martedì 11 luglio 2017

La vita agra

Se l’innocuo galagone di Caproni ha suscitato così tanti turbamenti in rete, quale subbuglio avrebbe potuto produrre, fra le fonti del tema di argomento storico della maturità, un’eventuale citazione di Bianciardi? Ne butto una lì, tanto per inquadrare il tipo: «il metodo del successo consiste in larga misura nel sollevamento della polvere. É come certe ali al gioco del calcio, in serie C, che ai margini del campo, vicino alla bandierina, dribblano se medesime sei, sette volte, e mandano in visibilio il pubblico sprovveduto. Il gol non viene, ma intanto l’ala ha svolto, come suol dirsi, larga mole di lavoro. Così bisogna fare nelle aziende di tipo terziario e quartario, che oltre tutto, ripeto, non hanno nessun gol da segnare, nessuna meta da raggiungere».

Dissezione contropelo del boom economico, o se volete suo negativo fotografico, scritto corsaro infarcito di minima moralia (la figura del capocellula comunista che di mestiere fa il coiffeur per cani avrebbe fatto la sua bella figura in Adorno e perfino alla Leopolda, ma ce n’è a bizzeffe di casi simili), lucido nella denuncia, visionario nella prognosi e crudamente realistico quando parla di boiler inceppati, di code alle poste e bollette da pagare, La vita agra restituisce uno spaccato in presa diretta della Milano in tumultuosa trasformazione cantata dal primo Gaber (siamo nel ’62, due anni dopo La dolce vita romana di Fellini), che però, con appena qualche aggiornamento tecnologico, potrebbe adattarsi anche a tanta parte dell’Italia odierna, tramontata la breve stagione dello Statuto dei Lavoratori. Che razza di libro sia non è facile dirlo – forse un’autobiografia maledetta che sfocia nel manifesto eversivo, con un filo narrativo che tiene insieme la preponderante vocazione saggistica (in questo Houellebecq gli assomiglia: chissà perché mi trovo spesso a flirtare con gli anarcoidi). In un certo senso potrebbe essere definito un libro performativo, perlomeno nelle intenzioni. Il protagonista – alter ego dell’autore (anche qui sta il bello) – sale infatti a Milano dalla Toscana con l’intento di vendicare con un attentato i 43 minatori morti in seguito a un incidente causato dalle negligenze della loro azienda in materia di sicurezza sul lavoro (l’incidente avvenne davvero, a Ribolla, nel 1954, e Bianciardi se ne occupò in prima persona quand’era animatore culturale nelle campagne del grossetano. Il calcolo dei dirigenti fu spietatamente efficiente: conviene pagare i risarcimenti alle famiglie delle vittime e avere un pretesto per chiudere un impianto in perdita anziché provare a metterlo in regola per evitare la strage. E il responsabile «oggi aumenta i dividendi e apre a sinistra», si nota malignamente). Al posto della bomba, Bianciardi lancia però la sua invettiva, disinnescata nel più perfido dei modi: col successo – effimero, s’intende, di quello che non mette radici e basta un po’ di sole per seccarlo, ma intanto ti sterilizza la vis polemica e rende l’apocalittico, suo malgrado, integrato.

Oggi ci tocca perciò riscoprirlo (non ha l’alone mitico di un Pasolini), ma vale la pena farlo, anche per le sorprendenti invenzioni linguistiche di cui sono piene pagine come questa, in cui leggiamo una critica al PIL che ricorda un celebre discorso pronunciato qualche anno dopo da Bob Kennedy, innestata su un ragionamento in cui affiora già la scommessa della decrescita: «è aumentata la produzione lorda e netta, il reddito nazionale cumulativo e pro capite, l’occupazione assoluta e relativa, il numero delle auto in circolazione e degli elettrodomestici in funzione, la tariffa delle ragazze squillo, la paga oraria, il biglietto del tram e il totale dei circolanti sul detto mezzo, il consumo del pollame, il tasso di sconto, l’età media, la statura media, la valetudinarietà media, la produttività media e la media oraria al giro d’Italia. Tutto quello che c’è di medio è aumentato, dicono contenti. E quelli che lo negano propongono però anche loro di fare aumentare, e non a chiacchiere, le medie; il prelievo fiscale medio, la scuola media e i ceti medi. Faranno insorgere bisogni mai sentiti prima. Chi non ha l’automobile l’avrà, e poi ne daremo due per famiglia, e poi una a testa, daremo anche un televisore a ciascuno, due televisori, due frigoriferi, due lavatrici automatiche, tre apparecchi radio, il rasoio elettrico, la bilancina da bagno, l’asciugacapelli, il bidet e l’acqua calda. A tutti. Purché lavorino, purché siano pronti a scarpinare, a fare polvere, a pestarsi i piedi, a tafanarsi l’un con l’altro dalla mattina alla sera».

