mercoledì 25 settembre 2019

La ragazza con la Leica

Ho già accennato al fatto che periodicamente sento il bisogno di rituffarmi nella Spagna della guerra civile. Le ragioni sono tante: perché fu un palcoscenico calcato da personaggi più straordinari di quelli che si potrebbero inventare degli sceneggiatori di professione; perché vi si scatenarono passioni non sempre condizionate dalla necessità, ma animate da fortissimi ideali; e anche – non da ultimo – perché finì male, monito perenne contro l’ingenuità di pensare che la buona causa basti a garantire la vittoria. Non credo, peraltro, di essere il solo a pensarla così, se è vero come è vero che quelle vicende continuano a suscitare l’interesse di coloro che i libri li scrivono e li leggono. Questo della Janeczek ha avuto anche i suoi quindici minuti di gloria, l’anno scorso, grazie alla vittoria allo Strega. Ed effettivamente la storia che racconta pare proprio una di quelle che cerco io: la vita spericolata e tragicamentre breve di Gerda Taro, che poi sarebbe una delle due metà celate dietro lo pseudonimo del fotoreporter Robert Capa, assunto poi definitivamente dal suo compagno d’arme, d’amore e d’avventura dopo la morte di lei, appena ventisettenne, in seguito a un incidente occorsole, appunto, durante la guerra civile spagnola. All’anagrafe si chiamavano in realtà lei Gerta Pohorylle, lui Endre Erno Friedmann, tedesca di origine polacca l’una, ungherese l’altro, comunisti entrambi, e per questo in fuga dai regimi nazifascisti dei rispettivi paesi, geniali nel comprendere quanto potesse essere utile alla causa il loro occhio e la loro macchina fotografica. 

“Chi è questa che vèn, ch’ogn’om la mira?”: dai ricordi liceali affiora in esergo un Cavalcanti più che mai adatto a restituire il senso di queste pagine, di cui offro un piccolo campionario. «Era spiazzante, Gerda», «questa piccola donna che attrae tutti gli sguardi, questa incarnazione di eleganza, femminilità, coquetterie, di cui nessuno sospetterebbe mai che ragiona, sente e agisce come un uomo». «Era volubile e volitiva, un metro e mezzo di orgoglio e ambizione, senza i tacchi». «Era irrequieta nel suo modo naturale, sola e minuscola rispetto al flusso delle liceali, era l’autonomia fatta persona», «sempre reattiva e incoraggiante e, va da sé, circonfusa di chic e charme come una creatura di un mondo a parte». «Era la gioia di vivere. Qualcosa che esisteva, si rinnovava, accadeva ovunque» e che «non sarebbe mai rientrata negli schemi di nessuno». Ed è un peccato che «oggi nessuno sa più chi è Gerda Taro. Si è persa traccia persino del suo lavoro fotografico, perché Gerda era una compagna, una donna, una donna coraggiosa e libera, molto bella e molto libera, diciamo libera sotto ogni aspetto». Sì, se non lo si fosse capito, Gerda è il motivo per leggere questo libro. Ma forse è anche l’unico motivo. Come quegli attori che riescono con la loro interpretazione a rendere passabili film altrimenti mediocri, così la sbarazzina Gerda che ti fa l’occhiolino in copertina brilla di luce propria al cuore di un romanzo il cui merito è davvero solo quello di averla fatta conoscere ai distratti come me che prima di lei non sapevano nulla. A fine lettura, la sensazione è un po’ quella che si può provare dopo aver visto certe fiction di Rai Uno – quelle, per intenderci, giocate sui flashback e in cui tutta la parte inventata è superflua rispetto al reale vissuto - quando cioè ti chiedi: ok, e adesso dove devo andare a cercare per saperne davvero qualcosa? Mi chiedo se non fosse stato meglio tentare la strada della vera e propria biografia, tanto più che in italiano non ce ne sono. Insomma, non è che bisogna sempre far di tutta l’erba un romanzo, tanto più se si padroneggiano meglio altri registri. Non a caso le due sezioni più riuscite del libro sono il prologo e l’epilogo, in cui l’autrice riprende la propria voce e licenzia due gradevoli saggi che traggono spunto da alcuni ritratti dei due amanti e indagano il rocambolesco percorso cui quelle foto sono andate incontro dal momento del loro sviluppo sino al loro ritrovamento. Alla parte più propriamente narrativa manca, invece, oltre all’invenzione letteraria, quella profondità di sguardo che consente alla ricostruzione storica, sia pure filtrata romanzescamente, di diventare efficace strumento interpretativo, anziché un concentrato di rimandi con cui si vorrebbe ricostruire un ambiente ma che finisce spesso per risultare stucchevole e artefatto. 

Certo, c’è l’alibi narrativo per cui la storia è rievocata da tre persone che hanno conosciuto Gerda (due ne sono stati anche amanti o presunti tali, in fasi diverse della sua vita) e per i quali il ricordo di lei si mescola col ricordo della loro giovinezza fino a confondersi in un mito che la riduce un po’ a santino e annebbia la memoria («che è una forma di immaginazione», si ricorda quasi in chiusura). Ma più che una finezza, questa sembra una scappatoia per mantenersi sul vago e non impegnarsi in un autentico tentativo di decifrare, attraverso Gerda, quel che sono stati quegli anni. Per quanto un’idea chiara, comunque, venga fuori, e cioè che la rivoluzione deve anche essere divertente e non la si possa fare solo con i comizi e le riunioni di sezione, ma pure con la curiosità, una certa dose di impertinenza e forse pure di scemenza. «Se il comunismo al cinema è un po’ noioso, i reazionari vinceranno sempre». Gerda, al contrario, è un vulcano in eruzione, fedele alla linea, sì, ma capace anche «di non voltarsi indietro e, al tempo stesso, non rinnegare nulla». Se non fosse morta in Spagna, sarebbe stata perfettamente a suo agio – si dice – tra i tavolini di Via Veneto al tempo della Dolce Vita come lo era stata nei locali della Montparnasse degli anni ‘30. «Per Gerda, un mondo guarito dalla disuguaglianza avrebbe dovuto realizzare anche il diritto universale al superfluo». La buona battaglia ha, cioè, un che di leggero – ed assume perciò un valore esemplare che sia stato proprio un pesantissimo carro armato a squartare il corpicino esile di questa ragazza che usava la Leica contro il fascismo come un tempo Davide aveva usato la fionda contro Golia. In questo modo, «Gerda tracciava un possibile percorso per il fronte unitario della sinistra, spensierata per natura, speranzosa per principio». Siamo addirittura alle dichiarazioni programmatiche. Ma quando ti ritrovi a dover spiegare le barzellette è segno che probabilmente non le hai raccontate troppo bene.

