venerdì 9 febbraio 2018

Un breve viaggio e altre storie

Fu Umberto Eco a definire Paolo Rossi, in occasione della sua morte, «“il” grande studioso della memoria». Con buone ragioni, perché “questo” Paolo Rossi sarà ancora letto per i suoi pionieristici studi sulla mnemotecnica quando si offuscherà il ricordo del Pablito di Spagna ‘82 e di lui si occuperanno solo più quei calciofili eruditi che oggi ti saprebbero spiegare chi era, per dire, Angelo Schiavio. Ma anche perché di memoria Rossi è tornato a occuparsi, a più riprese e da altre angolature, ancora in età avanzata (se ne andò quasi novantenne, nel 2012), in una serie di appassionati contributi che, parzialmente raccolti in questo volume, si configurano quasi come una sorta di suo testamento intellettuale.

La lucida consapevolezza che memoria umana è uno strumento «meraviglioso ma fallace» indusse coraggiosamente Primo Levi a non volersi presentare solo come un reduce quando ragionava su come si fosse arrivati ai lager. Oggi che siamo nuovamente intossicati da falsi miti storici a cui rischiamo un po' tutti di abboccare è quantomai urgente un'opera di chirurgica disinfestazione operata anzitutto attraverso il bisturi dell'indagine storica: «la storia e la memoria collettiva – scrive infatti Rossi – possono essere pensate come i due corni di un’antinomia: dove i progressi della storiografia fanno continuamente arretrare il passato immaginario che è stato costruito dalla memoria collettiva». Un esempio? Il mito del “lungo viaggio” (come lo definì Ruggero Zangrandi), secondo cui una generazione intera di intellettuali, dopo anni di militanza semiclandestina, nicodemismo, fronda sofferta e mascherata opposizione, sarebbe infine approdata all'agognata liberazione per cui tanto avrebbe lavorato in segreto durante il Regime fascista (talmente in segreto che nessuno, e men che meno il Regime stesso, mai se ne accorse). Nient’altro che una razionalizzazione a posteriori, in tutt’altro contesto, di quello che fu, nell’ipotesi migliore, un sostanziale conformismo. «Quel viaggio assomigliò, nella stragrande maggioranza dei casi, al precipitoso scendere da un treno, che confusamente si percepiva avviato al disastro, per salire in fretta su un altro, il quale sembrava offrire speranze, unire uomini di buona volontà». Così, se si confrontano gli scritti che insospettabili filosofi diedero alle stampe negli anni ’30 con quelli licenziati intorno al ’68 si possono constatare curiose continuità di pensiero, sia pure adornate con una diversa retorica. Ci si convinse in buona fede di essere sempre stati antifascisti, ma si era solo cambiato il colore della giacchetta.

Quelli della mia categoria ci cascano spesso, e non di rado si occupano del passato solo per trovare conferme ai propri convincimenti, tanto da far dire a Rossi che «la bellezza del lavoro dello storico consiste principalmente nell’arte di ingarbugliare le favole raccontate dai filosofi». Qui vien fuori in modo magistrale lo stile di chi, abituato a misurarsi con le sfumature dei testi, scopre che il passato assomiglia, spesso e volentieri, a «un’animata discussione nella quale più persone parlano contemporaneamente cambiando spesso interlocutore», assai distante dai mono-loghi entro cui si vorrebbero racchiudere intere “epoche”, come piace fare agli sciamani che discettano di “età” e di “destini”. «Ai “grandi racconti” dei filosofi c’è una sola tesi da contrapporre: quella della varietà che è irriducibile all’unità, quella del totale non-senso della riduzione a unità di tutto ciò che accade. Bisogna in primo luogo riaffermare che non è affatto vero (e tantomeno ovvio) che ogni età sia caratterizzata da un paradigma dominante. (...) Il dialogo critico fra teorie, tradizioni, metafisiche, ideologie, immagini del sapere, metodi di ricerca è stato sempre ed è tuttora - al contrario - continuo, insistente, reale (…) Non è proprio questa varietà, questa fitta conversazione a caratterizzare (nell’esperienza di ciascuno di noi) ciò che è accaduto negli anni trascorsi, sta ora accadendo e presumibilmente accadrà nei prossimi decenni?». 

Tale incessante conversazione costituisce, in particolare, per Rossi, il contrassegno della civiltà europea in quanto luogo in cui il pluralismo è stato riconosciuto e accolto come un valore irrinunciabile. E in nome del quale, senza per questo negare gli orrori che siamo stati capaci di produrre in giro per il mondo, si deve evitare di soccombere alla logica binaria amico/nemico operante a vario titolo in tante teorie anti-eurocentriche (perché, insomma, Carl Schmitt sarà stato anche un bravo pensatore, ma era pur sempre un nazista e dire, semplicemente e unilateralmente, “noi cattivi, voi buoni” è solo il rovescio della medaglia del razzismo). «La nostra civiltà non è né un’unità indifferenziata né una totalità omogenea: in essa si sono svolti e si svolgono alienazioni e lotte per la libertà, cedimenti morali e combattimenti per la verità, conformismi e ribellioni, mistificazioni e analisi lucide. In essa hanno trovato posto sia il colonialismo sia il relativismo culturale, sia il razzismo e i pogrom e la Shoah sia la tesi dell’equivalenza delle culture e del relativismo culturale. Dentro le società che l’Occidente ha costruito sono nati gli ideali della tolleranza e della limitazione alla violenza; si è anche affacciata - forse per la prima volta nella storia del mondo - l’idea che fosse possibile guardarsi dal di fuori, far finta di essere Persiani in visita a Parigi, l’idea che fosse addirittura possibile che gli altri fossero migliori di noi».

