venerdì 21 luglio 2017

I fantasmi dell'Impero

É notizia di qualche giorno fa che Asmara, la capitale dell’Eritrea, è stata inserita nella lista dei Patrimoni dell’Umanità dall’Unesco – e poiché nella motivazione si fa esplicito riferimento alle opere urbanistiche intraprese durante la colonizzazione e, in particolare, sotto l’Impero, i nostalgici potranno avere d’ora in poi una terza insospettabile motivazione, dopo la bonifica dell’Agro Pontino e i celebri treni in orario, per magnificare i tempi di “quando c’era lui”. Se tutto va bene l’Agro Pontino lo vedrò coi miei occhi tra qualche ora, prima tappa delle vacanze. In Africa Orientale ci sono invece stato con la fantasia, leggendo questo appassionante romanzo ambientato per lo più nei mesi successivi alla Campagna d’Etiopia, quando i cinegiornali annunciavano in Italia che la guerra era finita e stravinta, mentre sul campo ancora si combatteva – e si sarebbe combattuto praticamente senza sosta fino alla conquista inglese (en passant si fa notare che in effetti per i veterani dell’Etiopia, riciclatisi poi magari a Salò, la guerra durò complessivamente nove anni, senza effettive interruzioni, se non di scenario).

Dichiarare la fine della guerra, però, non era solo la classica mossa di propaganda per abbonire le masse. Negando agli avversari lo statuto di belligeranti e retrocedendoli alla stregua di ribelli se ne poteva fare un po’ quello che si voleva senza troppe preoccupazioni e persino con un carisma di legittimità. É questa quella che viene chiamata, a un certo punto, «la forza del diritto: parti da un assunto sbagliato, ne fai discendere una serie di conseguenze corrette e il tutto sembrerà perfettamente logico» (discorso che vale, tra l’altro, anche per certa teologia). Protagonista della vicenda è appunto un intelligente e onesto giudice militare, Vincenzo Bernardi, incaricato dal viceré Graziani di sbrogliare una matassa ingarbugliata nella regione del Goggiam, dove sta montando una rivolta che il governatore teme sia stata pilotata dai suoi avversari per scalzarlo dalla poltrona. Per implicita ammissione degli autori si tratta di un viaggio nel cuore di tenebra italiano, solo che al posto di Kurtz, laggiù, nei luoghi non segnati sulle mappe, troviamo squadristi che dopo aver vissuto la loro primavera di bellezza coloniale si sono ritrovati loro malgrado a presidiare il buco del culo del mondo, arraggiandosi come meglio credono. Il contesto è quello di uno stato d’eccezione permanente, in cui un oscuro geometra di Ardea, per dire, si trova ad avere un assoluto potere di vita e di morte sugli abissini, prima di rientrare nella quotidianità di provincia, al congedo, e chiedersi se sia stata davvero la stessa persona ad aver fatto tutto quello che aveva fatto (un po’ come i torturatori di Abu Ghraib e tutte quelle brave persone che, quando cambiano le regole sociali, da volontari della pro loco diventano magari i peggiori aguzzini).

Di fronte a ciò che man mano vede e scopre, Bernardi – che è uno scafato, mica una mammoletta: uno che aveva costruito argomenti giuridici per giustificare rappresaglie – non può fare a meno di rividere le nitide categorie con cui si era buttato nella missione. Che cos’è la verità? Quella storica, i fatti come sono realmente andati, oppure quella processuale, quella cui si accede attraverso le prove? «Io – dice, in un momento di autocoscienza – ho sempre preferito la prima, eccome se l’ho preferita... ma ora mi diventa chiaro che l’unica verità possibile è quella relativa, umana, imperfetta. La verità assoluta, in nome della quale tante volte abbiamo ucciso, è inaccertabile e inaccettabile. Qualcuno ha detto che le convinzioni sono nemiche della verità più delle bugie... Devo ammetterlo e lo ammetto: ho cercato la verità anche in fondo a grida di dolore, sempre credendo di essere nel giusto, mentre avrei dovuto accettare il rischio di fallire». Questa riflessione metagiuridica e garantista percorre tutto il racconto, ma non inganni. Ci muoviamo perlopiù tra l’avventura esotica, la docu-fiction, una spruzzatina di romance e la spy-story in cui tutti giocano una partita senza sapere esattamente quale sia la loro maglia. Gli autori hanno scovato alcuni documenti d’archivio, hanno provato a unire i puntini e hanno tirato fuori una ricostruzione verosimilmente falsa, con personaggi in gran parte esistiti, per suggerire una fascinosa ipotesi storiografica, su cui sorvolo onde evitare spoiler (ma che chiama in causa i grossi calibri di Roma).