(finito il 10 maggio 2019)

Ho parlato di



Helena Janeczek
La ragazza con la Leica
(Guanda, 2017)

336 p. | 18 €

martedì 10 settembre 2019

Serotonina

Ancora una volta – si è scritto all’uscita di Serotonina – Michel Houellebecq ha anticipato la realtà. Se il precedente Sottomissione aveva prefigurato una futuribile islamizzazione a una Francia ancora sotto shock per gli attacchi terroristici contro Charlie Hebdo, avvenuti solo pochi giorni prima della sua pubblicazione, dopo quattro anni eccolo tornare in libreria per raccontare di rivolte popolari e scontri di piazza proprio un attimo prima che cominciasse ad imperversare la protesta dei gilet gialli, cui allude espressamente la copertina scelta per l’edizione italiana (quella francese, va detto, è decisamente più sobria). Poco importa che si tratti di un giudizio almeno in parte avventato. Il riconoscimento di presunte capacità rabdomantiche arricchisce di ulteriori sfaccettature il mito maledetto che questo autore ha saputo creare finora intorno a sé soprattutto per non aver mai cercato di dissimulare le proprie idiosincrasie, tanto più quanto più potevano apparire sconvenienti alle persone morigerate e di buone maniere. Ed in effetti, anche se l’adozione della prima persona singolare non dovrebbe mai indurci nella tentazione di sovrapporre scrittore e personaggio, quando quest’ultimo dice «torniamo al mio argomento che sono io, non che sia particolarmente interessante ma è il mio argomento», non è poi così facile capire a quale “io” effettivamente si stia riferendo. Ma l’ambiguità è voluta, Houellebecq ci si trova a suo agio, qui come altrove, e lo schermo narrativo resta comunque sufficientemente solido per evitare che la ventriloquia risulti così smaccata da apparire poco credibile, per quanto il timbro vocale sia sempre facilmente riconoscibile e non ci si possa togliere del tutto l’impressione di leggere per lunghi tratti sempre la stessa storia, sia pure condita con pietanze diverse. Per questo, comprensibilmente, c’è chi lo adora e chi lo odia.

Il fantoccio costruito per l’occasione da Houellebecq si chiama Florent-Claude Labrouste, un uomo che alla rispettabile età di 46 anni sente l’esigenza di tracciare un bilancio esistenziale della sua vita e ci confessa perciò la propria personale versione dei fatti, presentandosi da subito come un fallito che non può incolpare altri che se stesso per i propri errori. Nauseato da ciò che è diventato e non avendo particolari problemi di denaro, decide semplicemente di sparire: si licenzia, vende casa senza dire nulla alla compagna che ha già deciso di lasciare, rinomina gli account, raccoglie tutti i suoi ricordi nello spazio sottile di un laptop e comincia ad alloggiare in una stanza d’albergo rigorosamente per fumatori, grosso modo vicino a Place d’Italie, nell’immenesa Parigi. Questa strana ascesi metropolitana, tuttavia, non migliora le cose. L’allentamento dei legami sociali, al contrario, lo porta a curare sempre meno la sua persona, al punto da spingerlo a consultare uno psichiatra, sia pure senza troppa convinzione. La diagnosi è fulminante nella sua semplicità e forse proprio per questo gli suona convincente: senza tanti arzigogoli, il paziente sta «molto semplicemente morendo di tristezza». «Una tristezza tranquilla – si dice in un altro punto – stabilizzata, non suscettibile di aumento ma neanche di diminuzione, insomma una tristezza che tutto avrebbe portato a ritenere definitiva». 

Per evitare conseguenze spiacevoli e insane, tipo ingollarsi il detersivo, facendosi solo molto male senza neppure uccidersi, in un sussulto di autoconservazione Florent accetta allora di cominciare un trattamento a base di Captorix, uno psicofarmaco che aumenta la secrezione di serotonina, noto ai più come il cosiddetto ormone della felicità. In realtà, questa pasticca «non dà alcuna forma di felicità, e neppure di vero sollievo, la sua azione è di tipo diverso: trasformando la vita in una serie di formalità, permette di raggirare. Pertanto aiuta gli uomini a vivere, o almeno a non morire – per qualche tempo». Di qui in poi, infatti, non è che un semplice trascinarsi avanti, in attesa di quel gesto estremo sempre evocato ma mai praticato. «Il mondo si era trasformato in una superficie neutra, senza rilievo e senza fascino»; d’ora in avanti, la sua vita «si sarebbe riassunta in quello: scusarmi per il disturbo». Se si è in cerca di efficaci descrizioni di una «estenuante e dolorosa prostrazione», di un logorante spleen senza più ideale, questo libro ne è pieno. «Passai il resto della giornata a camminare sul sentiero litoraneo, in un silenzio ovattato, assoluto, passando da un banco di nebbia all’altro, senza mai vedere l’oceano a pochi passi sotto di me; la mia vita mi sembrava informe e incerta come il paesaggio». 

Il Captorix, però, ha una controindicazione non proprio irrilevante, soprattutto per il nostro eroe, ossia la totale scomparsa del desiderio sessuale. É proprio questa presa di coscienza che lo induce a dare al suo bilancio la forma di un pellegrinaggio sulle orme delle donne che hanno avuto un posto importante nella sua vita. Detto in houellebecquese suona così: «nello stesso modo, stavo probabilmente cercando, su scala più ridotta ma che poteva fungere da allenamento, di organizzare un minicerimoniale di addio intorno alla mia libido, o, per parlare più concretamente, intorno al mio cazzo nel momento in cui mi segnalava di essere in procinto di smobilitare; volevo rivedere tutte le donne che l’avevano onorato, che l’avevano amato a modo loro». 

La ragione per cui questa onanistica desolazione assume un rilievo anche politico risiede nel percorso umano e professionale di Florent, in cui traspare qualcosa in più che il turbamento di mezza età del maschio occidentale. Fra le persone che si propone di reincontrare, infatti, c’è anche un amico, anzi l’unico amico che abbia mai avuto, un compagno di studi con cui ha condiviso i sogni di gloria ai tempi dell’università, ma da cui lo separa il diverso percorso intrapreso dopo la comune laurea in agraria. Mentre lui, Florent, è diventato consulente del ministero dell’Agricoltura con l’incarico di dedicarsi in particolare alla tutela e alla salvaguardia dei prodotti tipici del territorio francese, l’altro, Aymeric - che di cognome fa d’Harcourt-Olonde e ha sangue blu nelle vene - ha investito tutti i propri denari nelle terre che la sua famiglia possiede in Normandia sin dai tempi di Guglielmo il Conquistatore per impiantarvi un’azienda agricola biologica finalizzata all’allevamento bovino e alla produzione di latte e formaggi di qualità. Il primo, in teoria, sarebbe pagato per difendere il secondo, ma di fatto diventa un burocrate che contribuisce alle politiche di distruzione dell’agricoltura nazionale, mentre l’altro si spreme in uno sforzo eroico quanto vano di resistere alla forza inesorabile del mercato globale. «Più cerco di fare le cose correttamente, meno riesco a cavarmela», gli aveva confidato tempo addietro, nell’unica rimpatriata che i due si erano concessi dopo essersi persi di vista – e già allora Florent aveva capito che, nonostante tutte le sue buone intenzioni, l’amico era praticamente spacciato. Quando lo rivede, dopo aver lui stesso gettato la spugna, lo ritrova distrutto, abbandonato dalla moglie per «l’ennesimo finocchio londinese» (che l’ha sedotta incantandola al pianoforte), traboccante di frustrazione. Mio padre – constata – «non ha mai fatto niente di utile in tutta la sua vita (...) e ha lasciato intatto il patrimonio degli Harcourt. Io invece cerco di metter su qualcosa, mi ammazzo di lavoro, mi alzo ogni giorno alle cinque, passo le mie serate a fare conti – e il risultato, alla fin fine, è che impoverisco la famiglia...». Dissanguato progressivamente dalle perdite, Aymeric è costretto a cedere particella per particella gran parte dei suoi possedimenti ad acquirenti stranieri, in quella che appare come una vera e propria svendita del suolo patrio. Tutto questo è grasso che cola per l’ideologia rosso-bruna: i mali della globalizzazione, le quote latte, la concorrenza sleale dei paesi asiatici e sudamericani, i tecnocrati di Bruxelles, l’attaccamento alle radici… A un certo punto il tappo salta e ritroviamo Aymeric sulle barricate, a cercare la bella morte come i suoi blasonati antenati alle crociate. «Morire con le armi in pugno per proteggere i contadini francesi, (…) questa era sempre stata la missione della nobiltà», commenta Florent-Houellebecq, che anche in altri punti si lascia prendere da un moto di nostalgia per una società gerarchica in cui i facchini sostenevano i bagagli dei signori, ma almeno non c’era la disoccupazione introdotta dal libero mercato. 

