sabato 26 febbraio 2022

Respiro

Ah beh, la fantascienza – azzarda spesso l’incauto – quella robetta là con mostri tentacolari, improbabili dinosauri umanoidi che guidano astronavi giganti, teletrasporti, fumi e raggi laser… Sì, vivaddio – rispondo –, e meno male perché anche in questo sta il sale della vita. Poi però c’è pure chi sfrutta le potenzialità del genere per ragionare informalmente su complesse ipotesi relative alla natura umana e a quella del mondo che ci circonda, elaborando come degli articolati esperimenti mentali capaci di gettare qualche briciola di comprensione della realtà anche su chi, non avendo conseguito un dottorato in fisica computazionale o un master in neuroscienze, continua a riporre un po’ troppa fiducia nelle ombre proiettate sulla parete della sua confortante caverna da una solida formazione classica. Tale, appunto, è la reazione che mi hanno suscitato i racconti (ma sarebbe meglio chiamarli saggi narrativi) di Ted Chiang, scrittore ormai maturo (va verso i sessanta), eppure sorprendentemente parsimonioso nella sua produzione, come un arciere che prende con calma la mira prima di scoccare la freccia per essere il più sicuro possibile di centrare il bersaglio (e con qualche ragione, stando anche ai riconoscimenti raccolti quasi ad ogni suo tentativo, complice il fatto che premi come l’Hugo, il Nobel della fantascienza, hanno categorie distinte per la novel, la novella, la novelette e la short story). Caso quasi unico: con i nove pezzi racchiusi in questa raccolta, il più lungo dei quali raggiunge all’incirca le cento pagine ed è già quasi un romanzetto, ci si porta a casa più della metà della sua trentennale produzione. Poco importa che fra questi non sia presente il suo scritto più famoso, da cui è stato tratto lo splendido Arrival, poiché c’è comunque di che leccarsi i baffi.

Propongo giusto qualche assaggio per far venire l’acquolina. Provate a pensare che in un futuro non troppo remoto tutti o quasi tutti si vada in giro indossando sempre delle microcamere per riprendere ogni singolo istante della propria vita e che in un campus della Silicon Valley brevettino a un certo punto un dispositivo fondato su un algoritmo in grado di recuperare all’istante, all’interno di quel serbatoio immenso di sequenze registrate, un avvenimento passato particolarmente pertinente con il discorso che stai facendo in un certo momento o con una scena a cui stai assistendo, proiettandolo subito nell’angolo in basso a sinistra del tuo campo visivo. L’indubbio vantaggio di poter ritrovare, in questo modo, le chiavi di casa non appena raggiunto dalla consapevolezza di non sapere più dove le hai messe non impedirebbe di provare comunque qualche brivido all’idea di scaricare in sostanza tutta la nostra memoria su un supporto artificiale. Eppure sarebbe sbagliato pensare che si tratti di un’assoluta novità per la nostra specie: non è capitato forse qualcosa di molto simile quando le culture orali hanno cominciato e mettere per scritto le loro tradizioni? É appunto ciò su cui riflette Chiang, raccontando la storia sopra accennata in parallelo con quella di un giovane nativo di una tribù africana che impara a scrivere sotto la guida di un missionario.

