giovedì 27 agosto 2020

La scommessa cattolica

C’è una domanda che prima o poi noi avanzi di sacrestia finiamo inevitabilmente, e giustamente, per farci: se, cioè, al netto dei sentimentalismi, dei bei ricordi, delle persone che altrimenti non avremmo conosciuto (e magari sposato), tutto questo carrozzone immenso in cui siamo cresciuti e nel quale continuiamo a muoverci, a cui diamo il nome di Chiesa cattolica, abbia veramente ancora qualcosa da offrire all’umanità o non sia un fuoco destinato pian pianino a esaurirsi, spegnersi e cristallizzarsi nei suoi morti resti come le religioni neolitiche britanniche nelle pietre di Stonehenge. Il mondo occidentale, nei fatti prima ancora che con delle teorie, una risposta se l’è già data, e così netta da rendere a prima vista ozioso anche solo accennare alla questione. La religione, qualunque religione, è un relitto del passato che può avere un valore solo come opzione individuale nel quadro di una logica sostanzialmente di mercato, secondo la quale ciascuno ha il diritto di scegliersi le esperienze che vuole fare in base ai propri gusti personali, a patto di non urtare troppo la sensibilità altrui, e meglio ancora se scomposte in comodi pacchetti da riassemblare a piacere con un po’ di bricolage. Questo processo di progressiva secolarizzazione, tuttavia, non ha garantito l’emancipazione sperata, anzi ha semmai reso possibili nuove forme di reincantamento che, dietro la promessa di maggiore indipendenza, smerciano in realtà conformismo diffuso e servitù volontaria a un apparato tecnoeconomico, il cui modo di spremere e scartare ciò che gli serve per mantenersi in piedi, si tratti di esseri umani o di risorse ambientali, appare ogni giorno che passa sempre più intollerabile. Dobbiamo dunque rassegnarci a dare ragione ai cultori dell’eterno ieri e ai loro “ve l’avevamo detto” (ve lo ricordate De Maistre? Dio disse “fate pure da voi” e il mondo andò in pezzi…)? Cedere al baccano indiavolato con cui ci esortano ad effettuare un triplo salto mortale all’indietro per ritornare in quella superiore regione dello spirito che corrisponde alla loro rassicurante idea di Medioevo? Tra la Scilla dell’efficientismo edonistico disumanizzante e la Cariddi dell’annullamento di sé in un ordine immodificabile perché istituito dal Cielo non c’è davvero nessuna alternativa possibile? 

Ecco, questo libro si propone appunto di scardinare i ferri che ci tengono inchiodati alla logica dualistica soggiacente a questa opposizione - e ai derivati che ne conseguono - per suggerire che tra modernità e fede cristiana sia possibile instaurare invece una «tensione feconda», onde evitare che l’una si faccia scappare di mano ciò che ha imparato ad apprezzare anche grazie al cristianesimo e l’altra rigetti ciò che le appartiene costitutivamente per ostilità nei confronti di certe derive che ne sono discese. In questione è in fondo il tema, centrale nel Vangelo, del rapporto tra libertà e norma, cioè del come poter stare insieme agli altri senza annullare la propria identità, da cui non si esce «pensando ingenuamente che la negazione della menzogna sia la verità, e che la reazione (una spinta uguale e contraria) sia il modo di difenderla». Rinchiudersi nel sarcofago di un tradizionalismo idolatrico per evitare di annegare in un indistinto pastone cosmopolitico non è una soluzione sensata, né tanto meno evangelica: Gesù non si è mai rinchiuso in casa o nel Tempio, né si è attardato sul monte, ma ha incessantemente percorso le strade di Galilea. Quel che ci viene chiesto, oggi come sempre (perché il problema è lo stesso che si poneva già quando quelli che oggi difendono il latino sarebbero stati considerati sovversivi dai cristiani di origine ebraica), è invece «un salto di piano», che recuperi il valore del cristianesimo come «messaggio dinamico, non statico», come «esperienza dell’eccedenza e non della regola e della misura», come «un fattore di interrogazione e di critica rispetto all’autopercezione (personale e sociale) della realtà», come movimento aperto «senza pregiudiziali all’ascolto e all’accoglienza» perché consapevole che, «come insegna la Bibbia, la salvezza è un cammino e non uno stato». Ci si può dire a pieno titolo cristiani cattolici non tanto se si fanno le processioni del Corpus Domini o se si accende il cero alla Madonna, ma se si tiene costantemente presente il riferimento all’intero, alla pienezza, alla totalità che il termine stesso “cattolico” annuncia quando evoca un Regno che nessuna istituzione umana potrà mai circoscrivere, legittimando così una pluralità di percorsi attraverso cui lo si può raggiungere. 