Il che esclude di approdare a esiti identitaristi (poiché l’identità è articolata), ma anche di annacquare tutto in un generico e superficiale volemose bene. Al contrario, Rossi denuncia con fermezza il pacifismo che si fa connivente con il terrorismo come un tempo lo fu con lo stalinismo e rilancia ostinatamente il sogno kantiano di una progressiva riduzione della violenza, sostenendo però che per arrivarci può essere necessario passare anche attraverso le forche caudine della “guerra giusta”, «quella che vede contrapposti a guerrieri uomini i quali non credono che la guerra rappresenti un valore, detestano la violenza, non credono che la violenza sia da impiegare neppure per dar vita a un paradiso sulla Terra e che, tuttavia, sono costretti a combattere». La Resistenza, in fondo, è stata proprio questo. Siamo dalle parti di Bobbio, del Bobbio più problematico che ragiona sulla liceità della prima guerra del Golfo, ma forse – più ancora – dalle parti di chi rifiuta l’apocalisse anticipata e la convinzione che il tempo storico sià già il tempo della mietitura e della discriminazione decisiva di Bene e Male (“guerra giusta” non significa affatto “qui buoni, là canaglie”, come la intendono i Bush e i Trump, ma cercare di rispondere a questa semplice domanda: un eventuale mio intervento può ridurre significativamente la violenza attualmente in corso? – che non è poi nient’altro che l’opposto dell’omertà). «Viviamo in un mondo nel quale molti credono che esprimere indignazione sia sinonimo di senso critico e di intelligenza (...). Essendoci lasciati alle spalle un secolo pieno di conquiste e anche di indicibili orrori e violenze, dopo una montagna di errori compiuti, stanno ora davanti a noi, come ideali mete da raggiungere, il senso della caducità delle cose umane, la pazienza e l’indulgenza, la prudenza, la scepsi, il rifiuto della tentazione del tutto o niente». Infatti, «solo i se e i ma aprono le porte al mondo della ragione, coincidono con esso. Quello slogan, come minimo, nega l’utilità delle posizioni avversative o dei disaccordi, esprime un atteggiamento non facile da accettare e pericoloso da diffondere: significa che, con quelli che non la pensano come noi, non si vuole discutere, che è del tutto inutile farlo, che neppure si vuole tentare di farlo». La tentazione di affermare, col ditino puntato, “sono animali, sono fascisti, sono decerebrati” attesta una forma di sudditanza ai loro stessi schemi di pensiero (chiamiamolo così): se vogliamo essere davvero diversi, bisogna avere il coraggio di smarcarsene (anche se costa, se hai di fronte Salvini: ma è questa assuefazione all’ipersemplificazione che li nutre e li rafforza).

«Lo scrivere storie» tuttavia «ha indubbiamente a che fare non solo con la curiosità, ma anche con la pietà», con l’umanissimo desiderio di sottrarre qualcosa di meritevole all’annientamento del tempo e con l’amore sincero per i luoghi dei nostri padri su cui è fiorita la nostra esistenza – e che va tutelato dall’appropriazione indecente di chi si avvolge nel tricolore per giustificare atti di terrorismo e di pura violenza. Di tutti i ricordi di giovinezza che, invecchiando, si rende conto di rievocare con sempre maggior frequenza, Rossi ne sceglie uno in particolare: quando, renitente alla leva di Salò, nell’Umbria ancora occupata del ’44, si rivolse a una famiglia di amici degli amici per essere accolto e nascosto, e venne da questi preso in casa senza condizioni e sulla fiducia. «Non avendo combattuto, sugli anni della guerra - a differenza di molti miei coetanei e amici - non ho nulla di straordinario o di eroico da raccontare. Di eroico c’è stata, ai miei occhi, la facilità con la quale, come moltissimi altri, ricevetti aiuto da persone sconosciute». Ricordiamoci (appunto) che, se vogliamo, possiamo anche essere degni eredi di queste persone e non solo di quelli che andavano rastrellando paesi in camicia nera. E – soprattutto – che se davvero ci interessa qualcosa come la patria, se ancora esiste è solo grazie ai primi e non certo ai secondi.

Ho parlato di


Paolo Rossi
Un breve viaggio e altre storie.
Le guerre, gli uomini, la memoria
(Raffaello Cortina, Milano 2012)

190 pp., 13 €

mercoledì 17 gennaio 2018

Ferro e fuoco

Ammetto che dieci anni fa, quando questo libro uscì, non avevo quasi nessuna idea del fatto che nel mio paese esistessero zone in cui la malavita di pura razza bianca faceva ottimi affari sfruttando la manodopera immigrata nei campi di pomodori in condizione di semischiavitù. Imparai a distinguere il significato odierno di parole come “caporale” e “caporalato” credo solo dopo i fatti di Rosarno, che risalgono però al 2010. Dico questo perché l’effetto che una lettura come questa avrebbe potuto avere allora sul sottoscritto sarebbe stato sicuramente più dirompente di quanto non lo sia stato oggi, quando purtroppo siamo quasi assuefatti a fenomeni come quelli che qui vengono denunciati. Senza troppe prediche, peraltro, perché questo romanzo è tante cose, ma di certo non un polpettone retorico. Ho letto che è stato paragonato da molti a un un western di frontiera, e ci sta: per la spietatezza dei rapporti umani e familiari che vi sono ritratti, per il grilletto facile dei personaggi (tra cui un gangster che non esita a gettare i nemici in pasto ai suoi viziati rottweiler), per il sangue che scorre a fiumi e anche, non da ultimo, per il caldo soffocante che è mediterraneo ma potrebbe tranquillamente essere messicano (i fichi d’India che caratterizzano le scene in esterna, del resto, arrivano proprio da lì). Ci troviamo invece da qualche parte ai piedi del Gargano, ai margini della Foresta Umbra. «Terra magica, lasciatevelo dire. So’ jute per il mondo, modestia a parte. Ho visto la Spagna, la Germania... e pure l’America, se è per questo. Ma nessuna parte assemegghje a quaggiù. Certi profumi, signori, profumi come quelli dei meli nostri, dei mandorli nostri, non li troverete da nessuna altra parte. Nensignori, mai accussì! A bàsce u’ Salento boschi come i nostri manco se li sognano, e sarebbe ora che qualcuno ce lo spiegasse, a quille quatte mmerde dei nostri politici, che ‘ntr’u Gargane non ci sta soltanto a Padre Pio...». Belle parole da dépliant turistico: peccato che quei boschi vadano continuamente a fuoco durante la storia. E poi Padre Pio è davvero una presenza costante e quasi ossessiva, nei riquadretti delle case, esattamente come lo è la musica di Gigi d’Alessio, che ritorna di continuo persino nelle suonerie tamarre dei cellulari.

