venerdì 19 luglio 2019

Alla ricerca dei poveri di Gesù Cristo

Chissà quante volte gli avranno dato del comunista, a padre Gutierrez - più o meno gli stessi che per gli stessi motivi oggi danno del comunista al papa, o che, in alternativa, cercano nel suo passato delle prove compromettenti per screditarlo agli occhi dei suoi sostenitori. Meccanismi già visti all’opera altre volte, non appena un credente sospende le giaculatorie e si azzarda a mettere in discussione l’ordine sociale (anzi no, un ordine sociale ben preciso, giacché se si combattono i nemici “giusti” si è invece proclamati santi subito). La macchina del fango investì appieno, per esempio, quel sant’uomo di Las Casas, di cui Gutierrez si serve forse qui anche un po’ come controfigura, approfittando della distanza storica per togliersi qualche sassolino dalle scarpe, senza che questo infici peraltro il valore scientifico e storico del saggio, il cui limite non è la passione da cui è ispirato, ma tutt’al più una certa prolissità. 

Il punto di partenza consiste nel rivendicare il valore e l’originalità intellettuale dell’opera di Las Casas, di contro a chi vorrebbe ridurlo a mero frate barricadero o tutt’al più ad esecutore delle linee guida formulate dai più posati teologi di Salamanca. Non è che si fa teologia solo quando si invita a immaginare una pietra infinita: teologo è chi si lascia interpellare dalla realtà storica, anche e soprattutto quando questa ci spiazza, e si sforza di rileggerla e di illuminarla con i criteri offerti dal Vangelo. Las Casas cerca, appunto, di pensare «a partire dalle Indie» - oggi diremmo dalle periferie – ma questo non svilisce la sua riflessione rispetto a chi è stato in cattedra per tutta una vita, anzi, semmai la rafforza. Letti a Hispaniola, quei passi della Bibbia in cui Dio prende apertamente le parti dell’oppresso assumono tutta un’altra consistenza. A chi lo cerca nel tempio, Dio si manifesta ancora una volta sul Golgota. «La verità nascosta – più profondamente delle miniere in cui lavorano gli indios – è che in quegli esseri maltrattati e disprezzati è presente Cristo». Proprio così: ogni volta che avete dato da bere a un assetato, l’avete fatto a me; ogni volta che ero nudo e non mi avete vestito, non l’avete fatto a me. Per questo il povero è davvero un luogo teologico. 

Ma il povero non nasce sotto il cavolo. E neppure è miracolosamente calato lì dal cielo per permettere al ricco di fargli l’elemosina così da guadagnarsi il paradiso. Questo vale sempre e comunque, ma nelle Indie, all’improvviso, tutto ciò diventa clamorosamente evidente: i poveri di cui parla Las Casas sono persone che vivevano tranquillamente la loro vita finché gli spagnoli non li hanno resi poveri, trattandoli come animali e sfruttandoli fino alla morte per trarne un profitto economico. Un profitto, tra l’altro, che se favorisce direttamente chi dispone in prima persona di manodopera a costo zero, giova poi indirettamente anche a chi, in virtù di quel lavoro forzato (ancorché, formalmente, libero), può permettersi, per dire, di comprare i pomodori a costi minimi al supermercato. «Ad assassinare il povero (…) non è dunque (…) un individuo mosso da istinti perversi, ma un sistema politico oppressivo basato tanto sull’interesse e sull’arricchimento di chi ne beneficia quanto sull’accumulo della ricchezza nelle mani di pochi. (…) Las Casas denuncia dal punto di vista della fede quell’ordine sociale imperniato sulla smisurata ricerca di ricchezza che inizia a prender piede». 

Ecco, appunto: la fede può tacere di fronte a questo scandalo e continuare a sciorinare solo le coroncine del rosario? No, anche perché «accade spesso che, paradossalmente, alcuni dei più strenui difensori del carattere “puramente religioso” del lavoro di evangelizzazione siano quelli che detengono il potere politico al servizio dei potenti». Ma qui non c’entrano nulla Marx o l’illuminismo o che so io. Sarebbe del tutto fuorviante considerare Las Casas un “moderno” - anche perché la modernità è proprio l’epoca dello sfruttamento globalizzato compiuto e della libertà per pochi. Las Casas non precorre i tempi, ma «accetta le vecchie (e sempre nuove) esigenze evangeliche senza limiti e concessioni». Per questo gli preme che l’indio sia riconosciuto, prima ancora che come soggetto di diritti giuridici (che possono essere piegati anch’essi a logiche di sfruttamento), come il prossimo da amare, senza se e senza ma, a prescindere da qualunque norma legale. «La fonte della parità fra le persone sta nell’amore di Dio», di fronte al quale un cristiano non può transigere (e il suo è un discorso interamente rivolto a quella civiltà cristiana che, quando è giunto il momento della prova, anziché porgere l’altra guancia, ha tirato fuori la spada dal fodero). Tutto ciò lo rende eccentrico rispetto alle consuete orbite teologiche, anche rispetto alle novità che pure stava elaborando la Seconda Scolastica: la sua voce denuncia invece, con la parresia tipica del profeta, il comodo provvidenzialismo sbandierato da chi si trova sulla cresta dell’onda della storia e poco si cura di chi ne resta travolto. «Assumere il punto di vista dell’altro diventa per Las Casas una questione di spiritualità come cristiano e di metodologia nella sua riflessione come teologo». Ecco il contributo specifico offerto da Las Casas all’intero pensiero occidentale. 

