martedì 22 ottobre 2019

Middle England

Jonathan Coe è un autore che ha il dono. C’è chi scrive meglio, certo, ma come sa raccontare lui ne ho trovati pochi. Niente da fare: apri il libro e parte il pilota automatico finché ti accorgi di essere già arrivato all’ultima pagina, senza inciampi o cadute di ritmo. Qui gestisce qualcosa come almeno una dozzina di personaggi, le cui storie private, a volte privatissime, si intersecano in vario modo fra di loro e con eventi di rilevanza pubblica, alternando una pluralità di registri che variano dal comico al drammatico, senza perdere mai la consueta leggerezza. Di questi personaggi, tutti a loro modo protagonisti, la maggior parte sono vecchie conoscenze per gli aficionados di Coe, che per l’occasione è andato infatti a ripescare gli eroi del suo romanzo forse più amato, La banda dei brocchi, nonostante le loro vicende sembrassero aver trovato la loro naturale conclusione in un altro libro non per nulla intitolato Circolo chiuso. Semplice operazione di marketing per coinvolgere lo zoccolo duro dei suoi fan? Sì, forse. Ma anche una consapevole ritrattazione, che non poteva avere la stessa efficacia se avesse impiegato personaggi diversi. Chi conosce Coe sa quanto sia affascinato da quello che sarebbe potuto succedere e non è successo e da quello che invece è successo e non si sa bene perché e per come sia successo, ma sa anche che di solito ingarbuglia le tessere del puzzle solo per divertirsi poi a riconnetterle tutte quante. Quindici anni dopo è come se fosse costretto ad ammettere che, in effetti e suo malgrado, quella storia non era affatto finita come aveva pensato. «La vita è un’avventura. Non si sa mai che cosa si troverà. A volte ti capita qualcosa di bello, altre volte qualcosa di brutto, e molto spesso qualcosa di molto strano. É questa l’Inghilterra. Dobbiamo farcene una ragione». 

Ecco, appunto, ma com’è che l’Inghilterra è diventata così strana? Middle England suona un po’ come la proverbiale “pancia del paese”, quella provincia neanche poi troppo profonda, ad appena due-tre ore di treno o pullman da Londra, che appare però più lontana, ai moderni globetrotters, di una qualsiasi altra capitale europea, e che fa dire a una dei personaggi, giunta ad Hartlepool, contea di Durham, «quella era l’Inghilterra, il suo paese; eppure le sembrava di essere del tutto estranea a quell’angolo di mondo». Il referendum sulla Brexit ha portato allo scoperto delle linee di confine diverse da quelle degli atlanti tradizionali, faglie che attraversano il paese dividendo le famiglie e i compagni di scuola, i genitori dai figli, i mariti dalle mogli. E chi poteva immaginarselo? Appena quattro anni prima, la sera di venerdì 27 luglio 2012, l’intero popolo britannico si era rispecchiato compiaciuto nella cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di Londra, un vero trionfo dell’immaginario pop inglese: sono una decina di pagine intensissime, quelle in cui tutti, ma proprio tutti gli attori messi in scena da Coe si ritrovano a commentare quello che vedono sullo schermo del proprio televisore – e i “brocchi” di un tempo, i nerd degli anni ‘70 e ‘80, rabbrividiscono nel constatare che alla fine avevano ragione loro. Tutta quella musica di nicchia che li aveva condannati ai margini della vita sociale «eccola, che veniva trasmessa al mondo intero, presentata come un esempio del meglio della cultura britannica. Vendetta! Era arrivata l’ora della vendetta!». Di fronte a questo spettacolo che tiene insieme la regina e i Sex Pistols, James Bond e i Pink Floyd, Mike Oldfield e Mr. Bean, anche la più anticonformista del lotto twitta entusiasta «il mio è un paese straordinario». Quella sera tutti avrebbero voluto essere inglesi. «Quella sera l’Inghilterra sembrava un paese tranquillo e organizzato, un paese in pace con se stesso. L’idea che una trasmissione televisiva avesse potuto unire tanti milioni di persone così diverse gli faceva pensare alla sua infanzia e lo faceva sorridere. Andava tutto bene e il fiume sembrava essere d’accordo con lui». 

