venerdì 20 aprile 2018

La nascita imperfetta delle cose

Una minuscola, impercettibile, fluttuazione quantistica nel vuoto cosmico – che già a immaginarsela, una cosa così, ci vuole un bel po’ di fantasia. Un concentrato di tutte le forze fondamentali si sprigiona a temperature infernali e dovrebbe immediatamente ricollassare su stesso, come accaduto chissà quante altre n volte in precedenza. E invece no, questa volta no: un centesimo di miliardesimo di secondo dopo il Big Bang un’anomalia rompe la simmetria originaria, introducendo una sottilissima imperfezione che innesca un’espansione colossale dello spazio stesso. «In pochissimi istanti un niente diventa un tutto». E fu sera e fu mattina: forza debole e forza elettromagnetica si separano, l’antimateria sparisce dai radar, il cosmo in un amen si raffredda, cambiano le regole del gioco e «se non avverranno fatti nuovi, tutto procederà all’infinito, sempre più velocemente, fin quando le distanze saranno così grandi che tutto sarà avvolto nel buio e un freddo siderale avvolgerà l’universo intero» (perlomeno, questo universo, giacché nulla vieta, in teoria, che, al di là del nostro spazio ce ne siano altri... per non parlare delle dimensioni extra che l’enorme energia a disposizione nei primi istanti di vita dell’universo permise per una frazione di secondo di tenere aperte prima che si richiudessero su se stesse, ma che – sempre in teoria – potrebbero nuovamente essere riattivate ed esplorate).

Nel 1964 Peter Higgs tracciò l’identikit del possibile responsabile di questo patatrac cosmico – il bosone che porta il suo nome – e per una cinquantina d’anni si è cercato di capire se qualcosa del genere esistesse sul serio. Al Cern si sono dovuti immaginare tutta una nuova, mastodontica, tecnologia allo scopo di stanarlo (e così, en passant, hanno pure inventato l’internet), senza neanche la sicurezza che qualcosa da trovare ci fosse poi per davvero. Finché, nel 2012, il lieto annuncio: abbiamo scoperto la particella di Dio. Questa l’ipotesi: in un tempo ridicolmente breve successivo al Big Bang «una miriade di bosoni di Higgs, che fino a un istante prima si muovevano alla velocità della luce, si condensa, cristallizzandosi per sempre in un campo onnipresente»; occupando ogni angolo dell’universo, tale campo interagisce con tutte le particelle (fotoni esclusi) conferendo loro masse diverse. «Grazie a questo sottile meccanismo, la materia ha acquisito le caratteristiche a noi familiari». Che ancora non vuol dire, però, aver capito cosa realmente sia. Guido Tonelli, uno degli artefici della “cattura” del bosone, lo mette in chiaro sin dalle prime pagine del libro: «il cucchiaino con il quale mescoliamo lo zucchero nella tazzina del caffè è un oggetto familiare. E tutti mi prenderebbero per matto se dicessi che io, che sono un fisico, ancora non ho capito bene che cos’è quella cosa che chiamiamo cucchiaino». Eppure è così: tutti pensano che gli scienziati abbiano una risposta “scientifica” (vale a dire: certa, definitiva) a tutto. E invece no: come i poeti, come i pazzi, «siamo funamboli che corrono sul filo senza gancio di sicurezza», siamo «truppe speciali della conoscenza che l’umanità manda in avanscoperta a capire come funziona la natura», là dove il senso comune si infrange continuamente sulle scogliere dell’ignoto, e tre dottorati e un premio Nobel ti servono magari solo per ratificare che il 95% dell’universo è fatto di qualcosa che ci sfugge e che «quella che convenzionalmente chiamiamo la realtà è un concetto spurio, difficile da definire con rigore». E quand’anche ti sembrasse di averne compreso un minuscolo frammento ecco che, «prima o poi, arriverà un esperimento che farà crollare tutto, anche quelle poche certezze che consideriamo granitiche».

Ciò che fanno gli acceleratori del Cern è appunto «riprodurre in laboratorio, in condizioni controllate, quella zoologia di particelle che popolavano in abbondanza l’universo subito dopo il Big Bang, ma che non hanno potuto sopravvivere fino a oggi», così da ricreare artificialmente «il posto più simile al primo istante di vita dell’universo che l’uomo sia stato in grado di realizzare». E quel che finora si è scoperto ha davvero del sorprendente: il mondo più o meno organizzato in cui sguazziamo non è che un precario, povero, relitto di quel gigantesco calderone che furono gli istanti iniziali, quando la materia si comportava diversamente da come fa oggi e per un battito di ciglia dominò – letteralmente – un’altra fisica, di cui la nostra è una semplice versione a basse temperature per capi delicati. Non siamo tutti figli della contingenza solo a livello biologico. La realtà tutta si trova «in una condizione di equilibrio metastabile, cioè nella zona di confine fra una regione di equilibrio permanente e il baratro della più totale instabilità. Se top e Higgs avessero avuto masse leggermente diverse, il vuoto elettrodebole sarebbe stato talmente instabile che non ci sarebbe stata nessuna evoluzione: la microscopica lacerazione che si era aperta nel vuoto quantistico con il Big Bang si sarebbe immediatamente richiusa e tutto sarebbe finito prima ancora di cominciare. Con quei valori “molto particolari”, invece, il vuoto elettrodebole ha potuto costituirsi e resistere a lungo, per miliardi di anni, consentendo l’evoluzione che ha portato fino a noi. La stabilità, tuttavia, non è assoluta. Se da qualche parte nell’universo, per qualche motivo misterioso, si generassero energie un miliardo di volte superiori a quelle che si sviluppano in Lhc, il vuoto elettrodebole potrebbe cedere di schianto. Con ogni probabilità la lacerazione locale non rimarrebbe confinata. Quando, in una data zona, il sistema precipita verso un nuovo equilibrio, tutta l’energia in eccesso immagazzinata nel vuoto verrebbe emessa sotto forma di calore e il cosmo intero svanirebbe in una immane palla di luce». Tonelli ne ricava una sorta di morale della favola: «quello che trovo intrigante in questa discussione è che lo stato di metastabilità del vuoto elettrodebole sembra determinare una relazione fra la precarietà della condizione umana e quella dell’universo nel suo complesso. Come se la nostra fragilità di esseri umani, corpi delicati che possono essere annientati da uno stupido frammento di Dna che impazzisce, o da una caduta dalle scale, fosse il riflesso su scala microscopica di una precarietà cosmica che interessa tutto; perfino le strutture gigantesche che ci circondano e che, a prima vista, ci sembrano immortali». Io più che esclamare di continuo wow, di fronte a tutto questo, non so che fare. Qui è quando ti accorgi che la scienza è molto più fantascientifica di tanta sedicente fantascienza che si è limitata a dotare di spade laser gli antichi cavalieri medievali.

