sabato 25 marzo 2017

Il mondo nuovo - Ritorno al mondo nuovo

Finito nella mia libreria quando si facevano ancora pensieri apocalittici in lire anziché in euro, c’era poi rimasto intonso perché gli ho sempre anteposto altre distopie, finché un suggerimento indiretto di una studentessa che ci sta lavorando sopra per la maturità non me l’ha fatto rispolverare, a riprova del fatto che un insegnante può sempre imparare dai suoi allievi. Il racconto è una satira fantascientifica che individua nella biopolitica lo spirito del tempo e si chiede se quell’utopia da sempre agognata, e finalmente a portata di mano, sia poi davvero auspicabile come si è sempre pensato. Il Mondo Nuovo si presenta infatti sotto la specie disturbante di società totalmente organizzata e gerarchizzata, in virtù di un condizionamento prenatale ben più rigido dell’antica predestinazione doppia, che plasma feti ottenuti artificialmente affinché vivano una vita di cui essere pienamente soddisfatti come particelle di un gigantesco alveare sociale tecnicamente riproducibile in saecula saeculorum. Felicità, ordine e salute in un colpo solo – e senza neanche troppe controindicazioni. L’intuizione forse più acuta è infatti quella secondo cui, per funzionare, una siffatta società non avrebbe bisogno di esercitare quelle forme di sistematica repressione che alla lunga potrebbero rovesciarsi in rivolta: le basterebbe, al contrario, concedere ai suoi componenti di appagare le proprie vogliuzze, e otterrebbe placido consenso. Solo restando per sempre bambini si potrà insomma accedere al regno dei cieli in terra. É sempre il mostruoso Leviatano, ma arredato come la casa di Barbie.

Non meno interessante il saggio che qui accompagna il romanzo, scritto a trent’anni di distanza e tradotto da Bianciardi. Huxley gioca ora a carte scoperte e pone – mi pare – un problema centrale: come conciliare la moderna aspirazione alla democrazia con quella che lui chiama «la sostanza bruta della suggestionabilità umana», ovvero il nostro essere soggetti razionalmente impuri? E come evitare che, per questo motivo, dal profondo delle nostre stesse democrazie affiorino forme di oppressione ancor più subdole perché in fondo inavvertite come tali? Che poi è il problema su cui ci si arrovella almeno dai tempi di Tocqueville e per il quale non è detto che vi sia una soluzione – perché non si può giocare ad armi pari con un sistema che ti consente la critica, ma solo se essa ha un mercato nel quale ha senso investire con pubblicità che disinnescano quel che uno dice nel momento stesso in cui gli permettono di parlare (non sono d’accordo con te ma farò di tutto perché tu possa esprimerlo, purché mi renda...). E perché non possiamo, né desideriamo, essere sempre pienamente coscienti, come l’uomo cartesiano, ma siamo della stessa sostanza di cui son fatti i sogni e non potremmo comunque leggere tutta la letteratura prima di deliberare su una singola questione: la complessità esige la fiducia, ma quando si concede fiducia si aprono fatalmente le fauci della manipolazione. Ad essere ottimisti, dice lui, si può opporre solo una forma di ostinata resistenza. Che passa per lo smascheramento dei sofismi e l’analisi del linguaggio, per un esercizio di attenzione che ci impedisca almeno di esser dormienti quando siamo desti. Sembra quasi che alla fine della fiera la filosofia possa pure servire a qualcosa (così come la comunità delle città di provincia e persino la stampa locale, la cui sparizione, per Huxley, è assai più sintomatica di quanto non lo fosse per Pasolini quella delle lucciole). «La filosofia ci insegna a non essere mai sicuri delle cose che paiono di per sé evidenti. La propaganda, all’opposto, ci insegna ad accettare come assiomatiche certe cose su cui ragione vorrebbe che si sospendesse il giudizio, e intervenisse il dubbio» o, ancor più banalmente, ci induce a dar valore e a perdere tempo dietro a quanto ci propina coi suoi magheggi prosperiani: «né il vero né il falso, ma semmai l’irreale, ciò che, più o meno, non significa nulla».