E invece no, invece dietro le quinte della messinscena serpeggiava un rancore che, di lì a poco, sarebbe stato riversato sulla scheda referendaria fino a traboccare dalle urne. Alle pietre miliari del rock prog avrebbe fatto allora da controcanto la tradizionale (e peraltro bellissima) Adieu to Old England. Già, perché al referendum non si è scelto sulla base di ponderate considerazioni sugli accordi commerciali e quegli altri tecnicismi che stanno facendo continuamente saltare l’intesa con la UE, ma unicamente per una questione di principio. Chi non è dei nostri è contro di noi, ecco tutto. Anche se i nemici peggiori non sono neanche gli stranieri in sé e per sé, ma quelli di noi che li difendono, che prendono sempre le loro parti, gli schiavi del politically correct, i buonisti, i comunisti col rolex, quelli che non conoscono chi è Cicciogamer: «non capisci come siete esasperanti, tu e tutti quelli come te, con quell’aria di superiorità morale che avete sempre nei nostri confronti?», domanda un marito alla moglie. Se vincerà la Brexit, e vincerà – continua – sarà «per via di quelli come te». 

Coe, che credo si senta chiamato in causa da una simile accusa, ma che è di Birmingham, e quindi ha un po’ più il polso dei rumours diffusi oltre la Circle Line di Londra, prova a storicizzare questo malessere (e perciò sarà forse letto ancora fra un secolo come fonte storica per questi tempi interessanti, come accade oggi coi naturalisti francesi dell’Ottocento). Non bastano i pregiudizi, infatti, per spiegare lo spaesamento della Vecchia Inghilterra, che ha anche delle buone ragioni dalla sua. Uno dei più convinti sostenitori della Brexit, per dire, è un anziano operaio in pensione che, rimasto vedovo, vuole farsi a tutti i costi accompagnare dal figlio sul luogo in cui sorgeva la sua fabbrica solo per scoprire con sconcerto che quel che non è stato demolito di quel sito è stato trasformato in un centro commerciale: «un edificio non è solo un posto, ti pare? (…) É anche la gente. La gente che ci sta dentro. Non sto dicendo… cioè, lo so che facevamo macchine di merda. Lo so che i tedeschi e i giapponesi ne costruiscono di migliori. Non sono stupido. (…) Quello che non capisco è come finirà. Come facciamo ad andare avanti in questo modo. Non produciamo più niente. Se non produciamo più niente, non abbiamo niente da vendere, perciò come… come faremo a sopravvivere? (…) Se non c’è la fabbrica, come fa la gente a trovare i soldi da spendere nei negozi?». 

Di questo disagio la politica non sa minimamente farsi carico. David Cameron viene descritto da Coe attraverso le parole di un portavoce che lo idolatra come una specie di Renzi d’oltremanica, un conservatore dinamico che si riempie la bocca di slogan ad effetto e che finirà travolto dalla sua stessa scelta di drammatizzare il conflitto con un referendum mal posto che denota la sua totale incapacità di comprendere gli umori del paese (non che i laburisti siano messi meglio; quanto all’Ukip, sa solo amplificare i problemi senza preoccuparsi di come risolverli: si può leggere quasi tutto il romanzo con la mente all’Italia). La fragilità del sistema vien fuori all’indomani dei risultati. In poche parole, «siamo fottuti (…). Siamo completamente e irrimediabilmente fottuti. É un caos. (...) Nessuno era pronto. Nessuno sia cosa sia la Brexit. Nessuno sa come attuarla. (…) Nessuno sa cosa voglia dire Brexit» - ed in effetti lo stiamo vedendo. Anche se un barlume di speranza resta acceso, quando si annuncia la nascita, prevista proprio per il 29 marzo 2019, giorno in cui sarebbe dovuta scattare l’uscita dall’Europa, del figlio di una delle coppie più segnate dall’esito referendario, la loro «incerta dichiarazione di fede in un futuro ambiguo e ignoto (…): il loro bellissimo bimbo Brexit». 

