giovedì 3 dicembre 2015

Adriano VII

Pubblicata l'enciclica che sancisce la fine del cristianesimo come suo ultimo possibile significato, Pietro II sale all'interno della cupola di San Pietro, legge nella notte illuminandole con una lampada le parole scritte tutt'intorno alla sua base: "Tu es Petrus et super hanc petram aedificabo ecclesiam meam et tibi dabo claves regni coelorum". E cade all'incrocio dei bracci della croce, nel luogo dei falsi trionfi, là dov'è anche sepolto il pescatore di Galilea.
S. Quinzio, Mysterium iniquitatis


Ovvero: cosa può partorire la mente di un uomo quando si convince che sarebbe davvero la persona giusta al posto giusto, se solo anche gli altri fossero d'accordo...


Premessa: non c'è nessun papa che abbia mai preso il nome di Adriano VII (neanche considerando le liste apocrife degli antipapi). L'ultimo Adriano fu il sesto, e fu anche l'ultimo pontefice non italiano fino a Karol Wojtyla: un prelato olandese di larghe vedute che si ritrovò al vertice della cristianità nel momento in cui l'intera impalcatura era scossa alle fondamenta dall'esplosione della riforma luterana. Governò troppo poco (due anni circa: dal 1521 al 1523) e anche se la sua salute avesse retto di più probabilmente non avrebbe potuto cambiare più di tanto il corso degli eventi che si erano messi in moto. L'Adriano VII di cui parla questo libro, invece, pur governando ancor meno, riesce nell'intento. Eccome se ci riesce.

Ma procediamo con ordine. Il 20 luglio 1904 si spense Leone XIII, e poiché morto un papa se ne fa un altro, il 4 agosto successivo la consueta fumata bianca annunciò al popolo romano l'elezione del suo nuovo vescovo. Fu un conclave rapido, celebre soprattutto per il veto, forse superfluo, fatto giungere dall'Imperatore d'Austria tramite il cardinale di Cracovia, all'eventuale scelta del Cardinale Segretario di Stato Rampolla. I voti si indirizzarono invece sul patriarca di Venezia Giuseppe Sarto, il primo dei tre porporati novecenteschi a giungere in Vaticano dalla sede lagunare. Sarto prese il nome di Pio X e i suoi dieci anni di regno richiamano ancora oggi, nella memoria storica, uno dei momenti più critici del confronto tra Chiesa cattolica e modernità.


In quello stesso 1904, però, morto o moribondo Leone, nella testa di uno scrittore dalla personalità eccentrica, che amava farsi chiamare con uno pseudonimo da b-movies quale "Baron Corvo", si accese una scintilla che, nutrendosi rapidamente di tutte le sue frustrazioni e ambizioni represse, divampò in un romanzone strano, visionario, prolisso, divertentissimo a tratti e a tratti irritante, a un tempo manifesto politico e pubblica confessione, non privo di inquietanti squarci profetici. Il plot è semplicissimo: con uno scarto rispetto alla realtà storica, si immagina un conclave lunghissimo, logorante e segnato da episodi persino farseschi, come l'invalidamento dell'elezione di uno dei maggiori papabili per un errore formale da lui stesso commesso al momento del voto; tale estenuante liturga trova finalmente il suo sbocco nell'elezione, del tutto imprevista e imprevedibile, di un poligrafo perennemente in bolletta, un outsider fatto e finito, che per ragioni non meglio chiarite era stato espulso anni prima dal seminario e da allora non aveva smesso di covare un genuino risentimento nei confronti di chi aveva perpetrato quella che gli era sempre apparsa come una profonda ingiustizia (non fatevi troppe domande su come tutto ciò sia possibile: narrativamente parlando, è uno dei punti deboli del libro). 

