martedì 29 novembre 2016

La misura del mondo

Uno dei tratti più distintivi della modernità è l’ossessione per la trasposizione, in termini geometrico-prospettici, della realtà sulla carta. C’è già tutto Kant nello sforzo, inaugurato nella Firenze quattrocentesca, di costruire mappe piane della superficie sferica della Terra – il che rende, paradossalmente, la rivoluzione copernicana assai più tolemaica di quanto non si pensi. Tale sforzo di misurazione segue però almeno due direttrici: quella tassonomica di chi intende raccogliere ogni frammento d’esperienza in un catalogo universale dell’esistente e quella ipotetica di chi costruisce modelli matematici sempre più sofisticati per svelare la struttura arcana del mondo. Questo duplice pathos anima in vario modo le vite di Alexander von Humboldt e Carl Friedrich Gauss, i cui destini incrociati sono raccontati con brio in questo vivacissimo romanzo che gioca con la storia conferendo piena dignità al verosimile. Non inganni l’attacco erudito. Il racconto è davvero avvincente, quasi picaresco e con un velo persino malinconico nella constatazione che l’immisurato resta sempre un passo oltre il misurabile. Dei due, von Humboldt è il più intraprendente, quello che si cala nei vulcani per falsificare il nettunismo e che ingoia il curaro per dimostrare che è assimilabile dal corpo. «Una collina di cui non si conosce l’altitudine – dice – è un’offesa per la ragione e mi inquieta. (...) Non si lascia ai margini del proprio cammino un mistero, per quanto insignificante». Con questo spirito risale l’Orinoco e si inerpica sul Chimborazo, ma poi non si ferma ad ammirare lo splendore di un’eclissi perché impegnato a studiarne la proiezione col sestante per regolare un cronometro e calcolare così le coordinate esatte del punto del mondo in cui si trova in quel momento. Gauss pare invece un incrocio tra Sherlock Holmes e Sheldon Cooper: per distrarsi conta i numeri primi, non sa chi è Napoleone quando questi mette a ferro e fuoco l’Europa ed è trascinato dalla sua mostruosa intelligenza a dimostrare teoremi nelle occasioni meno opportune, ma è perennemente insidiato dal sospetto che alla radice delle cose vi sia un non so che di fittizio e irreale, come se si trattasse di un ridicolo scherzo cosmico di cui egli stesso è vittima. «Volendo, il mondo può essere misurato, ma questo non significa affatto che ci si capisca qualcosa»: le parallele si incontreranno, prima o poi; lo spazio è «ruvido, curvo e molto molto strano». Ne scaturisce uno spaccato brillante della cultura europea tra ‘700 e ‘800, quando la titanica speranza di poter comprendere tutto comincia a gettare l’ombra lunga di un rassegnato riconoscimento che gli anelli non sempre tengono. Tramonta l’epoca dei grandi navigatori. E anche Kant, quando finalmente compare sulla scena, non è più che un vecchietto un poco suonato.

Ho parlato di


Daniel Kehlmann
La misura del mondo
(ed. Feltrinelli, 2014)

254 pp., brossura, 9,50 €

(ed. or. 2005)