lunedì 23 ottobre 2023

Il pericolo di un'unica storia

Sia detto per inciso che, per quanto abbia le pagine di carta, una rilegatura a norma e la sua riconoscibile copertina, a rigore ceci n’est pas un livre, trattandosi della trascrizione di una Ted Conference che l’autrice ha tenuto nel 2009 e che chiunque può tranquillamente ascoltarsi online, gratis, persino coi sottotitoli in italiano – e poiché c’è una bella differenza tra lo scrivere immaginando di rivolgersi a un pubblico uditorio oppure a un singolo lettore solitario, consiglierei al curioso di andarsela a ricercare in rete (dura poco meno di venti minuti), in modo da usufruirne nella modalità per cui era stata originariamente pensata. Però, dal momento che io invece di qui sono passato, di questo parlo.

Se ci sono arrivato è per diretta continuità con l’ultimo libro recensito. Gli scrittori sono estremamente sensibili al potere delle storie, avendone fatto il loro mestiere. Chi altri potrebbe infatti apprezzarne di più la forza assolutamente magica che consente loro di contornare un ideale e trascinarlo poi dal piano dell’etereo a quello concretissimo dell’esistenza quotidiana, trasmutandone all’occorrenza la forma e le proprietà? “Gran dominatore” è la parola – diceva già Gorgia – “che con piccolissimo corpo e invisibilissimo, divinissime cose sa compiere”. E così, se Labatut spiegava che la nostra fame di storie ci spinge a inventarcene anche di totalmente folli, per ovviare alla nostra crescente incapacità di capire il mondo, Ngozi Adichie, che ha una manciata di anni più di lui e più di me, sottolinea le controindicazioni che si verificano quando di tutte le storie possibili si fa un unico fascio (e non lo dico a caso). Non poteva che essere una storia, la sua storia personale, ad averglielo reso evidente. «Ho iniziato a scrivere – racconta – e tutti i miei personaggi erano bianchi, anche se vivevo in Nigeria, perché così facevano i personaggi dei libri inglesi che leggevo». Neanche le era passato per la mente che i libri potessero contenere altro: «dato che avevo letto solo libri in cui i personaggi erano stranieri, mi ero convinta che i libri, per loro natura, dovessero avere personaggi stranieri, e dovessero parlare di cose con cui non potevo identificarmi». E si capisce, persino leggere Lolita a Teheran perderebbe tutta la sua carica eversiva se a Teheran non si potesse leggere altro che Lolita. Il paradosso è che, quando poi si è trasferita negli Stati Uniti a studiare, la sua coinquilina americana è rimasta sconcertata dal fatto che parlasse un inglese fluente, sapesse usare un fornello e ascoltasse Mariah Carey anziché musica tribale. «La mia coinquilina aveva un’unica storia dell’Africa» e con quella storia la sua nuova amica Chimamanda, nonostante quel nome così esotico, sembrava non c’entrare nulla. Persino uno dei suoi professori americani aveva liquidato il suo romanzo osservando che “non era abbastanza africano”, perché i suoi personaggi guidavano automobili e non morivano di fame (che poi anche l’idea di una “storia dell’Africa” è abbastanza discutibile: «prima di andare negli USA non mi consideravo africana, consapevolmente. Ma in America ogni volta che si parlava di Africa ci si rivolgeva a me, anche se non sapevo nulla di posti come la Namibia. Ora mi considero africana anche se mi irrita quando ci si riferisce all’Africa come a unico Paese». Chissà cosa penserebbe di quel leghista di genio che all’Africa vorrebbe addirittura vendere Lampedusa...).