Messa giù così sembra però che il discorso sconfini di continuo nei territori della metafisica – e in parte è vero. Ma si tratta anche di una deformazione del recensore. Questo non è un libro di fisica teorica, neanche divulgativa (sebbene inserti di questo tenore siano inevitabilmente presenti), ma il racconto fatto in prima persona di come si è svolta questa ricerca – una vera e propria avventura capace di dare significato a tutta una vita, tra slanci visionari e colpi bassi, amicizie che nascono ed altre che si infrangono. E in questo senso è un testo molto concreto, che offre uno spaccato del modo in cui oggi si svolge effettivamente la pratica scientifica, ma che si può anche leggere come un romanzo, pieno com’è di curiosità, aneddoti e risvolti inaspettatamente terra terra. Qui si parla, per es., dei tovagliolini di carta della caffetteria del Cern («forse gli strumenti scientifici più importanti dell’epoca moderna»), dove si gettano i primi appunti delle intuizioni che verranno poi sviluppate nei laboratori; qui dei semafori smontati lungo le strade provinciali franco-svizzere così da permettere il transito agli enormi magneti essenziali per costruire l’acceleratore; là di come l’ottone necessario sia stato ricavato dalle ogive di migliaia di proiettili di artiglieria pesante provenienti dagli arsenali ex-sovietici; laggiù, infine, delle infiltrazioni e delle saldature difettose che hanno mandato in tilt l’impianto per quasi un anno – e verso la fine, in un paragrafetto, c’è pure spazio per un cenno alla visita di Tronchetti Provera, che, messo di fronte ai costi complessivi del progetto, commentò: «pensavo di più. É grosso modo quanto abbiamo speso per l’Inter, negli ultimi tempi» (pare non scherzasse: e questo anche vuole dire qualcosa). Su tutto ciò aleggia in ogni pagina quella «passione bruciante» che infiamma studiosi e gruppi di ricerca descritti come grandi orchestre composte da «gente libera che è spinta a coltivare punti di vista originali e idee controcorrente». Solo per questa passione, in fondo, e non perché abbiamo già effettivamente capito come gira il mondo, possiamo continuare a fregiarci del titolo di sapiens.

Ho parlato di


Guido Tonelli
La nascita imperfetta delle cose.
La grande corsa alla particella di Dio e la nuova fisica che cambierà il mondo
(Rizzoli, 2016)

333 pp., 19 €

sabato 3 marzo 2018

Bussola

Dall’ira di Achille in poi, che è come dire da quando esiste la letteratura occidentale, Asia ed Europa si sono sempre guardate in cagnesco, come due sorelle di carattere opposto costrette a condividere la stessa stanza e per questo perennemente in litigio. Il diligente compilatore di luoghi comuni inizierebbe più o meno così il suo bel corsivo mediamente colto sugli atavici rapporti conflittuali tra Oriente e Occidente, fiducioso di ottenere il plauso di quanti si sentono gratificati dagli ammicamenti rassicuranti ad un comune repertorio liceale. Chissà che stupore se aprissero le pagine di questo libro, che racconta invece una storia tutta diversa – o meglio, sempre la stessa storia, sì, ma ai margini del mainstream, là dove fili dispersi, inaspettatamente, si annodano, rivelando, ad esempio, che «ciò che consideriamo puramente orientale è in realtà molto spesso la ripresa di un elemento occidentale che a sua volta modifica un elemento orientale precedente». Ipotesi impegnativa, su cui si potrebbe costruire una bella tesi di dottorato. E probabilmente Enard una tesi del genere ce l’aveva pure in mente (argomento: «la rivoluzione nella musica del XIX e XX secolo doveva tutto all’Oriente»), ma anziché presentarla in gessato accademico al baronato sorboniano perché ne correggesse con sufficienza le note a pié di pagina («gli articoli sono frutti isolati e sperduti che quasi nessuno addenta»), l’ha rifusa in un diverso crogiuolo, da cui è emersa un’opera ibrida, a metà tra il romanzo e il saggio, dotta e avvincente a un tempo, piena di paesaggi, di musiche, di libri, come un labirinto borgesiano, ma ancor più piena di incontri e di innamoramenti, alcuni dei quali davvero inattesi (per dire, sembra che saudade, che per noi è l’icona dell’umore portoghese, derivi dall’arabo sawda - l’equivalente del greco “melancolia” – così come il turco sevdah, da cui traggono a loro volta il nome le canzoni popolari bosniache note come sevdalinke, una sorta di fado in versione balcanica: ecco, di intrecci così ne trovate a bizzeffe qui dentro). Ai puristi forse potrà non piacere, ma quel che qui si cerca di mostrare – credo anche in questo modo – è, appunto, che «il genio vuole l’imbastardimento». E se per maneggiare la crescente complessità del reale serve unire le forze della narrazione e dell’argomentazione, ben venga.

Oriente e Occidente, dunque, si corteggiano di continuo senza averne sempre piena consapevolezza, e come loro fanno i due protagonisti del racconto, che si rincorrono ripetutamente, si perdono per poi ritrovarsi, per lo più sempre in luoghi esotici e carichi di storia, negli anni della loro maggiore vitalità intellettuale. Franz è un musicologo, Sarah un’antropologa; austriaco lui, francese lei, ma entrambi di ascendenze multietniche e dunque in qualche modo meticci. Lui è un po’ goffo, impacciato, malinconico: quando lo conosciamo, all’inizio del libro, inquietato da un incipiente malattia, è immerso nel suo appartamento viennese pieno di libri e scartafacci vari («non butto via niente, eppure perdo tutto»); lei, invece, è messa perennemente in movimento da una curiosità vorace che non le fa mai tenere ferma né la mente né le gambe, ma viaggia leggera, perché «i suoi libri e le sue immagini li ha tutti nella testa»: così, senza quasi bagaglio, si spingerà fin nella giungla di Sarawak (là dove le tigri di Mompracem diedero filo da torcere al rajah bianco Brooke), «persa completamente nell’Oriente come tutti i personaggi che ha tanto studiato». Non per nulla, a un certo punto, lei regala a lui «una delle rare bussole che indicano l’Oriente, la bussola dell’Illuminazione, l’artefatto suhrawardiano. Una bacchetta da rabdomante mistico». Si tratta solo di un artificio truccato, d’accordo, ma, a rigore, “orientarsi” vuol dire proprio quello – anche se l’ago punta verso nord.

