giovedì 4 gennaio 2018

1917. L'anno della rivoluzione


Abbiamo appeso il nuovo calendario appena tre giorni fa e ho sentito ricordare già almeno un paio di volte che questo sarà l’anno del centenario della vittoria nella Grande Guerra. E allora permettetemi di fare ancora un passetto indietro, perché prima del 1918 c’è pur sempre stato il 1917, di cui questo volume è una sorta di memoriale annalistico, quasi un Libro dei Fatti steso però non da un anodino redattore, ma da un professore che usa come inchiostro il vetriolo e sin dalle prime pagine chiama quella guerra per quello che è stata: «un osceno macello», «una fabbrica di follia», «una guerra in cui il potere, in ogni nazione, manifesta il totale disprezzo della vita dei soldati», «un’eterna attesa di morte, uno stillicidio di cadaveri, in una zona di confine, in cui si muore senza vedere il nemico», e l’alternativa è solo quella tra «morire maciullati dalle bombe del nemico o morire freddati dalle scariche di fucile dei commilitoni», a causa delle ferocissime e del tutto miopi politiche disciplinari ordinate da Alti Comandi irritati perché la loro ostinata partita di Risiko non andava secondo i loro piani. «Pensare quanto hanno tribulato i miei genitori per allevarmi fino a vent’anni e qui con una indifferenza ti mandano al macello», scrive al fratello un fante di Bassano e capisci che una guerra così non può averla davvero vinta nessuno, non scherziamo. Noi come generazione siamo giustamente rimasti shockati dall’enormità dei lager e delle camere a gas, ma non per questo dovremmo mai accettare che allora le trincee e l’iprite, Verdun e l’Ortigara siano cose normali. Per me Cadorna e Goering pari sono e non per nulla i fenomeni della Prima Guerra Mondiale li ritroviamo poi tutti a recitare nuovamente la loro meschina parte, qualche anno più tardi: i Pétain, gli Hindenburg, i Badoglio («un caso incredibile di sopravvalutazione di un personaggio tra i meno gloriosi e i più ambigui del Novecento italiano»). E ti chiedi davvero, quando evocano proprio il centenario del ’18, a quale “composizione della memoria” possano mai pensare i monarchici coinvolti nella traslazione a Vicoforte della salma di Vittorio Emanuele III, che quella guerra ha voluto, ha praticamente imposto al Paese con un colpo di mano, insieme a Sonnino e Salandra, e ha pure formalmente diretto (il re, da Statuto, «comanda tutte le forze di terra e di mare» e «dichiara la guerra»). Ma di cosa state parlando?

Ciò detto, il 1917 merita attenzione, per d’Orsi, perché è l’anno in cui la corda si spezza, «un anno che, lungi dal porre fine al conflitto, si rivelerà il più duro e tragico, ma avvierà processi nuovi, in seno al conflitto stesso e intorno ad esso». Nel momento in cui il potere mostra il suo volto più disumano, semplicemente, non ce la si fa più. Prima che anno di rivoluzione, il 1917 è infatti anno di stanchezza: è questa «la linea rossa» che tiene insieme i fili sparsi di capitoli ordinati cronologicamente e talora, per questo, anche un po’ ripetitivi. Solo che la stanchezza può indirizzarsi spontaneamente su binari diversi. Può tradursi in timidi episodi di diserzione, spesso repressi brutalmente, o in ondate di scioperi, come nelle giornate d’agosto di Torino, quando «le donne, gli uomini, i ragazzi cui viene negato il pane non possono non notare che le pasticcerie offrono biscotti e dolci costosi e prelibati, riservati alle bocche e agli stomaci dei “signori”» (sì, perché la guerra, e quella guerra in particolare, è terribilmente classista: e chi con essa fa lucrosi affari, e per questo la vorrebbe a oltranza, passa per patriota mentre chi non ne può più e, stremato, chiede la pace viene ulteriormente spremuto sul lavoro o magari fucilato come disfattista). Anche Caporetto è figlia di quella stanchezza, esito catastrofico, a sua volta, «di una stolta, e in sostanza criminale, conduzione della guerra da parte di Cadorna e dei suoi collaboratori e subordinati».

Questo amalgama disordinato di esasperazioni serpeggiava in tutta Europa: se trovò il suo precipitato più esplosivo in Russia fu grazie alla presenza di un agente catalizzatore che lo seppe guidare con demiurgica e spregiudicata lucidità. Su questo, d’Orsi non ha dubbi: «la Rivoluzione bolscevica è soprattutto la Rivoluzione di Lenin», al cospetto del quale tutti gli altri personaggi che troviamo sul proscenio appaiono dei comprimari (con buona pace dei pennivendoli italiani che ne parlavano, all’epoca, come di un “omiciattolo” – ma è proprio perchè in Italia «manca un Lenin» che i moti torinesi non diventarono realmente rivoluzionari: i socialisti italiani vengono osteggiati perché neutralisti, ma in realtà se gettano il sasso, poi nascondono la mano e oltre qualche proclama di massima non si spingono mai). Il merito di Lenin fu di aver privilegiato «i fattori soggettivi, la volontà dell’individuo, sui fattori strutturali, che nella lunga stagione del positivismo imperante erano interpretati meccanicisticamente, finendo addirittura, talora, per cancellare l’iniziativa umana, riducendo l’azione politica a una certificazione dello sviluppo delle forze produttive fino alla loro entrata in rotta di collisione con i modi di produzione, secondo la lezione marxiana interpretata in modo pedissequo».

E qui non so, forse mi sbaglierò, ma quale che sia il giudizio storico su Lenin, pare di percepire in questa lettura una nota di speranza rispetto alla possibilità che anche là dove certi processi socio-economici sembrano irrevocabili e incontrollabili, l’azione umana – e dunque la politica – abbia comunque ancora sempre margini di manovra per riaprire degli orizzonti, spezzare delle tendenze, dare un colpo d’ala, scompaginare le carte, smuovere l’inamovibile. E che dunque, persino nell’epicentro di una crisi, sia lecito pensare, ragionare e progettare scenari alternativi, perché le crepe, di tanto in tanto, si aprono e in quel momento lì non hai più tempo e diventa essenziale agire. Anche perché se no ci arrivano prima i fascisti, quelli che tutto deve cambiare perché rimanga tutto com’è. E insomma, buon anno elettorale a tutti.

