lunedì 24 ottobre 2016

Generare è narrare

In un suo precedente libriccino, Il canto del viaggio, Sonnet ci spiegava con grazia ed acume come la Bibbia sia sostanzialmente un libro di partenze e di ripartenze. Qui invece (ma neanche poi tanto) ripercorre la medesima trama attraverso la simbolica della generazione, lasciando emergere la modalità con cui le voci dei padri e delle madri di Israele, sollecitati dalla domanda dei figli, si intrecciano nell’elaborazione di un racconto il cui eroe è un Dio estremamente ingegnoso nel riallargare sempre le strettoie (apparentemente) cieche in cui va a cacciarsi di continuo il suo popolo – e che proprio per questo merita non meno di Odisseo l’appellativo di polytropos. Non deve scandalizzare che si parli di Dio come di un personaggio letterario. Il punto saliente mi sembra appunto questo: che un simile volto dinamico di Dio non può essere pietrificato in una definizione, ma colto solo nello sviluppo di un racconto, e dunque secondo le regole del racconto. L’unica teologia realmente rispettosa del suo protagonista sarebbe cioè una teologia narrativa, inesauribile in quanto capace di generare e insieme di preservare il segreto sul suo conto, tollerante verso sovraletture e sottoletture ma incompatibile con letture contrarie al senso complessivo che, nel racconto stesso, si dipana. Una teologia che si manifesta come storia, però, non è che il riflesso di quella teologia che si produce nella storia, intesa a sua volta come cammino di libertà aperto a ogni contingenza, e dunque anche a regressioni e smarrimenti, esattamente come avviene nelle relazioni transgenerazionali. In questo senso Dio è padre (e madre). Non già in quanto icona di un’autorità arbitraria o della Legge, ma in quanto affida ai figli una promessa di nascita e di vita che accoglie la possibilità insidiosa ma feconda dell’allontanamento (dalla recisione del cordone ombelicale in poi, solo il trauma di una separazione può generare una vita davvero nuova: siamo all’opposto di Cronos che divora i suoi figli) e finanche quella del rifiuto, ma non abbandona mai la speranza di un ritorno e di un reciproco riconoscimento, “faccia a faccia”. Non siamo lontani dal Dio-misericordia di cui si parla tanto oggi, dove la misericordia non è solo una prescrizione morale, ma prima ancora un metodo di lavoro. Quello impiegato da un Dio che imbastisce un programma complesso senza avervi nascosto dentro le patch per garantirne il successo, che non possiede perciò le chiavi della creazione ma solo quelle dell’elezione, e che da sempre ci chiede di imitarlo, rinnegando la tentazione di una religiosità dottrinaria con cui incasellare il reale in schemi tanto facili da manovrare quanto sordi alle buone nuove che sempre irrompono nella storia e ne spezzano la mortifera ricorsività. Per questo (e chiudo il cerchio), da Abramo in poi non si può smettere di ripartire.

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Jean-Pierre Sonnet
Generare è narrare
(ed. Vita e Pensiero, 2015)

165 pp., brossura, 15 €

mercoledì 12 ottobre 2016

Spezie

Questo, lettore, è un libro furbetto, scritto in odore di Expo più che di noce moscata da un autore che magari è anche un genio nel suo campo, se solo si capisse quale fosse il suo campo – che comunque non è la storia. Probabilmente si diletta di cucina, a giudicare dal compiacimento con cui infarcisce il testo di ricette e ancor più dalla soddisfazione che esibisce quando dimostra, sfogliando Apicio, che i romani, anziché seguire la dieta mediterranea, mangiavano in realtà in modo molto simile ai cinesi di oggi (l’equivalente della salsa di soia sarebbe quello che le fonti chiamano liquamen: in pratica, il gusto dominante sulla tavola di Trimalcione sarebbe stato l’agrodolce). Per dare ciccia a questi spunti(ni), si costruisce però tutto un ampio discorso intorno all’idea secondo cui a far girare l’economia non sarebbe tanto il sistema dei bisogni naturali dell’uomo, quanto quello della rappresentazione, e che dunque le principali tappe della storia umana sarebbero determinate da svolte nella storia della circolazione delle merci di lusso. Tali sono, appunto, le spezie, che gli europei si sono andati a cercare fino in capo al mondo, “scoprendolo” così incidentalmente per intero, proprio perché non servivano assolutamente nulla, se non a significare lo status dei potenti (a differenza, che so, del petrolio per la società industriale). Cosicché, quando, con poca sagacia, si sono immesse sul mercato tonnellate di pepe, rendendolo accessibile ai più, il suo valore simbolico, prima ancora che economico, è crollato ed è subentrata la ricerca di nuove prelibatezze (ovvero cacao, té e caffé, che si sarebbero però rapidamente imborghesite, diventando alfine rivoluzionarie). Conseguenza di ciò sarebbe stato un riassestamento della teoria culinaria, con l’avvio – a metà Seicento – di quel processo di “segregazione dei sapori” che avrebbe portato ai moderni menu occidentali, in cui il salato sta col salato e il dolce con il dolce. Per dire tutto questo si buttano lì molte informazioni, tutte di seconda mano, che possono incuriosire chi non si è mai occupato di viaggi ed esplorazioni. Se non altro ci ricordano che il té in India ce l’hanno portato gli inglesi e non viceversa, che l’esotico spesso è apparente e che la gourmanderie ha tendenzialmente la coscienza sporca.

