venerdì 16 giugno 2017

Storia della guerra civile spagnola

Conservo molti splendidi ricordi del mio primo – bellissimo – viaggio in Spagna (Cantabria, Paesi Baschi, Navarra e uno scampolo d’Aragona). Del modo rocambolesco con cui abbiamo raggiunto il primo ostello e del rischio seriamente corso di trascorrere all’addiaccio la nostra prima notte dirò magari un’altra volta. Qui voglio invece rievocare la visione, incuriosita e sconcertata a un tempo, delle due bombe appese come reliquie ad una parete del Santuario della Madonna del Pilar di Saragozza, su cui esse caddero, senza esplodere, durante uno dei primi bombardamenti della guerra civile, quando Saragozza, dall’oggi al domani, si era risvegliata franchista. Di simili trofei innalzati a un “Dio con noi” perversamente omonimo dell’Emmanuele isaiano sono piene le chiese – e non le chiese soltanto. Ma dei massacri compiuti da Carlo Magno a danno dei Sassoni, per dire, a noi in fondo oggi poco importa, come ci importa poco dei Daci con le teste mozzate raffigurati sulla Colonna Traiana. Che quegli ordigni siano invece tuttora lì esposti, ad indicare che in quel conflitto dell'altro ieri la Vergine aveva proprio scelto di stare da quella parte, a braccetto di un regime autoritario sopravvissuto alle altre dittature fasciste – con l’aiuto delle quali era stato messo in piedi – solo perché si era potuto sfilare dalla Seconda Guerra Mondiale, sia pure a prezzo di un’ecatombe nazionale, ecco, questo è un boccone già più amaro da digerire. Eppure, almeno in Spagna, la guerra l’hanno per davvero vinta “loro”. Scriveva Camus, nel ‘46: «in questo mondo, che si dice liberato, esiste un paese dal quale distogliamo ostinatamente lo sguardo» - un paese in cui, in ragione del comune anticomunismo, si era finito per accettare di buon grado il governo di un tale che, in circostanze diverse, avrebbe conosciuto il gabbio nella sua Norimberga. A un’intera generazione, scrive sempre Camus, la Spagna ha dimostrato che si poteva avere una buona ragione per combattere e ciò nonostante perdere lo stesso, che la forza poteva schiacciare l’ideale; ai sopravvissuti, aggiungo io, insegna che non sempre arrivano i nostri a riportare la libertà, anzi, che i tiranni di ieri possono diventare gli alleati di oggi dopo che si è proceduto ad un nuovo nomos della terra (e un brivido scorre lungo la schiena immaginando una possibile soluzione analoga anche per l’Italia, se Mussolini non avesse avuto la fregola di buttare i suoi morti sul tavolo della pace e spezzare le reni alla Grecia).

Il mito della guerra di Spagna è tutto racchiuso nel concitato appello che il deputato repubblicano Fernando Valera lanciò da Radio Madrid nei primi giorni di assedio da parte dei franchisti: «qui a Madrid passa la frontiera mondiale tra la Libertà e la Schiavitù. Qui a Madrid due civiltà, fra loro incompatibili, si affrontano in una grande battaglia: l’amore contro l’odio, la pace contro la guerra, la fratellanza di Cristo contro la tirannide della Chiesa... Questa è Madrid. Essa combatte per la Spagna, per l’Umanità, per la Giustizia, e col manto del suo sangue protegge tutti gli esseri umani!». Certo, bisogna fare la tara della retorica: i proclami dei Falangisti sono spesso drammaticamente speculari. Però queste parole ci ricordano di un tempo in cui i “foreign fighters” non avevano l’aspetto truce di Jihadi John, ma quello di Carlo Rosselli (ucciso giusto ottant'anni fa dai nonni di quelli che oggi stanno facendo cagnara in Senato sullo ius soli) e degli altri che come lui hanno sentito l’esigenza di portare laggiù una battaglia per la libertà che nelle rispettive patrie in quel momento non era praticabile. E anche le voci parzialmente dissonanti – quelle degli Orwell, delle Simone Weil – sono voci di chi al fronte c’è comunque andato, l’ha conosciuto, ci si è sporcato le mani, non gli strali di chi spara sulle ong dal salotto di casa per tirare su di mezzo punto i propri sondaggi – e proprio per questo sono anch’esse testimonianze preziose, rivelatrici di un autentico tormento, di una questione perennemente aperta. Non credo sia un caso se alcune delle cose più belle che abbia mai letto sono legate alla guerra di Spagna (ne cito solo due: Soldati di Salamina di Javier Cercas e L’antimonio di Sciascia). Per questo, alla fine, mi sono deciso e ho cominciato a documentarmi sul serio. Ed eccoci, appunto, al libro: in questo poderoso volume pubblicato nel 1961 da un allora giovanissimo storico inglese, forse la prima ricostruzione organica dei fatti di Spagna (che ora credo si trovi solo più nelle biblioteche), si rivivono tutte le contraddizioni di una vicenda seguita quasi cronachisticamente, giorno per giorno, nel tentativo di portare alla luce “l’antropologia politica” che emerge da quegli eventi. É un libro pieno di storie, di aneddoti, di parole che spesso sono raccolte quasi in presa diretta e anche per questo non privo di lungaggini. Esistono delle ricostruzioni più recenti che saranno sicuramente più aggiornate, più compatte e anche più equilibrate e distaccate di questa. Ma proprio questo è il punto. É tutt’altra cosa scrivere un libro sulla guerra di Spagna ora oppure scriverlo quando Franco era ancora al potere. Dopo oltre 600 fittissime pagine, «la Spagna soffre ancora». E niente, è questa la morale.



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Hugh Thomaas
Storia della guerra civile spagnola
(ed. Einaudi, 1963)

Trad. di P. Bernardini Mazzolla

691 pp.