«Di solito non la pensiamo in questi termini, ma la scrittura è una tecnologia, e ciò significa che una persona alfabetizzata è qualcuno i cui processi mentali sono tecnologicamente mediati» Ciò significa che «siamo diventati dei cyborg cognitivi non appena abbiamo imparato a leggere speditamente». Profondissime le conseguenze: prima di adottare l’uso della scrittura, infatti, una civiltà poteva modificare facilmente la propria storia, così che il suo patrimonio culturale veniva di continuo rielaborato in base alle esigenze del presente anche se lo si continuava a ritenere stabile e permanentemente identico a se stesso. A ben vedere, in un certo senso, ogni uomo «rispecchia una cultura orale privata», in cui l’immagine che si ha di sé è sempre il prodotto di una selezione dei ricordi più o meno orientata da un surretizio principio di coerenza. In effetti, noi «riscriviamo il nostro passato in modo che assecondi le nostre esigenze e avvalori la storia che raccontiamo di noi stessi. Con i nostri ricordi siamo tutti colpevoli di un’interpretazione progressista delle nostre storie personali, perché vediamo i noi stessi del passato come i gradini che ci hanno portato a essere gli splendidi noi del presente. Ma questa era sta finendo. (...) A livello mentale, ciascuno di noi passerà da una cultura orale a una alfabetizzata». Tutto questo, allora, è un bene o un male? Con piglio da etnografo del futuro e con prosa assolutamente sobria, Chiang evita sia il peana che la geremiade, cercando piuttosto di capire in che cosa la nostra stessa percezione della realtà potrebbe uscirne modificata, così come presumibilmente si è già modificata tante volte in passato, ad ogni significativa soglia evolutiva. Col che, peraltro, si suggeriscono delle vie d’uscita che tendono a evitare la distopia. «La memoria digitale non ci impedirà di narrare noi stessi. Come dicevo, noi siamo fatti di storie, questo niente può cambiarlo. La memoria digitale cambierà però quelle storie, non sarà più possibile enfatizzare le nostre azioni migliori levando di mezzo quelle peggiori, le storie diventeranno specchio della nostra fallibilità e ci renderanno meno severi su quella altrui». E tutto sommato potrebbe non essere spiacevole vivere in un mondo in cui, quando Salvini fa la passerella davanti all’ambasciata ucraina, dinanzi agli occhi di tutti, lui compreso, compaiano inesorabilmente le immagini e le parole di quando incensava Putin come il più grande statista del mondo.

Altro esempio, altra proiezione verso qualcosa che potrebbe accadere da un momento all’altro, o forse sta già accadendo anche se non ne siamo del tutto consapevoli. Ipotizziamo che un’altra società hi-tech inventi un modo per produrre degli organismi digitali – qui chiamati digienti – in grado di apprendere e quindi di crescere acquisendo una propria identità. All’inizio sembra una cosa divertente, ma alla lunga diventa sfiancante per gli acquirenti, in quanto arriva il momento in cui i digienti non vogliono più soltanto giocare tutto il giorno, ma chiedono di poter lavorare e diventare indipendenti. É a questo punto che la maggior parte di chi ne ha comprato uno lo pone in sospensione, come un qualunque tamagochi passato di moda. I pochi che invece non demordono si trovano di fronte al problema di non costituire più una quota di mercato sufficientemente ampia per sostenere uno sforzo produttivo: la casa madre, anzi, fallisce, i sistemi operativi non vengono più aggiornati e bisogna perciò inventarsi qualcosa per non veder “morire” i propri cuccioli, magari anche attraverso il riconoscimento a loro di una qualche capacità giuridica con un relativo corredo di diritti. Tra i tantissimi temi che vengono qui toccati, la riflessione portante mi pare quella relativa a come si può rendere davvero intelligente un’intelligenza artificiale. Le aziende impegnate nello sforzo di produrne una, infatti, «si aspettano prima o poi di dare alla luce un software che, come la dea Atena, risulti da subito perfettamente formato, maturo». Ma nessun bambino lasciato a se stesso diventa autodidatta. Sono solo gli anni e la fatica dell’insegnamento che possono garantire «disinvoltura nell’esplorazione del mondo reale, creatività nel risolvere i problemi, una capacità di giudizio affidabile quando si tratta di prendere una decisione importante». Perché possa dirsi davvero intelligente, cioè, anche a una macchina deve essere dato il tempo di imparare: «ogni qualità che rende una persona più preziosa di qualsiasi database è un prodotto dell’esperienza. (…) L’esperienza non è semplicemente la migliore insegnante, è l’unica». In altre parole, «se si vuole creare il buon senso che deriva da vent’anni di vita nel mondo reale, bisogna dedicare vent’anni a questa impresa. Non si può assemblare in minor tempo un bagaglio altrettanto ampio di conoscenze empiriche, l’esperienza è algoritmicamente incomprimibile».