Questa fuga levantina non è però fine a se stessa. Serve – en passant – a ricordare momenti in cui ci si poteva addormentare di notte negli scavi di Palmira, prima dei tagliagole, quando Aleppo era ancora una città viva (e a ribadire che quel che accade là ci riguarda tutti, che non sono fatti “loro”, che non è legittimo spedire i «nostri drappelli di fanatici a vendicarsi dell’Europa sulla popolazione civile innocente della Siria e dell’Iraq»). Ma soprattutto ci permette di intravedere l’idea che Sarah insegue nel suo pellegrinaggio in oriente e di cui ci vengono offerti solo molteplici frammenti, come appunti di un volume non ancora scritto. Si parte da Kafka, dalla sua «identità confine» e dalla «necessità dell’accettazione dell’alterità come parte integrante del sé, come contraddizione feconda», per scivolare lungo il Danubio, questa «possibilità di un passaggio» tra cattolicesimo, ortodossia e islam, e scendere fino a Istanbul, «la città più a est dell’Europa o quella più a ovest dell’Asia» - e così via, tra minareti, bazar, rovine e rivoluzioni, poesie persiane, vini georgiani e tanto, tanto, oppio, sempre constatando che Oriente e Occidente «non appaiono mai separatamente, e sono sempre fusi, presenti uno nell’altro», compartecipi entrambi della «costruzione comune della modernità», anziché “costruzione” uno dell’altro (con tanti saluti a Said): Pessoa, «il poeta più occidentale e più atlantico d’Europa era in realtà un avatar del dio Khayyam». «Bisognava trovare, diceva, al di là dello sciocco pentimento degli uni o della nostalgia coloniale degli altri, una nuova visione che includesse l’altro da sé». «Dentro di sé c’è sempre l’altro», infatti, e «tutta l’Europa è in Oriente. Tutto è cosmopolita, interconnesso». Una constatazione che si trasforma in auspicio quando si osserva che abbiamo «bisogno di mescolanze, di diaspore» perché, se no, la «costruzione cosmopolita del mondo» avverrà unicamente attraverso la violenza e i grandi marchi, e non più «nello scambio dell’amore e del pensiero», come, nonostante tutto, si è riuscito (anche) a fare un tempo. Insomma, è un libro bellissimo, raffinato e cautamente luminoso, come un’alba timida in questi tempi tetri.

Ho parlato di


Mathias Enard
Bussola
(Edizioni e/o, 2016)

trad. di Y. Mélaouah

424 pp., € 19

(ed. or.: Boussole, 2015)

venerdì 9 febbraio 2018

Un breve viaggio e altre storie

Fu Umberto Eco a definire Paolo Rossi, in occasione della sua morte, «“il” grande studioso della memoria». Con buone ragioni, perché “questo” Paolo Rossi sarà ancora letto per i suoi pionieristici studi sulla mnemotecnica quando si offuscherà il ricordo del Pablito di Spagna ‘82 e di lui si occuperanno solo più quei calciofili eruditi che oggi ti saprebbero spiegare chi era, per dire, Angelo Schiavio. Ma anche perché di memoria Rossi è tornato a occuparsi, a più riprese e da altre angolature, ancora in età avanzata (se ne andò quasi novantenne, nel 2012), in una serie di appassionati contributi che, parzialmente raccolti in questo volume, si configurano quasi come una sorta di suo testamento intellettuale.

La lucida consapevolezza che memoria umana è uno strumento «meraviglioso ma fallace» indusse coraggiosamente Primo Levi a non volersi presentare solo come un reduce quando ragionava su come si fosse arrivati ai lager. Oggi che siamo nuovamente intossicati da falsi miti storici a cui rischiamo un po' tutti di abboccare è quantomai urgente un'opera di chirurgica disinfestazione operata anzitutto attraverso il bisturi dell'indagine storica: «la storia e la memoria collettiva – scrive infatti Rossi – possono essere pensate come i due corni di un’antinomia: dove i progressi della storiografia fanno continuamente arretrare il passato immaginario che è stato costruito dalla memoria collettiva». Un esempio? Il mito del “lungo viaggio” (come lo definì Ruggero Zangrandi), secondo cui una generazione intera di intellettuali, dopo anni di militanza semiclandestina, nicodemismo, fronda sofferta e mascherata opposizione, sarebbe infine approdata all'agognata liberazione per cui tanto avrebbe lavorato in segreto durante il Regime fascista (talmente in segreto che nessuno, e men che meno il Regime stesso, mai se ne accorse). Nient’altro che una razionalizzazione a posteriori, in tutt’altro contesto, di quello che fu, nell’ipotesi migliore, un sostanziale conformismo. «Quel viaggio assomigliò, nella stragrande maggioranza dei casi, al precipitoso scendere da un treno, che confusamente si percepiva avviato al disastro, per salire in fretta su un altro, il quale sembrava offrire speranze, unire uomini di buona volontà». Così, se si confrontano gli scritti che insospettabili filosofi diedero alle stampe negli anni ’30 con quelli licenziati intorno al ’68 si possono constatare curiose continuità di pensiero, sia pure adornate con una diversa retorica. Ci si convinse in buona fede di essere sempre stati antifascisti, ma si era solo cambiato il colore della giacchetta.