Un western, dunque. Ma anche, per certi aspetti, un road movie, un romanzo criminale, una storia di mafia, una pulp fiction (con tanto di grotteschi sicari che sembrano usciti da un episodio di Fargo). Tutto ruota intorno all’omicidio di una ragazza romena che vive in una baraccopoli costruita ai margini delle piantagioni e le cui conseguenze influiscono profondamente sui destini dei vari protagonisti, perché l’apparente delitto passionale nasconde spesso e volentieri una realtà un po’ più intricata. Si tratta in fondo della consolidata e ancora valida lezione di Sciascia. Meno pretenziosamente e prima di Lagioia, Di Monopoli gioca curiosamente con le stesse allitterazioni (là ferocia, qui ferro e fuoco) per raccontare una Puglia devastata e truce, quella “terra di dove finisce la terra” che però è proprio lì dietro l’angolo. C’è un personaggio, un’insegnante di origine salentina che sta tornando a casa, a Modena, e si ritrova suo malgrado invischiata in questa storia mentre risale lungo l’Adriatica. Non c’entra nulla con quello che è successo; entra nella vicenda, ne esce, e in fondo non si rende mai pienamente conto di che cosa l’abbia sfiorata e di cosa ci sia dietro la sua disavventura. É un po’ la controfigura di noi lettori ingenui che pensiamo che certe cose non possano realmente accadere, non qui, non da noi, e che, anche quando, per un motivo o per l’altro, ci sbattiamo contro, continuiamo a non capirci granché, anche se siamo professori di liceo.

Ho parlato di




Omar di Monopoli
Ferro e fuoco
(Isbn, 2008)

123 pp., 14 €

giovedì 4 gennaio 2018

1917. L'anno della rivoluzione


Abbiamo appeso il nuovo calendario appena tre giorni fa e ho sentito ricordare già almeno un paio di volte che questo sarà l’anno del centenario della vittoria nella Grande Guerra. E allora permettetemi di fare ancora un passetto indietro, perché prima del 1918 c’è pur sempre stato il 1917, di cui questo volume è una sorta di memoriale annalistico, quasi un Libro dei Fatti steso però non da un anodino redattore, ma da un professore che usa come inchiostro il vetriolo e sin dalle prime pagine chiama quella guerra per quello che è stata: «un osceno macello», «una fabbrica di follia», «una guerra in cui il potere, in ogni nazione, manifesta il totale disprezzo della vita dei soldati», «un’eterna attesa di morte, uno stillicidio di cadaveri, in una zona di confine, in cui si muore senza vedere il nemico», e l’alternativa è solo quella tra «morire maciullati dalle bombe del nemico o morire freddati dalle scariche di fucile dei commilitoni», a causa delle ferocissime e del tutto miopi politiche disciplinari ordinate da Alti Comandi irritati perché la loro ostinata partita di Risiko non andava secondo i loro piani. «Pensare quanto hanno tribulato i miei genitori per allevarmi fino a vent’anni e qui con una indifferenza ti mandano al macello», scrive al fratello un fante di Bassano e capisci che una guerra così non può averla davvero vinta nessuno, non scherziamo. Noi come generazione siamo giustamente rimasti shockati dall’enormità dei lager e delle camere a gas, ma non per questo dovremmo mai accettare che allora le trincee e l’iprite, Verdun e l’Ortigara siano cose normali. Per me Cadorna e Goering pari sono e non per nulla i fenomeni della Prima Guerra Mondiale li ritroviamo poi tutti a recitare nuovamente la loro meschina parte, qualche anno più tardi: i Pétain, gli Hindenburg, i Badoglio («un caso incredibile di sopravvalutazione di un personaggio tra i meno gloriosi e i più ambigui del Novecento italiano»). E ti chiedi davvero, quando evocano proprio il centenario del ’18, a quale “composizione della memoria” possano mai pensare i monarchici coinvolti nella traslazione a Vicoforte della salma di Vittorio Emanuele III, che quella guerra ha voluto, ha praticamente imposto al Paese con un colpo di mano, insieme a Sonnino e Salandra, e ha pure formalmente diretto (il re, da Statuto, «comanda tutte le forze di terra e di mare» e «dichiara la guerra»). Ma di cosa state parlando?

Ciò detto, il 1917 merita attenzione, per d’Orsi, perché è l’anno in cui la corda si spezza, «un anno che, lungi dal porre fine al conflitto, si rivelerà il più duro e tragico, ma avvierà processi nuovi, in seno al conflitto stesso e intorno ad esso». Nel momento in cui il potere mostra il suo volto più disumano, semplicemente, non ce la si fa più. Prima che anno di rivoluzione, il 1917 è infatti anno di stanchezza: è questa «la linea rossa» che tiene insieme i fili sparsi di capitoli ordinati cronologicamente e talora, per questo, anche un po’ ripetitivi. Solo che la stanchezza può indirizzarsi spontaneamente su binari diversi. Può tradursi in timidi episodi di diserzione, spesso repressi brutalmente, o in ondate di scioperi, come nelle giornate d’agosto di Torino, quando «le donne, gli uomini, i ragazzi cui viene negato il pane non possono non notare che le pasticcerie offrono biscotti e dolci costosi e prelibati, riservati alle bocche e agli stomaci dei “signori”» (sì, perché la guerra, e quella guerra in particolare, è terribilmente classista: e chi con essa fa lucrosi affari, e per questo la vorrebbe a oltranza, passa per patriota mentre chi non ne può più e, stremato, chiede la pace viene ulteriormente spremuto sul lavoro o magari fucilato come disfattista). Anche Caporetto è figlia di quella stanchezza, esito catastrofico, a sua volta, «di una stolta, e in sostanza criminale, conduzione della guerra da parte di Cadorna e dei suoi collaboratori e subordinati».

