martedì 24 gennaio 2017

Zero K

Comincio così il mio omaggio a “quelli che il Nobel dovevano darglielo a loro anziché a Bob Dylan” e ne approfitto per colmare anche delle grosse lacune personali. Per una volta, però, rovescio il mio integralismo cronologico e parto dall’ultimo arrivato, inteso come libro, bello ammiccante sugli scaffali intorno a novembre. Solo che da questa via d’ingresso non si capisce bene perché il Nobel Delillo dovrebbe meritarlo. Intendiamoci. Volume spaccato abbastanza nettamente in due. La prima parte è fantascienza pura, ovvero, rubandogli le parole, «scienza inondata da una irreferenabile fantasia». C’è un posto, da qualche parte in mezzo alle steppe asiatiche, «ai margini estremi del plausibile», in cui si ibernano i corpi per risvegliarli quando la morte sarà scientificamente sconfitta. C’è un posto e intorno a questo posto c’è una struttura, un culto, una realtà quasi parallela simile a un tumulo scagliato nel futuro grazie al generoso contributo di ricchi finanziatori che vagheggiano di possedere in questo modo anche “la fine del mondo”. In uno scenario volutamente ovattato e claustrofobico esperti di vari settori inventano nuove lingue, coniano concetti “transrazionali” e così facendo ricapitolano temi diffusi nella riflessione contemporanea, dai non-luoghi alla biopolitica al post-umanismo, con strizzatine d’occhio ad Heidegger e Cartesio (e un pezzo di bravura in cui ci si sforza di immaginare come passerebbe il suo tempo una res cogitans). La questione di fondo la riassumerei così: l’uomo è definito dalla sua mortalità oppure è quella specie che sa sempre trascendere se stessa e che in virtù di questa sua facoltà saprà superare anche la morte, magari risuscitandosi sotto forma di ibrido tecnorganico? C’è un clima di sospensione, molta simbologia, alcuni motivi che ritornano puntualmente come se si trattasse di una sinfonia (magari elettronica, alla Battiato anni ’70, quando rielaborava Huxley), l’ossessione di dare un significato a una realtà che sembra scivolare fra le mani, evanescente, liminale, sempre al confine di una soglia oltre la quale sta l’indicibile. La scienza qui parla il linguaggio della religione e la religione quello della scienza: le piramidi dei faraoni e le celle frigorifero son fatti della stessa pasta. Tanta carne al fuoco, insomma, anche molto stimolante (e mi dico: arrivarci, a ottant’anni, mantenendo il gusto di ragionare su queste cose restando abbastanza sul pezzo). Poi, però, a mio avviso, la seconda parte non chiude il cerchio. Non perché le domande restino aperte, dal momento che un libro può essere riuscito anche se non risponde agli interrogativi che solleva (anzi, spesso lì sta il bello). Ma perchè cambia parzialmente scenario, immette nuovi personaggi, ti dà quasi l’impressione di uno di quei giochi di magia in cui il prestigiatore ti induce a vedere quel che fa con una mano mentre ti inganna con l’altra. Solo che il trucco o non riesce oppure non l’ho capito io. Poi è scritto bene, certo, anche se con un po’ di maniera e con tante, troppe, scoperte autocitazioni che anche uno che non ha mai letto Delillo, come me, inevitabilmente riesce a cogliere. Ma son rimasto un po’ come quando mi trovo di fronte (da profano, lo ammetto) a un’opera d’arte contemporanea. Suggestivo sì, però...

Ho parlato di


Don Delillo
Zero K
(ed. Einaudi, 2016)

trad. di F. Aceto

248 pp., rilegato, 19 €

(ed. or. Zero K, 2016)

lunedì 9 gennaio 2017

Dante. Il romanzo della sua vita

Più o meno tutti abbiamo un’idea, anche se vaga, della sofisticata architettura dei regni ultramondani che Dante ha elaborato nella Divina Commedia, quanto basta se non altro per pensare che un sistema così complesso (tutti i cerchi e i gironi e le cornici) gli sia costato anni e anni di studio preventivo per far quadrare i conti e mettere ciascuno al posto giusto con il suo bel contrappasso. Certo, l’infarinatura liceale comprende anche qualche nozione sulla vita tribolata di Dante – Cerchi e Donati, Bianchi e Neri, Guelfi e Ghibellini – ma, dato che è sempre difficile contestualizzare, uno s’immagina che il sommo poeta, per quanto in esilio, fosse comunque sempre in condizione di mantenere il totale controllo di una materia così articolata e avesse in mente un piano coerente di lungo periodo. Poi uno si immerge un po’ più nelle tormentate vicende italiane del primo ‘300 e, oltre a rendersi conto che la faziosità politica di oggi è uno zuccherino se paragonata a quella di allora, scopre che la Commedia assomiglia piuttosto a un instant-book, in cui si possono riscontrare tutti gli ondeggiamenti politici di un autore non alieno a ripensamenti e cambiamenti di fronte come l’ultimo dei pennivendoli italici nati incendiari e morti pompieri. E così, che so, ci si ritrova con un Federico II dannato all’inferno fra gli eretici e un Manfredi salvato nella valletta dei principi del Purgatorio, perché se prima Dante doveva mostrarsi guelfo integerrimo per ingraziarsi i fiorentini, sperando in una forma di amnistia che gli riaprisse la via di casa, in seguito sposa la causa imperiale, frequentando pericolose amicizie ghibelline (ma retromarce e scatti in avanti sono documentabili più al dettaglio, lavorando soprattutto sui personaggi minori e sul gossip cortigiano). Nulla di tutto ciò riduce di uno iota la statura di Dante, beninteso. Ne vien fuori però un ritratto più concreto e meno agiografico, in cui questa capacità di riaprire di continuo capitoli che sembravano chiusi può apparire anche come una forma di virtù intellettuale. Roba che i dantisti, non ne dubito, conoscono da decenni, ma che un dilettante come me ha trovato incredibilmente affascinante. E ti vien voglia di riprendere in mano il malloppo (che per il momento hai abbandonato al Paradiso Terrestre) non tanto per risentire ancora una volta quel che ha da dire lo maggior corno della fiamma antica, ma per scovare quelle tracce minori di cui fin qui non ti sei curato, perché, seguendo il consiglio, hai guardato e passato, limitandoti a una sbirciatina alla nota a pié di pagina. Lì dentro, invece, c’è un mondo. Il vero mondo di Dante.

Ho parlato di


Marco Santagata
Dante. Il romanzo della sua vita
(ed. Mondadori, 2012)

468 pp., rilegato, 22 €