mercoledì 30 agosto 2017

La crisi della ragione

Quando ho voglia di civettare, a chi mi dà del “filosofo”, rispondo – per celia, ma neanche poi tanto – che in realtà, propriamente parlando, mi considero piuttosto uno “storico delle idee”. Non si tratta di falso ideologico, in quanto tale competenza è effettivamente riportata sul mio titolo di studio. Ma se già è stato e continua ad essere complicato spiegare che cosa diavolo sia la filosofia, figuriamoci la storia delle idee. E poi perché proprio “storia delle idee” e non, come sarebbe ragionevole attendersi, “storia della filosofia”? Perché fare sempre i difficili?

Burrow si è inventato un’immagine che non mi dispiace, come abbozzo di risposta: «mi pare che il modo migliore di comprendere un periodo sia quello di pensare a esso come a un insieme di circoli che si intersecano dal punto di vista tematico, in cui gli stimoli, le aspirazioni, le speranze, le amarezze e le angosce intellettuali dei comportamenti trovano la loro genesi e divengono oggetto di investimento emotivo. É difficile che qualcuno possa ambire a collocarsi all’interno di ognuno di questi circoli; è peraltro vero che sono molti quelli che si muovono in più d’uno di essi. Le idee, invece – e con esse tutto ciò cui si riferiscono e di cui sono espressione – hanno proprio la caratteristica di rimbalzare, trasformandosi, da un circolo all’altro. Ecco perché un approccio puramente e semplicemente disciplinare alla vita intellettuale del passato è troppo limitativo. I discorsi e i dibattiti, e con essi gli stessi modi di discutere e di argomentare, hanno travalicato i limiti che, a costo di essere arbitrari, noi stessi abbiamo eretto». Così, grosso modo, in un libro di storia delle idee è più facile trovare capitoli dedicati a come una certa metafora abbia agito in contesti profondamente diversi (dall’idraulica al giardinaggio: non ci sono limiti) piuttosto che alla stringente ricostruzione dell’impalcatura logica di un argomento sostenuto da questo o quel filosofo.

La buttò lì, da profano: il nostro pensiero, complessivamente inteso, è uno strumento con cui cerchiamo di orientarci nel mondo, nè più nè meno che con le nostre mani; e come per risolvere problemi tecnici proviamo anzitutto con ciò che ci capita – appunto – per le mani, allo stesso modo facciamo col nostro pensiero, che è assai più contaminato ed elastico di quanto non ci piaccia credere: si usa quel che si ha a disposizione, e se questo non pare efficace, si prova qualcos’altro, spesso improvvisando, sulla base di analogie, esperienze pregresse o il ricordo di quanto si è letto in un vecchio romanzo d’avventura. Se si aggiunge che la storia è contigente, condizionata dagli ambienti e dai contesti, pare anche a me che studiare il modo in cui interagiscono questi pensieri (che chiamiamo “idee”, ma hanno i piedi ben piantati per terra) ci aiuti a capire qualcosa di quel che è successo (e alle volte anche di quel che succede) molto più che immaginare filosofi che discutono astrattamente fra di loro dall’alto di ipotetiche torri d’avorio. Il linguaggio tecnico spesso scende come la nottola di Minerva a cercare di giustificare visioni suscitate in modo tutt’altro che lineare e anche le questioni apparentemente più aride trovano un senso all’interno di una cornice e sotto la pressione di questioni vitali. Raccontare, perciò, l’incontro tra Wagner e Bakunin sulle barricate di Dresda nel 1848 o soffermarsi sui travagli interiori dei tanti intellettuali inglesi che abbandonarono la tonaca, ancora necessaria all’epoca per insegnare in molte Università d’Oltremanica, e cercarono altre soddisfazioni per il loro disilluso desiderio religioso – che sono poi alcune delle cose che descrive Burrow – ci permetterebbe di arrivare al punto assai più che confrontare solo i testi canonici della Grande Tradizione Filosofica Occidentale, anche se questo significa andarsi a occupare di personaggi al limite un po’ bislacchi.

Inciso: quando in un’ora di sostituzione, a uno studente poco amante della filosofia, ho accennato a Feuerbach presentandolo come una sorta di guru dei rivoluzionari tedeschi, uno che teneva conferenze sul vero senso del cristianesimo mentre si cercavano di rovesciare regimi che sull’alleanza col cristianesimo avevano basato la loro forza, (sì lo so ne ho fatto un Marcuse ante-litteram, ma in quel contesto mi sembrava appropriato), alla fine questi mi ha detto “beh, ma così in effetti è interessante”. Chiuso inciso.

