venerdì 24 dicembre 2021

Bestiario

Immergersi nella lettura di questi racconti dell’esordiente Cortázar (anno di pubblicazione 1951) è come sprofondare in una concatenazione di sogni, quando ti capita di assecondare come perfettamente normale ciò che, d’altra parte e allo stesso tempo, avverti andare contro ogni ordine logico: lettura per questo impegnativa, non tanto per lo stile, che è limpido, quanto per il fatto che ad ogni riga può accadere letteralmente qualunque cosa e non ci si può perciò concedere la minima distrazione. Che fai, per esempio, se, dopo aver cominciato una storia in cui si narra in modo del tutto ordinario di come il protagonista si stia ambientando nell’appartamento di Buenos Aires messogli a disposizione da un’amica momentaneamente trasferitasi a Parigi, d’improvviso leggi che «proprio fra il primo e il secondo piano ho sentito che stavo per vomitare un coniglietto»? Ti fermi almeno tre volte per esser sicuro di non aver visto male. Eppure è proprio così: «non gliene avevo mai detto niente, non per slealtà creda, solo che uno non si mette a spiegare alla gente che di tanto in tanto vomita un coniglietto. Poiché mi è sempre capitato mentre ero solo, tenevo la cosa per me, come ci si tengono per sé le prove di tante cose che accadono (o facciamo accadere) nell’assoluta intimità». Diventa persino complicato riassumerli, racconti così – e forse fuorviante: anche per questo mi ricordano i sogni, la cui incongruità manifesta, al risveglio, non necessariamente ricompone il sommovimento che ti hanno creato dentro, neanche a distanza di anni. Certi sogni fatti da bambini non ci continuano forse a rigirare tuttora a pelo di coscienza? E proprio perché si tratta di esperienze profondamente intime – le più intime, forse, che si possano immaginare – non ci risulta quasi impossibile spiegare agli altri perché ci suscitino tanto orrore o tanta dolcezza? Non apparirebbero forse, ad orecchie estranee, non meno bizzarre ed insulse di un coniglietto vomitato? E non sono forse - i nostri pensieri inconfessabili, quelli che hanno il potere di portarci alla rovina – come questi coniglietti, che continuiamo a vomitare e a vomitare e a vomitare senza riuscire più a controllarli?

Anche il racconto che dà il titolo alla raccolta mette in scena la vicenda apparentemente normalissima di una bambina che va a trascorrere una parte delle vacanze da alcuni parenti nella loro casa di campagna. Niente di che, appunto, se non fosse che per le stanze di quella grande magione si aggira una tigre, ragion per cui occorre sempre preoccuparsi di chiudere bene le porte che conducono da un locale all’altro, onde evitare di imbattersi nell’animale durante i suoi spostamenti e finire sbranati. Come per i conigli di cui sopra, anche qui l’informazione è buttata lì con nonchalance, come una cosa del tutto ovvia, mentre i familiari della bambina discutono se lasciarla partire oppure no («a me, credimi, non piace che vada (…). Non tanto per la tigre, in fin dei conti ci stanno molto attenti. Ma quella casa così triste...»). Sarà suggestione, eppure sono certo di averla sognata anch’io, con qualche leggera variante, una situazione così, quasi fosse una sorta di archetipo (di cui la bersaniana mucca nel corridoio è come una versione popolare padana) – questa idea, intendo, di un mostro che si aggira famelico sotto il tuo stesso tetto e che c’è, eccome se c’è, anche se si va avanti come se non ci fosse e tutt’intorno la vita continua a scorrere con la sua consueta routine (basta non aprire la porta sbagliata!).

Attraverso l’innesto fantastico, Cortázar disvela tuttavia ciò che si annida in ogni racconto, compreso quello che definiremmo “realista”, giacché – sono parole sue – «un racconto è significativo quando spezza i propri confini con quell’esplosione di energia spirituale che illumina bruscamente qualcosa che va molto oltre il piccolo e talvolta miserabile aneddoto che narra», come «una specie di frattura del quotidiano» o un’onda anomala nel fluire degli eventi. La sua è una scelta pienamente consapevole, come illustrano i due lucidissimi saggi che arricchiscono questa edizione, in cui egli condivide alcune considerazioni teoriche sul racconto breve in genere e su quello fantastico in particolare, riallacciandosi esplicitamente a una tradizione che vede in Poe il proprio iniziatore. Scrive, infatti, Cortázar che il racconto «si propone come una macchina infallibile destinata a compiere la propria missione narrativa con la massima economia di mezzi», potenziando «vertiginosamente un minimo di elementi». Per questo, pur non essendo scritto in versi, è più simile alla poesia che alla prosa: in quel peculiare combattimento che la letteratura intraprende con il lettore, deve vincerti per knock out, e non ai punti, come farebbe invece un romanzo.

Ma alla poesia il racconto breve si avvicina anche perché la sua stesura corrisponde più a una pratica terapeutica che a un “mestiere”. In quanto scrittore di racconti, Cortázar rivela infatti di sentirsi come posseduto, di volta in volta, da un tema che si agglutina «al margine della mia volontà, al di sopra o al di sotto della mia coscienza raziocinante, come se io non fossi altro che un medium attraverso il quale passasse e si manifestasse una forza estranea». Scrivere, a questo punto, diventa per lui l’unico modo per liberarsi di quell’ignoto predatore giunto da chissà dove ad attentare la sua psiche, l’unico espediente per sgravarsi di quel «coagulo abominevole» precedente ogni pensiero «che bisognava strapparsi a colpi di parole», quasi come una sorta di autoesorcismo. Questa medesima esperienza è, appunto, quella che egli offre, mediata, al lettore, dopo esserne scampato. «Nei miei racconti non c’è il minimo merito letterario, il minimo sforzo. Se alcuni si salvano dall’oblio è perché sono stato capace di ricevere e di trasmettere senza troppe perdite quelle latenze di una psiche profonda, e il resto è una certa abilità di veterano nel non falsificare il mistero, nel conservarlo il più vicino possibile alla sua fonte, col suo tremore originale. I racconti di questa specie si incorporano come cicatrici indelebili al corpo di qualunque lettore che li meriti: sono creature viventi, organismi completi, cicli chiusi, e respirano. Loro respirano, non il narratore», il quale, anzi, è «il primo a essere sorpreso dalla sua creazione, lettore turbato di se stesso».

Insomma, è come se quella specie di recettore ipersensibile e perennemente in funzione che è lo scrittore di racconti si rivolgesse al lettore per dirgli “lo senti anche tu quel rumore sinistro in sottofondo?” - e il lettore, che fin lì aveva vissuto tranquillo e non ci aveva mai fatto caso, di punto in bianco non possa più fare a meno di udirlo e interrogarsi su che cosa mai lo stia producendo (per la verità, l’effetto si può produrre anche con la luce e lo stupore, ma il motivo più diffuso in questi brevi pezzi mi sembra piuttosto essere la percezione di una minaccia indefinita). «Il racconto deve nascere ponte, deve nascere passaggio, deve fare il salto che proietti la significazione iniziale, scoperta dall’autore, a quell’estremo più passivo e meno vigile e molte volte persino indifferente che chiamiamo lettore». Per questo la grande letteratura è capace di toccare tutti - «a diversi livelli, sì, ma raggiungendo un po’ ognuno» - e per questo leggere la grande letteratura è un’esperienza totalizzante da cui «si esce come da un atto amoroso, esausti e fuori dal mondo circostante, cui si fa ritorno a poco a poco con uno sguardo di sorpresa, di lento riconoscimento, molte volte di sollievo, e tante altre di rassegnazione», sicuramente più consapevoli di quanto sia profonda e stratificata quella realtà di cui ci limitiamo spesso a sfiorare appena la superficie.

(finito il 26 dicembre 2020)

Ho parlato di

Julio Cortázar
Bestiario
(Einaudi 2014)

trad. di F. Nicoletti Rossini e V. Martinetto

156 pp. | 11 €

(ed. or.: Bestiario, 1951)

mercoledì 8 dicembre 2021

I russi sono matti

La giornata siberiana era oggi particolarmente indicata per pensare ai russi e sui russi uno che indubbiamente la sa lunga è Paolo Nori. Ma non chiamatelo esperto, per carità. Vi risponderebbe, infatti, che «si può essere esperti di tante cose, di cinema, di meccanica, di elettronica, di statistica, di raccolta differenziata, di agricoltura, di calcio, di pallacanestro, di sport estremi, di pattinaggio in linea, di tutto, tranne forse che di letteratura perché i grandi scrittori, i grandi libri, sono, forse, come diceva quel grande poeta russo mai esistito, Koz’ma Prutkov, inabbracciabili». Meglio dire, allora, «appassionati». E da un siffatto ed eclettico appassionato di letteratura russa quale lui è non ci si dovrà ovviamente attendere il classico condensato manualistico valido per cinque crediti universitari, bensì quello che egli stesso propone come un “corso sintetico”, dove l’espressione sottintende «un procedimento che, partendo da elementi semplici e parziali, si propone di arrivare a una rappresentazione unitaria» - definizione che, per inciso, mi pare calzi bene anche per questi miei saggetti in cui provo a trasmettere attraverso pochi dettagli significativi lo spirito di un libro e forse ancor più l’esperienza vitale che l’incontro con quel libro ha prodotto su di me.