Questo amalgama disordinato di esasperazioni serpeggiava in tutta Europa: se trovò il suo precipitato più esplosivo in Russia fu grazie alla presenza di un agente catalizzatore che lo seppe guidare con demiurgica e spregiudicata lucidità. Su questo, d’Orsi non ha dubbi: «la Rivoluzione bolscevica è soprattutto la Rivoluzione di Lenin», al cospetto del quale tutti gli altri personaggi che troviamo sul proscenio appaiono dei comprimari (con buona pace dei pennivendoli italiani che ne parlavano, all’epoca, come di un “omiciattolo” – ma è proprio perchè in Italia «manca un Lenin» che i moti torinesi non diventarono realmente rivoluzionari: i socialisti italiani vengono osteggiati perché neutralisti, ma in realtà se gettano il sasso, poi nascondono la mano e oltre qualche proclama di massima non si spingono mai). Il merito di Lenin fu di aver privilegiato «i fattori soggettivi, la volontà dell’individuo, sui fattori strutturali, che nella lunga stagione del positivismo imperante erano interpretati meccanicisticamente, finendo addirittura, talora, per cancellare l’iniziativa umana, riducendo l’azione politica a una certificazione dello sviluppo delle forze produttive fino alla loro entrata in rotta di collisione con i modi di produzione, secondo la lezione marxiana interpretata in modo pedissequo».

E qui non so, forse mi sbaglierò, ma quale che sia il giudizio storico su Lenin, pare di percepire in questa lettura una nota di speranza rispetto alla possibilità che anche là dove certi processi socio-economici sembrano irrevocabili e incontrollabili, l’azione umana – e dunque la politica – abbia comunque ancora sempre margini di manovra per riaprire degli orizzonti, spezzare delle tendenze, dare un colpo d’ala, scompaginare le carte, smuovere l’inamovibile. E che dunque, persino nell’epicentro di una crisi, sia lecito pensare, ragionare e progettare scenari alternativi, perché le crepe, di tanto in tanto, si aprono e in quel momento lì non hai più tempo e diventa essenziale agire. Anche perché se no ci arrivano prima i fascisti, quelli che tutto deve cambiare perché rimanga tutto com’è. E insomma, buon anno elettorale a tutti.

Ho parlato di



Angelo d'Orsi
1917. L'anno della rivoluzione
(Laterza, 2016)

278 pp, 18 €

domenica 24 dicembre 2017

Le navi dei vichinghi

So per certo che esistono al mondo persone che leggono solo libri fantasy. Sarei curioso di sapere cosa ne penserebbero di un volume come questo, che del fantasy ha molto – più sword che sorcery, d'accordo: o meglio, la sword taglia e affetta con risultati evidenti, la sorcery è invece tutta nella testa delle persone, e noi la chiameremmo piuttosto superstizione, ma c’è pure lei – eppure è a tutti gli effetti un romanzo storico, e anche accurato. Se però la storia è quella del secolo decimo, del tempo cioè in cui Harald Dente Azzurro regnava in Danimarca ed Etelredo in Inghilterra, quando «mancano solo undici anni alla fine del mondo» e «Londra era poca cosa in confronto a Cordova», e se le vicende narrate sono ambientate per lo più in regioni che stanno al di là delle croci innalzate dal grande imperatore Carlo per tenere gli ospiti indesiderati alla larga dai confini del suo impero, ecco che i due piani tendono a sfumare un po’ l'uno nell'altro. D’altronde quella, grosso modo, è proprio l’epoca in cui maturano le grandi saghe cantate dagli scaldi, diventate poi il retroterra più o meno esplicito per tutte le future Terre di Mezzo. La sensazione è un po' quella che si può avere leggendo L'età del bronzo di Eric Shanower, splendido fumetto realistico che racconta la guerra di Troia con sensibilità archeologica e senza interventi divini (anche se, per restare nel medium, il paragone più ovvio sarebbe con Thorgal, che però vira decisamente più sul fantastico e persino sul fantascientifico).

Se però il ritmo riecheggia, anche nelle formule, quello dell'epica, il tono è tutt'altro che serioso. Insomma, ciò di cui qui si parla sono pur sempre razzie, rapimenti, teste mozzate che finiscono nei boccali di birra e massacri assortiti, tuttavia lo si fa con una leggerezza non dico alla Pulp Fiction, ma da spaghetti western, questo sì. Durante una grande festa di nozze organizzata presso i finnici, ad esempio, «i commensali si erano messi a litigare intorno alla vendita di un cavallo e ben presto avevano tirato fuori i coltelli. La sposa e le sue compagne all'inizio si erano messe a ridere e a battere le mani per aizzare i contendenti. Ma quando lei, che era di buona famiglia, aveva visto che suo zio stava perdendo un occhio per opera dei parenti dello sposo, aveva preso una fiaccola dalla parete e l'aveva sbattuta sulla testa del marito, incendiandogli i capelli. Allora una serva svelta si era tolta l'abito e glielo aveva gettato sul capo, schiacciando forte per spegnere il fuoco e gli aveva salvato la vita. La sposa, però, vedendolo uscire da sotto i panni tutto nero, bruciacchiato e calvo, si era messo a urlare. Nel frattempo, il fuoco si era attaccato alla paglia per terra e undici persone ubriache erano state arse vive. (...). Da allora la sposa visse felice col suo sposo, anche se a lui i capelli non erano mai più ricresciuti. Re Harald disse che gli piacevano quelle allegre storie intorno alla vita dei finnici, che per natura facevano sempre scherzi e malefatte».

Così, una battuta come «sei un brav’uomo, anche se sei piccolo» potrebbe stare benissimo in bocca a Bud Spencer. A pronunciarla, infatti, è Orm, un giovane omone vichingo, il più bravo del suo villaggio nel bestemmiare e nello sputare lontano, prima di essere coinvolto in una serie di viaggi che lo porteranno a vivere avventure molto lontano da casa, in una terra in cui gli Asi sono poco potenti e domina un Dio solo che si impiccia – strano a dirsi per uno scandinavo – di cosa un uomo può mangiare e cosa no e che richiede forse un po' troppe genuflessioni quotidiane verso oriente, ma a cui vale la pena convertirsi fintanto che ci si muove nei suoi reami (così come ci si potrà convertire, con la stessa scioltezza, al cristianesimo, perché un Dio potente dalla propria parte torna sempre utile: e giù crocifissi di metallo al collo che neanche un gangsta rapper). Da queste avventure si riportano di solito tesori e cicatrici da mostrare con orgoglio alle donne, ma può capitare di imbarcare persino una campana di San Giacomo rubata a Compostela, che fa invece la gioia dei vescovi inviati in missione in quelle nordiche terre pagane senza reliquie nella propria bisaccia – ma ancor più dei preti-medici al loro seguito, come padre Vilibaldo, che con le reliquie ci fa i decotti per guarire chi si affida alle sue cure. «In questo paese la cosa peggiore per noi medici – dice – è che non abbiamo reliquie che ci possano aiutare; nemmeno un dente di san Lazzaro, che fa miracoli contro il male di denti, facile da trovare in molti paesi cristiani. Quando ci mandano a predicare ai pagani, infatti, non ci permettono di portare con noi reliquie, perché potrebbero cadere nelle mani sacrileghe dei pagani. Dobbiamo affidarci solo alle preghiere, alla croce e ai medicamenti terreni, che, però, non sempre bastano».

