lunedì 24 aprile 2017

Sindone. Storia e leggende di una reliquia controversa

Umberto Eco aveva coniato l’espressione “filosofi di quarta dimensione” per indicare quei personaggi pittoreschi sinceramente convinti di avere trovato le risposte a tutti gli enigmi del cosmo e altrettanto sinceramente sorpresi del fatto che nessuno chissà perché desse mai loro retta. Questo libro ci mostra che esistono anche certi “scienziati di quarta dimensione”: sono quelli, per dire, che – dando per assodato ciò che invece dovrebbe essere dimostrato (nella fattispecie: che l’immagine della Sindone non possa essere stata realizzata in modo naturale, ma sia per forza un miracolo) – ipotizzano microscopici big bang nella quiete del Santo Sepolcro o ritengono di rilevare alterazioni del campo elettromagnetico in una stanza se vi si introduce una riproduzione del sacro lino. Del resto, la sindonologia è una scienza ben bizzarra: ha per oggetto un pezzo unico (ma già Aristotele osservava che degli enti singolari non si dà scienza), di cui i più parlano per interposti esperimenti, dato che sono pochissimi coloro che hanno potuto davvero esaminarla (e, tra questi, anche falsari e pasticcioni). L’autore più volte sembra quasi sul punto di scusarsi se si sofferma su argomenti inconsistenti (che pure formano un divertente repertorio di stramberie), ma riscatta subito il senso di colpa facendoci capire che, se a noi è riservato solo il riassunto, lui se l’è dovuta sorbire tutta per intero questa letteratura tendenzialmente inverosimile che pure ha una circolazione e, in certi ambienti, perfino una credibilità. Ora, io dico, le reliquie hanno una loro logica nel cristianesimo perché ci richiamano all’imprescindibile concretezza storica della nostra fede: se però ne facciamo dei gadget miracolosi se ne perde completamente il senso. Il miracolo sta nel Dio che si fa comunissima carne, e che come tale andrebbe trattata, con tutto il suo carico di paradossale normalità, non in una carne che si fa Dio e genera curiosi effetti speciali. E noto qui un’immaturità irrisolta nella chiesa cattolica, che non sempre riesce a conciliare il piano intellettuale con quello pastorale, dove è spesso prigioniera di logiche desuete, per cui, se tra persone serie ammette che quello conservato a Torino non è l’autentico sudario di Cristo, poi lascia volentieri che il “popolo” pensi che sia proprio quello (e pazienza se ce ne sono altri analoghi sparsi in tutta Europa). Che poi, a ben vedere, di unico la Sindone in effetti qualcosa ce l’ha. É forse l’unica reliquia che, anziché essere dapprima venerata come autentica e poi smascherata in tempi più recenti, è stata sin da subito dichiarata falsa da un vescovo e un papa medievali (sia pure di fedeltà avignonese) per poi essere riabilitata negli ultimi decenni – vessillo di una reazione antimodernista che, come le capita spesso, si inventa una tradizione là dove non c’è per poi farne il proprio idolo. Sfatando questi accomodanti racconti, Nicolotti ricostruisce con molta verosimiglianza un percorso che non può risalire oltre la metà del ‘300, quando quella che noi oggi chiamiamo appunto Sindone compare per la prima volta nella collegiata di Lirey, in Borgogna – e non tanto perché quella sia più o meno la soglia indicata dalle datazioni al radiocarbonio, ma – più umilmente – perché fin lì ci permettono di arrivare i documenti che abbiamo a disposizione. É un viaggio affascinante, in cui si imparano un sacco di cose, ma soprattutto ad applicare con rigore un efficace metodo di ricerca. Insomma, non bastano le “scienze dure” se non se ne sa fare un buon uso (mentre tra un filologo, uno storico, un paleontologo e un fisico, se sono seri, non c’è poi in realtà tutta quella gran differenza che si può immaginare).