(ed. or., The Spanish Civil War, 1961)

mercoledì 31 maggio 2017

Il potere e la gloria

A pensarci bene, se ci mettessero le mani sopra un Rodriguez o un Tarantino, tra preti ubriaconi e rinnegati, poliziotti filosofeggianti, sangue, merda e tanti, tantissimi messicani, potrebbe venirne fuori un bel western dei loro. Graham Greene l’aveva pensato però in maniera diversa, come una sorta di parabola, svolgimento narrativo di un’idea che doveva essere particolarmente cara a San Paolo, perché ci ritorna spesso in quelle sue esperienze pastorali troppo facilmente ridotte a dottrina – l’idea, intendo, per cui il vangelo che annuncia è come un «tesoro in vasi di creta», in quanto affidato a persone fragili, scelte appositamente da Dio per confondere i forti e i sapienti di questo mondo. Certo, la location è ben definita: il Messico postrivoluzionario delle persecuzioni anticlericali degli anni ’20-’30, ma la storia potrebbe tranquillamente svolgersi in un futuro mondo secolarizzato in cui il rito cristiano non abbia più significato del brivido inconsapevole e atavico procurato da un gatto nero quando ci taglia la strada. Il protagonista, del resto, non ha un nome, e neppure un volto ben definito, se è vero che i suoi stessi persecutori non lo riconoscono dalle foto appese nelle loro centrali. La sua condizione è scolpita nell’etichetta caricaturale di “prete dell’acquavite”, cui deve la sua torbida fama: quella di un perseguitato che continua ad attraversare clandestinamente il paese, cedendo spesso al vizio del bere e occasionalmente a quello del sesso, schiacciato dal peso della sua indegnità, «conscio della propria disperata insufficienza» e ciò nonostante pervicacemente impegnato a riattivare il culto nei luoghi in cui di volta in volta sosta, per mezze giornate o poco più, destando al tempo stesso conforto e preoccupazione nella gente (su cui le autorità spesso e volentieri infieriscono per ritorsione quando scoprono che l’hanno ospitato). Non si capisce bene se lo faccia per rassegnazione, superstizione, senso del dovere o perché animato da una sincera vocazione – e forse proprio in questo guazzabuglio sta il fascino di un personaggio nè canaglia nè martire. Il quale sa benissimo di offrire una pessima testimonianza a un messaggio che ormai egli stesso stenta a capire: in mancanza di altri preti, i bambini «da lui avrebbero preso le loro idee sulla religione Ma era pure da lui che prendevano Dio sulle loro bocche... Senza di lui, sarebbe stato come se in tutto quello spazio tra il mare e le montagne Dio avesse cessato di esistere». Ecco perché sarebbe forse più opportuno tradurre il titolo con La potenza e la gloria, riecheggiando la formula liturgica che sta tra il Padre Nostro e il segno di pace durante la Messa, alle soglie della comunione. Quella potenza che accetta, appunto, di farsi toccare e consacrare da fragili mani umane, non importa quanto sozze (benché lavate, ritualmente, dal chierichetto di turno).

Certo, per chi crede, qui è racchiuso un mistero profondo. Ma si manifesta anche un possibile paradosso tutto cattolico. «Non poteva più sentire nessun significato in preghiere simili; l’Ostia era un’altra cosa: metterla tra le labbra d’un uomo morente, era come mettervi Dio. Quella era un fatto, qualche cosa che si poteva toccare, ma questa era soltanto una pia aspirazione. Perché Qualcuno avrebbe dovuto ascoltare le sue preghiere? Il peccato era una forza che impediva loro di salire: egli poteva sentire le proprie preghiere grevi come il cibo indigesto nel proprio corpo, incapaci di evasione». Questo oggettivismo esasperato, per cui Dio c’è davvero solo dove c’è un suo ministro, sia pure inadempiente, solo dove ci sono il pane e il vino, rischia di farci scivolare davvero verso la pura magia devozionale. Siamo fragili, d’accordo. Ma Paolo stesso aggiunge che il nostro corpo è anche «tempio dello Spirito». Hai voglia a ingozzarlo di ostie: se non c’è conversione, anche il pane eucaristico finisce nella latrina, esattamente come il lievito dei farisei. Per questo, a mio avviso, il momento più alto del libro è quando il prete trascorre una notte in prigione, questo luogo «molto simile al mondo: traboccante di lussuria, di crimini e d’amore infelice; pieno di fetore; (...) la gente si aggrappava a quanto poteva esser causa di piacere e di orgoglio, in mezzo a stenti e in un ambiente sgradevole; non c’era tempo di fare qualche cosa che valesse la pena di fare, e si sognava sempre di evadere». Qui, in mezzo agli assassini, «delinquente, in mezzo a un’orda di delinquenti», il nostro prova per la prima volta un sentimento che non aveva mai sperimentato quando organizzava le riunioni della parrocchia e la gente faceva la coda per baciargli la stola, ai bei tempi in cui era credente per abitudine e commetteva solo peccatucci veniali. «Allora, nella sua innocenza, egli non aveva provato amore per nessuno: ora, nella sua corruzione, aveva imparato a...». La frase resta sospesa. Eppura solo qui, libero dal paraocchi perbenista di chi divide il mondo in santi e peccatori, il prete, senza assolvere se stesso, capisce che non può neppure condannare gli altri e che l’odio è «semplicemente una mancanza di immaginazione». Sul Golgota, in mezzo ai ladroni, non fa più prediche. Il mattino dopo lo costringeranno a lavare i bagni della prigione: in quel gesto umile e inutile di pulizia della lordura degli ultimi eccolo dare finalmente senso e concretezza storica all’atto che celebra sull’altare. Anche se, forse, non se ne rende conto. La consapevolezza di ciò lo sfiora appena. Se l’avesse capito, del resto, sarebbe diventato l’eroe che non è.

