venerdì 31 luglio 2026

La pace

Così come non mi verrebbe mai in mente di andare a chiedere ad Elon Musk consigli sulla sobrietà e sul senso della misura, allo stesso modo da uno che ha attraversato pericolosamente la guerra, l’ha mirabilmente descritta e intimamente amata come Ernst Jünger non mi aspetterei delle illuminanti riflessioni sulla pace, ma è proprio tale apparente controsenso a rendere accattivante e in un certo senso imperdibile la lettura di questo saggio lirico (non saprei in che altro modo definirlo) meditato nelle fasi finali del secondo conflitto mondiale, quando l’autore era allocato come ufficiale della Wermacht a Parigi, e diffuso si può dire tra le macerie ancora fumanti della Germania sconfitta. Chiarire il contesto è più che mai essenziale, perché, a seconda di come si giri la questione, alcune affermazioni in esso contenute potranno apparire sorprendentemente lungimiranti e al tempo stesso però anche molto disturbanti (non manca peraltro qualche mistero sulla data di effettiva composizione: anticipandola molto, certe reticenze sarebbero più comprensibili e sarebbe più credibile l'ipotesi che ne farebbe un testo clandestino di riferimento per il gruppo che ordì la congiura contro Hitler nel '44; posticipandola, potrebbe invece apparire anche come un modo per tutelare la propria posizione nell'imminenza della fine).

Jünger presenta la seconda guerra mondiale come un cataclismatico tempo di “semina”, nel corso del quale la falce della Mietitrice ha rivoltato a tal punto le zolle della civiltà con dolori e spietatezze così ampiamente distribuite da predisporre il terreno per la crescita, quale suo “frutto”, di una pace solida e duratura, purché essa non si limiti a «verificare e migliorare i vecchi edifici», ma si proponga di «crearne anche di nuovi che li completino superandoli», grazie alla consapevolezza prodotta, appunto, in ogni cuore da questa specie di catarsi globale a cui si è preso parte. «Tutti hanno condiviso le sofferenze», infatti, «e perciò a tutti loro la pace dovrà portare frutto. Questo significa che la guerra deve essere vinta da tutti», perché «se non sarà vinta da tutti, sarà allora persa da tutti». Se la pace – questa la previsione – sarà, cioè, solo «il risultato di accomodamenti», risolvendosi in un mero tratteggio di nuovi confini guidato dalla sete di vendetta, com’era accaduto venticinque anni prima a Versailles, senza che siano affrontate di petto le questioni cruciali a causa delle quali si erano scatenate le ostilità, si tratterà solo di una «pace apparente» che ci riporterà semplicemente al punto di partenza, pronti a ricadere da un momento all’altro nella stessa trappola da cui con così grande fatica ci si è tratti fuori, ma in una condizione assai peggiore, perché nel frattempo la tecnologia ha sviluppato potenzialità distruttive incontrollabili e «già oggi al mondo ideale del nichilismo appartengono i sogni di sterminio di interi paesi e intere popolazioni». Da questo punto di vista, sarebbe allora stato molto «meglio combattere più a lungo, soffrire più a lungo, anziché fare ritorno al vecchio mondo».

Umanità, qui si parrà la tua nobilitate: riuscirai a incanalare quelle medesime, altissime, energie che la guerra ha scatenato in ogni direzione e a metterle al servizio dell’unico progetto concretamente in grado di contrapporsi all’ipotesi tutt’altro che peregrina della distruzione totale del pianeta? É come se la vera sfida cominciasse ora, e alla «prima opera collettiva dell’umanità» - la guerra mondiale – ne dovesse seguire subito un’altra, altrettanto collettiva e ancor più ambiziosa, giacché «la vera pace presuppone un coraggio superiore a quello necessario per la guerra; è una manifestazione di travaglio spirituale, di forza spirituale. (…) La vera lotta che ci troviamo a combattere si rivela sempre più un conflitto tra le forze della distruzione e le forze della vita». Jünger si spinge perfino a dire che «in questa lotta i guerrieri di retto sentire stanno fianco a fianco, come gli antichi cavalieri», ossia che quelle stesse persone che fino a un attimo prima erano disposte ad uccidersi sparandosi dalle linee opposte del fronte, adesso, proprio perché hanno vissuto quell’esperienza così traumatica da nemici leali, danzando insieme sull’orlo dell’abisso, possono unire le forze per dare un giro di vite decisivo alla storia umana. «In questa lotta tra giganti ciascuno poteva essere fiero dell’avversario; e quando col tempo l’ostilità andrà stemperandosi, cresceranno la stima, anzi il segreto amore che si instaura tra vincitore e vinto. (…) I migliori di ciascun popolo si sono conosciuti (…). Il rispetto, l’amicizia e l’amore tendono una gran quantità di fili sottili e offrono più garanzie di molti trattati internazionali». È questo il senso profondo di questa catastrofe, che riscatta anche la morte di tutti coloro che vi sono stati schiacciati: come il grano viene infatti macinato per produrre pane, così il sangue versato da tutti i caduti, a qualunque schieramento siano appartenuti, contribuirà a realizzare «ciò che, pur se in modo confuso, viveva potente nelle aspirazioni di milioni di uomini, in qualunque paese della terra il destino ha voluto nascessero: un regno di pace più grande e migliore».