Anche per questi suoi trascorsi tormentati, l'uomo in questione si presenta come un «altruista misantropo», come uno che prova ripugnanza per la maggior parte della gente che lo circonda e la osserva con distacco, sin troppo cosciente della propria estraneità ed eccezionalità, rimarcata anche da un modo di parlare volutamente arcaico e spesso intessuto di preziose citazioni originali di poeti greci, cui si accompagnano peraltro abitudini tutte moderne quali il vizio incallito del fumo o l'amore per i bagni caldi. Più volte resta sospesa la domanda, mai del tutto risolta, se sia un istrione un pazzo o un santo. Il dubbio che può sorgere è che si tratti di un'immensa, geniale, parodia (e come tale, forse, potrebbe e dovrebbe effettivamente essere letta). Ma c'è troppa singolarità, troppo scoperto e disperato compiacimento in questo papa per non vedervi in trasparenza, anche solo a partire dallo stile, la fisionomia dell'autore stesso, con le sue idee e i suoi progetti.


Del resto, già il nome secolare di quest'uomo è un autentico programma: George Arthur Rose - come il santo patrono, il re più famoso e lo stemma stesso dell'Inghilterra. Non può essere da meno il nome prescelto all'atto della consacrazione, in continuità non tanto con l'Adriano VI di cui sopra, bensì con l'ultimo (e tuttora unico) papa inglese, che era stato Adriano IV (roba dell'anno mille o giù di lì). Quasi superfluo dire che l'elezione avviene il 24 aprile 1905, memoria di San Giorgio, appunto.


E che combina questo papa sui generis e totalmente extracuriale? Cose davvero rivoluzionarie, con la lucida e finanche crudele consapevolezza che ora, seduto sulla cattedra di Pietro, anziché esser costretto a mendicare un penny a parola, tutti «avrebbero letto, annotato, imparato e intimamente digerito tutte le parole, tutte le i col puntino delle Sue lettere; lettere che non sarebbero più state faticosamente voluminose e coscienziosamente persuasive, ma dittatoriali». Il suo primo atto di pontificato, tuttavia, è a prima vista molto dimesso: l'apertura di una finestra. Sembra una banalità, ma siamo nell'Italia del 1904, quella finestra era murata dal 1870 poiché dal Vaticano si affacciava sulla città di Roma e stava a rappresentare la frattura che si era venuta a creare tra Chiesa e nuovo Stato italiano: di qui torna ad essere proclamato con Adriano l'habemus papam. Il secondo atto è una passeggiata lungo le strade della capitale, senza scorta, per una minimalistica intronizzazione in Laterano. Il terzo è l'inaudita e assai più clamorosa rinuncia a tutti i beni temporali, sancita nella bolla Regnum Meum, promulgata pochissimi giorni dopo l'elezione: «è giunto il tempo di spogliarci. Abbiamo accumulato e accumulato, eppure non abbiamo convertito il mondo. Domandatevi se in verità abbiamo tutto il successo che dovremmo avere; o se, in complesso, il nostro non sia un abietto e lamentevole fallimento. Se è così, proviamo l’altra strada, quella della semplicità, della semplicità apostolica. Per lo meno, proviamo».


A questo punto si salta sulla sedia e si pensa di aver capito perché l'editore abbia rimandato in stampa il libro nell'aprile 2013 con una costoletta che, a scanso di equivoci, ti avvisa che "questo è, ovviamente, il solo libro da leggere oggi". Francesco era in sella da due giorni e già smuoveva le acque dei media. E tuttavia, se si trattasse solo dell'ennesima profezia del papa angelicus (papa anglicus?) venuto a richiamare la Chiesa alla sua originaria povertà e ad annunciare magari gli ultimi tempi, la cosa sarebbe molto meno interessante.