A insegnarci tutto questo non è la mentalità smaliziata dei moderni, bensì – senti senti - quel Dio strano che non sta solo, ma si manifesta come perennemente in uscita, movimento trinitario, “uno-che-non-è-uno”, sbilanciamento verso ciò che è fuori da Sè - tutti modi diversi per dire “agape” o misericordia. Suona un po’ paradossale che i più agguerriti nemici della moderna tecnocrazia, quelli che imputano all’uomo la colpa di avere usurpato il posto di Dio, se lo immaginino poi come un Sommo Tecnocrate ebbro di volontà di potenza intento a determinare un ordine su cui esercitare uno spietato controllo, magari tramite la longa manus di una Chiesa chiamata liturgicamente a glorificare l’esistente (dove il male, ovviamente, non è la liturgia, ma l’uso che se ne fa). Ma perché si dovrebbe abbandonare l’Egitto per andarsene dietro a un Signore che non è diverso dal Faraone? «Dentro questo schema classico, l’ordine religioso domina sull’intera vita sociale. Nelle società teocratiche l’ordine sociale e politico è plasmato da quello religioso, senza margini di contrattazione». Con tutta la sua “spiritualità” esibita, si tratta pur sempre di una gabbia di ferro non dissimile da quella materialista, attraverso cui viene stritolata l’«esigenza di novità che sprigiona dalla vita umana». Non riconoscere questa aspirazione significa ridurre l’uomo, di fatto, ad automa – il che smaschera la teocrazia per quello che effettivamente è: una delle tante potenze terrene che ostacolano i piani di Dio. L’essere umano, infatti, «non è fatto semplicemente per replicare, per eseguire. Piuttosto, come ha scritto Arendt, è nato per incominciare, per agire mettendo al mondo qualcosa di nuovo, di inatteso, di originale». Dio stesso si è aperto alla novità, quando ha lasciato che il mondo fosse, creandolo «come il mare la terra: ritirandosi» (l’immagine – bellissima - è di Holderlin), e compiacendosi poi del buono che ne poteva nascere. Per questo, «solo un uomo libero può essere a immagine di Dio». Al contrario, «nutrire l’assurda pretesa di una identificazione totalizzante con Dio (…) porta a misconoscere il progetto della creazione, di un figlio a immagine del Padre – che però non è il padre». 

La «logica fondativa della creazione» è dunque una logica «generativa». Per capire fino in fondo cosa ciò significhi bisogna forse essere genitori, come del resto lo sono i due autori del libro: in quanto tali, dicono, «noi stessi possiamo infatti testimoniare che il desiderio più grande di chi genera è vedere fiorire, nei modi e nei tempi necessari e non programmabili, la pienezza della vita in ogni singolo figlio, nelle forme inaspettate che potrà prendere». Ecco dunque il punto qualificante dell’intero discorso, il paradosso cristiano che il nostro tempo ha ancora bisogno di sentire annunciare e a cui vale la pena accordare fiducia: non siamo vincolati al bisogno naturale della mera sussistenza, del godimento individuale, dell’autosufficienza, ma abbiamo sempre a che fare con «un di più, con un’eccedenza, con una novità non ricavabile dalle premesse». É su questo che la Chiesa è chiamata a offrire la sua testimonianza, anzitutto nella sua forma: in caso contrario, se non lo sa fare, essa rischia di celebrare solo se stessa, facendo di Dio una proiezione solenne del proprio narcisismo. Anche l’esercizio di autorità andrebbe riletto in chiave generativa, come disponibilità a «lasciare andare» - non nel senso per cui tutto sarebbe uguale ed equivalente, ma come un mettersi al servizio dei processi in corso, «farsi risorsa per il bene di tutti, (...) invece che del suo dominio a proprio vantaggio», così da far crescere e accompagnare i suoi protagonisti affinché diventino essi stessi attori, legando insieme le generazioni nella consapevolezza che «la trasmissione della tradizione non è ripetizione meccanica, bensì continua reinterpretazione e rimessa al mondo». Solo così, essa può davvero dirsi “madre”. 