Tutto questo c’è, indubbiamente – ed offre spunti di riflessione che meritano di essere raccolti, al di là delle provocazioni. Ma è veramente questo il focus del romanzo o non è piuttosto una forma di depistaggio? Su quel piano, sembra dire Houellebecq, la partita è definitivamente persa. Per l’Occidente giudeo-cristiano il terzo millennio appena cominciato è «il millennio di troppo, nello stesso senso in cui per i pugili si parla del combattimento di troppo». Tutto è compiuto, requiescat in pace, amen. E tuttavia in questa tenebra senza speranza non sono impossibili momenti di non trascurabile felicità. Florent lo sa, li ha vissuti: avrebbe potuto aggrapparsi a uno di essi, tenerselo stretto e difenderlo con tutto se stesso, ma non è stato capace di farlo, neanche lui sa perché. Questa felicità possibile ha un nome antico e banale quanto la più vecchia delle barzellette: «il mondo esterno era duro, spietato con i deboli, non manteneva quasi mai le promesse», ma «l’amore restava l’unica cosa in cui si potesse ancora, forse, avere fiducia». Altro che Captorix, «non credo di ingannarmi paragonando l’amore a una sorta di sogno a due, certo con brevi momenti di sogno individuale, piccoli giochi di congiunzioni e incroci, ma che comunque permette di trasformare la nostra esistenza terrena in un momento sopportabile – ed è anche, a dire il vero, l’unico modo per riuscirci». Curiosamente Kurt Vonnegut, in Madre notte, ha parole simili e altrettanto belle: «buon Dio… quando i giovani diventano interpreti di tragedie politiche che mettono in scena milioni di personaggi, un amore senza riserve è l’unico vero tesoro a cui possiamo aspirare. Das Reich der Zwei, lo stato di due persone… il suo territorio, un territorio che la mia Helga e io difendevamo tanto gelosamente, non si spingeva molto più in là dei confini del nostro grande letto a due piazze». Ma Houellebecq non si accontenta: scomoda i pesi massimi, Mann e Proust, per concludere quasi vergognosamente che alla fine della fiera la puoi girare come vuoi, ammantarla di paroloni o disperderla in romanzi-fiume, ma la verità è che è solo di questo che noi abbiamo unicamente bisogno. 

Perciò, dopo aver denunciato Dio come «uno sceneggiatore mediocre», perché «nella sua creazione non c’è niente che non abbia il segno dell’approssimazione e dell’insuccesso, quando non quello della cattiveria pura e semplice», ecco la sorprendente rivelazione finale: «in realtà Dio si occupa di noi, pensa a noi in ogni istante, e a volte ci dà direttive molto precise. Questi slanci d’amore che affluiscono nei nostri petti fino a mozzarci il fiato, queste illuminazioni, queste estasi, inspiegabili se consideriamo la nostra natura biologica, il nostro statuto di semplici primati, sono segni estremamente chiari. E oggi capisco il punto di vista del Cristo, il suo ripetuto irritarsi di fronte all’insensibilità dei cuori: hanno tutti i segni, e non ne tengono conto. È proprio necessario, per giunta, che dia la mia vita per quei miserabili? È proprio necessario essere così esplicito? Parrebbe di sì». É però una rivelazione inutile, perché Florent, come tutti quelli che ha in mente Houellebecq, non ci crede più. «Avevo appena capito che era finita, (...) che non sarei riuscito ad alterare il corso delle cose, che i meccanismi dell’infelicità erano più forti, che non avrei mai ritrovato Camille e che saremmo morti soli, infelici e soli, ognuno per conto suo». Ma non si può cancellare la sensazione che dopotutto questo non sia altro che un fottutissimo, malato, disperato, ostinato inno all’amore. 

(finito il 14 marzo 2019)

Ho parlato di


Michel Houellebecq
Serotonina
(La Nave di Teseo, 2019)

trad. di V. Vega

332 pp. | 19 €

(ed. or. Serotonine, Paris 2019)

lunedì 26 agosto 2019

Il nome della rosa

Non so se vi sia piaciuta e non posso neanche darne un giudizio complessivo, dato che mi sono arenato alla quarta o quinta puntata, ma la serie tv con John Turturro trasmessa questa primavera su Rai 1 almeno un merito per me ce l’ha avuto: mi ha fatto venire voglia di rileggermi il libro. Dovrebbe essere stata la terza volta, se non mi sono perso qualche passaggio. Tutte e tre, va detto, sempre nella stessa edizione, primo volume a prezzo di lancio della collana – manco a dirsi - “La Grande Biblioteca” Fabbri Editori, a cui sono affezionatissimo perché prodotto tipicamente degno di un topo da edicole qual ero (soprattutto un tempo) e anche perché uno dei primi libri contemporanei che mi sono comprato con le quattro lire racimolate tra onomastici e compleanni. Il colophon indica gennaio ‘94: all’epoca facevo le medie, non sapevo davvero niente del mondo e abboccavo abbastanza facilmente ai superlativi sempre generosamente concessi ai venerati maestri. Il nome della rosa era un titolo di cui avevo sentito parlare con reverenza e nella mia testa mi ero fatto l’idea che fosse un monumento della letteratura universale al pari – che so? - della Divina Commedia, per cui si può comprendere il viscerarle orgoglio di averne finalmente una copia tutta per me. 

Cosa volete che capissi della prefazione, in cui si dottoreggiava (con ironia, ma che ne sapevo?) di Mabillon, Gilson, Vallet e dell’ineffabile Milo Temesvar? Come potevo sapere che Jorge da Burgos era la controfigura di Jorge Luis Borges? Come potevo immaginarmi che ci fossero più livelli di lettura? Però che cosa curiosa che un libro che mi aspettavo serissimo si aprisse invece con la mappa dell’abbazia, esattamente come accadeva nei librogame di cui andavo pazzo, ma che – come diceva il nome – erano fatti, appunto, per puro divertimento. E che spasso la pianta della biblioteca, con quella specie di crucipuzzle che consentiva di individuare l’ordinamento dei volumi sugli scaffali. E che tipo bizzarro quel frate che sembrava in tutto e per tutto Sherlock Holmes in uno dei suoi mirabolanti travestimenti (il nome non mi diceva nulla, ma l’ammiccamento alla provenienza potevo coglierlo perché al 221-B di Baker Street ero già di casa). E poi l’inusuale ambientazione storica, tutto quel parlare di libri, il titolo indecifrabile, l’ingegnoso meccanismo che sta alla base dei delitti e che, a differenza di tanti altri romanzi gialli letti prima e dopo, non mi ha mai fatto dimenticare chi è, qui, l’assassino: insomma, mi resi subito conto che si trattava di un libro diverso dagli altri, di un libro bello proprio perché “strano”, esattamente come il codice miscellaneo che sta al centro dell’intera vicenda, anche se allora non avrei saputo dire esattamente il perché. 