A questa microfisica della tolleranza repressiva Bianciardi oppone un paradossale elogio dell’inefficienza, della lentezza e del rallentamento (memorabile l’episodio in cui racconta di essere stato arrestato perché, camminando piano, ha dimostrato un “atteggiamento sospetto” al questurino della buoncostume). «Occorre che la gente impari a non muoversi, a non collaborare, a non produrre, a non farsi nascere bisogni nuovi, e anzi rinunziare a quelli che ha». Si abbandonerà «tutto ciò che ruota, articola, scivola, incastra, ingrana e sollecita», poi sarà la volta delle materie sintetiche, dei metalli e della carta – e su queste premesse si formeranno comunità isolate nei luoghi più salubri (le città inquinate essendo tutte occupate dalle formiche operaie umane che si muoiono addosso e vanno avanti, avanti, avanti): qui si praticherà un’economia del dono e del tempo libero, si ritornerà alla tradizione orale, che lascerà spazio solo ai capolavori, si coltiveranno sentimenti nobili e amore libero, finché questo «neocristianesimo a sfondo disattivistico e copulatorio» prenderà il sopravvento sulla nostra società spettrale, in cui «non trovi le persone, ma soltanto la loro immagine» (e questo ben prima che nascesse Facebook). Oppure no, perché la società morde, le scadenze incombono e bisogna pur portare avanti il gioco, fino allo stremo.

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Luciano Bianciardi
La vita agra
(ed. Feltrinelli, 2013)

208 pp., 8,50 €

(ed. or., 1962)

martedì 27 giugno 2017

Il pollice del panda

I libri sono anche un buon indicatore per misurare quanto uno cambia nel corso del tempo. A diciassette-diciott’anni, quando (senza sospettarlo) non ero che un trinariciuto umanista crociano, feci un assaggio di Gould e lo lasciai lì a metà, senza provare il minimo gusto. Ora poco ci manca che lo proclami santo subito.

Faccio pubblica abiura: anch’io sono stato vittima del mito del “fatto”, sono caduto nella trappola di parlare di scienza senza saperne niente, credendo all’immagine (spesso e volentieri divulgata da filosofi, per opposte ragioni) di un meccanismo implacabile e freddo, rigoroso e oggettivo, anonimo e infallibile – la silenziosa Spectre che in fondo ancora turba i sogni degli odierni antivaccinisti. In questa carrellata di gustosissimi saggi, inizialmente raccolti sulla rivista Nature negli anni ‘70, se ne propone invece una versione molto diversa: «la scienza – dice l’autore – non è una macchina obiettiva guidata dalla verità, ma è una quintessenza dell’attività umana, influenzata da passioni, speranze e pregiudizi culturali». Solo che Gould è paleontologo e biologo e non lo dice tanto per sputare nel piatto in cui mangia. Tutt’altro: mostrandoci dei campioni di metodo scientifico, applicato alle circostanze più disparate (leggere per credere), ci fa capire che si tratta poi solo dell’affinamento dei sistemi via via perfettibili con cui abbiamo imparato a rompere gusci e dare la caccia ai roditori.

Un simile approccio ha svariate ramificazioni. Anzitutto, sdogana pienamente la storia della scienza (perché le risposte di un tempo, che possono apparirci assurde, presuppongono delle domande che meritano di essere capite e magari ripensate); inoltre manifesta la piena consapevolezza dei propri limiti che la scienza è perfettamente in grado di sviluppare (si veda tutta la parte del libro dedicata ai pregiudizi razziali annidati in tanta, avanzatissima, ricerca ottocentesca); infine costituisce una premessa fondamentale per qualsiasi ulteriore scoperta, che è in egual misura debitrice all’esperimento come al coraggio, all’altruismo e alla fantasia. «La scienza è spesso ostacolata dalla tirannia di quanto sembrerebbe ragionevole» e «l’ortodossia scientifica può essere altrettanto rigida di quella religiosa. Non conosco altra strada per scuoterla che quella di una forte immaginazione che ispiri opere non convenzionali e contenga un’alta possibilità di grandi errori ispirati» (da cui la simpatia per gli scienziati pazzi e i loro fecondi sbagli). Del resto, è stato dimostrato che Darwin non giunse alla teoria della selezione naturale semplicemente esaminando tartarughe e fringuelli delle Galapagos: la sua intuizione «emerse come risultato di una ricerca conscia e produttiva, andata avanti in maniera ramificata ma ordinata, utilizzando tanto i fatti della storia naturale quanto un numero sorprendente di intuizioni derivate da altre discipline. Darwin tracciò una strada intermedia tra l’induttivismo e la creatività senza regole. Il suo genio non fu né pedestre né inaccessibile». Anzi, continua Gould, «se dovessi ipotizzare su queste basi il comune denominatore del genio, concluderei che esso è caratterizzato da vasti interessi e dalla capacità di costruire analogie fruttuose tra campi diversi». Definizione che peraltro si adatta perfettamente anche allo stile cognitivo di Einstein (e no, niente, noi purtroppo siamo ancora sotto sotto molto cartesiani: una ragione, un metodo, una scienza). 

