martedì 28 febbraio 2023

Il contesto

Tre anni prima che lo facesse Pasolini sul Corriere della Sera, Sciascia aveva già pronunciato il suo personalissimo «io so», pubblicando un romanzo concepito come una parodia, iniziato «con divertimento» (perché, come sempre, in questo nostro povero paese «non è che non ci fosse da essere arrabbiati e da disprezzare. Ma c’era anche da ridere») e portato a termine, però, «che non mi divertivo più», forse perché l’«apologo sul potere nel mondo» che aveva in testa, «sul potere che sempre più digrada nella impenetrabile forma di una concatenazione che approssimativamente possiamo dire mafiosa», pur se ambientato in un paese di finzione, stava cominciando a diventare sin troppo simile alla realtà italiana del 1971 (o forse era stato così sin dall’inizio, ma è solo scrivendone che se ne era accorto davvero). L’operazione era oggettivamente arrischiata e risultò infatti contestatissima nella sua pretesa di essere contestuale: il meno che si attirò addosso fu l’accusa di qualunquismo, ma Raboni, per citarne uno tutt’altro che sprovveduto, arrivò addirittura a defìnire il libro «un raccontino scialbo e pretenzioso, incongruamente in bilico tra descrizione e allegoria, soprassalti pamphletistici e kakfismi di terza mano». Ebbene, col senno di chi arriva molto poi e non ne può più di quanti vedono trame occulte dappertutto perché l’hanno letto su internet, vien da pensare anche a me che, sì, forse si rende un servizio migliore all’intelligenza se la si applica nell’analisi circostanziata e filologica degli eventi, anziché nella delineazione di quadri d’insieme che rischiano di non spiegare nulla perché si propongono di spiegare tutto (del resto, anche il prototipo di tutti i j’accuse riportava nomi, cognomi e prove). Però tutto questo Sciascia l’ha fatto, e benissimo, in tante altre occasioni e, non trovandomi nella condizione di dover commentare un romanzo appena uscito, ma potendo al contrario considerare, in retrospettiva, l’intera sua produzione, mi tengo stretto il privilegio di poter prendere quanto qui scritto non come la sua parola definitiva, bensì come una semplice tessera di un mosaico ben più ampio – e provo a suggerne qualche spunto di riflessione.

Il racconto comincia con un morto ammazzato al termine della prima frase, cui se ne aggiunge subito un altro, due pagine dopo: in entrambi i casi si tratta di giudici, veri e propri “cadaveri eccellenti”, come li avrebbe definiti Francesco Rosi intitolando così il film tratto da questa storia. Dell’inchiesta viene incaricato un ispettore che l’inquisizione ce l’ha radicata fin nel nome, Rogas, persona con «dei principi, in un paese in cui quasi nessuno ne aveva». E lo spunto di partenza è in fondo proprio questo: come potrà procedere un’indagine degna di questo nome in «un paese dove non avevano più corso le idee, dove i principi – ancora proclamati e conclamati – venivano quotidianamente irrisi, dove le ideologie si riducevano in politica a pure denominazioni nel giuoco delle parti che il potere si assegnava, dove soltanto il potere per il potere contava»? Questo Rogas, per un verso, presenta alcuni cliché tipici del detective da romanzo poliziesco («come ogni investigatore che si rispetti, che abbia cioè di se stesso quel rispetto che vuole poi riscuotere dai lettori, Rogas viveva solo; né c’erano donne nella sua vita», osserva Sciascia, quasi abbattendo la quarta parete, come farà altre volte in corso d’opera), ma per altri aspetti è un inquirente anomalo, uno che ragiona ad ampie volute sulle cose del mondo e che lavora ai propri rapporti con una cura tale da renderli incomprensibili ai burocrati chiamati a protocollarli, al punto da apparire ai loro occhi, ovviamente con discredito, come una specie di intellettuale (ed anche se Sciascia non poteva ovviamente immaginarselo, viene subito in mente Giovanni Falcone – magistrato, sì, ma prima ancora antropologo del fenomeno mafioso, ed anche lui spesso schernito per questa sua pretesa). Così, quando, pur in presenza di un’ipotesi promettente, dai piani alti gli viene chiesto di indirizzare invece le sue ricerche sull’immancabile pista anarchica (ricordo che all’epoca Valpreda stava ancora in carcere), Rogas capisce che il problema è ben più grosso di quanto s’era immaginato e che alla fine il sospettato numero uno, posto che sia il vero colpevole dei delitti, sarebbe comunque il meno colpevole di tutti gli altri attori coinvolti nella vicenda.

