giovedì 31 maggio 2018

It

Pare proprio che Einstein abbia impiegato meno tempo a tirare giù la teoria della relatività e a darne conto sugli Annali di Fisica del 1905 di quanto ce ne abbia messo io prima a leggere It e poi a scriverci queste due righe sopra. D’accordo, son 1200 pagine, eppure di libri voluminosi ne ho letti tanti, mi piacciono e quello di King è pure scritto come si deve, con tutte quelle maledette furberie da consumato storyteller che ti inchiodano alla pagina per vedere cosa diavolo succederà in quella dopo. Perché tutto questo tempo, allora? Mi son dato questa risposta: perché un conto è possedere un testo sotto specie di volume, in tutto il suo corpulento spessore, a implorare attenzione sul comodino, un conto è possederlo nella sua eterea veste digitale, racchiuso all’interno di un sottile dispositivo tecnologico. Sembra una stupidaggine, eppure in questo modo è molto più facile venir meno ai propri impegni (occhio non vede...) – e per un pigro come me, oltretutto, tra trovare il lettore, accenderlo e cominciare a leggere c’è sempre di mezzo non uno, ma sette mari. Per non parlare di quel sottile meccanismo psicologico per cui, man mano che sfogli le pagine di un libro, provando una reale sensazione fisica di progresso, acceleri inevvertitamente il ritmo di lettura e quando poi butti l’occhio oltre il punto e vedi che il capitolo successivo ha solo poche pagine – che vuoi fare? mica ti fermerai proprio lì? E avanti così. 

Dirò di più. Per tanti aspetti, l’ebook presenta davvero molte comodità (su questo sono un convertito della prima ora), ma gli manca ancora quel peso specifico che fa del libro qualcosa in più di un mero supporto di lettura e lo rende un oggetto da custodire, manipolare e personalizzare, persino da accarezzare ed amare. E se poi tu da anni leggi tutto con la matita in mano, il passaggio al touch non è indolore, per lo meno finché non si inventeranno (e ci arriveranno) arnesi più sofisticati in grado di riprodurre in modo davvero efficace sia l’esperienza della lettura, sia quella – assai più complessa – dell’annotazione, dello scarabocchio e della rilettura mirata (tutte cose che al momento gestisco discretamente con una determinata categoria di testi letti attraverso il pc, ma non ancora sull’e-reader portatile: e questo spiega anche perché ci abbia messo così tanto a ripensarci su, finita la lettura, e perché vada a memoria, senza citare). Inoltre, anche se non c’entra nulla, diciamolo: lo scaffale virtuale non è minimamente paragonabile a una biblioteca reale. Tant’è che mi è già successo di acquistare in cartaceo testi che avevo già letto in digitale, perché disporli proprio lì, fra quel libro e quell’altro, dice qualcosa di essenziale su di te, come un autentico specchio magico con cui misurarti quotidianamente. 

Son problemi, si capisce. Ma problemi maggiori deve avere avuto Stephen King da ragazzetto se ha saputo costruire così bene questo grandioso bildungsroman pop raccontato dalla parte dei perdenti, con le attenzioni di chi sembra esserci passato. L’attenzione è posta su quella fase di transizione tra infanzia ed età adulta in cui ci si trasforma così profondamente che si smettono di vedere mostri dappertutto, non tanto perché si matura, ma piuttosto perché ci si abitua all’orrore quotidiano, che non assumerà più le forme grottesche e tuttavia ben riconoscibili del clown Pennywise, bensì l’aspetto ordinario della violenza familiare, dell’odio razziale, della ristrettezza mentale, del bullismo – insomma, di tutte quelle forme di aggressività latente che germinano nella provincia più retriva e diventano alla fine, messe più o meno in bella copia, dopo vari caucus e meet-up, programma di governo. Per quanta strada tu possa fare, da quella stagione della vita non ti schiodi mai veramente – e le ferite apparentemente rimarginate, in un modo o nell’altro, presto o tardi, si riapriranno, quando riconoscerai allo specchio il volto butterato del sedicenne che pensavi di esserti definitivamente lasciato alle spalle. 