Ciò detto, Darwin stesso – che pure, dinanzi a un mondo che gli appariva confuso, dimostrò sempre un certo pluralismo metodologico – restò anch’egli invischiato nel pregiudizio gradualista eretto poi a dogma dalla cosiddetta “sintesi neodarwiniana”, secondo cui le specie cambierebbero in modo costante, sia pure impercettibilmente, nel corso del tempo – idea che favorirebbe quello che Pievani ha chiamato “finalismo di ritorno”, ossia la convinzione (cristiana, hegeliana, spenceriana, fate voi) per cui ci si starebbe comunque muovendo verso popolazioni sempre più raffinate e “adattate”. Esercitando proprio l’inventiva darwiniana, almeno parzialmente, contro Darwin, Gould ha investito gran parte della sua carriera scientifica per rovesciare questo impianto, elaborando la sua teoria degli “equilibri punteggiati”: lunghi momenti di stasi che si alternano a rapidi mutamenti evolutivi – rapidi su base geologica, s’intende – in gran parte accidentali. E lo ha fatto a partire dalla constatazione che il mondo non appare affatto il prodotto di un piano premeditato, in quanto è pieno di irregolarità e stranezze che non renderebbero onore a un Creatore pensato nei termini tradizionali. Al contrario, «la storia è unica e complessa. Non può essere riprodotta all’interno di una provetta». La vita è meravigliosamente flessibile: ricicla continuamente strumenti che inizialmente servivano ad altro, come farebbe non un architetto, quanto un estroso bricoleur.

A differenza degli antichi testi di storia naturale, tuttavia, «le cose strane e bizzarre non sono solo peculiarità da descrivere e da accogliere con meraviglia e piacere, esse sono soprattutto mezzi per mettere alla prova le asserzioni generali». E come in certe riuscite antologie di fantascienza, in cui ogni raccontino è zeppo di idee geniali, così ogni saggio di questa raccolta, partendo da situazioni anche bizzarre (una su tutte: il caso di Adactylidyum. Cercatelo su Wikipedia), trasuda intelligenza e divertimento. Sì, anche il divertimento puro di scrivere un pezzo sulla neotenia umana (la tendenza della nostra specie a mantenere le strutture morfologiche giovanili anche da adulti – cosa che ci fa restare sempre un po’ bambini ma anche perennemente aperti all’apprendimento) muovendo da un’analisi di come è cambiata nel corso del tempo la fisionomia di Topolino; o di spiegare che nell’Annunciazione di Leonardo le ali di Gabriele lo renderebbero davvero una macchina volante, se solo fosse più leggero.

Gould ammette di scrivere tutto questo per quella «degna astrazione» che è «il profano intelligente». La nostra cultura, che oscilla tra iperspecialismo e ciarlataneria, ha bisogno come il pane di questo livello di discorso. Lasciamoci contaminare da simili profanazioni.

Ho parlato di




Stephen Jay Gould
Il pollice del panda
(ed. Il Saggiatore, 2012)

Trad. di S. Cabib

314 pp., 13 €

(ed. or., The Panda's Thumb, 1980)

venerdì 16 giugno 2017

Storia della guerra civile spagnola

Conservo molti splendidi ricordi del mio primo – bellissimo – viaggio in Spagna (Cantabria, Paesi Baschi, Navarra e uno scampolo d’Aragona). Del modo rocambolesco con cui abbiamo raggiunto il primo ostello e del rischio seriamente corso di trascorrere all’addiaccio la nostra prima notte dirò magari un’altra volta. Qui voglio invece rievocare la visione, incuriosita e sconcertata a un tempo, delle due bombe appese come reliquie ad una parete del Santuario della Madonna del Pilar di Saragozza, su cui esse caddero, senza esplodere, durante uno dei primi bombardamenti della guerra civile, quando Saragozza, dall’oggi al domani, si era risvegliata franchista. Di simili trofei innalzati a un “Dio con noi” perversamente omonimo dell’Emmanuele isaiano sono piene le chiese – e non le chiese soltanto. Ma dei massacri compiuti da Carlo Magno a danno dei Sassoni, per dire, a noi in fondo oggi poco importa, come ci importa poco dei Daci con le teste mozzate raffigurati sulla Colonna Traiana. Che quegli ordigni siano invece tuttora lì esposti, ad indicare che in quel conflitto dell'altro ieri la Vergine aveva proprio scelto di stare da quella parte, a braccetto di un regime autoritario sopravvissuto alle altre dittature fasciste – con l’aiuto delle quali era stato messo in piedi – solo perché si era potuto sfilare dalla Seconda Guerra Mondiale, sia pure a prezzo di un’ecatombe nazionale, ecco, questo è un boccone già più amaro da digerire. Eppure, almeno in Spagna, la guerra l’hanno per davvero vinta “loro”. Scriveva Camus, nel ‘46: «in questo mondo, che si dice liberato, esiste un paese dal quale distogliamo ostinatamente lo sguardo» - un paese in cui, in ragione del comune anticomunismo, si era finito per accettare di buon grado il governo di un tale che, in circostanze diverse, avrebbe conosciuto il gabbio nella sua Norimberga. A un’intera generazione, scrive sempre Camus, la Spagna ha dimostrato che si poteva avere una buona ragione per combattere e ciò nonostante perdere lo stesso, che la forza poteva schiacciare l’ideale; ai sopravvissuti, aggiungo io, insegna che non sempre arrivano i nostri a riportare la libertà, anzi, che i tiranni di ieri possono diventare gli alleati di oggi dopo che si è proceduto ad un nuovo nomos della terra (e un brivido scorre lungo la schiena immaginando una possibile soluzione analoga anche per l’Italia, se Mussolini non avesse avuto la fregola di buttare i suoi morti sul tavolo della pace e spezzare le reni alla Grecia).