A illuminarlo in tal senso è anche un confronto con il presidente Riches, ordinario di diritto e primo giudice di una qualche alta corte, il quale formula una compiuta teoria filosofica secondo cui l’errore giudiziario non è per definizione possibile, poiché compito della giustizia non sarebbe – dice lui - quello di verificare un’eventuale colpa, bensì di determinarla, in analogia con quanto accade nella celebrazione eucaristica, quando, al momento della consacrazione, la formula pronunciata dal sacerdote, foss’anche indegnissimo, trasforma realmente il pane e il vino nel corpo e sangue di Cristo. «Perseguire il colpevole, i colpevoli, è impossibile; praticamente impossibile, tecnicamente», così come non si possono esibire «prove oggettive» di nessun reato: anche se, da Voltaire in poi, andiamo raccontandoci che l’esercizio della giustizia consisterebbe nell’individuare le responsabilità personali di ognuno rispetto a un determinato codice di leggi, le cose starebbero ben diversamente. «La giustizia siede su un perenne stato di pericolo, su un perenne stato di guerra», e come in guerra non cade chi se lo merita, ma semplicemente chi è meno fortunato, così i colpevoli non sono tali perché abbiano effettivamente compiuto qualche misfatto, ma semplicemente perché rientra fra le prerogative essenziali del potere imporre che vi sia un colpevole e indicare chi lo sia. In ciò consiste l’«ingresso di dio nel mondo. Il solo ingresso che il mondo consente a dio». Anziché essere il baluardo estremo opposto alla pura forza, il diritto non sarebbe perciò altro che la versione civilizzata dell’atavico sacrificio rituale.

Quel di cui si accorge Rogas, man mano che procede nella sua indagine, è dunque che «dentro il problema di una serie di crimini che per ufficio, per professione, si sentiva tenuto a risolvere, ad assicurarne l’autore alla legge se non alla giustizia, un altro ne era insorto, sommamente criminale nella specie, come crimine contemplato nei principi fondamentali dello Stato, ma da risolvere al di fuori del suo ufficio, contro il suo ufficio. In pratica, si trattava di difendere lo Stato contro coloro che lo rappresentavano, che lo detenevano. Lo Stato detenuto. E bisognava liberarlo. Ma era in detenzione anche lui: non poteva che tentare di aprire una crepa nel muro». Che fare, cioè, quando è lo Stato stesso - l’istanza suprema che dovrebbe garantire l’ordine attraverso il rispetto delle leggi - ad assicurare, invece, quell’ordine tramite l’esercizio sistematico dell’illegalità? Occorrerebbe che lo Stato si facesse guerra da solo, ma, com’è noto, persino Satana, se si ribella contro se stesso, non può restare in piedi ed il suo tempo ormai è finito. Molto meglio eliminare i magistrati che si avventurano donchisciottescamente nelle zona d’ombra che tali devono restare – e già che ci siamo cogliere l’occasione per far fuori pure qualcun altro, così da sollecitare la consueta caciara funzionale al mantenimento dello status quo.

Ricordo di aver letto qualcosa di simile in un libro del giudice Rosario Priore, là dove questi affermava, a commento delle sue inconcludenti indagini su Ustica, che esiste una sfera d’azione in cui ne va dello Stato stesso e alla quale perciò non sono applicabili le consuete norme giuridiche, ma di cui si può solo tentare una ricostruzione storica (e c’è forse un’eco di tutto ciò anche nel monologo che Sorrentino fa fare al suo Andreotti nel Divo). Solo che per Sciascia hai un bel chiamarla ragion di Stato o scomodare l’Altissimo: dal suo punto di vista, ciò che in questo modo spregiudicato verrebbe difeso non sarebbe in fin dei conti nient’altro che il mero esercizio del potere da parte di chi esercita il potere per il puro fine di esercitare il potere. Dove, però – e credo che questo sia stato, all’epoca, il boccone più indigesto da mandar giù per una parte del suo pubblico – tale potere è per lui una metastasi talmente ramificata da coinvolgere nella sua concreta gestione tanto il legittimo detentore, quanto il sedicente oppositore. Il ministro può così affermare, dando di gomito, che «il mio partito, che malgoverna da trent’anni, ha avuto ora la rivelazione che malgovernerebbe meglio insieme al Partito Rivoluzionario Internazionale» (e tanti saluti al compromesso storico), anche se Amar, il leader dei rivoluzionari, «sa benissimo che io su quella poltrona ci sto meglio di lui; e ci sto meglio nel senso che tutti stanno meglio mentre ci sto io, il signor Amar compreso». D’altra parte, il funzionario di quello stesso Partito Rivoluzionario, quando, con il suo aiuto, tutto verrà insabbiato, concluderà: «siamo realisti (…). Non potevamo correre il rischio che scoppiasse una rivoluzione. (…) Non in questo momento».

