martedì 21 febbraio 2017

Il mondo prima della storia

C’è un calcolo che mi provoca sempre le vertigini e un certo disagio professionale: proiettando tutta la storia della Terra (e della Terra soltanto) sulla scala di un anno, dovremmo collocare la comparsa di Homo sapiens grosso modo nel primo pomeriggio del 31 dicembre e l’età storica vera e propria (quella che comincia con Sumeri ed Egizi, per intenderci) una manciata di secondi prima che si avvii il classico countdown verso la mezzanotte. C’è insomma un tempo lungo, profondissimo, di cui non siamo che un’increspatura – noi coi nostri matrimoni dinastici, le nostre battaglie, le interminabili dispute per l’Alsazia e la Lorena. É quando siedo e miro questi infiniti tempi che a me sovvien l’eterno. C’è da diventare più spinoziani di Spinoza. Se non fosse per un dettaglio, non irrilevante: che tutta quesa vicenda è attraversata, sin nel più infinitesimo dettaglio, dalla contingenza. Questo vale per la vita in generale, e per quella dell’uomo in particolare, la cui storia – ci spiega Tattersall, che di mestiere fa il paleoantropologo – «è stata una saga dinamica, (...) una storia di sperimentazione evoluzionistica, di esplorazione dei molti modi in cui è evidentemente possibile essere un ominide», sotto la pressione selettiva di situazioni ambientali sempre impreviste e imprevedibili (benedetto sia sempre l’asteroide che troncò la tranquilla routine dei grandi sauri). Ci sono infatti molti modi di essere uomini. Noi Sapiens non ce ne accorgiamo, perché – unica fra le specie – siamo rimasti soli e ci siamo elaborati l’immagine edificante di un’evoluzione che troverebbe in noi il punto culminante di un ininterrotto progresso cognitivo e culturale. Eppure, non più tardi di 50 mila anni fa c’erano almeno cinque specie diverse di uomini che girovagavano sul pianeta. Sicché gli unici veri incontri ravvicinati degni di questo nome, ben prima dei dischi volanti, sono quelli, tutti terreni, intercorsi tra questi gruppi così lontani così vicini, a cominciare da quelli, avvenuti probabilmente da qualche parte in Palestina, tra i Neandertal e i nostri antenati provenienti dall’Africa, eredi di un manipolo ristretto di un centinaio o giù di lì, da cui deriviamo tutti e sette miliardi, nessuno escluso. Vista sotto questa luce, l’impresa di scheggiare una selce è più decisiva della scissione dell’atomo. E forse dovremmo smettere di chiamare la caverna di Lascaux “la Sistina del Paleolitico” e pensare piuttosto a Michelangelo come a un epigono minore dell’anonimo genio rupestre che ha inventato la pittura. Le cose veramente difficili sono state fatte da uomini di cui non sappiamo nulla, e in effetti a leggere certi testi di world history si ha la sensazione che dalla scoperta dell’agricoltura alla macchina di Watt non sia accaduto nulla di realmente significativo all’umanità. Questo libro è un’utile guida per orientarci in questo mondo delle origini, che non sarà forse il solo che conta, ma dalla cui esplorazione usciamo con un misto di meraviglia e di umiltà, lo stupor panico di fronte a un’esistenza che non ha nulla di scontato. Ps: ancora nel vestibolo, dopo neanche una pagina, c’è una considerazione fulminante. A quelli che affermano con sufficienza che l’evoluzione è “solo una teoria” rispondiamo: bella gioia, ma cosa mi dici mai, tutta la scienza è fatta “solo di teorie”. La scienza è precisamente quel sistema di conoscenze che per definizione è provvisorio e fondato sul dubbio: «l’idea che alcune credenze siano “scientificamente dimostrate” è un ossimoro».

Ho parlato di


Ian Tattersall
Il mondo prima della storia. Dagli inizi al 4000 a.C.
(ed. Raffaello Cortina, 2009)

trad. di S. Frediani

200 pp., brossura, 19,50 €

(ed. or. The World from Beginnings to 4000 BC, 2008)

mercoledì 8 febbraio 2017

I sotterranei del Vaticano

Farsa in cinque atti che attinge al repertorio del genere (travestimenti e riconoscimenti, scambi di identità, equivoci più o meno grotteschi) per allestire uno spaccato satirico di quella che più che una belle appare piuttosto come una sotte époque. Il tutto condotto però senza sbracare, con penna controllata e sapientemente ironica, leggera e feroce a un tempo, quasi epigrammatica. Più che personaggi abbiamo maschere, che Gide si diverte a far interagire, da novello puparo, per sbeffeggiare – direi – la frivolezza delle convinzioni apparentemente più solide: prova ne siano la conversione e riconversione dello scienziato ateo militante che diventa fervente cattolico, ma poi ci ripensa – dove non c’è nulla del tetro e pensoso arrovellarsi dei romanzi di Dostoevskij, per dire (cui allude anche il personaggio forse più approfondito del lotto, quel Lafcadio che sembrerebbe compendiare in sé Rimbaud, Zarathustra e Raskolnikov, salvo chiedersi, dopo l’ennesima piroetta, assaporando un’alba romana, se davvero valga la pena pentirsi di quello che ha fatto - e che cosa non ha fatto!: «lontano, nelle caserme, cantano le trombe. Come! Vorrebbe rinunciare a vivere?»). Senza averlo preventivato, ti ritrovi per mano un libro perfetto per tempi di post-verità. Tutto più o meno ruota, infatti, sulla bufala diffusa ad arte dai massoni secondo cui i massoni stessi, ben radicati oltre Tevere, avrebbero sostituito il povero Leone XIII con un sosia nelle loro mani, a cui sarebbero da imputare tutte le aperture liberaleggianti e nel fondo anticristiane del suo pontificato (così giudicate dai farisei di allora, molto apprezzate invece dai gesuiti – e sembra di leggere le cronache odierne: se non ci si può fidare neanche del papa, di chi ci si potrà fidare?). Roba su cui farci al massimo una puntata di Voyager, d'accordo. Eppure, è una bufala dannatamente performativa, che mette in moto un intreccio pittoresco, compreso il progetto donchisciottesco del ragazzotto di campagna imbarcatosi nientemeno che nella gloriosa missione di liberare il papa recluso nelle segrete del Vaticano press’a poco dopo aver ricevuto la notizia del suo rapimento come la potremmo leggere oggi su un account fake di Twitter. Insomma, la vita non è logica, ma più che a un dramma assomiglia a un teatrino (anche se, detto alla vigilia della Grande Guerra, stride un po’). Peccato solo arrivare un secolo dopo e non cogliere le allusioni più sottili a un mondo che per Gide era paesaggio quotidiano (noi dovremmo immaginarci in filigrana gli Adinolfi, i Magdi Allam, i Salvini e gli altri peracottari del variopinto serraglio che è toccato in sorte alla nostra generazione).

Ho parlato di


André Gide
I sotterranei del Vaticano
(ed. Feltrinelli, 2007)

trad. di E. Spagnol Vaccari

179 pp., brossura, 7 €

(ed. or. Le Caves du Vatican, 1914)

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