Infatti, quando prova a spiegare perché, fra tutti gli autori che pure ama, prediliga proprio i russi, Nori risponde che non sa bene come dirlo, ma che per lui quella letteratura ha qualcosa di speciale perché, se non ti perdi d’animo e superi l’ostacolo rappresentato da «quei personaggi che hanno almeno tre nomi e un cognome e un paio di soprannomi e dei gradi che li collocano in una gerarchia incomprensibile e che sono legati da intricatissimi vincoli di parentela», se nonostante tutto tieni duro, dopo un po’ arriverai infine alla radura che si apre al centro del bosco e scoprirai «che è un posto che si sta benissimo. O malissimo, a seconda dei casi», dato che il principale pregio della letteratura russa, secondo Nori, è che ti «fa star più male di tutte le altre». Riflettendo sul perché proprio i russi gli siano entrati così tanto nelle ossa, Nori finisce in realtà per sviluppare trasversalmente, attraverso aneddoti, divagazioni, passi avanti e passi indietro, anche una certa idea di cosa sia, o cosa debba essere, la letteratura in quanto tale. Se ti ferisce, ci siamo; se ti compiace, è qualcos’altro (e si può ferire anche con il sorriso: i russi hanno un senso dell’umorismo tutto loro, ma ce l’hanno).

Non solo. Nori condivide anche il pensiero secondo cui scrivere «vuol dire sforzarsi di vedere il mondo come se lo si vedesse per la prima volta», liberati una buona volta dai pensieri associativi che ci fanno passare continuamente da una cosa all’altra sotto l’influsso dell’abitudine o della retorica: esattamente quel che accade, in una scena stupenda di Guerra e Pace, al principe Andrej, quando, rimasto ferito sul campo di Austerlitz, alza gli occhi verso l’alto ed è come se vedesse per la prima volta il cielo. Ossia, direbbe Nori, «senza il suo imballaggio», il rivestimento preconfezionato con cui ci viene per lo più rappresentato. E poiché, riprendendo un’intuizione folgorante di Agamben, «quel che fa l’arte non è rendere visibile l’invisibile, ma rendere visibile il visibile», scopo della letteratura sarà allora di farci «crescere dentro la pancia una piccola macchina per lo stupore», capace di rendere «memorabile» anche ciò che a prima vista può apparire «marginale e insignificante», quel “sacro” quotidiano di cui sono composte gran parte delle nostre vite, ingiustamente derubricato a uno scontato insieme di banalità. L’artista è esattamente colui che «ci fa vedere le cose alle quali siamo tanti abituati che non le vediamo più bene».

Ora, i russi non solo hanno una parola precisa – byt - per indicare proprio «quello che succede tutti i giorni», ma hanno anche una lingua adattissima, secondo Nori, per descriverlo: «uno dei pregi della letteratura russa, per conto mio, è il fatto che rarissimamente gli scrittori russi salgono sullo scoglio del verbo amare per dettare da là le proprie regole, ma scendono piuttosto per strada» e parlano di quel che avviene nelle nostre vite quotidiane con un linguaggio che non è l’estrema propaggine di una tradizione letteraria, e dunque, va da sé, sempre un po’ artefatto e sostenuto, ma il linguaggio popolare delle nonne e dei servi. Parole come “amare” o “felicità”, osserva Nori, in dialetto parmigiano, il dialetto in cui si è scavato «il pozzo delle mie emozioni», in cui lui stesso ha imparato a pensare, semplicemente non esistono – e usarle nello scritto gli sembrerebbe un travisamento e una posa («mi creperebbe la faccia», dice, più precisamente). L’estetica non può simulare: per questo, secondo Nori, che sul punto sposa la linea di Brodskij, è bene che un poeta non si preoccupi tanto di stare dalla parte giusta, di essere inserito in un organigramma o di sottoscrivere un appello, quanto di scrivere bene, così come un uomo non dovrebbe porsi l’obiettivo di fare la storia, quanto di rendersi responsabile delle scelte che compie ogni giorno. Sia pure con una maggiore torsione impolitica, non mi pare un’osservazione poi troppo distante da quanto scriveva Edmondo Berselli, quando rimproverava a Dario Fo di sospendere i suoi formidabili misteri buffi per avanzare sul proscenio e spiegare agli spettatori “la rava ideologica e la fava sociale del Medioevo”. Rappresentare una scena di fustigazione nella sua crudezza, come fa Tolstoj in un suo articolo, mettendocela davanti agli occhi – “disimballandocela”, appunto - è gesto in realtà più politico e potenzialmente eversivo che limitarsi a parlarne, anche per contestarla. «Rallentando il riconoscimento (subito non si capisce che sta parlando di fustigazione), allungando la visione, sperperando delle energie, anziché risparmiarne, Tolstoj risuscita, nei suoi lettori, la fustigazione, gliela rende sensibile, gliela fa vedere come se fosse nuova, gliela toglie dall’imballaggio, e il lettore non ha tempo di pensare alle sue convinzioni, ai dibattiti che ha sentito, ha gli occhi pieni di questi uomini denudati, gettati a terra e colpiti sulla schiena con le verghe, e colpiti ancora sulle natiche nude».

Ecco dunque cos'hanno i russi di speciale: ci aiutano meglio di altri a guardare quel che abbiamo sotto gli occhi, il nostro quotidiano, così che possiamo lasciarci ferire dalla sua scabrosità nonostante tutti i tentativi messi all’opera per immunizzarcene – o perlomeno ci hanno aiutato a farlo dall’Eugenio Onegin di Puskin (il primo che cominciò a usare la lingua della sua balia, la lingua dei servi della gleba, per scrivere in russo) fino a Viktor Erofeev, vale a dire fino al crollo dell’Unione Sovietica, giusto trent'anni fa. Prima, i cosiddetti romanzi russi erano semplicemente «imitazioni dei romanzi sentimentali francesi», dopo – beh, dopo la sensazione di Nori è che i romanzi russi non siano più autentici romanzi russi, bensì semplicemente dei romanzi occidentali scritti in russo, che è tutta un’altra storia. «Per ritrovare delle teste diverse, per ritrovare la letteratura russa che ci dà quella sensazione di malessere che ci piace così tanto, dobbiamo rivolgerci alle cose che sono state pubblicate, più o meno, dal 1820 al 1990; e, per fortuna, c’è tanta di quella roba che non basta una vita, per studiarla come si deve».

P.s. Se qualcuno avesse bisogno di una spinta in tal senso, Nori suggerisce anche qual è secondo lui il libro ideale per cominciare a leggere la letteratura russa: non Delitto e castigo o Anna Karenina, ma Chadzi-Murat di Tolstoj, «perché è corto, poco più di cento pagine e anche perché qui, in questo romanzo (...), buona parte dei personaggi non hanno nomi e patronimici complicati perché non sono russi, sono ceceni». Buona lettura.

(finito il 22 dicembre 2020)

Ho parlato di


Paolo Nori
I russi sono matti
Corso sintetico di letteratura russa. 1820-1991
(Utet 2019)

184 p. | 15 €

venerdì 26 novembre 2021

Sherlock Holmes. Tutti i racconti

Se a dodici-tredici anni mi avessero chiesto quale personaggio d’invenzione mi sarebbe piaciuto essere, avrei quasi sicuramente risposto Sherlock Holmes. Più che prenderlo come modello, credo che mi ci rispecchiassi un po’, anche se per molti aspetti non gli somigliavo affatto. Mi appassionavano, per esempio, materie il cui studio gli sarebbe sembrato solo un modo per riempirsi la mente di nozioni inutili, mentre non avevo - come non ho del resto neanche oggi - alcuna competenza in chimica o botanica, né tantomeno so tirare di pugilato o camuffarmi in modo camaleontico da marinaio o mendicante. Mi riconoscevo però molto – anche, va detto, con un velo d’autoironia – in quella sua solitaria eccezionalità e soprattutto nel bisogno di tenere sempre, in qualche modo, la mente impegnata. Benché non sia mai arrivato a praticare quegli eccessi così spesso stigmatizzati dal buon dottor Watson, la solenne dichiarazione rilasciata da Holmes durante la celeberrima scena che apre Il segno dei Quattro mi si scolpì a tal punto nella memoria da indurmi perfino a riportarla sul diario, nei primi anni di liceo, come una sorta di spaccona autopresentazione: «il mio cervello è refrattario a ogni forma di ristagno intellettuale. Datemi dei problemi da risolvere (…) e mi troverò nell’habitat che mi è più consono: allora potrò fare a meno degli stimolanti artificiali; ma io aborrisco la monotona routine dell’esistenza: adoro gli stati di esaltazione mentale». Anche se nel frattempo il corpo si è decisamente impigrito, le rotelle del cervello – spero – continuano almeno un po’ a girare.

