martedì 27 giugno 2017

Il pollice del panda

I libri sono anche un buon indicatore per misurare quanto uno cambia nel corso del tempo. A diciassette-diciott’anni, quando (senza sospettarlo) non ero che un trinariciuto umanista crociano, feci un assaggio di Gould e lo lasciai lì a metà, senza provare il minimo gusto. Ora poco ci manca che lo proclami santo subito.

Faccio pubblica abiura: anch’io sono stato vittima del mito del “fatto”, sono caduto nella trappola di parlare di scienza senza saperne niente, credendo all’immagine (spesso e volentieri divulgata da filosofi, per opposte ragioni) di un meccanismo implacabile e freddo, rigoroso e oggettivo, anonimo e infallibile – la silenziosa Spectre che in fondo ancora turba i sogni degli odierni antivaccinisti. In questa carrellata di gustosissimi saggi, inizialmente raccolti sulla rivista Nature negli anni ‘70, se ne propone invece una versione molto diversa: «la scienza – dice l’autore – non è una macchina obiettiva guidata dalla verità, ma è una quintessenza dell’attività umana, influenzata da passioni, speranze e pregiudizi culturali». Solo che Gould è paleontologo e biologo e non lo dice tanto per sputare nel piatto in cui mangia. Tutt’altro: mostrandoci dei campioni di metodo scientifico, applicato alle circostanze più disparate (leggere per credere), ci fa capire che si tratta poi solo dell’affinamento dei sistemi via via perfettibili con cui abbiamo imparato a rompere gusci e dare la caccia ai roditori.

Un simile approccio ha svariate ramificazioni. Anzitutto, sdogana pienamente la storia della scienza (perché le risposte di un tempo, che possono apparirci assurde, presuppongono delle domande che meritano di essere capite e magari ripensate); inoltre manifesta la piena consapevolezza dei propri limiti che la scienza è perfettamente in grado di sviluppare (si veda tutta la parte del libro dedicata ai pregiudizi razziali annidati in tanta, avanzatissima, ricerca ottocentesca); infine costituisce una premessa fondamentale per qualsiasi ulteriore scoperta, che è in egual misura debitrice all’esperimento come al coraggio, all’altruismo e alla fantasia. «La scienza è spesso ostacolata dalla tirannia di quanto sembrerebbe ragionevole» e «l’ortodossia scientifica può essere altrettanto rigida di quella religiosa. Non conosco altra strada per scuoterla che quella di una forte immaginazione che ispiri opere non convenzionali e contenga un’alta possibilità di grandi errori ispirati» (da cui la simpatia per gli scienziati pazzi e i loro fecondi sbagli). Del resto, è stato dimostrato che Darwin non giunse alla teoria della selezione naturale semplicemente esaminando tartarughe e fringuelli delle Galapagos: la sua intuizione «emerse come risultato di una ricerca conscia e produttiva, andata avanti in maniera ramificata ma ordinata, utilizzando tanto i fatti della storia naturale quanto un numero sorprendente di intuizioni derivate da altre discipline. Darwin tracciò una strada intermedia tra l’induttivismo e la creatività senza regole. Il suo genio non fu né pedestre né inaccessibile». Anzi, continua Gould, «se dovessi ipotizzare su queste basi il comune denominatore del genio, concluderei che esso è caratterizzato da vasti interessi e dalla capacità di costruire analogie fruttuose tra campi diversi». Definizione che peraltro si adatta perfettamente anche allo stile cognitivo di Einstein (e no, niente, noi purtroppo siamo ancora sotto sotto molto cartesiani: una ragione, un metodo, una scienza). 