Quanto ai contestatori extraparlamentari, che in teoria sarebbero immuni da questi maneggi, c’è assai poco da sperare in loro – e la mente torna nuovamente a Pasolini, questa volta al cantore di Valle Giulia, i cui versi riecheggiano in una poesia attribuita, nel romanzo, allo scrittore Nocio: «con arroganza ripetete a memoria / quel che non sapete / idee-spray schiuma di vecchie e nuove idee / (più vecchie che nuove) / che le vostre labbra squagliano e sbavano / come appena ieri in braccio alla mamma / - la mamma la mamma - / il gelato alla crema. E colano / dalle vostre barbe di protomartiri / coltivata impostura / finzione di una maturità che vi faccia / uguali al padre e idonei dunque all’incesto», eccetera eccetera. Questi sedicenti ribelli non sono altro che «dei cattolici vecchi, fanatici, funerari», che hanno riscoperto l’indice dei libri proibiti proprio nel momento in cui la chiesa lo sta riponendo nell’armadio. Anzi, «che peccato che la chiesa cattolica abbia tanta fretta di adeguarsi ai tempi: se si arroccasse, se tornasse ad essere chiusa e feroce come ai tempi di Filippo II, dell’inquisizione, della controriforma, costoro correrebbero dentro a sciami. Proibire, inquisire, punire: ecco quello che vogliono!». Oh che fastidio, per dispregio verso gli apparati, ritrovarsi schierati dalla stessa parte di questi minchioni!

«Robespierre che non aveva la barba / ride di voi della vostra rivoluzione». Eppure – ecco la sibillina profezia contenuta in questo libro – una rivoluzione ci sarà, anche se non saranno loro a farla. Lo Stato borghese sembra avere avuto fin qui una capacità di resistenza quasi inesauribile, ma sarà davvero così per sempre? Oppure lo squallido contesto messo qui in scena non è che il brodo di coltura di qualcosa di terribile che nessuno s’aspetta e che, quando diventerà operativo - e forse lo è già diventato - sarà comunque troppo tardi per essere fermato?

(finito il 29 luglio 2021)

Ho parlato di


Leonardo Sciascia
Il contesto. Una parodia
(Adelphi 2006)

114 p. | 10 €

(ed. or.: 1971)

lunedì 13 febbraio 2023

Piano meccanico

Questo libro comincia dal punto in cui di solito si concludono le favole. «Finalmente, dopo il grande bagno di sangue della guerra, il mondo era realmente libero da ogni terrore innaturale: fame, prigionia, torture, stermini di massa. Oggettivamente il sapere scientifico e le leggi internazionali avevano l’opportunità, lungamente attesa, di trasformare la terra in un posto nel complesso piacevole e confortevole in cui stare ad affrontare il Giorno del Giudizio». L’utopia ingegneristica positivista, alfine, ha prevalso, rendendo possibile l’istituzione in America di una sorta di paradiso terrestre tecnologico in cui non sono più le piante a produrre spontaneamente i loro frutti, bensì le macchine a fare tutto ciò che prima l’uomo poteva ottenere solo col sudore della sua fronte. «Dove gli uomini si erano scagliati un tempo l’uno contro l’altro urlanti, oltre a combattere sino all’ultimo respiro con la natura, s’udiva il ronzio, il brusio e il tintinnio delle macchine, che producevano componenti per carrozzine e tappi di bottiglia, motociclette e frigoriferi, televisori e tricicli: i frutti della pace». Non si potrebbe sperare di meglio, se non fosse che a scrivere queste righe è Kurt Vonnegut – e sebbene nel 1952, quando pubblicò questo suo romanzo d’esordio, non fosse ancora davvero quel Kurt Vonnegut che amiamo e conosciamo (soprattutto nello stile, non ancora apertamente anticonvenzionale) lo era già comunque quanto basta perché possiamo presagire che probabilmente non è tutto oro quel che luccica e che da qualche parte, lì in quel giardino futurista che trasfigura l’incipiente società del benessere post-bellica, stia già strisciando il solito serpente guastafeste.