Holmes vive insomma dentro di me come un primo amore, suscitandomi le stesse, intense, emozioni che mi procurano sempre gli accordi iniziali di Bohemian Rapsody, in virtù di una personalissima associazione mnemonica comprensibile se si tiene conto che, più o meno nello stesso periodo in cui misi per la prima volta piede a Baker Street, finì nelle mie mani e nel mio mangiacassette anche una copia della Greatest Hits I dei Queen, prestatami da un amico: in modi diversi, furono entrambe delle spinte che contribuirono a farmi prendere definitivamente il largo dall’infanzia. Non per nulla, una delle prime cose che feci nel breve periodo in cui soggiornai a Londra, durante il dottorato, fu di procurarmi per tre sterline un opuscolo sulle “passeggiate sherlockiane” e seguirne le mappe in modo da ritornare fisicamente su alcuni luoghi del delitto già frequentati attraverso la lettura (salvo scoprire che molti di quei luoghi, in realtà, non ci sono più o non ci sono mai stati).

Ora, molte avventure di Holmes le ho lette disordinatamente nel corso degli anni, e molte le ho anche più e più volte rilette, non solo perché generalmente nei gialli non mi ricordo mai chi sia l’assassino, ma anche – e in questo caso soprattutto – perché qui l’assassino non mi interessa mai quanto lui, Holmes. Quel che mi diverte sempre allo stesso modo è vedere cosa combina, come si atteggia, le cose che dice e come le dice, il suo stile talmente spiazzante che non lascia quasi mai possibilità di replica, neanche quando è tremendamente irritante. Si dice che a un certo punto Conan Doyle avesse deciso di toglierlo di mezzo perché non lo sopportava più, e che sia stato costretto a riportarlo in vita con un escamotage per contenere le proteste dei fan, eppure non c’è forse autore che manifesti più compiacimento per una sua propria creatura di quanto abbia fatto lui attraverso il geniale schermo di Watson. A parte forse qualche rara eccezione, qui la detective story non veicola messaggi di critica sociale. Più volte si ribadisce che quelli antologizzati dall’ipotetico biografo sono solo alcuni dei casi seguiti da Holmes, selezionati non per la loro drammaticità, ma al contrario per quel tanto di bizzarria che li rende più curiosi. E se può essere condivisibile quando sostiene Holmes, secondo cui «di solito i casi meno eclatanti sono proprio quelli in cui c’è più spazio per l’osservazione e per la rapida analisi di causa ed effetto che conferisce il suo fascino all’investigazione», la sensazione è che questa scelta narrativa sia stata anche fatta per evitare che il lettore possa distogliere l’attenzione da colui che deve perennemente restare l’unico, assoluto, protagonista della scena.

Dicevo, dunque, che molte avventure di Holmes le avevo lette e rilette, in ordine sparso, nel corso degli anni, ma tutte insieme non mi era ancora capitato, mai. Perciò, se durante il primo lockdown mi sono tolto lo sfizio di leggermi Guerra e Pace, ho approfittato della serrata autunnale di un anno fa per completare una buona volta la lettura di tutti i cinquantasei racconti che, con i quattro romanzi, esauriscono il Canone sherlockiano. Così, mentre Anna si guardava i suoi film natalizi, io, accucciato in quella sorta di nicchia che si apre davanti alla stufa, là dove la padrona precedente aveva accatastato ordinatamente la legna, ma in cui noi abbiamo messo una panca divenuta un mio luogo d’elezione per le letture invernali, collocato com’è proprio in faccia al fuoco, mi sono dedicato a un piacere analogo e non meno rassicurante, osservando un vecchio amico dimostrare come la ragione sia immancabilmente in grado di mettere ordine in un mondo pieno zeppo di piccole e incomprensibili follie. A modo mio, aspettavo anch’io Babbo Natale.

(finito il 19 dicembre 2020)

Ho parlato di

Arthur Conan Doyle
Sherlock Holmes. Tutti i racconti
(Einaudi 2012)

trad. di L. Lamberti

1380 p. | 19 €

(ed. or.: The Adventures of Sherlock Holmes, 1892; The Memoirs of Sherlock Holmes, 1894; The return of Sherlock Holmes, 1905; His Last Bow, 1917; The Case-Book of Sherlock Holmes, 1927).

lunedì 15 novembre 2021

Gli indifferenti

Anche se non saprei ricostruire con precisione il contesto in cui venne pronunciata, ricordo molto chiaramente l’affermazione di una professoressa del ginnasio secondo cui Moravia andava probabilmente ritenuto il più grande scrittore italiano del Novecento. Eravamo più o meno alla metà degli anni Novanta, e lui era morto da un lustro appena o giù di lì: chi aveva ancora avuto la possibilità di avvertirne il fascino esercitato da vivo poteva forse condividere facilmente questa impressione; per chi, come me, è invece arrivato dopo, una considerazione del genere era e resta tutt’altro che ovvia. So bene che, in vita, Moravia venne effettivamente celebrato come una sorta di papa laico della letteratura italiana e che fu ripetutamente candidato al Nobel (almeno sedici volte fino al 1971, ultimo anno per cui sono già disponibili le nomination); mi pare però che, una volta uscito di scena, sia stato rapidamente accantonato, come accade spesso con certi personaggi ingombranti, tipo quei commensali che tengono animata la conversazione, ma finché restano a tavola parlano sempre loro e, quando se ne vanno, si tira un grosso sospiro di sollievo perché ci si può godere finalmente un po’ di silenzio. Senza peraltro escludere che a tenerlo fuori dai percorsi di lettura scolastici attraverso cui di solito procede la canonizzazione letteraria sia stata anche la scabrosità di molti suoi temi, sono comunque abbastanza sicuro che se l’avessi percepito davvero come un indispensabile, non avrei atteso il trentennale dalla scomparsa per mettere alla prova il giudizio di quell’insegnante.

A un primo assaggio, il minimo che posso dire è che la sua opera d’esordio, per quanto un po’ acerba, mi pare meriti il posto solitamente riconosciutole fra i grandi classici primonovecenteschi. Scritto da un Moravia poco più che ventenne, Gli indifferenti uscì nel 1929, l’anno dei Patti Lateranensi e del consolidarsi del consenso al fascismo. Di tutto questo, però, non c’è qui la minima traccia: ci viene detto, sì, che siamo a Roma, ma per quel che vale potremmo tranquillamente essere su Marte. Probabilmente non era intenzione di Moravia scrivere un romanzo “politico” in senso stretto – e neanche avrebbe potuto farlo - ma politico questo testo lo diventa inevitabilmente, poiché quando tu scegli di ignorare volutamente quel che è palese, l’attenzione di tutti finisce per concentrarsi proprio su ciò che non viene detto (quasi si trattasse di un monumentale rimosso, come ne La disparition di Perec). Gli interni polverosi e tetri, saturi d’aria viziata, entro cui si dipana quasi per intero il racconto, rappresentano infatti l’habitat naturale di quella borghesia meschinamente ripiegata sulle proprie vogliuzze, e dunque del tutto insensibile a quanto non rientra nella sfera del proprio particulare, che di ogni regime costituisce sempre il più solido perno – soprattutto dei regimi “democratici”, come preconizzato da Tocqueville (il dispotismo democratico, diceva, «ama che i cittadini si divertano, purché non pensino che a divertirsi»). Non so se Moravia conoscesse la celebre invettiva gramsciana contro gli indifferenti e «il loro piagnisteo da eterni innocenti», ma ne avrebbe condiviso il tono. «L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita», scriveva Gramsci. Questo romanzo è appunto un possibile svolgimento narrativo di tale tesi.

Allo scopo si apparecchia il seguente quadretto: Maria Grazia, una vedova non più giovanissima e piuttosto ottusa, tutta occhi e niente cervello, è circuita da un amante, Leo, che ha messo gli occhi sulla sua proprietà e già che c’è pure sulla figlia di lei, Carla, una ventiquattrenne a cui qualunque cosa andrebbe bene pur di non ritrovarsi impaludata nella stessa vita opaca della madre. Ne nasce perciò una sorta di ménage à trois, sottilmente incestuoso, di cui ovviamente la madre non s’avvede, convinta com’è che a insidiare il suo uomo sia invece la vicina di casa, mentre quest’ultima ha invece gettato idealmente i ganci della sua guepière da vissuta matrona sul figlio di Maria Grazia, Michele, prototipo dello svogliato bamboccione. Tutto, qui, è però troppo «opprimente e miserabile e gretto» perché questa commedia degli equivoci - che spesso assomiglia all’estenuante preliminare di un film porno – possa sciogliersi in una vera e propria farsa o elevarsi ad autentica tragedia. Sembra quasi che Moravia si chieda cosa mai si possa ricavare da personaggi tanto squallidi, sistematicamente incapaci di portare a termine anche solo uno dei progetti, magari efferati, che architettano nella propria testa (come mostra in modo lampante la scena madre del libro). Rimuginando sulla vacuità della sua vita, Michele s’immagina con involontaria ironia «come doveva essere bello il mondo (…) quando un marito tradito poteva gridare a sua moglie: “Moglie scellerata; paga con la vita il fio delle tue colpe” e, quel ch’è più forte, pensar tali parole, e poi avventarsi, ammazzare mogli, amanti, parenti e tutti quanti, e restare senza punizione e senza rimorso: quando al pensiero seguiva l’azione: “ti odio” e zac! Un colpo di pugnale: ecco il nemico o l’amico steso a terra in una pozza di sangue; quando non si pensava tanto, e il primo impulso era sempre quello buono; quando la vita non era come ora ridicola, ma tragica, e si moriva veramente, e si uccideva, e si odiava, e si amava sul serio, e si versavano vere lacrime per vere sciagure, e tutti gli uomini erano fatti di carne ed ossa e attaccati alla realtà come alberi alla terra». Persino l’immaginario è colonizzato dalla brutta retorica: in questo suo lamentarsi per non essere all’altezza degli eroi di un tempo, Michele appare infatti «goffo ed esagerato come un cattivo attore di provincia». Puro trash ante-litteram.

