martedì 26 luglio 2022

Impero

Sempre a proposito di Stati Uniti, Gore Vidal è un intellettuale che, se non fosse morto esattamente dieci anni fa, proprio in questi giorni, mi aspetterei oggi di ritrovare impegnato a sostenere che le ragioni profonde della guerra in Ucraina sarebbero da attribuire anzitutto all’espansionismo americano nell’Europa orientale, con la stessa vis polemica con cui, dopo le Torri Gemelle, l’Iraq e l’Afghanistan, aveva apertamente preso posizione contro l’amministrazione di Bush junior. Ma poiché si tratta anzitutto di un grande scrittore (anzi, per me, uno dei grandissimi), dubito che la sua produzione saggistica possa offrirci spunti di riflessione più stimolanti rispetto alla sua opera narrativa, fra cui un posto a sé hanno i sette romanzi del ciclo “Narratives of Empire”, ciascuno dei quali dedicato a un momento chiave della storia che ha condotto l’America dalla proclamazione della sua rustica indipendenza alla conquista dello status di superpotenza globale. Il quarto volume della lista, intitolato semplicemente Impero, racconta in particolare quel periodo compreso tra il 1898 e il 1905 in cui per la prima volta la bandiera a stelle e strisce fu innalzata in luoghi esotici a coronamento di un’occupazione militare presentata come meritoria opera di liberazione (in questo caso, Cuba, Portorico e le Filippine sottratte alla Spagna dopo una breve guerra). Sono le avvisaglie del nuovo secolo che sta iniziando e che si preannuncia per gli americani come quello del «nostro apogeo» e della «nostra età augustea», in cui essi si arrogheranno l’onere, fin qui sostenuto per lo più dall’Inghilterra, di «civilizzare e (…) cristianizzare» le popolazioni arretrate, procedendo pian piano «verso l’annessione, se possibile, del mondo intero». Qui però non si ha solo uno scarto tra la “vecchia” Europa e la “giovane” America, ma anche tra la “vecchia” America rappresentata da chi guarda con nostalgia al patriarca Lincoln (che pure era stato un innovatore) e la “nuova” America pronta a lanciare il guanto di sfida alle altre potenze mondiali, dimostrando così di saper cavalcare il corso di una storia in rapida accelerazione, la cui legge fondamentale sembra essere quella «che vuole che il più efficiente sia destinato a prevalere».

Ebbene, Vidal si colloca al cuore stesso del sistema e descrive le lotte chi vi avvengono, per lo più dietro le quinte, per assicurarsi appunto la possibilità di controllare questa trasformazione della confederazione in una «neo-repubblica imperiale», sebbene la parola “impero” e i suoi sinonimi non vengano mai usati nei discorsi ufficiali, dal momento che ciò potrebbe urtare gli americani più sensibili (poi ci dicono, a noi insegnanti di storia: “tagliate, per arrivare a parlare dei giorni nostri!” Ma come si fa a tagliare, con due ore appena a settimana, se persino in questo paragrafo relativamente minore dei nostri manuali scolastici si annidano vicende così interessanti?). In questo prototipo di House of Cards, il talento dell’autore emerge soprattutto nella caratterizzazione dei personaggi, che siano reali o fittizi. Il presidente McKinley, per esempio, col suo «pancione, largo e rotondo come il mappamondo», incarna perfettamente «lo spirito della nostra razza nel momento in cui irrompiamo sulla scena mondiale e recitiamo il nostro ruolo, un ruolo di leader». «Papale» quanto i senatori che lo circondano assomigliano ai «cardinali della Roma rinascimentale», «sapeva a stento chi fossero Giulio Cesare o Alessandro Magno, eppure aveva conquistato una parte della terra altrettanto estesa senza muoversi una sola volta dalla sua orribile residenza di stato, con i suoi importantissimi telegrafi e i non meno potenti telefoni». «Nel corso degli anni, la bontà del suo temperamento aveva trasformato un viso che sarebbe potuto essere ottuso, un po’ bovino, in una radiosità quasi divina: “quasi”, perché, a differenza della maggior parte degli dèi, in William McKinley non c’era collera, perfidia, invidia dell’umana felicità, ma solo una continua, raggiante umanità, quasi un’aureola confortante intorno alla sua grossa testa, il cui mento rotondo rifletteva la luce del sole pomeridiano grazie al burro del quale era unto, come fosse stato un unguento sacro». 