Il tutto è condito molto bene, coi tempi giusti, e con un sapiente ricorso all’inserimento di documenti ufficiali a scandire le varie tappe della vicenda. Non sarà andato tutto esattamente così? Che importa? Del resto, non sempre si può arrivare alla verità tutta intera e alla giustizia che ne consegue. «Come si può portare giustizia dove l’intrecciarsi capriccioso delle circostanze, del trascorrere degli anni, della ragione di Stato, ha reso impossibile la celebrazione di un processo?»: sono queste le riflessioni che Bernardi rimastica nell’epilogo, all’inizio degli anni ’50, quando accoglie la sentenza che condanna il camerata Kappler non già per la strage in sé delle fosse Ardeatine, ma per aver ucciso cinque civili in più di quelli previsti dagli ordini ricevuti (tutto vero, tra l’altro). E allora si può considerare questo libro come una grande allegoria della nostra torbida storia patria, specie in questi giorni in cui si ricorda Via D’Amelio e arrivano le prime sentenze di Mafia Capitale. La verità assoluta, forse, è al di là delle nostre possibiltà, forse non la sapremo mai fino in fondo, forse non tutti i torti saranno compensati da una pena (il torto stesso tende a volatilizzarsi, in base a chi vince le guerre: lo stesso atto si converte in una medaglia o nell’ergastolo, a seconda delle situazioni). E tuttavia, là dove non arriva il diritto, c’è ancora un modo per provare a fare giustizia: «cercare la verità, per far sì che qualcuno la raccontasse». «Accendete la luce e cercate», qualcosa ne uscirà.


Ho parlato di




Marco Consentino, Domenico Dodaro, Luigi Panella
I fantasmi dell'Impero
(ed. Sellerio, 2017)

552 pp., 15 €


martedì 11 luglio 2017

La vita agra

Se l’innocuo galagone di Caproni ha suscitato così tanti turbamenti in rete, quale subbuglio avrebbe potuto produrre, fra le fonti del tema di argomento storico della maturità, un’eventuale citazione di Bianciardi? Ne butto una lì, tanto per inquadrare il tipo: «il metodo del successo consiste in larga misura nel sollevamento della polvere. É come certe ali al gioco del calcio, in serie C, che ai margini del campo, vicino alla bandierina, dribblano se medesime sei, sette volte, e mandano in visibilio il pubblico sprovveduto. Il gol non viene, ma intanto l’ala ha svolto, come suol dirsi, larga mole di lavoro. Così bisogna fare nelle aziende di tipo terziario e quartario, che oltre tutto, ripeto, non hanno nessun gol da segnare, nessuna meta da raggiungere».

Dissezione contropelo del boom economico, o se volete suo negativo fotografico, scritto corsaro infarcito di minima moralia (la figura del capocellula comunista che di mestiere fa il coiffeur per cani avrebbe fatto la sua bella figura in Adorno e perfino alla Leopolda, ma ce n’è a bizzeffe di casi simili), lucido nella denuncia, visionario nella prognosi e crudamente realistico quando parla di boiler inceppati, di code alle poste e bollette da pagare, La vita agra restituisce uno spaccato in presa diretta della Milano in tumultuosa trasformazione cantata dal primo Gaber (siamo nel ’62, due anni dopo La dolce vita romana di Fellini), che però, con appena qualche aggiornamento tecnologico, potrebbe adattarsi anche a tanta parte dell’Italia odierna, tramontata la breve stagione dello Statuto dei Lavoratori. Che razza di libro sia non è facile dirlo – forse un’autobiografia maledetta che sfocia nel manifesto eversivo, con un filo narrativo che tiene insieme la preponderante vocazione saggistica (in questo Houellebecq gli assomiglia: chissà perché mi trovo spesso a flirtare con gli anarcoidi). In un certo senso potrebbe essere definito un libro performativo, perlomeno nelle intenzioni. Il protagonista – alter ego dell’autore (anche qui sta il bello) – sale infatti a Milano dalla Toscana con l’intento di vendicare con un attentato i 43 minatori morti in seguito a un incidente causato dalle negligenze della loro azienda in materia di sicurezza sul lavoro (l’incidente avvenne davvero, a Ribolla, nel 1954, e Bianciardi se ne occupò in prima persona quand’era animatore culturale nelle campagne del grossetano. Il calcolo dei dirigenti fu spietatamente efficiente: conviene pagare i risarcimenti alle famiglie delle vittime e avere un pretesto per chiudere un impianto in perdita anziché provare a metterlo in regola per evitare la strage. E il responsabile «oggi aumenta i dividendi e apre a sinistra», si nota malignamente). Al posto della bomba, Bianciardi lancia però la sua invettiva, disinnescata nel più perfido dei modi: col successo – effimero, s’intende, di quello che non mette radici e basta un po’ di sole per seccarlo, ma intanto ti sterilizza la vis polemica e rende l’apocalittico, suo malgrado, integrato.