Ho parlato di



Graham Greene
Il potere e la gloria
(ed. Mondadori, 1990)

Trad. di E. Vittorini

308 pp., 13.000 lire (oggi 9 €)

(ed. or., The Power and the Glory, 1940)


giovedì 4 maggio 2017

Madre notte

Nel 1961 si celebra a Gerusalemme il processo ad Adolf Eichmann. Hannah Arendt, com’è noto, ne ricava un libro pensoso, celebre e discusso. Un promettente scrittore di fantascienza ne trae invece lo spunto per immaginarsene un altro, di processo, un po’ più problematico e paradossale (e così facendo, effettua la sua prima sortita in un genere letterario talmente particolare che per certi aspetti nasce e muore con lui). Al gabbio troviamo qui Howard W. Campbell, che di nascita è americano, ma emigra con la famiglia in Germania negli anni ’20 e finisce a lavorare per il ministero della Propaganda del Terzo Reich, dove diventa titolare di una rubrica radiofonica che smercia al pubblico anglofono tutto il becerume ideologico nazista. Il fatto è che quest’uomo d’apparato, dalle velleità letterarie e con un oggettivo talento da imbonitore, è al tempo stesso una spia americana, nei cui sproloqui pubblici si annidano messaggi cifrati per i comandi Alleati. Ha solo un problema: non lo può dimostrare – e non lo potrà dimostrare neanche dopo la guerra, da cui esce senza un graffio, ma anche senza medaglie, con una ferita nel cuore e una reputazione compromessa che lo costringe a una vita di sostanziale autosegregazione nel cuore di New York. Su questo paradosso si regge un primo livello di lettura. «Come speaker radiofonico – dice a un certo punto il nostro protagonista – avevo sperato di essere soltanto ridicolo, ma viviamo in un mondo in cui essere ridicoli non è facile; ci sono troppi esseri umani che non vogliono ridere, che non riescono a pensare; vogliono soltanto credere, arrabbiarsi, odiare. Troppa gente aveva voluto credere in me». E così, una cosa iniziata senza particolare malizia diventa di fatto aperto collaborazionismo. Vonnegut stesso esplicita la morale della favola con una formula che sembra un gioco di parole, ma se ci pensi un attimo è un frammento di lucida verità: «noi siamo quello che facciamo finta di essere, sicché dobbiamo stare molto attenti a quel che facciamo finta di essere» (Campbell non è il solo che più o meno consapevolmente finge di essere qualcun altro, in questo libro; Eichmann stesso a un certo punto compare nella storia, e con poche micidiali battute se ne fa emergere tutta la sua sconfinata mediocrità: possibile che la parte che ci troviamo a interpretare nella commedia della vita, che è a suo modo una fiction, una narrazione, possa avere conseguenze materiali tanto devastanti sui nostri simili? Sì, ed è spaventoso: pensate alle ricadute concrete che ha sulle persone la scelta di battere su un certo tema per pura tattica politica, mica perché ci si crede davvero, ma solo per continuare a essere “qualcuno”: «se avesse cominciato a disfarsi di tutti quegli omicidi, allora sarebbe scomparso anche Eichmann, cioè l’idea che Eichmann aveva di se stesso». Se levi la felpa a Salvini, dentro non c'è nulla).

Su questa premessa si imbastisce una specie di farsesca spy-story in cui entra in scena tutto un sottobosco di personaggi che fanno il paio coi nazisti dell’Illinois (solo che qui si chiamano Guardia di ferro dei figli bianchi della costituzione americana, ed è tutto detto). Basta il ritratto del loro leader per capirci: un reverendo odontotecnico che scrive saggi per dimostrare scientificamente che la mascella di Cristo quale si può ricostruire dai suoi ritratti non può essere una mascella di tipo ebraico, dunque Cristo non è ebreo... Ed è qui che, con la leggerezza di chi sembra che stia allestendo solo una scanzonata commedia noir, Vonnegut restituisce una micidiale fenomenologia della personalità autoritaria quale la possiamo ritrovare quotidianamente sotto i nostri occhi nei babbei che si fanno il servizio fotografico al Cara di Mineo o negli studenti fuori corso che, dall’alto della loro nullità, si preparano a diventare premier di questo scalcagnato paese (e in tutti i rispettivi adoranti seguaci, beninteso, che disprezzano lo studio perché non capiscono la complessità del reale e dicono, a te!, “ma documentati, va” quando hanno un’unica, oracolare, fonte di informazione). La loro mentalità, «può paragonarsi a un sistema di ruote dentate con dei denti mancanti, uno qua e uno là. Un meccanismo di pensiero così sdentato, guidato da una libido media, o anche sotto la media, ruota su se stesso con la medesima sussultante, rumorosa, vistosa inutilità che avrebbe all’inferno un orologio a cucù. (...) Quel che più spaventa in una mentalità totalitaria di stampo classico è che una qualsiasi ruota dentata, anche se mutilata, presenta sempre, lungo la sua circonferenza, tratti di denti interi che si conservano a lungo senza morchie e possono funzionare senza alcuna imperfezione. Da qui l’orologio a cucù che segna il tempo all’inferno... scandisce regolarmente il tempo per otto minuti e ventitré secondi, poi scatta in avanti di quattordici minuti, quindi riprende a battere perfettamente per sei secondi, e poi ne salta due, riprende a funzionare perfettamente per due ore e un secondo, e poi scatta in avanti di un anno. I denti mancanti sono, naturalmente, delle verità molto semplici, ovvie addirittura, verità che nella più parte dei casi le capirebbe anche un ragazzino di dieci anni. La volontaria eliminazione dei denti della ruota, l’ostinata volontà di agire pur senza possedere alcune informazioni elementari...». La logica ferrea dell’illogicità, che non accetta critiche perché non è neanche in grado di capirle. Non c’è niente da aggiungere. Ps. Anzi, una cosa da aggiungere c’è. Questa frase: «Ci sono centinaia di buoni motivi per combattere ma neanche uno per odiare senza riserve, e per credere che Dio onnipotente sia d’accordo con noi. Dov’è il male? É quella parte di ogni uomo che vuole odiare a tutti i costi, che vuole odiare e avere anche Dio dalla sua. É quella parte di ogni uomo che trova tanto attraente qualsiasi genere di brutalità. É la parte di ogni imbecille che vuole punire, avvilire, e gode a fare la guerra».