It è la favola amara del natio borgo selvaggio (che qui è l’ipotetica Derry, nel Maine) riscritta da uno che conosce Lovecraft ma ne ribalta l’ideologia, aggrappandosi a quella fioca speranza veterospielberghiana secondo cui i bambini, meglio se sfigatelli, salveranno il mondo perché sanno chiamare il male con il suo nome (e in questo senso è anche una variazione sul tema di E.T., con la differenza che in quel caso il focus è sulla loro capacità di cogliere candidamente ciò che è comune in chi è alieno: non saprei dire se sono entrambe sintesi riuscite degli anni ’80 o se quel che ci ricordiamo degli anni ’80 è irrimediabilmente contagiato da queste rappresentazioni così assonanti). Poi, per la verità, quei bambini un po’ sfigatelli degli anni ’80, usciti dai loro garage, hanno creato la Silicon Valley e non è ancora chiaro se siano diventati angeli o demoni, ma del resto anche per King c’è uno scarto tra la sua età dell’innocenza (gli anni ’50, prima di Kennedy) e quella del disincanto (gli ’80, appunto). Anzi la stessa ciclicità con cui It si manifesta nella storia, versando sangue che sarà poi dimenticato, mostra come il progresso sia solo un’illusione sotto cui covano sempre le solite ancestrali pulsioni. Non per nulla, a mio avviso, le pagine qualitativamente migliori sono quelle in cui si descrive la topografia di Derry con tutta la sua intricata rete idraulica che si sviluppa come un tumore appena sotto la superficie urbana. In Stranger Things tutto questo è diventato il “sottosopra” – e ci hanno aggiunto gli scienziati cattivi. Come tutti i grandi autori horror, King vira invece verso il teologico (o l’antiteologico) presentando It come una creatura malvagia e polimorfa caduta in epoca remotissima dai confini della realtà sulla Terra, dove ha trovato terreno fertile su cui attecchire. Giusto per ricordarci ancora una volta che le tanto decantate radici – che comunque ci rendono quello che siamo – alle volte sono semplicemente marce.

P.s. Venti-venticinque anni fa, quando vendeva come il pane, nonostante qualche tentativo, King non mi “prese” mai del tutto, a differenza di quanto accadde a diversi miei amici e coetanei. Penso che gli darò una seconda chance.

(finito il 18 febbraio 2018)

Ho parlato di



Stephen King
It
(Sperling & Kupfer, 2017)

Trad. di T. Dobner

1216 pp. | 21,90 €

(ed. or.: It, 1986)

lunedì 21 maggio 2018

Patria. 1967-1977

Sono nato due giorni prima dell’attentato a Giovanni Paolo II e sei prima del referendum sull’aborto, nelle stesse ore in cui a Miami moriva Bob Marley, più o meno tre anni dopo il ritrovamento del cadavere di Aldo Moro in via Caetani e di quello di Peppino Impastato sui binari ferroviari nei dintorni di Cinisi. Per questo, quando dieci anni fa Enrico Deaglio pubblicò Patria. 1978-2008, la lettura di quel libro fu un’esperienza di progressivo rischiaramento, man mano che gli eventi rievocati cessavano di essere pura storia per diventare frammenti di vita vissuta (a scuola chiedo sempre ai miei studenti qual è l’evento storico più antico di cui hanno memoria diretta. Le risposte più gettonate, per gli attuali sedicenni, sono l’elezione di Obama o la vittoria dell’Italia ai mondiali tedeschi. Io, che ho assistito ai mondiali spagnoli, ma senza rendermene conto, ho scoperto che invece il mio ricordo più remoto è probabilmente l’incidente di Chernobyl e quell’oscuro terrore di una nube radioattiva capace di contaminare perfino l’erba dei giardinetti dell’asilo). Partendo proprio dal sequestro Moro come punto di non ritorno della nostra storia nazionale, Deaglio provava a rispondere a una domanda secca e anche un po’ imbarazzante (e badate che nessuno sapeva ancora cosa fossero lo spread né le cene eleganti): ma com’è che siamo arrivati a tutto questo? Com’è che i valori scolpiti nella Costituzione si sono sbriciolati in un solenne vaffanculo? Perché poi dire “patria” significa dire appartenenza anche affettiva a una casa comune, che spesso e volentiere viene deturpata proprio da chi più si vanta di difenderla. E difatti il suo diario retrospettivo – un impasto di sangue e calcestruzzo, mescolati l’uno all’altro con una spruzzata di eroina e tritolo quanto basta – lasciava intendere che alla fine la guerra segreta della repubblica l’avessero vinta loro, piduisti e trattativisti, mafiosi e palazzinari, evasori fiscali e neofascisti. Per inciso, quasi non si parlava di migranti, perchè in sella, sull’altra sponda del mare, ubi sunt leones, c’era ancora Lui, il colonnello libico. 