Il mito della guerra di Spagna è tutto racchiuso nel concitato appello che il deputato repubblicano Fernando Valera lanciò da Radio Madrid nei primi giorni di assedio da parte dei franchisti: «qui a Madrid passa la frontiera mondiale tra la Libertà e la Schiavitù. Qui a Madrid due civiltà, fra loro incompatibili, si affrontano in una grande battaglia: l’amore contro l’odio, la pace contro la guerra, la fratellanza di Cristo contro la tirannide della Chiesa... Questa è Madrid. Essa combatte per la Spagna, per l’Umanità, per la Giustizia, e col manto del suo sangue protegge tutti gli esseri umani!». Certo, bisogna fare la tara della retorica: i proclami dei Falangisti sono spesso drammaticamente speculari. Però queste parole ci ricordano di un tempo in cui i “foreign fighters” non avevano l’aspetto truce di Jihadi John, ma quello di Carlo Rosselli (ucciso giusto ottant'anni fa dai nonni di quelli che oggi stanno facendo cagnara in Senato sullo ius soli) e degli altri che come lui hanno sentito l’esigenza di portare laggiù una battaglia per la libertà che nelle rispettive patrie in quel momento non era praticabile. E anche le voci parzialmente dissonanti – quelle degli Orwell, delle Simone Weil – sono voci di chi al fronte c’è comunque andato, l’ha conosciuto, ci si è sporcato le mani, non gli strali di chi spara sulle ong dal salotto di casa per tirare su di mezzo punto i propri sondaggi – e proprio per questo sono anch’esse testimonianze preziose, rivelatrici di un autentico tormento, di una questione perennemente aperta. Non credo sia un caso se alcune delle cose più belle che abbia mai letto sono legate alla guerra di Spagna (ne cito solo due: Soldati di Salamina di Javier Cercas e L’antimonio di Sciascia). Per questo, alla fine, mi sono deciso e ho cominciato a documentarmi sul serio. Ed eccoci, appunto, al libro: in questo poderoso volume pubblicato nel 1961 da un allora giovanissimo storico inglese, forse la prima ricostruzione organica dei fatti di Spagna (che ora credo si trovi solo più nelle biblioteche), si rivivono tutte le contraddizioni di una vicenda seguita quasi cronachisticamente, giorno per giorno, nel tentativo di portare alla luce “l’antropologia politica” che emerge da quegli eventi. É un libro pieno di storie, di aneddoti, di parole che spesso sono raccolte quasi in presa diretta e anche per questo non privo di lungaggini. Esistono delle ricostruzioni più recenti che saranno sicuramente più aggiornate, più compatte e anche più equilibrate e distaccate di questa. Ma proprio questo è il punto. É tutt’altra cosa scrivere un libro sulla guerra di Spagna ora oppure scriverlo quando Franco era ancora al potere. Dopo oltre 600 fittissime pagine, «la Spagna soffre ancora». E niente, è questa la morale.



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Hugh Thomas
Storia della guerra civile spagnola
(ed. Einaudi, 1963)

Trad. di P. Bernardini Mazzolla

691 pp.

(ed. or., The Spanish Civil War, 1961)