Quelli della mia categoria ci cascano spesso, e non di rado si occupano del passato solo per trovare conferme ai propri convincimenti, tanto da far dire a Rossi che «la bellezza del lavoro dello storico consiste principalmente nell’arte di ingarbugliare le favole raccontate dai filosofi». Qui vien fuori in modo magistrale lo stile di chi, abituato a misurarsi con le sfumature dei testi, scopre che il passato assomiglia, spesso e volentieri, a «un’animata discussione nella quale più persone parlano contemporaneamente cambiando spesso interlocutore», assai distante dai mono-loghi entro cui si vorrebbero racchiudere intere “epoche”, come piace fare agli sciamani che discettano di “età” e di “destini”. «Ai “grandi racconti” dei filosofi c’è una sola tesi da contrapporre: quella della varietà che è irriducibile all’unità, quella del totale non-senso della riduzione a unità di tutto ciò che accade. Bisogna in primo luogo riaffermare che non è affatto vero (e tantomeno ovvio) che ogni età sia caratterizzata da un paradigma dominante. (...) Il dialogo critico fra teorie, tradizioni, metafisiche, ideologie, immagini del sapere, metodi di ricerca è stato sempre ed è tuttora - al contrario - continuo, insistente, reale (…) Non è proprio questa varietà, questa fitta conversazione a caratterizzare (nell’esperienza di ciascuno di noi) ciò che è accaduto negli anni trascorsi, sta ora accadendo e presumibilmente accadrà nei prossimi decenni?». 

Tale incessante conversazione costituisce, in particolare, per Rossi, il contrassegno della civiltà europea in quanto luogo in cui il pluralismo è stato riconosciuto e accolto come un valore irrinunciabile. E in nome del quale, senza per questo negare gli orrori che siamo stati capaci di produrre in giro per il mondo, si deve evitare di soccombere alla logica binaria amico/nemico operante a vario titolo in tante teorie anti-eurocentriche (perché, insomma, Carl Schmitt sarà stato anche un bravo pensatore, ma era pur sempre un nazista e dire, semplicemente e unilateralmente, “noi cattivi, voi buoni” è solo il rovescio della medaglia del razzismo). «La nostra civiltà non è né un’unità indifferenziata né una totalità omogenea: in essa si sono svolti e si svolgono alienazioni e lotte per la libertà, cedimenti morali e combattimenti per la verità, conformismi e ribellioni, mistificazioni e analisi lucide. In essa hanno trovato posto sia il colonialismo sia il relativismo culturale, sia il razzismo e i pogrom e la Shoah sia la tesi dell’equivalenza delle culture e del relativismo culturale. Dentro le società che l’Occidente ha costruito sono nati gli ideali della tolleranza e della limitazione alla violenza; si è anche affacciata - forse per la prima volta nella storia del mondo - l’idea che fosse possibile guardarsi dal di fuori, far finta di essere Persiani in visita a Parigi, l’idea che fosse addirittura possibile che gli altri fossero migliori di noi».

Il che esclude di approdare a esiti identitaristi (poiché l’identità è articolata), ma anche di annacquare tutto in un generico e superficiale volemose bene. Al contrario, Rossi denuncia con fermezza il pacifismo che si fa connivente con il terrorismo come un tempo lo fu con lo stalinismo e rilancia ostinatamente il sogno kantiano di una progressiva riduzione della violenza, sostenendo però che per arrivarci può essere necessario passare anche attraverso le forche caudine della “guerra giusta”, «quella che vede contrapposti a guerrieri uomini i quali non credono che la guerra rappresenti un valore, detestano la violenza, non credono che la violenza sia da impiegare neppure per dar vita a un paradiso sulla Terra e che, tuttavia, sono costretti a combattere». La Resistenza, in fondo, è stata proprio questo. Siamo dalle parti di Bobbio, del Bobbio più problematico che ragiona sulla liceità della prima guerra del Golfo, ma forse – più ancora – dalle parti di chi rifiuta l’apocalisse anticipata e la convinzione che il tempo storico sià già il tempo della mietitura e della discriminazione decisiva di Bene e Male (“guerra giusta” non significa affatto “qui buoni, là canaglie”, come la intendono i Bush e i Trump, ma cercare di rispondere a questa semplice domanda: un eventuale mio intervento può ridurre significativamente la violenza attualmente in corso? – che non è poi nient’altro che l’opposto dell’omertà). «Viviamo in un mondo nel quale molti credono che esprimere indignazione sia sinonimo di senso critico e di intelligenza (...). Essendoci lasciati alle spalle un secolo pieno di conquiste e anche di indicibili orrori e violenze, dopo una montagna di errori compiuti, stanno ora davanti a noi, come ideali mete da raggiungere, il senso della caducità delle cose umane, la pazienza e l’indulgenza, la prudenza, la scepsi, il rifiuto della tentazione del tutto o niente». Infatti, «solo i se e i ma aprono le porte al mondo della ragione, coincidono con esso. Quello slogan, come minimo, nega l’utilità delle posizioni avversative o dei disaccordi, esprime un atteggiamento non facile da accettare e pericoloso da diffondere: significa che, con quelli che non la pensano come noi, non si vuole discutere, che è del tutto inutile farlo, che neppure si vuole tentare di farlo». La tentazione di affermare, col ditino puntato, “sono animali, sono fascisti, sono decerebrati” attesta una forma di sudditanza ai loro stessi schemi di pensiero (chiamiamolo così): se vogliamo essere davvero diversi, bisogna avere il coraggio di smarcarsene (anche se costa, se hai di fronte Salvini: ma è questa assuefazione all’ipersemplificazione che li nutre e li rafforza).

«Lo scrivere storie» tuttavia «ha indubbiamente a che fare non solo con la curiosità, ma anche con la pietà», con l’umanissimo desiderio di sottrarre qualcosa di meritevole all’annientamento del tempo e con l’amore sincero per i luoghi dei nostri padri su cui è fiorita la nostra esistenza – e che va tutelato dall’appropriazione indecente di chi si avvolge nel tricolore per giustificare atti di terrorismo e di pura violenza. Di tutti i ricordi di giovinezza che, invecchiando, si rende conto di rievocare con sempre maggior frequenza, Rossi ne sceglie uno in particolare: quando, renitente alla leva di Salò, nell’Umbria ancora occupata del ’44, si rivolse a una famiglia di amici degli amici per essere accolto e nascosto, e venne da questi preso in casa senza condizioni e sulla fiducia. «Non avendo combattuto, sugli anni della guerra - a differenza di molti miei coetanei e amici - non ho nulla di straordinario o di eroico da raccontare. Di eroico c’è stata, ai miei occhi, la facilità con la quale, come moltissimi altri, ricevetti aiuto da persone sconosciute». Ricordiamoci (appunto) che, se vogliamo, possiamo anche essere degni eredi di queste persone e non solo di quelli che andavano rastrellando paesi in camicia nera. E – soprattutto – che se davvero ci interessa qualcosa come la patria, se ancora esiste è solo grazie ai primi e non certo ai secondi.

