mercoledì 9 agosto 2017

Bella e perduta

Appartengo a una generazione che, pur essendosi sbarazzata senza troppi rimpianti della piccola vedetta lombarda, ha ancora fatto in tempo a mandare a memoria, alle elementari, i versi del Giuramento di Pontida e della Spigolatrice di Sapri – gettonatissima, tra l’altro, all’esame di quinta per il suo incedere cantilenante e facilmente assimilabile (“eran trecento eran giovani e fooorti e sono moooorti”...). Attraverso questo filtro, il Risorgimento mi è apparso a lungo come una sorta di teatrino polveroso, paludato e involontariamente comico, aneddotico più o meno come le imprese dei sette re di Roma. C’è voluto il centocinquantenario dell’Unità d’Italia, a suo tempo, per indurmi a riaprire il faldone e provare a capirne un po’ di più. Il materiale narrativo e saggistico non mancava. Per dire, anche se l’ho letta ora, fu proprio in vista di quell’anniversario che Villari scrisse questa sintesi militante, allo scopo di anticipare i distinguo e i “si però” della pubblicistica antirisorgimentale che – s’immaginava – sarebbe stata prodotta per affermare quanto si stesse meglio quando si stava sotto l’Austria e i Borbone (e poi i briganti e la tassa sul macinato e la rivoluzione senza popolo eccetera eccetera eccetera). Quando, però, il 2011 arrivò per davvero, le discussioni storiografiche sul significato storico dell’indipendenza, se ci furono, rimasero come strozzate in gola di fronte al pericolo concreto che quell’indipendenza esaurisse ingloriosamente il suo ciclo sotto forma di bancarotta e commissariamento, quel mambo sull’orlo del precipizio che fece da preludio al governo Monti.

Non so cosa Villari abbia pensato di quella svolta politica, ma c’è un punto, nell’introduzione, che col senno di poi, può aiutare a capire perché valga la pena continuare a misurarci con gli uomini che fecero l’Italia. Costoro, scrive, «sono maturati all’interno di un sistema conservatore e di interdizioni religiose e culturali. Con un’angoscia di fondo: che l’Italia rischiasse di perdersi per sempre. (...) Bisognava reagire. Ora o mai più». Come sarebbe accaduto nel 1943 (si noti: nell’un caso come nell’altro, grazie al contributo essenziale di tanti giovani e giovanissimi). Come probabilmente non è accaduto fino in fondo nel 1992-1993, al principio di una parabola forse ancora in corso (questo sosteneva, tra gli altri, Paul Ginsborg in un libretto ancor più militante uscito sempre per il centocinquantenario, Salviamo l’Italia, letto a suo tempo). C’è qui la rivendicazione di una distinzione netta tra amor di patria e acritico nazionalismo, nella misura in cui il disgusto per ciò che si è diventati o si rischia di diventare, se prevalgono amorali e intolleranti, ronde padane, pompieri piromani, caporali di Rosarno, finanzieri youtubers, trasformisti del 2%, furbetti del cartellino, e chi più ne ha più ne metta, anziché annacquarsi nel cinico autocompiacimento del “siamo fatti così, rossi, neri, tutti uguali” per cui ci meriteremmo Alberto Sordi, sia invece un motivo sufficientemente potente per far scattare la molla del riscatto (in fondo gli americani che si sono ritrovati Trump alla Casa Bianca mica bruciano le loro bandiere in cortile, ma cercano di mostrare che esiste anche un’altra America, qualunque cosa se ne pensi).

«La nausea è stata dunque, tra tanti altri, quel prezioso stato interno che ha segnato anche emotivamente la differenziazione ideale da sistemi di governo anacronistici e grotteschi. E, oltre ogni retorica, il patriottismo risorgimentale è stato alimentato, non solo per via letteraria, da emozioni come questa. Una somatizzazione politica, individuale e collettiva, sempre utile, comunque, in eventuali, analoghe repliche della storia». Verrebbe da pensare: in età di nuove “primavere”, di conflitti globali e di risposte spesso miopi, inadeguate, quando non apertamente disumane. Solo che nell’Ottocento non ci si fermò ai vaffa-day (pur non mancando proteste vagamente situazioniste, come lo sciopero del fumo nella Milano di Radetzky). Di questo libro piace appunto l’insistenza sul carattere pensato, persino poetico, del Risorgimento, per cui strategie politiche spesso incaute erano comunque sorrette dalla riflessione di intelligenze preparate e cosmopolite, che diedero il loro contributo «in idee armate più che in armi», parlando magari di agricoltura, letteratura, tecnologia o sviluppo economico sulle tantissime gazzette attecchite nelle aiuole ristrette della limitata libertà di stampa. Si usavano ancora i torchi anziché i tweet, ma era ben chiaro l’intento di fare della circolazione delle idee un barricata contro i dispotismi (nel marzo 1848 il quotidiano “L’Alba” di Firenze pubblicava una lettera aperta del giovane Marx in cui si proponeva appunto una collaborazione con la “Neue Rheinische Zeitung”).