Vilibaldo, peraltro, è un bel tipetto collerico e non cura i vichinghi spinto da filantropia. Ha tutta una sua bella teoria al riguardo: vi mantengo in forze perché così possiate massacrarvi a vicenda e uccidervi tutti, satanassi che non siete altro. Le ferite possono guarire, ma l'anima non può cambiare. «Lupi assetati di sangue, assassini, malfattori, adulteri e porci, pupille degli occhi di Belzebù, male erba di Satana, figli di vipere e di serpi, come potrete mai essere purificati dal battesimo e presentarvi bianchi come neve davanti ai santi di Dio? (…) Sapete che cosa succederebbe se uno scandinavo entrasse in paradiso? Si prenderebbe subito una vergine santa, bestemmierebbe, urlerebbe le sue grida di guerra ai serafini e agli arcangeli e griderebbe che gli portassero un boccale di birra davanti al trono altissimo di Dio. No! No! So quello che dico: l'inferno è il solo posto adatto a voi, che siate battezzati o meno, e di questo sia lode all'Eterno per tutta l'eternità, amen». E però non si può non provare un moto di simpatia verso la brutale ma spontanea concretezza con cui questi bambinoni cresciuti insozzerebbero l’etereo empireo medievale.

Date queste premesse, anche l'interminabile pranzo di Natale alla corte del neoconvertito re Harald, in occasione del quale si macellano quarantotto grassi maiali, nonostante l'avvertenza di deporre tutte le armi al di fuori della sala dei banchetti, nonostante il brindisi iniziale in onore di Gesù (che perfino i pagani festeggiano, «perché era il primo brindisi e tutti avevano sete di birra»), e nonostante il racconto edificante del vescovo Poppo sulla vita del re Davide, finirà – ovviamente – in rissa. Andrebbe letta proprio domani, ai piedi dell’albero, dopo essersi scannati per l’ultima fetta di pandoro o panettone.

Ps. Una nota tecnica: quest'edizione in realtà non contiene tutta la saga. C'è infatti un Vol. 2, edito sempre dalla Beat. Peccato non sia scritto da nessuna parte e lo si scopra solo alla fine.

Ho parlato di


Frans Gunnar Bengtsson
Le navi dei vichinghi
(Beat 2014)

trad. di L. Savona

240 pp., € 13,90

(ed. or.: Rode Orm, 1954)

martedì 28 novembre 2017

Io sono vivo, voi siete morti

Ipotizziamo – dico ipotizziamo – che l’Impero Romano non sia mai finito. Che la realtà così come la conosciamo non sia altro che una gigantesca pantomima orchestrata dal Re del Mondo per tenerci prigioniero il cuore nel tepore tutto sommato confortevole di una caverna. Certo, «vaghe intuizioni, dubbi, piccole incoerenze notate nella vita di tutti i giorni fanno intravedere la verità a quelli di noi che dormono meno profondamente; e tuttavia non osano crederci». Già, perché al di sopra di questo involucro materiale progettato da un malvagio demiurgo, risplende purissimo quell’Uno di cui la nostra vita attuale è appena l’ombra di un’ombra – e sulla quale tuttavia Egli pietosamente si piega, con la discrezione del vento leggero che sibila nella coscienza dei desti l’illusorietà di tutto ciò che ci circonda. Pacioccando con suggestioni di questo genere, nei primi due secoli della nostra era, personaggi dai nomi pittoreschi come Marcione, Carpocrate o Basilide costruirono ciascuno la propria variante di eresia gnostica. Di loro si sono un po’ perse le tracce, perché «gli gnostici erano i dissidenti della dissidenza: magnifici perdenti, grandissime teste di cazzo», che però «eserciteranno sempre un fascino profondo su tutti i franchi tiratori della religione».

Coerentemente con l’assunto borgesiano secondo cui la teologia non sarebbe altro che un ramo della letteratura fantastica, questi bagliori di verità ultrasiderale si sarebbero nuovamente manifestati, in pieno XX secolo, non già in corposi tomi teologici, bensì nella «forma contemporanea che (...) più si addiceva a una rivelazione: la fantascienza» - e più precisamente nell’opera squinternata e sublime di uno scrittore con manie paranoidi fin troppo volenteroso di calarsi nei panni del veggente, Philip K. Dick: «forse sono una specie di Giovanni Battista: il precursore, l’anello di congiunzione tra due ere; il più grande nell’antica alleanza, il più piccolo nella nuova; l’ultimo dei profeti, quello che si fa avanti quando tutti si lamentano perché Dio non parla più al suo popolo; la voce che grida nel deserto. Se leggi bene la Bibbia, vedrai che era un barbuto esaltato, proprio come me. Chiediti in tutta franchezza se allora gli avresti creduto». Di Dick questo libro è una folgorante biografia, che come spesso accade con Carrère è anche un modo per parlare di se stesso, attraverso la rilettura di un proprio mito giovanile (al pari di Lovecraft: abbiamo seguito un’analoga iniziazione, direi), che lo scrittore francese si prende il gusto di imporre all’attenzione altrui con quel sottile piacere provato da ogni lettore quando riesce a fare del proprio outsider preferito un maestro riconosciuto da tutti (il libro uscì in prima edizione in Francia a inizio anni ’90: mi sa che le mie letture dickiane adolescienziali rientrano almeno in parte nella storia degli effetti promossa da questo testo, anche se all’epoca non lo sapevo). 

