l’intuizione alternativa di Sawyer è comunque egualmente intrigante). E poiché, a differenza del suo emulo mammifero, si rifiuta di abiurare, il nostro pagherà per questo uno dei prezzi più alti che si possano esigere da uno scienziato, vita esclusa. Ciò non gli impedirà tuttavia di ritrovarsi, ben oltre le sue intenzioni, al centro di una sorta di cospirazione, nel ruolo complicato di messia, anche in virtù della sua profezia sul destino segnato del pianeta, cui perviene, ovviamente, non attraverso visioni, bensì con sensate esperienze e necessarie dimostrazioni. Visionario è semmai il progetto finale di lanciare sé e i suoi compagni alla conquista del cielo grazie all’uso di macchine volanti, ispirate nientemeno che all’anatomia degli pterodattili, così da sfuggire al loro destino di morte (e qui siamo invece a metà strada tra Leonardo da Vinci e Jor-El di Krypton). Insomma, come temevo, suona tutto un po’ naif. Ma garantisco che è divertente. Ps: seguiranno episodi sul Darwinosauro e il Freudosauro.

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Robert J. Sawyer
Occhi nello spazio
(Urania 1644, Mondadori 2017)

trad. di M. Jatosti

266 pp., 6,50 €

(ed. or. Far-Seer, New York 1992)

mercoledì 30 agosto 2017

La crisi della ragione

Quando ho voglia di civettare, a chi mi dà del “filosofo”, rispondo – per celia, ma neanche poi tanto – che in realtà, propriamente parlando, mi considero piuttosto uno “storico delle idee”. Non si tratta di falso ideologico, in quanto tale competenza è effettivamente riportata sul mio titolo di studio. Ma se già è stato e continua ad essere complicato spiegare che cosa diavolo sia la filosofia, figuriamoci la storia delle idee. E poi perché proprio “storia delle idee” e non, come sarebbe ragionevole attendersi, “storia della filosofia”? Perché fare sempre i difficili?

Burrow si è inventato un’immagine che non mi dispiace, come abbozzo di risposta: «mi pare che il modo migliore di comprendere un periodo sia quello di pensare a esso come a un insieme di circoli che si intersecano dal punto di vista tematico, in cui gli stimoli, le aspirazioni, le speranze, le amarezze e le angosce intellettuali dei comportamenti trovano la loro genesi e divengono oggetto di investimento emotivo. É difficile che qualcuno possa ambire a collocarsi all’interno di ognuno di questi circoli; è peraltro vero che sono molti quelli che si muovono in più d’uno di essi. Le idee, invece – e con esse tutto ciò cui si riferiscono e di cui sono espressione – hanno proprio la caratteristica di rimbalzare, trasformandosi, da un circolo all’altro. Ecco perché un approccio puramente e semplicemente disciplinare alla vita intellettuale del passato è troppo limitativo. I discorsi e i dibattiti, e con essi gli stessi modi di discutere e di argomentare, hanno travalicato i limiti che, a costo di essere arbitrari, noi stessi abbiamo eretto». Così, grosso modo, in un libro di storia delle idee è più facile trovare capitoli dedicati a come una certa metafora abbia agito in contesti profondamente diversi (dall’idraulica al giardinaggio: non ci sono limiti) piuttosto che alla stringente ricostruzione dell’impalcatura logica di un argomento sostenuto da questo o quel filosofo.