In Adriano VI c'è in realtà ben poco di francescano. Anziché porgere l'altra guancia con perfetta letizia, a un socialista che gli sputa addosso durante una delle sue passeggiate romane rifila anzitutto un cazzotto, salvo poi donargli la sua croce pettorale, gli occhiali d'oro e tutto il denaro che aveva in tasca quando quello scoppia a piangere per il colpo ricevuto. Ciò che motiva l'azione meticolosa di Adriano non è pauperismo o terzomondismo ante-litteram, ma soprattutto un'altissima coscienza della sua autorità papale, che - dopo decenni se non secoli di progressivo arretramento culminati nell'autoreclusione vaticana dopo la breccia di Porta Pia - deve a suo avviso riguadagnare il centro della scena con una strategia di rafforzamento morale che passa anche attraverso una decisa distinzione di ruolo spirituale e ruolo temporale, non come cedimento definitivo al moderno, ma come suo decisivo superamento. Una Chiesa che svolga davvero la sua missione - questa l'idea - avrebbe il potere salvifico di guarire alla radice la crisi che sta conducendo la modernità sull'orlo della catastrofe, anzitutto per colpa del socialismo.


Ora, va detto che i socialisti, in queste pagine, non ne escono molto bene: personaggi macchiettistici e meschini impegnati nella pianificazione di piccoli complotti, anche se va dato loro atto che sono i primi a intuire il pericolo di un papa così dinamico: «che un arcaico potentato del Suo calibro si mostrasse ancora fresco e attuale e vigoroso, li colpì come un grave fastidio» (ed è questa, forse, l'espressione più preveggente di tutto il romanzo, se dobbiamo misurarci con il nostro tempo: quanti simpatizzanti di sinistra, oggi, pensano più o meno la stessa cosa?). Ma sullo sfondo, evocato più che descritto, c'è il pericolo, questo sì serissimo, di un rivolgimento sociale mondiale alimentato dalla rivoluzione in Russia (preconizzata con quindici anni di anticipo, sull'emozione della sconfitta zarista ad opera del Giappone), ma anche in Francia, scivolata senza soluzione di continuità dalla Terza Repubblica a una rinnovata Comune, esportata poi in Belgio ed Olanda, proprio come avvenne dopo l'Ottantanove. A tutto ciò si aggiunga la disgregazione progressiva dell'Impero Asburgico, avvenuta per implosione interna dopo l'immaginaria morte dell'anziano Francesco Giuseppe, fatta accadere in quello stesso 1904.


In questa situazione di emergenza, si può dire sin dal suo primo giorno di pontificato, Adriano inonda compulsivamente di lettere il mondo intero, come un novello san Paolo: scrive a tutti i cristiani, agli inglesi, agli americani, ai tedeschi, quindi agli italiani. E nel mezzo procede a canonizzazioni eccellenti, da Maria Stuart a Giovanna d'Arco, da don Bosco a Dante Alighieri. Ma soprattutto tesse una trama che passa attraverso le cancellerie dei vari paesi europei, trovando in particolare una sponda ideale nel Kaiser Guglielmo II, di cui avalla i piani di espansione (voi tedeschi «avete bisogno di spazio, di libero movimento di mente e di corpo. Il ristagno produce purulenza, rancorosa, soffocante, acida»: lette col senno di poi, alla luce delle varie teorie del lebensraum, sono parole che fanno paura). Un occhio di riguardo è poi rivolto ovviamente all'Inghilterra e alla sua missione imperiale e civilizzatrice: «l'inglese è una razza dominante. La sua lingua è la lingua di tutte le sue colonie. Non abbiamo mai potuto capire perché a un terzetto di piccoli paesi conquistati debba essere permesso di insistere ad usare i loro linguaggi barbari e privi di letteratura». 


Il cruccio principale di Adriano sembra però quello di riannodare i rapporti con l'Italia, alla quale destina i fondi ricavati dalla vendita dei beni della Chiesa, per tramite di un'istituzione che prende il nome di "Azienda di Cristo" e che di fatto permette di cancellare la disoccupazione nel paese, sgonfiando in un tratto tutte le rivendicazioni socialiste (dai giudizi ripetutamente positivi per Vittorio Emanuele III, considerato uno dei quattro uomini più intelligenti del mondo, si può capire però quanto poco Rolfe, con tutte le sue visioni, comprendesse davvero le persone).