Il compito della Chiesa nel mondo contemporaneo non deve perciò essere quello di «rimpiangere un mondo che non c’è più, che forse non è mai esistito e che comunque non è nemmeno desiderabile. Piuttosto, essere un punto di de-coincidenza per liberare, di nuovo, il desiderio rimasto imprigionato nell’ordine sociale costruito dalla modernità. Nella prospettiva di poter recuperare, un po’ per volta, il legame filiale che si è spezzato e così ricostruire una relazione le cui basi (la libertà, il perdono, la misericordia) siano più corrispondenti al disegno originario: dove la libertà è un tratto costitutivo dell’essere umano e va perciò riconosciuta e attraversata fino in fondo; e dove all’uomo non è chiesta una passiva e timorosa sottomissione, ma un’alleanza desiderata, un amore filiale nella libertà». Possiamo stare dentro una relazione senza esserne schiavi, siamo cioè tutti “legati” e liberi, e l’una cosa non impedisce l’altra: ecco, finalmente, la “buona notizia”, il cuore della “nuova alleanza”. C’è un modo di abitare l’umano che non ci costringe allo scontro o all’annullamento di sé – è il modo della concretezza, quello che la vita stessa ci insegna e che Dio benedice. L’altro, con la maiuscola e con la minuscola, non è l’inferno, «non è aliud, l’alieno-nemico dello schema dialettico dualista, ma alter, l’altro che ci costituisce, ci provoca e ci libera: l’Alterità senza la quale non c’è identità. Non ostacolo, ma condizione». Paradossalmente, ancora una volta, «il nostro ombelico, a torto diventato l’emblema dell’autoreferenzialità, ci ricorda che siamo prima di tutto legame. E perciò persone, non semplici individui». Questo riconoscimento vale per ciascuno di noi in relazione agli altri, vale all’interno della Chiesa fra suoi fedeli, vale all’esterno della Chiesa nei suoi rapporti con le altre Chiese cristiane, con le altre religioni, con la modernità, con il mondo, vale per le culture e le civiltà nelle loro vicendevoli interazioni, dato che nessuna di esse è mai nata per partenogenesi, ma sempre attraverso un colloquio. Quel colloquio mirabilmente rappresentato dal dogma più affascinante del nostro Credo: «il Dio cristiano è in sé poliedrico. Trinitario. Cioè non totalitario. Paesaggio dialogico, pluriprospettico, pluripersonale». 

É questo dialogo interumano – e non i cori monodici di chi grida “Signore, Signore” – ciò che presumibilmente il Figlio dell’uomo cercherà per verificare se ci sarà ancora fede quando tornerà sulla terra e per distinguere tra chi ha fatto fruttare il talento che gli è stato dato e chi l’ha sepolto ben bene dentro la cripta di una cattedrale.

(finito l'11 novembre 2019)

Ho parlato di


Chiara Giaccardi | Mauro Magatti
La scommessa cattolica
(Il Mulino 2019)

200 pp. | 15 €




lunedì 10 agosto 2020

L'invenzione della natura

Qualcuno li ha contati. Prendono il nome da Alexander von Humboldt una corrente marina, svariati parchi e montagne in America Latina, alcuni fiumi in Brasile, Tasmania e Nevada, un geyser in Ecuador, una baia in Colombia, un capo e un ghiacciaio in Groenlandia, catene montuose in Cina, Sudafrica, Nuova Zelanda e Antartide, quattro contee e tredici città degli Stati Uniti, quasi trecento piante e oltre cento animali (tra cui il giglio di Humboldt, il pinguino di Humboldt e il calamaro di Humboldt), diversi minerali, senza contare, al di fuori della nostra atmosfera, un mare lunare e un asteroide – il che, tutto sommato, probabilmente ammonta a più di quanto possa vantare qualsiasi altro scienziato della storia. Sono i segni più evidenti della straordinaria popolarità raggiunta in vita da un uomo che fu definito, ai suoi tempi, come il «più famoso al mondo dopo Napoleone» e persino «il più grande di tutti gli uomini dal Diluvio Universale», ma della quale probabilmente in pochi, oggi, saprebbero spiegare il perché (noi filosofi men che meno: nei nostri manuali Alexander compare semplicemente come il fratello minore e un po’ eccentrico di Wilhelm). Per provare a capire le ragioni di questa fama abbiamo la fortuna di avere a disposizione due godibilissimi strumenti: un romanzo che non mi stancherò mai di consigliare e questo saggio che presenta però anch’esso un incedere parzialmente romanzesco (sin dal sottotitolo, ricalcato su classici modelli ottocenteschi), in quanto romanzesca è la vita del suo protagonista, animato da una perenne inquietudine venata di romantica malinconia e al tempo stesso da una «sfrenata energia» che lo porta ad architettare continuamente nuovi progetti, magari tre o quattro contemporaneamente, «spingendo ai limiti il proprio organismo», e che si manifesta persino nella rapidità travolgente con cui parla, “alla velocità di un cavallo da corsa” – come riferisce un amico (va da sé, non poteva che starmi simpatico). 