In un altro racconto si ipotizza invece l’esistenza di apparecchi in grado di generare una variazione quantistica in un dato momento della realtà e di mantenere poi un contatto con l’universo parallelo in cui ha prevalso una variabile diversa. La possibilità di esplorare scenari alternativi in cui si sono verificate piccole modifiche rispetto al mondo a noi noto si rivela utile per i politici come per i broker della finanza e dà vita anche a nuove discipline storico-sociologiche impegnate e determinare le relazioni autenticamente significative tra gli eventi (per non parlare della curiosità di conoscere come sarebbe continuata la carriera di un artista morto prematuramente). Tutto ciò genera però anche dei contraccolpi psicologici, quando qualcuno scopre che il proprio alter ego si è macchiato di crimini inqualificabili oppure quando si prende coscienza che ogni nostra azione è controbilanciata da una scelta opposta compiuta da una nostra controparte. Se tutto è letteralmente possibile, infatti, cosa definisce la nostra identità personale? Come posso dire di sapere cosa sono “io” se un altro “io” ne ha compiute di cotte e di crude in un mondo in cui semplicemente un giorno un semaforo era rosso anziché verde? La conclusione, sia pure ipotetica, è che, comunque, «ogni decisione che prendiamo contribuisce a formare il nostro carattere e a fare di noi la persona che siamo. Se vuoi essere il tipo di persona che restituirà i soldi a un cassiere sempre e comunque, come ti comporterai in un determinato momento contribuirà a farti diventare o meno quella persona. Il ramo in cui stiamo attraversando una giornata storta e ci teniamo i soldi extra, ha avuto origine e ha preso una certa direzione in passato, le nostre azioni non possono più influenzarlo. Ma se in questo ramo ci comportiamo correttamente con gli altri, la cosa ha invece importanza, perché avrà conseguenze sui rami paralleli che si origineranno in futuro. Più spesso decidiamo per il bene degli altri, meno è probabile che in futuro le nostre scelte saranno dettate dall’egoismo, e questo vale anche per i rami in cui avremo una giornata storta». Sei ciò che diventi – ed è più o meno quanto emerge da un altro racconto ancora, la cui suggestiva costruzione per incastri ricorsivi, simile a una favola delle Mille e una notte, è particolarmente funzionale a proporre una variazione sul tema del viaggio nel tempo. Anche qui si constata, infatti, che «il sapere più prezioso che posseggo è questo: nulla può cancellare il passato. C’è il pentimento, c’è l’espiazione e c’è il perdono. Questo è tutto, ma trovo che sia abbastanza».

Ecco, mi pare che se c’è un filo conduttore che lega fra loro tutte queste storie sia la domanda su cosa ci renda davvero uomini, di fronte alla possibilità sempre più concreta che la tecnologia ci metta presto nelle condizioni di diventare qualcos’altro. Anche se per essere ammessi all’anno successivo bisognerebbe prima dimostrare di avere imparato a risolvere i problemi più semplici presenti nel programma dell’anno in corso. Le cronache di questi ultimi giorni mostrano tuttavia con sufficiente chiarezza che non ci siamo ancora.

(finito il 5 febbraio 2021)

Ho parlato di


Ted Chiang
Respiro
(Frassinelli 2019)

Trad. di C. Pastore

340 pp. | 18,50 €

(ed. or.: Exhalation: stories, 2019)