E a tal proposito, piace ancor di più il respiro europeo, la volontà di sprovincializzare l’esperienza risorgimentale, senza rinnegare l’originalità soprattutto del suo precipitato finale, per agganciarla a coeve esperienze internazionali, nel segno di una battaglia comune che si poteva combattere a Roma come in Grecia, a Parigi come in Polonia, in un’Europa disseminata di esuli. Nella consapevolezza che nulla fosse scontato e che la transizione alla modernità – perché è di questo, poi, che si parla – sarebbe potuta avvenire in molti modi, come progressiva estensione delle libertà e dell’inclusione sociale, sì, ma anche sotto forma di paternale e reazionario bonapartismo – o persino di “borbonismo”, i cui esponenti «ritenevano non necessarie alla società le persone istruite, tranne, dicevano, i medici per curare gli ammalati e gli ingegneri per costruire le case» - per cui bisognava conquistarsela. «E veramente la modernità dell’Italia del Risorgimento risiede nelle sue ascendenze culturali più che nel patriottismo armato, nella controversa idea di nazione e nei programmi politici e costituzionali dei suoi sostenitori. É la modernità dell’Illuminismo europeo, del razionalismo filosofico e della scoperta della libertà come strumento di opposizione e come “mezzo” del cambiamento, delle innovazioni, delle rivoluzioni, di conquista di un valore essenziale, la giustizia». Disegno da portare ancora, e forse sempre, a compimento.

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Lucio Villari
Bella e perduta.
L'Italia del Risorgimento
(ed. Laterza, 2012, 1ª ed. 2009)

XIII-345 pp., 10,50 €

venerdì 21 luglio 2017

I fantasmi dell'Impero

É notizia di qualche giorno fa che Asmara, la capitale dell’Eritrea, è stata inserita nella lista dei Patrimoni dell’Umanità dall’Unesco – e poiché nella motivazione si fa esplicito riferimento alle opere urbanistiche intraprese durante la colonizzazione e, in particolare, sotto l’Impero, i nostalgici potranno avere d’ora in poi una terza insospettabile motivazione, dopo la bonifica dell’Agro Pontino e i celebri treni in orario, per magnificare i tempi di “quando c’era lui”. Se tutto va bene l’Agro Pontino lo vedrò coi miei occhi tra qualche ora, prima tappa delle vacanze. In Africa Orientale ci sono invece stato con la fantasia, leggendo questo appassionante romanzo ambientato per lo più nei mesi successivi alla Campagna d’Etiopia, quando i cinegiornali annunciavano in Italia che la guerra era finita e stravinta, mentre sul campo ancora si combatteva – e si sarebbe combattuto praticamente senza sosta fino alla conquista inglese (en passant si fa notare che in effetti per i veterani dell’Etiopia, riciclatisi poi magari a Salò, la guerra durò complessivamente nove anni, senza effettive interruzioni, se non di scenario).

Dichiarare la fine della guerra, però, non era solo la classica mossa di propaganda per abbonire le masse. Negando agli avversari lo statuto di belligeranti e retrocedendoli alla stregua di ribelli se ne poteva fare un po’ quello che si voleva senza troppe preoccupazioni e persino con un carisma di legittimità. É questa quella che viene chiamata, a un certo punto, «la forza del diritto: parti da un assunto sbagliato, ne fai discendere una serie di conseguenze corrette e il tutto sembrerà perfettamente logico» (discorso che vale, tra l’altro, anche per certa teologia). Protagonista della vicenda è appunto un intelligente e onesto giudice militare, Vincenzo Bernardi, incaricato dal viceré Graziani di sbrogliare una matassa ingarbugliata nella regione del Goggiam, dove sta montando una rivolta che il governatore teme sia stata pilotata dai suoi avversari per scalzarlo dalla poltrona. Per implicita ammissione degli autori si tratta di un viaggio nel cuore di tenebra italiano, solo che al posto di Kurtz, laggiù, nei luoghi non segnati sulle mappe, troviamo squadristi che dopo aver vissuto la loro primavera di bellezza coloniale si sono ritrovati loro malgrado a presidiare il buco del culo del mondo, arraggiandosi come meglio credono. Il contesto è quello di uno stato d’eccezione permanente, in cui un oscuro geometra di Ardea, per dire, si trova ad avere un assoluto potere di vita e di morte sugli abissini, prima di rientrare nella quotidianità di provincia, al congedo, e chiedersi se sia stata davvero la stessa persona ad aver fatto tutto quello che aveva fatto (un po’ come i torturatori di Abu Ghraib e tutte quelle brave persone che, quando cambiano le regole sociali, da volontari della pro loco diventano magari i peggiori aguzzini).

Di fronte a ciò che man mano vede e scopre, Bernardi – che è uno scafato, mica una mammoletta: uno che aveva costruito argomenti giuridici per giustificare rappresaglie – non può fare a meno di rividere le nitide categorie con cui si era buttato nella missione. Che cos’è la verità? Quella storica, i fatti come sono realmente andati, oppure quella processuale, quella cui si accede attraverso le prove? «Io – dice, in un momento di autocoscienza – ho sempre preferito la prima, eccome se l’ho preferita... ma ora mi diventa chiaro che l’unica verità possibile è quella relativa, umana, imperfetta. La verità assoluta, in nome della quale tante volte abbiamo ucciso, è inaccertabile e inaccettabile. Qualcuno ha detto che le convinzioni sono nemiche della verità più delle bugie... Devo ammetterlo e lo ammetto: ho cercato la verità anche in fondo a grida di dolore, sempre credendo di essere nel giusto, mentre avrei dovuto accettare il rischio di fallire». Questa riflessione metagiuridica e garantista percorre tutto il racconto, ma non inganni. Ci muoviamo perlopiù tra l’avventura esotica, la docu-fiction, una spruzzatina di romance e la spy-story in cui tutti giocano una partita senza sapere esattamente quale sia la loro maglia. Gli autori hanno scovato alcuni documenti d’archivio, hanno provato a unire i puntini e hanno tirato fuori una ricostruzione verosimilmente falsa, con personaggi in gran parte esistiti, per suggerire una fascinosa ipotesi storiografica, su cui sorvolo onde evitare spoiler (ma che chiama in causa i grossi calibri di Roma).