Ho parlato di


Paolo Rossi
Un breve viaggio e altre storie.
Le guerre, gli uomini, la memoria
(Raffaello Cortina, Milano 2012)

190 pp., 13 €

mercoledì 17 gennaio 2018

Ferro e fuoco

Ammetto che dieci anni fa, quando questo libro uscì, non avevo quasi nessuna idea del fatto che nel mio paese esistessero zone in cui la malavita di pura razza bianca faceva ottimi affari sfruttando la manodopera immigrata nei campi di pomodori in condizione di semischiavitù. Imparai a distinguere il significato odierno di parole come “caporale” e “caporalato” credo solo dopo i fatti di Rosarno, che risalgono però al 2010. Dico questo perché l’effetto che una lettura come questa avrebbe potuto avere allora sul sottoscritto sarebbe stato sicuramente più dirompente di quanto non lo sia stato oggi, quando purtroppo siamo quasi assuefatti a fenomeni come quelli che qui vengono denunciati. Senza troppe prediche, peraltro, perché questo romanzo è tante cose, ma di certo non un polpettone retorico. Ho letto che è stato paragonato da molti a un un western di frontiera, e ci sta: per la spietatezza dei rapporti umani e familiari che vi sono ritratti, per il grilletto facile dei personaggi (tra cui un gangster che non esita a gettare i nemici in pasto ai suoi viziati rottweiler), per il sangue che scorre a fiumi e anche, non da ultimo, per il caldo soffocante che è mediterraneo ma potrebbe tranquillamente essere messicano (i fichi d’India che caratterizzano le scene in esterna, del resto, arrivano proprio da lì). Ci troviamo invece da qualche parte ai piedi del Gargano, ai margini della Foresta Umbra. «Terra magica, lasciatevelo dire. So’ jute per il mondo, modestia a parte. Ho visto la Spagna, la Germania... e pure l’America, se è per questo. Ma nessuna parte assemegghje a quaggiù. Certi profumi, signori, profumi come quelli dei meli nostri, dei mandorli nostri, non li troverete da nessuna altra parte. Nensignori, mai accussì! A bàsce u’ Salento boschi come i nostri manco se li sognano, e sarebbe ora che qualcuno ce lo spiegasse, a quille quatte mmerde dei nostri politici, che ‘ntr’u Gargane non ci sta soltanto a Padre Pio...». Belle parole da dépliant turistico: peccato che quei boschi vadano continuamente a fuoco durante la storia. E poi Padre Pio è davvero una presenza costante e quasi ossessiva, nei riquadretti delle case, esattamente come lo è la musica di Gigi d’Alessio, che ritorna di continuo persino nelle suonerie tamarre dei cellulari.

Un western, dunque. Ma anche, per certi aspetti, un road movie, un romanzo criminale, una storia di mafia, una pulp fiction (con tanto di grotteschi sicari che sembrano usciti da un episodio di Fargo). Tutto ruota intorno all’omicidio di una ragazza romena che vive in una baraccopoli costruita ai margini delle piantagioni e le cui conseguenze influiscono profondamente sui destini dei vari protagonisti, perché l’apparente delitto passionale nasconde spesso e volentieri una realtà un po’ più intricata. Si tratta in fondo della consolidata e ancora valida lezione di Sciascia. Meno pretenziosamente e prima di Lagioia, Di Monopoli gioca curiosamente con le stesse allitterazioni (là ferocia, qui ferro e fuoco) per raccontare una Puglia devastata e truce, quella “terra di dove finisce la terra” che però è proprio lì dietro l’angolo. C’è un personaggio, un’insegnante di origine salentina che sta tornando a casa, a Modena, e si ritrova suo malgrado invischiata in questa storia mentre risale lungo l’Adriatica. Non c’entra nulla con quello che è successo; entra nella vicenda, ne esce, e in fondo non si rende mai pienamente conto di che cosa l’abbia sfiorata e di cosa ci sia dietro la sua disavventura. É un po’ la controfigura di noi lettori ingenui che pensiamo che certe cose non possano realmente accadere, non qui, non da noi, e che, anche quando, per un motivo o per l’altro, ci sbattiamo contro, continuiamo a non capirci granché, anche se siamo professori di liceo.

Ho parlato di




Omar di Monopoli
Ferro e fuoco
(Isbn, 2008)

123 pp., 14 €

giovedì 4 gennaio 2018

1917. L'anno della rivoluzione


Abbiamo appeso il nuovo calendario appena tre giorni fa e ho sentito ricordare già almeno un paio di volte che questo sarà l’anno del centenario della vittoria nella Grande Guerra. E allora permettetemi di fare ancora un passetto indietro, perché prima del 1918 c’è pur sempre stato il 1917, di cui questo volume è una sorta di memoriale annalistico, quasi un Libro dei Fatti steso però non da un anodino redattore, ma da un professore che usa come inchiostro il vetriolo e sin dalle prime pagine chiama quella guerra per quello che è stata: «un osceno macello», «una fabbrica di follia», «una guerra in cui il potere, in ogni nazione, manifesta il totale disprezzo della vita dei soldati», «un’eterna attesa di morte, uno stillicidio di cadaveri, in una zona di confine, in cui si muore senza vedere il nemico», e l’alternativa è solo quella tra «morire maciullati dalle bombe del nemico o morire freddati dalle scariche di fucile dei commilitoni», a causa delle ferocissime e del tutto miopi politiche disciplinari ordinate da Alti Comandi irritati perché la loro ostinata partita di Risiko non andava secondo i loro piani. «Pensare quanto hanno tribulato i miei genitori per allevarmi fino a vent’anni e qui con una indifferenza ti mandano al macello», scrive al fratello un fante di Bassano e capisci che una guerra così non può averla davvero vinta nessuno, non scherziamo. Noi come generazione siamo giustamente rimasti shockati dall’enormità dei lager e delle camere a gas, ma non per questo dovremmo mai accettare che allora le trincee e l’iprite, Verdun e l’Ortigara siano cose normali. Per me Cadorna e Goering pari sono e non per nulla i fenomeni della Prima Guerra Mondiale li ritroviamo poi tutti a recitare nuovamente la loro meschina parte, qualche anno più tardi: i Pétain, gli Hindenburg, i Badoglio («un caso incredibile di sopravvalutazione di un personaggio tra i meno gloriosi e i più ambigui del Novecento italiano»). E ti chiedi davvero, quando evocano proprio il centenario del ’18, a quale “composizione della memoria” possano mai pensare i monarchici coinvolti nella traslazione a Vicoforte della salma di Vittorio Emanuele III, che quella guerra ha voluto, ha praticamente imposto al Paese con un colpo di mano, insieme a Sonnino e Salandra, e ha pure formalmente diretto (il re, da Statuto, «comanda tutte le forze di terra e di mare» e «dichiara la guerra»). Ma di cosa state parlando?