«Uomo del suo tempo, indubbiamente, e con tutta la forza e i limiti che ciò implicava, ma inserito al tempo stesso in una prassi che esigeva da lui una teoria che andasse oltre le anguste nozioni di cui disponeva nel suo bagaglio teologico. Questo gli fece percorrere terre inospitali e dissodare sentieri nuovi per cercare di comprendere il cielo delle Indie. Il fatto è che partendo dal povero, dal rovescio di una storia in cui il potente esercita dominio e repressione e poi falsifica la storia stessa nel narrarla, è possibile scoprire certi aspetti delle esigenze del Dio che libera; e per annunciare il Vangelo e fare teologia a volte ci viene comandato di abbandonare il terreno cui siamo abituati, di rompere con quanto ci è familiare e ci dà una scomoda sicurezza per andare, come Abramo, verso un paese sconosciuto in cui gli unici punti fermi sono la fede in Dio e la speranza nel suo Regno di vita». Troppo, per pensare di sfuggire alle diffamazioni (c’è chi scrisse di lui che era l’Anticristo perché andava in giro a raccontare cose “che non si erano mai sentite prima”... proprio come quel tale a Cafarnao). Del resto, buttarla in caciara spostando il discorso sulle persone, sulle scorte, sui rolex, sui neri africani che Las Casas non avrebbe difeso a dovere è la solita strategia seguita da chi vuole continuare a nascondere delle realtà semplicemente indifendibili.

(finito il 7 giugno 2019)

Ho parlato di


Gustavo Gutierrez
Alla ricerca dei poveri di Gesù Cristo.
Il pensiero di Bartolomé de Las Casas
(Queriniana, 1995)

trad. di C. Chiecchi

673 pp. | 45 €

(ed. or. 1992)

venerdì 12 luglio 2019

26 gennaio 1994

Man mano che si accumulano gli anni aumentano le probabilità di ritrovarsi invischiato in un indistricabile paradosso che potrei definire di contrazione temporale. Mettiamola così: quand’ero ragazzino, negli anni ‘90, tutto ciò che risaliva anche solo a dieci-vent’anni prima mi appariva irrimediabilmente vecchio, come se provenisse dal paleolitico. Tutto: gli oggetti, la musica, il taglio di capelli, i colori delle foto. Se torno invece ora con la mente a venti-venticinque anni fa, per quanto sia perfettamente consapevole che non esistessero ancora internet, gli smartphone, l’euro, mi sembra appena l’altro ieri. Credo che a turno capiti a tutti, ragion per cui su questa percezione soggettiva non si può costruire nessuna seria proposta storiografica – anche se resta il dubbio che esistano periodi di continuità più persistenti di altri, e che per esempio fra il 1974 e il 1999 sia passato in realtà più tempo effettivo che tra il 1994 e il 2019 (vorrà pur dir qualcosa se Vespa raccoglie ininterrottamente plastici porta a porta dal ‘96). 

Questo libro, in parte, suffraga tale tesi. Primo volume di una nuova e interessante collana Laterza dedicata ai “giorni che hanno fatto l’Italia”, il testo di Gibelli ruota intorno allo spartiacque che segna il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica, significativamente individuato non tanto nel giorno delle elezioni politiche (che si tennero il 27-28 marzo ‘94), bensì in quello in cui venne distribuita ai telegiornali la videocassetta col celebre messaggio di “discesa in campo” di Berlusconi che diede il via alla campagna elettorale. Di questo evento, perciò, si ricostruisce in dettaglio la cornice e se ne restituisce l’effetto epifanico, con cura quasi cronachistica e ampio spazio alle fonti d’epoca (il lettore troverà gustose, col senno di poi, molte di quelle opinioni raccolte in tempo reale). L’idea soggiacente è che, con quel colpo di teatro, imponendo a tutti di seguire nuove regole, le “sue” regole, Berlusconi avesse già vinto prima ancora della ratifica elettorale. Da allora in poi, infatti, si è continuato e si continua a giocare quello stesso gioco, con i dovuti upgrade tecnologici, senza che se ne siano mai discussi seriamente i presupposti – compresi quelli che, per Gibelli, inquinavano fin dall’inizio la proposta berlusconiana, rivelando la totale pretestuosità del suo sbandierato carattere liberale: uno su tutti, l’oligopolio televisivo (che avrebbe fatto rabbrividire Tocqueville). Riuscendo abilmente a presentare un illecito come una questione di libertà, e facendo così di una sua questione personale a difesa dei propri interessi privati una battaglia di rilievo pubblico contro il “vecchio” mondo ingessato ben rappresentato dalla tv di Stato, Berlusconi sdoganò in fondo il principio secondo cui il diritto può essere deciso a colpi di televoto (da cui origina il recente adagio “allora si candidi” rivolto ai magistrati che applicano una legge contro le aspettative del manovratore di turno). Per questo, «l’epoca aperta nel 1994 non si è ancora conclusa. Anzi quella pagina ha inaugurato una linea di tendenza divenuta mondiale, culminando nel successo di Donald Trump negli Stati Uniti. (…) Per quanto superato, al punto da aver perso la sua primitiva consistenza fisica attraverso un autentico processo di mummificazione preventiva, il Cavaliere di Arcore appare tuttavia più come un capostipite che come una meteora. Più come un precursore che come un episodio eccezionale». 