mercoledì 31 maggio 2017

Il potere e la gloria

A pensarci bene, se ci mettessero le mani sopra un Rodriguez o un Tarantino, tra preti ubriaconi e rinnegati, poliziotti filosofeggianti, sangue, merda e tanti, tantissimi messicani, potrebbe venirne fuori un bel western dei loro. Graham Greene l’aveva pensato però in maniera diversa, come una sorta di parabola, svolgimento narrativo di un’idea che doveva essere particolarmente cara a San Paolo, perché ci ritorna spesso in quelle sue esperienze pastorali troppo facilmente ridotte a dottrina – l’idea, intendo, per cui il vangelo che annuncia è come un «tesoro in vasi di creta», in quanto affidato a persone fragili, scelte appositamente da Dio per confondere i forti e i sapienti di questo mondo. Certo, la location è ben definita: il Messico postrivoluzionario delle persecuzioni anticlericali degli anni ’20-’30, ma la storia potrebbe tranquillamente svolgersi in un futuro mondo secolarizzato in cui il rito cristiano non abbia più significato del brivido inconsapevole e atavico procurato da un gatto nero quando ci taglia la strada. Il protagonista, del resto, non ha un nome, e neppure un volto ben definito, se è vero che i suoi stessi persecutori non lo riconoscono dalle foto appese nelle loro centrali. La sua condizione è scolpita nell’etichetta caricaturale di “prete dell’acquavite”, cui deve la sua torbida fama: quella di un perseguitato che continua ad attraversare clandestinamente il paese, cedendo spesso al vizio del bere e occasionalmente a quello del sesso, schiacciato dal peso della sua indegnità, «conscio della propria disperata insufficienza» e ciò nonostante pervicacemente impegnato a riattivare il culto nei luoghi in cui di volta in volta sosta, per mezze giornate o poco più, destando al tempo stesso conforto e preoccupazione nella gente (su cui le autorità spesso e volentieri infieriscono per ritorsione quando scoprono che l’hanno ospitato). Non si capisce bene se lo faccia per rassegnazione, superstizione, senso del dovere o perché animato da una sincera vocazione – e forse proprio in questo guazzabuglio sta il fascino di un personaggio nè canaglia nè martire. Il quale sa benissimo di offrire una pessima testimonianza a un messaggio che ormai egli stesso stenta a capire: in mancanza di altri preti, i bambini «da lui avrebbero preso le loro idee sulla religione Ma era pure da lui che prendevano Dio sulle loro bocche... Senza di lui, sarebbe stato come se in tutto quello spazio tra il mare e le montagne Dio avesse cessato di esistere». Ecco perché sarebbe forse più opportuno tradurre il titolo con La potenza e la gloria, riecheggiando la formula liturgica che sta tra il Padre Nostro e il segno di pace durante la Messa, alle soglie della comunione. Quella potenza che accetta, appunto, di farsi toccare e consacrare da fragili mani umane, non importa quanto sozze (benché lavate, ritualmente, dal chierichetto di turno).

Certo, per chi crede, qui è racchiuso un mistero profondo. Ma si manifesta anche un possibile paradosso tutto cattolico. «Non poteva più sentire nessun significato in preghiere simili; l’Ostia era un’altra cosa: metterla tra le labbra d’un uomo morente, era come mettervi Dio. Quella era un fatto, qualche cosa che si poteva toccare, ma questa era soltanto una pia aspirazione. Perché Qualcuno avrebbe dovuto ascoltare le sue preghiere? Il peccato era una forza che impediva loro di salire: egli poteva sentire le proprie preghiere grevi come il cibo indigesto nel proprio corpo, incapaci di evasione». Questo oggettivismo esasperato, per cui Dio c’è davvero solo dove c’è un suo ministro, sia pure inadempiente, solo dove ci sono il pane e il vino, rischia di farci scivolare davvero verso la pura magia devozionale. Siamo fragili, d’accordo. Ma Paolo stesso aggiunge che il nostro corpo è anche «tempio dello Spirito». Hai voglia a ingozzarlo di ostie: se non c’è conversione, anche il pane eucaristico finisce nella latrina, esattamente come il lievito dei farisei. Per questo, a mio avviso, il momento più alto del libro è quando il prete trascorre una notte in prigione, questo luogo «molto simile al mondo: traboccante di lussuria, di crimini e d’amore infelice; pieno di fetore; (...) la gente si aggrappava a quanto poteva esser causa di piacere e di orgoglio, in mezzo a stenti e in un ambiente sgradevole; non c’era tempo di fare qualche cosa che valesse la pena di fare, e si sognava sempre di evadere». Qui, in mezzo agli assassini, «delinquente, in mezzo a un’orda di delinquenti», il nostro prova per la prima volta un sentimento che non aveva mai sperimentato quando organizzava le riunioni della parrocchia e la gente faceva la coda per baciargli la stola, ai bei tempi in cui era credente per abitudine e commetteva solo peccatucci veniali. «Allora, nella sua innocenza, egli non aveva provato amore per nessuno: ora, nella sua corruzione, aveva imparato a...». La frase resta sospesa. Eppura solo qui, libero dal paraocchi perbenista di chi divide il mondo in santi e peccatori, il prete, senza assolvere se stesso, capisce che non può neppure condannare gli altri e che l’odio è «semplicemente una mancanza di immaginazione». Sul Golgota, in mezzo ai ladroni, non fa più prediche. Il mattino dopo lo costringeranno a lavare i bagni della prigione: in quel gesto umile e inutile di pulizia della lordura degli ultimi eccolo dare finalmente senso e concretezza storica all’atto che celebra sull’altare. Anche se, forse, non se ne rende conto. La consapevolezza di ciò lo sfiora appena. Se l’avesse capito, del resto, sarebbe diventato l’eroe che non è.