Ho parlato di


Kurt Vonnegut
Madre notte
(ed. Feltrinelli, 2013)

Trad. di L. Ballerini

224 p., 7,50 €

(ed. or., Mother Night, 1961)

lunedì 24 aprile 2017

Sindone. Storia e leggende di una reliquia controversa

Umberto Eco aveva coniato l’espressione “filosofi di quarta dimensione” per indicare quei personaggi pittoreschi sinceramente convinti di avere trovato le risposte a tutti gli enigmi del cosmo e altrettanto sinceramente sorpresi del fatto che nessuno chissà perché desse mai loro retta. Questo libro ci mostra che esistono anche certi “scienziati di quarta dimensione”: sono quelli, per dire, che – dando per assodato ciò che invece dovrebbe essere dimostrato (nella fattispecie: che l’immagine della Sindone non possa essere stata realizzata in modo naturale, ma sia per forza un miracolo) – ipotizzano microscopici big bang nella quiete del Santo Sepolcro o ritengono di rilevare alterazioni del campo elettromagnetico in una stanza se vi si introduce una riproduzione del sacro lino. Del resto, la sindonologia è una scienza ben bizzarra: ha per oggetto un pezzo unico (ma già Aristotele osservava che degli enti singolari non si dà scienza), di cui i più parlano per interposti esperimenti, dato che sono pochissimi coloro che hanno potuto davvero esaminarla (e, tra questi, anche falsari e pasticcioni). L’autore più volte sembra quasi sul punto di scusarsi se si sofferma su argomenti inconsistenti (che pure formano un divertente repertorio di stramberie), ma riscatta subito il senso di colpa facendoci capire che, se a noi è riservato solo il riassunto, lui se l’è dovuta sorbire tutta per intero questa letteratura tendenzialmente inverosimile che pure ha una circolazione e, in certi ambienti, perfino una credibilità. Ora, io dico, le reliquie hanno una loro logica nel cristianesimo perché ci richiamano all’imprescindibile concretezza storica della nostra fede: se però ne facciamo dei gadget miracolosi se ne perde completamente il senso. Il miracolo sta nel Dio che si fa comunissima carne, e che come tale andrebbe trattata, con tutto il suo carico di paradossale normalità, non in una carne che si fa Dio e genera curiosi effetti speciali. E noto qui un’immaturità irrisolta nella chiesa cattolica, che non sempre riesce a conciliare il piano intellettuale con quello pastorale, dove è spesso prigioniera di logiche desuete, per cui, se tra persone serie ammette che quello conservato a Torino non è l’autentico sudario di Cristo, poi lascia volentieri che il “popolo” pensi che sia proprio quello (e pazienza se ce ne sono altri analoghi sparsi in tutta Europa). Che poi, a ben vedere, di unico la Sindone in effetti qualcosa ce l’ha. É forse l’unica reliquia che, anziché essere dapprima venerata come autentica e poi smascherata in tempi più recenti, è stata sin da subito dichiarata falsa da un vescovo e un papa medievali (sia pure di fedeltà avignonese) per poi essere riabilitata negli ultimi decenni – vessillo di una reazione antimodernista che, come le capita spesso, si inventa una tradizione là dove non c’è per poi farne il proprio idolo. Sfatando questi accomodanti racconti, Nicolotti ricostruisce con molta verosimiglianza un percorso che non può risalire oltre la metà del ‘300, quando quella che noi oggi chiamiamo appunto Sindone compare per la prima volta nella collegiata di Lirey, in Borgogna – e non tanto perché quella sia più o meno la soglia indicata dalle datazioni al radiocarbonio, ma – più umilmente – perché fin lì ci permettono di arrivare i documenti che abbiamo a disposizione. É un viaggio affascinante, in cui si imparano un sacco di cose, ma soprattutto ad applicare con rigore un efficace metodo di ricerca. Insomma, non bastano le “scienze dure” se non se ne sa fare un buon uso (mentre tra un filologo, uno storico, un paleontologo e un fisico, se sono seri, non c’è poi in realtà tutta quella gran differenza che si può immaginare).

Ho parlato di


Andrea Nicolotti
Sindone. Storia e leggende di una reliquia controversa
(ed. Einaudi, 2015)

X-370 pp., rilegato, 32 €

mercoledì 12 aprile 2017

Pastorale Americana

Con vent’anni di ritardo capisco finalmente anch’io perchè tutte le volte Roth entra papa nel conclave di Stoccolma e un po’ meno perché ne esce sempre e solo cardinale. Forse perché la storia è davvero inconcludente e farsesca, come ci insegna questo romanzo, che – ironia nell’ironia – ha un protagonista soprannominato lo Svedese. Il quale, peraltro, di svedese ha solo la mascella vichinga: ebreo di Newark, polisportivo con preferenza per il football, il nostro eroe calza il suo essere americano come uno dei guanti preparati a regola d’arte nella fabbrica ereditata dal padre e portata avanti con passione una volta subentratogli nella direzione (a tratti, sembra di sentire parlare il Faussone di Primo Levi). Un uomo così, capace – si dice a un certo punto – di “amoreggiare con la propria vita”, sarebbe stato perfetto nei panni di Capitan America, se la guerra non lo avesse appena sfiorato, così come la futura moglie sfiorerà a sua volta, nel ‘49, il titolo di Miss America, dopo essere stata eletta reginetta del New Jersey – lei che invece è cattolica e di origine irlandese. A raccontarla così sembra un’oleografia, l’incipit di una storia senz’anima, patinata come una rivista illustrata dedicata agli hobby tipici dell’american way of life, stucchevole come un santino sulla vita di Giovannino Semedimela, che non per nulla lo Svedese elegge a proprio modello di vita. E probabilmente verrebbe fuori proprio una storia di barbecue, tacchini e palle da baseball, se Roth non si cimentasse nel crudele esercizio di offrire profondità alla superficie pura dell’immagine, proiettando attraverso il prisma di una vicenda personale la parabola storica dell’America tutta, la cui autorappresentazione vincente sbiadisce progressivamente come i colori di una vecchia foto, fin quasi a rendersi irriconoscibile. Ciò che più colpisce è la totale padronanza che Roth dimostra della scrittura, con quel suo continuo andirivieni lungo un asse temporale che ha il suo cuore nel periodo compreso tra Hiroshima e il Watergate, in cui motivi appena accennati all’inizio dell’opera ritornano con il fragore di un ampio movimento a pagine e pagine di distanza, senza mai perdere il controllo di un racconto che, invece, sta proprio lì a dirci che nella storia non c’è mai davvero nulla di controllabile. «Essere vissuti: e in questo paese, nel nostro tempo, e da quelli che eravamo. Stupefacente» - questa sarebbe dovuta essere la morale della favola, pregustata nei giorni inebrianti del dopoguerra. E invece, «in un modo assolutamente inverosimile, ciò che non avrebbe dovuto accadere era accaduto e ciò che avrebbe dovuto accadere non era accaduto». Tollerante, aperto, pieno di premure verso la famiglia, innamorato del suo paese, icona di una vita “come si deve” e sinceramente incapace di comprendere le ragioni di chi la rifiuta, a cominciare dalla figlia divenuta bombarola negli anni del Vietnam, lo Svedese scopre poco per volta, suo malgrado, «che siamo tutti in balia di qualcosa di impazzito», che «tutto è orribile», che l’identità che uno faticosamente cerca di costruirsi mediando fra le generazioni non è che una parodia di integrità, sotto cui ribolle un irresponsabile e indefinibile caos: «la gente, dappertutto, si alzava in piedi urlando: - Questa persona sono io! Questa persona sono io! – Ogni volta che li guardavi si alzavano e ti dicevano chi erano, e la verità era che non avevano, non più di quanto l’avesse lui, la minima idea di chi o che cosa fossero. Credevano anche loro ai segnali che lanciavano». Per questo, pur essendo un libro lucidamente pieno di America – con lo Svedese a giocare in vitro la parte che è stata di Kennedy nella coscienza nazionale – questo non è solo un libro sull’America. É la storia di come tutto può sfuggire di mano, senza che si riesca a far niente per evitarlo: «aveva creduto che per la maggior parte fosse ordine e che solo una piccola parte fosse disordine. Aveva capito a rovescio».