Ciò detto, il 1917 merita attenzione, per d’Orsi, perché è l’anno in cui la corda si spezza, «un anno che, lungi dal porre fine al conflitto, si rivelerà il più duro e tragico, ma avvierà processi nuovi, in seno al conflitto stesso e intorno ad esso». Nel momento in cui il potere mostra il suo volto più disumano, semplicemente, non ce la si fa più. Prima che anno di rivoluzione, il 1917 è infatti anno di stanchezza: è questa «la linea rossa» che tiene insieme i fili sparsi di capitoli ordinati cronologicamente e talora, per questo, anche un po’ ripetitivi. Solo che la stanchezza può indirizzarsi spontaneamente su binari diversi. Può tradursi in timidi episodi di diserzione, spesso repressi brutalmente, o in ondate di scioperi, come nelle giornate d’agosto di Torino, quando «le donne, gli uomini, i ragazzi cui viene negato il pane non possono non notare che le pasticcerie offrono biscotti e dolci costosi e prelibati, riservati alle bocche e agli stomaci dei “signori”» (sì, perché la guerra, e quella guerra in particolare, è terribilmente classista: e chi con essa fa lucrosi affari, e per questo la vorrebbe a oltranza, passa per patriota mentre chi non ne può più e, stremato, chiede la pace viene ulteriormente spremuto sul lavoro o magari fucilato come disfattista). Anche Caporetto è figlia di quella stanchezza, esito catastrofico, a sua volta, «di una stolta, e in sostanza criminale, conduzione della guerra da parte di Cadorna e dei suoi collaboratori e subordinati».

Questo amalgama disordinato di esasperazioni serpeggiava in tutta Europa: se trovò il suo precipitato più esplosivo in Russia fu grazie alla presenza di un agente catalizzatore che lo seppe guidare con demiurgica e spregiudicata lucidità. Su questo, d’Orsi non ha dubbi: «la Rivoluzione bolscevica è soprattutto la Rivoluzione di Lenin», al cospetto del quale tutti gli altri personaggi che troviamo sul proscenio appaiono dei comprimari (con buona pace dei pennivendoli italiani che ne parlavano, all’epoca, come di un “omiciattolo” – ma è proprio perchè in Italia «manca un Lenin» che i moti torinesi non diventarono realmente rivoluzionari: i socialisti italiani vengono osteggiati perché neutralisti, ma in realtà se gettano il sasso, poi nascondono la mano e oltre qualche proclama di massima non si spingono mai). Il merito di Lenin fu di aver privilegiato «i fattori soggettivi, la volontà dell’individuo, sui fattori strutturali, che nella lunga stagione del positivismo imperante erano interpretati meccanicisticamente, finendo addirittura, talora, per cancellare l’iniziativa umana, riducendo l’azione politica a una certificazione dello sviluppo delle forze produttive fino alla loro entrata in rotta di collisione con i modi di produzione, secondo la lezione marxiana interpretata in modo pedissequo».

E qui non so, forse mi sbaglierò, ma quale che sia il giudizio storico su Lenin, pare di percepire in questa lettura una nota di speranza rispetto alla possibilità che anche là dove certi processi socio-economici sembrano irrevocabili e incontrollabili, l’azione umana – e dunque la politica – abbia comunque ancora sempre margini di manovra per riaprire degli orizzonti, spezzare delle tendenze, dare un colpo d’ala, scompaginare le carte, smuovere l’inamovibile. E che dunque, persino nell’epicentro di una crisi, sia lecito pensare, ragionare e progettare scenari alternativi, perché le crepe, di tanto in tanto, si aprono e in quel momento lì non hai più tempo e diventa essenziale agire. Anche perché se no ci arrivano prima i fascisti, quelli che tutto deve cambiare perché rimanga tutto com’è. E insomma, buon anno elettorale a tutti.

Ho parlato di



Angelo d'Orsi
1917. L'anno della rivoluzione
(Laterza, 2016)

278 pp, 18 €

domenica 24 dicembre 2017

Le navi dei vichinghi

So per certo che esistono al mondo persone che leggono solo libri fantasy. Sarei curioso di sapere cosa ne penserebbero di un volume come questo, che del fantasy ha molto – più sword che sorcery, d'accordo: o meglio, la sword taglia e affetta con risultati evidenti, la sorcery è invece tutta nella testa delle persone, e noi la chiameremmo piuttosto superstizione, ma c’è pure lei – eppure è a tutti gli effetti un romanzo storico, e anche accurato. Se però la storia è quella del secolo decimo, del tempo cioè in cui Harald Dente Azzurro regnava in Danimarca ed Etelredo in Inghilterra, quando «mancano solo undici anni alla fine del mondo» e «Londra era poca cosa in confronto a Cordova», e se le vicende narrate sono ambientate per lo più in regioni che stanno al di là delle croci innalzate dal grande imperatore Carlo per tenere gli ospiti indesiderati alla larga dai confini del suo impero, ecco che i due piani tendono a sfumare un po’ l'uno nell'altro. D’altronde quella, grosso modo, è proprio l’epoca in cui maturano le grandi saghe cantate dagli scaldi, diventate poi il retroterra più o meno esplicito per tutte le future Terre di Mezzo. La sensazione è un po' quella che si può avere leggendo L'età del bronzo di Eric Shanower, splendido fumetto realistico che racconta la guerra di Troia con sensibilità archeologica e senza interventi divini (anche se, per restare nel medium, il paragone più ovvio sarebbe con Thorgal, che però vira decisamente più sul fantastico e persino sul fantascientifico).