In anticipo sui tempi mi pare anche l’intuizione di concedere a questa controfigura sfibrata di Raskolnikov una beffarda, parziale, illuminazione attraverso l’epifania di un pupazzo pubblicitario esposto nella vetrina di un barbiere, al termine dell’unica lunga sequenza in esterna dell’opera. Osservandolo nell’atto simulato di radersi, Michele constata che «non ci poteva esser alcun nesso tra la banale azione che compiva e la lieta soddisfazione della sua faccia rosea, ma appunto in tale assurdità stava tutta l’efficacia della réclame; quella sproporzionata felicità non voleva additare l’imbecillità dell’uomo, sibbene la bontà del rasoio; non voleva mostrare tutto il vantaggio di possedere una modesta intelligenza ma quello di radersi con una buona lama. (…) “Fai come me… e diventerai come me”, mettendo la propria persona stupida, goffa, volgare, come un esempio, come uno scopo da raggiungere». In «questo mondo deforme, falso da allegare i denti, amaramente grottesco», tutti assumono pose pensando in questo modo di essere vivi, non essendo in realtò altro che fantocci all’opera in una gigantesca «commedia mancata». Alla fine, infatti, non succede quasi nulla, non c’è una vera evoluzione, uno sviluppo decisivo, un turning point: per quanto possa apparire ingiusta «questa assenza del miracolo», «questa meticolosa realtà» è tutto quello che è e continuerà ad essere quello che è. Dopo un po’ vien quasi la nausea a stare dietro a questi sfaccendati inconcludenti, ma credo che l’intenzione fosse proprio quella.

L’unico che in questa melma ci sguazza a proprio agio è Leo: «ed io invece signori miei tengo ad affermare che tutto mi va bene, anzi benissimo e che sono contentissimo e soddisfattissimo e che se dovessi rinascere non vorrei rinascere che come sono e col mio nome: Leo Merumeci». Anche lui in realtà è un fantoccio, una sorta di Falstaff minore, ma non se ne cura, e quest’altra forma di indifferenza risulta se non altro meno stucchevole rispetto alle velleità degli altri personaggi. Ai due fratelli che commiserano queruli la propria condizione, senza aver la forza di cambiarla, vorrebbe dire «ma fatemi il santissimo piacere (…) lasciate quelle facce compunte, quei discorsi gravi… dite pane al pane, e vino al vino… siate quel che siete e nulla più». Il nostro Leo «affari nel vero senso della parola non ne aveva, non lavorava, tutta la sua attività si limitava all’amministrazione dei suoi beni, consistenti in alcune case, e in qualche cauta speculazione in Borsa; però le sue ricchezze aumentavano regolarmente ogni anno, egli non spendeva che tre quarti della rendita e dedicava il resto alla compra di nuovi appartamenti». Così vive e prolifera il bastardo che sta sempre al sole, il cui contributo alla vita sociale è meno di zero, ma al quale non mancano mai medagliette da esibire: si spenga anche la luna e cadano le stelle, come un qualunque Trivellone interpretato da De Sica, la sua massima priorità sarà sempre e solo quella di trovare una verginella da deflorare nel suo appartamento pieno di buone cose di pessimo gusto. Se il meno peggio è lui, siamo ben presi.

(finito il 9 novembre 2020)

Ho parlato di


Alberto Moravia
Gli indifferenti
(Club degli Editori 1984)

340 pp. 

(ed. or.: 1929)

venerdì 29 ottobre 2021

Guida il tuo carro sulle ossa dei morti

Non saprei dire quante volte mia moglie è già stata costretta ad assistere un po’ vergognata a una scenetta simile, col sottoscritto protagonista: «il confine (...) serpeggiava capricciosamente e (...) durante le passeggiate lunghe si poteva attraversare con facilità senza essere visti. A volte mi capitava per disattenzione, quando durante il mio giro d’ispezione arrivavo fin lì. Ma qualche volta mi piaceva oltrepassarlo apposta, con premeditazione, andavo di là e tornavo di qua. Anche decine e decine di volte. Per una mezz’oretta mi divertivo ad attraversare il confine. Mi piaceva, perché ricordavo i tempi in cui era impossibile. Mi piace oltrepassare le frontiere». I miei, però, sono semplici balletti un po’ scemi sul filo delle linee invisibili che, tracciando un solco immaginario tra province, regioni o stati, separano a volte in modo decisivo le vite di persone altrimenti dirimpettaie. Ma si può immaginare un gesto più eversivo di questo, nella Polonia sovranista che oggi chiede all’Europa di finanziare i suoi muri contro i migranti? Olga Tokarczuk l’aveva intuito per tempo (il libro da cui cito risale al 2009) e non a caso tre anni fa le è stato assegnato il Nobel proprio “per un'immaginazione narrativa che con passione enciclopedica rappresenta l'attraversamento dei confini come forma di vita”.

Questo piccolo esempio mostra quanto possa essere liberatoria, all’occorrenza, la letteratura. D’altronde, basta vedere una foto dell’autrice, sorridente sotto i suoi irriverenti dreadlocks, per intuire quanto debba sentirsi fuori luogo nella Polonia di oggi, «un paese di individualisti nevrotici» - così lo definisce - «ciascuno dei quali, non appena si trova in mezzo agli altri, comincia a istruirli, criticarli, offenderli e a dimostrare la sua indubbia superiorità» (d’accordo, è la Polonia, ma non pare troppo dissimile dall’Italia). E allora non meno catartico dev’essere stato per lei centrare un intero romanzo sulle divagazioni di un personaggio non lineare, una donna sola e già un po’ avanti con l’età, una «stramba» con una personale Teoria (rigorosamente in maiuscolo) su ogni cosa, il vezzo di assegnare nomignoli alle persone in base al carattere che pretende di individuare al primo sguardo gettato su di loro e un’autentica ossessione per le date di nascita, senza le quali non potrebbe divinare l’oroscopo proprio e altrui – insomma, una sorta di strega postmoderna, a cui per molti versi sarebbe difficilissimo stare vicino, perché intenta continuamente pipponi sulle più insostenibili cause perse e filtra seguendo una logica a dir poco personale tutto quello che le accade intorno (per chi conosce la serie Frankie e Grace, una specie di Frankie Bergstein un po’ più acida e meno zuzzurellona). Di se stessa, riconosce senza rancore di appartenere alla cerchia di quelli «che il mondo considera inutili. Non facciamo nulla di essenziale, non produciamo né pensieri importanti né oggetti necessari, alimenti, non coltiviamo la terra, non stimoliamo nessuna economia. (…) Finora non abbiamo dato nessun profitto al mondo. (…) Facciamo i nostri lavori, ma sono assolutamente insignificanti per tutti gli altri. Se venissimo a mancare, non cambierebbe proprio nulla. Non se ne accorgerebbe nessuno».

Marginale è anche il luogo in cui questa donna è finita a vivere: l’altopiano di Klodzko, un cuneo polacco conficcato nel fianco nordorientale della Repubblica Ceca, località a metà strada tra Praga e Breslavia, ma in realtà «distante dal resto del mondo», quasi una Fargo slava percossa anch’essa da venti gelidi e attraversata da personaggi bizzarri che non sfigurerebbero affatto nel film dei fratelli Coen, discendenti di quei dissidenti rinascimentali che passarono di qui per sfuggire alle polizie religiose di mezza Europa. Indifferenti alle convenzioni umane, vagano di qua di là dalla frontiera anche cervi, volpi, lepri e altri animali selvatici, continuamente insidiati dalle trappole dei cacciatori: proprio la morte apparentemente accidentale di uno di questi (ribattezzato dalla protagonista Piede Grande, per via dei suoi arti inferiori da troll), seguita da una sequenza di ulteriori decessi che non è immediatamente chiaro se siano delitti oppure no, e che di conseguenza gettano ombre anche sul primo, ci introduce da subito nelle atmosfere di un noir artico – che, come nella migliore tradizione dei noir, è solo un pretesto per parlare d’altro. Solo a una prima impressione leggero nei toni, il libro pone in realtà delle questioni importanti, affidandole, appunto, alla voce inattendibile di questa sorta di idiote savante allegramente anarchica che, pur non raccontando mai esattamente le cose come stanno davvero, ha tuttavia per l’autrice il potere di dire la verità.