L’assassinio di questo «garbato Buddha americano» ad opera di un anarchico, nel 1901 - un anno dopo quello di Umberto I -, spiana la strada a un personaggio che per certi versi ne è l’opposto caratteriale, il suo vice Theodore Roosevelt, anch’egli oggetto di un ritratto memorabile da parte di Vidal. «Uomo di pura energia (…) primitiva e irrazionale», «energia inesauribile al di fuori di qualsiasi disegno», perennemente in movimento «come un soldatino che qualcuno avesse caricato con la molla ma si fosse dimenticato di orientare in una precisa direzione», «tutto azione e spacconate» accompagnate da un fiume infinito di parole ininterrottamente riversate sui suoi interlocutori – Teddy è «un eroe ai suoi stessi occhi», a cui appare come un vero cowboy, un americano tutto d’un pezzo, una cosa sola con l’uomo della strada. «Lui vuole qualunque cosa il popolo voglia» - e sa come ottenerlo: «un uomo istruito – e certamente allude a se stesso – non deve darsi alla politica in qualità di persona colta perché è destinato ad essere sconfitto da qualcuno del tutto privo di istruzione (…); perciò lo consiglia di affrontare le elezioni come se fosse privo di istruzione e di presentarsi all’elettorato (…) semplicemente come un americano; in questo caso vincerà ed è questo quello che conta». Ebbene, questo personaggio così apparentemente fuori dagli schemi, diventato, a 42 anni, il più giovane e anche «il più improbabile» dei presidenti americani, si ritrova a occupare «un posto più rilevante di quello di Traiano nella fase più importante dell’impero romano (…). Nessuno, prima d’ora, ha avuto tanto potere, in un momento così favorevole della storia».  

Possibile che gli oligarchi di Washington si siano fatti cogliere di sorpresa da questa mina vagante populista? Niente affatto. Anche se si presenta come uno «zelante riformatore» dalla parte del popolo contro i poteri forti dei trusts, Roosevelt ha comunque bisogno della «macchina del partito» per diventare prima governatore dello Stato di New York, poi vicepresidente di McKinley e infine candidato vincente alle presidenziali nel 1904. Il fatto è che Teddy «parla proprio come noi e agisce come vogliono che agisca le persone che pagano per lui». É lui il condottiero perfetto per far digerire agli americani, «nel nome della ricerca della felicità, della libertà e dell’indipendenza», e ancor più nel nome del benessere, «un concetto così tipicamente non americano come quello di impero», ma di cui ormai non si può più fare a meno. In realtà, già «al tempo di Lincoln il popolo non svolgeva alcun ruolo nel governo degli Stati Uniti, e ancora meno ora, nell’era di Theodore Rex. Lincoln era stato incline a governare per decreto, grazie al principio multiuso della “necessità militare” che conferiva legittimità alle sue azioni più arbitrarie. Roosevelt, dal canto suo, perseguiva i propri interessi nella sua maniera reticente e alquanto sorprendente: era per l’impero a ogni costo. Il popolo, naturalmente, era sempre più o meno : di tanto in tanto bisognava lusingarlo, esortarlo alla battaglia o ad assecondare qualsiasi desiderio del Cesare Augusto di Washington. Il risultato era una costante tensione tra il popolo in generale e la classe dirigente, persuasa (…) della necessità di concentrare la ricchezza nelle mani di pochi facendo in modo che questi ultimi, per quanto possibile, si mantenessero virtuosi, almeno in apparenza». Ma tutto sommato questo patto iniquo andava bene ai «bravi americani, ansiosi di mantenere i loro padroni nel lusso e se stessi nella speranza di vincere un giorno alla lotteria» - e per questo ostili a qualunque reale programma di redistribuzione delle ricchezze, liquidato subito come pericoloso “socialismo”.  

Paradossalmente, l’unico che sulla carta avrebbe la forza di mettere i bastoni fra le ruote a Roosevelt e all’oligarchia che lo tiene in piedi è un personaggio non meno controverso, quel William Randolph Hearst che fornì a Orson Welles l’ispirazione per Citizen Kane, Quarto potere. Con tutti i giornali che possiede, Hearst, in realtà, il suo impero ce l’ha già, di natura mediatica: non a torto, si considera il vero vincitore della guerra contro la Spagna perché sono state proprio le sue testate a convincere gli americani che l’incidente che aveva dato inizio alle ostilità era stato innescato dagli avversari (cosa tutt’altro che verificata). In questa strana «democrazia basata sui giornali», il «potere reale» e «definitivo» appartiene infatti a «chi reinventa per tutti il mondo, offrendo loro i sogni che si voleva sognassero» - e sebbene neanche Hearst capisca bene la natura esatta di questo potere, sa tuttavia come farlo funzionare. Eccoli, estrapolati da punti diversi del libro, i capisaldi del suo metodo, che sono ancora oggi alla base di tanta sedicente informazione fatta “porta a porta”: «ciò che conta è la luce in cui si mostrano le cose»; «se non ci sono notizie esaltanti da riferire, bisogna crearle»; «ma era improprio parlare di notizie. Non si trattava di notizie ma di divertimento per le masse»; «la chiave di valutazione era il divertimento. Che cosa avrebbe maggiormente eccitato il rozzo cittadino medio?, chi avrebbe rinunciato a un penny per leggere il “Journal”?»; e se il cittadino medio ama gli scandali, offrirgli quello che vuole è un modo generoso di prenderlo finalmente in considerazione e di stare dalla sua parte; «naturalmente terremoti, risultati delle elezioni e delle partite di… baseball (…) sono notizie e pertanto devono essere riportate. Ma il resto di ciò che stampiamo è letteratura, di un tipo particolare che intrattiene, diverte e infiamma i nostri lettori cosicché loro comprano tutto ciò che i nostri inserzionisti hanno intenzione di vendere» (qui le parole di Hearst sono mescolate a quelle di Caroline Sanford, che è invece un personaggio di fantasia, ma non per questo meno affascinante; «una donna indipendente, in un modo al quale il loro mondo non era abituato», che, pur avendo avuto un’educazione europea, abbraccia la carriera editoriale perché comprende che quello è, appunto, il modo per ottenere potere in un paese in cui, in quanto donna, non sarebbe ancora riuscita, neanche oggi, a diventare presidente). Chi è, dunque, Hearst? «Un visionario. Difficile dirlo. Piuttosto, un innovatore, un imprenditore, un evento della natura».  