Ho parlato di



Angelo d'Orsi
1917. L'anno della rivoluzione
(Laterza, 2016)

278 pp, 18 €

domenica 24 dicembre 2017

Le navi dei vichinghi

So per certo che esistono al mondo persone che leggono solo libri fantasy. Sarei curioso di sapere cosa ne penserebbero di un volume come questo, che del fantasy ha molto – più sword che sorcery, d'accordo: o meglio, la sword taglia e affetta con risultati evidenti, la sorcery è invece tutta nella testa delle persone, e noi la chiameremmo piuttosto superstizione, ma c’è pure lei – eppure è a tutti gli effetti un romanzo storico, e anche accurato. Se però la storia è quella del secolo decimo, del tempo cioè in cui Harald Dente Azzurro regnava in Danimarca ed Etelredo in Inghilterra, quando «mancano solo undici anni alla fine del mondo» e «Londra era poca cosa in confronto a Cordova», e se le vicende narrate sono ambientate per lo più in regioni che stanno al di là delle croci innalzate dal grande imperatore Carlo per tenere gli ospiti indesiderati alla larga dai confini del suo impero, ecco che i due piani tendono a sfumare un po’ l'uno nell'altro. D’altronde quella, grosso modo, è proprio l’epoca in cui maturano le grandi saghe cantate dagli scaldi, diventate poi il retroterra più o meno esplicito per tutte le future Terre di Mezzo. La sensazione è un po' quella che si può avere leggendo L'età del bronzo di Eric Shanower, splendido fumetto realistico che racconta la guerra di Troia con sensibilità archeologica e senza interventi divini (anche se, per restare nel medium, il paragone più ovvio sarebbe con Thorgal, che però vira decisamente più sul fantastico e persino sul fantascientifico).

Se però il ritmo riecheggia, anche nelle formule, quello dell'epica, il tono è tutt'altro che serioso. Insomma, ciò di cui qui si parla sono pur sempre razzie, rapimenti, teste mozzate che finiscono nei boccali di birra e massacri assortiti, tuttavia lo si fa con una leggerezza non dico alla Pulp Fiction, ma da spaghetti western, questo sì. Durante una grande festa di nozze organizzata presso i finnici, ad esempio, «i commensali si erano messi a litigare intorno alla vendita di un cavallo e ben presto avevano tirato fuori i coltelli. La sposa e le sue compagne all'inizio si erano messe a ridere e a battere le mani per aizzare i contendenti. Ma quando lei, che era di buona famiglia, aveva visto che suo zio stava perdendo un occhio per opera dei parenti dello sposo, aveva preso una fiaccola dalla parete e l'aveva sbattuta sulla testa del marito, incendiandogli i capelli. Allora una serva svelta si era tolta l'abito e glielo aveva gettato sul capo, schiacciando forte per spegnere il fuoco e gli aveva salvato la vita. La sposa, però, vedendolo uscire da sotto i panni tutto nero, bruciacchiato e calvo, si era messo a urlare. Nel frattempo, il fuoco si era attaccato alla paglia per terra e undici persone ubriache erano state arse vive. (...). Da allora la sposa visse felice col suo sposo, anche se a lui i capelli non erano mai più ricresciuti. Re Harald disse che gli piacevano quelle allegre storie intorno alla vita dei finnici, che per natura facevano sempre scherzi e malefatte».

Così, una battuta come «sei un brav’uomo, anche se sei piccolo» potrebbe stare benissimo in bocca a Bud Spencer. A pronunciarla, infatti, è Orm, un giovane omone vichingo, il più bravo del suo villaggio nel bestemmiare e nello sputare lontano, prima di essere coinvolto in una serie di viaggi che lo porteranno a vivere avventure molto lontano da casa, in una terra in cui gli Asi sono poco potenti e domina un Dio solo che si impiccia – strano a dirsi per uno scandinavo – di cosa un uomo può mangiare e cosa no e che richiede forse un po' troppe genuflessioni quotidiane verso oriente, ma a cui vale la pena convertirsi fintanto che ci si muove nei suoi reami (così come ci si potrà convertire, con la stessa scioltezza, al cristianesimo, perché un Dio potente dalla propria parte torna sempre utile: e giù crocifissi di metallo al collo che neanche un gangsta rapper). Da queste avventure si riportano di solito tesori e cicatrici da mostrare con orgoglio alle donne, ma può capitare di imbarcare persino una campana di San Giacomo rubata a Compostela, che fa invece la gioia dei vescovi inviati in missione in quelle nordiche terre pagane senza reliquie nella propria bisaccia – ma ancor più dei preti-medici al loro seguito, come padre Vilibaldo, che con le reliquie ci fa i decotti per guarire chi si affida alle sue cure. «In questo paese la cosa peggiore per noi medici – dice – è che non abbiamo reliquie che ci possano aiutare; nemmeno un dente di san Lazzaro, che fa miracoli contro il male di denti, facile da trovare in molti paesi cristiani. Quando ci mandano a predicare ai pagani, infatti, non ci permettono di portare con noi reliquie, perché potrebbero cadere nelle mani sacrileghe dei pagani. Dobbiamo affidarci solo alle preghiere, alla croce e ai medicamenti terreni, che, però, non sempre bastano».

Vilibaldo, peraltro, è un bel tipetto collerico e non cura i vichinghi spinto da filantropia. Ha tutta una sua bella teoria al riguardo: vi mantengo in forze perché così possiate massacrarvi a vicenda e uccidervi tutti, satanassi che non siete altro. Le ferite possono guarire, ma l'anima non può cambiare. «Lupi assetati di sangue, assassini, malfattori, adulteri e porci, pupille degli occhi di Belzebù, male erba di Satana, figli di vipere e di serpi, come potrete mai essere purificati dal battesimo e presentarvi bianchi come neve davanti ai santi di Dio? (…) Sapete che cosa succederebbe se uno scandinavo entrasse in paradiso? Si prenderebbe subito una vergine santa, bestemmierebbe, urlerebbe le sue grida di guerra ai serafini e agli arcangeli e griderebbe che gli portassero un boccale di birra davanti al trono altissimo di Dio. No! No! So quello che dico: l'inferno è il solo posto adatto a voi, che siate battezzati o meno, e di questo sia lode all'Eterno per tutta l'eternità, amen». E però non si può non provare un moto di simpatia verso la brutale ma spontanea concretezza con cui questi bambinoni cresciuti insozzerebbero l’etereo empireo medievale.