Il tutto è condito molto bene, coi tempi giusti, e con un sapiente ricorso all’inserimento di documenti ufficiali a scandire le varie tappe della vicenda. Non sarà andato tutto esattamente così? Che importa? Del resto, non sempre si può arrivare alla verità tutta intera e alla giustizia che ne consegue. «Come si può portare giustizia dove l’intrecciarsi capriccioso delle circostanze, del trascorrere degli anni, della ragione di Stato, ha reso impossibile la celebrazione di un processo?»: sono queste le riflessioni che Bernardi rimastica nell’epilogo, all’inizio degli anni ’50, quando accoglie la sentenza che condanna il camerata Kappler non già per la strage in sé delle fosse Ardeatine, ma per aver ucciso cinque civili in più di quelli previsti dagli ordini ricevuti (tutto vero, tra l’altro). E allora si può considerare questo libro come una grande allegoria della nostra torbida storia patria, specie in questi giorni in cui si ricorda Via D’Amelio e arrivano le prime sentenze di Mafia Capitale. La verità assoluta, forse, è al di là delle nostre possibiltà, forse non la sapremo mai fino in fondo, forse non tutti i torti saranno compensati da una pena (il torto stesso tende a volatilizzarsi, in base a chi vince le guerre: lo stesso atto si converte in una medaglia o nell’ergastolo, a seconda delle situazioni). E tuttavia, là dove non arriva il diritto, c’è ancora un modo per provare a fare giustizia: «cercare la verità, per far sì che qualcuno la raccontasse». «Accendete la luce e cercate», qualcosa ne uscirà.


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Marco Consentino, Domenico Dodaro, Luigi Panella
I fantasmi dell'Impero
(ed. Sellerio, 2017)

552 pp., 15 €


martedì 11 luglio 2017

La vita agra

Se l’innocuo galagone di Caproni ha suscitato così tanti turbamenti in rete, quale subbuglio avrebbe potuto produrre, fra le fonti del tema di argomento storico della maturità, un’eventuale citazione di Bianciardi? Ne butto una lì, tanto per inquadrare il tipo: «il metodo del successo consiste in larga misura nel sollevamento della polvere. É come certe ali al gioco del calcio, in serie C, che ai margini del campo, vicino alla bandierina, dribblano se medesime sei, sette volte, e mandano in visibilio il pubblico sprovveduto. Il gol non viene, ma intanto l’ala ha svolto, come suol dirsi, larga mole di lavoro. Così bisogna fare nelle aziende di tipo terziario e quartario, che oltre tutto, ripeto, non hanno nessun gol da segnare, nessuna meta da raggiungere».

Dissezione contropelo del boom economico, o se volete suo negativo fotografico, scritto corsaro infarcito di minima moralia (la figura del capocellula comunista che di mestiere fa il coiffeur per cani avrebbe fatto la sua bella figura in Adorno e perfino alla Leopolda, ma ce n’è a bizzeffe di casi simili), lucido nella denuncia, visionario nella prognosi e crudamente realistico quando parla di boiler inceppati, di code alle poste e bollette da pagare, La vita agra restituisce uno spaccato in presa diretta della Milano in tumultuosa trasformazione cantata dal primo Gaber (siamo nel ’62, due anni dopo La dolce vita romana di Fellini), che però, con appena qualche aggiornamento tecnologico, potrebbe adattarsi anche a tanta parte dell’Italia odierna, tramontata la breve stagione dello Statuto dei Lavoratori. Che razza di libro sia non è facile dirlo – forse un’autobiografia maledetta che sfocia nel manifesto eversivo, con un filo narrativo che tiene insieme la preponderante vocazione saggistica (in questo Houellebecq gli assomiglia: chissà perché mi trovo spesso a flirtare con gli anarcoidi). In un certo senso potrebbe essere definito un libro performativo, perlomeno nelle intenzioni. Il protagonista – alter ego dell’autore (anche qui sta il bello) – sale infatti a Milano dalla Toscana con l’intento di vendicare con un attentato i 43 minatori morti in seguito a un incidente causato dalle negligenze della loro azienda in materia di sicurezza sul lavoro (l’incidente avvenne davvero, a Ribolla, nel 1954, e Bianciardi se ne occupò in prima persona quand’era animatore culturale nelle campagne del grossetano. Il calcolo dei dirigenti fu spietatamente efficiente: conviene pagare i risarcimenti alle famiglie delle vittime e avere un pretesto per chiudere un impianto in perdita anziché provare a metterlo in regola per evitare la strage. E il responsabile «oggi aumenta i dividendi e apre a sinistra», si nota malignamente). Al posto della bomba, Bianciardi lancia però la sua invettiva, disinnescata nel più perfido dei modi: col successo – effimero, s’intende, di quello che non mette radici e basta un po’ di sole per seccarlo, ma intanto ti sterilizza la vis polemica e rende l’apocalittico, suo malgrado, integrato.