E quale sarebbe questa verità? Che tutto ciò che ci circonda è rivestito «di una tristezza orribile, insopportabile. Guardavo il paesaggio bianco e nero dell’Altipiano e compresi che “tristezza” è una parola importante per definire il mondo. Sta alla base di tutto, è il quinto elemento, la quintessenza». Noi di questo non ce ne accorgiamo mai abbastanza, perché la nostra mente agisce come un filtro difensivo, in quanto vedere la realtà per quello che effettivamente è «non sarebbe sostenibile. Ogni minima particella del mondo si compone infatti di sofferenza». Neanche un Dio potrebbe sopportare questo orrore; anzi, proprio perché onnisciente, «credo che andrebbe in pezzi sotto il peso di questo dolore (...). Solo una macchina sarebbe in grado di sopportare tutto il dolore del mondo. Solo un congegno semplice, efficace e giusto». Se non fossimo dotati di sofisticati meccanismi di difesa, ci renderemmo subito conto anche noi che siamo composti «di particelle materiali che si usurano ogni secondo che passa» e che viviamo per questo «in uno stato d’assedio. Se osserviamo da vicino ogni frammento d’istante, possiamo soffocare dal terrore. Nei nostri corpi avanza inarrestabile la decomposizione, in breve ci ammaleremo e moriremo. I nostri cari ci lasceranno, la loro memoria si disperderà nel chiasso; non resterà niente. Solo pochi vestiti nell’armadio e qualcuno in una foto, ormai irriconoscibile. I ricordi più preziosi svaniranno. Tutto piomberà nelle tenebre e scomparirà». Gli atomi dei nostri capelli, che conservano la memoria «della Catastrofe cosmica che ha dato inizio al mondo», si muoveranno ancora nello spazio quando nulla di ciò che abbiamo costruito e che per noi ha valore sarà rimasto in piedi.

Eppure gli individui di questa specie, la cui vita «sta sulla punta di uno spillo», faticano a provare quella che dovrebbe essere una spontanea solidarietà verso i propri simili, tutti ugualmente «fragilini, effimeri, predisposti alla distruzione». Ma se questo accade è perché in realtà l’intera civiltà che con tanto orgoglio hanno edificato si fonda sull’esercizio sistematico della violenza, quale si manifesta in modo più brutale soprattutto nei confronti degli animali, una violenza divenuta talmente scontata da essercene ormai del tutto immunizzati. «Ma che mondo è questo?! Il corpo di qualcuno convertito in scarpe, in polpette, in würstel, in uno scendiletto, in un brodo di ossa da bere… Le scarpe, i divani, la borsa a tracolla fata con il ventre di qualcuno, riscaldarsi con la pelliccia altrui, mangiare il corpo di qualcuno, tagliarlo a fette e friggerlo nell’olio… Ma è possibile che avvenga davvero questo orrore, questa ecatombe, crudele, insensibile, meccanica, senza alcun rimorso di coscienza, senza la più piccola riflessione che invece si concede generosamente a raffinate filosofie e teologie? Che mondo è quello in cui la norma è uccidere e causare dolore?». Immaginate per un attimo anche solo ai milioni di larve che muoiono, prima ancora di schiudersi e di iniziare davvero a vivere, nei ceppi di legno che vengono bruciati durante il taglio del bosco o che finiscono direttamente in segheria. «Pensai allora che ogni morte inflitta ingiustamente dev’essere resa pubblica. Anche quella di un insetto. Una morte di cui nessuno si accorge è un duplice scandalo».

Per giustificare il proprio spietato dominio sul creato, gli uomini si sono fabbricati un dio antropomorfo. «Ora mi era chiaro perché le torrette di tiro, che pure ricordano le torrette delle sentinelle dei campi di concentramento, si chiamano pulpiti. Sul pulpito l’Uomo si pone al di sopra degli altri Esseri e si attribuisce il diritto di vita e di morte nei loro confronti». Ma basterebbe una mattinata invernale a Klodzko per aprirci gli occhi: «il mercoledì alle sette, in gennaio, si vede che il mondo non è stato creato per l’Uomo, e sicuramente non per la sua comodità e il suo piacere». Così questa donna, che in una sua prima vita da ingegnere civile costruiva ponti in giro per il mondo, e in una seconda vita si è reinventata come insegnante d’inglese - perché anche tradurre da una lingua all’altra è un modo per «avvicinare gli uomini tra di loro» (ed è esattamente l’opposto dell’omologazione: traducendo si fa infatti risuonare il diverso nella propria lingua) – ha come una visione che la porta a impegnarsi come attivista sui generis per mettere radicalmente in discussione il confine che, a suo avviso, determina tutti gli altri confini, perché «della qualità di uno stato decidono i suoi Animali. (…) Se gli uomini si comportano bestialmente con gli Animali, allora non servono a niente né la democrazia né altro». In questo senso, Hiroshima e Auschwitz non sono altro che la logica conseguenza della prima battuta di caccia della storia: inutile vagheggiare una social catena se prima non si è capaci di stringerne una naturale.

(finito il 7 ottobre 2020)

Ho parlato di


Olga Tokarczuk
Guida il tuo carro sulle ossa dei morti
(Bompiani 2020)

trad. di S. De Fanti

272 pp. | 18 €

(ed. or.: Prowadz swoj plug przez kosci umarlych, 2009)

giovedì 14 ottobre 2021

Novantatré

Sebbene per noi novecenteschi e post-novecenteschi l’anno letterario per eccellenza sia ormai da tempo l’orwelliano Millenovecentottantaquattro, è probabile che se fossimo vissuti un secolo prima avremmo pensato piuttosto al Novantatré di Victor Hugo – numero che, in un’ipotetica smorfia storica, corrisponderebbe alla Rivoluzione assai più dello scontato Ottantanove, poiché è in quell’anno fatale del Settecento che il processo cominciato con la convocazione degli Stati Generali conobbe la sua crisi decisiva. Parigi contro la Vandea, i figli contro i padri, la Francia contro tutti e tutti contro la Francia: data la situazione estrema, spasmi e convulsioni sono più che comprensibili. Come spiega bene uno dei personaggi, «la Rivoluzione ha un nemico, il vecchio mondo, e nei suoi confronti essa è senza pietà, così come il chirurgo ha un nemico, la cancrena, e per essa non ha pietà. (…) Essa mutila, ma salva. (…) Essa pratica una profonda incisione alla civiltà, e ne verrà la salvezza del genere umano. Si soffre? Oh, certo. E quanto tempo durerà? Il tempo che ci vuole per l’operazione. E poi, sarà la vita. La Rivoluzione amputa il mondo. Donde quest’emorragia, il ‘93» e donde, appunto, «l’immensità di quell’istante spaventoso, (...) più grande di tutto il resto del secolo». Una trama lineare scandita attraverso una sequenza ben precisa di atti e una studiata teatralità, nei dialoghi come nelle pose come nelle scene, quasi si trattasse di un history play shakespeariano svolto in forma di romanzo, offre il supporto narrativo per rappresentare il concitato guazzabuglio di quei mesi.

Ci sono libri che vanno letti sottovoce. Questo andrebbe invece declamato, anzi tuonato, con un sottofondo costante non meno epico della cavalcata delle valchirie: anche il groviglio della coscienza, con tutti i suoi tortuosi circuiti e ripensamenti, è rappresentato qui con pennellate nette e potenti. L’occhio corre veloce sulla pagina, ammaliato dalla meravigliosa facondia di Hugo e dalla sua apparentemente inesauribile capacità di evocare immagini folgoranti in cui si condensano tomi e tomi di letteratura storiografica sull’argomento. A titolo d’esempio, fra le tantissime citazioni che sarei tentato di fare, valga l’attacco della descrizione dedicata alla Convenzione: «al cospetto di questa sommità, si resta incantati. Mai nulla di più alto è apparso sull’orizzonte umano. C’è l’Himalaya, e c’è la Convenzione. La quale è forse il punto culminante della storia», in quanto si propose di «cercare il nocciolo di reale che si cela in quello che gli uomini chiamano l’impossibile». Lì dentro, per la verità, c’è un po’ di tutto, tutti i possibili tipi umani immaginabili e anche molti che non ti immagineresti proprio in quel contesto. Di tanti di loro si traccia un ritratto memorabile, con la concisione degna del miglior caricaturista, che in due battute sa fornire una compiuta sintesi storica e morale. Saint-Just? «Abita dentro una cravatta». Sieyès? «Un uomo profondo che era divenuto cavo. (…) Della Rivoluzione era cortigiano, non servitore». Ciò che vale per i singoli vale anche per i gruppi: dei membri della Palude si afferma che «davano il loro appoggio a tutto fino al giorno in cui tutto rovesciavano. Possedevano l’istinto della spinta decisiva da impartire a tutto ciò che traballa». Non c’è alcuna indulgenza, nessun cedimento alla retorica dei padri fondatori tutti buoni e tutti santi: accanto a un eroe c’è un mezzo delinquente, per ogni Parri c’è almeno uno Scilipoti.