Date queste premesse, anche l'interminabile pranzo di Natale alla corte del neoconvertito re Harald, in occasione del quale si macellano quarantotto grassi maiali, nonostante l'avvertenza di deporre tutte le armi al di fuori della sala dei banchetti, nonostante il brindisi iniziale in onore di Gesù (che perfino i pagani festeggiano, «perché era il primo brindisi e tutti avevano sete di birra»), e nonostante il racconto edificante del vescovo Poppo sulla vita del re Davide, finirà – ovviamente – in rissa. Andrebbe letta proprio domani, ai piedi dell’albero, dopo essersi scannati per l’ultima fetta di pandoro o panettone.

Ps. Una nota tecnica: quest'edizione in realtà non contiene tutta la saga. C'è infatti un Vol. 2, edito sempre dalla Beat. Peccato non sia scritto da nessuna parte e lo si scopra solo alla fine.

Ho parlato di


Frans Gunnar Bengtsson
Le navi dei vichinghi
(Beat 2014)

trad. di L. Savona

240 pp., € 13,90

(ed. or.: Rode Orm, 1954)

martedì 28 novembre 2017

Io sono vivo, voi siete morti

Ipotizziamo – dico ipotizziamo – che l’Impero Romano non sia mai finito. Che la realtà così come la conosciamo non sia altro che una gigantesca pantomima orchestrata dal Re del Mondo per tenerci prigioniero il cuore nel tepore tutto sommato confortevole di una caverna. Certo, «vaghe intuizioni, dubbi, piccole incoerenze notate nella vita di tutti i giorni fanno intravedere la verità a quelli di noi che dormono meno profondamente; e tuttavia non osano crederci». Già, perché al di sopra di questo involucro materiale progettato da un malvagio demiurgo, risplende purissimo quell’Uno di cui la nostra vita attuale è appena l’ombra di un’ombra – e sulla quale tuttavia Egli pietosamente si piega, con la discrezione del vento leggero che sibila nella coscienza dei desti l’illusorietà di tutto ciò che ci circonda. Pacioccando con suggestioni di questo genere, nei primi due secoli della nostra era, personaggi dai nomi pittoreschi come Marcione, Carpocrate o Basilide costruirono ciascuno la propria variante di eresia gnostica. Di loro si sono un po’ perse le tracce, perché «gli gnostici erano i dissidenti della dissidenza: magnifici perdenti, grandissime teste di cazzo», che però «eserciteranno sempre un fascino profondo su tutti i franchi tiratori della religione».

Coerentemente con l’assunto borgesiano secondo cui la teologia non sarebbe altro che un ramo della letteratura fantastica, questi bagliori di verità ultrasiderale si sarebbero nuovamente manifestati, in pieno XX secolo, non già in corposi tomi teologici, bensì nella «forma contemporanea che (...) più si addiceva a una rivelazione: la fantascienza» - e più precisamente nell’opera squinternata e sublime di uno scrittore con manie paranoidi fin troppo volenteroso di calarsi nei panni del veggente, Philip K. Dick: «forse sono una specie di Giovanni Battista: il precursore, l’anello di congiunzione tra due ere; il più grande nell’antica alleanza, il più piccolo nella nuova; l’ultimo dei profeti, quello che si fa avanti quando tutti si lamentano perché Dio non parla più al suo popolo; la voce che grida nel deserto. Se leggi bene la Bibbia, vedrai che era un barbuto esaltato, proprio come me. Chiediti in tutta franchezza se allora gli avresti creduto». Di Dick questo libro è una folgorante biografia, che come spesso accade con Carrère è anche un modo per parlare di se stesso, attraverso la rilettura di un proprio mito giovanile (al pari di Lovecraft: abbiamo seguito un’analoga iniziazione, direi), che lo scrittore francese si prende il gusto di imporre all’attenzione altrui con quel sottile piacere provato da ogni lettore quando riesce a fare del proprio outsider preferito un maestro riconosciuto da tutti (il libro uscì in prima edizione in Francia a inizio anni ’90: mi sa che le mie letture dickiane adolescienziali rientrano almeno in parte nella storia degli effetti promossa da questo testo, anche se all’epoca non lo sapevo). 

A tratti, a chi ha letto Il Regno, potrà sembrare di essersi imbattuto in una sua variante ambientata in un mondo alternativo in cui al posto di Nerone c’è Nixon e al posto di san Paolo, appunto, l’autore di Ubik. L’intera vita di Dick gira infatti intorno al tentativo impossibile e alla fine rimasto incompiuto di dare corpo e ordine sistematico a quella frammentaria rivelazione (“l’Esegesi”) che si era convinto di ricevere da un’entità «che lui per pudore chiamava Valis», onde non scomodare il nome dell’Altissimo. Il suo percorso è quello di chi scopre a un certo punto, con propria grande sorpresa, che tutte le invenzioni via via disseminate in romanzi e racconti scritti per fare cassa erano – nella sostanza – vere, autentiche epifanie celate sotto il rivestimento insospettabile della letteratura di genere. «Ormai, ogni volta che rileggeva un suo libro, era impressionato dalla natura profetica di quello che aveva scritto». Tanto basta per renderlo un guru della controcultura hippy. «Lui che si era sempre sentito emarginato si ritrovò a vivere in un’epoca in cui i margini erano il centro del mondo e si stabilì allegramente al margine dei margini», immarcabile rolling stone scartata dai costruttori eppure divenuta il cuore di una nutrita cerchia di apostoli e ammiratori che adoravano ascoltare le sue storielle e i suoi discorsi sempre sul filo tra genialità e pura follia. A loro, ma non solo a loro, Dick appariva con il volto inquietante del Ratto – così come un giorno Socrate apparve ad Alcibiade sotto forma di Sileno – dal nome che lui stesso aveva dato a una variante del Monopoli escogitata per divertire le figlie della terza moglie, nella quale «il Banchiere non si limitava a fare da arbitro, ma in quanto Ratto poteva modificare a sua discrezione le regole del gioco». In quanto Ratto, ad esempio, Dick «non poteva fare a meno di dare ogni volta un nuovo giro di vite ai suoi romanzi, motivo per cui aveva enormi difficoltà a terminarli», un po’ come accade nei dialoghi aporetici di Platone.