Oggi ci tocca perciò riscoprirlo (non ha l’alone mitico di un Pasolini), ma vale la pena farlo, anche per le sorprendenti invenzioni linguistiche di cui sono piene pagine come questa, in cui leggiamo una critica al PIL che ricorda un celebre discorso pronunciato qualche anno dopo da Bob Kennedy, innestata su un ragionamento in cui affiora già la scommessa della decrescita: «è aumentata la produzione lorda e netta, il reddito nazionale cumulativo e pro capite, l’occupazione assoluta e relativa, il numero delle auto in circolazione e degli elettrodomestici in funzione, la tariffa delle ragazze squillo, la paga oraria, il biglietto del tram e il totale dei circolanti sul detto mezzo, il consumo del pollame, il tasso di sconto, l’età media, la statura media, la valetudinarietà media, la produttività media e la media oraria al giro d’Italia. Tutto quello che c’è di medio è aumentato, dicono contenti. E quelli che lo negano propongono però anche loro di fare aumentare, e non a chiacchiere, le medie; il prelievo fiscale medio, la scuola media e i ceti medi. Faranno insorgere bisogni mai sentiti prima. Chi non ha l’automobile l’avrà, e poi ne daremo due per famiglia, e poi una a testa, daremo anche un televisore a ciascuno, due televisori, due frigoriferi, due lavatrici automatiche, tre apparecchi radio, il rasoio elettrico, la bilancina da bagno, l’asciugacapelli, il bidet e l’acqua calda. A tutti. Purché lavorino, purché siano pronti a scarpinare, a fare polvere, a pestarsi i piedi, a tafanarsi l’un con l’altro dalla mattina alla sera».

A questa microfisica della tolleranza repressiva Bianciardi oppone un paradossale elogio dell’inefficienza, della lentezza e del rallentamento (memorabile l’episodio in cui racconta di essere stato arrestato perché, camminando piano, ha dimostrato un “atteggiamento sospetto” al questurino della buoncostume). «Occorre che la gente impari a non muoversi, a non collaborare, a non produrre, a non farsi nascere bisogni nuovi, e anzi rinunziare a quelli che ha». Si abbandonerà «tutto ciò che ruota, articola, scivola, incastra, ingrana e sollecita», poi sarà la volta delle materie sintetiche, dei metalli e della carta – e su queste premesse si formeranno comunità isolate nei luoghi più salubri (le città inquinate essendo tutte occupate dalle formiche operaie umane che si muoiono addosso e vanno avanti, avanti, avanti): qui si praticherà un’economia del dono e del tempo libero, si ritornerà alla tradizione orale, che lascerà spazio solo ai capolavori, si coltiveranno sentimenti nobili e amore libero, finché questo «neocristianesimo a sfondo disattivistico e copulatorio» prenderà il sopravvento sulla nostra società spettrale, in cui «non trovi le persone, ma soltanto la loro immagine» (e questo ben prima che nascesse Facebook). Oppure no, perché la società morde, le scadenze incombono e bisogna pur portare avanti il gioco, fino allo stremo.

Ho parlato di




Luciano Bianciardi
La vita agra
(ed. Feltrinelli, 2013)

208 pp., 8,50 €

(ed. or., 1962)

martedì 27 giugno 2017

Il pollice del panda

I libri sono anche un buon indicatore per misurare quanto uno cambia nel corso del tempo. A diciassette-diciott’anni, quando (senza sospettarlo) non ero che un trinariciuto umanista crociano, feci un assaggio di Gould e lo lasciai lì a metà, senza provare il minimo gusto. Ora poco ci manca che lo proclami santo subito.

Faccio pubblica abiura: anch’io sono stato vittima del mito del “fatto”, sono caduto nella trappola di parlare di scienza senza saperne niente, credendo all’immagine (spesso e volentieri divulgata da filosofi, per opposte ragioni) di un meccanismo implacabile e freddo, rigoroso e oggettivo, anonimo e infallibile – la silenziosa Spectre che in fondo ancora turba i sogni degli odierni antivaccinisti. In questa carrellata di gustosissimi saggi, inizialmente raccolti sulla rivista Nature negli anni ‘70, se ne propone invece una versione molto diversa: «la scienza – dice l’autore – non è una macchina obiettiva guidata dalla verità, ma è una quintessenza dell’attività umana, influenzata da passioni, speranze e pregiudizi culturali». Solo che Gould è paleontologo e biologo e non lo dice tanto per sputare nel piatto in cui mangia. Tutt’altro: mostrandoci dei campioni di metodo scientifico, applicato alle circostanze più disparate (leggere per credere), ci fa capire che si tratta poi solo dell’affinamento dei sistemi via via perfettibili con cui abbiamo imparato a rompere gusci e dare la caccia ai roditori.

Un simile approccio ha svariate ramificazioni. Anzitutto, sdogana pienamente la storia della scienza (perché le risposte di un tempo, che possono apparirci assurde, presuppongono delle domande che meritano di essere capite e magari ripensate); inoltre manifesta la piena consapevolezza dei propri limiti che la scienza è perfettamente in grado di sviluppare (si veda tutta la parte del libro dedicata ai pregiudizi razziali annidati in tanta, avanzatissima, ricerca ottocentesca); infine costituisce una premessa fondamentale per qualsiasi ulteriore scoperta, che è in egual misura debitrice all’esperimento come al coraggio, all’altruismo e alla fantasia. «La scienza è spesso ostacolata dalla tirannia di quanto sembrerebbe ragionevole» e «l’ortodossia scientifica può essere altrettanto rigida di quella religiosa. Non conosco altra strada per scuoterla che quella di una forte immaginazione che ispiri opere non convenzionali e contenga un’alta possibilità di grandi errori ispirati» (da cui la simpatia per gli scienziati pazzi e i loro fecondi sbagli). Del resto, è stato dimostrato che Darwin non giunse alla teoria della selezione naturale semplicemente esaminando tartarughe e fringuelli delle Galapagos: la sua intuizione «emerse come risultato di una ricerca conscia e produttiva, andata avanti in maniera ramificata ma ordinata, utilizzando tanto i fatti della storia naturale quanto un numero sorprendente di intuizioni derivate da altre discipline. Darwin tracciò una strada intermedia tra l’induttivismo e la creatività senza regole. Il suo genio non fu né pedestre né inaccessibile». Anzi, continua Gould, «se dovessi ipotizzare su queste basi il comune denominatore del genio, concluderei che esso è caratterizzato da vasti interessi e dalla capacità di costruire analogie fruttuose tra campi diversi». Definizione che peraltro si adatta perfettamente anche allo stile cognitivo di Einstein (e no, niente, noi purtroppo siamo ancora sotto sotto molto cartesiani: una ragione, un metodo, una scienza). 