Sperando di capirlo, tentai una prima rilettura più o meno a ridosso del corso di filosofia medievale, tenuto peraltro da un docente che, per aspetto e per affinità tematica, ricordava a tutti gli studenti – e, devo dire, soprattutto alle studentesse – il Guglielmo da Baskerville impersonato da Sean Connery. Tuttavia, nonostante le buone intenzioni e il maggior bagaglio di conoscenze che in teoria a quel punto avrei dovuto possedere, di quella ripresa non ho pressoché ricordi. Questa nuova immersione, invece che effetto mi ha fatto? La prima impressione resta quella di un marchingegno perfetto che sfrutta le regole del genere poliziesco – al modo di Fruttero & Lucentini e ancor più di Sciascia – come strumento interpretativo per orientarsi nella torbida vita civile italiana. É stato già ampiamente scritto come dietro agli inquisitori e al guazzabuglio di eretici di cui il libro abbonda si possono scorgere figure e tendenze politiche tipiche degli anni di piombo, con le loro convergenze parallele e i compromessi più o meno storici, i cattivi maestri e i faccendieri, i grandi vecchi e i sempliciotti che restano col cerino in mano, i golpisti e i compagni che sbagliano. «É molto difficile per un nordico farsi idee chiare sulle vicende religiose e politiche d’Italia» (figuriamoci in questi giorni!): tanto vale, allora, provare a farlo parlando di fraticelli e dolciniani. Naturalmente è un gioco, con tutte le forzature del caso (per cui trovo stucchevoli le obiezioni di chi punta il dito contro le eventuali sbavature storiche). Ed è sicuramente anche un’operazione editorialmente furbetta. Ma che male c’è, se è consapevole, se c’è scritto da tutte le parti che è un libro sui libri fatto di libri? In quegli stessi anni Battiato rispose, a chi si era un po’ sfracassato le palle di tutto quello Stockhausen, “insomma, volete un disco di canzonette?” - e tirò fuori dal cilindro L’era del cinghiale bianco e La voce del padrone. Chapeau. Ci si può divertire anche senza essere sguaiati. 

Il riso è appunto uno dei fili conduttori di un racconto ben architettato che invita a diffidare dei grandi racconti ben architettati e soprattutto degli affabulatori che li diffondono,. «Temi, Adso, i profeti e coloro disposti a morire per la verità, ché di solito fan morire moltissimi con loro, spesso prima di loro, talvolta al posto loro». In tempi di rigurgitanti neofanatismi, resta ancora aperta la sfida tra Jorge e Guglielmo, tra chi pensa, cioè, che la verità gli appartenga in modo definitivo, possa solo essere custodita e vada difesa contro tutto e contro tutti, costi quel che costi – e chi a una verità aspira, ma la considera inafferrabile e sfuggente all’intelletto umano, multiforme come i linguaggi possibili in cui può essere espressa e non può accettare perciò che diventi criterio assoluto di giudizio sulla base del quale versare il sangue di altri uomini. Finisce sempre male, quando il fuoco e il ferro rovente di Bernardo Gui si oppone al fuoco e al ferro rovente di Dolcino. Meglio una più pacata lotta di opposte arguzie senza troppe pretese di salvezza. «Forse il compito di chi ama gli uomini è di far ridere della verità, fare ridere la verità, perché l’unica verità è imparare a liberarci dalla passione insana per la verità». L’ironia contro il terrore, dunque – e questo a Eco non è mai stato perdonato dai torvi apocalittici nostrani, che vi hanno sempre visto puzza di relativismo. Effettivamente Guglielmo «rideva solo quando diceva cose serie, e si manteneva serissimo quando presumibilmente celiava». Lo si presenta come semplice understatement british, ma è un tratto tipicamente socratico, anche se il lessico sembra più quello di Rorty. 

Eco, però, si spinge forse ancora più in là. Per gran parte del romanzo, si può avere la sensazione che, pur in mancanza di un solido fondamento, sia possibile quantomeno ricostruire una parvenza di verità, una piccola trama di certezze limitate ma attendibili fra gli eventi contingenti del mondo, insomma che una flebile luce razionale possa comunque illuminare i nostri passi, che l’intellettuale possa aiutarci a scoprire dei segni là dove noi percepiamo solo impressioni isolate. Se non sperasse di trovarle un colpevole, del resto, l’investigatore non accetterebbe neanche l’incarico che gli viene affidato. «In un momento in cui – dice Guglielmo – come filosofo, dubito che il mondo abbia un ordine, mi consola scoprire, se non un ordine, almeno una serie di connessioni in piccole porzioni degli affari del mondo». Ma il corso delle cose è così caotico, il mondo così bizzarro, che puoi sforzare finché vuoi tutta la tua intelligenza nel cercare tracce di un disegno complessivo, ma quel disegno si sfalda di continuo davanti ai tuoi occhi, perché un disegno in realtà non c’è, se non quello che, surrettiziamente, qualcuno cerca di imporre perché, a sua volta, lo ha letto in un libro. «Non v’era verità (…) e io l’ho scoperta per sbaglio»: ecco la morale, in forma di paradosso. Se volete, più filosoficamente: «perché vi sia specchio del mondo occorre che il mondo abbia una forma» - e su questo restano molti dubbi. E così alla fine la ricerca non approda a nulla, anzi produce indirettamente la distruzione di ciò che stava cercando, degli innocenti finiscono comunque sul rogo, papi e imperatori continueranno a muovere le loro pedine come se niente fosse, e anche per questa volta i sigilli restano ben chiusi. E noi nomina nuda tenemus: «ma allora posso sempre e solo parlare di qualcosa che mi parla di qualcosa d’altro e via di seguito, ma il qualcosa finale, quello vero, non c’è mai?». 

A suo modo, il libro (uscito nel 1980) preconizza il riflusso. Di fronte alla possibilità di andare ad Avignone ad esporre le sue tesi, Guglielmo risponde “no, grazie”. Il tempo della militanza si è chiuso: oggi parliamo – appunto – di libri e tutt’al più facciamo semiotica. Accade però che nel frattempo qualcosa cambia: giullari e saltimbanchi prendono il potere e ci convincono che, se tutto è finzione, si possono governare i paesi con le barzellette. Se dovesse prevalere l’arte dell’irrisione, paventava Jorge, «essa chiamerebbe a raccolta le forze oscure della materia corporale, quelle che si affermano nel peto e nel rutto, e il rutto e il peto si arrogherebbero il diritto che è solo dello spirito, di spirare dove vuole!”». É questo il rovello filosofico del post-postmodernismo, per cui anche Eco, da vecchio, è tornato un po’ moralista. Il mondo vero sarà pure una favola, ma come possiamo evitare che diventi un racconto dell’orrore?

(finito il 22 marzo 2019)

Ho parlato di


Umberto Eco
Il nome della rosa
(Fabbri Editori, 1994)

516 pp.