Ma soprattutto, in quanto Ratto, Dick non riuscì mai a trovare la quadra definitiva, l'anello che tiene, il disegno complessivo che raccoglie l'intera trama degli eventi – lui, che per gran parte della sua vita non era riuscito a vedere altro che significati, dappertutto, ossessivamente, anche là dove non c’era assolutamente nulla di nascosto da dover portare alla luce (e che anche per questo era diventato cultore dell’I Ching). Anzi, in tempi di paranoia crescente, negli anni post-Watergate, così «come un esteta rinuncia a una raffinatezza quando diventa alla portata di tutti», finì per approdare all’«accettazione disincantata ma serena dell’assurda, complessa e meravigliosa idiozia del mondo. Non c’è nessun senso, nessun aldilà, e forse è meglio, a ogni modo è così, e non sono ammessi ripensamenti». Ma Dick era un Ratto, e se non fosse morto, ci avrebbe sicuramente, ancora una volta, ripensato. Sempre che i morti non siamo noi – e il nostro assurdo quotidiano il codice cifrato con cui l’entità PKD cerca ancora di mostrarci che sotto sotto la realtà è solo il tiro mancino di un genio maligno.

Ho parlato di


Emmanuel Carrère
Io sono vivo, voi siete morti
(Adelphi, 2016)

trad. di F. e L. Di Lella

319 pp, 19 €

(ed. or.: Je suis vivant et vous êtes morts, 1993)

domenica 12 novembre 2017

Il Cerchio

Come tutti i miei coetanei, ho avuto un’infanzia analogica e un’adolescenza appena appena predigitale. Vent’anni fa si cominciava giusto ad annusare internet, coi cellulari (per chi ce li aveva) ci si facevano gli squilli, nei tre mesi estivi delle vacanze spesso e volentieri perdevi tutti i contatti coi tuoi compagni di scuola, anziché conoscere quotidianamente il menu dei loro pasti alle Seychelles o ad Acapulco. Non era necessariamente meglio: sono convinto che tante storie sarebbero finite molto diversamente se si avesse avuto già a disposizione Whatsapp. Di certo, però, si tratta del più rapido salto tecnologico della storia, coi Commodore 64 che in pratica sono già diventati pezzi da museo al pari di un vaso etrusco. Non è detto perciò che la nostra intelligenza riesca a stare al passo coi tempi.

Questo romanzo ci proietta in un futuro imminente, in cui è stata inventata l’app-fine-di-mondo, TruYou, l’account globale che dà accesso a tutto e ci rende accessibili a tutti, opera magna di un’azienda fittizia chiamata The Circle (che è come dire Apple, Google e Facebook messe assieme), il cui motto è appunto quello di “chiudere il cerchio”, connettere una volta per tutte l’intera umanità in un’unica, suprema, coscienza digitale: lo Spirito oggettivo 2.0, nuovamente de-materializzato. Il libro si apre introducendoci passo passo, al seguito della protagonista, Mae Holland, al suo primo giorno di lavoro nell’immenso campus dell’azienda, una vera e propria città nella città (ricalcata su Cupertino), divisa per settori chiamati con i nomi delle grandi epoche della storia e in cui non passa giorno senza la visita di questa o quella celebrità dell’arte o della cultura, come un workshop ininterrotto. I vialetti sono punteggiati di mattonelle con incitamenti motivazionali che sembrano uscite da un discorso di Renzi (“Sogna”, “Innova”, “Immagina”, etc.) ed anche il vecchio “Servizio Clienti” qui è stato ribattezzato suasivamente “Customer Experience”. Per i dipendenti del Cerchio è pressoché impossibile scindere sfera lavorativa e sfera personale: come si capirà ben presto, l’attivismo compulsivo sui social è parte integrante della loro professione, mentre il lassismo partecipativo è percepito come un vero e proprio atto di ostilità meritevole di richiamo disciplinare (eccessivo? ma quanto ci lamentiamo se uno non risponde subito ai nostri messaggi...). L’edificio stesso in cui ha sede l’ufficio di Mae (il Rinascimento) è un immenso panopticon in cui tutti vedono tutti. Tra uno zing e l’altro (l’equivalente romanzesco dei tweet e dei like), al Cerchio si imbastiscono progetti avanguardistici quali l’eliminazione definitiva della moneta nella sua forma materiale, ma anche vagamente surreali come il calcolo dei granelli di sabbia del Sahara (perché? Per vedere se si può fare, anzitutto). Al vertice di questa impresa colossale regna una sacra Trinità composta da tre persone ben distinte, in un certo senso ipostasi di altrettanti distinti approcci all’innovazione tecnologica: Ty Gospodinov, il giovane nerd inventore dell’algoritmo alla base di TruYou, vivo ma (paradossalmente) del tutto invisibile ai radar, forse soggetto a sindrome di Asperger; Eamon Bailey, il volto pubblico e pulito della ditta, keynote speaker delle convention di presentazione dei nuovi prodotti, sinceramente liberal e convinto del potere emancipatorio dei nuovi media; Tom Stenton, lo squalo della finanza amante dei Transformers, una sorta di Tony Stark senza il lato eroico, estremamente efficace nel convertire in dollari sonanti le idee via via immaginate dai creativi della ditta.

Poste più o meno queste premesse, Eggers imbastisce un romanzo piuttosto lineare nella trama, a tratti persino un po’ stucchevole, non privo però di buoni momenti, ma soprattutto spericolatamente ambizioso nello sforzo di ragionare su un tema oggettivamente problematico, partendo da fenomeni attualmente in corso su scala ridotta e ingigantendoli per poterli mettere meglio a fuoco, come nella classica tradizione della letteratura u-distopica – e nel far questo, a mio avviso, centra il bersaglio (niente da fare, dobbiamo leggere gli americani per capire come sta girando il mondo). Il cuore teorico della questione viene dipanato in un concitato dialogo dal sapore quasi socratico tra Bailey e Mae, attraverso il quale si prende spunto dalla vecchia questione platonica che nella Repubblica era riassunta con il racconto dell’anello magico di Gige (in sostanza: “come ci comporteremmo se sapessimo che nessuno ci può vedere?”) per giungere maieuticamente a giustificare le tre regole d’oro della nuova era digitale, rilettura aggiornata e più sottile degli slogan del SocIng orwelliano: non più «la guerra è pace», «la libertà è schiavitù», «l’ignoranza è forza», bensì «i segreti sono bugie», «condividere è prendersi cura», «la privacy è un furto». Dietro ci sta l’idea che «la conoscenza è un diritto fondamentale di tutti gli uomini. Parità di accesso a tutte le esperienze umane possibili: ecco il diritto fondamentale che abbiamo tutti». Perché privare chi non ha la possibilità di viaggiare, per ragioni economiche o fisiche, della meravigliosa vista che tu stai egoisticamente contemplando sul cocuzzolo di Macchu Picchu? Nulla andrà più perduto: «tutto quello che succede dev'essere conosciuto» (ma si potrà anche affermare, alzando l’asticella: che diritto hai di tenerti i tuoi pensieri per te?).