Sistemati a poco a poco tutti i tasselli, giunge infine l'esplicitazione del grande disegno, articolato in una lettera scritta direttamente Ai principi, come aveva fatto Lutero. Perché, in fondo, nonostante le "farse costituzionali" e il fastidio che il XX secolo prova anche solo per il nome di autocrazia, «l'Uomo forte domina, invariabilmente. É nell'ordine della natura. E piace a Demos per questo» (e giù un altro brivido lungo la schiena). Il piano di Adriano non è altro che un nuovo nomos della terra, una spartizione fra le potenze che assicuri al mondo un nuovo ordine di cui il Papa si fa garante oltre che promotore. 


Le linee guida di questo ordine le trascriverò qui di seguito, in un brano lungo, ma che merita la lettura integrale e che evoca le atmosfere un po' fiabesche delle saghe fantasy. Quanto ad Adriano, esaurito il suo compito, esce di scena vittima di un attentato, dopo un anno esatto di pontificato e una straziante autogiustificazione dinanzi al Concistoro in cui non si sa più se a parlare sia ancora lui o direttamente Rolfe.

Il libro che viene dopo. A questo punto dovrei decidermi a leggere I sotterranei del Vaticano di André Gide.


Tre pagine (pp. 335-338)


Poiché gli uomini sono quel che sono, e cioé fatti per sbagliare, staranno meglio quando avranno una guida. S'allontaneranno dal giusto cammino, ma non lo perderanno di vista e, ben guidati, si potrà almeno sperare che i loro movimenti tendano verso il Punto Desiderabile. L'individualità è stata così a lungo soppressa che i suoi sforzi vanno amministrati. Perciò il Pontefice mostrava, oltre al modo non convenzionale, un modo convenzionale per avvicinarsi al Punto Desiderabile. Egli sosteneva il principio aristocratico e monarchico nella sua stretta integrità. Un ribelle è peggiore del peggior governo del peggior principe fino a oggi conosciuto. Egli proclamava che l'anarchia della Francia e della Russia erano una manifestazione di diabolica effervescenza, che avrebbe dovuto essere domata e vinta con ogni mezzo giusto, anche con i più forti. La Francia e la Russia, perduto il diritto di essere considerate in grado di governarsi da sé, dovevano da allora in poi sottomettersi ed essere governate. Satana trova sempre il male, e lo fa compiere alle mani oziose. L'occupazione, e ragioni di occupazione: solo questo, poteva mettere gli individui e le nazioni in grado di operare la loro salvazione, umanamente parlando. La maggior parte dei mali umani sono causati dalla mancanza di campo d'azione per le umane energie. Mettersi a sedere sulla valvola di sicurezza, o avvitarla stretta, è invariabilmente fatale; e su questa dottrina Egli richiamava l'attenzione e l'obbedienza del clero. Questi principi richiedevano il riordinamento di varie sfere d'influenza. Il Governatore del Mondo, Pietro, l'Arbitro Supremo, decretò che le sole nazioni nelle quali la facultas regendi sopravviveva con non diminuita energia erano l'Inghilterra, l'America, il Giappone, la Germania e l'Italia. Ma alcune delle antiche monarchie non avevano ancora raggiunto il punto di decadenza che avrebbe reso desiderabile la loro estinzione: ed erano la Norvegia, la Svezia, la Danimarca, i regni, i principati e i ducati tedeschi, la Spagna, il Portogallo, la Grecia, la Rumenia, l'Albania, il Montenegro, la Repubblica Svizzera e quella di San Marino. Questi dovevano rimanere come Stati sovrani, e conservare i loro caratteri nazionali. Anche alcune delle antiche monarchie, che erano state immeritatamente soppresse, avrebbero avuto l'occasione di mostrarsi degne di esistere come parti di una corporazione. Queste erano l'Ungheria, la Boemia e la Polonia russa e tedesca. Fatte rivivere come regni, avrebbero dovuto darsi una costituzione (sul tipo di quella inglese) ed eleggere le loro rispettive dinastie monarchiche. La Svizzera e San Marino rimanevano repubbliche. Il sultano, per incitamento dell'Inghilterra, sua alleata, avrebbe trasferito la capitale a Damasco, per concentrare in Asia le principali forze dell'Islam. La Serbia veniva unita al principato del Montenegro. La Turchia e la Bulgaria sarebbero state unite al regno di Grecia. Fin qui i particolari.