L’intuizione fondamentale di Berlusconi è stata quella di sfruttare la grammatica della pubblicità per proporre, prima ancora che un programma vero e proprio, una storia, la propria, che era però anche una visione del mondo e una promessa di felicità possibile per tutti, «la stessa che si può provare quando si entra in un supermercato o megastore: è la felicità derivante dalla certezza di trovare tutto quanto possa soddisfare i nostri bisogni di comodità, di bellezza e di status, che sono tutti i nostri bisogni». In questo modo la politica si fece marketing e impose che fosse abbattuta ogni distanza tra venditore e acquirente, per coinvolgere quest’ultimo in una narrazione che gli desse l’impressione di riguardarlo davvero. Si abbandonò «il paradigma della superiorità della politica sulla gente comune per quello del rispecchiamento», suscitando così «l’illusione di essere direttamente attori stando a casa propria, quando non si è che spettatori». É a te e di te che parlo – dice B.: elettore sbandato e distratto, che hai dato fiducia per decenni a questi logori partiti arricchitisi alle tue spalle mentre tu tiravi a campare, arrangiandoti, mortificato dal fisco e messo ai margini da una retorica civile ferma ai tempi del fascismo e dell’antifascismo e secondo cui il tuo umano desiderio di far soldi è nientemeno che immorale, tu che ti sei sempre fatto i fatti tuoi e ti sei rimboccato le maniche per te e la tua famiglia, mentre quegli altri parlavano e parlavano considerandoti un cittadino di serie b – proprio tu sei come me, e la guerra che stanno minacciando di fare a me, perché con la mia intraprendenza ce l’ho fatta, aggirando lacci e lacciuoli, è una guerra che riguarda anche te. Ecco qua un saggio di quella che è «l’arte dell’autentico politico populista»: «tentare di prendere il potere col consenso e sulla spinta di coloro che ne diffidano e se ne sentono estranei e vittime». Nella fattispecie, offrendo loro «una nuova promessa di rigenerazione» che blandisce «i gusti dell’uomo comune: avere belle automobili, vedere le donne nude in televisione, pagare meno tasse, fare i propri comodi senza troppi scrupoli». 

Il precipitato operativo di queste premesse era e continua ad essere l’abbattimento delle tasse, nel quadro di una concezione quasi religiosa del neoliberismo come promessa di analoghe opportunità per tutti («nessuna regola al mercato, nessun limite al desiderio»: più soldi in tasca per spenderli nei miei negozi), in cui, contrariamente a quanto impone l’articolo 3 della nostra Costituzione, e con una spiccata venatura paternalistica (perché Berlusconi, comunque, non è la Thatcher e ha una zia suora), «la solidarietà non è il principio di un’azione collettiva per ridurre le disuguaglianze, ma è il rimedio finale agli esiti della competizione senza quartiere». La sinistra, ahimé, abboccò all’amo e finì per trasformarsi, di volta in volta, nel partito delle tasse, dei moralisti, dei professoroni, dei buonisti, del rigore, della noia, della serietà, della conservazione, dell’assistenzialismo, dello statalismo, incapace per lo più di raccogliere la sfida dell’immaginario senza scimmiottare l’originale. 

«La forza del berlusconismo sta tutta qui, nel presentarsi come fattore di rigenerazione, come il nuovo rispetto al vecchio, come il garante di una liberazione agognata da antichi vincoli e mali sui quali, a partire dalla crisi del 1992, si è catalizzata l’insofferenza di ampi strati di opinione pubblica». Dove il capolavoro è stato appunto quello di riuscire a farsi passare per uomo nuovo, quand’era totalmente compromesso e colluso con quella Prima Repubblica che contribuì a seppellire. Berlusconi «viene anch’egli da quel vecchio mondo dei cui favori ha largamente beneficiato», non diversamente da molti altri «sedicenti liberisti che si affannano a chiedere allo Stato soldi e protezione». É una lezione di cui hanno fatto tesoro i presunti profeti del cambiamento che, da comunisti padani, inneggiavano alla secessione invocando il dio Po e che, per inciso, nel 1994 erano già consiglieri comunali di Milano.

(finito il 3 marzo 2019)

Ho parlato di



Antonio Gibelli
26 gennaio 1994
(Laterza, 2018)

263 pp. | 18 €