venerdì 11 febbraio 2022

Le origini dell'ideologia fascista. 1918-1925

Introducendo, nel 2011, una nuova edizione di questo suo corposo saggio uscito originariamente nel 1974, Emilio Gentile notava come, alla sua prima apparizione, tale ricostruzione delle radici culturali dell’ideologia fascista venne intesa da qualcuno come un surrettizio tentativo di nobilitare, riconoscendole un’ossatura concettuale, quella che doveva invece continuare a essere considerata come una pura e semplice forma di vandalismo. «Il fascismo, secondo questa immagine, era stato niente altro che marmaglia di ignoranti brutali e di pseudointellettuali opportunisti, di avventurieri, di delinquenti e spostati senza idee e senza ideali, manovalanza armata e violenta assoldata dalle forze reazionarie, che volevano arrestare il progresso della modernità per riportare indietro il cammino della storia». Secondo Gentile, però, «ridurre tutto il problema dell’ideologia fascista (…) a materia di inganno, opportunismo e manipolazione appariva (…) un modo per eludere il confronto con la realtà storica del fascismo attraverso un postumo rito di esorcizzazione consolatoria» che finiva per occultare la realtà inquietante del consenso accordato al regime nella sua fase di formazione, oltre che l’oggettivo interesse suscitato all’estero per questo esperimento politico percepito da molti osservatori non privi di qualità intellettuali come un autentico tentativo di salvare la civiltà occidentale attraverso una «rivoluzione spirituale contro le degenerazioni e il materialismo» della società industriale, laica ed edonista, in alternativa al bolscevismo russo. Nessuno dice che fosse qualcosa di buono, ma qualcosa di nuovo, di diverso, di potenzialmente persuasivo, nel fascismo aurorale, ci sarebbe insomma stato, rendendolo diverso da una semplice «aberrazione regressiva» o da un avatar sotto mentite spoglie del tradizionale conservatorismo.

Oggi che siamo sprofondati nel gorgo della democrazia mediatica abbiamo meno problemi, credo, a riconoscere «che irrazionalità e modernità, autoritarismo e modernità, non sono affatto incompatibili e possono anche convivere. Ci sono nuove forme di autoritarismo e di irrazionalismo che non rappresentano affatto residui della società premoderna, ma sorgono dai processi stessi della modernizzazione, generando modelli e ideali di modernità alternativi o antagonisti rispetto al modello razionalista liberale». Ciononostante continuiamo ancora a inciampare nel riflesso condizionato di liquidare fenomeni spiacevoli interpretandoli esclusivamente in negativo come una conseguenza di ignoranza e disinformazione, anziché riflettere sul complesso “positivo” di miti e credenze che li alimentano, con la conseguenza di faticare a capire qual è il collante ideale (vago, distorto, scollacciato quanto si vuole) che, di volta in volta, si è aggregato, per dire, intorno ai vari Bossi o Berlusconi, facendoli così forti così a lungo, e che oggi tiene insieme terrapiattisti e populisti, antivaccinisti e complottisti, trumpiani e putiniani (forse anche perché un tale approccio potrebbe costringerci a dover riconoscere quanto di mitologico, in fondo, ci sia anche nelle “buone” credenze con cui concordiamo: certi discorsi a favore della scienza sentiti in questi ultimi due anni – va detto – non sono meno ingenui di quelli pronunciati da chi la rifiuta in tronco). Dimenticando che la gente crede solo a quello che vuole credere, troppo concentrati sugli effetti appariscenti della sbornia, rischiamo però in questo modo di trascurare le ragioni che inducono l’alcolista a bere. Ma una risposta sbagliata non rende meno valida una domanda; anzi, mi pare che riflettere bene su quella domanda sia tanto più importante per mostrare il carattere mistificatorio delle soluzioni presentate come le uniche possibili dagli apocalittici di professione.

Anche per questo da qualche anno sono in fissa con la storia del primo dopoguerra, perché mi pare che, fatte tutte le debite proporzioni, il nostro tempo assomigli molto, come quello, a una sorta di instabile plasma in cui le particelle elementari si uniscono, si respingono e si ricombinano continuamente fra di loro, innescando reazioni che possono esaurirsi in un microsecondo oppure dare vita a nuovi livelli di realtà, non sempre promettenti. La guerra aveva provocato allora una «disgregazione della società» e prodotto una massa di «sradicati» uniti da una crescente insoddisfazione verso istituzioni da cui non si sentivano più rappresentati e verso una società considerata «marcia fino alle radici, e perciò bisognosa di un’opera violenta di purificazione e di trasformazione radicale». Questo generico ribellismo non era ancora fascismo, come probabilmente non lo è nemmeno, per il momento, il ribellismo odierno, ma nella sua fluidità ideologica fu l’incubatore di processi su cui Mussolini seppe esercitare abilmente la sua azione demiurgica – e questo un minimo di preoccupazione in più lo desta.