Si tratta dunque di «spiriti in balia del vento». Ma – è qui sta il punto - «era un vento prodigioso». Hugo possiede una maestosa visione della storia - qualcosa a cui non crediamo più, ma a cui ci piacerebbe ogni tanto credere ancora – che gli consente di non retrocedere di fronte alle meschinità in cui inevitabilmente la Rivoluzione inciampa: «essere membro della Convenzione voleva dire essere un’onda dell’oceano. (…) Attribuire la Rivoluzione agli uomini, è attribuire la marea alle onde. La Rivoluzione è un’azione dell’ignoto. (…) Il 14 luglio porta la firma di Camille Desmoulins, il 10 agosto di Danton, il 2 settembre di Marat, il 21 settembre di Grégoire, il 21 gennaio di Robespierre; ma Desmoulins, Danton, Marat, Grégoire e Robespierre sono solo firmatari. L’enorme e sinistro redattore di queste grandi pagine ha un nome, Dio, e una maschera, Destino. (…) La Rivoluzione è una forma del fenomeno immanente che ci assedia da ogni lato, e che noi chiamiamo Necessità. Di fronte a questo misterioso intreccio di benefici e di sofferenze, si drizza il “Perché” della storia. Perché sì. Questa, che è la risposta di chi non sa nulla, è anche la risposta di chi sa tutto. Al cospetto di siffatte catastrofi climateriche che devastano e vivificano la civiltà, si esita a giudicare il particolare. Biasimare o lodare gli uomini a causa dei risultati, equivale press’a poco a lodare o a biasimare le cifre a causa del totale. Ciò che deve passare passa, ciò che deve spirare spira. L’eterna serenità non è turbata da simili aquiloni. Al di sopra delle rivoluzioni, la verità e la giustizia dimorano come il cielo stellato al di sopra delle tempeste».

Non stupisce, poste queste premesse, che i principali protagonisti del racconto, più che uomini, appaiano come l’equivalente spirituale di forze naturali, figure che danno vita a concetti, idealtipi cesellati con una maestria raramente eguagliata da altro romanziere: non ha senso contestare il vento perché spira, ma se ne possono provare a studiare le leggi che ne regolano i flussi e riflussi. Qualche accenno appena, anche qui. La parte della reazione è interpretata dal signore di Lantenac, inviato in Vandea per dare una testa alla rivolta: un uomo che «crede in Dio, crede nella tradizione, crede nella famiglia, crede nei propri avi, crede nell’esempio di suo padre, nella lealtà, nel dovere verso il suo sovrano, nel rispetto delle vecchie leggi, nella virtù, nella giustizia» - e che proprio per questo pensa che «i libri creano i crimini» e che sarebbe stato meglio impiccare subito i Voltaire e i Rousseau, prima che le loro idee conducessero a questo immane pasticcio. La «vecchia Francia» - pensa – quello «sì che era bello e nobilmente ordinato; e voi l’avete distrutto. (…) Ah, non volete più avere i nobili? Bene, non ne avrete più. Fateci una croce sopra. Non avrete più paladini, non avrete più eroi». L’Europa dei castelli e delle cattedrali è definitivamente tramontata, gli dei sono fuggiti, il mondo è piombato in un eterno e sbiadito crepuscolo da cui non si riprenderà mai più.

Di fronte a lui si staglia Cimourdain, il sacerdote divenuto profeta della Rivoluzione. A lui, in particolare, Hugo dedica un ritratto portentoso, in cui l’illuminismo estremo tracima nel romanticismo più sinistro e inquieto. Leggere per credere: «Cimourdian era una coscienza pura ma tenebrosa. Portava in sé l’assoluto. (…) Prete, per orgoglio, caso o grandezza d’animo, aveva rispettato i voti; non era però riuscito a conservare la fede. La scienza gliel’aveva demolita (…). Non potendo smettere di esser prete, aveva faticato per rifarsi uomo, ma uomo austero; vietatagli la famiglia, aveva adottato la patria; rifiutatagli una moglie, aveva sposato l’umanità. (…) Visto che amare gli era interdetto, si era dato a odiare. Odiava le menzogne, la monarchia, la teocrazia, la sua tonaca da prete; odiava il presente, e invocava a gran voce il futuro; lo presentiva, lo intravadeva in anticipo, lo intuiva spaventoso e magnifico; capiva che, perché la trista miseria umana venisse eliminata, era necessario qualcosa di simile a un vendicatore il quale fosse un liberatore. Adorava da lungi la catastrofe. (…) Cimourdain apparteneva al novero di coloro che hanno una voce dentro di sé e che l’ascoltano. (…) Aveva la cieca certezza della freccia che vede unicamente il bersaglio e a esso si dirige. Nelle rivoluzioni, nulla di più temibile della linea retta. Cimourdain tirava sempre, fatalmente, diritto. (…) Era un impeccabile che si riteneva infallibile. Nessuno l’aveva mai visto piangere. Virtù inaccessibile e glaciale. Era lo spaventoso uomo giusto. (…) Cimourdain era sublime; ma sublime nell’isolamento, nella scoscesità, nel lividore inospitale; sublime in un paesaggio di precipizi. Le alte montagne hanno codesta sinistra verginità».

Lantenac e Cimourdain odiano e si odiano allo stesso modo: «ciascuno dei due era, per la parte avversa, il mostro. (…) Diciamolo pure: i due, il marchese e il prete, almeno fino a un certo punto erano la stessa persona. La bronzea maschera della guerra civile ha due profili, uno rivolto al passato, l’altro all’avvenire, ma entrambi altrettanto tragici. Lantenac era il primo di tali profili, Cimourdain il secondo; solo che l’amaro ghigno di Lantenac era ammantato d’ombra e notte, mentre sulla fronte fatale di Cimourdain traspariva un lucore aurorale». Fra questi due opposti non sembra esserci possibilità di mediazione, nessuna forma di sintesi, nient’altro se non la reciproca distruzione (sebbene entrambi contengano dentro di sé risvolti insospettati e profondi). Per la verità, ci sarebbe anche un terzo personaggio, Gauvain, a un tempo nipote di Lantenac e allievo di Cimourdain, nobile di nascita ma rivoluzionario per scelta, il cui carattere clemente lo rende tuttavia sospetto ai capi repubblicani che l’hanno inviato in Vandea per reprimere i disordini. Un dialogo vibrante di tensione drammatica pone di fronte, verso la fine del romanzo, quelle che si potrebbero considerare come le due anime della Rivoluzione stessa. Cimourdain sogna la «Repubblica dell’assoluto», Gauvain «la Repubblica dell’ideale»; la prima «dosa, misura e regolamenta l’uomo» come un teorema, la seconda «lo solleva nell’azzurro del cielo» come un’aquila; l’uno vorrebbe che l’uomo fosse stato fatto da Euclide, l’altro da Omero; il primo vede solo la giustizia, il secondo aspira più in alto; questi vuole il servizio militare obbligatorio, quello la pace che rende superfluo ogni reclutamento. «Voi – afferma Gauvain - volete la caserma obbligatoria, io voglio la scuola. Voi sognate l’uomo soldato, io sogno l’uomo cittadino. Voi lo volete terribile, io lo voglio pensoso. Voi fondate una Repubblica di gladii, io (…) fonderei una Repubblica di spiriti». Se ha da esserci la tempesta, conclude, che tempesta sia, non arretreremo; però non bisogna mai perdere la bussola e avere ben chiaro il porto verso cui navighiamo, se no tutto questo sarà solo un carnaio fine a se stesso.

Quasi un secolo dopo la presa della Bastiglia e una cinquantina d’anni prima dell’assalto al palazzo d’Inverno, in una Francia ancora traumatizzata dall’esperienza della Comune (di cui è caduto proprio quest’anno il centocinquantesimo anniversario), Hugo poneva una domanda che sarebbe stata rilanciata di continuo dalle generazioni successive, e cioè se la Rivoluzione sia da considerarsi «la giustificazione del Terrore» o se al contrario il Terrore sia «la calunnia della Rivoluzione». Gauvain e Cimourdain rappresentano rispettivamente il volto utopistico e quello oppressivo del Novantatré: eliminandosi a vicenda, appaiono davvero la prefigurazione dei generosi idealisti e dei luciferini burocrati novecenteschi che finiranno per sconfessarsi reciprocamente, lasciando così sopravvivere e prosperare i Lantenac che entrambi vorrebbero combattere. Effettivamente, «è così che va e viene Parigi, l’immenso pendolo della civiltà che volta a volta tocca l’uno e l’altro polo, le Termopili e Gomorra. Dopo il Novantatré, la Rivoluzione conobbe una singolare eclissi, il secolo parve scordarsi di terminare quello che aveva iniziato, si ebbe l’intermezzo di non so che orgia la quale avanzò sul proscenio, fece passare in secondo piano la terribile Apocalisse, velò la visione smisurata e, finito lo spavento, si buttò via dalle risate; la tragedia affogò nella parodia, e all’orizzonte un polverone carnevalesco offuscò Medusa».