Ciò detto, Darwin stesso – che pure, dinanzi a un mondo che gli appariva confuso, dimostrò sempre un certo pluralismo metodologico – restò anch’egli invischiato nel pregiudizio gradualista eretto poi a dogma dalla cosiddetta “sintesi neodarwiniana”, secondo cui le specie cambierebbero in modo costante, sia pure impercettibilmente, nel corso del tempo – idea che favorirebbe quello che Pievani ha chiamato “finalismo di ritorno”, ossia la convinzione (cristiana, hegeliana, spenceriana, fate voi) per cui ci si starebbe comunque muovendo verso popolazioni sempre più raffinate e “adattate”. Esercitando proprio l’inventiva darwiniana, almeno parzialmente, contro Darwin, Gould ha investito gran parte della sua carriera scientifica per rovesciare questo impianto, elaborando la sua teoria degli “equilibri punteggiati”: lunghi momenti di stasi che si alternano a rapidi mutamenti evolutivi – rapidi su base geologica, s’intende – in gran parte accidentali. E lo ha fatto a partire dalla constatazione che il mondo non appare affatto il prodotto di un piano premeditato, in quanto è pieno di irregolarità e stranezze che non renderebbero onore a un Creatore pensato nei termini tradizionali. Al contrario, «la storia è unica e complessa. Non può essere riprodotta all’interno di una provetta». La vita è meravigliosamente flessibile: ricicla continuamente strumenti che inizialmente servivano ad altro, come farebbe non un architetto, quanto un estroso bricoleur.

A differenza degli antichi testi di storia naturale, tuttavia, «le cose strane e bizzarre non sono solo peculiarità da descrivere e da accogliere con meraviglia e piacere, esse sono soprattutto mezzi per mettere alla prova le asserzioni generali». E come in certe riuscite antologie di fantascienza, in cui ogni raccontino è zeppo di idee geniali, così ogni saggio di questa raccolta, partendo da situazioni anche bizzarre (una su tutte: il caso di Adactylidyum. Cercatelo su Wikipedia), trasuda intelligenza e divertimento. Sì, anche il divertimento puro di scrivere un pezzo sulla neotenia umana (la tendenza della nostra specie a mantenere le strutture morfologiche giovanili anche da adulti – cosa che ci fa restare sempre un po’ bambini ma anche perennemente aperti all’apprendimento) muovendo da un’analisi di come è cambiata nel corso del tempo la fisionomia di Topolino; o di spiegare che nell’Annunciazione di Leonardo le ali di Gabriele lo renderebbero davvero una macchina volante, se solo fosse più leggero.

Gould ammette di scrivere tutto questo per quella «degna astrazione» che è «il profano intelligente». La nostra cultura, che oscilla tra iperspecialismo e ciarlataneria, ha bisogno come il pane di questo livello di discorso. Lasciamoci contaminare da simili profanazioni.

Ho parlato di




Stephen Jay Gould
Il pollice del panda
(ed. Il Saggiatore, 2012)

Trad. di S. Cabib

314 pp., 13 €

(ed. or., The Panda's Thumb, 1980)

venerdì 16 giugno 2017

Storia della guerra civile spagnola

Conservo molti splendidi ricordi del mio primo – bellissimo – viaggio in Spagna (Cantabria, Paesi Baschi, Navarra e uno scampolo d’Aragona). Del modo rocambolesco con cui abbiamo raggiunto il primo ostello e del rischio seriamente corso di trascorrere all’addiaccio la nostra prima notte dirò magari un’altra volta. Qui voglio invece rievocare la visione, incuriosita e sconcertata a un tempo, delle due bombe appese come reliquie ad una parete del Santuario della Madonna del Pilar di Saragozza, su cui esse caddero, senza esplodere, durante uno dei primi bombardamenti della guerra civile, quando Saragozza, dall’oggi al domani, si era risvegliata franchista. Di simili trofei innalzati a un “Dio con noi” perversamente omonimo dell’Emmanuele isaiano sono piene le chiese – e non le chiese soltanto. Ma dei massacri compiuti da Carlo Magno a danno dei Sassoni, per dire, a noi in fondo oggi poco importa, come ci importa poco dei Daci con le teste mozzate raffigurati sulla Colonna Traiana. Che quegli ordigni siano invece tuttora lì esposti, ad indicare che in quel conflitto dell'altro ieri la Vergine aveva proprio scelto di stare da quella parte, a braccetto di un regime autoritario sopravvissuto alle altre dittature fasciste – con l’aiuto delle quali era stato messo in piedi – solo perché si era potuto sfilare dalla Seconda Guerra Mondiale, sia pure a prezzo di un’ecatombe nazionale, ecco, questo è un boccone già più amaro da digerire. Eppure, almeno in Spagna, la guerra l’hanno per davvero vinta “loro”. Scriveva Camus, nel ‘46: «in questo mondo, che si dice liberato, esiste un paese dal quale distogliamo ostinatamente lo sguardo» - un paese in cui, in ragione del comune anticomunismo, si era finito per accettare di buon grado il governo di un tale che, in circostanze diverse, avrebbe conosciuto il gabbio nella sua Norimberga. A un’intera generazione, scrive sempre Camus, la Spagna ha dimostrato che si poteva avere una buona ragione per combattere e ciò nonostante perdere lo stesso, che la forza poteva schiacciare l’ideale; ai sopravvissuti, aggiungo io, insegna che non sempre arrivano i nostri a riportare la libertà, anzi, che i tiranni di ieri possono diventare gli alleati di oggi dopo che si è proceduto ad un nuovo nomos della terra (e un brivido scorre lungo la schiena immaginando una possibile soluzione analoga anche per l’Italia, se Mussolini non avesse avuto la fregola di buttare i suoi morti sul tavolo della pace e spezzare le reni alla Grecia).