In forza di questo suo potere, Hearst è «soddisfatto di rimanere al suo posto, come outsider, sì, ma in grado di terrorizzare tutti gli insider». Finché il «populista milionario» non accetta più di essere trattato con sufficienza dai circoli dell’America bene e decide di entrare in politica anche lui,  contro «l’unico uomo verso il quale (…) mostrava segni d’invidia», ossia proprio quel Roosevelt che ritiene essere una sua creazione («siamo stati noi a inventarlo», esaltando oltre ogni misura le vittorie ottenute dal gruppo di volontari da lui comandato in occasione della presa di Cuba, quando Roosevelt divenne una sorta di eroe nazionale). Con questa scelta, appare davvero sulla scena «un’entità nuova, singolare e potente (…) Il creatore (…) cercava di creare se stesso. Era come se uno specchio, invece di riflettere un’immagine, ne avesse proiettata una al di fuori di sé. Hearst era in grado di modificare, in svariati modi, la realtà, ma questa doveva esistere prima che lui potesse operare la sua strana magia. Poteva uno specchio deformante riflettere se stesso se non aveva niente davanti? Hearst era reale?». Fino a quel momento la repubblica americana - «o comunque si volessero definire gli Stati Uniti» – era stata governata «nel migliore dei modi da una classe di ricchi proprietari responsabili» che lasciava di tanto in tanto votare la gente per salvare le apparenze. Teddy Roosevelt era uno splendido leader “popolare”, ma del tutto innocuo, se non addirittura funzionale al mantenimento di questo status quo: “l’americano” per cui si batte è infatti un artificio che esiste solo nella sua testa. Invece «Hearst era diverso, riusciva a suscitare nel popolo reazioni imprevedibili, era in grado di inventare problemi, e poi soluzioni – inventate anch’esse ma non per questo meno popolari. Ora la contesa avveniva tra i pochi dall’animo nobile, guidati da Roosevelt, e Hearst, il vero inventore del mondo moderno. Ciò che Hearst decideva in modo del tutto arbitrario si trasformava in notizia e i pochi potenti erano obbligati a reagire alle sue invenzioni. Sarebbe però riuscito – ed era un punto alquanto discusso dai pochi – a creare le notizie in modo tale da impadronirsi di una delle cariche più alte dello stato, se non addirittura della più alta?». Allora la testuggine si chiuse e l’assalto del barbaro venne respinto: da parte di Vidal non c’è nessuna concessione alla retorica impiegata per escluderlo, ma neanche la minima simpatia per Hearst. Tanto più che l’attacco si è solo spostato su un altro fronte: «ma io andrò avanti – dice, infatti, il magnate, dopo la sua sconfitta – e continuerò a descrivere il mondo in cui viviamo, che diventerà quello che dirò io». E noi ci siamo pienamente dentro.

(finito il 20 aprile 2021)

Ho parlato di


Gore Vidal
Impero
(Fazi 2019)

trad. di B. Marietti

712 pp. | 20 €

(ed. or.: Empire, 1987)

giovedì 21 luglio 2022

Storia degli Stati Uniti

Siamo talmente plagiati dall’immaginario americano che dell’America pensiamo sempre di conoscere tutto, ma come al cagnolino che per lunga confidenza ha imparato le abitudini del padrone non attribuiremmo per questo una reale cognizione anche dei suoi travagli interiori, così probabilmente anche a noi sfugge sempre qualcosa di quanto cova all’ombra della Statua della Libertà. L’assalto a Capitol Hill è stato per me l’ennesimo squillo di sveglia: dopo tanto girarci intorno, non ho più tollerato saperne così poco – e poiché in queste cose sono noiosamente metodico, ho voluto riprendere il filo del discorso dall’inizio, almeno per quanto è possibile a uno che non se ne occupa di mestiere, procurandomi cioè una bella storia degli Stati Uniti che mi offrisse una griglia entro cui collocare via via nomi, concetti ed eventi. Il fatto che ce ne sia una in commercio firmata da Giovanni Borgognone ha facilitato la mia scelta. Con lui mi sembra di giocare in casa, non solo perché ho avuto modo di apprezzarne dal vivo le lucide lezioni tenute ai miei studenti sullo spicchio finale di quella stessa storia, ma anche perché, in un lontanissimo esame di oltre quindici anni fa, era stato proprio lui a interrogarmi sulla Democrazia in America di Tocqueville, uno dei libri che più ha contribuito a formare il mio modo di vedere il mondo. La regola d’oro che suggerisce di differenziare le proprie fonti può forse essere almeno in parte disattesa quando si individua una guida affidabile – e io sono a tal punto convinto che questa lo sia da consigliare a scatola chiusa il suo ultimo libro (America bianca. La destra reazionaria dal Ku Klux Klan a Trump), anche se non ho idea di quando riuscirò a leggerlo.