Se però il ritmo riecheggia, anche nelle formule, quello dell'epica, il tono è tutt'altro che serioso. Insomma, ciò di cui qui si parla sono pur sempre razzie, rapimenti, teste mozzate che finiscono nei boccali di birra e massacri assortiti, tuttavia lo si fa con una leggerezza non dico alla Pulp Fiction, ma da spaghetti western, questo sì. Durante una grande festa di nozze organizzata presso i finnici, ad esempio, «i commensali si erano messi a litigare intorno alla vendita di un cavallo e ben presto avevano tirato fuori i coltelli. La sposa e le sue compagne all'inizio si erano messe a ridere e a battere le mani per aizzare i contendenti. Ma quando lei, che era di buona famiglia, aveva visto che suo zio stava perdendo un occhio per opera dei parenti dello sposo, aveva preso una fiaccola dalla parete e l'aveva sbattuta sulla testa del marito, incendiandogli i capelli. Allora una serva svelta si era tolta l'abito e glielo aveva gettato sul capo, schiacciando forte per spegnere il fuoco e gli aveva salvato la vita. La sposa, però, vedendolo uscire da sotto i panni tutto nero, bruciacchiato e calvo, si era messo a urlare. Nel frattempo, il fuoco si era attaccato alla paglia per terra e undici persone ubriache erano state arse vive. (...). Da allora la sposa visse felice col suo sposo, anche se a lui i capelli non erano mai più ricresciuti. Re Harald disse che gli piacevano quelle allegre storie intorno alla vita dei finnici, che per natura facevano sempre scherzi e malefatte».

Così, una battuta come «sei un brav’uomo, anche se sei piccolo» potrebbe stare benissimo in bocca a Bud Spencer. A pronunciarla, infatti, è Orm, un giovane omone vichingo, il più bravo del suo villaggio nel bestemmiare e nello sputare lontano, prima di essere coinvolto in una serie di viaggi che lo porteranno a vivere avventure molto lontano da casa, in una terra in cui gli Asi sono poco potenti e domina un Dio solo che si impiccia – strano a dirsi per uno scandinavo – di cosa un uomo può mangiare e cosa no e che richiede forse un po' troppe genuflessioni quotidiane verso oriente, ma a cui vale la pena convertirsi fintanto che ci si muove nei suoi reami (così come ci si potrà convertire, con la stessa scioltezza, al cristianesimo, perché un Dio potente dalla propria parte torna sempre utile: e giù crocifissi di metallo al collo che neanche un gangsta rapper). Da queste avventure si riportano di solito tesori e cicatrici da mostrare con orgoglio alle donne, ma può capitare di imbarcare persino una campana di San Giacomo rubata a Compostela, che fa invece la gioia dei vescovi inviati in missione in quelle nordiche terre pagane senza reliquie nella propria bisaccia – ma ancor più dei preti-medici al loro seguito, come padre Vilibaldo, che con le reliquie ci fa i decotti per guarire chi si affida alle sue cure. «In questo paese la cosa peggiore per noi medici – dice – è che non abbiamo reliquie che ci possano aiutare; nemmeno un dente di san Lazzaro, che fa miracoli contro il male di denti, facile da trovare in molti paesi cristiani. Quando ci mandano a predicare ai pagani, infatti, non ci permettono di portare con noi reliquie, perché potrebbero cadere nelle mani sacrileghe dei pagani. Dobbiamo affidarci solo alle preghiere, alla croce e ai medicamenti terreni, che, però, non sempre bastano».

Vilibaldo, peraltro, è un bel tipetto collerico e non cura i vichinghi spinto da filantropia. Ha tutta una sua bella teoria al riguardo: vi mantengo in forze perché così possiate massacrarvi a vicenda e uccidervi tutti, satanassi che non siete altro. Le ferite possono guarire, ma l'anima non può cambiare. «Lupi assetati di sangue, assassini, malfattori, adulteri e porci, pupille degli occhi di Belzebù, male erba di Satana, figli di vipere e di serpi, come potrete mai essere purificati dal battesimo e presentarvi bianchi come neve davanti ai santi di Dio? (…) Sapete che cosa succederebbe se uno scandinavo entrasse in paradiso? Si prenderebbe subito una vergine santa, bestemmierebbe, urlerebbe le sue grida di guerra ai serafini e agli arcangeli e griderebbe che gli portassero un boccale di birra davanti al trono altissimo di Dio. No! No! So quello che dico: l'inferno è il solo posto adatto a voi, che siate battezzati o meno, e di questo sia lode all'Eterno per tutta l'eternità, amen». E però non si può non provare un moto di simpatia verso la brutale ma spontanea concretezza con cui questi bambinoni cresciuti insozzerebbero l’etereo empireo medievale.

Date queste premesse, anche l'interminabile pranzo di Natale alla corte del neoconvertito re Harald, in occasione del quale si macellano quarantotto grassi maiali, nonostante l'avvertenza di deporre tutte le armi al di fuori della sala dei banchetti, nonostante il brindisi iniziale in onore di Gesù (che perfino i pagani festeggiano, «perché era il primo brindisi e tutti avevano sete di birra»), e nonostante il racconto edificante del vescovo Poppo sulla vita del re Davide, finirà – ovviamente – in rissa. Andrebbe letta proprio domani, ai piedi dell’albero, dopo essersi scannati per l’ultima fetta di pandoro o panettone.

Ps. Una nota tecnica: quest'edizione in realtà non contiene tutta la saga. C'è infatti un Vol. 2, edito sempre dalla Beat. Peccato non sia scritto da nessuna parte e lo si scopra solo alla fine.

