mercoledì 28 settembre 2016

Gli invasori

Se nella mia estate c’è una spiagga (anche fluviale), su quella spiaggia con me c’è sempre un’Urania. Questo risale agli anni ’30, ma è scritto al di qua dell’Atlantico e guarda a Wells, direi, più che ai coevi pulp. In un futuro postapocalittico e postglaciale, in cui sacche regredite di umanità vivono ancora a distanze quasi incolmabili, in quella che un tempo era stata la Russia il socialismo realizzato si è trasformato in religione, i suoi ispiratori sono venerati come santi e quel che resta delle antiche officine è diventata l’ossatura di lugubri cattedrali. Oratores e bellatores si chiamano ora Padri e Spade, ma sempre quelli sono, mentre i laboratores sono persino peggio, un popolo bovino in cui è quasi sopita la scintilla dell’intelligenza. Su questa base satirica, il colpo d’ala fantascientifico. Dai confini comincia ad arrivare una fiumana di migranti, a cui si tagliano i ponti e si chiudono le porte perché hanno le facce gialle e parlano lingue strane (no, non è questa la parte fantascientifica). Il problema è ciò da cui fuggono: grossi sauri coperti di scaglie, che hanno ben poco degli astuti velociraptor di Spielberg e appaiono persino giocosi nei loro movimenti. Ma che, con la divina indifferenza della vitalità naturale, avanzano e reclamano spazio. Costringendo gli ultimi smarriti esemplari di quella specie vorace e invadente che è stata homo sapiens a porsi per la prima volta la domanda cruciale: «perchè non dovrebbe giungere qualche altra creatura a prendere il posto degli uomini in questo mondo che abbiamo ereditato e che non sappiamo dominare? Una creatura che non vive come noi, diversa; il nostro successore e distruttore?». Il resto è cappa e spada.



Ho parlato di


Alun Llewellyn
Gli Invasori
(ed. Mondadori, Urania Collezione 160, 2017)


brossura, 6,90 €

(ed. or. The Strange Invaders, 1934)

martedì 27 settembre 2016

Tutto e niente

«L’Italia è un paese che ha fame di storia ma che detesta cucinarla». Per questo incipit luminoso ci si addentra in un testo a tratti eccessivamente denso e persino involuto, ma che al fin della licenza non perdona e tocca. E dice, per esempio, che la storia produce una verità “mite”, precaria e fallibile, ma comunque capace di sottrarsi al chiacchericcio delle opinioni. E che dunque la presunta identità dei cristiani d’Italia (“la” Chiesa dei giornali) è solo un costrutto funzionale a schemi politici, mentre la realtà ci restituisce una molteplicità di esperienze spesso anche dissonanti fra loro, perché tutto è tollerabile purché si riconosca l’autorità di chi quella tolleranza concede. Che il paese cattolico per eccellenza conosce un livello di analfabetismo religioso impensabile in altri paesi europei. Che la decerebrazione del cattolicesimo italiano imposta dal perdurante appello a difendere la cittadella assediata ha soffocato il prodursi di un’intellettualità di alto profilo, ma potenzialmente critica, e così mentre altrove c’erano i Congar e Maritain noi eravamo fermi ai Guareschi – e ora ci teniamo, aggiungo io, i Brosio e i Socci, che vengono chiamati a interloquire con gli Odifreddi di modo che tutto vada sempre allegramente in vacca. Che anche questa è una conseguenza della vittoria di Giussani su Lazzati, quando lo slogan della “presenza” divenne un mero pretesto per entrare nei consigli di amministrazione e nei giri degli appalti in quota devozionale. E che in fondo, nonostante Lumen Gentium, siamo rimasti ancora papolatrici e rischiamo di restarlo anche con Francesco, demandando a lui ogni iniziativa per sventolarla come foglia di fico sopra il nostro torpore.


Ho parlato di



Alberto Melloni
Tutto e niente. I cristiani d'Italia alla prova della storia
(ed. Laterza, 2013)


XII-128 pp., brossura, 16 €

lunedì 26 settembre 2016

La ferocia

Tentativo pretenzioso di trapiantare I Fratelli Karamazov in Puglia, attraverso il filtro di uno stile in cui si avverte un po' troppo la preoccupazione dell'autore di mostrare che sa scrivere bene (e che lui sì che ce l'ha fatta a lasciarsi alle spalle il natio borgo selvaggio, a differenza di alcuni frustrati giornalisti di provincia descritti nel libro). A mio avviso non del tutto risolto tra l'alta aspirazione simbolica e il romanzo criminale. Ha anche dei buoni momenti, per lo più quando si parla di insetti e di altre bestie, le cui interazioni spesso cruente fanno da controcanto alle vicende non meno violente, per quanto sublimate, degli umani (viene in mente la storiella dei due scorpioni nella bottiglia citata a proposito di Calvi e Sindona). Ma a quel punto uno si rilegge direttamente La favola delle api di Mandeville e si fa molto prima.


Ho parlato di


Nicola Lagioia
La ferocia
(ed. Einaudi, 2014)


411 pp., rilegato, 19,50 €

venerdì 23 settembre 2016

Superfici ed essenze

Il vero librone dell'estate, circa 600 pagine in un ciclopico formato 19x23. Testo già originale e persino artistico nella fattura (la versione italiana è in pratica una traduzione-adattamento-fusione, supervisionata dai due autori, di due diversi volumi, frutto di comuni ricerche, editi l'uno per il mercato inglese, l'altro per quello francese), che ruota intorno alla tesi secondo cui cuore pulsante e motore di tutto il pensiero umano sia l'analogia - e che dunque tutti quei processi che solitamente intendiamo come forme di "categorizzazione" (il ridurre un caso concreto a un ipotetico modello) non siano altro, in ultima analisi, che similitudini (e proprio l'elasticità e la vaghezza di tali processi costituirebbe il vero ostacolo alla costruzione di intelligenze artificiali). Tempo fa conclusi vezzosamente un articolo con una metafora sulle metafore, presentandole come "grimaldelli concettuali" in grado di forzare interi campi disciplinari e aprire nuovi ambiti di ricerca. Era una delle intuizioni che mi portavo dietro dalla mia breve attività di storico delle idee, a cui non ero però in grado di dare realmente sostanza. Questo libro un po' lo fa, e anche per questo gliene sono grato. Ps: la parte sulla genialità analogica di Einstein è meravigliosa e offre un ottimo esempio di come la scienza dei grandi scienziati abbia poco a che vedere con la scienza di cui spesso (stra)parlano i filosofi.

Ho parlato di

Douglas Hofstadter, Emmanuel Sander
Superfici ed essenze
(ed. Codice, 2015)

(trad. di F. Bianchini e M. Codogno)

XIX-623 pp., brossura, 40 €