Giova inoltre il fatto che, per quanto si tratti pur sempre di un testo di sintesi, l’autore non si limiti a mettere semplicemente in fila quanto accaduto dai Padri Fondatori a Obama (ho letto infatti l'edizione del 2013 anche se nel frattempo ne è uscita una nuova e aggiornata), ma si preoccupi sempre di corredare il racconto con ampi riferimenti ai modi, anche discordanti, con cui gli americani hanno interpretato se stessi e il proprio agire, fornendo così delle chiavi per comprendere meglio cosa è diventata l’America e, di riflesso, cosa siamo diventati o cosa stiamo diventando anche noi che ne subiamo l’influenza. Dal momento che qui troviamo alcune delle basi di quell’aggrovigliato filamento che compone il dna delle nostre moderne liberaldemocrazie, credo valga la pena provare a capire se non vi sia qualche tara genetica che rischia di trasmettersi per via ereditaria. Per dire, consideriamo il progetto originario su cui si fonda quel paese: abbandonare la vecchia Europa e abitare la nuova Terra Promessa offerta da Dio ai suoi eletti oltre l’Atlantico, così come un tempo il popolo d’Israele aveva abbandonato l’Egitto del Faraone per abitare il territorio che gli era stato offerto al di là del Giordano, con i pellerossa a svolgere la parte che era stata delle tribù cananee, ossia quella di essere respinti sempre più indietro dall’incedere di quella nuova Arca dell’Alleanza chiamata ora Destino manifesto. Non è così insensato che su queste premesse abbia potuto attecchire nella società americana uno strisciante e perdurante sentimento di xenofobia da parte degli immigrati della prima ora nei confronti di quelli che hanno commesso il solo errore di essere emigrati dopo; più assurdo, ma tutt’altro che insolito, è che tale atteggiamento abbia preso il nome di “nativismo”: evidentemente, dove abbondò la colpa, sovrabbonda anche la rimozione. I veri nativi non sono del resto gli unici esclusi da questa impresa, che almeno inizialmente ignorava anche le donne e i neri (le “altre persone” che abitano il paese a cui allude di passaggio la Costituzione americana, distinguendole bene da “We, the People”). Da quel che capisco, la prossima battaglia tornerà a giocarsi su questo stesso terreno (dentro i privilegiati, fuori tutti gli altri), se già si stanno cominciando a ridisegnare i collegi elettorali in modo da garantire che le minoranze restino minoranze senza violare, formalmente, quel principio maggioritario che noi tendiamo a identificare con la democrazia in quanto tale.

Che poi, a ben vedere, anche se per noi l’America è sinonimo di democrazia, quando scoppiò la guerra contro la madrepatria inglese, «l’“ideologia” rivoluzionaria si incentrò soprattutto sulla nozione di “libertà” (liberty); l’ideale prevalente tra i Padri “non era la ‘democrazia’ (termine usato molto raramente nei dibattiti dell’epoca), ma appunto la “libertà” e l’autogoverno (self-government), da realizzarsi in forma rappresentativa». Una libertà quasi illimitata intensivamente quanto limitata estensivamente, come dicevo, e dalla quale resta perciò estranea l’idea di rimettere in questione gli assetti di potere consolidati, poiché rifiutare un’autorità superiore non significa automaticamente essere disposti a condividere il potere con chi si trova al di sotto di te. La dialettica che sta al cuore del sistema politico americano è difatti quella tra i fautori di un maggior coordinamento da parte dello Stato centrale e quanti sostengono, al contrario, che un’autorità statale forte possa ledere la sacralità delle libertà personali, ossia tra quelli che, con terminologia in un certo senso opposta a quella a cui siamo abituati noi, chiamiamo rispettivamente federalisti e antifederalisti. La nascita degli Stati Uniti come li conosciamo non ha posto fine al dilemma, anzi «il localismo (...) ha continuato a rappresentare una potente forza ideologica nella vita americana; se la struttura del governo è stata plasmata dai federalisti, lo spirito della politica americana, in notevole misura, è stato ispirato dagli antifederalisti». Esso coincide con il «patrimonio identitario della provincia americana, diffidente nei confronti non solo dell’Europa, ma anche delle grandi città della costa orientale statunitense, giudicate troppo vicine allo spirito europeo, e della politica centralistica del governo federale, considerata oppressiva e liberticida, e proprio per questo antiamericana» - quella tipica provincia, per intenderci, che praticava abitualmente i linciaggi come espressione, appunto, «della sovranità popolare». La pretesa di non dover subire la minima ingerenza da parte dello Stato tende così a prevalere sulla disponibilità a elaborare insieme un progetto comune: meglio conservare il diritto individuale di inquinare e di morire senza cure e in povertà che usare denaro pubblico per provare a uscirne insieme (come dimostra il continuo ostruzionismo alle proposte di legge sulla sanità, sulla riduzione delle emissioni nocive, sull’impiego delle armi e via discorrendo).