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Francesco Antinucci
Spezie. Una storia di scoperte, avidità e lusso
(ed. Laterza, 2014)

IX-160 pp., brossura, 16 €

mercoledì 5 ottobre 2016

La testa perduta di Damasceno Monteiro

Per quanto letto ad agosto, mi pare giusto recuperarlo proprio oggi. La storia è ambientata a Oporto negli anni ’90 (anche se a tratti sembrano gli anni ’50), ma potrebbe benissimo essere ambientata a Roma o al Cairo, visto che racconta di un giovane entrato vivo in una caserma di polizia e uscitone morto. Peggio, decollato. C’è un cadavere, c’è un’indagine, c’è un processo (c’è anche l’idea che la stampa possa sensibilizzare e non solo solleticare l’opinione pubblica, da cui si capisce che il libro è apparso prima dei noti plastici). Come nei gialli di Nero Wolfe, anche qui abbiamo un braccio operativo, il giovane giornalista Firmino, e una mente pensante, che non ha il volto di Tino Buazzelli, bensì quello di Charles Laughton, tant’é che in città viene affettuosamente chiamato Loton, benché all’anagrafe risponda al nome di Fernando de Mello Sequeira. E come Nero Wolfe, Loton è un uomo corpulento, anzi obeso. Non è però solo per la sua mole che finisce per occupare prepotentemente la scena da quando compare per la prima volta, verso metà libro, nel suo ufficio strabordante di libri. Si capisce subito che la sa lunga: non lo ossessionano, per dire, le orchidee, ma la Norma fondamentale (è stato allievo di Kelsen), il principio metafisico che sorregge tutti i codici umani, il punto archimedeo che trasforma la violenza in diritto e deresponsabilizza tutti i carnefici in nome di un’istanza superiore, “giusta”. É grazie alle sue apparenti divagazioni sul tema che questo libro leggibile come un noir (condito di fado, trippe e altre malinconerie tipicamente portoghesi) assume poco per volta il tono dell’apologo etico, attraverso una fittissima rete di rimandi che ci portano nella colonia penale con Kafka e ai confini dello spirito con Jean Améry. Loton, che è di famiglia aristocratica, ha imparato il tedesco come lingua madre e ha studiato in America e in Svizzera ai tempi di Salazar, avrebbe la competenza per scriverci sopra interi volumi. Ma ha deciso di fare l’avvocato delle cause perse, quello che difende gli scartati, i fragili, i marginali, perché in loro vede anzitutto delle persone e, pur se con maggior understatement, ne condivide lo smarrimento dinanzi alla sfacciataggine del potere. «Non saprei dirle se sia più utile scrivere un trattato sull’agricoltura o rompere una zolla con la zappa, ma io scelsi di rompere le zolle con la zappa, come un contadino». E in questo impegno non cerca tanto il senso complessivo delle cose, quanto la speranza, un giorno, di ricevere come una lettera dal passato che gli mostri «con chiarezza meridiana una storia mai capita prima, una storia unica e fondamentale», quel frammento di luce che giustifica la sua resistenza. P.s. L’aguzzino di turno è un essere spregevole che si è fatto le ossa in Angola e avrebbe voluto continuare a farsele anziché essere costretto ad abbandonarla con la coda fra le gambe. Non si inventa cose come l’epilessia, ma nega che il defunto possa avere subito torture con mozziconi di sigarette, perché nel suo ufficio – nossignore – non si fuma, in quanto fumare fa male alla salute. Siamo lì.