Ho parlato di


Philip Roth
Pastorale americana
(ed. Einaudi, 2007)

trad. di V. Mantovani

462 pp., brossura, 14 €

(ed. or. American Pastoral, 1997)

sabato 25 marzo 2017

Il mondo nuovo - Ritorno al mondo nuovo

Finito nella mia libreria quando si facevano ancora pensieri apocalittici in lire anziché in euro, c’era poi rimasto intonso perché gli ho sempre anteposto altre distopie, finché un suggerimento indiretto di una studentessa che ci sta lavorando sopra per la maturità non me l’ha fatto rispolverare, a riprova del fatto che un insegnante può sempre imparare dai suoi allievi. Il racconto è una satira fantascientifica che individua nella biopolitica lo spirito del tempo e si chiede se quell’utopia da sempre agognata, e finalmente a portata di mano, sia poi davvero auspicabile come si è sempre pensato. Il Mondo Nuovo si presenta infatti sotto la specie disturbante di società totalmente organizzata e gerarchizzata, in virtù di un condizionamento prenatale ben più rigido dell’antica predestinazione doppia, che plasma feti ottenuti artificialmente affinché vivano una vita di cui essere pienamente soddisfatti come particelle di un gigantesco alveare sociale tecnicamente riproducibile in saecula saeculorum. Felicità, ordine e salute in un colpo solo – e senza neanche troppe controindicazioni. L’intuizione forse più acuta è infatti quella secondo cui, per funzionare, una siffatta società non avrebbe bisogno di esercitare quelle forme di sistematica repressione che alla lunga potrebbero rovesciarsi in rivolta: le basterebbe, al contrario, concedere ai suoi componenti di appagare le proprie vogliuzze, e otterrebbe placido consenso. Solo restando per sempre bambini si potrà insomma accedere al regno dei cieli in terra. É sempre il mostruoso Leviatano, ma arredato come la casa di Barbie.

Non meno interessante il saggio che qui accompagna il romanzo, scritto a trent’anni di distanza e tradotto da Bianciardi. Huxley gioca ora a carte scoperte e pone – mi pare – un problema centrale: come conciliare la moderna aspirazione alla democrazia con quella che lui chiama «la sostanza bruta della suggestionabilità umana», ovvero il nostro essere soggetti razionalmente impuri? E come evitare che, per questo motivo, dal profondo delle nostre stesse democrazie affiorino forme di oppressione ancor più subdole perché in fondo inavvertite come tali? Che poi è il problema su cui ci si arrovella almeno dai tempi di Tocqueville e per il quale non è detto che vi sia una soluzione – perché non si può giocare ad armi pari con un sistema che ti consente la critica, ma solo se essa ha un mercato nel quale ha senso investire con pubblicità che disinnescano quel che uno dice nel momento stesso in cui gli permettono di parlare (non sono d’accordo con te ma farò di tutto perché tu possa esprimerlo, purché mi renda...). E perché non possiamo, né desideriamo, essere sempre pienamente coscienti, come l’uomo cartesiano, ma siamo della stessa sostanza di cui son fatti i sogni e non potremmo comunque leggere tutta la letteratura prima di deliberare su una singola questione: la complessità esige la fiducia, ma quando si concede fiducia si aprono fatalmente le fauci della manipolazione. Ad essere ottimisti, dice lui, si può opporre solo una forma di ostinata resistenza. Che passa per lo smascheramento dei sofismi e l’analisi del linguaggio, per un esercizio di attenzione che ci impedisca almeno di esser dormienti quando siamo desti. Sembra quasi che alla fine della fiera la filosofia possa pure servire a qualcosa (così come la comunità delle città di provincia e persino la stampa locale, la cui sparizione, per Huxley, è assai più sintomatica di quanto non lo fosse per Pasolini quella delle lucciole). «La filosofia ci insegna a non essere mai sicuri delle cose che paiono di per sé evidenti. La propaganda, all’opposto, ci insegna ad accettare come assiomatiche certe cose su cui ragione vorrebbe che si sospendesse il giudizio, e intervenisse il dubbio» o, ancor più banalmente, ci induce a dar valore e a perdere tempo dietro a quanto ci propina coi suoi magheggi prosperiani: «né il vero né il falso, ma semmai l’irreale, ciò che, più o meno, non significa nulla».