La buttò lì, da profano: il nostro pensiero, complessivamente inteso, è uno strumento con cui cerchiamo di orientarci nel mondo, nè più nè meno che con le nostre mani; e come per risolvere problemi tecnici proviamo anzitutto con ciò che ci capita – appunto – per le mani, allo stesso modo facciamo col nostro pensiero, che è assai più contaminato ed elastico di quanto non ci piaccia credere: si usa quel che si ha a disposizione, e se questo non pare efficace, si prova qualcos’altro, spesso improvvisando, sulla base di analogie, esperienze pregresse o il ricordo di quanto si è letto in un vecchio romanzo d’avventura. Se si aggiunge che la storia è contigente, condizionata dagli ambienti e dai contesti, pare anche a me che studiare il modo in cui interagiscono questi pensieri (che chiamiamo “idee”, ma hanno i piedi ben piantati per terra) ci aiuti a capire qualcosa di quel che è successo (e alle volte anche di quel che succede) molto più che immaginare filosofi che discutono astrattamente fra di loro dall’alto di ipotetiche torri d’avorio. Il linguaggio tecnico spesso scende come la nottola di Minerva a cercare di giustificare visioni suscitate in modo tutt’altro che lineare e anche le questioni apparentemente più aride trovano un senso all’interno di una cornice e sotto la pressione di questioni vitali. Raccontare, perciò, l’incontro tra Wagner e Bakunin sulle barricate di Dresda nel 1848 o soffermarsi sui travagli interiori dei tanti intellettuali inglesi che abbandonarono la tonaca, ancora necessaria all’epoca per insegnare in molte Università d’Oltremanica, e cercarono altre soddisfazioni per il loro disilluso desiderio religioso – che sono poi alcune delle cose che descrive Burrow – ci permetterebbe di arrivare al punto assai più che confrontare solo i testi canonici della Grande Tradizione Filosofica Occidentale, anche se questo significa andarsi a occupare di personaggi al limite un po’ bislacchi.

Inciso: quando in un’ora di sostituzione, a uno studente poco amante della filosofia, ho accennato a Feuerbach presentandolo come una sorta di guru dei rivoluzionari tedeschi, uno che teneva conferenze sul vero senso del cristianesimo mentre si cercavano di rovesciare regimi che sull’alleanza col cristianesimo avevano basato la loro forza, (sì lo so ne ho fatto un Marcuse ante-litteram, ma in quel contesto mi sembrava appropriato), alla fine questi mi ha detto “beh, ma così in effetti è interessante”. Chiuso inciso.

Il problema con la storia delle idee è che, a riassumerle, certe ricostruzioni sembrano un pot-pourri un po’ generico (e sinceramente qui Burrow se la va anche cercare, provando a tenere insieme forse un po’ troppe cose in un arco di tempo forse un po’ troppo ampio, per risultare davvero perspicuo). Quindi io potrei anche qui provare a sintetizzare l’idea di base, secondo cui, dopo le grandi speranze suscitate dalle rivolte di metà Ottocento si sarebbe generato il classico riflusso, per cui, mancato l’appuntamento con l’apocalisse, si sarebbe cercato sfogo nell’ironia o in un materialismo che non fu altro che un idealismo sotto mentite spoglie, molto romantico e assai poco darwiniano (nonostante a Darwin spesso si richiamasse). Potrei dire come la gabbia di ferro di un sistema sociale sempre più integrato e l’illusione di un determinismo assoluto siano entrate in tensione con il volontarismo più o meno eroico di chi intendeva scrollarsi di dosso il peso della storia o riproporre miti arcaici contro la degenerazione civilizzatrice del tempo presente, attingendo al serbatoio di forze irrazionali provenienti da regni che si sottraevano al controllo dell’etica, della responsabilità, della coscienza. Però, messa giù così, sa un po’ di niente. Bisogna proprio leggersele direttamente, le pagine dedicate alla teosofia, a Frazer, a List, a Lagarde, a Gurdjeff, a Huysmans, a Renan, a Sorel, ai vari miti regressivi di fine secolo – e poi provare a giocare a “trova le differenze”, sotto l’ombrellone, sfogliando il giornale del mattino.


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John W. Burrow
La crisi della ragione.
Il pensiero europeo 1848-1914
(ed. Il Mulino, Bologna 2002)

trad. di S. Poggi

XII-456 pp., 23 €

(ed. or. The Crisis of Reason: European Thought 1848-1914, 2000)

lunedì 21 agosto 2017

Dalle nove alle nove

Prendiamo una giornata di inizio ‘900. Per quel che ne sappiamo – non mi pare che indizi interni lo smentiscano – potrebbe tranquillamente essere la stessa in cui Leopold Bloom se ne va a zonzo per Dublino. Solo che qui siamo a Vienna, e a guidarci tra il Liechtensteinpark e i caffé del Graben è lo stralunato Stanislaus Demba, personaggio «misero, ridicolo e terribile al tempo stesso» su cui da subito aleggia come l’alone di una qualche misteriosa maledizione. Il titolo stesso del libro, se da un lato ci fornisce la precisa scansione temporale dell’azione, che si sviluppa appunto tra i nove rintocchi del mattino e i nove della sera, dall’altro ce ne suggerisce il ritmo incalzante e angosciante al tempo stesso, proprio come un countdown avviato verso l’ora x in cui gli incantesimi svaniscono e i nodi vengono al pettine. Tra un estremo e l’altro, una carrellata di quadretti satirici della varia umanità soggetta a Francesco Giuseppe negli ultimi giorni degli Asburgo. Proiettate certe gag vorticose e amare tipiche del cinema muto (Charlot nella baita che si mangia le scarpe chiodate, per intenderci) su uno sfondo allucinato e vagamente fiabesco (tipo la storia di Peter Schlemihl che vende al diavolo la propria ombra) e avrete, se possibile, un’idea di quel che vi offrirà questa lettura.