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Graham Greene
Il potere e la gloria
(ed. Mondadori, 1990)

Trad. di E. Vittorini

308 pp., 13.000 lire (oggi 9 €)

(ed. or., The Power and the Glory, 1940)


giovedì 4 maggio 2017

Madre notte

Nel 1961 si celebra a Gerusalemme il processo ad Adolf Eichmann. Hannah Arendt, com’è noto, ne ricava un libro pensoso, celebre e discusso. Un promettente scrittore di fantascienza ne trae invece lo spunto per immaginarsene un altro, di processo, un po’ più problematico e paradossale (e così facendo, effettua la sua prima sortita in un genere letterario talmente particolare che per certi aspetti nasce e muore con lui). Al gabbio troviamo qui Howard W. Campbell, che di nascita è americano, ma emigra con la famiglia in Germania negli anni ’20 e finisce a lavorare per il ministero della Propaganda del Terzo Reich, dove diventa titolare di una rubrica radiofonica che smercia al pubblico anglofono tutto il becerume ideologico nazista. Il fatto è che quest’uomo d’apparato, dalle velleità letterarie e con un oggettivo talento da imbonitore, è al tempo stesso una spia americana, nei cui sproloqui pubblici si annidano messaggi cifrati per i comandi Alleati. Ha solo un problema: non lo può dimostrare – e non lo potrà dimostrare neanche dopo la guerra, da cui esce senza un graffio, ma anche senza medaglie, con una ferita nel cuore e una reputazione compromessa che lo costringe a una vita di sostanziale autosegregazione nel cuore di New York. Su questo paradosso si regge un primo livello di lettura. «Come speaker radiofonico – dice a un certo punto il nostro protagonista – avevo sperato di essere soltanto ridicolo, ma viviamo in un mondo in cui essere ridicoli non è facile; ci sono troppi esseri umani che non vogliono ridere, che non riescono a pensare; vogliono soltanto credere, arrabbiarsi, odiare. Troppa gente aveva voluto credere in me». E così, una cosa iniziata senza particolare malizia diventa di fatto aperto collaborazionismo. Vonnegut stesso esplicita la morale della favola con una formula che sembra un gioco di parole, ma se ci pensi un attimo è un frammento di lucida verità: «noi siamo quello che facciamo finta di essere, sicché dobbiamo stare molto attenti a quel che facciamo finta di essere» (Campbell non è il solo che più o meno consapevolmente finge di essere qualcun altro, in questo libro; Eichmann stesso a un certo punto compare nella storia, e con poche micidiali battute se ne fa emergere tutta la sua sconfinata mediocrità: possibile che la parte che ci troviamo a interpretare nella commedia della vita, che è a suo modo una fiction, una narrazione, possa avere conseguenze materiali tanto devastanti sui nostri simili? Sì, ed è spaventoso: pensate alle ricadute concrete che ha sulle persone la scelta di battere su un certo tema per pura tattica politica, mica perché ci si crede davvero, ma solo per continuare a essere “qualcuno”: «se avesse cominciato a disfarsi di tutti quegli omicidi, allora sarebbe scomparso anche Eichmann, cioè l’idea che Eichmann aveva di se stesso». Se levi la felpa a Salvini, dentro non c'è nulla).

Su questa premessa si imbastisce una specie di farsesca spy-story in cui entra in scena tutto un sottobosco di personaggi che fanno il paio coi nazisti dell’Illinois (solo che qui si chiamano Guardia di ferro dei figli bianchi della costituzione americana, ed è tutto detto). Basta il ritratto del loro leader per capirci: un reverendo odontotecnico che scrive saggi per dimostrare scientificamente che la mascella di Cristo quale si può ricostruire dai suoi ritratti non può essere una mascella di tipo ebraico, dunque Cristo non è ebreo... Ed è qui che, con la leggerezza di chi sembra che stia allestendo solo una scanzonata commedia noir, Vonnegut restituisce una micidiale fenomenologia della personalità autoritaria quale la possiamo ritrovare quotidianamente sotto i nostri occhi nei babbei che si fanno il servizio fotografico al Cara di Mineo o negli studenti fuori corso che, dall’alto della loro nullità, si preparano a diventare premier di questo scalcagnato paese (e in tutti i rispettivi adoranti seguaci, beninteso, che disprezzano lo studio perché non capiscono la complessità del reale e dicono, a te!, “ma documentati, va” quando hanno un’unica, oracolare, fonte di informazione). La loro mentalità, «può paragonarsi a un sistema di ruote dentate con dei denti mancanti, uno qua e uno là. Un meccanismo di pensiero così sdentato, guidato da una libido media, o anche sotto la media, ruota su se stesso con la medesima sussultante, rumorosa, vistosa inutilità che avrebbe all’inferno un orologio a cucù. (...) Quel che più spaventa in una mentalità totalitaria di stampo classico è che una qualsiasi ruota dentata, anche se mutilata, presenta sempre, lungo la sua circonferenza, tratti di denti interi che si conservano a lungo senza morchie e possono funzionare senza alcuna imperfezione. Da qui l’orologio a cucù che segna il tempo all’inferno... scandisce regolarmente il tempo per otto minuti e ventitré secondi, poi scatta in avanti di quattordici minuti, quindi riprende a battere perfettamente per sei secondi, e poi ne salta due, riprende a funzionare perfettamente per due ore e un secondo, e poi scatta in avanti di un anno. I denti mancanti sono, naturalmente, delle verità molto semplici, ovvie addirittura, verità che nella più parte dei casi le capirebbe anche un ragazzino di dieci anni. La volontaria eliminazione dei denti della ruota, l’ostinata volontà di agire pur senza possedere alcune informazioni elementari...». La logica ferrea dell’illogicità, che non accetta critiche perché non è neanche in grado di capirle. Non c’è niente da aggiungere. Ps. Anzi, una cosa da aggiungere c’è. Questa frase: «Ci sono centinaia di buoni motivi per combattere ma neanche uno per odiare senza riserve, e per credere che Dio onnipotente sia d’accordo con noi. Dov’è il male? É quella parte di ogni uomo che vuole odiare a tutti i costi, che vuole odiare e avere anche Dio dalla sua. É quella parte di ogni uomo che trova tanto attraente qualsiasi genere di brutalità. É la parte di ogni imbecille che vuole punire, avvilire, e gode a fare la guerra».