Il problema con la storia delle idee è che, a riassumerle, certe ricostruzioni sembrano un pot-pourri un po’ generico (e sinceramente qui Burrow se la va anche cercare, provando a tenere insieme forse un po’ troppe cose in un arco di tempo forse un po’ troppo ampio, per risultare davvero perspicuo). Quindi io potrei anche qui provare a sintetizzare l’idea di base, secondo cui, dopo le grandi speranze suscitate dalle rivolte di metà Ottocento si sarebbe generato il classico riflusso, per cui, mancato l’appuntamento con l’apocalisse, si sarebbe cercato sfogo nell’ironia o in un materialismo che non fu altro che un idealismo sotto mentite spoglie, molto romantico e assai poco darwiniano (nonostante a Darwin spesso si richiamasse). Potrei dire come la gabbia di ferro di un sistema sociale sempre più integrato e l’illusione di un determinismo assoluto siano entrate in tensione con il volontarismo più o meno eroico di chi intendeva scrollarsi di dosso il peso della storia o riproporre miti arcaici contro la degenerazione civilizzatrice del tempo presente, attingendo al serbatoio di forze irrazionali provenienti da regni che si sottraevano al controllo dell’etica, della responsabilità, della coscienza. Però, messa giù così, sa un po’ di niente. Bisogna proprio leggersele direttamente, le pagine dedicate alla teosofia, a Frazer, a List, a Lagarde, a Gurdjeff, a Huysmans, a Renan, a Sorel, ai vari miti regressivi di fine secolo – e poi provare a giocare a “trova le differenze”, sotto l’ombrellone, sfogliando il giornale del mattino.


Ho parlato di



John W. Burrow
La crisi della ragione.
Il pensiero europeo 1848-1914
(ed. Il Mulino, Bologna 2002)

trad. di S. Poggi

XII-456 pp., 23 €

(ed. or. The Crisis of Reason: European Thought 1848-1914, 2000)

lunedì 21 agosto 2017

Dalle nove alle nove

Prendiamo una giornata di inizio ‘900. Per quel che ne sappiamo – non mi pare che indizi interni lo smentiscano – potrebbe tranquillamente essere la stessa in cui Leopold Bloom se ne va a zonzo per Dublino. Solo che qui siamo a Vienna, e a guidarci tra il Liechtensteinpark e i caffé del Graben è lo stralunato Stanislaus Demba, personaggio «misero, ridicolo e terribile al tempo stesso» su cui da subito aleggia come l’alone di una qualche misteriosa maledizione. Il titolo stesso del libro, se da un lato ci fornisce la precisa scansione temporale dell’azione, che si sviluppa appunto tra i nove rintocchi del mattino e i nove della sera, dall’altro ce ne suggerisce il ritmo incalzante e angosciante al tempo stesso, proprio come un countdown avviato verso l’ora x in cui gli incantesimi svaniscono e i nodi vengono al pettine. Tra un estremo e l’altro, una carrellata di quadretti satirici della varia umanità soggetta a Francesco Giuseppe negli ultimi giorni degli Asburgo. Proiettate certe gag vorticose e amare tipiche del cinema muto (Charlot nella baita che si mangia le scarpe chiodate, per intenderci) su uno sfondo allucinato e vagamente fiabesco (tipo la storia di Peter Schlemihl che vende al diavolo la propria ombra) e avrete, se possibile, un’idea di quel che vi offrirà questa lettura.

La finis Austriae viene infatti ritratta con gli occhi di chi è nato e cresciuto nella Praga magica, capitale rimossa dell’Impero, che preme ai confini della realtà per riassorbirla nella sua aura metamorfica. Quell’atmosfera lì, un po’ sognante, Leo Perutz ce l’ha nell’anima (e ad essa ha dedicato un libro stupendo, Di notte sotto il ponte di pietra, dove ci stanno Keplero, il ghetto, Rodolfo II, la Montagna Bianca, il Golem e tutto il resto). É la stessa aria che respirava Kafka, di cui Perutz è praticamente coetaneo – e in un certo senso la parabola di Demba presenta qualche affinità con le vicissitudini che il povero Josef K. sperimenta con la giustizia, sebbene il nostro Stanislaus la coscienza non ce l’abbia proprio del tutto pulita: non ha resistito, infatti, alla tentazione, comprensibilissima per noi bibliofili, di tenersi un libro raro preso in prestito in università – un’edizione seicentesca di Calpurnio Siculo corredata di meravigliose xilografie. «Gente di regola molto retta e onesta in questo modo si fa una biblioteca», ma la sua vera colpa è stata il tentativo di rivenderla presso un antiquario quando è rimasto a corto di corone (il suo profilo è quello del classico studente-precettore outsider in rotta con un mondo borghese indifferente ai suoi presunti talenti intellettuali e per questo vittima di manie di persecuzione). Scoperto, si ritrova intrappolato in un meccanismo micidiale che gli si stringe intorno senza pietà, schiacciandolo poco per volta nonostante i suoi tentativi (spesso farseschi) di divincolarsene e la sua protesta velleitaria quanto visionaria: «che l’umanità abbia il potere di castigare, è questa la causa di tutta l’arretratezza spirituale. Non ci fossero castighi, si sarebbero già da tempo trovati i mezzi per rendere i crimini impossibili, superflui e inutili».