Adriano accusava, come sogni cattivi e inutili, i piani dei recenti politici che avevano adombrato l'idea di una federazione di popoli di lingua inglese e delle razze teutoniche. Egli si soffermava a parlare delle differenze essenziali che dividevano la Germania dall'America, e tutti e due questi paesi dall'Inghilterra. Non era possibile mescolare gli inglesi con i tedeschi; e gli americani erano inadatti ad ogni legame. Ognuna delle tre nazioni era unica; e ognuna sarebbe rimasta sola. Tre potenze tanto enormi dovevano avere ciascuna la propria separata e singola esistenza e la sua sfera d'azione. Bisognava trovare queste tre sfere nelle quali le tre nazioni potessero prosperare indipendentemente. Era lo spazio per lo sviluppo indipendente che bisognava trovare e assegnare.

Egli parlava delle condizioni del continente europeo. Il Belgio aveva 228 abitanti per chilometro quadrato; l'Olanda 160; la Germania 104; l'Austria 87; la Francia 72; la Russia era così sparsamente popolata che soltanto una migrazione di centonove milioni dal resto d'Europa avrebbe portato la sua media a quella del resto d'Europa. Perciò il Papa proclamava l'instaurazione dell'Impero Romano, sotto due imperatori, un imperatore del Nord e un imperatore del Sud; e questi dovevano essere il re di Prussia e il re d'Italia, come rappresentanti delle dinastie degli Hoenzollerne e dei Savoia. Egli comandava che questa instaurazione non venisse considerata come «lo spettro del morto impero romano, il quale sedesse, incoronato, sulla sua stessa tomba, ma il suo legittimo erede e successore, giustificato dalle antiche virtù dei romani, e dall'utilità benefica del loro governo», e dalla vigorosa aspirazione al ben fare che caratterizza i loro attuali rappresentanti. L'imperatore del Nord, Guglielmo, avrebbe nominato le dinastie sovrane del Belgio e dell'Olanda. Avrebbe potuto rimettere monarchi attualmente in esilio sui loro rispettivi troni; o avrebbe potuto deporli e sostituirli con membri della sua famiglia imperiale. Allora avrebbe esteso i confini della Germania a oriente fino agli Urali, comprendendovi la Russia, a occidente fino alla Manica e alla baia di Biscaglia, includendovi la Francia, a mezzogiorno fino al Danubio, includendovi l'Austria. Allo stesso tempo avrebbe unito in una federazione le monarchie costituzionali di Norvegia e di Svezia, la Danimarca, l'Olanda, il Belgio, l'Ungheria, la Boemia, la Polonia, la Rumenia e la Repubblica Svizzera con gli altri Stati sovrani che erano già sotto la sua sovranità; mentre l'imperatore del Sud, Vittorio Emanuele, avrebbe unito in una federazione le monarchie costituzionali del Portogallo e della Spagna, l'ingrandito regno di Grecia, i principati del Montenegro e d'Albania e la Repubblica di San Marino, insieme al regno d'Italia, il quale avrebbe compreso anche l'Italia redenta. La frontiera che avrebbe diviso l'Impero del Nord dall'Impero del Sud era formata dai Pirenei, dalle Alpi, dal Danubio e dal mar Nero.

Le condizioni dell'America furono definite. Gli Stati Uniti dovevano essere accresciuti dall'unione di tutti gli Stati e di tutte le repubbliche delle due Americhe, dall'attuale frontiera settentrionale degli Stati Uniti al capo Horn.

L'Impero Giapponese veniva autorizzato ad annettersi la Siberia.

