mercoledì 5 ottobre 2016

La testa perduta di Damasceno Monteiro

Per quanto letto ad agosto, mi pare giusto recuperarlo proprio oggi. La storia è ambientata a Oporto negli anni ’90 (anche se a tratti sembrano gli anni ’50), ma potrebbe benissimo essere ambientata a Roma o al Cairo, visto che racconta di un giovane entrato vivo in una caserma di polizia e uscitone morto. Peggio, decollato. C’è un cadavere, c’è un’indagine, c’è un processo (c’è anche l’idea che la stampa possa sensibilizzare e non solo solleticare l’opinione pubblica, da cui si capisce che il libro è apparso prima dei noti plastici). Come nei gialli di Nero Wolfe, anche qui abbiamo un braccio operativo, il giovane giornalista Firmino, e una mente pensante, che non ha il volto di Tino Buazzelli, bensì quello di Charles Laughton, tant’é che in città viene affettuosamente chiamato Loton, benché all’anagrafe risponda al nome di Fernando de Mello Sequeira. E come Nero Wolfe, Loton è un uomo corpulento, anzi obeso. Non è però solo per la sua mole che finisce per occupare prepotentemente la scena da quando compare per la prima volta, verso metà libro, nel suo ufficio strabordante di libri. Si capisce subito che la sa lunga: non lo ossessionano, per dire, le orchidee, ma la Norma fondamentale (è stato allievo di Kelsen), il principio metafisico che sorregge tutti i codici umani, il punto archimedeo che trasforma la violenza in diritto e deresponsabilizza tutti i carnefici in nome di un’istanza superiore, “giusta”. É grazie alle sue apparenti divagazioni sul tema che questo libro leggibile come un noir (condito di fado, trippe e altre malinconerie tipicamente portoghesi) assume poco per volta il tono dell’apologo etico, attraverso una fittissima rete di rimandi che ci portano nella colonia penale con Kafka e ai confini dello spirito con Jean Améry. Loton, che è di famiglia aristocratica, ha imparato il tedesco come lingua madre e ha studiato in America e in Svizzera ai tempi di Salazar, avrebbe la competenza per scriverci sopra interi volumi. Ma ha deciso di fare l’avvocato delle cause perse, quello che difende gli scartati, i fragili, i marginali, perché in loro vede anzitutto delle persone e, pur se con maggior understatement, ne condivide lo smarrimento dinanzi alla sfacciataggine del potere. «Non saprei dirle se sia più utile scrivere un trattato sull’agricoltura o rompere una zolla con la zappa, ma io scelsi di rompere le zolle con la zappa, come un contadino». E in questo impegno non cerca tanto il senso complessivo delle cose, quanto la speranza, un giorno, di ricevere come una lettera dal passato che gli mostri «con chiarezza meridiana una storia mai capita prima, una storia unica e fondamentale», quel frammento di luce che giustifica la sua resistenza. P.s. L’aguzzino di turno è un essere spregevole che si è fatto le ossa in Angola e avrebbe voluto continuare a farsele anziché essere costretto ad abbandonarla con la coda fra le gambe. Non si inventa cose come l’epilessia, ma nega che il defunto possa avere subito torture con mozziconi di sigarette, perché nel suo ufficio – nossignore – non si fuma, in quanto fumare fa male alla salute. Siamo lì.

Ho parlato di


Antonio Tabucchi
La testa perduta di Damasceno Monteiro
(ed. Feltrinelli, 2012)

239 pp., brossura, 9 €

(ed. or. 1997)

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