Si intrecciano come due spirali intorno al protagonista. Una è quella sociale, per cui Demba, abbottonatissimo nel suo soprabito e portatore di un segreto inconfessabile, viene di volta in volta rivestito dalle immaginazioni dei suoi vicini, che lo etichettano ora in un modo ora nell’altro, fino all’assurdo di indurlo a comportarsi come se tali fantasticherie fossero davvero reali: che è un po’ come dire che ciò che noi siamo è nella testa degli altri, che quello che ci viene attribuito è più consistente di ciò che abbiamo davvero. L’altra è quella narrativa, la logica paradossale ma spietata con cui Perutz sviluppa le conseguenze di un assunto tanto semplice quanto sorprendente, con la stessa sottile sadica perversione che Cervantes usa nei confronti di Don Chisciotte per inguaiarlo nelle situazioni più improbabili. In fondo anche questa è la storia di una solitudine e di una rovina, di un cappio infilato intorno al collo, ulteriormente stretto da chi ti vorrebbe aiutare e magari allentato da chi sembrerebbe un nemico, di incontri mancati che avrebbero potuto dare una svolta, di una testarda iterazione dei propri errori, di una vita che ti sfugge rapidamente fra le mani negandoti poi quel che ti ha promesso allor per spingerti a muoverti, di un’evasione sospirata e chissà poi se davvero raggiunta. «Il giorno, ormai folle, lo aveva braccato, ora dopo ora, senza misericordia lo aveva sbattuto di qua e di là come un fragile guscio di noce». Lascio a voi scoprire se si è spezzato o ha resistito.

Ho parlato di


Leo Perutz
Dalle nove alle nove

(Adelphi, 2003)

Trad. di M. Consolati

212 pp., 14 €

(ed. or. 1918)

mercoledì 9 agosto 2017

Bella e perduta

Appartengo a una generazione che, pur essendosi sbarazzata senza troppi rimpianti della piccola vedetta lombarda, ha ancora fatto in tempo a mandare a memoria, alle elementari, i versi del Giuramento di Pontida e della Spigolatrice di Sapri – gettonatissima, tra l’altro, all’esame di quinta per il suo incedere cantilenante e facilmente assimilabile (“eran trecento eran giovani e fooorti e sono moooorti”...). Attraverso questo filtro, il Risorgimento mi è apparso a lungo come una sorta di teatrino polveroso, paludato e involontariamente comico, aneddotico più o meno come le imprese dei sette re di Roma. C’è voluto il centocinquantenario dell’Unità d’Italia, a suo tempo, per indurmi a riaprire il faldone e provare a capirne un po’ di più. Il materiale narrativo e saggistico non mancava. Per dire, anche se l’ho letta ora, fu proprio in vista di quell’anniversario che Villari scrisse questa sintesi militante, allo scopo di anticipare i distinguo e i “si però” della pubblicistica antirisorgimentale che – s’immaginava – sarebbe stata prodotta per affermare quanto si stesse meglio quando si stava sotto l’Austria e i Borbone (e poi i briganti e la tassa sul macinato e la rivoluzione senza popolo eccetera eccetera eccetera). Quando, però, il 2011 arrivò per davvero, le discussioni storiografiche sul significato storico dell’indipendenza, se ci furono, rimasero come strozzate in gola di fronte al pericolo concreto che quell’indipendenza esaurisse ingloriosamente il suo ciclo sotto forma di bancarotta e commissariamento, quel mambo sull’orlo del precipizio che fece da preludio al governo Monti.