Per aiutarci a mettere le cose nella giusta prospettiva, Vonnegut riprende, come spesso gli capita, la lezione delle Lettere persiane, registrando le impressioni che sulla società americana va via via maturando lo scià del Bharatpur, leader politico e spirituale di una imprecisata nazione orientale, uscito fuori dal suo palazzo arroccato fra i monti per venire a capire che cosa possa imparare il suo popolo dal paese più potente del mondo. É lui, ad esempio, a far notare al suo esterrefatto accompagnatore/traduttore (e ai lettori immersi in pieno maccartismo) che, a ben vedere, una società in cui la produzione è coordinata attraverso l’automazione per eliminare la competizione e lo spreco è semplicemente una variante di socialismo, giacché, quando è totalmente pianificato, anche il consumismo si rovescia in comunismo, sia pure di tipo non egualitario. Rientra fra le distorsioni paradossali del sistema anche la frustrazione dello scrittore di altissimo talento il cui libro non viene pubblicato perché «di ventisette pagine più lungo della lunghezza massima; il suo quoziente di leggibilità era di 26,3 (…) e nessun club toccherà mai nulla con un quoziente di leggibilità superiore a 17» - dove i “club” non sono altro che gruppi editoriali settoriali che, per rientrare nei costi di produzione, devono avere almeno mezzo milione di membri e offrire loro esattamente quello che questi ultimi si aspettano e che viene costantemente monitorato attraverso una fitta serie di sondaggi («santo cielo, pubblicare un libro che non piace alla gente farebbe fallire un club, così! (…) Riescono a offrire la cultura a buon mercato solo sapendo in anticipo che cosa vuole la gente e in quali quantità. E la gente ottiene esattamente ciò che vuole, sino al colore della copertina»). L’industria culturale funzionava già un po’ così allora, ma la componente satirica, pur presente in abbondanza, non mi pare la cifra dominante del testo, come non lo è quella puramente predittiva, benché si sia sempre tentati di giudicare i racconti distopici sulla base di quanto sarebbero riusciti ad anticipare del loro futuro, e benché lo stesso autore, in una sorta di microprefazione, ci metta su questa strada sostenendo che «questo libro non parla di ciò che è ma di ciò che potrebbe essere. I personaggi sono modellati su persone non ancora nate o forse attualmente in fasce».

A me pare piuttosto che Vonnegut provi a sviluppare in forma narrativa, e a problematizzare, una sorta di doppia tesi filosofica. La prima è che un mondo in cui la produzione fosse pressoché interamente demandata alle macchine (oggi noi diremmo agli algoritmi, perché ci pensiamo derealizzati, ma il concetto è lo stesso) è un mondo che priverebbe gli uomini di qualsiasi speranza di felicità. Gli uomini, infatti, «per natura, secondo ogni evidenza, non riescono a essere felici se non si impegnano in attività che li fanno sentire utili», poiché il «sentirsi utili e necessari» è «la base dell’amor proprio» - mentre si smarrisce letteralmente la propria identità quando si partecipa, in qualche modo, all’economia globale, ma senza capire bene come. Faccio dunque sono – potremmo dire – e se non faccio più nulla, perché è una macchina a fare il lavoro per me, cosa dunque sono? «L’uomo è sopravvissuto ad Armageddon allo scopo di entrare nell’Eden della pace perpetua, con l’unico risultato di scoprire che tutto ciò che aveva sperato di godervi, l’orgoglio, la dignità, il rispetto di se stessi, un lavoro degno di essere fatto, è stato condannato come inadatto agli esseri umani». Tuttavia, sebbene questo testo sia stato tradotto una prima volta in italiano (nel 1979) con il titolo Distruggete le macchine, non siamo di fronte a una geremiade neoluddista (l’ironia di Vonnegut, anzi, colpisce anche le velleità naturistiche di chi a un certo punto vorrebbe scendere dalla giostra). Il vero nocciolo della questione – la seconda tesi cui accennavo – è che, proprio perché faber prima che sapiens, l’uomo pare strutturalmente condannato, per superare i propri limiti, a costruirsi strumenti che a lungo andare finiranno per rendere superflua la sua stessa presenza sulla terra. Sembra, cioè, che il destino della specie umana sia quello, del tutto paradossale anche in termini di selezione naturale, di lavorare per mettersi da se stessa in panchina, ovvero che l’uomo si trovi sulla terra «per creare delle immagini di se stesso più durevoli ed efficienti e, quindi, per eliminare qualsiasi giustificazione della propria esistenza nel corso del tempo» (la conclusione del romanzo, da questo punto di vista, è eloquente, come lascio scoprire a chi lo vorrà leggere).