La finis Austriae viene infatti ritratta con gli occhi di chi è nato e cresciuto nella Praga magica, capitale rimossa dell’Impero, che preme ai confini della realtà per riassorbirla nella sua aura metamorfica. Quell’atmosfera lì, un po’ sognante, Leo Perutz ce l’ha nell’anima (e ad essa ha dedicato un libro stupendo, Di notte sotto il ponte di pietra, dove ci stanno Keplero, il ghetto, Rodolfo II, la Montagna Bianca, il Golem e tutto il resto). É la stessa aria che respirava Kafka, di cui Perutz è praticamente coetaneo – e in un certo senso la parabola di Demba presenta qualche affinità con le vicissitudini che il povero Josef K. sperimenta con la giustizia, sebbene il nostro Stanislaus la coscienza non ce l’abbia proprio del tutto pulita: non ha resistito, infatti, alla tentazione, comprensibilissima per noi bibliofili, di tenersi un libro raro preso in prestito in università – un’edizione seicentesca di Calpurnio Siculo corredata di meravigliose xilografie. «Gente di regola molto retta e onesta in questo modo si fa una biblioteca», ma la sua vera colpa è stata il tentativo di rivenderla presso un antiquario quando è rimasto a corto di corone (il suo profilo è quello del classico studente-precettore outsider in rotta con un mondo borghese indifferente ai suoi presunti talenti intellettuali e per questo vittima di manie di persecuzione). Scoperto, si ritrova intrappolato in un meccanismo micidiale che gli si stringe intorno senza pietà, schiacciandolo poco per volta nonostante i suoi tentativi (spesso farseschi) di divincolarsene e la sua protesta velleitaria quanto visionaria: «che l’umanità abbia il potere di castigare, è questa la causa di tutta l’arretratezza spirituale. Non ci fossero castighi, si sarebbero già da tempo trovati i mezzi per rendere i crimini impossibili, superflui e inutili».

Si intrecciano come due spirali intorno al protagonista. Una è quella sociale, per cui Demba, abbottonatissimo nel suo soprabito e portatore di un segreto inconfessabile, viene di volta in volta rivestito dalle immaginazioni dei suoi vicini, che lo etichettano ora in un modo ora nell’altro, fino all’assurdo di indurlo a comportarsi come se tali fantasticherie fossero davvero reali: che è un po’ come dire che ciò che noi siamo è nella testa degli altri, che quello che ci viene attribuito è più consistente di ciò che abbiamo davvero. L’altra è quella narrativa, la logica paradossale ma spietata con cui Perutz sviluppa le conseguenze di un assunto tanto semplice quanto sorprendente, con la stessa sottile sadica perversione che Cervantes usa nei confronti di Don Chisciotte per inguaiarlo nelle situazioni più improbabili. In fondo anche questa è la storia di una solitudine e di una rovina, di un cappio infilato intorno al collo, ulteriormente stretto da chi ti vorrebbe aiutare e magari allentato da chi sembrerebbe un nemico, di incontri mancati che avrebbero potuto dare una svolta, di una testarda iterazione dei propri errori, di una vita che ti sfugge rapidamente fra le mani negandoti poi quel che ti ha promesso allor per spingerti a muoverti, di un’evasione sospirata e chissà poi se davvero raggiunta. «Il giorno, ormai folle, lo aveva braccato, ora dopo ora, senza misericordia lo aveva sbattuto di qua e di là come un fragile guscio di noce». Lascio a voi scoprire se si è spezzato o ha resistito.