Il mito della guerra di Spagna è tutto racchiuso nel concitato appello che il deputato repubblicano Fernando Valera lanciò da Radio Madrid nei primi giorni di assedio da parte dei franchisti: «qui a Madrid passa la frontiera mondiale tra la Libertà e la Schiavitù. Qui a Madrid due civiltà, fra loro incompatibili, si affrontano in una grande battaglia: l’amore contro l’odio, la pace contro la guerra, la fratellanza di Cristo contro la tirannide della Chiesa... Questa è Madrid. Essa combatte per la Spagna, per l’Umanità, per la Giustizia, e col manto del suo sangue protegge tutti gli esseri umani!». Certo, bisogna fare la tara della retorica: i proclami dei Falangisti sono spesso drammaticamente speculari. Però queste parole ci ricordano di un tempo in cui i “foreign fighters” non avevano l’aspetto truce di Jihadi John, ma quello di Carlo Rosselli (ucciso giusto ottant'anni fa dai nonni di quelli che oggi stanno facendo cagnara in Senato sullo ius soli) e degli altri che come lui hanno sentito l’esigenza di portare laggiù una battaglia per la libertà che nelle rispettive patrie in quel momento non era praticabile. E anche le voci parzialmente dissonanti – quelle degli Orwell, delle Simone Weil – sono voci di chi al fronte c’è comunque andato, l’ha conosciuto, ci si è sporcato le mani, non gli strali di chi spara sulle ong dal salotto di casa per tirare su di mezzo punto i propri sondaggi – e proprio per questo sono anch’esse testimonianze preziose, rivelatrici di un autentico tormento, di una questione perennemente aperta. Non credo sia un caso se alcune delle cose più belle che abbia mai letto sono legate alla guerra di Spagna (ne cito solo due: Soldati di Salamina di Javier Cercas e L’antimonio di Sciascia). Per questo, alla fine, mi sono deciso e ho cominciato a documentarmi sul serio. Ed eccoci, appunto, al libro: in questo poderoso volume pubblicato nel 1961 da un allora giovanissimo storico inglese, forse la prima ricostruzione organica dei fatti di Spagna (che ora credo si trovi solo più nelle biblioteche), si rivivono tutte le contraddizioni di una vicenda seguita quasi cronachisticamente, giorno per giorno, nel tentativo di portare alla luce “l’antropologia politica” che emerge da quegli eventi. É un libro pieno di storie, di aneddoti, di parole che spesso sono raccolte quasi in presa diretta e anche per questo non privo di lungaggini. Esistono delle ricostruzioni più recenti che saranno sicuramente più aggiornate, più compatte e anche più equilibrate e distaccate di questa. Ma proprio questo è il punto. É tutt’altra cosa scrivere un libro sulla guerra di Spagna ora oppure scriverlo quando Franco era ancora al potere. Dopo oltre 600 fittissime pagine, «la Spagna soffre ancora». E niente, è questa la morale.



Ho parlato di




Hugh Thomas
Storia della guerra civile spagnola
(ed. Einaudi, 1963)

Trad. di P. Bernardini Mazzolla

691 pp.

(ed. or., The Spanish Civil War, 1961)