Tutta l'Asia (ad eccezione della Siberia), l'Africa, il Canada, l'Australia, la Nuova Zelanda e la Polinesia venivano uniti in cinque regni costituzionali, e uniti ai domini del re d'Inghilterra, Irlanda, Galles e Scozia. Poiché il titolo di imperatore era antipatico alla stirpe inglese (per il suo significato originario di «Signore della Guerra»), Sua Maestà il Re d'Inghilterra, Irlanda, Galles, Scozia, Asia, Africa, Canada, Australia, Nuova Zelanda e Polinesia si sarebbe chiamato «il Re dei Nove Regni».

Così l'Arbitro Supremo provvide agli uomini le loro sfere d'azione e diede loro l'occasione di occupare le loro energie. I provvedimenti dell'Epistola ai principi furono estesi sotto forma di trattato che divise il mondo fino alla mezzanotte (meridiano di Greenwich) del trentuno dicembre dell'anno 2000 della Fruttifera Incarnazione del Figlio di Dio, nel Regno dei Nove Regni, nella Repubblica Americana, nell'Impero Giapponese e nell'Impero Romano. Questo trattato fu firmato in piazza San Pietro, a Roma, dal Pontefice, dai sovrani e dai presidenti, il giorno della festività dell'Annunciazione di Nostra Signora la Vergine; e gli eserciti e le flotte dei firmatari si posero subito alla pacificazione della Francia e della Russia, applicando la legge marziale.

Ho parlato di




Frederick Rolfe
Adriano VII
Beat, 2013

(trad. di A. Camerino)

378 p., brossura, € 14,90

Ed. or.: Hadrian VII (1904).

venerdì 13 novembre 2015

Il fiume della vita

Questa montagna era circondata tutt’intorno da un fiume eccezionalmente rapido e vorticoso; nel fiume continuavano a scendere innumerevoli schiere di ombre per lo stretto sentiero. Io rimasi sbalordito ad osservare quei luoghi e un’infinita moltitudine di ombre e restai così ammirato da trascurare d’indagare la conformazione della regione intorno al fiume. (...) In latino questo fiume viene chiamato “vita e tempo” dell’esistenza umana. 
La sua riva è la morte.
L.B. Alberti, Intercoenales, Fatum et Fortuna


Dal momento che le vite cominciano per lo più in un momento qualunque, non c'è un motivo particolare per cui questo blog debba rinascere, sotto le nuove spoglie di autobiografia per interposte letture, proprio ora, proprio con questo oggetto. É insomma del tutto casuale che due ordini distinti di pensieri si siano incontrati nella mia testa, scatenando le forze necessarie a smuovere l'inerzia, il giorno dopo aver voltato l'ultima pagina di questo libro anziché di un altro. C'era uno spunto, c'era uno spazio - e questo basti alle Muse.


Il fiume della vita, dunque. Ovvero: di come talvolta non bastino ingredienti succulenti per fare una buona frittata. In ordine sparso, che cosa abbiamo qui?



  • Un'idea potente e giocata sul filo del paradosso libertino quale la (quasi-)risurrezione in massa dell'umanità, con tutte le curiose implicazioni che ne possono seguire (personaggi di età diverse che interagiscono fra loro misurandosi simultaneamente con le rispettive storie degli effetti; ma anche, a un livello più becero, lotte all'ultimo scalpo tra Neanderthal e Cherokee o alleanze tra gerarchi nazisti e antichi re di Roma: cose così, che a qualcuno come me piacciono).


  • Uno scenario grandioso quale può esserlo un intero, titanico, mondo attraversato da un unico fiume, altrettanto maestoso, che lo percorre da un polo all'altro per decine di migliaia di chilometri, senza che se ne conosca la fonte né la foce, e sulle cui rive trovano appunto ospitalità le genti dei risorti, distribuite secondo criteri approssimativamente geografici e cronologici, come se si trattasse di una fluida linea del tempo.