Socialista sui generis, più anarcoide che marxista, profondamente dubbioso circa le possibilità emancipative delle masse popolari giunte improvvisamente alla ribalta della storia, convinto com’era che esse ricerchino invece istintivamente l’autorità di un capo per identificarsi con essa, il giovane Mussolini, licenzioso negli affetti intellettuali non meno che in quelli carnali, si guardò sempre bene dallo sposare una dottrina ben definita, ma fece anzi del rifiuto dell’ideologia il perno di una personale ideologia attivistica, che recuperava a modo suo temi abbastanza diffusi nel pensiero e nell’opinione corrente d’inizio ‘900. Tanto il suo iniziale socialismo quanto il suo successivo fascismo erano più che altro «uno stato d’animo», un «complesso di miti» attorno a cui raccogliere una folla allo scopo di dare uno scrollone a un paese incancrenitosi dopo l’unificazione. In questa prospettiva, la vita politica gli appariva «come una pura manifestazione della volontà di potenza dell’egoismo umano dell’individuo dominatore e delle masse dominate, materia bruta, duttile e sfuggente, che poteva essere però modellata dall’artista dell’uomo, il politico, per creare nuove forme di organizzazione, un nuovo Stato, una nuova civiltà e un nuovo tipo di carattere». E poiché la duttilità della materia richiedeva a sua volta duttilità nell’azione, egli poteva affermare senza particolari imbarazzi, nel 1920, che «il “caso per caso” è essenzialmente fascista». Dallo scetticismo teoretico di un pensatore oggi un po’ dimenticato come Giuseppe Rensi (su cui tornerò), Mussolini traeva inoltre «motivo per esser ancor più convinto del fatto che nella storia le ideologie, come sistemi teorici, non avevano alcun valore se non si trasformavano in miti per entusiasmare le masse, per organizzarle, per spingerle all’azione (…), senza lasciarsi invischiare nei lacci della coerenza ideologica, nelle dispute dottrinarie, nelle questioni d’orientamento e di collocazione a “destra” o a “sinistra”». Il fascismo, in questo senso, poteva perciò dirsi «superrelativista» (così sempre il futuro Duce, nel ‘21), perché la storia non è altro che uno scontro di forze in cui conta solo il successo (estrema rielaborazione del tema dello spirito vivo contrapposto alla lettera morta).

Questa mancanza «di scrupoli di coerenza ideologica» non solo consentì a Mussolini di tenersi sin da subito le mani molto libere e le porte molto aperte, ma gli permise anche di cambiare cavallo senza particolari problemi quando il suo innegabile fiuto politico gli fece intuire che il vento stava cambiando e che l’onda lunga di cui era in cerca non poteva essergli offerta dalle masse proletarie, non contendibili ai rossi, bensì da un altro blocco sociale, quella classe piccolo borghese che proprio allora ambiva a «trovare, fra la lotta delle due classi maggiori, una via per la propria affermazione, anche attraverso una rivoluzione, che doveva portare alla creazione di un nuovo ordine, dove fossero garantita l’egemonia dei ceti medi, la pace sociale, la soddisfazione degli interessi delle diverse classi in armonia con l’interesse della nazione, che i ceti medi ritenevano di rappresentare più e meglio della grande borghesia e del proletariato». Intuendo prima di altri il terror panico suscitato in questo gruppo dal comunismo e lusingando, col suo individualismo anticonformista, quello che Angelo Tasca definì «l’anarchismo latente del popolo italiano», Mussolini comprese che la nazione avrebbe potuto costituire per una generazione di disorientati un mito potente almeno quanto la rivoluzione, anzi il mito attraverso cui «tentare la “sua” rivoluzione», distinta da quella liberale e da quella socialista. In sintesi, si potrebbe dire che egli si propose di rispondere agli effetti disgregatori della società tradizionale accelerati dalla guerra non già rispolverando i vecchi troni e altari, ma proponendo nuovi ideali figli anch’essi della modernità, attraverso cui suscitare – proprio come avviene in guerra – una mobilitazione collettiva finalizzata a un progetto di rigenerazione nazionale che avrebbe trovato la sua massima espressione nel totalitarismo statale e nel primato della politica sul privato. Sebbene il fascismo sia stato, per molti aspetti, «una negazione radicale, quasi un’antitesi storica dei principi della Rivoluzione francese», esso però a tratti sembra parlare il suo stesso linguaggio, quando prospetta l’idea di un popolo disciplinato e coeso di cittadini-produttori impegnati, col loro lavoro, a favorire la grandezza della patria (e tanto per confondere ancora di più le acque, dopo aver letto Berlin io ci vedo in filigrana anche molto Romanticismo).