Ho parlato di


Aldous Huxley
Il mondo nuovo.
Ritorno al mondo nuovo
(ed. Mondadori, 1991)

trad. di L. Gigli e L. Bianciardi

354 pp., brossura, 13.000 lire  (oggi 10,50 €)

(ed. or. Brave New World, 1932; Brave New World Revisited, 1958)

venerdì 3 marzo 2017

I sommersi e i salvati

Ci sono libri talmente saccheggiati dai citazionisti (me compreso) che quando li leggi poi per davvero ti sembra in realtà di averli già letti, a puntate, qua e là, nel corso degli anni. Sono libri dispersi, che contengono idee potenti capaci di diventare senso comune – come la riflessione che qui Levi conduce sulla “zona grigia”, entrata ormai a pieno titolo nei più recenti manuali scolastici di filosofia, più o meno tra Jonas e la Arendt. Però, appunto, quando poi li leggi per davvero, capisci anche che questo andava fatto, perché, al di là dei contenuti bignamizzabili, è lo stile della riflessione ciò che davvero conta, l’incedere, in questo caso, mite e tuttavia inesorabile, lucido per quanto sofferto, di un ragionamento che coraggiosamente abbandona il piano affettivo e “semplice” della memoria (di cui si dichiara, anzi, la fallacia, oltre che il rischio di solleticare solo il patetismo) per elevarsi a quello, ben più complesso, di un’indagine instancabile sulle cause, i contesti, le motivazioni, con particolare riguardo per ciò che, sotto mentite spoglie, potrebbe riprodursi, come una tara genetica, a qualche generazione di distanza. «É accaduto, quindi può accadere di nuovo»: questo il postulato di partenza. Sotto lo sguardo da chimico di Levi, il lager diventa così un «laboratorio crudele» in cui osservare, nella loro nuda violenza, fenomeni che, su scala diversa, si possono ripresentare nelle società contemporanee. Nel far questo si evita il pericolo di ideologizzare, per così dire, la Shoah, come se le circostanze da monitorare fossero solo ed esattamente le stesse che hanno portato a quello sterminio; la storia può ripetersi, d’accordo, ma mai uguale a se stessa: sarebbe troppo facile. Se dunque possiamo sentirci immunizzati – ma per quanto poi ancora? – rispetto a una recrudescenza di quanto si è verificato in Germania negli anni ’30, forse non lo siamo altrettanto rispetto ad altre forme di sofferenza inferta e subita di cui la nostra società deborda e che tendiamo invece a minimizzare. Ed esattamente come quelli che non si accorsero di quello che stava succedendo, o non lo vollero vedere, rischiamo anche noi di non accorgerci di quello che ci sta succedendo intorno (e le stesse domande che poniamo ai tedeschi di allora potranno essere poste anche a noi, prima o poi). Perché, come nota Todorov nella prefazione, «se prima di indignarsi bisogna aspettare che le sofferenze umane raggiungano l’apice di Auschwitz, allora si potrà per molto tempo, e con la coscienza tranquilla, fare orecchie da mercante ai lamenti di uomini e popoli». Non basta, insomma, la memoria: «bisogna che il richiamo del male sia sempre accompagnato da un’interpretazione e da istruzioni per l’uso», ed è questo che Levi ci insegna a fare. A ben pensarci, questa è l’estrema coda avvelenata del nazismo: aver innalzato a tal punto l’asticella dell’orrore da renderci insensibili ai campanelli di allarme che ne preparano l’avvento. Ma Auschwitz, non per nulla, fu la soluzione finale (per quanto coerentemente deducibile, ma sempre a posteriori, sin dai proclami iniziali di Hitler). Prima di arrivarci si attraversano molti stadi intermedi che passano spesso per la degradazione, fisica e morale, del diverso di turno, fatto oggetto di dileggio, di scherzi da postare su facebook, di aggressione verbale per sottolinearne quanto più possibile l’estraneità, di indifferenza e sberleffo rispetto al suo destino, come se non fosse uno dei nostri, con una continua perversione del linguaggio e persino della logica elementare, «per pigrizia mentale, per calcolo miope, per stupidità, per orgoglio nazionale», fino alla dissociazione palese, eppure diffusa, ben esemplificata dal frescone che strizza l’occhio e fa pollice recto con la maglietta di Trump davanti ai poster che inneggiano ai nativi americani. Gli Eichmann sono nati così, ed è questo – prima di tutto – che non dobbiamo dimenticare.

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Primo Levi
I sommersi e i salvati
(ed. Einaudi, 2007)

XI-197 pp., brossura, 11 €

(ed. or. 1986)