Di qui basta un passo per approdare all’utopia grillina della trasparenza totale della politica, secondo cui non c’è nulla di celato che non debba essere gridato sui tetti, perché dietro la riservatezza c’è sempre e solo qualcosa da nascondere. Un passetto ancora ed eccoci alla democrazia diretta, obbligatoria e immediata, come rimedio al progressivo allontanamento delle masse dalla partecipazione politica. Con un unico account avrai anche accesso alle liste elettorali (siamo negli USA, dove di volta in volta devi reiscriverti), ma esso si bloccherà, tagliandoti fuori da tutto, se non risponderai seduta stante ai quesiti su cui ti verrà richiesto di volta in volta un parere. Dobbiamo inviare un drone per eliminare il noto terrorista islamico in Afghanistan? Con un clic, in tempo reale, come il televoto di San Remo, ecco un’istantanea precisa delle intenzioni dell’intero popolo americano, che i mandarini di Washington, a quel punto, si limiteranno semplicemente ad eseguire, meri portavoce della volontà generale, con immensi risparmi per le finanze statali e la possibilità di effettuare investimenti più utili che comprare l’ennesimo stock di matite copiative e cabine elettorali. “Devi partecipare”: ecco il nuovo imperativo categorico post-kantiano. Naturalmente tutto questo ha dei costi: «sembra perfetto, sembra progressista, mentre implica più controllo, più monitoraggio centralizzato di tutto quello che facciamo». Un mondo di luce sempre accesa sarebbe davvero auspicabile oppure abbiamo il diritto, ogni tanto, di staccare la spina? Siamo davvero a un passo dalla mobilitazione totale profetizzata da Junger ai tempi della Grande Guerra? Poi, per carità, la storia è imprevedibile, il 1984 è passato e persino il temibile Grande Fratello ha fatto la fine che ha fatto e oggi è identificato con la faccia sfatta di Malgioglio, però una sbirciatina su questo ipotetico scenario futuro vale la pena darla, giusto per capire un po’ meglio qual è la posta in palio ed evitare di infilarci per distrazione attorno al collo il cappio dorato di una rinnovata forma di servitù volontaria.

Ho parlato di


Dave Eggers
Il Cerchio
(Mondadori, 2017)

trad. di V. Mantovani

396 pp., 14,50 €

(ed. or. The Circle, 2013)

mercoledì 1 novembre 2017

7 lezioni sul pensiero globale


Per una volta tanto riesco a leggere un libro di un venerato maestro mentre questi è ancora in vita, ma solo perché il nonagenario Morin mi ha fatto la cortesia di giungere vispo fin quasi a cent’anni (Bauman e Todorov mi scusino, arriverò anche a loro). Il titolo dell’edizione italiana strizza l’occhio ad un altro famoso testo del catalogo – i “sette saperi necessari all’educazione del futuro” – ma c’entra poco col contenuto: più che a un insieme di lezioni questo testo fa pensare piuttosto a un’enciclica laica, con meriti e demeriti del genere letterario in questione (e, va da sé, forse anche al riepilogo di un intero itinerario intellettuale). L’intento dichiarato è di delineare i contorni di quello che Morin definisce “pensiero globale” o “complesso”, da proporre come nuovo paradigma metodologico in sostituzione delle varie forme di riduzionismo che ci portiamo dietro almeno dal ‘600, rivelatesi incapaci di misurarsi davvero con l’intricato sistema di azioni e di retroazioni che costituiscono il mondo interconnesso in cui siamo (da sempre) immersi, ma di cui siamo diventati pienamente coscienti solo in questa nostra “era planetaria”.

La riduzione al semplice insidia, anzitutto, la varietà del reale. “Complesso” vuol dire, invece, in primo luogo, “tessuto insieme”, e si tessono insieme stoffe di diversa provenienza: «l’unità è il tesoro della diversità umana, la diversità è il tesoro dell’unità umana». Tradotto, “globale” non deve significare per forza “omologato” - e dunque, non “crescita o decrescita (felice o meno)”, bensì “crescita e decrescita” insieme: «tutto ciò che è sviluppo nel senso classico del termine deve accompagnarsi al rispetto di ciò che inviluppa», un colpo al cerchio della mondializzazione ed uno alla botte della localizzazione. Un simile approccio ha però anche significative ricadute pedagogiche: i saperi vanno interconnessi, fatti dialogare, perché si possa pensare di capirci qualcosa. E non possiamo accontentarci, nel mondo che viene, di saperi puramente tecnici. Siamo «condannati alla traduzione» (sin nei nostri più basilari processi percettivi), perciò avremo sempre più bisogno di un’intelligenza ermeneutica che maturi nel confronto con l’altro. «La comprensione comporta il riconoscimento e il sentimento di una umanità comune con gli altri, e nello stesso tempo il rispetto della loro differenza». Guarda un po’ se non possono tornare di moda le antiche traduzioni dal greco e dal latino, e con esse il peso delle parole, le sfumature, le possibili varianti, quel margine mai del tutto eliminabile di ambiguità rispetto alle reali intenzioni dell’autore. «Bisogna accettare la complessità dell’umano, contestualizzare sempre e non chiudersi in alcune certezze. Oggi, anche le scienze più avanzate affrontano delle incertezze, come la microfisica e la cosmofisica. La nostra stessa vita è molto incerta e altrettanto lo è il futuro dell’umanità. É per questo che l’insegnamento deve includere come affrontare queste incertezze» (onde evitare anche – aggiungo io – la faciloneria dei somari che hanno la risposta comoda e pronta per tutto).