Eppure, sotto il deposito di cenere e paillettes continua ad ardere la stessa brace, come un conflitto rimosso e rimasto irrisolto. Anche i più recenti responsi elettorali sembrano darcene conferma, riproponendo ataviche linee di faglia mai del tutto ricomposte, il ritorno dei rosari branditi come scimitarre, ma anche la difesa isterica di uno spazio vitale esteso quanto il cortile di casa, l’immunizzazione dalla storia attraverso i muri anziché i vaccini. Hugo offre una chiave di lettura non scontata quando distingue tra due diverse appartenenze che spesso vengono confuse: «paese, patria: due parole che riassumono tutta quanta la guerra di Vandea; contesa del principio locale contro il principio universale; paesani contro patrioti». E se per un attimo ha quasi una vaga premonizione pasoliniana nel constatare, con una punta di malinconia, che «anche i selvaggi hanno vizi, ed è da questo lato che poi li prende la civiltà», trasformandoli in mostri, la sua conclusione è comunque che «gli orizzonti circoscritti generano le idee parziali: ciò che a volte condanna i grandi cuori a essere piccole menti».

(finito il 15 settembre 2020)

Ho parlato di


Victor Hugo
Novantatré
(Mondadori 2019)

trad. di F. Saba Sardi

381 pp. | 10,50 €

(ed. or.: Quatrevingt-treize, 1872)

domenica 26 settembre 2021

Marco Polo. Viaggio ai confini del Medioevo

Per uno dei paradossi più incredibili della storia della letteratura, il libro che probabilmente tutti quelli che sapevano leggere nel tardo Medioevo potevano dire di avere letto, tecnicamente parlando, è un libro che non c’è. «Si può leggere il Milione in edizioni di tutti i tipi. Di pregio, tascabili, illustrate, annotate, on-line, off-line, piratate, patinate. Se averlo tra le mani è facile, molto più difficile è sapere con esattezza “che cosa” si stia leggendo. L’incertezza non dipende dalla bravura dei curatori, spesso eccellenti, quanto dalla vicenda travagliata del libro. Non s’è conservato un autografo del Milione che ci trasmetta con sicurezza la volontà, le scelte, e magari anche gli errori dell’autore. Tanto per cominciare, gli autori sono due, Marco, il viaggiatore, e Rustichello, il letterato che ha confezionato l’opera. Chi ha scritto che cosa? Come districarsi tra lo stile un po’ agghindato del pisano e la sobria acutezza di Marco? Ancor più grave è il frantumarsi della tradizione testuale in rivoli diversi». Non padroneggio molto bene Derrida, ma ho la sensazione che questo sarebbe un caso studio ideale per misurare quella che chiama la différance. Di certo, se «la dimensione naturale del Milione è quella della conversazione garbata, in apparenza poco impegnativa» - poiché Marco è un grande affabulatore, che conosce bene «il ritmo naturale dell’oralità, fluido, senza ostacoli» - accostarsi a una versione in cui si è costretti a spezzare continuamente il ritmo del racconto per correre dietro alle note significa privarsi in partenza della possibilità di capirne la grandezza. Per questo, probabilmente assai più che in altri casi, abbondano di quest'opera rifacimenti, adattamenti e parafrasi (molti dei quali d’autore) e per questo, se non si hanno particolari esigenze filologiche da rispettare, la si può avvicinare anche tramite un volume come questo, che biografia non è, saggio in senso stretto neanche, parafrasi neppure, eppure è al tempo stesso un po’ di ciascuna di queste cose tutte insieme: una sorta di libro parallelo (come il Pinocchio di Manganelli) o forse, meglio ancora, un possibile esempio di lettura aumentata, sebbene sviluppata ancora in formato analogico.

D’altronde, c’è un mondo intero, dentro il Milione. Il viaggiatore Marco, infatti, «abita la curiosità, come se fosse una casa confortevole», e questa «vena di curioso, che vuol capire e toccare con mano» lo spinge appunto a «tocca[re] quello che non deve, annusa[re] ciò che non conosce, assaggia[re] i cibi altrui, da buon goloso sperimentatore». «Curioso di tutto», di tutto ci parla: serragli, harem, cibi, profumi, monete, idoli, deserti, città, tatuaggi, pendagli, suoni, abitudini sessuali – sembra non esserci aspetto della vita che non catturi la sua attenzione. E come se non bastassero il mondo che effettivamente vede e quello che contribuisce a creare, immettendo miti orientali nell’immaginario occidentale, Marco ne produce involontariamente di infiniti altri, poiché «i rivoli d’immagini che scorrono dal Milione si perdono per le biblioteche di mezza Europa. Ogni pagina del libro genera decine di altri fogli. Come una pianta che ramifichi, si divida, si moltiplichi, si spezzi in rami sempre più divaricati», disegnando percorsi inesauribili, che collegano, per citarne solo alcuni, Coleridge a Kafka a Calvino, moltiplicando le stratificazioni entro cui si formano nuovi tesori.

Il libro di Marco appare dunque, a un primo sguardo, «un emporio ben organizzato» in cui il suo autore si ritrova come disperso: così pieno di cose, «il Milione non è certo un libro dell’io». Eppure qualcosa di lui forse ci resta, e non pare irrilevante. L’obiettivo che Busi si propone, attraverso questa sua rilettura, è infatti quello di «catturare lo sguardo di Marco», cercare di scovare tra le righe l’uomo «facendo caso a quello che dice e, forse ancora di più, a quanto tace. Soprattutto, guardando a come guarda. Marco, lo si prende per gli occhi. Per i suoi occhi. Perché mette tutto se stesso in quel che vede, in come lo vede». Due espressioni, in particolare, sono rivelatorie del suo modo di osservare. La prima è “la verità è un’altra”: «non c’è frase che piaccia maggiormente a Marco», orgoglioso di poter esibire la propria testimonianza oculare per sfatare le leggende più inverosimili circolanti su un qualche argomento. Analogamente, «uno dei fili che tengono assieme tutta l’opera» è la formula “quelli genti pensano”, «non nel senso astratto, filosofico del riflettere sulla vita. Ciò che a Marco interessa è cosa pensino, di quali contenuti si riempia la loro immaginazione, e come tali pensieri si esprimano in gesti, movimenti, parole, costellazioni vitali». Spogliato degli elementi puramente sensazionalistici, infatti, anche l’inverosimile può risultare comprensibile, se si prova a entrare nel modo di guardare dell’altro. E allora vien giustamente da chiedersi, riscrivendo qualche consolidata genealogia, «se l’Umanesimo, che è ancora tutto da venire», al tempo di Marco, non si sia «fatto le ossa anche su questo improvviso dilatarsi di geografia e antropologia». «Come Colombo, nella sua geografia all’inverso, scopre un intero continente, così i nostri viaggiatori duecenteschi circumnavigano l’uomo. Nei costumi, nelle credenze, nelle stranezze, dalle loro peregrinazioni nasce una nuova stagione, in cui l’Europa cristiana si ritrova più piccola e fragile di quanto pensasse. Non è certo la piena consapevolezza dell’altro, ma una bella ipoteca al vecchio “noi” senza confini e senza paragoni, questo sì».

E tuttavia se Marco può tanto è anche perché in Oriente incontra una sorta di omologo speculare nel Khan Qubilai, di cui diventa per un certo tempo come gli occhi e le orecchie aperti sull’immenso territorio che gli è sottomesso. L’intero suo racconto, prima di essere rivolto agli europei, «vive del confronto tra due menti aperte e due curiosità» e non sarebbe stato possibile senza quell’autorevole, primo ascoltatore con gli occhi a mandorla. Mi ripeto per l’ennesima volta: noi Occidentali non ci siamo fatti da soli. E probabilmente, a beneficio di tutti, dovremmo prima o poi cercare di riprendere, con i nostri amici orientali, il gusto di questa «conversazione priva di obblighi, che si può interrompere in qualsiasi momento. E che, invece, non si vorrebbe mai abbandonare, perché diverte, istruisce, stupisce».