Humboldt costruisce una parte consistente del suo mito con l’avventuroso viaggio compiuto in Sud America tra il 1799 e il 1803 - quattro anni appena zeppi tuttavia di avvenimenti capaci di riempire un’esistenza intera, come spedizioni in canoa nel cuore dell’Amazzonia o tentativi di ascesa su alcune delle vette più alte del mondo, tra un terremoto e un’eruzione vulcanica - e più ancora con il racconto che saprà farne negli anni successivi, una volta stabilitosi nella Parigi napoleonica, non tanto per amore dell’imperatore, ma per mai sopite simpatie rivoluzionarie (era anche amico personale di Thomas Jefferson e Simon Bolivar, che ne furono ispirati), e soprattutto per poter stare a contatto con la più avanzata comunità scientifica del tempo, «mozzo di un filatoio che perennemente girava e creava connessioni» tra studiosi di ogni settore, nonostante lo scandalo suscitato da questa scelta nei suoi compatrioti, ancora shockati dal disastro di Jena (il problema, diceva, è che in una Germania ancora divisa in stati diversi «ognuno viveva a grande distanza dall’altro» e «lo scambio delle idee era soffocato»). Ma anche quando sarà costretto a rientrare a Berlino, con la Restaurazione, Humboldt continuerà a occupare il centro della scena, contribuendo in modo fondamentale allo sviluppo di una cultura scientifica nel suo paese, sia attraverso cicli di conferenze pubbliche che incanteranno le folle per la ricchezza di documentazione e per «il modo in cui metteva in collegamento discipline e fatti apparentemente disparati» (gli appunti delle lezioni, che l’autrice ha avuto modo di visionare, pare siano una meraviglia), sia con l’organizzazione di seminari più specialistici, strutturati non come teatrini autocelebrativi della casta baronale universitaria (come spesso risultano essere ancora oggi i convegni e le sedicenti giornate di studio), bensì come momenti in cui «gli scienziati invece di parlare a, parlassero fra di loro (…). Humboldt incoraggiava gli studiosi a riunirsi in piccoli gruppi e in maniera interdisciplinare. (…) Immaginava una fratellanza interdisciplinare fra gli scienziati, che avrebbero scambiato e condiviso la conoscenza. “Senza una diversità di opinioni, la scoperta della verità è impossibile”, ricordò loro nel discorso di apertura». Cercò invano di strappare alla Compagnia delle Indie un passaporto per raggiungere l’Himalaya, ma in compenso partecipò a una spedizione per conto dello zar, che lo portò fino a uno sperduto posto di blocco, al confine tra l’impero russo e quello cinese, da qualche parte nella remota Mongolia (e sulla via del ritorno festeggiò il suo sessantesimo compleanno brindando con il nonno di Lenin). Inoltre scrisse tanto, vendendo come il pane (un’edizione completa delle sue opere è presente anche nella biblioteca del capitano Nemo sul Nautilus). Curiosamente, è lui stesso a non possedere tutti i suoi libri, in quanto finiscono per costare troppo anche per le sue tasche, che si svuotano proprio perché non bada a spese nel realizzarli, con una cura meticolosa e un uso avanzatissimo delle illustrazioni e di quelle che oggi chiameremmo infografiche. L’idea più fantasmagorica che gli sia mai passata per la testa è forse quella di voler scrivere «un libro che mettesse insieme ogni cosa che sta in cielo e sulla terra, dalle lontane nebulose alla geografia dei muschi, dal paesaggismo alla migrazione delle razze umane e alla poesia» - e perbacco se ce la fa: lo intitola Cosmos e ne escono cinque volumi, l’ultimo dei quali consegnato all’editore nell’aprile del 1859, pochi giorni prima del collasso che lo porta alla morte, proprio negli stessi giorni in cui a Londra appariva la prima edizione de L’origine delle specie, che gli deve molto (Darwin aveva in valigia anche un libro di Humboldt quando salpò per il suo viaggio intorno al mondo). 