Umanesimo e scienza possono dunque andare a braccetto, e lo possono fare perché complesso, fin dalla radice, è il mondo di cui si occupano, un impasto in continua tensione tra ordine e disordine che produce ristretti settori di organizzazione dai quali emerge sempre qualcosa di più che la mera somma delle parti, nonché continue imprevedibili mutazioni suscettibili di sviluppi inaspettati. «Siamo in un mondo consegnato agli accidenti e ai casi, e ciò è comune alla storia fisica, alla storia biologica e alla storia umana»: è la contingenza radicale, insomma, ciò che ci rende pienamente solidali con la natura. «La storia non è un fiume maestoso che avanza. Avanza di lato, come un granchio, e quando una devianza riesce a radicarsi, a creare una tendenza, questa tendenza diventa una forza storica. Allora è in corso una trasformazione». Questo vale appunto per i mari primordiali o le pozze vulcaniche in cui ha avuto origine la vita (e in cui alcuni batteri, un paio di miliardi d’anni dopo, impararono a metabolizzare l’ossigeno liberato dalla fotosintesi, responsabile della prima estinzione di massa sulla Terra), ma vale anche per la nascita delle grandi religioni, che spesso sono smarcamenti rispetto ad una qualche ortodossia (Gesù fu messo in croce in quanto bestemmiatore), così come per l’affermazione del moderno capitalismo, attecchito ai margini di una società aristocratica e militare. Lungi dall’essere il culmine di un processo ordinato e cumulativo, non siamo che l’esito di continue divergenze, all’interno di un universo composto per il 90% di una materia che chiamiamo “oscura” perché c’è, ma ci sfugge.

Ne consegue che, a differenza dei grandi racconti che ci hanno intrattenuto nella modernità, il nuovo racconto che a poco a poco sta emergendo dall’intreccio dei risultati prodotti dalle varie discipline si preclude l’accesso a una sintesi finale. Il futuro non è più quello di una volta: più aumentano le nostre conoscenze, più aumenta la consapevolezza della nostra ignoranza. Pensiamo alla fisica, dove per un neutrino che si scopre, si aprono cento nuove domande a cui prima semplicemente non avevamo mai pensato. E dunque, «scopo del pensiero complesso non è distruggere l’incertezza, ma individuarla, riconoscerla, è evitare la credenza in una verità totale», in un destino segnato, nel bene o nel male. Non siamo completamente condannati, ma non siamo neanche già redenti, anche se semi di novità stanno presumibilmente già germinando, ai margini dell’apparato che vorrebbe fagocitare tutto. «L’impossibile, l’inatteso è dunque possibile, la metamorfosi è dunque possibile. La lotta non è totalmente disperata. Ma la speranza è il possibile, non è il certo. Darle certezza è un errore totale». Del resto, chi si sarebbe immaginato, nell’Europa completamente nazistificata del 1941, i carri armati alleati a Berlino entro quattro anni? Con la felice incoscienza di chi non ha più nulla da dover dimostrare, Morin allarga però il suo discorso dai nostri tempi interessanti all’intera vita della specie. «La caratteristica dell’essere umano è di essere incompiuto», dice: bisogna, cioè, pensarsi come se fossimo fermi ancora all’età del ferro planetaria. «L’incredibile può accadere e accadrà»: l’umanità stessa potrà acquisire poteri oggi inimmaginabili, come è inimmaginabile tirar fuori il laptop su cui scrivo dalle schegge di selce incise dal primo homo habilis. «Dobbiamo abbandonare una razionalità chiusa, incapace di afferrare ciò che sfugge alla logica classica, incapace di comprendere ciò che la eccede, per dedicarci a una razionalità aperta, in grado di conoscere i propri limiti e cosciente dell’irrazionalizzabile. Dobbiamo continuamente lottare per non credere a quelle illusioni che sono in grado di prendere la solidità di una credenza mitologica. In questo mondo globale siamo messi a confronto con le difficoltà del pensiero globale, che sono le stesse difficoltà del pensiero complesso. Viviamo l’inizio di un inizio». Amen.

Ho parlato di


Edgar Morin
7 lezioni sul pensiero globale
(Raffaello Cortina, 2016)

ed. or: Penser global. L'homme et son univers (Paris, 2015)

116 pp., 11 €

mercoledì 18 ottobre 2017

Kaputt

Su Malaparte circola quella feroce battuta di Longanesi secondo cui era così egocentrico che ai matrimoni avrebbe voluto essere la sposa, ai funerali il morto. Potrebbe trattarsi di una semplice faida da parenti serpenti tra quelle due sottospecie di fascista che sono l’arcitaliano e lo strapaesano, ma è un giudizio che in fin dei conti ti senti ti condividere, quando giungi al fondo di questo libro difficilmente inquadrabile, per cui oggi vedo che qualcuno spende l’etichetta di docu-fiction. Attraverso un continuo andirivieni temporale, con l’impiego di stratagemmi quasi ariosteschi per aprire e chiudere parentesi, si racconta in queste densissime quattrocento pagine l'odissea di guerra vissuta dall’autore, tra il '41 e il '43, lungo un immenso fronte nordorientale che si snoda per Serbia, Romania, Ucraina, Polonia, Germania, su su fino al profondo nord della Finlandia, oltre il circolo polare, prima di ripiegare in Italia: solo che questo paesaggio plumbeo e spettrale di un'Europa morente, ridotta a «un mucchio di rottami», non ospita più donne, cavalieri, armi ed amori, bensì un decamerone di storie crudeli che, accavallandosi l’una sull’altra, stanno a testimoniare il disfacimento etico e politico del Vecchio Continente, in un Trionfo della Morte ancor più cupo di quelli trecenteschi.