Ho parlato di


Frans Gunnar Bengtsson
Le navi dei vichinghi
(Beat 2014)

trad. di L. Savona

240 pp., € 13,90

(ed. or.: Rode Orm, 1954)

martedì 28 novembre 2017

Io sono vivo, voi siete morti

Ipotizziamo – dico ipotizziamo – che l’Impero Romano non sia mai finito. Che la realtà così come la conosciamo non sia altro che una gigantesca pantomima orchestrata dal Re del Mondo per tenerci prigioniero il cuore nel tepore tutto sommato confortevole di una caverna. Certo, «vaghe intuizioni, dubbi, piccole incoerenze notate nella vita di tutti i giorni fanno intravedere la verità a quelli di noi che dormono meno profondamente; e tuttavia non osano crederci». Già, perché al di sopra di questo involucro materiale progettato da un malvagio demiurgo, risplende purissimo quell’Uno di cui la nostra vita attuale è appena l’ombra di un’ombra – e sulla quale tuttavia Egli pietosamente si piega, con la discrezione del vento leggero che sibila nella coscienza dei desti l’illusorietà di tutto ciò che ci circonda. Pacioccando con suggestioni di questo genere, nei primi due secoli della nostra era, personaggi dai nomi pittoreschi come Marcione, Carpocrate o Basilide costruirono ciascuno la propria variante di eresia gnostica. Di loro si sono un po’ perse le tracce, perché «gli gnostici erano i dissidenti della dissidenza: magnifici perdenti, grandissime teste di cazzo», che però «eserciteranno sempre un fascino profondo su tutti i franchi tiratori della religione».

Coerentemente con l’assunto borgesiano secondo cui la teologia non sarebbe altro che un ramo della letteratura fantastica, questi bagliori di verità ultrasiderale si sarebbero nuovamente manifestati, in pieno XX secolo, non già in corposi tomi teologici, bensì nella «forma contemporanea che (...) più si addiceva a una rivelazione: la fantascienza» - e più precisamente nell’opera squinternata e sublime di uno scrittore con manie paranoidi fin troppo volenteroso di calarsi nei panni del veggente, Philip K. Dick: «forse sono una specie di Giovanni Battista: il precursore, l’anello di congiunzione tra due ere; il più grande nell’antica alleanza, il più piccolo nella nuova; l’ultimo dei profeti, quello che si fa avanti quando tutti si lamentano perché Dio non parla più al suo popolo; la voce che grida nel deserto. Se leggi bene la Bibbia, vedrai che era un barbuto esaltato, proprio come me. Chiediti in tutta franchezza se allora gli avresti creduto». Di Dick questo libro è una folgorante biografia, che come spesso accade con Carrère è anche un modo per parlare di se stesso, attraverso la rilettura di un proprio mito giovanile (al pari di Lovecraft: abbiamo seguito un’analoga iniziazione, direi), che lo scrittore francese si prende il gusto di imporre all’attenzione altrui con quel sottile piacere provato da ogni lettore quando riesce a fare del proprio outsider preferito un maestro riconosciuto da tutti (il libro uscì in prima edizione in Francia a inizio anni ’90: mi sa che le mie letture dickiane adolescienziali rientrano almeno in parte nella storia degli effetti promossa da questo testo, anche se all’epoca non lo sapevo). 

A tratti, a chi ha letto Il Regno, potrà sembrare di essersi imbattuto in una sua variante ambientata in un mondo alternativo in cui al posto di Nerone c’è Nixon e al posto di san Paolo, appunto, l’autore di Ubik. L’intera vita di Dick gira infatti intorno al tentativo impossibile e alla fine rimasto incompiuto di dare corpo e ordine sistematico a quella frammentaria rivelazione (“l’Esegesi”) che si era convinto di ricevere da un’entità «che lui per pudore chiamava Valis», onde non scomodare il nome dell’Altissimo. Il suo percorso è quello di chi scopre a un certo punto, con propria grande sorpresa, che tutte le invenzioni via via disseminate in romanzi e racconti scritti per fare cassa erano – nella sostanza – vere, autentiche epifanie celate sotto il rivestimento insospettabile della letteratura di genere. «Ormai, ogni volta che rileggeva un suo libro, era impressionato dalla natura profetica di quello che aveva scritto». Tanto basta per renderlo un guru della controcultura hippy. «Lui che si era sempre sentito emarginato si ritrovò a vivere in un’epoca in cui i margini erano il centro del mondo e si stabilì allegramente al margine dei margini», immarcabile rolling stone scartata dai costruttori eppure divenuta il cuore di una nutrita cerchia di apostoli e ammiratori che adoravano ascoltare le sue storielle e i suoi discorsi sempre sul filo tra genialità e pura follia. A loro, ma non solo a loro, Dick appariva con il volto inquietante del Ratto – così come un giorno Socrate apparve ad Alcibiade sotto forma di Sileno – dal nome che lui stesso aveva dato a una variante del Monopoli escogitata per divertire le figlie della terza moglie, nella quale «il Banchiere non si limitava a fare da arbitro, ma in quanto Ratto poteva modificare a sua discrezione le regole del gioco». In quanto Ratto, ad esempio, Dick «non poteva fare a meno di dare ogni volta un nuovo giro di vite ai suoi romanzi, motivo per cui aveva enormi difficoltà a terminarli», un po’ come accade nei dialoghi aporetici di Platone.

Ma soprattutto, in quanto Ratto, Dick non riuscì mai a trovare la quadra definitiva, l'anello che tiene, il disegno complessivo che raccoglie l'intera trama degli eventi – lui, che per gran parte della sua vita non era riuscito a vedere altro che significati, dappertutto, ossessivamente, anche là dove non c’era assolutamente nulla di nascosto da dover portare alla luce (e che anche per questo era diventato cultore dell’I Ching). Anzi, in tempi di paranoia crescente, negli anni post-Watergate, così «come un esteta rinuncia a una raffinatezza quando diventa alla portata di tutti», finì per approdare all’«accettazione disincantata ma serena dell’assurda, complessa e meravigliosa idiozia del mondo. Non c’è nessun senso, nessun aldilà, e forse è meglio, a ogni modo è così, e non sono ammessi ripensamenti». Ma Dick era un Ratto, e se non fosse morto, ci avrebbe sicuramente, ancora una volta, ripensato. Sempre che i morti non siamo noi – e il nostro assurdo quotidiano il codice cifrato con cui l’entità PKD cerca ancora di mostrarci che sotto sotto la realtà è solo il tiro mancino di un genio maligno.

Ho parlato di


Emmanuel Carrère
Io sono vivo, voi siete morti
(Adelphi, 2016)

trad. di F. e L. Di Lella

319 pp, 19 €

(ed. or.: Je suis vivant et vous êtes morts, 1993)