Ho parlato di


Antonio Tabucchi
La testa perduta di Damasceno Monteiro
(ed. Feltrinelli, 2012)

239 pp., brossura, 9 €

(ed. or. 1997)

lunedì 3 ottobre 2016

Mi rivolto dunque siamo

Invece Camus è uno che sarei disposto a seguire ovunque vada, per inguaribile affetto, perché è di Mondovì pure lui e perché ho la sensazione che riesca ad essere comunque dalla parte giusta, anche quando magari sbaglia. Perché riconosce che non è sicuro di capire tutto e fa professione di ignoranza non per screditare qualunquisticamente la riflessione, ma proprio per pungolare quegli ignoranti che hanno sempre la risposta pronta. Perché non si vergogna di dire che alla radice della motivazione, anche politica, non possono esserci grafici e ragionamenti, bensì la forza dell’amore e dell’indignazione – ma non l’indignazione pelosa di chi si arrabbia solo quando toccano i “suoi” e distingue fra schiavi e schiavi, dal momento che la libertà o è per tutti o non è per nessuno. Perché intuisce, già nel ’46, che il carattere globale della tragedia richiede risposte esclusivamente globali. Perché avverte l’esigenza etica fortissima di dare voce al dolore e di dare un nome a chi muore per la libertà. Perché riconosce che, nella lotta, non possiamo fare a meno di valori positivi: il sì e il no, il nichilismo e l’amore per la vita o vanno a braccetto o diventano trappole mortifere. Perché in questo modo riesce a essere a un tempo solitario e solidale. Perché sa che non esiste niente di puro, ma non per questo decide che tutto è impuro. Perché parla di utopie modeste, imperniate più su uno stile di vita che su un’ideologia (in cui l’esempio si oppone alla forza, la predicazione al dominio, il dialogo all’insulto, l’onore alla furberia), e constata però che questo è anche l’unico approccio davvero realistico, poiché l’alternativa semplicemente non c’è, in quanto la rovina mondiale (prospettata a suo tempo da un possibile conflitto totale fra le superpotenze) non è una soluzione. «Salvare ciò che è ancora salvabile, per rendere il futuro quanto meno possibile», ecco lo slogan. In questo modo dà una chance anche a chi ha le idee confuse, come me. Tranquilli, dice, si può agire senza ricette: «non sarà male se alcuni si daranno il compito, nel corso della storia apocalittica che ci attende, di preservare la modesta riflessione che, senza pretendere di risolvere tutto, sarà sempre disponibile, in qualunque momento, a dare un senso alla vita di tutti i giorni». Esempi di tale atteggiamento, che lui chiamava rivolta per distinguerlo da rivoluzione, sono abbondantemente disseminati nei saggi che compongono questa fulminante raccolta.

Ho parlato di


Albert Camus
Mi rivolto dunque siamo
(ed. Eleuthera, 2015)

(trad. di G. Lagomarsino)

144 pp., brossura, 13 €

sabato 1 ottobre 2016

Anarchia e cristianesimo

L’autore di questo libro è uno di quei tipici pensatori borderline che non saresti mai disposto a seguire fino al fondo dei loro ragionamenti (talvolta forzati), ma che ringrazi perché sono sufficientemente spregiudicati da enunciare a chiare lettere idee che di tanto in tanto girano anche a te nella testa senza però prendere bene forma – e ti permettono così di vedere un po’ l’effetto che fa. E che dice di bello? Dice: cari anarchici, voi ce l’avete tanto con il cristianesimo, e avete le vostre buone ragioni, perché l’alleanza tra trono e altare non ve la siete certo inventati voi, ma parte almeno da Costantino e arriva fino al padronato moderno e oltre. Siete però sicuri che quello contro cui ve la prendete sia il vero cristianesimo? No, perché in realtà il Dio biblico è strutturalmente eversivo rispetto ad ogni sistema di potere, e lo si capirebbe subito se si cominciasse a leggere la Bibbia, come si dovrebbe, dall’Esodo anziché dalla Genesi. Perché allora poi la stessa Genesi potrebbe essere compresa non come apologia dell’esistente (che è “cosa buona”), ma come rivelazione di un Dio così costitutivamente an-archico da autolimitarsi ontologicamente e consegnarsi a un riposo che apre la storia dell’uomo. Per non parlare di Gesù, il quale inizia il suo ministero tenendo testa al Re del mondo che ci tiene prigioniero il cuore, lo si chiami poi col nome di Pilato, Behemoth, Bestia dalle sette teste, Stato-Nazione o capitalismo finanziario. Non ci sono margini di trattativa: il potere corrompe comunque, quindi occorre starsene alla larga, anche da quella sua forma limitatissima che è l'esercizio del voto. L’unica via di uscita è costruire una sorta di contro-società ai margini delle istituzioni, esercitando obiezione di coscienza e creatività: «fate altro, fate qualcosa di diverso da ciò che si fa normalmente in questa società che non riuscite a modificare: spetta a voi creare un’altra società su altre basi». Questa indifferenza organizzata non salverà il mondo, che è pur sempre un legno storto inemendabile, ma lo sfalderà quanto basta per renderlo vivibile senza esserne schiacciati. Insomma, avevano ragione i catari. Dio voleva quello.

Ho parlato di


Jacques Ellul
Anarchia e cristianesimo
(ed. Eleuthera, 2010)

(trad. di L. Rebet)

128 pp., brossura, 12 €

(ed. or. 1988)