E allora qui andrebbero distinti come tre strati – operazione quantomai problematica e arbitraria, giacché è proprio dalla loro stretta interdipendenza che il libro trae tutto il suo fascino inquietante e sinistro ed anche la sua qualità letteraria. Per un verso è palpabile lo sforzo di smarcamento da parte di Malaparte rispetto al fascismo, con cui aveva pesantemente flirtato: troviamo l’insistente ricordo dei suoi mesi di prigionia nelle carceri italiane, per esempio, accanto a una corrosiva satira nei confronti di Ciano, Mussolini e della loro «rivoluzione addomesticata» (gli stivali di Mussolini «non servono a niente. (...) Son buoni soltanto per stare nella tribuna d’onore, durante le parate, a vedere sfilare i soldati con le scarpe rotte e i fucili arrugginiti», anche se la mia parte preferita è quando scrive, a proposito di un vertice anglo-italiano, che il Duce «ha l’accento romagnolo, pronunzia la parola problema, la parola Mediterraneo, la parola Suez, la parola Etiopia, come se prununziasse le parole scopone, lambrusco, comizio, Forlì»), per non parlare delle continue prese di posizione ironiche e i ricorrenti distinguo sollevati nei confronti dei tanti commensali nazisti o fiancheggiatori con cui il giornalista-soldato Malaparte si intrattiene di continuo, scambiando frecciatine e frasi ad effetto, nel corso di luculliani pasti a base di cinghiali, daini, caprioli e altre sugose prelibatezze degne dei più grassi pranzi asgardiani. «Eravamo seduti intorno alla ricca tavola come morti celebranti nell’Ade il banchetto funebre». Non lo si sarebbe potuto dire meglio. Memorabili, in particolare, le cene offerte dal “re tedesco di Polonia” Hans Frank, uno degli architetti di Auschwitz, qui ritratto – tra l’altro – mentre sviluppa coscienziosamente quella che forse sarebbe stata anche la sua strategia difensiva a Norimberga, dove finì comunque impiccato: «Non potete dire di aver visto un tedesco torcere un capello a un ebreo. (...) Noi tedeschi seguiamo in ogni cosa la ragione e il metodo, non i bestiali istinti: in tutto, noi operiamo scientificamente. (...) Noi imitiamo l’arte del chirurgo, non mai quella del macellaio. Avete forse visto un massacro di ebrei nelle strade delle città germaniche? No, vero? Tutt’al più qualche dimostrazione di studenti, qualche innocente chiassata di ragazzi. Eppure, fra qualche tempo, in Germania, non vi sarà più un solo ebreo. (...) Ammazzar gli ebrei non è nello stile tedesco. É una fatica stupida (...). Noi li deportiamo in Polonia, e li chiudiamo nei ghetti. Padroni, là dentro di far quello che vogliono. Nei ghetti delle città polacche, gli ebrei vivono come in una libera repubblica. (...) Non possiamo obbligarli a vivere in modo diverso». Pogrom, del resto, è una parola slava, degna di popoli inferiori. Gli ebrei dovrebbero ringraziarci: il muro del ghetto, «almeno, li ripara dal vento», loro che sono così cagionevoli (se davvero tutto questo è stato scritto, in presa diretta, al più tardi nel ’43, vuol dire però che molte cose si sapevano).

Alla lunga questo incedere può risultare fastidioso, più ancora che per l'intento apologetico, per il senso di cinica rassegnazione che vi si accompagna. Secondo strato: tutto il libro è pervaso da una malcelata malinconia verso un ordine – fatto di cavalli, nobiltà, ricevimenti al golf club - andato in frantumi con l'avvento della modernità esasperata e del cialtronismo arrembante rappresentato dai grandi totalitarismi novecenteschi. E allora, di fronte a questo scempio, tanto vale far saltare il banco, cada Sansone con tutti i Filistei. «Preferiso che tutto sia da rifare, al dover tutto accettare, come un'eredità immutabile». E ancora: «muore tutto ciò che l’Europa ha di nobile, di gentile, di puro. La nostra patria è il cavallo. (...) La nostra patria muore, la nostra antica patria». Corollario autoconsolatorio: «Tutti siamo divenuti crudeli». Ergo, «anche finire in galera è un modo di far la puttana. Anche far l’eroe, anche pugnare per la libertà è un modo di far la puttana, in Italia. Anche dire che questo è una menzogna, un insulto per tutti coloro che sono morti per la libertà è un modo di far la puttana». Il Malaparte-personaggio interpreta la guerra come se si trattasse di una partita di cricket tra leali gentiluomini di Eton, un gioco magari pericoloso ma pur sempre un gioco a guardie e ladri, in cui si cade sempre in piedi e alla fine pure il tedesco trova il modo di apparire come una vittima - una vittima della propria paura del diverso che lo spinge ad accanirsi contro gli altri, i malati, gli inferiori. «Il destino del popolo tedesco è di trasformarsi in kopparoth, in vittima, in kaputt»: ed ecco spiegato, con una capriola etimologica, il titolo del libro. Tutti colpevoli, perciò tutti innocenti, ciascuno abbinato a un diverso tipo di animale, cui non a caso sono intitolate le diverse sezioni del libro, perché solo l’animale è davvero senza colpa. Anche «Cristo è un gatto crocifisso»...

Se però si superano queste potenziali resistenze, la visione che ti si squaderna davanti è davvero potente. La cronaca più macabra si trasfigura in forme grottesche per restituire (e come se te la restituisce!) la dissoluzione completa di un mondo. «Tutto era morto. Era proprio come il silenzio della natura quando la terra sarà morta, l’immenso, estremo silenzio sidereo della terra quando sarà fredda e morta, quando sarà consumata la distruzione del mondo». Difficile staccarsene. Ti sembra proprio di vederli, i tedeschi, avanzare «come le dita di una mano enorme», mentre vanno in cerca di ragazze ebree da destinare prima al bordello militare e poi ai forni, una volta consumatele sessualmente. E poi i soldati nazisti che si dannano per catturare i salmoni finnici, per finirli a colpi di pistola. E quegli altri soldati morti congelati, utilizzati come segnali stradali nel gelo intorno a Leningrado. E le carcasse abbandonate nel mare di fango dell'autunno ucraino. E i cani anti-carro riempiti di esplosivo per saltare in aria sotto i panzer tedeschi. E il vassoio colmo di occhi umani che sembrano frutti di mare, nell'ufficio del capo degli ustascia croati. E i cadaveri che travolgono i vivi e ne mordono le carni quando viene aperto il vagone dei deportati dopo essere stato abbandonato sotto il sole per due giorni roventi su un binario morto, da qualche parte in Romania. Fino all'immagine apocalittica dei deformi abitanti dei vicoli di Napoli che, come veri e propri Morlocks, vengono stanati dai bombardamenti alleati e vomitati per le strade della città. É uno sguardo allucinato, proprio più del racconto onirico che del reportage di guerra, grandioso ma anche pericolosamente mistificatorio. Pensi, per dire, ai partigiani senza retorica di Fenoglio e ti viene il cattivo pensiero che Malaparte abbia rappresentato la guerra solo per mettere in risalto il suo cinico acume. Però, anche se così fosse, questo libro mostra che non è necessario essere buonisti per prendere atto della rovina in cui inevitabilmente si sprofonda se si dà libero sfogo a certi presupposti recentemente tornati di moda.