mercoledì 31 maggio 2017

Il potere e la gloria

A pensarci bene, se ci mettessero le mani sopra un Rodriguez o un Tarantino, tra preti ubriaconi e rinnegati, poliziotti filosofeggianti, sangue, merda e tanti, tantissimi messicani, potrebbe venirne fuori un bel western dei loro. Graham Greene l’aveva pensato però in maniera diversa, come una sorta di parabola, svolgimento narrativo di un’idea che doveva essere particolarmente cara a San Paolo, perché ci ritorna spesso in quelle sue esperienze pastorali troppo facilmente ridotte a dottrina – l’idea, intendo, per cui il vangelo che annuncia è come un «tesoro in vasi di creta», in quanto affidato a persone fragili, scelte appositamente da Dio per confondere i forti e i sapienti di questo mondo. Certo, la location è ben definita: il Messico postrivoluzionario delle persecuzioni anticlericali degli anni ’20-’30, ma la storia potrebbe tranquillamente svolgersi in un futuro mondo secolarizzato in cui il rito cristiano non abbia più significato del brivido inconsapevole e atavico procurato da un gatto nero quando ci taglia la strada. Il protagonista, del resto, non ha un nome, e neppure un volto ben definito, se è vero che i suoi stessi persecutori non lo riconoscono dalle foto appese nelle loro centrali. La sua condizione è scolpita nell’etichetta caricaturale di “prete dell’acquavite”, cui deve la sua torbida fama: quella di un perseguitato che continua ad attraversare clandestinamente il paese, cedendo spesso al vizio del bere e occasionalmente a quello del sesso, schiacciato dal peso della sua indegnità, «conscio della propria disperata insufficienza» e ciò nonostante pervicacemente impegnato a riattivare il culto nei luoghi in cui di volta in volta sosta, per mezze giornate o poco più, destando al tempo stesso conforto e preoccupazione nella gente (su cui le autorità spesso e volentieri infieriscono per ritorsione quando scoprono che l’hanno ospitato). Non si capisce bene se lo faccia per rassegnazione, superstizione, senso del dovere o perché animato da una sincera vocazione – e forse proprio in questo guazzabuglio sta il fascino di un personaggio nè canaglia nè martire. Il quale sa benissimo di offrire una pessima testimonianza a un messaggio che ormai egli stesso stenta a capire: in mancanza di altri preti, i bambini «da lui avrebbero preso le loro idee sulla religione Ma era pure da lui che prendevano Dio sulle loro bocche... Senza di lui, sarebbe stato come se in tutto quello spazio tra il mare e le montagne Dio avesse cessato di esistere». Ecco perché sarebbe forse più opportuno tradurre il titolo con La potenza e la gloria, riecheggiando la formula liturgica che sta tra il Padre Nostro e il segno di pace durante la Messa, alle soglie della comunione. Quella potenza che accetta, appunto, di farsi toccare e consacrare da fragili mani umane, non importa quanto sozze (benché lavate, ritualmente, dal chierichetto di turno).

Certo, per chi crede, qui è racchiuso un mistero profondo. Ma si manifesta anche un possibile paradosso tutto cattolico. «Non poteva più sentire nessun significato in preghiere simili; l’Ostia era un’altra cosa: metterla tra le labbra d’un uomo morente, era come mettervi Dio. Quella era un fatto, qualche cosa che si poteva toccare, ma questa era soltanto una pia aspirazione. Perché Qualcuno avrebbe dovuto ascoltare le sue preghiere? Il peccato era una forza che impediva loro di salire: egli poteva sentire le proprie preghiere grevi come il cibo indigesto nel proprio corpo, incapaci di evasione». Questo oggettivismo esasperato, per cui Dio c’è davvero solo dove c’è un suo ministro, sia pure inadempiente, solo dove ci sono il pane e il vino, rischia di farci scivolare davvero verso la pura magia devozionale. Siamo fragili, d’accordo. Ma Paolo stesso aggiunge che il nostro corpo è anche «tempio dello Spirito». Hai voglia a ingozzarlo di ostie: se non c’è conversione, anche il pane eucaristico finisce nella latrina, esattamente come il lievito dei farisei. Per questo, a mio avviso, il momento più alto del libro è quando il prete trascorre una notte in prigione, questo luogo «molto simile al mondo: traboccante di lussuria, di crimini e d’amore infelice; pieno di fetore; (...) la gente si aggrappava a quanto poteva esser causa di piacere e di orgoglio, in mezzo a stenti e in un ambiente sgradevole; non c’era tempo di fare qualche cosa che valesse la pena di fare, e si sognava sempre di evadere». Qui, in mezzo agli assassini, «delinquente, in mezzo a un’orda di delinquenti», il nostro prova per la prima volta un sentimento che non aveva mai sperimentato quando organizzava le riunioni della parrocchia e la gente faceva la coda per baciargli la stola, ai bei tempi in cui era credente per abitudine e commetteva solo peccatucci veniali. «Allora, nella sua innocenza, egli non aveva provato amore per nessuno: ora, nella sua corruzione, aveva imparato a...». La frase resta sospesa. Eppura solo qui, libero dal paraocchi perbenista di chi divide il mondo in santi e peccatori, il prete, senza assolvere se stesso, capisce che non può neppure condannare gli altri e che l’odio è «semplicemente una mancanza di immaginazione». Sul Golgota, in mezzo ai ladroni, non fa più prediche. Il mattino dopo lo costringeranno a lavare i bagni della prigione: in quel gesto umile e inutile di pulizia della lordura degli ultimi eccolo dare finalmente senso e concretezza storica all’atto che celebra sull’altare. Anche se, forse, non se ne rende conto. La consapevolezza di ciò lo sfiora appena. Se l’avesse capito, del resto, sarebbe diventato l’eroe che non è.

Ho parlato di



Graham Greene
Il potere e la gloria
(ed. Mondadori, 1990)

Trad. di E. Vittorini

308 pp., 13.000 lire (oggi 9 €)

(ed. or., The Power and the Glory, 1940)