(ed. or. 1980)

giovedì 8 agosto 2019

La montagna incantata

Narra la Bibbia che, giunto per la prima volta presso il monte di Dio, di fronte al roveto che ardeva senza consumarsi, a Mosé fu intimato di togliersi i sandali, perché quello era un luogo santo. É più o meno con la stessa palpitazione in cuore che provo a balbettare le mie sensazioni dopo essermi accostato a quest’altra montagna, interamente fatta di parole, imponente e bellissima come un massiccio alpino, scalando la quale alle volte ti manca perfino l’aria per quanto si vola alto, in zone rarefatte del pensiero, quasi a contatto con le sfere celesti. «Il cielo splendeva intensamente azzurro sopra i nuovi getti a lancia in cima agli abeti, mentre la località nel fondovalle brillava di luce vivida al calore, e lo scampanio delle mucche, libere in giro e intente a brucare dai pendii l’erba breve e scaldata dal sole, empiva l’aria d’un placido incanto». Ma in questo paesaggio incontaminato si innalza un edificio di infezione e di morte, un lussuoso sanatorio per malattie polmonari che accoglie degenti di varia provenienza. Non è che la prima, appariscente, opposizione su cui si regge l’intero romanzo, interamente ambientato a Davos, prima che questo villaggio svizzero diventasse meta di economisti e finanzieri. La seconda opposizione, altrettanto netta, è quella tra questo mondo d’alta quota, posto seimila piedi al di là dell’uomo e del tempo (Silvaplana non è distante), e il mondo «di laggiù», quella prosaica e indaffarata regione a una dimensione da una delle cui capitali, la brulicante Amburgo, giunge bel bello, in un giorno d’estate del 1907, il giovane Hans Castorp, «né un genio né uno sciocco», rampollo di buona famiglia e ingegnere navale fresco di laurea, in procinto di entrare come praticante nella celebre ditta Tunder & Wilms: insomma, «un uomo del traffico mondiale e della tecnica», un perfetto prodotto dell’Ottocento trionfante, il cui destino, proprio per questo, può assumere per Mann «un certo significato superpersonale». In realtà, Castorp affronta questo lungo viaggio non per sé, ma per visitare il cugino Joachim, la cui sospirata carriera militare è stata momentaneamente interrotta dalla salute cagionevole. Quel che ancora non sa, quando approda al sanatorio, è che l’ascesa che ha compiuto è appena l’inizio del suo percorso iniziatico di risalita dalla caverna. Convinto come tutti di essere sano, scopre infatti per caso di covare anch’egli una malattia, che lo costringerà, dapprima controvoglia, poi con sempre maggior convinzione, a restare confinato lassù per sette anni, un po’ come accadrà ad Heinrich Harrer in Tibet. E probabilmente ci sarebbe rimasto per sempre, perché, anche quando gli diagnosticano la guarigione del corpo, Castorp appare ormai del tutto indifferente alle sirene del secolo, se non fosse per quel colpo di tuono esploso a Sarajevo che «spacca la montagna magica e mette bruscamente alla porta il dormiglione», improvvisamente deciso ad arruolarsi. Sul campo di battaglia lo guardiamo «ancora una volta nel viso schietto, prima di perderlo di vista» per sempre. Non sappiamo che fine farà, anche se non nutriamo molte speranze sulla sua sopravvivenza. Ad ogni modo, la vita è aperta. 

La trama, di per sé, è tutta qui. Però Mann utilizza il microcosmo di Davos per allestire un fenomenale spaccato del “mondo di ieri” travolto dalla bufera bellica e il modo in cui coniuga una minuziosa attenzione al dettaglio con una potente visione d’insieme dimostra una padronanza tecnica del mezzo quale raramente, confesso, ho mai visto – e, almeno sotto questo profilo, forse si tratta davvero del libro migliore fra quelli che ho letto: qui ogni singola parola è attentamente selezionata per descrivere con precisione puntuale il minimo particolare e al tempo stesso si carica di una profondità simbolica che sprigiona una molteplicità di significati e livelli di lettura di cui avrò colto sì e no qualche frammento. Mann stesso sostiene che il libro andrebbe letto due volte, se non ci si é troppo annoiati la prima – e se questo vale in generale per tutti i classici, devo dire che il suggerimento qui è particolarmente pertinente. Siamo letteralmente alle prese con un romanzo-mondo, sia pure giocato interamente ai margini del mondo, in quel particolarissimo limbo che è il luogo di cura, o meglio ancora con un’enciclopedia tribale della modernità, zeppa di riferimenti che spaziano dalla biologia dei protoplasmi alla nuova tecnologia dei raggi x e del cinematografo, o ancora con un’apocalisse ermetica senza lieto fine, in cui la Gerusalemme terrena e quella celeste continuano a non incontrarsi. 

Quest’ultima tensione è ben rappresentata dallo scontro ideale che per gran parte del libro oppone i due personaggi intestatisi il compito di educare il giovane Castorp, attraverso una battaglia dialettica che per finezza argomentativa e lucidità di pensiero non è inferiore alle logomachie allestite da Platone. Da un lato il framassone Settembrini, espressione del pensiero umanista, illuminista e positivista: laico, progressista, esuberante sostenitore del razionalismo occidentale contro il misticismo asiatico e profeta della parola come promotrice di civiltà. Dall’altro il gesuita Naphta, pensatore luciferino e intransigente, convinto assertore della superiorità assoluta dell’ordine divino su quello umano, così rigorosamente ascetico da auspicare gelidamente la catastrofe mondiale perché si affermi in ultimo, come deve essere, la gloria di Dio. Tutto semplice, allora: il rosso e il nero l’un contro l’altro armati? Niente affatto, e non solo perché la disputa resta, anch’essa, perennemente aperta – Settembrini messo spesso alle strette da Naphta nel suo ingenuo ottimismo, Naphta terribilmente affascinante in un esercizio critico che però, a forza di sottigliezze, finisce per sbriciolare il senso stesso di ogni cosa – ma soprattutto perché, con un incedere che sembra la messa in sublime copia di ciò che in Hegel spesso è così farraginoso, queste due posizioni scivolano sorprendentemente di continuo l’una nell’altra, al punto che spesso non si capisce più chi è il santo e chi il libero pensatore, chi il conservatore e chi il giacobino, chi è per la religione e chi è contro di essa, chi per Dio e chi per il diavolo. «Ahimé, i principi e gli aspetti si stavano continuamente tra i piedi, di contraddizioni interne non c’era penuria (…). Era la grande confusione, quell’incrociarsi, quell’intrecciarsi di tutto», su cui Mann stende la sua raffinata ironia, ma che al tempo stesso gli permette di enucleare quel problema che mi turba e mi appassiona ogni giorno di più e che definirei l’osmosi continua tra le polarità opposte della modernità – quel rovesciamento del razionale in irrazionale e dell’irrazionale in razionale che consentì continue interazioni tra elementi apparentemente inconciliabili già molto prima del patto Molotov-Ribbentropp. «Spingevano tutto all’estremo, quei due, come è forse necessario quando si viene ai ferri corti, e litigavano accaniti per un’alternativa suprema, mentre a lui sembrava che nel mezzo, tra le esagerazioni contestate, tra il retorico umanesimo e la barbarie analfabeta, ci doveva pur essere quello che si potrebbe chiamare l’umano». É dunque questo il senso fondamentale della prima contraddizione della Scienza della logica