Ho parlato di


Aldous Huxley
Il mondo nuovo.
Ritorno al mondo nuovo
(ed. Mondadori, 1991)

trad. di L. Gigli e L. Bianciardi

354 pp., brossura, 13.000 lire  (oggi 10,50 €)

(ed. or. Brave New World, 1932; Brave New World Revisited, 1958)

venerdì 3 marzo 2017

I sommersi e i salvati

Ci sono libri talmente saccheggiati dai citazionisti (me compreso) che quando li leggi poi per davvero ti sembra in realtà di averli già letti, a puntate, qua e là, nel corso degli anni. Sono libri dispersi, che contengono idee potenti capaci di diventare senso comune – come la riflessione che qui Levi conduce sulla “zona grigia”, entrata ormai a pieno titolo nei più recenti manuali scolastici di filosofia, più o meno tra Jonas e la Arendt. Però, appunto, quando poi li leggi per davvero, capisci anche che questo andava fatto, perché, al di là dei contenuti bignamizzabili, è lo stile della riflessione ciò che davvero conta, l’incedere, in questo caso, mite e tuttavia inesorabile, lucido per quanto sofferto, di un ragionamento che coraggiosamente abbandona il piano affettivo e “semplice” della memoria (di cui si dichiara, anzi, la fallacia, oltre che il rischio di solleticare solo il patetismo) per elevarsi a quello, ben più complesso, di un’indagine instancabile sulle cause, i contesti, le motivazioni, con particolare riguardo per ciò che, sotto mentite spoglie, potrebbe riprodursi, come una tara genetica, a qualche generazione di distanza. «É accaduto, quindi può accadere di nuovo»: questo il postulato di partenza. Sotto lo sguardo da chimico di Levi, il lager diventa così un «laboratorio crudele» in cui osservare, nella loro nuda violenza, fenomeni che, su scala diversa, si possono ripresentare nelle società contemporanee. Nel far questo si evita il pericolo di ideologizzare, per così dire, la Shoah, come se le circostanze da monitorare fossero solo ed esattamente le stesse che hanno portato a quello sterminio; la storia può ripetersi, d’accordo, ma mai uguale a se stessa: sarebbe troppo facile. Se dunque possiamo sentirci immunizzati – ma per quanto poi ancora? – rispetto a una recrudescenza di quanto si è verificato in Germania negli anni ’30, forse non lo siamo altrettanto rispetto ad altre forme di sofferenza inferta e subita di cui la nostra società deborda e che tendiamo invece a minimizzare. Ed esattamente come quelli che non si accorsero di quello che stava succedendo, o non lo vollero vedere, rischiamo anche noi di non accorgerci di quello che ci sta succedendo intorno (e le stesse domande che poniamo ai tedeschi di allora potranno essere poste anche a noi, prima o poi). Perché, come nota Todorov nella prefazione, «se prima di indignarsi bisogna aspettare che le sofferenze umane raggiungano l’apice di Auschwitz, allora si potrà per molto tempo, e con la coscienza tranquilla, fare orecchie da mercante ai lamenti di uomini e popoli». Non basta, insomma, la memoria: «bisogna che il richiamo del male sia sempre accompagnato da un’interpretazione e da istruzioni per l’uso», ed è questo che Levi ci insegna a fare. A ben pensarci, questa è l’estrema coda avvelenata del nazismo: aver innalzato a tal punto l’asticella dell’orrore da renderci insensibili ai campanelli di allarme che ne preparano l’avvento. Ma Auschwitz, non per nulla, fu la soluzione finale (per quanto coerentemente deducibile, ma sempre a posteriori, sin dai proclami iniziali di Hitler). Prima di arrivarci si attraversano molti stadi intermedi che passano spesso per la degradazione, fisica e morale, del diverso di turno, fatto oggetto di dileggio, di scherzi da postare su facebook, di aggressione verbale per sottolinearne quanto più possibile l’estraneità, di indifferenza e sberleffo rispetto al suo destino, come se non fosse uno dei nostri, con una continua perversione del linguaggio e persino della logica elementare, «per pigrizia mentale, per calcolo miope, per stupidità, per orgoglio nazionale», fino alla dissociazione palese, eppure diffusa, ben esemplificata dal frescone che strizza l’occhio e fa pollice recto con la maglietta di Trump davanti ai poster che inneggiano ai nativi americani. Gli Eichmann sono nati così, ed è questo – prima di tutto – che non dobbiamo dimenticare.

Ho parlato di


Primo Levi
I sommersi e i salvati
(ed. Einaudi, 2007)

XI-197 pp., brossura, 11 €

(ed. or. 1986)