giovedì 4 maggio 2017

Madre notte

Nel 1961 si celebra a Gerusalemme il processo ad Adolf Eichmann. Hannah Arendt, com’è noto, ne ricava un libro pensoso, celebre e discusso. Un promettente scrittore di fantascienza ne trae invece lo spunto per immaginarsene un altro, di processo, un po’ più problematico e paradossale (e così facendo, effettua la sua prima sortita in un genere letterario talmente particolare che per certi aspetti nasce e muore con lui). Al gabbio troviamo qui Howard W. Campbell, che di nascita è americano, ma emigra con la famiglia in Germania negli anni ’20 e finisce a lavorare per il ministero della Propaganda del Terzo Reich, dove diventa titolare di una rubrica radiofonica che smercia al pubblico anglofono tutto il becerume ideologico nazista. Il fatto è che quest’uomo d’apparato, dalle velleità letterarie e con un oggettivo talento da imbonitore, è al tempo stesso una spia americana, nei cui sproloqui pubblici si annidano messaggi cifrati per i comandi Alleati. Ha solo un problema: non lo può dimostrare – e non lo potrà dimostrare neanche dopo la guerra, da cui esce senza un graffio, ma anche senza medaglie, con una ferita nel cuore e una reputazione compromessa che lo costringe a una vita di sostanziale autosegregazione nel cuore di New York. Su questo paradosso si regge un primo livello di lettura. «Come speaker radiofonico – dice a un certo punto il nostro protagonista – avevo sperato di essere soltanto ridicolo, ma viviamo in un mondo in cui essere ridicoli non è facile; ci sono troppi esseri umani che non vogliono ridere, che non riescono a pensare; vogliono soltanto credere, arrabbiarsi, odiare. Troppa gente aveva voluto credere in me». E così, una cosa iniziata senza particolare malizia diventa di fatto aperto collaborazionismo. Vonnegut stesso esplicita la morale della favola con una formula che sembra un gioco di parole, ma se ci pensi un attimo è un frammento di lucida verità: «noi siamo quello che facciamo finta di essere, sicché dobbiamo stare molto attenti a quel che facciamo finta di essere» (Campbell non è il solo che più o meno consapevolmente finge di essere qualcun altro, in questo libro; Eichmann stesso a un certo punto compare nella storia, e con poche micidiali battute se ne fa emergere tutta la sua sconfinata mediocrità: possibile che la parte che ci troviamo a interpretare nella commedia della vita, che è a suo modo una fiction, una narrazione, possa avere conseguenze materiali tanto devastanti sui nostri simili? Sì, ed è spaventoso: pensate alle ricadute concrete che ha sulle persone la scelta di battere su un certo tema per pura tattica politica, mica perché ci si crede davvero, ma solo per continuare a essere “qualcuno”: «se avesse cominciato a disfarsi di tutti quegli omicidi, allora sarebbe scomparso anche Eichmann, cioè l’idea che Eichmann aveva di se stesso». Se levi la felpa a Salvini, dentro non c'è nulla).

Su questa premessa si imbastisce una specie di farsesca spy-story in cui entra in scena tutto un sottobosco di personaggi che fanno il paio coi nazisti dell’Illinois (solo che qui si chiamano Guardia di ferro dei figli bianchi della costituzione americana, ed è tutto detto). Basta il ritratto del loro leader per capirci: un reverendo odontotecnico che scrive saggi per dimostrare scientificamente che la mascella di Cristo quale si può ricostruire dai suoi ritratti non può essere una mascella di tipo ebraico, dunque Cristo non è ebreo... Ed è qui che, con la leggerezza di chi sembra che stia allestendo solo una scanzonata commedia noir, Vonnegut restituisce una micidiale fenomenologia della personalità autoritaria quale la possiamo ritrovare quotidianamente sotto i nostri occhi nei babbei che si fanno il servizio fotografico al Cara di Mineo o negli studenti fuori corso che, dall’alto della loro nullità, si preparano a diventare premier di questo scalcagnato paese (e in tutti i rispettivi adoranti seguaci, beninteso, che disprezzano lo studio perché non capiscono la complessità del reale e dicono, a te!, “ma documentati, va” quando hanno un’unica, oracolare, fonte di informazione). La loro mentalità, «può paragonarsi a un sistema di ruote dentate con dei denti mancanti, uno qua e uno là. Un meccanismo di pensiero così sdentato, guidato da una libido media, o anche sotto la media, ruota su se stesso con la medesima sussultante, rumorosa, vistosa inutilità che avrebbe all’inferno un orologio a cucù. (...) Quel che più spaventa in una mentalità totalitaria di stampo classico è che una qualsiasi ruota dentata, anche se mutilata, presenta sempre, lungo la sua circonferenza, tratti di denti interi che si conservano a lungo senza morchie e possono funzionare senza alcuna imperfezione. Da qui l’orologio a cucù che segna il tempo all’inferno... scandisce regolarmente il tempo per otto minuti e ventitré secondi, poi scatta in avanti di quattordici minuti, quindi riprende a battere perfettamente per sei secondi, e poi ne salta due, riprende a funzionare perfettamente per due ore e un secondo, e poi scatta in avanti di un anno. I denti mancanti sono, naturalmente, delle verità molto semplici, ovvie addirittura, verità che nella più parte dei casi le capirebbe anche un ragazzino di dieci anni. La volontaria eliminazione dei denti della ruota, l’ostinata volontà di agire pur senza possedere alcune informazioni elementari...». La logica ferrea dell’illogicità, che non accetta critiche perché non è neanche in grado di capirle. Non c’è niente da aggiungere. Ps. Anzi, una cosa da aggiungere c’è. Questa frase: «Ci sono centinaia di buoni motivi per combattere ma neanche uno per odiare senza riserve, e per credere che Dio onnipotente sia d’accordo con noi. Dov’è il male? É quella parte di ogni uomo che vuole odiare a tutti i costi, che vuole odiare e avere anche Dio dalla sua. É quella parte di ogni uomo che trova tanto attraente qualsiasi genere di brutalità. É la parte di ogni imbecille che vuole punire, avvilire, e gode a fare la guerra».


Ho parlato di


Kurt Vonnegut
Madre notte
(ed. Feltrinelli, 2013)

Trad. di L. Ballerini

224 p., 7,50 €

(ed. or., Mother Night, 1961)