Entrambi gli estremismi, del resto, sembrano avere il fiato corto, e non solo per questioni di salute. Il cantore delle magnifiche sorti e progressive se ne sta confinato fra i monti a pontificare mentre la tanto decandata civiltà occidentale si getta nel baratro delle trincee; il denigratore del mondo spinge a tal punto in avanti il proprio radicalismo da non poter approdare ad altro esito che all’autodistruzione, lui con tutto il suo Valhalla. E allora dico, gettando lì i miei due poveri penny, che questo romanzo in cui svolge una funzione essenziale la riflessione sul tempo, continuamente dilatato e contratto (e non potrebbe essere diversamente, negli anni di Einstein e di Proust), mi appare anche come un’enorme rappresentazione dell’adolescenza, quell’epoca tipicamente senza mezze misure, in cui un singolo anno mi sembra che ne sia durati dieci, se confrontato coi decenni successivi, quasi volati senza accorgermene – quel periodo di innamoramenti selvaggi e incomprensibili (come quello che Castorp prova per madame Chauchat), di epifanie avvenute spesso proprio in montagna e durante le quali mi sembrava di aver capito tutti i misteri del cosmo, tanto da consegnare allo scritto riflessioni che allora mi apparivano profonde e oggi di un candore imbarazzante. Poi, a un certo punto, improvvisamente, la vita chiama e chissà se sei davvero pronto. Forse la fatica di farsi uomini, per non restare adolescenti a vita, consiste appunto nell’orientarsi fra le antitesi, imparando, poco per volta, che gli opposti, per quanto suggestivi per il loro apparente nitore, sono in realtà impraticabili e pericolosi, perché la vita è, sempre, a un tempo amore e morte, sì e no (come diceva Camus), e riunisce ciò che la mente separa. «Morte o vita; malattia, salute; spirito e natura. Sono forse contraddizioni? Domando: sono forse problemi? No, non sono problemi (…). La sconsideratezza della morte è nella vita, senza di essa la vita non sarebbe vita, e nel mezzo sta l’homo Dei – nel mezzo tra leggerezza e ragione – come nel mezzo tra mistica comunità e vana individualità è il suo stato. (…) L’uomo è signore delle antitesi». Il che comporta, però, un’assunzione di responsabilità personale da cui troppo facilmente abdichiamo con la scusa di non voler compiere inciuci.

(finito il 27 febbraio 2019)

Ho parlato di


Thomas Mann
La montagna incantata
(Corbaccio, 2012)

trad. di E. Pocar

704 pp. | 19,90 €

(ed. or. Der Zauberberg, Berlin 1924)


venerdì 19 luglio 2019

Alla ricerca dei poveri di Gesù Cristo

Chissà quante volte gli avranno dato del comunista, a padre Gutierrez - più o meno gli stessi che per gli stessi motivi oggi danno del comunista al papa, o che, in alternativa, cercano nel suo passato delle prove compromettenti per screditarlo agli occhi dei suoi sostenitori. Meccanismi già visti all’opera altre volte, non appena un credente sospende le giaculatorie e si azzarda a mettere in discussione l’ordine sociale (anzi no, un ordine sociale ben preciso, giacché se si combattono i nemici “giusti” si è invece proclamati santi subito). La macchina del fango investì appieno, per esempio, quel sant’uomo di Las Casas, di cui Gutierrez si serve forse qui anche un po’ come controfigura, approfittando della distanza storica per togliersi qualche sassolino dalle scarpe, senza che questo infici peraltro il valore scientifico e storico del saggio, il cui limite non è la passione da cui è ispirato, ma tutt’al più una certa prolissità. 

Il punto di partenza consiste nel rivendicare il valore e l’originalità intellettuale dell’opera di Las Casas, di contro a chi vorrebbe ridurlo a mero frate barricadero o tutt’al più ad esecutore delle linee guida formulate dai più posati teologi di Salamanca. Non è che si fa teologia solo quando si invita a immaginare una pietra infinita: teologo è chi si lascia interpellare dalla realtà storica, anche e soprattutto quando questa ci spiazza, e si sforza di rileggerla e di illuminarla con i criteri offerti dal Vangelo. Las Casas cerca, appunto, di pensare «a partire dalle Indie» - oggi diremmo dalle periferie – ma questo non svilisce la sua riflessione rispetto a chi è stato in cattedra per tutta una vita, anzi, semmai la rafforza. Letti a Hispaniola, quei passi della Bibbia in cui Dio prende apertamente le parti dell’oppresso assumono tutta un’altra consistenza. A chi lo cerca nel tempio, Dio si manifesta ancora una volta sul Golgota. «La verità nascosta – più profondamente delle miniere in cui lavorano gli indios – è che in quegli esseri maltrattati e disprezzati è presente Cristo». Proprio così: ogni volta che avete dato da bere a un assetato, l’avete fatto a me; ogni volta che ero nudo e non mi avete vestito, non l’avete fatto a me. Per questo il povero è davvero un luogo teologico. 

Ma il povero non nasce sotto il cavolo. E neppure è miracolosamente calato lì dal cielo per permettere al ricco di fargli l’elemosina così da guadagnarsi il paradiso. Questo vale sempre e comunque, ma nelle Indie, all’improvviso, tutto ciò diventa clamorosamente evidente: i poveri di cui parla Las Casas sono persone che vivevano tranquillamente la loro vita finché gli spagnoli non li hanno resi poveri, trattandoli come animali e sfruttandoli fino alla morte per trarne un profitto economico. Un profitto, tra l’altro, che se favorisce direttamente chi dispone in prima persona di manodopera a costo zero, giova poi indirettamente anche a chi, in virtù di quel lavoro forzato (ancorché, formalmente, libero), può permettersi, per dire, di comprare i pomodori a costi minimi al supermercato. «Ad assassinare il povero (…) non è dunque (…) un individuo mosso da istinti perversi, ma un sistema politico oppressivo basato tanto sull’interesse e sull’arricchimento di chi ne beneficia quanto sull’accumulo della ricchezza nelle mani di pochi. (…) Las Casas denuncia dal punto di vista della fede quell’ordine sociale imperniato sulla smisurata ricerca di ricchezza che inizia a prender piede». 

Ecco, appunto: la fede può tacere di fronte a questo scandalo e continuare a sciorinare solo le coroncine del rosario? No, anche perché «accade spesso che, paradossalmente, alcuni dei più strenui difensori del carattere “puramente religioso” del lavoro di evangelizzazione siano quelli che detengono il potere politico al servizio dei potenti». Ma qui non c’entrano nulla Marx o l’illuminismo o che so io. Sarebbe del tutto fuorviante considerare Las Casas un “moderno” - anche perché la modernità è proprio l’epoca dello sfruttamento globalizzato compiuto e della libertà per pochi. Las Casas non precorre i tempi, ma «accetta le vecchie (e sempre nuove) esigenze evangeliche senza limiti e concessioni». Per questo gli preme che l’indio sia riconosciuto, prima ancora che come soggetto di diritti giuridici (che possono essere piegati anch’essi a logiche di sfruttamento), come il prossimo da amare, senza se e senza ma, a prescindere da qualunque norma legale. «La fonte della parità fra le persone sta nell’amore di Dio», di fronte al quale un cristiano non può transigere (e il suo è un discorso interamente rivolto a quella civiltà cristiana che, quando è giunto il momento della prova, anziché porgere l’altra guancia, ha tirato fuori la spada dal fodero). Tutto ciò lo rende eccentrico rispetto alle consuete orbite teologiche, anche rispetto alle novità che pure stava elaborando la Seconda Scolastica: la sua voce denuncia invece, con la parresia tipica del profeta, il comodo provvidenzialismo sbandierato da chi si trova sulla cresta dell’onda della storia e poco si cura di chi ne resta travolto. «Assumere il punto di vista dell’altro diventa per Las Casas una questione di spiritualità come cristiano e di metodologia nella sua riflessione come teologo». Ecco il contributo specifico offerto da Las Casas all’intero pensiero occidentale. 