(finito il 12 settembre 2020)

Ho parlato di


Giulio Busi
Marco Polo
Viaggio ai confini del Medioevo
(Mondadori, 2018)

372 pp. | 25 €

lunedì 13 settembre 2021

L'ordine degli Assassini

Prima, molto prima di Assassin’s Creed noi piccoli nerd degli anni ‘90 ci divertivamo a giocare con i librogame, ed è proprio consumando alla morte uno di questi – uno dei più belli – che mi ritrovai per la prima volta di fronte alla veneranda e terribile figura del Vecchio della Montagna. Erano proprio altri tempi. Senza internet a portata di tocco, raccogliere anche solo un minimo di informazioni significative su ciò che suscitava la tua curiosità di ragazzino risultava molto più complicato di quanto non lo sia oggi e perciò ogni conoscenza acquisita era il prodotto di una piccola impresa di cui andare orgogliosi. La storia che più o meno ricostruii, amalgamando le fonti su cui ero riuscito a mettere le mani (dalle enciclopedie in biblioteca a Martin Mystère), raccontava di una sorta di signore della guerra che, all’epoca delle crociate, si era arroccato in un’inespugnabile fortezza da qualche parte sui monti alle spalle dei regni cristiani, il cui aspetto esteriore, arcigno quanto la Cittadella del Serpente di Skeletor, serviva a nascondere il meraviglioso giardino che il suo padrone vi aveva ricreato dentro, un parco in cui scorrevano ruscelli di latte e miele e dove splendide vergini erano a disposizione dei giovani che periodicamente il Vecchio vi introduceva, dopo averli fatti rapire e narcotizzare, in modo da indurli a credere di avere raggiunto davvero il paradiso promesso da Maometto; di qui, poi, alla bisogna, con l’aiuto del medesimo narcotico li faceva riportare nel mondo esterno, per assegnare loro missioni spericolate – il più delle volte omicidi mirati – alle quali i meschini, assuefatti al godimento, si prestavano con lo slancio della disperazione, perché convinti che quello fosse l’unico modo per ritornare quanto prima nel luogo incantato da cui erano stati strappati. E poiché la sostanza impiegata per ottunderne i sensi non era altro che l’hashish, a questi spietati sicari venne appunto dato il nome di “assassini”.

Storia bellissima e suggestiva, che colpì profondamente l’immaginario dei medievali, come testimonia la rapida diffusione del termine stesso “assassino” nelle lingue volgari (lo impiega anche Dante nel canto dei simoniaci, per dire). Peccato solo che non vi sia quasi nulla di vero. Questa leggenda, raccolta dagli europei di passaggio in Terra Santa o lungo la Via della Seta, come Marco Polo, è una rielaborazione romanzesca delle dicerie che circolavano in una parte dell’Islam a proposito di un suo ramo collaterale, di cui questo libro ricostruisce metodicamente la storia, con piglio accademico e solide basi filologiche. In questo modo, il raccontino da cui sono partito finisce confinato in una manciata di paginette, citato quasi vergognosamente col disappunto di chi sa di non poterlo non menzionare, piccola isola di cialtroneria in un oceano di sconfinata erudizione. Confesso che, non aspettandomi una tesi di dottorato (poiché il libro di cui parlo di fatto lo è), ho patito un po’ il decollo di questa nuova avventura, ma poi, presa quota, mi sono lasciato guidare volentieri nell’esplorazione di un mondo di cui non sapevo niente di preciso.

I fatti, in breve. A noi per i quali l’Islam appare come un tutt’uno e i musulmani sono tutti quanti solo “marocchini” fa sempre un po’ effetto prendere coscienza che invece al suo interno c’è stata e c’è una varietà di posizioni paragonabile a quella esistente nel cristianesimo, con tutte le sue confessioni, ordini e congregazioni (e per questo restiamo sorpresi che quelli che noi percepiamo come generici “cattivi”, come gli ayatollah iraniani e i mullah talebani, o i talebani e l’Isis, per molti aspetti non si sentano affatto “dalla stessa parte”). Eppure, sin da quando gli arabi si lanciarono alla conquista del Medio Oriente, il mondo islamico già «straripava della più multiforme vitalità». La frattura più vistosa e duratura, risalente alle generazioni immediatamente successive al Profeta, è ovviamente quella tra sunniti e sciiti. Per un certo periodo, con la conquista da parte dei Fatimidi di uno snodo strategico come l’Egitto, la bilancia sembrò pendere dalla parte dello sciismo, ma la sua posizione di primato venne rovesciata, poco dopo il Mille, dall’espansione dei turchi, i quali, dopo essersi convertiti alla Sunna, misero in piedi un immenso sultanato che andava dallo Xinjang all’Anatolia. É a questo punto che un guerriero al tempo stesso un po’ mistico e un po’ filosofo, Hasan-i Sabbah (divenuto poi il Vecchio della leggenda) si pose a capo dell’opposizione sciita nei territori virtualmente controllati dai turchi e cominciò una lotta senza quartiere contro i nuovi padroni, il cui primo successo strategico fu l’occupazione di una serie di castelli montani a sud del Caspio, compresa la celebre rocca di Alamut, che divenne di lì in poi il rifugio principale di questi ribelli, noti alle cronache (per ragioni che non sto qui a riprendere) con il nome di ismailiti o naziriti. Simili a delle Montségur iraniche, queste città nascoste di lingua persiana si rivelarono a lungo pressoché inespugnabili e da lì, almeno all’inizio, gli ismailiti coltivarono il sogno di guidare la riscossa sciita, ricorrendo anche a metodi che oggi definiremmo terroristici, in quanto la teatralità dell’attentato era ricercata almeno quanto l’effettiva eliminazione del bersaglio (tant’è che spesso e volentieri l'attacco si concludeva con la morte dello stesso attentatore). Il delitto, nelle intenzioni, serviva infatti a scuotere le coscienze degli spettatori più ancora che a versare il sangue di un nemico.

Per circa un secolo e mezzo, dal 1090 al 1256, gli ismailiti costituirono così uno stato nello stato all’interno del’impero turco, percepito, a seconda dei momenti, come un’effettiva spina nel fianco o come una realtà talmente isolata da poterla tranquillamente ignorare. Si trattava però di uno scisma ideologicamente molto connotato. Al suo sorgere, Hasan aveva elaborato una sorta di dialettica della ragione che ne metteva in discussione la capacità di guidare autonomamente l’essere umano. Una teoria simile venne formulata, quasi contemporaneamente, in campo sunnita, da al-Gazzali, ma se quest’ultimo ne traeva la conclusione che l’unica autorità in grado di orientare l’uomo fosse l’esperienza della comunità condensata nella legge (la Sunna, appunto), il primo riteneva che tale funzione potesse essere svolta unicamente dall’imam, che per elezione divina era da considerarsi superiore persino alla legge. In questo modo tale figura veniva ad assumere tratti ben più che profetici, non troppo dissimili da quelli che il Cristo ha per i cristiani (“chi ha visto me ha visto il Padre” è un’affermazione che Hasan le avrebbe senza problemi riferito). Ed è appunto l’idea che la loro guida spirituale potesse annullare le norme identitarie del buon musulmano, unita alle azioni efferate che, a torto o a ragione, venivano loro attribuite, a suscitare nel mondo sunnita uno specialissimo orrore per quegli eretici. Se per Hasan e i suoi seguaci i sunniti avevano sostituito le loro tradizioni all’illuminazione diretta di Dio, per questi ultimi gli ismailiti erano solo dei folli e incontrollabili idealisti capaci letteralmente di qualunque cosa: «il brivido dell’hashish e del pugnale consentiva a un mondo sobrio e irreprensibile di gettare uno sguardo atterrito su possibilità altrimenti inimmaginabili. Qualsiasi nefandezza esulasse dalla portata dell’uomo comune, ma, nella sua perversità, lo attraesse, poteva essere creduta vera dei terribili Nizariti», i quali divennero perciò i protagonisti prediletti di una quantità di trame complottiste, considerati responsabili ultimi e misteriosi di tutto ciò di cui non si riuscivano a trovare altre spiegazioni. All’apice del contrasto, uno dei successori di Hasan si spinse a proclamare la Qiyama, ossia l’avvenuta “resurrezione”: da quel momento bisognava considerare la fine del mondo come già compiuta e la legge abrogata, poiché «in Paradiso non vi saranno leggi» e tutti vedranno Dio faccia a faccia. Grandiosa visione teologica, ma anche segno di ripiegamento e rinuncia a qualsiasi slancio missionario, in quanto affermava che i giochi erano conclusi e il giudizio già espresso.

Forse senza l’arrivo dei mongoli questa sorta di arca degli eletti avrebbe continuato ad autogovernarsi a lungo sui monti dell’Iran, insensibile alle sirene del mondo, o forse quello stato di tensione spirituale non sarebbe durato comunque molto più a lungo (segni di cedimento in tal senso sono attestati già nell’ultima fase di indipendenza), ma ad ogni modo l’invasione di Hulagu Khan, nipote di Gengis, mise fine all’esperimento e oggi quel che resta di quella tradizione ha i connotati di un miliardario come l’Aga Khan, che ha ben poco a che spartire con l’ascetico fervore del suo predecessore Hasan. Sia come sia, in questa storia c’è comunque una morale. Da tutta questa complessa elaborazione dottrinale di cui non ho dato che un minimo assaggio, gli europei ci ricavarono, sia pure un buona fede, una favoletta da Mille e una notte. Il problema è che questo continua a essere lo stesso approccio approssimativo con cui ancora oggi ci muoviamo da quelle parti.

(finito il 9 settembre 2020)

Ho parlato di


Marshall G. S. Hodgson
L'ordine degli Assassini
La lotta dei primi Ismailiti Nizariti 
contro il mondo islamico
(Adelphi, 2019)

trad di S. D'Onofrio

522 pp. | 32 €

(ed. or.: The Order of Assassins, 1955)