  • L'adozione come protagonista principale di un personaggio realmente esistito (Richard Francis Burton, questo signore qui), in un certo senso prototipo dell'esploratore vittoriano alla Allan Quatermain, col suo carico di luciferina curiosità e un concentrato motivazionale in cui si fondono insieme superomismo, neocolonialismo e un senso pratico precocemente post-ideologico; personaggio antipatico come pochi (idea coraggiosa per i tempi, se voluta dall'autore, a meno che l'effetto non sia causato da una distorsione prospettica dovuta al passare degli anni), che pensa per lettere maiuscole e conia di volta in volta espressioni altisonanti per ingabbiare in formule le esperienze, con la stessa disinvolta foga con cui per secoli gli europei han dato i loro nomi a questo o quel pezzo di terra appena scoperto. Un uomo che scrive versi di questo tenore, per intenderci: "Fa' ciò che il tuo coraggio t'induce a fare, / e non attenderti applausi se non da te stesso; / vive e muore nel modo più nobile colui che si fa da sé / Le proprie leggi". A lui, ricercatore in vita delle sorgenti del Nilo, il compito di tener accesa post-mortem la fiaccola dell'intraprendenza umana nella ricerca delle sorgenti di questo fiume dei fiumi (nonché il compito di solleticare il palato del fanatico di steampunk).


  • L'alone permanente di mistero su chi abbia allestito un tale esperimento sociobiologico e sul senso ultimo di questa gigantesca operazione, se si tratti cioè davvero dell'ultima spiaggia per purificarsi prima di trascendere a un livello superiore e definitivo di esistenza oppure di una crudele messinscena imbastita a scopi sostanzialmente entomologici da qualche annoiata divinità.


  • L'espediente narrativo in base a cui, ad una seconda morte patita per dolo o per incidente fa immediatamente seguito una rimaterializzazione presso un'altra sponda dello stesso fiume, senza una logica apparente che spieghi perché qua e non là (il "Direttissimo del Suicidio": ecco appunto un esempio di insopportabile naming esercitato dal protagonista quando comincia a sfruttare scientemente questo non proprio agevole strumento di teletrasporto per sfuggire a coloro che gli danno la caccia).


  • Il sottotesto, da vero e proprio conte philosophique, sul possibile comportamento della nostra specie se posta in una condizione estrema, sì, ma di sostanziale abbondanza, dal momento che, in virtù di un altro escamotage narrativo, cibo e risorse risultano distribuite in modo equo e quotidiano, come la manna nel deserto per gli Israeliti in marcia verso la terra promessa (e il giudizio dell'autore è pessimistico: nonostante queste premesse, ci sarebbero nuovi schiavi, nuovi potentati, nuove forme di oppressione).

Non si può negare che, con tutto questo ben di dio, uno, leggendo, non si faccia continui viaggi mentali, quasi ad ogni svolta di pagina. Il problema si pone quando ci si rende conto che questi viaggi costituiscono il disperato tentativo operato dalla propria mente per supplire alla mediocrità di una scrittura che sembra rinunciare a dare pieno svolgimento alla ricca messe di intuizioni che pure l'autore mostra di avere (del resto era un mezzo filosofo, il ragazzo). Avrei preferito più solennità - o se volete più epica - e meno humour. Resta così la sensazione di avere per le mani un grande romanzo seminale, di quelli che probabilmente hanno lavorato a fondo sulla fantasia di molti scrittori e sceneggiatori successivi, ma che, preso in sé, lascia soprattutto un fastidioso senso di delusione per ciò che sarebbe potuto realmente essere e non è stato, come una serata galante mai davvero decollata dopo ottimi auspici iniziali (con buona pace, e me ne rammarico, del professore di liceo che, tanti anni fa, mi suggerì la lettura). Dune, per dirne uno, è letteralmente su un altro pianeta.