martedì 21 febbraio 2017

Il mondo prima della storia

C’è un calcolo che mi provoca sempre le vertigini e un certo disagio professionale: proiettando tutta la storia della Terra (e della Terra soltanto) sulla scala di un anno, dovremmo collocare la comparsa di Homo sapiens grosso modo nel primo pomeriggio del 31 dicembre e l’età storica vera e propria (quella che comincia con Sumeri ed Egizi, per intenderci) una manciata di secondi prima che si avvii il classico countdown verso la mezzanotte. C’è insomma un tempo lungo, profondissimo, di cui non siamo che un’increspatura – noi coi nostri matrimoni dinastici, le nostre battaglie, le interminabili dispute per l’Alsazia e la Lorena. É quando siedo e miro questi infiniti tempi che a me sovvien l’eterno. C’è da diventare più spinoziani di Spinoza. Se non fosse per un dettaglio, non irrilevante: che tutta quesa vicenda è attraversata, sin nel più infinitesimo dettaglio, dalla contingenza. Questo vale per la vita in generale, e per quella dell’uomo in particolare, la cui storia – ci spiega Tattersall, che di mestiere fa il paleoantropologo – «è stata una saga dinamica, (...) una storia di sperimentazione evoluzionistica, di esplorazione dei molti modi in cui è evidentemente possibile essere un ominide», sotto la pressione selettiva di situazioni ambientali sempre impreviste e imprevedibili (benedetto sia sempre l’asteroide che troncò la tranquilla routine dei grandi sauri). Ci sono infatti molti modi di essere uomini. Noi Sapiens non ce ne accorgiamo, perché – unica fra le specie – siamo rimasti soli e ci siamo elaborati l’immagine edificante di un’evoluzione che troverebbe in noi il punto culminante di un ininterrotto progresso cognitivo e culturale. Eppure, non più tardi di 50 mila anni fa c’erano almeno cinque specie diverse di uomini che girovagavano sul pianeta. Sicché gli unici veri incontri ravvicinati degni di questo nome, ben prima dei dischi volanti, sono quelli, tutti terreni, intercorsi tra questi gruppi così lontani così vicini, a cominciare da quelli, avvenuti probabilmente da qualche parte in Palestina, tra i Neandertal e i nostri antenati provenienti dall’Africa, eredi di un manipolo ristretto di un centinaio o giù di lì, da cui deriviamo tutti e sette miliardi, nessuno escluso. Vista sotto questa luce, l’impresa di scheggiare una selce è più decisiva della scissione dell’atomo. E forse dovremmo smettere di chiamare la caverna di Lascaux “la Sistina del Paleolitico” e pensare piuttosto a Michelangelo come a un epigono minore dell’anonimo genio rupestre che ha inventato la pittura. Le cose veramente difficili sono state fatte da uomini di cui non sappiamo nulla, e in effetti a leggere certi testi di world history si ha la sensazione che dalla scoperta dell’agricoltura alla macchina di Watt non sia accaduto nulla di realmente significativo all’umanità. Questo libro è un’utile guida per orientarci in questo mondo delle origini, che non sarà forse il solo che conta, ma dalla cui esplorazione usciamo con un misto di meraviglia e di umiltà, lo stupor panico di fronte a un’esistenza che non ha nulla di scontato. Ps: ancora nel vestibolo, dopo neanche una pagina, c’è una considerazione fulminante. A quelli che affermano con sufficienza che l’evoluzione è “solo una teoria” rispondiamo: bella gioia, ma cosa mi dici mai, tutta la scienza è fatta “solo di teorie”. La scienza è precisamente quel sistema di conoscenze che per definizione è provvisorio e fondato sul dubbio: «l’idea che alcune credenze siano “scientificamente dimostrate” è un ossimoro».

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Ian Tattersall
Il mondo prima della storia. Dagli inizi al 4000 a.C.
(ed. Raffaello Cortina, 2009)

trad. di S. Frediani

200 pp., brossura, 19,50 €

(ed. or. The World from Beginnings to 4000 BC, 2008)

mercoledì 8 febbraio 2017

I sotterranei del Vaticano

Farsa in cinque atti che attinge al repertorio del genere (travestimenti e riconoscimenti, scambi di identità, equivoci più o meno grotteschi) per allestire uno spaccato satirico di quella che più che una belle appare piuttosto come una sotte époque. Il tutto condotto però senza sbracare, con penna controllata e sapientemente ironica, leggera e feroce a un tempo, quasi epigrammatica. Più che personaggi abbiamo maschere, che Gide si diverte a far interagire, da novello puparo, per sbeffeggiare – direi – la frivolezza delle convinzioni apparentemente più solide: prova ne siano la conversione e riconversione dello scienziato ateo militante che diventa fervente cattolico, ma poi ci ripensa – dove non c’è nulla del tetro e pensoso arrovellarsi dei romanzi di Dostoevskij, per dire (cui allude anche il personaggio forse più approfondito del lotto, quel Lafcadio che sembrerebbe compendiare in sé Rimbaud, Zarathustra e Raskolnikov, salvo chiedersi, dopo l’ennesima piroetta, assaporando un’alba romana, se davvero valga la pena pentirsi di quello che ha fatto - e che cosa non ha fatto!: «lontano, nelle caserme, cantano le trombe. Come! Vorrebbe rinunciare a vivere?»). Senza averlo preventivato, ti ritrovi per mano un libro perfetto per tempi di post-verità. Tutto più o meno ruota, infatti, sulla bufala diffusa ad arte dai massoni secondo cui i massoni stessi, ben radicati oltre Tevere, avrebbero sostituito il povero Leone XIII con un sosia nelle loro mani, a cui sarebbero da imputare tutte le aperture liberaleggianti e nel fondo anticristiane del suo pontificato (così giudicate dai farisei di allora, molto apprezzate invece dai gesuiti – e sembra di leggere le cronache odierne: se non ci si può fidare neanche del papa, di chi ci si potrà fidare?). Roba su cui farci al massimo una puntata di Voyager, d'accordo. Eppure, è una bufala dannatamente performativa, che mette in moto un intreccio pittoresco, compreso il progetto donchisciottesco del ragazzotto di campagna imbarcatosi nientemeno che nella gloriosa missione di liberare il papa recluso nelle segrete del Vaticano press’a poco dopo aver ricevuto la notizia del suo rapimento come la potremmo leggere oggi su un account fake di Twitter. Insomma, la vita non è logica, ma più che a un dramma assomiglia a un teatrino (anche se, detto alla vigilia della Grande Guerra, stride un po’). Peccato solo arrivare un secolo dopo e non cogliere le allusioni più sottili a un mondo che per Gide era paesaggio quotidiano (noi dovremmo immaginarci in filigrana gli Adinolfi, i Magdi Allam, i Salvini e gli altri peracottari del variopinto serraglio che è toccato in sorte alla nostra generazione).