«Uomo del suo tempo, indubbiamente, e con tutta la forza e i limiti che ciò implicava, ma inserito al tempo stesso in una prassi che esigeva da lui una teoria che andasse oltre le anguste nozioni di cui disponeva nel suo bagaglio teologico. Questo gli fece percorrere terre inospitali e dissodare sentieri nuovi per cercare di comprendere il cielo delle Indie. Il fatto è che partendo dal povero, dal rovescio di una storia in cui il potente esercita dominio e repressione e poi falsifica la storia stessa nel narrarla, è possibile scoprire certi aspetti delle esigenze del Dio che libera; e per annunciare il Vangelo e fare teologia a volte ci viene comandato di abbandonare il terreno cui siamo abituati, di rompere con quanto ci è familiare e ci dà una scomoda sicurezza per andare, come Abramo, verso un paese sconosciuto in cui gli unici punti fermi sono la fede in Dio e la speranza nel suo Regno di vita». Troppo, per pensare di sfuggire alle diffamazioni (c’è chi scrisse di lui che era l’Anticristo perché andava in giro a raccontare cose “che non si erano mai sentite prima”... proprio come quel tale a Cafarnao). Del resto, buttarla in caciara spostando il discorso sulle persone, sulle scorte, sui rolex, sui neri africani che Las Casas non avrebbe difeso a dovere è la solita strategia seguita da chi vuole continuare a nascondere delle realtà semplicemente indifendibili.

(finito il 7 giugno 2019)

Ho parlato di


Gustavo Gutierrez
Alla ricerca dei poveri di Gesù Cristo.
Il pensiero di Bartolomé de Las Casas
(Queriniana, 1995)

trad. di C. Chiecchi

673 pp. | 45 €

(ed. or. 1992)

venerdì 12 luglio 2019

26 gennaio 1994

Man mano che si accumulano gli anni aumentano le probabilità di ritrovarsi invischiato in un indistricabile paradosso che potrei definire di contrazione temporale. Mettiamola così: quand’ero ragazzino, negli anni ‘90, tutto ciò che risaliva anche solo a dieci-vent’anni prima mi appariva irrimediabilmente vecchio, come se provenisse dal paleolitico. Tutto: gli oggetti, la musica, il taglio di capelli, i colori delle foto. Se torno invece ora con la mente a venti-venticinque anni fa, per quanto sia perfettamente consapevole che non esistessero ancora internet, gli smartphone, l’euro, mi sembra appena l’altro ieri. Credo che a turno capiti a tutti, ragion per cui su questa percezione soggettiva non si può costruire nessuna seria proposta storiografica – anche se resta il dubbio che esistano periodi di continuità più persistenti di altri, e che per esempio fra il 1974 e il 1999 sia passato in realtà più tempo effettivo che tra il 1994 e il 2019 (vorrà pur dir qualcosa se Vespa raccoglie ininterrottamente plastici porta a porta dal ‘96). 

Questo libro, in parte, suffraga tale tesi. Primo volume di una nuova e interessante collana Laterza dedicata ai “giorni che hanno fatto l’Italia”, il testo di Gibelli ruota intorno allo spartiacque che segna il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica, significativamente individuato non tanto nel giorno delle elezioni politiche (che si tennero il 27-28 marzo ‘94), bensì in quello in cui venne distribuita ai telegiornali la videocassetta col celebre messaggio di “discesa in campo” di Berlusconi che diede il via alla campagna elettorale. Di questo evento, perciò, si ricostruisce in dettaglio la cornice e se ne restituisce l’effetto epifanico, con cura quasi cronachistica e ampio spazio alle fonti d’epoca (il lettore troverà gustose, col senno di poi, molte di quelle opinioni raccolte in tempo reale). L’idea soggiacente è che, con quel colpo di teatro, imponendo a tutti di seguire nuove regole, le “sue” regole, Berlusconi avesse già vinto prima ancora della ratifica elettorale. Da allora in poi, infatti, si è continuato e si continua a giocare quello stesso gioco, con i dovuti upgrade tecnologici, senza che se ne siano mai discussi seriamente i presupposti – compresi quelli che, per Gibelli, inquinavano fin dall’inizio la proposta berlusconiana, rivelando la totale pretestuosità del suo sbandierato carattere liberale: uno su tutti, l’oligopolio televisivo (che avrebbe fatto rabbrividire Tocqueville). Riuscendo abilmente a presentare un illecito come una questione di libertà, e facendo così di una sua questione personale a difesa dei propri interessi privati una battaglia di rilievo pubblico contro il “vecchio” mondo ingessato ben rappresentato dalla tv di Stato, Berlusconi sdoganò in fondo il principio secondo cui il diritto può essere deciso a colpi di televoto (da cui origina il recente adagio “allora si candidi” rivolto ai magistrati che applicano una legge contro le aspettative del manovratore di turno). Per questo, «l’epoca aperta nel 1994 non si è ancora conclusa. Anzi quella pagina ha inaugurato una linea di tendenza divenuta mondiale, culminando nel successo di Donald Trump negli Stati Uniti. (…) Per quanto superato, al punto da aver perso la sua primitiva consistenza fisica attraverso un autentico processo di mummificazione preventiva, il Cavaliere di Arcore appare tuttavia più come un capostipite che come una meteora. Più come un precursore che come un episodio eccezionale». 

L’intuizione fondamentale di Berlusconi è stata quella di sfruttare la grammatica della pubblicità per proporre, prima ancora che un programma vero e proprio, una storia, la propria, che era però anche una visione del mondo e una promessa di felicità possibile per tutti, «la stessa che si può provare quando si entra in un supermercato o megastore: è la felicità derivante dalla certezza di trovare tutto quanto possa soddisfare i nostri bisogni di comodità, di bellezza e di status, che sono tutti i nostri bisogni». In questo modo la politica si fece marketing e impose che fosse abbattuta ogni distanza tra venditore e acquirente, per coinvolgere quest’ultimo in una narrazione che gli desse l’impressione di riguardarlo davvero. Si abbandonò «il paradigma della superiorità della politica sulla gente comune per quello del rispecchiamento», suscitando così «l’illusione di essere direttamente attori stando a casa propria, quando non si è che spettatori». É a te e di te che parlo – dice B.: elettore sbandato e distratto, che hai dato fiducia per decenni a questi logori partiti arricchitisi alle tue spalle mentre tu tiravi a campare, arrangiandoti, mortificato dal fisco e messo ai margini da una retorica civile ferma ai tempi del fascismo e dell’antifascismo e secondo cui il tuo umano desiderio di far soldi è nientemeno che immorale, tu che ti sei sempre fatto i fatti tuoi e ti sei rimboccato le maniche per te e la tua famiglia, mentre quegli altri parlavano e parlavano considerandoti un cittadino di serie b – proprio tu sei come me, e la guerra che stanno minacciando di fare a me, perché con la mia intraprendenza ce l’ho fatta, aggirando lacci e lacciuoli, è una guerra che riguarda anche te. Ecco qua un saggio di quella che è «l’arte dell’autentico politico populista»: «tentare di prendere il potere col consenso e sulla spinta di coloro che ne diffidano e se ne sentono estranei e vittime». Nella fattispecie, offrendo loro «una nuova promessa di rigenerazione» che blandisce «i gusti dell’uomo comune: avere belle automobili, vedere le donne nude in televisione, pagare meno tasse, fare i propri comodi senza troppi scrupoli». 

Il precipitato operativo di queste premesse era e continua ad essere l’abbattimento delle tasse, nel quadro di una concezione quasi religiosa del neoliberismo come promessa di analoghe opportunità per tutti («nessuna regola al mercato, nessun limite al desiderio»: più soldi in tasca per spenderli nei miei negozi), in cui, contrariamente a quanto impone l’articolo 3 della nostra Costituzione, e con una spiccata venatura paternalistica (perché Berlusconi, comunque, non è la Thatcher e ha una zia suora), «la solidarietà non è il principio di un’azione collettiva per ridurre le disuguaglianze, ma è il rimedio finale agli esiti della competizione senza quartiere». La sinistra, ahimé, abboccò all’amo e finì per trasformarsi, di volta in volta, nel partito delle tasse, dei moralisti, dei professoroni, dei buonisti, del rigore, della noia, della serietà, della conservazione, dell’assistenzialismo, dello statalismo, incapace per lo più di raccogliere la sfida dell’immaginario senza scimmiottare l’originale. 