Per l’autrice di questa biografia sarebbe stato proprio tale straripante successo a decretarne, paradossalmente, l’oblio postumo (da cui l’idea, appunto, di presentarlo, un po’ pomposamente, come “l’eroe perduto della scienza”). «Diversamente da Cristoforo Colombo o Isaac Newton, Humboldt non scoprì un continente né nuove leggi della fisica. Non era famoso per un fatto o una scoperta specifica, ma per la sua visione del mondo. La sua concezione della natura è penetrata come per osmosi nelle nostre coscienze. É come se le sue idee avessero assunto una tale visibilità da rendere invisibile l’uomo che vi stava dietro». Per la verità, se questo è accaduto, non è stato un processo immediato: nonostante la gloria acquisita, già ai suoi tempi Humboldt appare per molti aspetti uno sconfitto. Sospeso tra l’epoca del flogisto quella del telegrafo, «fu uno degli ultimi intellettuali eclettici e morì in un’epoca in cui le discipline scientifiche si andavano consolidando in campi strettamente delimitati e più specialistici», al culmine della brusca accelerazione avviata dalla civiltà occidentale. Il suo approccio metodologico trasversale, che oggi ci appare così moderno, è in realtà una diretta conseguenza di una concezione della natura in cui risuona l’eco di Goethe e di Schelling, qualcosa che ai positivisti suoi contemporanei sarebbe apparso rivoltante metafisica: la natura, infatti, è per lui «una rete vitale e una forza globale, (…) una rete nella quale tutto era connesso, (…) un “tutto vivente”, in cui gli organismi erano uniti insieme in un “intricato tessuto reticolare”. (…) Un’unica vita era stata riversata su pietre, piante, animali e sul genere umano». Ma se il mondo naturale è «un unico insieme animato da forze interattive, (…) allora bisognava esaminare differenze e somiglianze senza mai perdere di vista l’insieme. In luogo di numeri astratti e matematica, lo strumento principe per conoscere la natura diventò per Humboldt il confronto». Fatti e immaginazione non devono dunque stare separati: Humboldt si presenta perciò come «il nesso connettivo tra l’Opticks di Newton (…) e poeti come John Keats», tra il piano cartesiano e il viandante sul mar di nebbia. Il suo intento è di vedere la natura «sia con la testa che con il cuore»: così, se per un verso raccoglie campioni di tutto ciò che vede e misura ossessivamente tutto quello che può misurare («una delle sue guide notò che le tasche del suo soprabito erano come quelle di un ragazzino – piene di piante, sassi e ritagli di carta. Niente era troppo piccolo o insignificante per non meritare di essere studiato, perché ogni cosa ha il suo posto nel grande arazzo della natura»), ciò che gli interessa non è tanto «scoprire nuovi eventi isolati, quanto (…) connetterli». “Connettivismo” sarà poi il nome che lo scrittore di fantascienza A. E. Van Vogt darà alla disciplina praticata dal protagonista del suo romanzo Crociera nell’infinito. Lui in realtà aveva Darwin come modello (il titolo inglese dell’opera è infatti Voyage of the Space Beagle), ma nel metodo di Darwin coglie esattamente ciò che lo unisce a Humboldt – e qui chiudiamo il cerchio – ossia «la rara capacità di concentrarsi sul più piccolo dettaglio – da una chiazza di lichene a un minuscolo coleottero – e poi di indietreggiare e distaccarsi per analizzare modelli globali e comparati». 