Mi sembra di individuare, fra le pagine del libro, un filo conduttore che da Thomas Jefferson arriva fino al boom del secondo dopoguerra. «La libertà, proprio in un’epoca in cui trionfavano i grandi poteri economici del tutto al di fuori di un autentico mercato competitivo, e in cui la “fabbrica dei bisogni” giungeva a perfezionare a livelli mai visti i propri strumenti per manipolare le menti dei cittadini e dettare loro la scala delle priorità, si configurava innanzitutto come “libertà di impresa” e “libertà di consumo”». Di nuovo, «al centro della propaganda americana vi era più questa nozione rispetto a quella di democrazia politica», ed è forse per questo che si è poi cercato di esportarla come una merce fra le altre. Al Leviatano che pretende di regolamentare ogni spazio della tua vita subentra il mostro mite che ti convince di aver bisogno di ciò che ti vende e ti lascia fare quello che vuoi in tutte le scelte che risultano innocue rispetto al mantenimento dello status quo, scambiando il soddisfacimento di una voglia per autentica libertà. Davvero fu lucidissimo Tocqueville, che intravide già tutto questo visitando l’America nell’età jacksoniana, quando per la prima volta si andò profilando l’idea di un “dispotismo democratico” esercitato su una «massa atomizzata di individui, chiusi nella cerchia della propria famiglia e dei propri amici e sempre più indifferenti alla società nel suo complesso». Mettete insieme la legge del sangue e la libertà più sfrenata, la difesa con le armi e con i muri del proprio particulare, la retorica patriottica e il familismo amorale, ed ecco comparire i tratti ricorrenti della destra reale, comunque poi la si chiami, così come si manifesta appunto nelle democrazie avanzate. Si parte nobilmente dalla difesa dei diritti e si arriva all’ognun per sé, come ammoniva Simone Weil.

Il problema, per chi vorrebbe opporsi a questa deriva, è che anche il principale modello alternativo elaborato finora negli States presenta dei limiti in un certo senso speculari. Lo si è definito dapprima “progressista”, poi “liberal” (a partire dal New Deal): il suo tratto peculiare è di opporre all’anarchia del mercato - ma anche alla partecipazione popolare - il mito efficientista della pianificazione tecnocratica e l’opera illuminata dei competenti. Prodotto di una cultura urbana, accademica e d’élite, tale atteggiamento è all’origine di uno stuolo infinito di controsensi, come quello per cui un ricchissimo tycoon come Trump ha potuto presentarsi come campione della gente comune contro i poteri forti rappresentati da Hilary Clinton, o quello non meno sconsiderato per cui personaggi come Monti o Draghi finiscono per essere inopinatamente considerati “di sinistra”, solo perché non ruttano a tavola e sono rispettosi del principio di realtà (quando invece la sinistra dovrebbe far leva sull’immaginabile per scardinare la rassegnazione al dato di fatto). Da Wilson a Roosevelt a Kennedy, giù giù fino a Clinton e Obama, questa linea di condotta ha sempre suscitato diffidenze autonomiste e proteste neoidentitarie, in quanto «ritenuta responsabile di una forma di “dispotismo soft” da parte di tecnocrati e alti burocrati federali, considerata come la più grave minaccia nei confronti dell’autentica tradizione politica statunitense, quella della libertà individuale e del self-government», ma ha anche prodotto reazioni contrariate in chi non si ostina ad accettare il neoliberismo come legge naturale e rifiuta «l’“approccio manageriale delle scienze sociali” in base al quale i cittadini parevano essere stati ridotti a “consumatori di beni e servizi”, tanto sul piano economico quanto su quello politico».