«La forza del berlusconismo sta tutta qui, nel presentarsi come fattore di rigenerazione, come il nuovo rispetto al vecchio, come il garante di una liberazione agognata da antichi vincoli e mali sui quali, a partire dalla crisi del 1992, si è catalizzata l’insofferenza di ampi strati di opinione pubblica». Dove il capolavoro è stato appunto quello di riuscire a farsi passare per uomo nuovo, quand’era totalmente compromesso e colluso con quella Prima Repubblica che contribuì a seppellire. Berlusconi «viene anch’egli da quel vecchio mondo dei cui favori ha largamente beneficiato», non diversamente da molti altri «sedicenti liberisti che si affannano a chiedere allo Stato soldi e protezione». É una lezione di cui hanno fatto tesoro i presunti profeti del cambiamento che, da comunisti padani, inneggiavano alla secessione invocando il dio Po e che, per inciso, nel 1994 erano già consiglieri comunali di Milano.

(finito il 3 marzo 2019)

Ho parlato di



Antonio Gibelli
26 gennaio 1994
(Laterza, 2018)

263 pp. | 18 €

venerdì 28 giugno 2019

Niente di nuovo sul fronte occidentale

Ho già scritto in una puntata precedente che insegnare ti permette di ritornare sui libri letti al liceo, nel momento in cui li proponi ai tuoi studenti. Ma questo mestiere ti offre anche una seconda occasione per riallacciare i rapporti con testi cui hai dato buca al primo appuntamento e che, senza lo stimolo scolastico, magari considereresti persi per sempre. Certo, leggere il classico di Remarque a vent’anni deve avere un sapore molto particolare – perché quella è l’età del protagonista e dei suoi amici mandati a combattere, per conto degli adulti, una delle più massacranti crociate dei bambini di cui la storia conservi memoria. «Non avevamo ancora messo radici; la guerra, come un’inondazione ci ha spazzati via». «Che faranno i nostri padri, quando un giorno sorgeremo davanti a loro a chieder conto?». «Non potremo mai più riprendere il nostro equilibrio. E neppure ci potranno capire». É del tutto accidentale che i giovani in questione si ritrovino dalla parte degli sconfitti; gli stessi discorsi potrebbero farli i cosiddetti vincitori. Non cambia nulla: nessuno ha vinto quella guerra, che non ha niente di epico. «Avevamo diciott’anni, e cominciavamo ad amare il mondo, l’esistenza: ci hanno costretti a spararle contro». Non si dovrebbe permettere a nessuno di raccontarla diversamente.

Però anche leggere questo romanzo da professore garantisce un’illuminazione, e ancor più scriverne nei giorni in cui assisti agli orali della maturità e ti vedi passare davanti questi ragazzetti che stanno per affrontare davvero il mondo dopo che per un piccolo, ma fondamentale, tratto della loro vita, ti hanno avuto come punto di riferimento. Perché sin dal primo capitolo si denuncia con molta chiarezza che ad armare, prima che le braccia, lo spirito di questi ragazzi arruolatisi come volontari sono stati, coi loro discorsi patriottici ed infervorati, i miei colleghi di un secolo fa. «Essi dovevano essere per noi diciottenni introduttori e guide all’età virile, condurci al mondo del lavoro, al dovere, alla cultura e al progresso; insomma all’avvenire. Noi li prendevamo in giro e talvolta facevamo loro dei piccoli scherzi, ma in fondo credevamo a ciò che dicevano. (…) Ma il primo morto che vedemmo mandò in frantumi questa convinzione. Dovemmo riconoscere che la nostra età era più onesta della loro (…). Il primo fuoco tambureggiante ci rivelò il nostro errore, e dietro ad esso crollò la concezione del mondo che ci avevano insegnata». Di una classe di venti, sette sono morti, quattro feriti, uno al manicomio. La Peste Nera fece meno danni di certi insegnanti. 

Non sono ancora così vecchio perché abbia senso parlare di un passaggio di consegne generazionale - e tuttavia queste parole mi suscitano un brivido di responsabilità. Davanti a noi, forse, non si sta preparando una guerra mondiale (ma chi può dirlo? I sonnambuli del 1914 si trovarono in trincea senza neanche accorgersene e i miei ex studenti che oggi frequentano Scienze Internazionali raccolgono voci allarmanti a lezione). Ci circonda comunque una società complessa, questo sì, irretita, violenta e disumana, tanto più disumana in quanto l’orrore è continuamente banalizzato e il dolore non suscita pietà, ma accanimento e immotivato rancore: la voce del sangue di nostro fratello grida a Dio dal suolo e osceni pennivendoli vorrebbero coprirla accusando gli oppressi di essere oppressi e di morire per gioco. É in questa società che stiamo introducendo i nostri allievi, dopo aver parlato loro per ore di Socrate o di Kant. E il timore è che anche loro possano chiedersi, come i loro coetanei di allora, «come si fa a prender sul serio quella roba, dopo che si è stati qui fuori?». 

Dieci settimane di vita militare – oggi potrebbero essere di vita lavorativa, di vita adulta, di vita vera - trasformano più di dieci anni di scuola. «Dopo tre settimane riuscivamo già a concepire come un portalettere, divenuto per caso un superiore gallonato, potesse esercitare su di noi un potere maggiore di quello che prima non avessero i nostri genitori, i nostri educatori e tutti gli spiriti magni della civiltà – da Platone a Goethe – messi insieme». Perché premiare l’impegno e la serietà, a scuola, se l’ignorante diventa capoufficio o il ciarlatano ministro? L’addestramento rende duri e spietati, ma «se ci avessero mandato in trincea senza quella preparazione, i più sarebbero impazziti». Non staremmo raccontando loro delle balle? Non li staremo mandando come agnelli al macello? «Che cosa gli serve ora, di esser stato così bravo in matematica, a scuola?». 

Per Remarque non sembra esserci conciliazione possibile. Chi attraversa la prima linea è destinato ad rimanere per sempre estraneo al resto del mondo, morto dentro se non fuori. Quando torna a casa in licenza, il protagonista non si riconosce più nei suoi compaesani: «il loro mondo mi sembra così angusto, mi pare impossibile che possa riempire una vita: mi sembra che ci si dovrebbe buttar sopra ogni cosa. Come mai tutto ciò può esistere, mentre laggiù le schegge sibilano sui camminamenti e i razzi solcano il cielo, e i feriti sono portati via sui teli da tenda e i compagni si rannicchiano nelle trincee!». Ma l’estraneità – aggiungo io – non deve produrre necessariamente inettitudine: può anche ispirare rivolta. Se saremo riusciti a tenere viva la fiammella che riscalda il cuore dei nostri allievi e che permette loro di riconoscere lo squallore che infetta il nostro tempo, allora può essere che saremo serviti a qualcosa e forse si vedrà finalmente qualcosa di nuovo sul fronte occidentale.

(finito il 29 gennaio 2019)

Ho parlato di



Erich Maria Remarque
Niente di nuovo sul fronte occidentale
(Mondadori, 2008)

trad. di S. Jacini

225 pp. | (f.c.)

(ed. or.: Im Western nichts Neues, 1929)