Non so cosa Villari abbia pensato di quella svolta politica, ma c’è un punto, nell’introduzione, che col senno di poi, può aiutare a capire perché valga la pena continuare a misurarci con gli uomini che fecero l’Italia. Costoro, scrive, «sono maturati all’interno di un sistema conservatore e di interdizioni religiose e culturali. Con un’angoscia di fondo: che l’Italia rischiasse di perdersi per sempre. (...) Bisognava reagire. Ora o mai più». Come sarebbe accaduto nel 1943 (si noti: nell’un caso come nell’altro, grazie al contributo essenziale di tanti giovani e giovanissimi). Come probabilmente non è accaduto fino in fondo nel 1992-1993, al principio di una parabola forse ancora in corso (questo sosteneva, tra gli altri, Paul Ginsborg in un libretto ancor più militante uscito sempre per il centocinquantenario, Salviamo l’Italia, letto a suo tempo). C’è qui la rivendicazione di una distinzione netta tra amor di patria e acritico nazionalismo, nella misura in cui il disgusto per ciò che si è diventati o si rischia di diventare, se prevalgono amorali e intolleranti, ronde padane, pompieri piromani, caporali di Rosarno, finanzieri youtubers, trasformisti del 2%, furbetti del cartellino, e chi più ne ha più ne metta, anziché annacquarsi nel cinico autocompiacimento del “siamo fatti così, rossi, neri, tutti uguali” per cui ci meriteremmo Alberto Sordi, sia invece un motivo sufficientemente potente per far scattare la molla del riscatto (in fondo gli americani che si sono ritrovati Trump alla Casa Bianca mica bruciano le loro bandiere in cortile, ma cercano di mostrare che esiste anche un’altra America, qualunque cosa se ne pensi).

«La nausea è stata dunque, tra tanti altri, quel prezioso stato interno che ha segnato anche emotivamente la differenziazione ideale da sistemi di governo anacronistici e grotteschi. E, oltre ogni retorica, il patriottismo risorgimentale è stato alimentato, non solo per via letteraria, da emozioni come questa. Una somatizzazione politica, individuale e collettiva, sempre utile, comunque, in eventuali, analoghe repliche della storia». Verrebbe da pensare: in età di nuove “primavere”, di conflitti globali e di risposte spesso miopi, inadeguate, quando non apertamente disumane. Solo che nell’Ottocento non ci si fermò ai vaffa-day (pur non mancando proteste vagamente situazioniste, come lo sciopero del fumo nella Milano di Radetzky). Di questo libro piace appunto l’insistenza sul carattere pensato, persino poetico, del Risorgimento, per cui strategie politiche spesso incaute erano comunque sorrette dalla riflessione di intelligenze preparate e cosmopolite, che diedero il loro contributo «in idee armate più che in armi», parlando magari di agricoltura, letteratura, tecnologia o sviluppo economico sulle tantissime gazzette attecchite nelle aiuole ristrette della limitata libertà di stampa. Si usavano ancora i torchi anziché i tweet, ma era ben chiaro l’intento di fare della circolazione delle idee un barricata contro i dispotismi (nel marzo 1848 il quotidiano “L’Alba” di Firenze pubblicava una lettera aperta del giovane Marx in cui si proponeva appunto una collaborazione con la “Neue Rheinische Zeitung”).

E a tal proposito, piace ancor di più il respiro europeo, la volontà di sprovincializzare l’esperienza risorgimentale, senza rinnegare l’originalità soprattutto del suo precipitato finale, per agganciarla a coeve esperienze internazionali, nel segno di una battaglia comune che si poteva combattere a Roma come in Grecia, a Parigi come in Polonia, in un’Europa disseminata di esuli. Nella consapevolezza che nulla fosse scontato e che la transizione alla modernità – perché è di questo, poi, che si parla – sarebbe potuta avvenire in molti modi, come progressiva estensione delle libertà e dell’inclusione sociale, sì, ma anche sotto forma di paternale e reazionario bonapartismo – o persino di “borbonismo”, i cui esponenti «ritenevano non necessarie alla società le persone istruite, tranne, dicevano, i medici per curare gli ammalati e gli ingegneri per costruire le case» - per cui bisognava conquistarsela. «E veramente la modernità dell’Italia del Risorgimento risiede nelle sue ascendenze culturali più che nel patriottismo armato, nella controversa idea di nazione e nei programmi politici e costituzionali dei suoi sostenitori. É la modernità dell’Illuminismo europeo, del razionalismo filosofico e della scoperta della libertà come strumento di opposizione e come “mezzo” del cambiamento, delle innovazioni, delle rivoluzioni, di conquista di un valore essenziale, la giustizia». Disegno da portare ancora, e forse sempre, a compimento.

Ho parlato di



Lucio Villari
Bella e perduta.
L'Italia del Risorgimento
(ed. Laterza, 2012, 1ª ed. 2009)

XIII-345 pp., 10,50 €