Il meccanismo è abbastanza semplice: «mostrate un popolo come una cosa sola svariate volte e quel popolo diventa quella cosa», per esempio un concentrato di terroristi assetati di sangue o un’orda di minacciosi predatori di donne e lavoro. «Il potere è la possibilità non solo di raccontare la storia di un’altra persona, ma di farla diventare la storia definitiva di quella persona». L’alternativa proposta non è però quella di rovesciare quella storia, come si fa con le statue dei personaggi scomodi, sostituendola con una storia opposta, altrettanto definitiva e altrettanto sospetta, ma accettare la possibilità di una pluralità di storie, persino sulle stesse vicende, perché la realtà è per sua natura complessa e controversa e non c’è punto di vista che possa presumere di riassorbirla completamente. Non mi pare, del resto, che si renda un buon servizio alle giuste cause se le si infioretta troppo, perché sarebbe un po’ come ammettere che, prive di trucco o di artifici, perderebbero quella credibilità che dovrebbe derivare dalla loro autenticità, con tutto il suo carico di contraddizioni. Il che non vuol dire garantire semplicemente la proliferazione delle voci, se no finiremmo per ricadere invariabilmente nel dramma di questi giorni, in cui, prigionieri ciascuno di un’unica storia - la propria -, continuiamo in realtà a monologare e a dividere il mondo in fazioni inconciliabili, dichiarando preventivamente di stare con questi o con quelli, senza capire che una storia non può in realtà mai stare senza l’altra e – soprattutto – che una storia non è davvero una storia se manca un ascoltatore che la raccolga e sia disposto a farsi mettere in discussione da essa. Perchè mai dovrei infatti confrontarmi con qualcuno, se sono convinto di sapere già tutto quello che quel qualcuno avrà da dirmi? «L’unica storia crea stereotipi. E il problema degli stereotipi non è che sono falsi, ma che sono incompleti. Trasformano una storia in un’unica storia»: addomesticano, semplificano, riducono. Le storie hanno però questo di bello: se è vero che, quando si consolidano, possono diventare un macigno sotto il cui peso restare, non solo metaforicamente, schiacciati, al tempo stesso sono anche sufficientemente duttili per riaprire sempre e di nuovo gli orizzonti quando non sappiamo più dove sbattere la testa. Quante volte è accaduto che proprio l’inizio di una nuova storia ci abbia tirato fuori dall’abisso? Persino la rivelazione biblica, per chi ci crede, è assai più storia, con i suoi alti e bassi, anziché norma assoluta. E dunque non stanchiamoci mai di raccontare, ascoltare e divulgare quante più storie possibile: che ce ne rendiamo del tutto conto o no, sarà anche quella una forma di resistenza.

(finito il 10 novembre 2021)

Ho parlato di


Chimamanda Ngozi Adichie
Il pericolo di un'unica storia
(Einaudi 2020)

trad. di A. Sirotti

48 pp. | 7 €

(ed. or.: The Danger of a Single Story, TED Conference, 2009)


lunedì 2 ottobre 2023

La pietra della follia

Sinceramente, poteva forse uno come me, che da ragazzetto osava intitolare al grande Chtulhu persino le sue squadre di fantacalcio, restare insensibile al richiamo di un libretto in cui due totem quali Lovecraft e Philip Dick vengono celebrati per la loro capacità di rendere conto, meglio di chiunque altro, del cronico disorientamento cui il nostro tempo sembra averci condannato? “Gli uomini di più ampio intelletto sanno che non c’è netta distinzione tra il reale e l’irreale”, scriveva l’uno nel racconto che solitamente apre il canone, e quante volte me la sarò ripetuta quella frase, mandandola a memoria, per giustificare un certo qual desiderio romantico, e in fondo innocuo, di evasione dalla prosaicità dell’esistente, prima di prendere coscienza, non senza sgomento, che pian piano siamo sprofondati per davvero in «un incubo collettivo e paranoico in cui non abbiamo più accesso al reale», proprio come in un romanzo dell’altro, e constatare che è tutt’altro che rassicurante viverci dentro. Mi tocca a malincuore contraddire Battiato: in quest’epoca di pazzi abbiamo più che mai bisogno degli idioti dell’orrore. Per la verità, sono ormai decenni che la cultura di destra ha arruolato Lovecraft tra le sue fila, sostenendo a grandi linee, e con qualche motivo filologico, che i mostri innominabili di cui popola le sue pagine non sarebbero altro che una proiezione fantastica della minaccia portata agli antichi ordini della buona vecchia Nuova Inghilterra dalla moderna società meticcia, eppure quanto maggiormente somigliano quelle creature orrende agli odierni profeti della non-ragione, ai seminatori d’odio, ai demagoghi di quarta tacca che solleticano le parti più oscure del nostro inconscio e gongolano di soddisfazione credendo di essere tanto più geniali quanto più rimestano con sordido piacere nella merda a caccia di becero consenso... Cari amici che condividete i miei stessi gusti letterari, ma non sembra anche a voi che il sovrapporsi delle solite vocette petulanti nei talk-show produca un suono terribilmente simile al gorgogliare ottuso dei flauti della corte di Azathoth? E non vi sembra di scorgere lo zampino sinistro di Nyarlathothep ogni qual volta il terrore tracima in violenza compiaciuta e disumana?