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André Gide
I sotterranei del Vaticano
(ed. Feltrinelli, 2007)

trad. di E. Spagnol Vaccari

179 pp., brossura, 7 €

(ed. or. Le Caves du Vatican, 1914)

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martedì 24 gennaio 2017

Zero K

Comincio così il mio omaggio a “quelli che il Nobel dovevano darglielo a loro anziché a Bob Dylan” e ne approfitto per colmare anche delle grosse lacune personali. Per una volta, però, rovescio il mio integralismo cronologico e parto dall’ultimo arrivato, inteso come libro, bello ammiccante sugli scaffali intorno a novembre. Solo che da questa via d’ingresso non si capisce bene perché il Nobel Delillo dovrebbe meritarlo. Intendiamoci. Volume spaccato abbastanza nettamente in due. La prima parte è fantascienza pura, ovvero, rubandogli le parole, «scienza inondata da una irreferenabile fantasia». C’è un posto, da qualche parte in mezzo alle steppe asiatiche, «ai margini estremi del plausibile», in cui si ibernano i corpi per risvegliarli quando la morte sarà scientificamente sconfitta. C’è un posto e intorno a questo posto c’è una struttura, un culto, una realtà quasi parallela simile a un tumulo scagliato nel futuro grazie al generoso contributo di ricchi finanziatori che vagheggiano di possedere in questo modo anche “la fine del mondo”. In uno scenario volutamente ovattato e claustrofobico esperti di vari settori inventano nuove lingue, coniano concetti “transrazionali” e così facendo ricapitolano temi diffusi nella riflessione contemporanea, dai non-luoghi alla biopolitica al post-umanismo, con strizzatine d’occhio ad Heidegger e Cartesio (e un pezzo di bravura in cui ci si sforza di immaginare come passerebbe il suo tempo una res cogitans). La questione di fondo la riassumerei così: l’uomo è definito dalla sua mortalità oppure è quella specie che sa sempre trascendere se stessa e che in virtù di questa sua facoltà saprà superare anche la morte, magari risuscitandosi sotto forma di ibrido tecnorganico? C’è un clima di sospensione, molta simbologia, alcuni motivi che ritornano puntualmente come se si trattasse di una sinfonia (magari elettronica, alla Battiato anni ’70, quando rielaborava Huxley), l’ossessione di dare un significato a una realtà che sembra scivolare fra le mani, evanescente, liminale, sempre al confine di una soglia oltre la quale sta l’indicibile. La scienza qui parla il linguaggio della religione e la religione quello della scienza: le piramidi dei faraoni e le celle frigorifero son fatti della stessa pasta. Tanta carne al fuoco, insomma, anche molto stimolante (e mi dico: arrivarci, a ottant’anni, mantenendo il gusto di ragionare su queste cose restando abbastanza sul pezzo). Poi, però, a mio avviso, la seconda parte non chiude il cerchio. Non perché le domande restino aperte, dal momento che un libro può essere riuscito anche se non risponde agli interrogativi che solleva (anzi, spesso lì sta il bello). Ma perchè cambia parzialmente scenario, immette nuovi personaggi, ti dà quasi l’impressione di uno di quei giochi di magia in cui il prestigiatore ti induce a vedere quel che fa con una mano mentre ti inganna con l’altra. Solo che il trucco o non riesce oppure non l’ho capito io. Poi è scritto bene, certo, anche se con un po’ di maniera e con tante, troppe, scoperte autocitazioni che anche uno che non ha mai letto Delillo, come me, inevitabilmente riesce a cogliere. Ma son rimasto un po’ come quando mi trovo di fronte (da profano, lo ammetto) a un’opera d’arte contemporanea. Suggestivo sì, però...

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Don Delillo
Zero K
(ed. Einaudi, 2016)

trad. di F. Aceto

248 pp., rilegato, 19 €

(ed. or. Zero K, 2016)

lunedì 9 gennaio 2017

Dante. Il romanzo della sua vita

Più o meno tutti abbiamo un’idea, anche se vaga, della sofisticata architettura dei regni ultramondani che Dante ha elaborato nella Divina Commedia, quanto basta se non altro per pensare che un sistema così complesso (tutti i cerchi e i gironi e le cornici) gli sia costato anni e anni di studio preventivo per far quadrare i conti e mettere ciascuno al posto giusto con il suo bel contrappasso. Certo, l’infarinatura liceale comprende anche qualche nozione sulla vita tribolata di Dante – Cerchi e Donati, Bianchi e Neri, Guelfi e Ghibellini – ma, dato che è sempre difficile contestualizzare, uno s’immagina che il sommo poeta, per quanto in esilio, fosse comunque sempre in condizione di mantenere il totale controllo di una materia così articolata e avesse in mente un piano coerente di lungo periodo. Poi uno si immerge un po’ più nelle tormentate vicende italiane del primo ‘300 e, oltre a rendersi conto che la faziosità politica di oggi è uno zuccherino se paragonata a quella di allora, scopre che la Commedia assomiglia piuttosto a un instant-book, in cui si possono riscontrare tutti gli ondeggiamenti politici di un autore non alieno a ripensamenti e cambiamenti di fronte come l’ultimo dei pennivendoli italici nati incendiari e morti pompieri. E così, che so, ci si ritrova con un Federico II dannato all’inferno fra gli eretici e un Manfredi salvato nella valletta dei principi del Purgatorio, perché se prima Dante doveva mostrarsi guelfo integerrimo per ingraziarsi i fiorentini, sperando in una forma di amnistia che gli riaprisse la via di casa, in seguito sposa la causa imperiale, frequentando pericolose amicizie ghibelline (ma retromarce e scatti in avanti sono documentabili più al dettaglio, lavorando soprattutto sui personaggi minori e sul gossip cortigiano). Nulla di tutto ciò riduce di uno iota la statura di Dante, beninteso. Ne vien fuori però un ritratto più concreto e meno agiografico, in cui questa capacità di riaprire di continuo capitoli che sembravano chiusi può apparire anche come una forma di virtù intellettuale. Roba che i dantisti, non ne dubito, conoscono da decenni, ma che un dilettante come me ha trovato incredibilmente affascinante. E ti vien voglia di riprendere in mano il malloppo (che per il momento hai abbandonato al Paradiso Terrestre) non tanto per risentire ancora una volta quel che ha da dire lo maggior corno della fiamma antica, ma per scovare quelle tracce minori di cui fin qui non ti sei curato, perché, seguendo il consiglio, hai guardato e passato, limitandoti a una sbirciatina alla nota a pié di pagina. Lì dentro, invece, c’è un mondo. Il vero mondo di Dante.

Ho parlato di


Marco Santagata
Dante. Il romanzo della sua vita
(ed. Mondadori, 2012)

468 pp., rilegato, 22 €