A tratti, a chi ha letto Il Regno, potrà sembrare di essersi imbattuto in una sua variante ambientata in un mondo alternativo in cui al posto di Nerone c’è Nixon e al posto di san Paolo, appunto, l’autore di Ubik. L’intera vita di Dick gira infatti intorno al tentativo impossibile e alla fine rimasto incompiuto di dare corpo e ordine sistematico a quella frammentaria rivelazione (“l’Esegesi”) che si era convinto di ricevere da un’entità «che lui per pudore chiamava Valis», onde non scomodare il nome dell’Altissimo. Il suo percorso è quello di chi scopre a un certo punto, con propria grande sorpresa, che tutte le invenzioni via via disseminate in romanzi e racconti scritti per fare cassa erano – nella sostanza – vere, autentiche epifanie celate sotto il rivestimento insospettabile della letteratura di genere. «Ormai, ogni volta che rileggeva un suo libro, era impressionato dalla natura profetica di quello che aveva scritto». Tanto basta per renderlo un guru della controcultura hippy. «Lui che si era sempre sentito emarginato si ritrovò a vivere in un’epoca in cui i margini erano il centro del mondo e si stabilì allegramente al margine dei margini», immarcabile rolling stone scartata dai costruttori eppure divenuta il cuore di una nutrita cerchia di apostoli e ammiratori che adoravano ascoltare le sue storielle e i suoi discorsi sempre sul filo tra genialità e pura follia. A loro, ma non solo a loro, Dick appariva con il volto inquietante del Ratto – così come un giorno Socrate apparve ad Alcibiade sotto forma di Sileno – dal nome che lui stesso aveva dato a una variante del Monopoli escogitata per divertire le figlie della terza moglie, nella quale «il Banchiere non si limitava a fare da arbitro, ma in quanto Ratto poteva modificare a sua discrezione le regole del gioco». In quanto Ratto, ad esempio, Dick «non poteva fare a meno di dare ogni volta un nuovo giro di vite ai suoi romanzi, motivo per cui aveva enormi difficoltà a terminarli», un po’ come accade nei dialoghi aporetici di Platone.

Ma soprattutto, in quanto Ratto, Dick non riuscì mai a trovare la quadra definitiva, l'anello che tiene, il disegno complessivo che raccoglie l'intera trama degli eventi – lui, che per gran parte della sua vita non era riuscito a vedere altro che significati, dappertutto, ossessivamente, anche là dove non c’era assolutamente nulla di nascosto da dover portare alla luce (e che anche per questo era diventato cultore dell’I Ching). Anzi, in tempi di paranoia crescente, negli anni post-Watergate, così «come un esteta rinuncia a una raffinatezza quando diventa alla portata di tutti», finì per approdare all’«accettazione disincantata ma serena dell’assurda, complessa e meravigliosa idiozia del mondo. Non c’è nessun senso, nessun aldilà, e forse è meglio, a ogni modo è così, e non sono ammessi ripensamenti». Ma Dick era un Ratto, e se non fosse morto, ci avrebbe sicuramente, ancora una volta, ripensato. Sempre che i morti non siamo noi – e il nostro assurdo quotidiano il codice cifrato con cui l’entità PKD cerca ancora di mostrarci che sotto sotto la realtà è solo il tiro mancino di un genio maligno.

Ho parlato di


Emmanuel Carrère
Io sono vivo, voi siete morti
(Adelphi, 2016)

trad. di F. e L. Di Lella

319 pp, 19 €

(ed. or.: Je suis vivant et vous êtes morts, 1993)

domenica 12 novembre 2017

Il Cerchio

Come tutti i miei coetanei, ho avuto un’infanzia analogica e un’adolescenza appena appena predigitale. Vent’anni fa si cominciava giusto ad annusare internet, coi cellulari (per chi ce li aveva) ci si facevano gli squilli, nei tre mesi estivi delle vacanze spesso e volentieri perdevi tutti i contatti coi tuoi compagni di scuola, anziché conoscere quotidianamente il menu dei loro pasti alle Seychelles o ad Acapulco. Non era necessariamente meglio: sono convinto che tante storie sarebbero finite molto diversamente se si avesse avuto già a disposizione Whatsapp. Di certo, però, si tratta del più rapido salto tecnologico della storia, coi Commodore 64 che in pratica sono già diventati pezzi da museo al pari di un vaso etrusco. Non è detto perciò che la nostra intelligenza riesca a stare al passo coi tempi.

Questo romanzo ci proietta in un futuro imminente, in cui è stata inventata l’app-fine-di-mondo, TruYou, l’account globale che dà accesso a tutto e ci rende accessibili a tutti, opera magna di un’azienda fittizia chiamata The Circle (che è come dire Apple, Google e Facebook messe assieme), il cui motto è appunto quello di “chiudere il cerchio”, connettere una volta per tutte l’intera umanità in un’unica, suprema, coscienza digitale: lo Spirito oggettivo 2.0, nuovamente de-materializzato. Il libro si apre introducendoci passo passo, al seguito della protagonista, Mae Holland, al suo primo giorno di lavoro nell’immenso campus dell’azienda, una vera e propria città nella città (ricalcata su Cupertino), divisa per settori chiamati con i nomi delle grandi epoche della storia e in cui non passa giorno senza la visita di questa o quella celebrità dell’arte o della cultura, come un workshop ininterrotto. I vialetti sono punteggiati di mattonelle con incitamenti motivazionali che sembrano uscite da un discorso di Renzi (“Sogna”, “Innova”, “Immagina”, etc.) ed anche il vecchio “Servizio Clienti” qui è stato ribattezzato suasivamente “Customer Experience”. Per i dipendenti del Cerchio è pressoché impossibile scindere sfera lavorativa e sfera personale: come si capirà ben presto, l’attivismo compulsivo sui social è parte integrante della loro professione, mentre il lassismo partecipativo è percepito come un vero e proprio atto di ostilità meritevole di richiamo disciplinare (eccessivo? ma quanto ci lamentiamo se uno non risponde subito ai nostri messaggi...). L’edificio stesso in cui ha sede l’ufficio di Mae (il Rinascimento) è un immenso panopticon in cui tutti vedono tutti. Tra uno zing e l’altro (l’equivalente romanzesco dei tweet e dei like), al Cerchio si imbastiscono progetti avanguardistici quali l’eliminazione definitiva della moneta nella sua forma materiale, ma anche vagamente surreali come il calcolo dei granelli di sabbia del Sahara (perché? Per vedere se si può fare, anzitutto). Al vertice di questa impresa colossale regna una sacra Trinità composta da tre persone ben distinte, in un certo senso ipostasi di altrettanti distinti approcci all’innovazione tecnologica: Ty Gospodinov, il giovane nerd inventore dell’algoritmo alla base di TruYou, vivo ma (paradossalmente) del tutto invisibile ai radar, forse soggetto a sindrome di Asperger; Eamon Bailey, il volto pubblico e pulito della ditta, keynote speaker delle convention di presentazione dei nuovi prodotti, sinceramente liberal e convinto del potere emancipatorio dei nuovi media; Tom Stenton, lo squalo della finanza amante dei Transformers, una sorta di Tony Stark senza il lato eroico, estremamente efficace nel convertire in dollari sonanti le idee via via immaginate dai creativi della ditta.