Ho parlato di


Kurt Vonnegut
Madre notte
(ed. Feltrinelli, 2013)

Trad. di L. Ballerini

224 p., 7,50 €

(ed. or., Mother Night, 1961)

lunedì 24 aprile 2017

Sindone. Storia e leggende di una reliquia controversa

Umberto Eco aveva coniato l’espressione “filosofi di quarta dimensione” per indicare quei personaggi pittoreschi sinceramente convinti di avere trovato le risposte a tutti gli enigmi del cosmo e altrettanto sinceramente sorpresi del fatto che nessuno chissà perché desse mai loro retta. Questo libro ci mostra che esistono anche certi “scienziati di quarta dimensione”: sono quelli, per dire, che – dando per assodato ciò che invece dovrebbe essere dimostrato (nella fattispecie: che l’immagine della Sindone non possa essere stata realizzata in modo naturale, ma sia per forza un miracolo) – ipotizzano microscopici big bang nella quiete del Santo Sepolcro o ritengono di rilevare alterazioni del campo elettromagnetico in una stanza se vi si introduce una riproduzione del sacro lino. Del resto, la sindonologia è una scienza ben bizzarra: ha per oggetto un pezzo unico (ma già Aristotele osservava che degli enti singolari non si dà scienza), di cui i più parlano per interposti esperimenti, dato che sono pochissimi coloro che hanno potuto davvero esaminarla (e, tra questi, anche falsari e pasticcioni). L’autore più volte sembra quasi sul punto di scusarsi se si sofferma su argomenti inconsistenti (che pure formano un divertente repertorio di stramberie), ma riscatta subito il senso di colpa facendoci capire che, se a noi è riservato solo il riassunto, lui se l’è dovuta sorbire tutta per intero questa letteratura tendenzialmente inverosimile che pure ha una circolazione e, in certi ambienti, perfino una credibilità. Ora, io dico, le reliquie hanno una loro logica nel cristianesimo perché ci richiamano all’imprescindibile concretezza storica della nostra fede: se però ne facciamo dei gadget miracolosi se ne perde completamente il senso. Il miracolo sta nel Dio che si fa comunissima carne, e che come tale andrebbe trattata, con tutto il suo carico di paradossale normalità, non in una carne che si fa Dio e genera curiosi effetti speciali. E noto qui un’immaturità irrisolta nella chiesa cattolica, che non sempre riesce a conciliare il piano intellettuale con quello pastorale, dove è spesso prigioniera di logiche desuete, per cui, se tra persone serie ammette che quello conservato a Torino non è l’autentico sudario di Cristo, poi lascia volentieri che il “popolo” pensi che sia proprio quello (e pazienza se ce ne sono altri analoghi sparsi in tutta Europa). Che poi, a ben vedere, di unico la Sindone in effetti qualcosa ce l’ha. É forse l’unica reliquia che, anziché essere dapprima venerata come autentica e poi smascherata in tempi più recenti, è stata sin da subito dichiarata falsa da un vescovo e un papa medievali (sia pure di fedeltà avignonese) per poi essere riabilitata negli ultimi decenni – vessillo di una reazione antimodernista che, come le capita spesso, si inventa una tradizione là dove non c’è per poi farne il proprio idolo. Sfatando questi accomodanti racconti, Nicolotti ricostruisce con molta verosimiglianza un percorso che non può risalire oltre la metà del ‘300, quando quella che noi oggi chiamiamo appunto Sindone compare per la prima volta nella collegiata di Lirey, in Borgogna – e non tanto perché quella sia più o meno la soglia indicata dalle datazioni al radiocarbonio, ma – più umilmente – perché fin lì ci permettono di arrivare i documenti che abbiamo a disposizione. É un viaggio affascinante, in cui si imparano un sacco di cose, ma soprattutto ad applicare con rigore un efficace metodo di ricerca. Insomma, non bastano le “scienze dure” se non se ne sa fare un buon uso (mentre tra un filologo, uno storico, un paleontologo e un fisico, se sono seri, non c’è poi in realtà tutta quella gran differenza che si può immaginare).