Il senso dell’essere umano sarebbe dunque quello di essere soppiantato – e ci potrebbe anche stare, se non fosse che saremmo noi stessi a creare le condizioni perché ciò avvenga, tra l’altro non attraverso un’apocalittica autodistruzione, bensì al termine di un pacifico, progressivo e inarrestabile raffinamento delle nostre conoscenze – pardon, del nostro know how. Insomma, siamo una corda tesa tra la scimmia e il tostapane, almeno fin quando penseremo a noi stessi sul modello delle macchine che noi stessi costruiamo. Perciò, quando un personaggio si chiede «a cosa servono le persone?», si capisce che Vonnegut, che in fondo è un pessimista, vorrebbe farci rispondere, con lui, “in fin dei conti, a niente”. Ma poiché, in modo del tutto irregolare, ancor più in fondo, è pure un umanista, forse ce lo fa dire solo per renderci consapevoli che un’adeguata cura dell’imperfezione, e non il mito dell’efficienza, è l'unica cosa che ci può salvare.

(finito il 18 luglio 2021)

Ho parlato di


Kurt Vonnegut
Piano meccanico
(Mondadori 2000)

(Urania 1393)

Trad. di A. Roffeni

362 pp. | 6.900 lire

(ed. or.: Player Piano, 1952)

giovedì 2 febbraio 2023

Neanche gli dei

Non ci avrei creduto neanch’io, se non l’avessi verificato in prima persona, ma pare proprio che fino all’inizio degli anni ‘70 nessuno abbia mai pensato di assegnare ad Isaac Asimov un premio per il miglior racconto o romanzo fantascientifico dell’anno – a lui, che la fantascienza non dico l’abbia inventata, ma è fra quelli che più ha contribuito a definirla e a renderla matura, guadagnandosi credito anche al di fuori della cerchia ristretta dei nerds e degli appassionati. Il problema è che, a quella data, già da più di un decennio Asimov aveva quasi abbandonato il genere per dedicarsi prevalentemente alla divulgazione scientifica, cosicché quella negligenza rischiava di diventare vergognosamente definitiva, appena mitigata dalla scelta di attribuire una sorta di "Hugo onorario" per la miglior saga di tutti i tempi al suo ciclo della Fondazione, nel '66. Sarà forse stato anche un po’ per questo che, quando nel 1972 il nostro è tornato alla letteratura – dice lui, per togliersi lo sfizio di raccontare una storia su un isotopo che non può esistere in natura e sconfessare così simpaticamente l’amico Bob Silverberg in seguito a una discussione avuta con lui a una convention – l’industria editoriale pensò bene di conferirgli per sicurezza quell’anno tutti e tre i principali premi allora esistenti, ossia l’Hugo, il Nebula e il Locus (che è come dire, per un regista, vincere per lo stesso film l’Oscar, il Golden Globe e la Palma d’oro al Festival di Cannes). A quel punto Asimov poteva davvero fare quello che voleva: non solo scrivere un romanzo per il gusto di togliersi un capriccio scientifico, ma anche farlo cominciare dal capitolo sesto, anziché dal primo, e dotarlo di una struttura complessa, suddivisa in tre parti nettamente distinte l’una dall’altra, con personaggi e ambientazioni diverse, sebbene legate fra loro da un comune filo conduttore (per cui, a tutti gli effetti, si tratta appunto di un’unica storia e non di tre distinti racconti). Il risultato è però tutt’altro che posticcio, ed anzi, letto a distanza di cinquant’anni, il libro acquista, se possibile, una vitalità ancora maggiore.