Ciò detto, Darwin stesso – che pure, dinanzi a un mondo che gli appariva confuso, dimostrò sempre un certo pluralismo metodologico – restò anch’egli invischiato nel pregiudizio gradualista eretto poi a dogma dalla cosiddetta “sintesi neodarwiniana”, secondo cui le specie cambierebbero in modo costante, sia pure impercettibilmente, nel corso del tempo – idea che favorirebbe quello che Pievani ha chiamato “finalismo di ritorno”, ossia la convinzione (cristiana, hegeliana, spenceriana, fate voi) per cui ci si starebbe comunque muovendo verso popolazioni sempre più raffinate e “adattate”. Esercitando proprio l’inventiva darwiniana, almeno parzialmente, contro Darwin, Gould ha investito gran parte della sua carriera scientifica per rovesciare questo impianto, elaborando la sua teoria degli “equilibri punteggiati”: lunghi momenti di stasi che si alternano a rapidi mutamenti evolutivi – rapidi su base geologica, s’intende – in gran parte accidentali. E lo ha fatto a partire dalla constatazione che il mondo non appare affatto il prodotto di un piano premeditato, in quanto è pieno di irregolarità e stranezze che non renderebbero onore a un Creatore pensato nei termini tradizionali. Al contrario, «la storia è unica e complessa. Non può essere riprodotta all’interno di una provetta». La vita è meravigliosamente flessibile: ricicla continuamente strumenti che inizialmente servivano ad altro, come farebbe non un architetto, quanto un estroso bricoleur.

A differenza degli antichi testi di storia naturale, tuttavia, «le cose strane e bizzarre non sono solo peculiarità da descrivere e da accogliere con meraviglia e piacere, esse sono soprattutto mezzi per mettere alla prova le asserzioni generali». E come in certe riuscite antologie di fantascienza, in cui ogni raccontino è zeppo di idee geniali, così ogni saggio di questa raccolta, partendo da situazioni anche bizzarre (una su tutte: il caso di Adactylidyum. Cercatelo su Wikipedia), trasuda intelligenza e divertimento. Sì, anche il divertimento puro di scrivere un pezzo sulla neotenia umana (la tendenza della nostra specie a mantenere le strutture morfologiche giovanili anche da adulti – cosa che ci fa restare sempre un po’ bambini ma anche perennemente aperti all’apprendimento) muovendo da un’analisi di come è cambiata nel corso del tempo la fisionomia di Topolino; o di spiegare che nell’Annunciazione di Leonardo le ali di Gabriele lo renderebbero davvero una macchina volante, se solo fosse più leggero.

Gould ammette di scrivere tutto questo per quella «degna astrazione» che è «il profano intelligente». La nostra cultura, che oscilla tra iperspecialismo e ciarlataneria, ha bisogno come il pane di questo livello di discorso. Lasciamoci contaminare da simili profanazioni.

Ho parlato di




Stephen Jay Gould
Il pollice del panda
(ed. Il Saggiatore, 2012)

Trad. di S. Cabib

314 pp., 13 €

(ed. or., The Panda's Thumb, 1980)

venerdì 16 giugno 2017

Storia della guerra civile spagnola

Conservo molti splendidi ricordi del mio primo – bellissimo – viaggio in Spagna (Cantabria, Paesi Baschi, Navarra e uno scampolo d’Aragona). Del modo rocambolesco con cui abbiamo raggiunto il primo ostello e del rischio seriamente corso di trascorrere all’addiaccio la nostra prima notte dirò magari un’altra volta. Qui voglio invece rievocare la visione, incuriosita e sconcertata a un tempo, delle due bombe appese come reliquie ad una parete del Santuario della Madonna del Pilar di Saragozza, su cui esse caddero, senza esplodere, durante uno dei primi bombardamenti della guerra civile, quando Saragozza, dall’oggi al domani, si era risvegliata franchista. Di simili trofei innalzati a un “Dio con noi” perversamente omonimo dell’Emmanuele isaiano sono piene le chiese – e non le chiese soltanto. Ma dei massacri compiuti da Carlo Magno a danno dei Sassoni, per dire, a noi in fondo oggi poco importa, come ci importa poco dei Daci con le teste mozzate raffigurati sulla Colonna Traiana. Che quegli ordigni siano invece tuttora lì esposti, ad indicare che in quel conflitto dell'altro ieri la Vergine aveva proprio scelto di stare da quella parte, a braccetto di un regime autoritario sopravvissuto alle altre dittature fasciste – con l’aiuto delle quali era stato messo in piedi – solo perché si era potuto sfilare dalla Seconda Guerra Mondiale, sia pure a prezzo di un’ecatombe nazionale, ecco, questo è un boccone già più amaro da digerire. Eppure, almeno in Spagna, la guerra l’hanno per davvero vinta “loro”. Scriveva Camus, nel ‘46: «in questo mondo, che si dice liberato, esiste un paese dal quale distogliamo ostinatamente lo sguardo» - un paese in cui, in ragione del comune anticomunismo, si era finito per accettare di buon grado il governo di un tale che, in circostanze diverse, avrebbe conosciuto il gabbio nella sua Norimberga. A un’intera generazione, scrive sempre Camus, la Spagna ha dimostrato che si poteva avere una buona ragione per combattere e ciò nonostante perdere lo stesso, che la forza poteva schiacciare l’ideale; ai sopravvissuti, aggiungo io, insegna che non sempre arrivano i nostri a riportare la libertà, anzi, che i tiranni di ieri possono diventare gli alleati di oggi dopo che si è proceduto ad un nuovo nomos della terra (e un brivido scorre lungo la schiena immaginando una possibile soluzione analoga anche per l’Italia, se Mussolini non avesse avuto la fregola di buttare i suoi morti sul tavolo della pace e spezzare le reni alla Grecia).