Ho parlato di


Andrea Nicolotti
Sindone. Storia e leggende di una reliquia controversa
(ed. Einaudi, 2015)

X-370 pp., rilegato, 32 €

mercoledì 12 aprile 2017

Pastorale Americana

Con vent’anni di ritardo capisco finalmente anch’io perchè tutte le volte Roth entra papa nel conclave di Stoccolma e un po’ meno perché ne esce sempre e solo cardinale. Forse perché la storia è davvero inconcludente e farsesca, come ci insegna questo romanzo, che – ironia nell’ironia – ha un protagonista soprannominato lo Svedese. Il quale, peraltro, di svedese ha solo la mascella vichinga: ebreo di Newark, polisportivo con preferenza per il football, il nostro eroe calza il suo essere americano come uno dei guanti preparati a regola d’arte nella fabbrica ereditata dal padre e portata avanti con passione una volta subentratogli nella direzione (a tratti, sembra di sentire parlare il Faussone di Primo Levi). Un uomo così, capace – si dice a un certo punto – di “amoreggiare con la propria vita”, sarebbe stato perfetto nei panni di Capitan America, se la guerra non lo avesse appena sfiorato, così come la futura moglie sfiorerà a sua volta, nel ‘49, il titolo di Miss America, dopo essere stata eletta reginetta del New Jersey – lei che invece è cattolica e di origine irlandese. A raccontarla così sembra un’oleografia, l’incipit di una storia senz’anima, patinata come una rivista illustrata dedicata agli hobby tipici dell’american way of life, stucchevole come un santino sulla vita di Giovannino Semedimela, che non per nulla lo Svedese elegge a proprio modello di vita. E probabilmente verrebbe fuori proprio una storia di barbecue, tacchini e palle da baseball, se Roth non si cimentasse nel crudele esercizio di offrire profondità alla superficie pura dell’immagine, proiettando attraverso il prisma di una vicenda personale la parabola storica dell’America tutta, la cui autorappresentazione vincente sbiadisce progressivamente come i colori di una vecchia foto, fin quasi a rendersi irriconoscibile. Ciò che più colpisce è la totale padronanza che Roth dimostra della scrittura, con quel suo continuo andirivieni lungo un asse temporale che ha il suo cuore nel periodo compreso tra Hiroshima e il Watergate, in cui motivi appena accennati all’inizio dell’opera ritornano con il fragore di un ampio movimento a pagine e pagine di distanza, senza mai perdere il controllo di un racconto che, invece, sta proprio lì a dirci che nella storia non c’è mai davvero nulla di controllabile. «Essere vissuti: e in questo paese, nel nostro tempo, e da quelli che eravamo. Stupefacente» - questa sarebbe dovuta essere la morale della favola, pregustata nei giorni inebrianti del dopoguerra. E invece, «in un modo assolutamente inverosimile, ciò che non avrebbe dovuto accadere era accaduto e ciò che avrebbe dovuto accadere non era accaduto». Tollerante, aperto, pieno di premure verso la famiglia, innamorato del suo paese, icona di una vita “come si deve” e sinceramente incapace di comprendere le ragioni di chi la rifiuta, a cominciare dalla figlia divenuta bombarola negli anni del Vietnam, lo Svedese scopre poco per volta, suo malgrado, «che siamo tutti in balia di qualcosa di impazzito», che «tutto è orribile», che l’identità che uno faticosamente cerca di costruirsi mediando fra le generazioni non è che una parodia di integrità, sotto cui ribolle un irresponsabile e indefinibile caos: «la gente, dappertutto, si alzava in piedi urlando: - Questa persona sono io! Questa persona sono io! – Ogni volta che li guardavi si alzavano e ti dicevano chi erano, e la verità era che non avevano, non più di quanto l’avesse lui, la minima idea di chi o che cosa fossero. Credevano anche loro ai segnali che lanciavano». Per questo, pur essendo un libro lucidamente pieno di America – con lo Svedese a giocare in vitro la parte che è stata di Kennedy nella coscienza nazionale – questo non è solo un libro sull’America. É la storia di come tutto può sfuggire di mano, senza che si riesca a far niente per evitarlo: «aveva creduto che per la maggior parte fosse ordine e che solo una piccola parte fosse disordine. Aveva capito a rovescio».

Ho parlato di


Philip Roth
Pastorale americana
(ed. Einaudi, 2007)

trad. di V. Mantovani

462 pp., brossura, 14 €

(ed. or. American Pastoral, 1997)