Oggi ci tocca perciò riscoprirlo (non ha l’alone mitico di un Pasolini), ma vale la pena farlo, anche per le sorprendenti invenzioni linguistiche di cui sono piene pagine come questa, in cui leggiamo una critica al PIL che ricorda un celebre discorso pronunciato qualche anno dopo da Bob Kennedy, innestata su un ragionamento in cui affiora già la scommessa della decrescita: «è aumentata la produzione lorda e netta, il reddito nazionale cumulativo e pro capite, l’occupazione assoluta e relativa, il numero delle auto in circolazione e degli elettrodomestici in funzione, la tariffa delle ragazze squillo, la paga oraria, il biglietto del tram e il totale dei circolanti sul detto mezzo, il consumo del pollame, il tasso di sconto, l’età media, la statura media, la valetudinarietà media, la produttività media e la media oraria al giro d’Italia. Tutto quello che c’è di medio è aumentato, dicono contenti. E quelli che lo negano propongono però anche loro di fare aumentare, e non a chiacchiere, le medie; il prelievo fiscale medio, la scuola media e i ceti medi. Faranno insorgere bisogni mai sentiti prima. Chi non ha l’automobile l’avrà, e poi ne daremo due per famiglia, e poi una a testa, daremo anche un televisore a ciascuno, due televisori, due frigoriferi, due lavatrici automatiche, tre apparecchi radio, il rasoio elettrico, la bilancina da bagno, l’asciugacapelli, il bidet e l’acqua calda. A tutti. Purché lavorino, purché siano pronti a scarpinare, a fare polvere, a pestarsi i piedi, a tafanarsi l’un con l’altro dalla mattina alla sera».

A questa microfisica della tolleranza repressiva Bianciardi oppone un paradossale elogio dell’inefficienza, della lentezza e del rallentamento (memorabile l’episodio in cui racconta di essere stato arrestato perché, camminando piano, ha dimostrato un “atteggiamento sospetto” al questurino della buoncostume). «Occorre che la gente impari a non muoversi, a non collaborare, a non produrre, a non farsi nascere bisogni nuovi, e anzi rinunziare a quelli che ha». Si abbandonerà «tutto ciò che ruota, articola, scivola, incastra, ingrana e sollecita», poi sarà la volta delle materie sintetiche, dei metalli e della carta – e su queste premesse si formeranno comunità isolate nei luoghi più salubri (le città inquinate essendo tutte occupate dalle formiche operaie umane che si muoiono addosso e vanno avanti, avanti, avanti): qui si praticherà un’economia del dono e del tempo libero, si ritornerà alla tradizione orale, che lascerà spazio solo ai capolavori, si coltiveranno sentimenti nobili e amore libero, finché questo «neocristianesimo a sfondo disattivistico e copulatorio» prenderà il sopravvento sulla nostra società spettrale, in cui «non trovi le persone, ma soltanto la loro immagine» (e questo ben prima che nascesse Facebook). Oppure no, perché la società morde, le scadenze incombono e bisogna pur portare avanti il gioco, fino allo stremo.

Ho parlato di




Luciano Bianciardi
La vita agra
(ed. Feltrinelli, 2013)

208 pp., 8,50 €

(ed. or., 1962)