Naturalmente, all’interno di questo quadro, lo spettro delle possibilità è talmente ampio che il fascismo poteva apparire, «a seconda delle circostanze, dei luoghi e delle persone, come un fenomeno ora rivoluzionario ora reazionario, e ciò, se da una parte, disorientava avversari e simpatizzanti, dall’altra però consentiva al fascismo di attrarre nelle sue file sia spiriti rivoluzionari che spiriti conservatori», tutti più o meno impegnati a convincere gli altri che esso era esattamente quello che ciascuno di loro, e lui solo, aveva in testa. Se questo è già vero per il 1919 (ne avevo un po’ parlato qui), tra il 1922 e il 1925 la storia del fascismo diventa appunto la storia del confronto fra le varie anime che per strade diverse si erano ritrovate a vestire la camicia nera e che si contendevano ora la possibilità di imporre la propria versione come l’unica ortodossa. La quantità di documenti che Gentile ha raccolto e studiato in questo libro è davvero impressionante e disorientante, ma credo che un convegno di no-green pass, con relatori che vanno da Cacciari a Puzzer, potrebbe darcene un’idea. Ciascuno aveva le sue ragioni, ma quel che per Gentile accomuna tutti questi orientamenti, nella loro diversità, è un medesimo limite, quello cioè di esercitarsi «in un virtuosismo dialettico sincero quanto si vuole ma sostanzialmente estraneo alla concreta situazione politica». Pur con tutta la buona volontà di cui si può essere capaci, infatti, non si può non riconoscere che un «regime autoritario di massa», quale quello instauratosi dopo la marcia su Roma e il delitto Matteotti, è qualcosa di «ben diverso dallo Stato etico» che molti si immaginavano di costruire e che quelle che qualcuno si sforzava di vendere come manifestazioni dello Spirito in atto in realtà di spirituale non avevano nulla, ma erano solo forme dello «spettacolo di massa» che degradando l’individuo alla sua «pura esteriorità» ne distruggevano «ogni capacità di scelta e di critica», né più né meno di come avviene attraverso le occulte tecniche persuasorie della moderna società dei consumi contro cui i fascisti di ieri e di oggi in teoria vorrebbero indirizzare la loro battaglia. Il «fervore culturale» che pure animava intellettuali come Bottai, Pellizzi o lo stesso Giovanni Gentile non trovò cioè mai «alcun riscontro nei caratteri del regime fascista, che si stava delineando attraverso le prime leggi repressive e autoritarie». Anche lo stesso «antiborghesismo fascista, a parte la retorica di costume, non andava al di là della questione culturale e non intaccava minimamente il potere della grande borghesia finanziaria e industriale, su cui il regime fondava gran parte delle sue forze. Tutt’al più, l’antiborghesismo rifletteva i residui dello spirito di rivolta dei ceti medi contro l’alta borghesia, i quali trovarono soltanto una soddisfazione “sovrastrutturale” nel regime fascista, mentre i rapporti di forza all’interno della struttura sociale e politica rimasero, nelle fondamenta, immutati, grazie al compromesso maturato e confermato anche dopo il 3 gennaio». Credo che gli intellettuali stregati oggi dai no vax ne avrebbero di che riflettere a lungo.

(finito il 30 dicembre 2020)

Ho parlato di


Emilio Gentile
Le origini dell'ideologia fascista. 
1918-1925
(Il Mulino 2011)

508 pp. | 19 €