Non ci provo neanche a ricostruire gli snodi della trama, che – come si sarà intuito – è ricca di giravolte e di connessioni inaspettate. Mi piace il modo in cui Coe prova a riannodare i fili della storia recente del suo paese, offrendo una ricostruzione che appare coerente con l’idea che mi ero fatto e con molti altri commenti che si sentono in giro. Per certi versi pone sul tappeto le stesse questioni che solleva Houellebecq, ma quanto quest’ultimo è ruvido e disturbante, tanto Coe è educato e corretto come un ospite di Fabio Fazio a Che tempo che fa. Ed è proprio questo l’unico sospetto che resta al termine della lettura: non è che in fondo mi sembra così convincente semplicemente perché mi dice in bella forma le cose che voglio sentirmi dire? Ci penserò su.

(finito il 23 maggio 2019)

Ho parlato di




Jonathan Coe
Middle England
(Feltrinelli, 2018)

trad. di M. Castagnone

400 p. | 19 €

(ed. or. Middle England, 2018)


lunedì 7 ottobre 2019

25 aprile 1945

Costruito più come un film che come un canonico testo di storia – o meglio ancora come una puntata di Blu Notte, con frequenti cambi di scena, flashback and flashforward, una voce narrante che tiene insieme le diverse sequenze e racconta più volte gli stessi episodi attraverso testimonianze diverse portatrici di punti di vista complementari, questo libro non è solo e non è tanto una cronaca di quanto accadde il 25 aprile, quanto un tentativo di descrivere il retroterra che rese possibile quel giorno, così da restituire uno spaccato, anzitutto esistenziale, raccolto dalla viva voce dei protagonisti, di quegli ultimi nove mesi della Resistenza in cui si produsse il travaglio della Liberazione. Perché tale, in effetti fu: se non ci si lascia ingannare dalla distorsione prospettica secondo cui non poteva che finire così, quel percorso non risultò affatto lineare, ma fu attraversato da tensioni e crisi profonde, momenti di angoscia in cui più volte tutto sembrò sul punto di essere perduto. «Il senso di sfida, di dramma, in certi periodi anche di tragedia o di scoraggiamento che caratterizzano la concreta esperienza storica, può essere compreso solamente rinunciando al senno del poi, avvicinandoci per quanto possibile al punto di vista dei protagonisti che, ovviamente, non sapevano come sarebbe andata a finire» (sono parole dello storico Santo Peli riprese qui da Greppi). 

La stessa unità antifascista appare tutt’altro che scontata, in quel contesto, perché le visioni del mondo dei resistenti non erano pienamente coincidenti. Lo dimostrano, tra l’altro, le dissonanze fra i tre uomini che guidarono le operazioni nell’Italia occupata dai nazifascisti e che sono poi i tre principali protagonisti di questo racconto, vale a dire Parri, Longo e Cadorna, al quale – in particolare – il libro dedica una specifica attenzione, anche perché l’autore è un suo nipote che deve aver pensato fosse giunto il momento di restituirgli il dovuto spazio fra i padri della repubblica (ed è un merito: io vergognosamente non ne sapevo nulla). Le mani che si stringono, negli incontri clandestini, «sono mani sincere, di uomini pronti a tutto pur di spazzare via i nazifascisti, sono strette di mano che uniscono, senza dubbio, ma che possono anche avere mille significati nascosti: innanzitutto sondare quanta forza ci mette l’altro, nella stretta». Ma proprio la fragilità della lotta antifascista, l’essere il frutto di difficili e precari compromessi, la rende ancora più significativa, perché ne svela il carattere non ideologico e perché dimostra, se ce ne fosse ancora bisogno, che la prassi e la condivisione possono spesso avvicinare ciò che la teoria separa. 