Tutto ciò, però, è assai poco rassicurante, se si considera che il titolo scelto da Asimov è un’allusione all’espressione schilleriana “contro la stupidità umana neanche gli dei possono nulla” – che è più o meno quello che tutti abbiamo pensato dopo aver visto un film come Dont’ look up. Il tema, del resto, è affine. Asimov immagina che l’umanità scopra per caso una fonte di energia pulita e apparentemente infinita, quando alcuni scienziati si imbattono in un campione di plutonio 186, che secondo le leggi fisiche del nostro universo non potrebbe esistere, e ipotizzano che provenga da un universo parallelo, “scambiato” con un analogo campione di tungsteno 186, che si presume abbia proprietà speculari (sia cioè stabile da noi, ma instabile da loro). Sottoposti alle leggi dell’universo in cui finiscono, i due materiali decadono, rispettivamente, l’uno nell’altro, innescando un meccanismo che lascio spiegare direttamente a lui: «il plutonio/tungsteno può compiere il suo ciclo all’infinito, avanti e indietro dal nostro universo al para-universo liberando energia prima nell’uno e poi nell’altro. Il risultato totale è il trasferimento di venti elettroni dal nostro universo al loro per ogni nucleo circolante, ma entrambi ricavano energia da quella che è, in realtà, una Pompa Elettronica inter-universale». Sembra la soluzione definitiva a tutti i problemi di approvigionamento energetico mondiale, ma non si può scherzare troppo con le leggi dell’entropia. Non esiste, infatti, una «strada che è in discesa nei due sensi». Qualcuno comincia allora a farsi domande inopportune e si allarma, perché capisce che questo continuo interscambio di materia tra i due universi potrebbe portare a una progressiva alterazione delle forze fondamentali del cosmo. La conseguenza è che a un certo punto il sole stesso potrebbe smettere di “funzionare”, con effetti facilmente immaginabili per l’umanità. Ma chi mai ha rinunciato alla propria gallina dalle uova d’oro perché messo in guardia da un’allarmata Cassandra? Tanto più se la catastrofe, posto che davvero ci sia, riguarderà qualche lontana generazione futura (“Perchè dovrei preoccuparmi dei posteri? Che mai hanno fatto i posteri per me?” diceva già Groucho Marx. E comunque i posteri oggi non votano). Da cui, appunto, l’amara conclusione: «è scoraggiante, davvero, la stupidità umana! Credo che non me la prenderei tanto se l’umanità si suicidasse a causa della sua crudeltà o anche solo per la sua temerarietà e imprudenza. Ma è così maledettamente poco dignitoso andare incontro alla distruzione per pura ottusità o stupidità! A cosa serve essere uomini, se poi si deve morire a questo modo?». Alla fine le leggi fondamentali della stupidità umana si rivelano insomma assai più forti di quelle della robotica.

Si dirà che – idea di partenza a parte – suona ormai tutto tristemente prevedibile (anche se più per colpa nostra che per colpa dell’autore). Ciò che non lo è affatto è la seconda parte del romanzo, che con uno stacco abbastanza netto ci proietta direttamente nel para-universo con cui siamo entrati in contatto, dei cui abitanti Asimov si diverte a descrivere, con sguardo etologico, la natura radicalmente aliena, sia sul piano fisico che comportamentale, riservandosi anche un gustoso colpo di scena finale. Questa sezione è ricca di dettagli e di finezze che meriterebbero più attente considerazioni, ma me ne resta solo un confuso ricordo. Mannaggia a me e al mio pudore che mi ha trattenuto dall’usare, in spiaggia, la mia solita matitina per riempire il libro di segni e sottolineature, senza l’aiuto dei quali un libro già letto diventa ostile e silente. Mi toccherà rileggerlo in una prossima estate, sempre che la stupidità umana non faccia finire il mondo prima.

(finito il 14 luglio 2021)

Ho parlato di


Isaac Asimov
Neanche gli dei
(Mondadori 2021)

(Urania collezione 222)

Trad. di B. Della Frattina

284 pp. | 6,90 €

(ed. or.: The Gods Themselves, 1972)