Il mito della guerra di Spagna è tutto racchiuso nel concitato appello che il deputato repubblicano Fernando Valera lanciò da Radio Madrid nei primi giorni di assedio da parte dei franchisti: «qui a Madrid passa la frontiera mondiale tra la Libertà e la Schiavitù. Qui a Madrid due civiltà, fra loro incompatibili, si affrontano in una grande battaglia: l’amore contro l’odio, la pace contro la guerra, la fratellanza di Cristo contro la tirannide della Chiesa... Questa è Madrid. Essa combatte per la Spagna, per l’Umanità, per la Giustizia, e col manto del suo sangue protegge tutti gli esseri umani!». Certo, bisogna fare la tara della retorica: i proclami dei Falangisti sono spesso drammaticamente speculari. Però queste parole ci ricordano di un tempo in cui i “foreign fighters” non avevano l’aspetto truce di Jihadi John, ma quello di Carlo Rosselli (ucciso giusto ottant'anni fa dai nonni di quelli che oggi stanno facendo cagnara in Senato sullo ius soli) e degli altri che come lui hanno sentito l’esigenza di portare laggiù una battaglia per la libertà che nelle rispettive patrie in quel momento non era praticabile. E anche le voci parzialmente dissonanti – quelle degli Orwell, delle Simone Weil – sono voci di chi al fronte c’è comunque andato, l’ha conosciuto, ci si è sporcato le mani, non gli strali di chi spara sulle ong dal salotto di casa per tirare su di mezzo punto i propri sondaggi – e proprio per questo sono anch’esse testimonianze preziose, rivelatrici di un autentico tormento, di una questione perennemente aperta. Non credo sia un caso se alcune delle cose più belle che abbia mai letto sono legate alla guerra di Spagna (ne cito solo due: Soldati di Salamina di Javier Cercas e L’antimonio di Sciascia). Per questo, alla fine, mi sono deciso e ho cominciato a documentarmi sul serio. Ed eccoci, appunto, al libro: in questo poderoso volume pubblicato nel 1961 da un allora giovanissimo storico inglese, forse la prima ricostruzione organica dei fatti di Spagna (che ora credo si trovi solo più nelle biblioteche), si rivivono tutte le contraddizioni di una vicenda seguita quasi cronachisticamente, giorno per giorno, nel tentativo di portare alla luce “l’antropologia politica” che emerge da quegli eventi. É un libro pieno di storie, di aneddoti, di parole che spesso sono raccolte quasi in presa diretta e anche per questo non privo di lungaggini. Esistono delle ricostruzioni più recenti che saranno sicuramente più aggiornate, più compatte e anche più equilibrate e distaccate di questa. Ma proprio questo è il punto. É tutt’altra cosa scrivere un libro sulla guerra di Spagna ora oppure scriverlo quando Franco era ancora al potere. Dopo oltre 600 fittissime pagine, «la Spagna soffre ancora». E niente, è questa la morale.



Ho parlato di




Hugh Thomas
Storia della guerra civile spagnola
(ed. Einaudi, 1963)

Trad. di P. Bernardini Mazzolla

691 pp.

(ed. or., The Spanish Civil War, 1961)