La scena madre intorno a cui gira tutta quanta la ricostruzione è l’incontro tra gli emissari del CLNAI, da una parte, Mussolini e i suoi, dall’altra, avvenuto nelle stanze dell’arcivescovado di Milano, nel tardo pomeriggio del 25 aprile – anche se a incuriosire è soprattutto il racconto dell’ora che precede quell’incontro, quando il Duce e il cardinale Schuster intrapresero una discussione del tutto surreale, date le circostanze, su temi come il rito ambrosiano e le chiese ortodosse: «provai un senso di maraviglia, constatando la scarsa cultura religiosa di un uomo che aveva avuto in mano le sorti della Cattolica Italia», commenterà più tardi il prelato (con parole adatte anche per gli aspiranti ducetti contemporanei), dai cui ricordi emerge chiaramente il desiderio di poter strappare in extremis un segno di conversione al suo interlocutore, descritto non senza simpatia come un Napoleone ormai approdato nella sua Sant’Elena. Se di questo tete-a-tete, però, abbiamo solo la versione di Schuster, della riunione che segue possediamo invece molti resoconti, sostanzialmente coerenti l’uno con l’altro. I fascisti ci arrivano illudendosi di poter dettare ancora le loro condizioni, ma i partigiani non transigono: la parola d’ordine è “arrendersi o perire”. 

Quando scoprono che in realtà tedeschi stanno già trattando la resa separatamente, i repubblichini danno di matto – o fingono solo di farlo, non è chiaro. Mussolini stesso promette che andrà finalmente a dirgliene quattro al capo delle SS, perchè non si può più tollerare l’atteggiamento di superiorità con cui i nazisti li hanno sempre trattati, e che nel giro di un’ora sarebbe tornato con la sua risposta definitiva – ma forse è solo l’ennesima sceneggiata dal grande istrione romagnolo. Il vertice si chiude infatti con una sua frase «che assomiglia tanto a quella, consumata dalla cultura popolare, di chi esce di casa dicendo: “Vado a comprare le sigarette”. E non torna più». Fino a qualche giorno prima, Mussolini, in Valtellina, arringava gli irriducibili disposti ancora a morire per lui; alla prova dei fatti, ciò che gli interessa è solo garantirsi un minimo margine di vantaggio per coprire il suo maldestro tentativo di fuggire in Svizzera, e chi si è visto si è visto. Chissà, se si fosse arreso avrebbe potuto salvarsi la pelle. «Forse – ma non lo sapremo mai – il duce sarebbe sopravvissuto a un processo. Tutti tendono a chiedersi come sarebbe andata se fosse tornato o non fosse mai uscito da quella stanza, se qualcuno avesse tirato fuori una pistola, a un certo punto, se ci fossero stati dei rappresentanti dei partiti di sinistra» (come Pertini, che più tardi avrebbe raccontato di essersi fiondato in arcivescovado non appena messo al corrente della riunione, per assicurarsi che Mussolini non si allontanasse ed anzi venisse subito giustiziato). Quel che è certo è che «quando i fascisti, dopo essere sbottati, se ne vanno, l’impressione è che non si rendano minimamente conto della rovina che un ventennio di regime, tre anni di guerra fascista e due di guerra civile hanno gettato sull’Italia. L’impressione è che pensino ancora una volta solo ed esclusivamente a loro stessi. Alla loro salvezza, al loro – continuamente sbandierato – “onore”». 