Questo nostro mondo faticosamente scampato a un’apocalisse nucleare attende la ben più violenta onda d’urto di una crisi isterica che lo travolgerà definitivamente e siamo in tanti – ma a quanto pare non così tanti – a sospettare «che questa piccola fortezza, questa cittadella della ragione e dell’ordine che abbiamo costruito, sia completamente accerchiata, e che le sue mura, per quanto alte, possano essere facilmente sfondate, non solo dall’esterno ma anche dall’interno». Abbandonarsi alla sindrome da stato d’assedio è però già una forma di resa, mentre è proprio nell’ora del massimo pericolo che occorre mantenere la mente lucida. Questo saggio offre appunto delle intuizioni che potrebbero aiutarci a non farci prendere dal panico per quello che è un contraccolpo inatteso della modernità. Da almeno un paio di secoli, infatti, abbiamo affidato le chiavi del regno alla scienza, con la convinzione che in questo modo tutto sarebbe diventato finalmente più chiaro. Qualcosa, però, non ha funzionato. Da un lato, la complessità crescente delle interconnessioni globali e l’emergere di novità imprevedibili in quanto espressione di sistemi caotici e non lineari di cause sta determinando «un catastrofico fallimento della nostra capacità di comprensione» di quel che ci circonda; dall’altro, e soprattutto, più spingiamo in avanti il nostro sapere e più scopriamo, contro ogni evidenza, che «la fiaccola della ragione non è più sufficiente a illuminare l’intricato labirinto che sta prendendo forma (...) intorno a noi». Anzi, «a mano a mano che la scienza lentamente dipana i misteri dell’universo, la realtà che si presenta ai nostri occhi è, per paradosso, ancora più difficile da afferrare. Se ciò che sappiamo aumenta, per così dire, alla velocità della luce, ciò che non capiamo prolifera alla velocità del buio, ossia non è costante ma cresce in modo esponenziale, come l’energia oscura che sta lacerando il cosmo».

Mefistofele, i patti erano altri. Per carità, la scienza ha smaltito da tempo la sbornia positivista e ha riconquistato la dovuta cautela, in quanto sa benissimo che deve procedere per prove ed errori e fare i conti con un mondo decisamente molto più strano di quanto si poteva immaginare, ma non è questo quello che vorremmo sentirci dire. Dal medico, come dagli antichi sciamani, agogniamo infatti una parola di guarigione, non ipotesi o congetture – e non appena ci sfiora l’ombra della complessità subodoriamo subito la truffa, poiché ci mancano gli strumenti per comprenderla. D’altronde, vivere in un mondo indeterminato prodotto da fluttuazioni quantistiche che non ci avevano necessariamente previsto è assai stressante, soprattutto dopo millenni di grandi racconti sorretti da una trama definita come in un romanzone ottocentesco, con un inizio e una fine ben precisi. «Il fallimento della nostra capacità di raccontare su vasta scala cosa significhi vivere nella seconda decade del ventunesimo secolo e la perdita del dono divino della narrazione, quel potere prodigioso di descrivere il mondo attraverso la parola, cogliere il senso di ciò che ci circonda e adottare una storia comune, sono senz’altro le cause del nostro attuale stato di confusione e smarrimento». E allora i folli che stanno prendendo il sopravvento non vanno considerati dei semplici squilibrati, ma come degli amanti delusi che, non potendo accettare che la loro donna li abbia traditi, si ingegnano con metodo a dimostrare che la realtà non può essere come effettivamente appare: è questa, appunto, la scomposta coerenza dei grandi complottisti, per i quali tutto torna comunque e c’è sempre uno schema in grado di spiegare facilmente ciò che i poteri forti vorrebbero invece farci credere inspiegabile. «Dopotutto, i sinuosi sentieri dell’irrazionalità possiedono una loro invitante, quasi organica bellezza, un fascino tentatore che le linee rette della logica e le banali connessioni causa-effetto di certo non possiedono». La follia è insomma l’ultima metamorfosi della volontà di potenza, un delirio di controllo che vorrebbe piegare la realtà alle nostre fantasie, perché non accettiamo l’idea «che ci sia qualcosa nel cuore delle cose che si sottrae alla nostra comprensione, qualcosa che non riusciamo a vedere, per quanto ci sforziamo di guardare lontano nel futuro e per potente che sia la nostra vista». Sono invece sempre più convinto che diffondere strenuamente questa consapevolezza sia essenziale per salvarci.

(finito l'8 novembre 2021)

Ho parlato di


Benjamin Labatut
La pietra della follia
(Adelphi 2021)

trad. di L. Topi

77 pp. | 5 €

(ed. or.: The Stone of Madness, 2021)