Poste più o meno queste premesse, Eggers imbastisce un romanzo piuttosto lineare nella trama, a tratti persino un po’ stucchevole, non privo però di buoni momenti, ma soprattutto spericolatamente ambizioso nello sforzo di ragionare su un tema oggettivamente problematico, partendo da fenomeni attualmente in corso su scala ridotta e ingigantendoli per poterli mettere meglio a fuoco, come nella classica tradizione della letteratura u-distopica – e nel far questo, a mio avviso, centra il bersaglio (niente da fare, dobbiamo leggere gli americani per capire come sta girando il mondo). Il cuore teorico della questione viene dipanato in un concitato dialogo dal sapore quasi socratico tra Bailey e Mae, attraverso il quale si prende spunto dalla vecchia questione platonica che nella Repubblica era riassunta con il racconto dell’anello magico di Gige (in sostanza: “come ci comporteremmo se sapessimo che nessuno ci può vedere?”) per giungere maieuticamente a giustificare le tre regole d’oro della nuova era digitale, rilettura aggiornata e più sottile degli slogan del SocIng orwelliano: non più «la guerra è pace», «la libertà è schiavitù», «l’ignoranza è forza», bensì «i segreti sono bugie», «condividere è prendersi cura», «la privacy è un furto». Dietro ci sta l’idea che «la conoscenza è un diritto fondamentale di tutti gli uomini. Parità di accesso a tutte le esperienze umane possibili: ecco il diritto fondamentale che abbiamo tutti». Perché privare chi non ha la possibilità di viaggiare, per ragioni economiche o fisiche, della meravigliosa vista che tu stai egoisticamente contemplando sul cocuzzolo di Macchu Picchu? Nulla andrà più perduto: «tutto quello che succede dev'essere conosciuto» (ma si potrà anche affermare, alzando l’asticella: che diritto hai di tenerti i tuoi pensieri per te?).

Di qui basta un passo per approdare all’utopia grillina della trasparenza totale della politica, secondo cui non c’è nulla di celato che non debba essere gridato sui tetti, perché dietro la riservatezza c’è sempre e solo qualcosa da nascondere. Un passetto ancora ed eccoci alla democrazia diretta, obbligatoria e immediata, come rimedio al progressivo allontanamento delle masse dalla partecipazione politica. Con un unico account avrai anche accesso alle liste elettorali (siamo negli USA, dove di volta in volta devi reiscriverti), ma esso si bloccherà, tagliandoti fuori da tutto, se non risponderai seduta stante ai quesiti su cui ti verrà richiesto di volta in volta un parere. Dobbiamo inviare un drone per eliminare il noto terrorista islamico in Afghanistan? Con un clic, in tempo reale, come il televoto di San Remo, ecco un’istantanea precisa delle intenzioni dell’intero popolo americano, che i mandarini di Washington, a quel punto, si limiteranno semplicemente ad eseguire, meri portavoce della volontà generale, con immensi risparmi per le finanze statali e la possibilità di effettuare investimenti più utili che comprare l’ennesimo stock di matite copiative e cabine elettorali. “Devi partecipare”: ecco il nuovo imperativo categorico post-kantiano. Naturalmente tutto questo ha dei costi: «sembra perfetto, sembra progressista, mentre implica più controllo, più monitoraggio centralizzato di tutto quello che facciamo». Un mondo di luce sempre accesa sarebbe davvero auspicabile oppure abbiamo il diritto, ogni tanto, di staccare la spina? Siamo davvero a un passo dalla mobilitazione totale profetizzata da Junger ai tempi della Grande Guerra? Poi, per carità, la storia è imprevedibile, il 1984 è passato e persino il temibile Grande Fratello ha fatto la fine che ha fatto e oggi è identificato con la faccia sfatta di Malgioglio, però una sbirciatina su questo ipotetico scenario futuro vale la pena darla, giusto per capire un po’ meglio qual è la posta in palio ed evitare di infilarci per distrazione attorno al collo il cappio dorato di una rinnovata forma di servitù volontaria.

Ho parlato di


Dave Eggers
Il Cerchio
(Mondadori, 2017)

trad. di V. Mantovani

396 pp., 14,50 €

(ed. or. The Circle, 2013)

mercoledì 1 novembre 2017

7 lezioni sul pensiero globale


Per una volta tanto riesco a leggere un libro di un venerato maestro mentre questi è ancora in vita, ma solo perché il nonagenario Morin mi ha fatto la cortesia di giungere vispo fin quasi a cent’anni (Bauman e Todorov mi scusino, arriverò anche a loro). Il titolo dell’edizione italiana strizza l’occhio ad un altro famoso testo del catalogo – i “sette saperi necessari all’educazione del futuro” – ma c’entra poco col contenuto: più che a un insieme di lezioni questo testo fa pensare piuttosto a un’enciclica laica, con meriti e demeriti del genere letterario in questione (e, va da sé, forse anche al riepilogo di un intero itinerario intellettuale). L’intento dichiarato è di delineare i contorni di quello che Morin definisce “pensiero globale” o “complesso”, da proporre come nuovo paradigma metodologico in sostituzione delle varie forme di riduzionismo che ci portiamo dietro almeno dal ‘600, rivelatesi incapaci di misurarsi davvero con l’intricato sistema di azioni e di retroazioni che costituiscono il mondo interconnesso in cui siamo (da sempre) immersi, ma di cui siamo diventati pienamente coscienti solo in questa nostra “era planetaria”.