Ma l’onore di chi, poi, e di che cosa? Forse che perseverare ostinatamente nell’errore deve essere considerato un titolo di merito? Mi ha colpito, nei documenti prodotti dalla Resistenza in quel breve giro di mesi, l’insistenza continua sulla parola “patria”, una parola che di primo acchito non assoceresti alla lotta partigiana. Averla ceduta con troppa disinvoltura alla destra è stato un errore dei decenni successivi. Qui, invece, quasi ad ogni riga si percepisce il senso di una vergogna nazionale da riscattare e l’esigenza, anzitutto morale, di mostrare al mondo che c’era anche un’altra Italia che non era stata fascista, non si era piegata e aveva tenuto accesa una fiammella nell’oscurità scesa non dopo l’8 settembre, ma sin dal 28 ottobre 1922: perché è lì, con la connivenza del re e di tanti volenterosi collaborazionisti, che la patria, se non era morta, era andata in coma profondo. Andrebbe rispolverato questo patriottismo non muscolare, popolare ma non reazionario, intransigente nel chiedere anzitutto il meglio a se stessi e desideroso di corrispondere a quel deposito che custodisce quanto di grande la nostra storia e la nostra terra ci hanno consegnato, perché ne fossimo degni – tutto il contrario, cioè, del nazionalismo da vetrina di chi fa l’alzabandiera tutti i giorni, ma è assai indulgente sui nostri difetti e usa strumentalmente, spesso senza neanche conoscerli, i miti del passato per giocare solo a chi ce l’ha più lungo con gli inglesi o con i francesi. E tutto il contrario del nazionalismo narcisistico di Mussolini, che arrivò ad odiare gli italiani perché alla fine non avevano assecondato come lui avrebbe voluto le sue ambizioni personali. 

Disse Parri, in un discorso tenuto appena una settimana dopo la fine della guerra: «la vittoria ci ha procurato qualche cosa che è difficile dire, ha elevato la dignità personale a dignità nazionale ed ha provato, cosa più importante e capitale per noi, che essa è stata ottenuta non per congiure di corridoio ma è stata conquistata dal popolo, attraverso una sua guerra per la liberazione, una guerra di popolo che mi sembra, me lo confermino gli amici storici, la prima della nostra storia nazionale». Certo, come in tutte le vicende umane, anche qui ci sono stati opportunismi, errori e anche malefatte: il peggio che si può fare quando si vuole riconoscere un merito a qualcuno è dire che non ha macchie, perché non lo si rende credibile. Ma quell’impresa, pur se contraddittoria, ha indicato chiaramente una direzione concreta, non priva di rischi, tuttavia praticabile – che ha poi prodotto bene o male l’Italia che amiamo e che continueremo ad amare, in cui sono felice di essere nato, cresciuto e restato. «Questo popolo risanato dà garanzia che saprà difendere un bene che è costato tanto sangue. (…) Il cammino da percorrere è ancora lungo e duro; sarà pieno – certamente – anche di delusioni; ma quella che intendiamo battere è l’unica strada. Battiamola, vi garantisco che ne vale la pena e che se sapremo lavorare questo può essere l’inizio del nostro secondo Risorgimento». Gli farà eco, qualche anno dopo, Cadorna: «ricordando, amici, la storia della Resistenza, non abbiamo nulla da rivendicare, nulla da insegnare, nessun giudizio da chiedere. Ma i nuovi devono sapere quello che è stata l’Italia in un momento alto della sua storia; veramente, credo, il più alto nel quale questo popolo nostro è riuscito a organizzare un’insurrezione popolare e insieme nazionale. Ecco perché la storia di questo momento è così importante. (…) In realtà, ogni giorno, la storia di un popolo pone problemi nuovi ed ogni giorno ha una liberazione da compiere. (…) La sua storia [della Liberazione] è così importante perché educa a queste scelte». Ed è forse anche per questo che il 25 aprile, e solo il 25 aprile, quando parte la fanfara, mi vengono sempre i granet, pensando a quel che è stato fatto, a chi è caduto perché fosse fatto, e a quanto ancora (e tanto) resta da fare.

(finito il 9 giugno 2019)

Ho parlato di



Carlo Greppi
25 aprile 1945
(Laterza, 2019)

252 p. | 18 €