Il libro che viene dopo. Scontato dire il sequel, anche se di questo autore mi tenta di più Il diario segreto di Phileas Fogg, che mi vendono come riscrittura del Giro del mondo in 80 giorni sotto forma di guerra segreta fra forze aliene. Ma sarei curioso di leggere anche gli sfidanti nella cinquina del premio Hugo del 1972 che sono stati battuti da questo romanzo, giusto per capire se, a distanza di quarant'anni e più, quel giudizio può essere condiviso. 




Una pagina (76-77)

- Ti conosco! - gridò una donna. Era una ragazza alta, con occhi azzurri, un bel viso, e un corpo pieno di curve. - Ti conosco! Sir Robert Smithson!

L'uomo smise di parlare e guardò la ragazza sbattendo le palpebre. - Ma io non conosco lei!
- Non puoi conoscermi! Ma dovresti! Io sono una delle migliaia di ragazze che dovevano lavorare sedici ore al giorno, per sei giorni e mezzo alla settimana, affinché tu potessi vivere nella tua grande casa sulla collina e indossare dei begli abiti, affinché i tuoi cavalli e i tuoi cani potessero mangiare molto ma molto meglio di come mangiavo io! Io ero una delle ragazze della tua fabbrica! Mio padre lavorò come uno schiavo per te, mia madre lavorò come una schiava per te, e anche i miei fratelli e le mie sorelle lavorarono come schiavi per te, o almeno quelli di loro che non erano troppo malati o che non morirono a causa del cibo troppo scarso o troppo cattivo, o dei giacigli sudici, o delle correnti d'aria che entravano dalle finestre, o dei morsi dei topi. Mio padre perse una mano in una delle tue macchine, e tu lo cacciasti a pedate senza dargli neppure un penny. Mia madre morì di tubercolosi. Anche la mia vita se ne stava andando tra un colpo di tosse e uno sputo, mio bel baronetto, mentre tu t'ingozzavi di cibi prelibati e sedevi in soffici poltrone e ti appisolavi in chiesa nel tuo banco grande e lussuoso e davi in elemosina migliaia di sterline per nutrire i poveri infelici dell'Asia e mandare dei missionari in Africa per convertire i poveri pagani. Io sputavo pezzi di polmone, e dovetti prostituirmi per trovare abbastanza denaro da sfamare i miei fratellini. E mi presi la sifilide, maledetto bastardo d'un devoto, perché tu volevi spremere ogni goccia di sudore e di sangue da me e da quei poveri diavoli come me! E morii in prigione perché tu dicesti alla polizia di trattare le prostitute col massimo rigore. Tu... Tu...
Smithson dapprima era diventato rosso, poi pallido. Poi si alzò tutto impettito, guardò biecamente la donna e disse: - Voi prostitute dovete sempre gettare su qualcuno la colpa della vostra sfrenata concupiscenza e del vostro sporco mestiere. Dio sa che io ho seguito la Sua via.
Voltò le spalle e se ne andò, ma la donna gli corse dietro e gli sferrò un colpo (...). Smithson si allontanò di corsa dalla donna, prima che questa tentasse qualcos'altro, e si perse in fretta in mezzo alla folla. Sfortunatamente, disse Ruach, pochissimi avevano compreso che cosa stava succedendo, perché non capivano l'inglese.
- Sir Robert Smithson - disse Burton. - Se ricordo bene possedeva dei cotonifici e delle acciaierie a Manchester. Era noto per la sua filantropia e per le sue opere pie a favore degli atei. Morì nel 1870 o giù di lì all'età di ottant'anni.
- Probabilmente era convinto che sarebbe stato ricompensato in paradiso - aggiunse Lev Ruach. - Di certo non gli dev'essere mai venuto in mente di aver commesso tutti quegli assassinii.
- Se non avesse sfruttato lui i poveri, l'avrebbe fatto qualcun altro.

Ho parlato di



Philip José Farmer
Il fiume della vita
Fanucci, Roma 2012

(trad. di G. Tamburini)

244 p., brossura, € 9, 90

Ed. or. : To Your Scattered Bodies Go (1971)

Note. La Fanucci ha ristampato anche i volumi successivi del ciclo.