Ho parlato di


Andrea Nicolotti
Sindone. Storia e leggende di una reliquia controversa
(ed. Einaudi, 2015)

X-370 pp., rilegato, 32 €

mercoledì 12 aprile 2017

Pastorale Americana

Con vent’anni di ritardo capisco finalmente anch’io perchè tutte le volte Roth entra papa nel conclave di Stoccolma e un po’ meno perché ne esce sempre e solo cardinale. Forse perché la storia è davvero inconcludente e farsesca, come ci insegna questo romanzo, che – ironia nell’ironia – ha un protagonista soprannominato lo Svedese. Il quale, peraltro, di svedese ha solo la mascella vichinga: ebreo di Newark, polisportivo con preferenza per il football, il nostro eroe calza il suo essere americano come uno dei guanti preparati a regola d’arte nella fabbrica ereditata dal padre e portata avanti con passione una volta subentratogli nella direzione (a tratti, sembra di sentire parlare il Faussone di Primo Levi). Un uomo così, capace – si dice a un certo punto – di “amoreggiare con la propria vita”, sarebbe stato perfetto nei panni di Capitan America, se la guerra non lo avesse appena sfiorato, così come la futura moglie sfiorerà a sua volta, nel ‘49, il titolo di Miss America, dopo essere stata eletta reginetta del New Jersey – lei che invece è cattolica e di origine irlandese. A raccontarla così sembra un’oleografia, l’incipit di una storia senz’anima, patinata come una rivista illustrata dedicata agli hobby tipici dell’american way of life, stucchevole come un santino sulla vita di Giovannino Semedimela, che non per nulla lo Svedese elegge a proprio modello di vita. E probabilmente verrebbe fuori proprio una storia di barbecue, tacchini e palle da baseball, se Roth non si cimentasse nel crudele esercizio di offrire profondità alla superficie pura dell’immagine, proiettando attraverso il prisma di una vicenda personale la parabola storica dell’America tutta, la cui autorappresentazione vincente sbiadisce progressivamente come i colori di una vecchia foto, fin quasi a rendersi irriconoscibile. Ciò che più colpisce è la totale padronanza che Roth dimostra della scrittura, con quel suo continuo andirivieni lungo un asse temporale che ha il suo cuore nel periodo compreso tra Hiroshima e il Watergate, in cui motivi appena accennati all’inizio dell’opera ritornano con il fragore di un ampio movimento a pagine e pagine di distanza, senza mai perdere il controllo di un racconto che, invece, sta proprio lì a dirci che nella storia non c’è mai davvero nulla di controllabile. «Essere vissuti: e in questo paese, nel nostro tempo, e da quelli che eravamo. Stupefacente» - questa sarebbe dovuta essere la morale della favola, pregustata nei giorni inebrianti del dopoguerra. E invece, «in un modo assolutamente inverosimile, ciò che non avrebbe dovuto accadere era accaduto e ciò che avrebbe dovuto accadere non era accaduto». Tollerante, aperto, pieno di premure verso la famiglia, innamorato del suo paese, icona di una vita “come si deve” e sinceramente incapace di comprendere le ragioni di chi la rifiuta, a cominciare dalla figlia divenuta bombarola negli anni del Vietnam, lo Svedese scopre poco per volta, suo malgrado, «che siamo tutti in balia di qualcosa di impazzito», che «tutto è orribile», che l’identità che uno faticosamente cerca di costruirsi mediando fra le generazioni non è che una parodia di integrità, sotto cui ribolle un irresponsabile e indefinibile caos: «la gente, dappertutto, si alzava in piedi urlando: - Questa persona sono io! Questa persona sono io! – Ogni volta che li guardavi si alzavano e ti dicevano chi erano, e la verità era che non avevano, non più di quanto l’avesse lui, la minima idea di chi o che cosa fossero. Credevano anche loro ai segnali che lanciavano». Per questo, pur essendo un libro lucidamente pieno di America – con lo Svedese a giocare in vitro la parte che è stata di Kennedy nella coscienza nazionale – questo non è solo un libro sull’America. É la storia di come tutto può sfuggire di mano, senza che si riesca a far niente per evitarlo: «aveva creduto che per la maggior parte fosse ordine e che solo una piccola parte fosse disordine. Aveva capito a rovescio».

Ho parlato di


Philip Roth
Pastorale americana
(ed. Einaudi, 2007)

trad. di V. Mantovani

462 pp., brossura, 14 €

(ed. or. American Pastoral, 1997)