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Leo Perutz
Dalle nove alle nove

(Adelphi, 2003)

Trad. di M. Consolati

212 pp., 14 €

(ed. or. 1918)

mercoledì 9 agosto 2017

Bella e perduta

Appartengo a una generazione che, pur essendosi sbarazzata senza troppi rimpianti della piccola vedetta lombarda, ha ancora fatto in tempo a mandare a memoria, alle elementari, i versi del Giuramento di Pontida e della Spigolatrice di Sapri – gettonatissima, tra l’altro, all’esame di quinta per il suo incedere cantilenante e facilmente assimilabile (“eran trecento eran giovani e fooorti e sono moooorti”...). Attraverso questo filtro, il Risorgimento mi è apparso a lungo come una sorta di teatrino polveroso, paludato e involontariamente comico, aneddotico più o meno come le imprese dei sette re di Roma. C’è voluto il centocinquantenario dell’Unità d’Italia, a suo tempo, per indurmi a riaprire il faldone e provare a capirne un po’ di più. Il materiale narrativo e saggistico non mancava. Per dire, anche se l’ho letta ora, fu proprio in vista di quell’anniversario che Villari scrisse questa sintesi militante, allo scopo di anticipare i distinguo e i “si però” della pubblicistica antirisorgimentale che – s’immaginava – sarebbe stata prodotta per affermare quanto si stesse meglio quando si stava sotto l’Austria e i Borbone (e poi i briganti e la tassa sul macinato e la rivoluzione senza popolo eccetera eccetera eccetera). Quando, però, il 2011 arrivò per davvero, le discussioni storiografiche sul significato storico dell’indipendenza, se ci furono, rimasero come strozzate in gola di fronte al pericolo concreto che quell’indipendenza esaurisse ingloriosamente il suo ciclo sotto forma di bancarotta e commissariamento, quel mambo sull’orlo del precipizio che fece da preludio al governo Monti.

Non so cosa Villari abbia pensato di quella svolta politica, ma c’è un punto, nell’introduzione, che col senno di poi, può aiutare a capire perché valga la pena continuare a misurarci con gli uomini che fecero l’Italia. Costoro, scrive, «sono maturati all’interno di un sistema conservatore e di interdizioni religiose e culturali. Con un’angoscia di fondo: che l’Italia rischiasse di perdersi per sempre. (...) Bisognava reagire. Ora o mai più». Come sarebbe accaduto nel 1943 (si noti: nell’un caso come nell’altro, grazie al contributo essenziale di tanti giovani e giovanissimi). Come probabilmente non è accaduto fino in fondo nel 1992-1993, al principio di una parabola forse ancora in corso (questo sosteneva, tra gli altri, Paul Ginsborg in un libretto ancor più militante uscito sempre per il centocinquantenario, Salviamo l’Italia, letto a suo tempo). C’è qui la rivendicazione di una distinzione netta tra amor di patria e acritico nazionalismo, nella misura in cui il disgusto per ciò che si è diventati o si rischia di diventare, se prevalgono amorali e intolleranti, ronde padane, pompieri piromani, caporali di Rosarno, finanzieri youtubers, trasformisti del 2%, furbetti del cartellino, e chi più ne ha più ne metta, anziché annacquarsi nel cinico autocompiacimento del “siamo fatti così, rossi, neri, tutti uguali” per cui ci meriteremmo Alberto Sordi, sia invece un motivo sufficientemente potente per far scattare la molla del riscatto (in fondo gli americani che si sono ritrovati Trump alla Casa Bianca mica bruciano le loro bandiere in cortile, ma cercano di mostrare che esiste anche un’altra America, qualunque cosa se ne pensi).

«La nausea è stata dunque, tra tanti altri, quel prezioso stato interno che ha segnato anche emotivamente la differenziazione ideale da sistemi di governo anacronistici e grotteschi. E, oltre ogni retorica, il patriottismo risorgimentale è stato alimentato, non solo per via letteraria, da emozioni come questa. Una somatizzazione politica, individuale e collettiva, sempre utile, comunque, in eventuali, analoghe repliche della storia». Verrebbe da pensare: in età di nuove “primavere”, di conflitti globali e di risposte spesso miopi, inadeguate, quando non apertamente disumane. Solo che nell’Ottocento non ci si fermò ai vaffa-day (pur non mancando proteste vagamente situazioniste, come lo sciopero del fumo nella Milano di Radetzky). Di questo libro piace appunto l’insistenza sul carattere pensato, persino poetico, del Risorgimento, per cui strategie politiche spesso incaute erano comunque sorrette dalla riflessione di intelligenze preparate e cosmopolite, che diedero il loro contributo «in idee armate più che in armi», parlando magari di agricoltura, letteratura, tecnologia o sviluppo economico sulle tantissime gazzette attecchite nelle aiuole ristrette della limitata libertà di stampa. Si usavano ancora i torchi anziché i tweet, ma era ben chiaro l’intento di fare della circolazione delle idee un barricata contro i dispotismi (nel marzo 1848 il quotidiano “L’Alba” di Firenze pubblicava una lettera aperta del giovane Marx in cui si proponeva appunto una collaborazione con la “Neue Rheinische Zeitung”).