Le innegabili doti carismatiche dei grandi presidenti democratici degli ultimi cento anni fanno pensare a come, in fondo, a scontrarsi fra loro siano semplicemente due varianti di populismo, in cui l’appello ai cittadini, non più mediato da istituzioni di raccordo e di confronto, si risolve, come in un qualsiasi televoto, nella scelta tra proposte preconfezionate presentate in forme sempre più semplificate, secondo le regole del marketing (per dire, la “nuova frontiera” kennedyana e “l’impero del male” di Reagan). «Giungeva in ultima analisi, alle sue estreme conseguenze un processo di lungo corso di “spoliticizzazione della collettività”. Alla “cittadinanza” si era sostituito l’“elettorato”, ovvero “i votanti che acquistano una vita politica al momento delle elezioni” e la cui esistenza politica, tra un’elezione e l’altra, “è relegata a un ruolo ombra di partecipazione virtuale”» (i virgolettati sono del politologo Sheldon Wolin, ma qualcosa di simile c’era già in Rousseau). Retrocessi, insomma, da cittadini a followers, indotti a pensare che la democrazia consista nell’accumulare più like anziché nella faticosa costruzione di processi condivisi: è davvero questo il nostro destino? Hanno dunque ragione quelli che dicono che tanto vale abbracciare allora l’autocrazia, così ci risparmiamo anche le lungaggini procedurali? Nonostante tutto, io mi ostino a pensare che questo non sia l’approdo definitivo di una parabola politica in declino, ma appena l’inizio di un percorso estremamente accidentato all’interno del quale c’è però ancora tanto di inespresso che non ha neanche cominciato ad agire veramente nella storia e che ci penserei due volte prima di buttare a mare.

(finito l'8 aprile 2021)

Ho parlato di


Giovanni Borgognone
Storia degli Stati Uniti
La democrazia americana dalla fondazione all'era globale
(Feltrinelli 2013)

363 p. | 12 €

mercoledì 6 luglio 2022

Todo modo

Come credo quasi tutti quelli che hanno letto qualcosa di Sciascia, anch’io ho preso l’abbrivio, molti anni fa, dal Giorno della civetta - dove in effetti puoi trovare ciò che da sempre ti hanno insegnato ad associare a questo autore, ovvero la Sicilia, la mafia e il balletto dei quaquaraquà. Che però in Sciascia ci fosse ben di più l’ho capito quando ho scoperto Todo modo, compreso in una lista di letture consigliate dal mio professore di italiano tra quarta e quinta superiore e reso immediatamente attraente proprio perché, a sorpresa, dell’autore de Il giorno della civetta, non ci veniva consigliato di leggere Il giorno della civetta. Se getti una seconda occhiata sul miracolo, non è detto che tu riesca a rivedere il prodigio, ma ho voluto correre il rischio e da lì sono ripartito per omaggiare il centenario sciasciano.

In realtà c’era ben poco di che preoccuparsi. Anche se questa volta sapevo bene o male a cosa andavo incontro, il sapore è rimasto comunque intatto, bello forte, con quel retrogusto enigmatico che lo rende inconfondibile. A prima vista sembra infatti di avere per le mani un poliziesco, perché ci sono i morti e c’è pure il commissario (anche se questo qui «non era certo un’aquila»), eppure del poliziesco è una sorta di parodia (come recita il sottotitolo de Il contesto, romanzo di quegli stessi anni con cui Todo modo mi sembra affratellato). Non solo manca la rassicurante scena madre in cui il detective raduna i sospettati e scioglie punto per punto la matassa, ma benché il narratore affermi apertamente di avere «risolto il problema», e addirittura che la soluzione trovata è «netta e quasi ovvia: molto simile a quella della Lettera rubata di Poe» - ossia qualcosa che abbiamo proprio lì sotto gli occhi - tale soluzione non viene mai rivelata. Se si trattasse davvero di un testo di Poe sarebbe lecito pensare a una sfida lanciata al lettore. Credo però che Sciascia avesse altri pensieri per la testa.

In effetti «di moventi, tra questa gente, ne puoi trovare a migliaia», così come di catene causali che potrebbero spiegare in modo plausibile quanto accaduto. Con tali premesse, quando si annodano «migliaia di fili, e tutti ammassati», il guazzabuglio, il groviglio o – gaddianamente – il pasticciaccio pare destinato a restare tale e la storia fatalmente «non va a finire». Mostrare lo sfaldarsi dell’indagine mi sembra però appunto un modo per spostare l’attenzione dall’indizio al sistema, che è come dire dal dito alla luna. Poco importa sapere, infatti, se l’assassino sia stato effettivamente tizio o caio, poiché si tratta, in fondo, di un dettaglio. Poteva capitare all’uno come all’altro, di uccidere o di essere uccisi: ecco il vero punto da mettere a fuoco. Chi è infatti “questa gente” di cui si parla qui con sdegnoso distacco? Sono alti prelati, amministratori, parlamentari, ministri, finanzieri – in una parola, «il mondo cristiano e cattolico nel governo della cosa pubblica» - convenuti presso un vecchio eremo trasformato in un orrendo albergo per seguire un corso di esercizi spirituali sotto la direzione di uno strano prete, don Gaetano. A raccontarci di loro è un pittore ateo finito involontariamente da quelle stesse parti girovagando in macchina in una calda domenica di luglio, il quale, incuriositosi (“ma davvero si fanno ancora gli esercizi spirituali?”), decide di fermarsi anche lui lì qualche giorno per osservare quel che vi succede. E la prima cosa a colpirlo è che, quando arrivano gli ospiti, l’atmosfera che si crea non è propriamente claustrale, bensì quella «di una compagnoneria facile e sguaiata: gridi di sorpresa, abbracci, manate, scherzosi insulti». I partecipanti «si sentivano in vacanza: ma una vacanza che permetteva di riannodare fruttuose relazioni, ordire trame di potere e di ricchezza, rovesciare alleanze e restituire tradimenti». Pagato con qualche sbadiglio il pegno delle orazioni e dei paternoster, questo stuolo di capibastone si riversa appena possibile negli spazi comuni per scambiarsi «proposte in numeri e numeri in proposte, piccanti aneddoti a carico di amici-nemici e di nemici-amici, adulazioni, condiscendenti apprezzamenti; e qualche barzelletta oscena piuttosto arretrata. (…) Era facile immaginare che i due che si parlavano vicino a me stessero complottando qualcosa contro quegli altri due che stavano dalla parte opposta, e viceversa; e così ogni coppia contro ogni altra distante: sicché lo spiazzale diventava come un telaio su cui si stendeva una fitta trama di inganni, di tradimenti; e le spole che passavano da una mano all’altra». Poco a poco prende insomma forma, in carne, ossa e vasa-vasa, quel tumore che è attecchito nei gangli vitali delle nostre istituzioni repubblicane e le ha schiacciate nelle sue spire, consolidando il suo potere attraverso delitti benedetti con una spruzzatina d’acqua santa («lei, mi scusi, non sa di che cosa è capace la gente casa e chiesa, la gente col libro da messa in mano»...).