Ho parlato di



Curzio Malaparte
Kaputt
(ed. Mondadori 1995)

Ed. or.: 1944.

450 pp., 14.000 lire (oggi ed. Adelphi 2014, 13 €)

giovedì 5 ottobre 2017

Il signore della svastica

Può un romanzaccio dozzinale che sembra partorito dalla mente malata del più becero hater seriale essere baciato da un crisma di pura genialità? Sì, se gli si antepone, a mo’ di nota biografica, una fondamentale premessa nella quale si dice press’a poco così: il giovane Adolf Hitler, abbandonata una breve ed inconcludente militanza politica radicale nei burrascosi mesi successivi alla Grande Guerra, si trasferisce a New York, dove frequenta gli ambienti bohémien del Greenwich Village; qui, mentre in Germania si verifica un colpo di stato comunista, avvia una fortunata carriera di fumettista e scrittore di fantascienza, consacrata dalla vittoria (postuma) di un Premio Hugo proprio con il libretto che state per cominciare a leggere. Ohibò. E che ci racconterà questo libretto? Una vicenda farsesca e totalmente inverosimile per un lettore di pulp in questa immaginaria America degli anni ’50, quale l’irresistibile ascesa di Feric Jaggar a leader del paese di Heldon, ipotetica repubblica collocata in un remoto futuro che fonda i propri diritti di cittadinanza su rigidi criteri di purezza genetica, la quale però si è rammollita al punto di concedere a pelliblu, nani gobbi, testaduovo, pappagalloidi e altri mutanti dei paesi circonvicini di calcare quotidianamente il proprio sacro suolo per dedicarsi a lavori che i veriuomini considerano troppo degradanti per loro.

Anche Jaggar, in realtà, ha trascorso la sua infanzia nel vicino stato di Borgravia, ma solo perché i genitori erano stati esiliati in seguito a certe clausole infami di un precedente trattato di pace; divenuto maggiorenne e acquisita finalmente l’agognata cittadinanza heldoniana, sdegnato per la rilassatezza che inopinatamente scopre nel suo paese d’elezione, si reinventa arruffapopolo e, grazie sostanzialmente solo a una sovrumana forza di volontà, partendo da un comizio improvvisato in un bar di frontiera diventa in men che non si dica il capo incontrastato di un movimento politico e paramilitare chiamato I Figli della Svastica, alla guida del quale a un certo punto prende il potere allo scopo di proiettare Heldon verso il suo destino di purificazione globale della razza umana. La sua fortuna è di imbattersi, all’inizio della sua scalata, nel Grande Manganello di Held, che lui solo si dimostra in grado di sollevare – un po’ come il martello di Thor o la Spada nella Roccia – , cosa che lo rende una sorta di novello re taumaturgo.

Brandendo questo scettro, Jaggar può scagliarsi così contro i suoi principali nemici: il governo corrotto e lassista in carica, ma soprattutto il paese di Zind, i cui abitanti sono chiamati anche Dom (ovvero, Dominatori), in quanto capaci di controllare le menti altrui e piegarle al loro progetto di sottomettere l’intero genere umano tramutandolo in una massa regredita e imbastardita di automi, (con l’appoggio involontario degli Universalisti, partito heldoniano ma cosmopolita, che proprio per questo viene subito zittito con le cattive non appena Jaggar assume il comando delle operazioni). Quando si arriva allo scontro frontale, per intenderci, la scena è questa: «l’intera vallata era piena di quelle mostruosità, creature tali da intimidire l’eroe più coraggioso. Erano macchine per uccidere appositamente riprodotte, orribili caricature protoplasmatiche della forma umana: alte tre metri, con torace, braccia e gambe incredibilmente massicci, avevano la testa tanto piccola da ospitare a stento minuscoli occhi rossi, piccole orecchie e bocche sbavanti e senza labbra. Quelle creature erano nude, tranne per una rozza cintura di cuoio da cui pendevano enormi mazze, sporche di escrementi e ogni sorta di lerciume. La cosa più orribile, però, era che ogni contingente di quelle aberrazioni, composto da circa cinquecento elementi, marciava in perfetto unisono, fin nell’oscillare delle braccia massicce e dei fucili, quasi fossero stati ingranaggi intercambiabili della medesima macchina».

E via, quello che accade non è altro che una parafrasi della storia degli anni ’30-’40, dalle elezioni del ’32 in Germania fino all’operazione Barbarossa, passando per la notte dei lunghi coltelli e altri episodi poco edificanti, filtrata però – ed è qui il colpo d’ala letterario – attraverso lo sguardo ideologicamente ammorbato di un outsider che in un romanzetto tirato giù per contratto condensa senza filtri tutte le sue ossessioni irrisolte e le sue manie paranoidi, delineando un quadro tanto allucinato quanto perversamente coerente del mondo "come avrebbe dovuto essere". Il che spiega anche le esagerazioni e le innumerevoli incongruenze narrative che si susseguono nella storia, come se la realtà stessa venisse di volta in volta riplasmata dai desideri dell’autore e del suo alter ego (per dire: si comincia che sembra di essere nel mondo delle fiabe o quasi, si finisce che ci sono le astronavi, ma saranno trascorsi, al più, pochi mesi). Ma proprio questo è il gioco, e non è affatto facile scrivere bene scrivendo male. Alla fine, quando un’esplosione nucleare compromette definitivamente il patrimonio genetico dell’umanità, agli heldoniani non resta che inviare cloni altamente selezionati per colonizzare altri pianeti. «Con un rombo assordante splendide lingue di fiamma arancione scaturirono dal razzo. Ogni gola heldoniana si unì a lui in un grido di gioioso trionfo mentre su una colonna di fuoco il seme della Svastica saliva a fecondare le stelle».

Insomma, è un gigantesco ancorché beffardo trip che ti porta a vedere il mondo come lo vedono quelli che fanno i titoli di Libero e altri soggetti della stessa forza. Un autentico orrore.

Ho parlato di



Norman Spinrad

Il Signore della Svastica
(Urania Collezione 172, Mondadori 2017)

trad. di A. Guarnieri

266 pp., 6,90 €

(ed. or. The Iron Dream, 1972)