E a tal proposito, piace ancor di più il respiro europeo, la volontà di sprovincializzare l’esperienza risorgimentale, senza rinnegare l’originalità soprattutto del suo precipitato finale, per agganciarla a coeve esperienze internazionali, nel segno di una battaglia comune che si poteva combattere a Roma come in Grecia, a Parigi come in Polonia, in un’Europa disseminata di esuli. Nella consapevolezza che nulla fosse scontato e che la transizione alla modernità – perché è di questo, poi, che si parla – sarebbe potuta avvenire in molti modi, come progressiva estensione delle libertà e dell’inclusione sociale, sì, ma anche sotto forma di paternale e reazionario bonapartismo – o persino di “borbonismo”, i cui esponenti «ritenevano non necessarie alla società le persone istruite, tranne, dicevano, i medici per curare gli ammalati e gli ingegneri per costruire le case» - per cui bisognava conquistarsela. «E veramente la modernità dell’Italia del Risorgimento risiede nelle sue ascendenze culturali più che nel patriottismo armato, nella controversa idea di nazione e nei programmi politici e costituzionali dei suoi sostenitori. É la modernità dell’Illuminismo europeo, del razionalismo filosofico e della scoperta della libertà come strumento di opposizione e come “mezzo” del cambiamento, delle innovazioni, delle rivoluzioni, di conquista di un valore essenziale, la giustizia». Disegno da portare ancora, e forse sempre, a compimento.

Ho parlato di



Lucio Villari
Bella e perduta.
L'Italia del Risorgimento
(ed. Laterza, 2012, 1ª ed. 2009)

XIII-345 pp., 10,50 €

venerdì 21 luglio 2017

I fantasmi dell'Impero

É notizia di qualche giorno fa che Asmara, la capitale dell’Eritrea, è stata inserita nella lista dei Patrimoni dell’Umanità dall’Unesco – e poiché nella motivazione si fa esplicito riferimento alle opere urbanistiche intraprese durante la colonizzazione e, in particolare, sotto l’Impero, i nostalgici potranno avere d’ora in poi una terza insospettabile motivazione, dopo la bonifica dell’Agro Pontino e i celebri treni in orario, per magnificare i tempi di “quando c’era lui”. Se tutto va bene l’Agro Pontino lo vedrò coi miei occhi tra qualche ora, prima tappa delle vacanze. In Africa Orientale ci sono invece stato con la fantasia, leggendo questo appassionante romanzo ambientato per lo più nei mesi successivi alla Campagna d’Etiopia, quando i cinegiornali annunciavano in Italia che la guerra era finita e stravinta, mentre sul campo ancora si combatteva – e si sarebbe combattuto praticamente senza sosta fino alla conquista inglese (en passant si fa notare che in effetti per i veterani dell’Etiopia, riciclatisi poi magari a Salò, la guerra durò complessivamente nove anni, senza effettive interruzioni, se non di scenario).