Deaglio presentava quel suo libro come un “film di carta”. Se prendiamo per buono il paragone, questo ne sarebbe dunque il prequel, dedicato al decennio che si aprì con le morti di Che Guevara, Tenco e Meroni e si chiuse con l’agguato di via Fani. Lo stile è lo stesso dell’altro volume: paragrafi relativamente brevi, scritti al presente, così da proiettarti subito sulla scena e farti sentire la voce in presa diretta dei testimoni oculari – tessere sparse di un puzzle a schema libero, che spazia dalla geopolitica alla cronaca nera. Tutto ruota grosso modo intorno al ’68, alle richieste di modernizzazione provenienti da una società in rapida evoluzione e alla spietata reazione che avallò la strategia della tensione. «L’Italia di allora era cattiva, ipocrita ed egoista. I cardinali, esangui o sanguigni che fossero, erano disumani e inquisitori, i padroni erano dei tirchi da barzelletta, la polizia picchiava e nelle cattedre, nelle scuole nell’esercito, nelle aule di tribunale era sopravvissuta una casta di impuniti che si era plasmata con il fascismo italiano, che, come sappiamo, fu un misto di protervia e codardia». Non per nulla, a scandire il ritmo del racconto, come un ritornello, è la sequenza di ciò che, pian piano, tra mille contrasti, divenne legge, diritto (momentaneamente) acquisito: la proibizione del lavoro minorile, l’equiparazione tra uomo e donna in caso di adulterio, il libero accesso all’università, lo statuto dei lavoratori, l’obiezione di coscienza, eccetera eccetera eccetera. La domanda qui è perciò un’altra, ma non meno diretta: nonostante tutti i limiti e gli errori del caso, preferivate forse davvero com’era prima? 

Ora, di quel periodo io ne so in effetti ben poco: per ragioni anagrafiche, non posso chiedermi dov’ero o cosa facevo il giorno del golpe Borghese o dei disordini di Valle Giulia, ma neppure si può dire che gli eventi di quel decennio siano entrati a far parte della narrazione familiare, se non per sommissimi capi (ricordo quel professore all’università che si rivolgeva a noi ventenni affermando che, a differenza di tutte le altre generazioni del passato, questa volta eravamo noi a ricondurre al principio di realtà quelli che erano stati i sogni e le aspirazioni dei nostri genitori. E io pensavo ai miei che, quando avevano la mia età, non erano sulle barricate, ma si stavano per sposare e si barcamenavano fra vari lavoretti – e ne traevo la conclusione che quel docente aveva letto molti libri ma non aveva una chiara percezione di come andassero le cose nelle periferie, oltre le mura delle grandi città). Ed è anche per questo che sobbalzo ogni volta che scopro che tanti odierni cialtroni sono stati leader di movimenti avanguardistici di allora. Non ci riesco proprio a immaginarmi un Paolo Liguori aggregato al gruppo aristofanesco de “Gli Uccelli”, intento a provocazioni situazionistiche come una parodia dell’incontro di Teano con la collaborazione di un vecchissimo Ungaretti: «portano capelli lunghissimi sulle spalle, come gli indiani pellerossa, e il compito che si sono assegnati è quello di contestare il sistema vecchio di contestare, anticipare i temi artistici, volare al di sopra di una politica che appare loro già vetusta». Il che mi fa pensare che per fortuna i fenomeni storici sono sempre più complessi di quanto non lascerebbe intendere il profilo dei singoli personaggi che vi prendono parte. Anche il bene ogni tanto è banale: accanto ai venticinque Basaglia che hanno posto le basi di un’Italia più moderna c’erano probabilmente decine di conformisti che hanno poi semplicemente cambiato casacca al cambiare del vento. É una delle pochissime ragioni di residua e fideistica speranza quando guardo in faccia Rocco Casalino e tutti questi sedicenti costituenti che oggi si accingono – dicono loro – a scrivere la storia e penso con un brivido a che "Patria" sarà quella che, fra quarant’anni o giù di lì, faremo cominciare nel nostro 2018.

(finito il 9 febbraio 2018)

Ho parlato di




Enrico Deaglio
Patria. 1967-1977
(Feltrinelli, 2017)


640 pp. | 22 €