La riduzione al semplice insidia, anzitutto, la varietà del reale. “Complesso” vuol dire, invece, in primo luogo, “tessuto insieme”, e si tessono insieme stoffe di diversa provenienza: «l’unità è il tesoro della diversità umana, la diversità è il tesoro dell’unità umana». Tradotto, “globale” non deve significare per forza “omologato” - e dunque, non “crescita o decrescita (felice o meno)”, bensì “crescita e decrescita” insieme: «tutto ciò che è sviluppo nel senso classico del termine deve accompagnarsi al rispetto di ciò che inviluppa», un colpo al cerchio della mondializzazione ed uno alla botte della localizzazione. Un simile approccio ha però anche significative ricadute pedagogiche: i saperi vanno interconnessi, fatti dialogare, perché si possa pensare di capirci qualcosa. E non possiamo accontentarci, nel mondo che viene, di saperi puramente tecnici. Siamo «condannati alla traduzione» (sin nei nostri più basilari processi percettivi), perciò avremo sempre più bisogno di un’intelligenza ermeneutica che maturi nel confronto con l’altro. «La comprensione comporta il riconoscimento e il sentimento di una umanità comune con gli altri, e nello stesso tempo il rispetto della loro differenza». Guarda un po’ se non possono tornare di moda le antiche traduzioni dal greco e dal latino, e con esse il peso delle parole, le sfumature, le possibili varianti, quel margine mai del tutto eliminabile di ambiguità rispetto alle reali intenzioni dell’autore. «Bisogna accettare la complessità dell’umano, contestualizzare sempre e non chiudersi in alcune certezze. Oggi, anche le scienze più avanzate affrontano delle incertezze, come la microfisica e la cosmofisica. La nostra stessa vita è molto incerta e altrettanto lo è il futuro dell’umanità. É per questo che l’insegnamento deve includere come affrontare queste incertezze» (onde evitare anche – aggiungo io – la faciloneria dei somari che hanno la risposta comoda e pronta per tutto).

Umanesimo e scienza possono dunque andare a braccetto, e lo possono fare perché complesso, fin dalla radice, è il mondo di cui si occupano, un impasto in continua tensione tra ordine e disordine che produce ristretti settori di organizzazione dai quali emerge sempre qualcosa di più che la mera somma delle parti, nonché continue imprevedibili mutazioni suscettibili di sviluppi inaspettati. «Siamo in un mondo consegnato agli accidenti e ai casi, e ciò è comune alla storia fisica, alla storia biologica e alla storia umana»: è la contingenza radicale, insomma, ciò che ci rende pienamente solidali con la natura. «La storia non è un fiume maestoso che avanza. Avanza di lato, come un granchio, e quando una devianza riesce a radicarsi, a creare una tendenza, questa tendenza diventa una forza storica. Allora è in corso una trasformazione». Questo vale appunto per i mari primordiali o le pozze vulcaniche in cui ha avuto origine la vita (e in cui alcuni batteri, un paio di miliardi d’anni dopo, impararono a metabolizzare l’ossigeno liberato dalla fotosintesi, responsabile della prima estinzione di massa sulla Terra), ma vale anche per la nascita delle grandi religioni, che spesso sono smarcamenti rispetto ad una qualche ortodossia (Gesù fu messo in croce in quanto bestemmiatore), così come per l’affermazione del moderno capitalismo, attecchito ai margini di una società aristocratica e militare. Lungi dall’essere il culmine di un processo ordinato e cumulativo, non siamo che l’esito di continue divergenze, all’interno di un universo composto per il 90% di una materia che chiamiamo “oscura” perché c’è, ma ci sfugge.

Ne consegue che, a differenza dei grandi racconti che ci hanno intrattenuto nella modernità, il nuovo racconto che a poco a poco sta emergendo dall’intreccio dei risultati prodotti dalle varie discipline si preclude l’accesso a una sintesi finale. Il futuro non è più quello di una volta: più aumentano le nostre conoscenze, più aumenta la consapevolezza della nostra ignoranza. Pensiamo alla fisica, dove per un neutrino che si scopre, si aprono cento nuove domande a cui prima semplicemente non avevamo mai pensato. E dunque, «scopo del pensiero complesso non è distruggere l’incertezza, ma individuarla, riconoscerla, è evitare la credenza in una verità totale», in un destino segnato, nel bene o nel male. Non siamo completamente condannati, ma non siamo neanche già redenti, anche se semi di novità stanno presumibilmente già germinando, ai margini dell’apparato che vorrebbe fagocitare tutto. «L’impossibile, l’inatteso è dunque possibile, la metamorfosi è dunque possibile. La lotta non è totalmente disperata. Ma la speranza è il possibile, non è il certo. Darle certezza è un errore totale». Del resto, chi si sarebbe immaginato, nell’Europa completamente nazistificata del 1941, i carri armati alleati a Berlino entro quattro anni? Con la felice incoscienza di chi non ha più nulla da dover dimostrare, Morin allarga però il suo discorso dai nostri tempi interessanti all’intera vita della specie. «La caratteristica dell’essere umano è di essere incompiuto», dice: bisogna, cioè, pensarsi come se fossimo fermi ancora all’età del ferro planetaria. «L’incredibile può accadere e accadrà»: l’umanità stessa potrà acquisire poteri oggi inimmaginabili, come è inimmaginabile tirar fuori il laptop su cui scrivo dalle schegge di selce incise dal primo homo habilis. «Dobbiamo abbandonare una razionalità chiusa, incapace di afferrare ciò che sfugge alla logica classica, incapace di comprendere ciò che la eccede, per dedicarci a una razionalità aperta, in grado di conoscere i propri limiti e cosciente dell’irrazionalizzabile. Dobbiamo continuamente lottare per non credere a quelle illusioni che sono in grado di prendere la solidità di una credenza mitologica. In questo mondo globale siamo messi a confronto con le difficoltà del pensiero globale, che sono le stesse difficoltà del pensiero complesso. Viviamo l’inizio di un inizio». Amen.

Ho parlato di


Edgar Morin
7 lezioni sul pensiero globale
(Raffaello Cortina, 2016)

ed. or: Penser global. L'homme et son univers (Paris, 2015)

116 pp., 11 €