Dichiarare la fine della guerra, però, non era solo la classica mossa di propaganda per abbonire le masse. Negando agli avversari lo statuto di belligeranti e retrocedendoli alla stregua di ribelli se ne poteva fare un po’ quello che si voleva senza troppe preoccupazioni e persino con un carisma di legittimità. É questa quella che viene chiamata, a un certo punto, «la forza del diritto: parti da un assunto sbagliato, ne fai discendere una serie di conseguenze corrette e il tutto sembrerà perfettamente logico» (discorso che vale, tra l’altro, anche per certa teologia). Protagonista della vicenda è appunto un intelligente e onesto giudice militare, Vincenzo Bernardi, incaricato dal viceré Graziani di sbrogliare una matassa ingarbugliata nella regione del Goggiam, dove sta montando una rivolta che il governatore teme sia stata pilotata dai suoi avversari per scalzarlo dalla poltrona. Per implicita ammissione degli autori si tratta di un viaggio nel cuore di tenebra italiano, solo che al posto di Kurtz, laggiù, nei luoghi non segnati sulle mappe, troviamo squadristi che dopo aver vissuto la loro primavera di bellezza coloniale si sono ritrovati loro malgrado a presidiare il buco del culo del mondo, arraggiandosi come meglio credono. Il contesto è quello di uno stato d’eccezione permanente, in cui un oscuro geometra di Ardea, per dire, si trova ad avere un assoluto potere di vita e di morte sugli abissini, prima di rientrare nella quotidianità di provincia, al congedo, e chiedersi se sia stata davvero la stessa persona ad aver fatto tutto quello che aveva fatto (un po’ come i torturatori di Abu Ghraib e tutte quelle brave persone che, quando cambiano le regole sociali, da volontari della pro loco diventano magari i peggiori aguzzini).

Di fronte a ciò che man mano vede e scopre, Bernardi – che è uno scafato, mica una mammoletta: uno che aveva costruito argomenti giuridici per giustificare rappresaglie – non può fare a meno di rividere le nitide categorie con cui si era buttato nella missione. Che cos’è la verità? Quella storica, i fatti come sono realmente andati, oppure quella processuale, quella cui si accede attraverso le prove? «Io – dice, in un momento di autocoscienza – ho sempre preferito la prima, eccome se l’ho preferita... ma ora mi diventa chiaro che l’unica verità possibile è quella relativa, umana, imperfetta. La verità assoluta, in nome della quale tante volte abbiamo ucciso, è inaccertabile e inaccettabile. Qualcuno ha detto che le convinzioni sono nemiche della verità più delle bugie... Devo ammetterlo e lo ammetto: ho cercato la verità anche in fondo a grida di dolore, sempre credendo di essere nel giusto, mentre avrei dovuto accettare il rischio di fallire». Questa riflessione metagiuridica e garantista percorre tutto il racconto, ma non inganni. Ci muoviamo perlopiù tra l’avventura esotica, la docu-fiction, una spruzzatina di romance e la spy-story in cui tutti giocano una partita senza sapere esattamente quale sia la loro maglia. Gli autori hanno scovato alcuni documenti d’archivio, hanno provato a unire i puntini e hanno tirato fuori una ricostruzione verosimilmente falsa, con personaggi in gran parte esistiti, per suggerire una fascinosa ipotesi storiografica, su cui sorvolo onde evitare spoiler (ma che chiama in causa i grossi calibri di Roma).

Il tutto è condito molto bene, coi tempi giusti, e con un sapiente ricorso all’inserimento di documenti ufficiali a scandire le varie tappe della vicenda. Non sarà andato tutto esattamente così? Che importa? Del resto, non sempre si può arrivare alla verità tutta intera e alla giustizia che ne consegue. «Come si può portare giustizia dove l’intrecciarsi capriccioso delle circostanze, del trascorrere degli anni, della ragione di Stato, ha reso impossibile la celebrazione di un processo?»: sono queste le riflessioni che Bernardi rimastica nell’epilogo, all’inizio degli anni ’50, quando accoglie la sentenza che condanna il camerata Kappler non già per la strage in sé delle fosse Ardeatine, ma per aver ucciso cinque civili in più di quelli previsti dagli ordini ricevuti (tutto vero, tra l’altro). E allora si può considerare questo libro come una grande allegoria della nostra torbida storia patria, specie in questi giorni in cui si ricorda Via D’Amelio e arrivano le prime sentenze di Mafia Capitale. La verità assoluta, forse, è al di là delle nostre possibiltà, forse non la sapremo mai fino in fondo, forse non tutti i torti saranno compensati da una pena (il torto stesso tende a volatilizzarsi, in base a chi vince le guerre: lo stesso atto si converte in una medaglia o nell’ergastolo, a seconda delle situazioni). E tuttavia, là dove non arriva il diritto, c’è ancora un modo per provare a fare giustizia: «cercare la verità, per far sì che qualcuno la raccontasse». «Accendete la luce e cercate», qualcosa ne uscirà.


Ho parlato di




Marco Consentino, Domenico Dodaro, Luigi Panella
I fantasmi dell'Impero
(ed. Sellerio, 2017)

552 pp., 15 €