La scurrilità delle scene appena evocate, unita alla presenza nell’eremo delle amanti di alcuni di questi alti papaveri, sembra per un attimo far prendere al racconto la piega di una commedia licenziosa in cui da un momento all’altro potrebbe spuntare Lino Banfi. L’aspetto farsesco di tutta questa situazione è quello che in effetti cattura l’attenzione di un altro personaggio che, come il protagonista, non si trova lì per meditare, ossia il cuoco degli esercizi. «Ci vengo a ogni estate – confida sogghignando - per non perdermi questo spettacolo, anche se mi pagano male». La satira fa però solo da scorza a un’opera stratificata e complessa, sovrabbondante di citazioni e allusioni dotte, tanto suggestiva da leggere quanto difficile poi da riassumere senza perderne lo spirito, volutamente barocca anche nel suo rimescolare continuamente, e con compiacimento, realtà e finzione (il riferimento a Borges è esplicito: e forse fu proprio il ritrovarvi insieme, tra gli altri, Borges e Poe a farmela amare così tanto, se ricordo bene il diciottenne che fui). La scena più potente di tutto il libro descrive una sorta di coreografia che vede i partecipanti agli esercizi muoversi ordinatamente avanti e indietro lungo il piazzale antistante l’eremo per la recita del rosario serale, con un continuo trapasso dalle zone d’ombra alle zone di luce di tenore caravaggesco. Ebbene, contemplando questa singolare liturgia, il narratore nota che, pur «nell’abietta mistificazione e nel grottesco» di cui essa è carica, c’era comunque «qualcosa di vero, vera paura, vera pena, in quel loro andare nel buio dicendo preghiere: qualcosa che veramente attingeva all’esercizio spirituale: quasi che fossero e si sentissero disperati, nella confusione di una bolgia, sul punto della metamorfosi. E veniva facile pensare alla dantesca bolgia dei ladri». Se poi qualcuno obiettasse che un ladro che ruba per il partito è meno ladro degli altri, dovrà comunque accettare che fra loro ci fosse quantomeno un vero assassino, o più d’uno, dal momento che proprio durante una di queste preghiere, «in quel posto al confine del mondo, al confine dell’inferno», avverrà il primo omicidio – il che fa di questo romanzo, a ben pensarci, anche la parodia di una sacra rappresentazione.