Questa visione d’insieme ha significative ricadute euristiche, ma non solo. Contemplando la giungla equatoriale, Humboldt ha modo di osservare «un mondo che pulsava di vita, (…) un mondo in cui “l’uomo non è niente”. (…) Quando le scimmie cominciavano a strillare, il clamore svegliava gli uccelli e così tutto il mondo animale. La vita si agitava in ogni cespuglio (…). Tutto quel trambusto (…) era il risultato di “qualche lotta nel profondo della foresta pluviale”. (…) L’assenza dell’uomo (…) consentiva agli animali di prosperare e moltiplicarsi, ma si trattava di uno sviluppo al quale “essi stessi ponevano limiti” – con la loro reciproca pressione. Era una rete vitale incessantemente percorsa da lotte sanguinose, un’idea ben diversa dalla concezione prevalente della natura come macchina ben oliata in cui ogni animale e ogni pianta hanno un posto assegnato da un’entità divina». Tuttavia, pur riconoscendo con un’intuizione predarwiniana che la natura selvaggia non è il paradiso terrestre, quando offre il proprio personale contributo alla vecchia questione del Nuovo Mondo, Humboldt afferma risolutamente che l’antropizzazione non è necessariamente un miglioramento. Al contrario, la visita alle piantagioni sudamericane gli permette di constatare in prima persona come l’abbattimento delle foreste e la canalizzazione delle acque abbia rapidamente diminuito la capacità di ritenzione idrica del terreno, rendendolo in poco tempo sempre più sterile e aumentando il carattere distruttivo delle inondazioni. La sua concezione organica di un mondo naturale in cui tutto si tiene lo porta facilmente a concludere che «se c’è un filo tirato, tutta la tela si può disfare»: l’ecologia, termine che verrà poi coniato per indicare il peculiare campo di ricerca praticato da Humboldt, è una diretta conseguenza di una concezione della natura come «un insieme unico fatto di interrelazioni complesse» (in questo senso, questo libro è anche un testo “militante”, che prova a tracciare una genealogia nobile al movimento ecologista). Se per secoli la cultura europea aveva impiegato l’immagine della bonifica dell’incolto come emblema dell’azione civilizzatrice dell’uomo, versione secolare dell’atto creativo di Dio, Humboldt è invece fra i primi ad affermare che la bellezza non coincide con l’utilità e che questo intervento, se diventa intensivo, può avere effetti anche catastrofici. La scienza, non meno della storia, deve essere “globale”, poiché quando perde questa visione diventa pura tecnica al servizio del potere, fatalmente autodistruttiva. Ma c’è un’altra lezione che Humboldt impara dallo studio delle piantagioni. Sfruttare il terreno come una miniera, non cioè in funzione dell’autoconsumo locale ma per alimentare i mercati europei, aveva come conseguenza quella di rendere poverissimi e incapaci di mantenersi paesi potenzialmente ricchissimi di risorse, imponendo un regime socio-economico di infame schiavismo (e su questo punto, non mancarono le discussioni con i suoi amici statunitensi). Anche qui, «Humboldt fu il primo a mettere in relazione colonialismo e devastazione dell’ambiente. I suoi pensieri tornavano sempre alla natura come rete vitale complessa, ma anche al posto dell’uomo al suo interno. (…) Discuteva di natura, questioni ecologiche, potere imperiale e politica mettendo tutto in relazione. Criticava l’iniqua distribuzione della terra, le monocolture, la violenza contro i gruppi tribali e le condizioni di lavoro degli indigeni». Analogamente, oggi, cambiamenti climatici, squilibri demografici e migrazioni di massa dovrebbero fare parte di un unico discorso. Ma sarebbe vano sperare di sentirlo in uno dei tanti talk-show spacciati per informazione, in cui si perpetuano le pantomime di quell’eccellenza nazionale che è la commedia dell’arte. Ci conviene invece cambiare canale e sintonizzarci (con Propaganda Live in ferie) sull’unica trasmissione veramente “politica” attualmente in programmazione: SuperQuark.

(finito il 21 ottobre 2019)


Ho parlato di


Andrea Wulf
L'invenzione della natura
Le avventure di Alexander von Humboldt, 
l'eroe perduto della scienza
(Luiss University Press, 2017)

trad. di L. Berti

518 pp. | 22 €

(ed. or.: The Invention of Nature. The Adventures of Alexander von Humboldt, the Lost Hero of Science, 2015)