A contrappuntare continuamente tutta la vicenda, sollevandoci verso un significato simbolico superiore, è il fitto dialogo intessuto, a parole e con gli sguardi, tra il narratore e don Gaetano. Questi, infatti, è un sacerdote sui generis (si presenta come «molto cattivo»), coltissimo, spigliato e dalla conversazione estremamente piacevole, «parlasse del vino o di Arnobio, di Sant’Agostino, della pietra filosofale, di Sartre». Su tutti i suoi ospiti egli esercita un fascino ipnotico, grazie a cui riesce a rigirarseli come meglio vuole. Al suo interlocutore, ideologicamente agli antipodi, offre appunto la «solidarietà nel disprezzo; come a dire: capisco la sua insofferenza, ma guardi come li tratto». É, insomma, uno che la sa lunga, lontanissimo dall’immagine tipica sia del povero curato di campagna che del reazionario beghino. D’altronde i suoi occhiali sono esattamente identici a quelli indossati dal diavolo nel quadro conservato nella cappella dell’eremo, una copia del Sant’Antonio di Rutilio Manetti spacciata come raffigurazione del sedicente san Zafer a cui il luogo è intitolato, ma che naturalmente non è mai esistito, la sua storia essendo stata inventata a fine Ottocento da un farmacista locale a partire da una leggenda popolare. Proprio la lucidità di don Gaetano, tuttavia, se per certi aspetti lo rende degno d’ammirazione agli occhi del narratore, suscita in quest’ultimo anche un’avversione maggiore di quella nutrita per coloro che si sottomettono alla sua autorità. Anche se ama esprimersi per paradossi (le mie certezze, afferma, «sono altrettanto corrosive che i suoi dubbi») e se di lui non si capisca mai bene se parli sul serio o per scherzo, don Gaetano, infatti, sa quello che fa. La sua tesi suppergiù è che la parabola della modernità si sia ormai consumata e che quegli stessi arieti usati un tempo per abbattere la religione oggi tornano utili per supportare la ripresa del sacro. Prendiamo la scienza, per esempio: «che scruti la cellula, l’atomo, il cielo stellato; che ne carpisca qualche segreto; che divida, che faccia esplodere, che mandi l’uomo a passeggiare sulla luna: che fa se non moltiplicare lo spavento che Pascal sentiva di fronte all’universo? (…) E lo spavento cosmico sarà nulla di fronte allo spavento che l’uomo avrà di se stesso e degli altri». A quanti restano dispersi e senza rotta in questo mondo buio la chiesa offre un appiglio: non è, come direbbero i “preti buoni”, «la comunità convocata da Dio», ma solo «una zattera, la zattera della Medusa, se vuole», a bordo della quale, certo, si salveranno, se va bene, il dieci o quindici per cento di quanti vi accorreranno, ma per chi vi resterà fuori proprio non ci sarà scampo. Alle perplessità che la coscienza laica muove a questa visione, don Gaetano risponde «che il laicismo, quello per cui vi dite laici» non è altro, in realtà, che «il rovescio di un eccesso di rispetto per la Chiesa, per noi preti. Applicate alla Chiesa, a noi, una specie di aspirazione perfezionistica: ma standone comodamente fuori. Noi non possiamo rispondervi che invitandovi a venir dentro e a provare, con noi, a essere imperfetti...». Detto altrimenti, “Dio esiste, dunque tutto ci è permesso”.

L’unico antidoto a questa rielaborazione della leggenda del Grande Inquisitore sembrerebbe essere la via cui approda Candido, con la sua rinuncia ad ogni grande racconto mitologico e l’impegno modesto ma implacabile a coltivare il proprio giardino illuminandolo col lanternino della ragione. In effetti, all’inizio della sua permanenza, ascoltando per la prima volta la messa in italiano, il narratore aveva avuto l’impressione di assistere alla dissoluzione del cristianesimo e della sua «maestosa illusione», e ciò lo aveva indotto a meditare, con una certa soddisfazione, sul «passato splendore» della chiesa, «il suo squallido presente» e «la sua inevitabile fine». Tuttavia l’attivismo intelligente di don Gaetano lo mette rapidamente in guardia sul fatto che «tante cose in noi, che crediamo morte, stanno come in una valle del sonno: non amena, non ariostesca. E sul loro sonno la ragione deve sempre vigilare». Un cambio di linguaggio (siamo nei primi anni del post-Concilio) non significa cioè un cambio di sostanza: continueranno, anzi, ad essere garantite adeguate coperture a ogni genere di intrallazzo, purché ci si ricordi sempre di dare a Dio quello che è di Dio - e tutto questo dovrà continuare ad essere denunciato, senza farsi ammaliare dalle apparenti novità (credo che Sciascia nutrirebbe forti sospetti su un papa come Francesco: ovviamente non condivido, ma trovo stucchevole insegnare al non credente come dovrebbe fare il non credente e accetto la provocazione). Quasi di sfuggita al protagonista scappa però anche una sorta di ambigua profezia di cui egli stesso sembra sorprendersi («tante cose avevo perso di vista; di tanti mutamenti non mi ero accorto, di tante novità»). Tra le finzioni elaborate dal cristianesimo nel corso della sua storia bimillenaria e la definitiva baracconata a cui sembra essersi ridotto, le prime offrivano almeno un certo qual senso del mistero, venuto meno il quale la classe dirigente fin qui riparatasi dietro lo scudocrociato si ritrova ormai a gestire solo «una ragnatela nel vuoto, la propria labile ragnatela. Anche se di fili d’oro». Tale esercizio di potere, tollerato finché sorretto da alte motivazioni ideali, sta cominciando ad apparire sempre più insopportabile a chi ne è escluso. Già la scure è posta alla radice degli alberi e si diffonde un gran desiderio di far saltare le teste. Ma non chiamatelo illuminismo – suggerisce l’oracolo: sarà solo una variante di qualunquismo.

(finito il 30 marzo 2021)

Ho parlato di


Leonardo Sciascia
Todo modo
(GEDI 2021)

128 pp. | 8,90 €
Collana "Leonardo Sciascia 100 anni" vol. 2

(ed. or.: 1974)