Perno di questa visione quasi profetica – da intendersi proprio in senso analogo ai canti sulla futura gloria di Sion proclamati dall’uomo di Dio nella desolazione di Gerusalemme al tempo della deportazione – è una rinnovata e per molti aspetti suggestiva idea di Europa, che a sua volta si fonda su una nuova architettura del mondo, non più centrata sul modello ormai esaurito dello Stato-nazione. Con lucidità Jünger osserva infatti che «l’elettrotecnica, l’aeroplano, la radio e le forze che si irradiano dall’atomo» stanno ormai concorrendo alla creazione di un nuovo «ordine planetario» che inevitabilmente farà «saltare la vecchia cornice» e porterà alla formazione di nuovi «imperi» fondati «nella sintesi, nell’integrazione» di ciò che fin qui si è percepito diviso e contrapposto. Impossibile tenere artificiosamente separato ciò che in mille modi diversi si va interconnettendo: è giunto perciò il momento, ed è ora, «in cui le forme sono liquefatte, pronte per una nuova colata». Questo discorso vale soprattutto per il Vecchio Continente, quello più segnato dalle cicatrici di interminabili guerre fratricide, fin qui rivelatosi «il punto più vulnerabile» del sistema, da dove non a caso sono partite entrambe le guerre mondiali, ma contemporaneamente anche «il centro vitale e cruciale del corpo», quello da cui perciò dovrà e potrà irradiarsi una possibile cura. Essa consisterà, appunto, nell’abbattimento di quelle «vecchie frontiere» che hanno fatto il loro tempo e nel dotare finalmente l'Europa di «sovranità e costituzione». «L’aspirazione a questa unità è più antica della corona di Carlo Magno, e tuttavia non è mai stata tanto ardente, tanto pressante come in questo nostro tempo».

Possibile che Jünger abbia prodotto una sua versione personale del manifesto di Ventotene? No, infatti: direi che siamo decisamente più dalle parti di Novalis che di Altiero Spinelli – e a qualcuno piacerà di sicuro più così (cosa che di per sé non è un male). Il richiamo esplicito alla tradizione carolingia e all’etica cavalleresca, l’idea di un accordo sacro e più che meramente giuridico tra i popoli, ricalcato sul paradigma nuziale («una comunione del corpo e dei beni nella quale le singole nazioni portino in dote se stesse alla nuova casa che ora apparterrà loro»), l’appello alle chiese cristiane affinché abbandonino antichi rancori e, pur mantenendo le reciproche distinzioni, non concedano ai «meri tecnici di guidare l’uomo», ma attingano dal loro repertorio scritturistico e teologico le risorse da offrire a un’umanità che ha un istintivo bisogno di credere in qualcosa e, in mancanza di solidi e credibili riferimenti spirituali, finirà ancora una volta per affidarsi a «strumenti razionali» che garantiscono, sì, dei risultati, senza però che si capisca a cosa dovrebbero servire, perché, nella notte in cui sono spariti gli dei, si è spenta anche la lanterna del senso: tutti questi sono indizi più che sufficienti per evitare indebiti accostamenti, che peraltro non credo sarebbero piaciuti neanche a lui, tra Jünger e la moderna Unione Europea. Vero è che, rispetto ad ogni riproposizione di provinciale sciovinismo, brilla qui con estrema chiarezza l’idea secondo cui, di fronte alla minaccia imperialistica rappresentata in particolare da Stati Uniti e Unione Sovietica, se l’Europa non avesse rapidamente imparato a ristrutturarsi anch’essa in termini “imperiali”, ne sarebbe stata inevitabilmente stritolata, con tanti saluti alla sua millenaria Kultur. In questo senso i nazisti – mai espressamente citati – avranno pure sbagliato tutto, nelle forme e nei modi, e vanno biasimati e condannati per questo, e forse anche fermati (se teniamo ferma l'ipotesi di una datazione alta dello scritto), tuttavia – si lascia intendere, o almeno a me pare di capire così – avevano quantomeno individuato il vero nemico mortale e provato a imbastire una linea di effettiva resistenza. Che è come dire: è solo per un abbaglio momentaneo che noi, i migliori tra i tedeschi, e voi, i migliori tra i francesi, eredi entrambi per rami paralleli di Rolando, Percival e degli altri paladini del Graal, ci siamo combattuti gli uni contro gli altri in modo tanto feroce. La vera battaglia, la buona battaglia, è un’altra, ed è ancora aperta, anche se si giocherà su un terreno diverso. Ora, se è vero che una pace che si limiti a istituire le regole di un nuovo dominio e una nuova spartizione della terra non può considerarsi una vera pace, e se è bene diffidare della pelosa retorica che ricorre strumentalmente al linguaggio dei diritti per giustificare l’imposizione pura e semplice della propria forza, ebbene tutto questo però non autorizza ancora a cancellare con un colpo di spugna le singole responsabilità, annacquandole in una sorta di colpa collettiva in cui tutte le coscienze sono nere. La ricerca ossessiva della profondità talvolta è solo un modo per nascondere la testa sotto terra al punto di presentare a tratti l’occupazione tedesca come una sorta di goliardica scampagnata fuori porta (o di innocua escursione, come si direbbe oggi).

D’altronde l’ordine nuovo nazionalsocialista era molto distante, nella pratica come nelle aspirazioni, dalla visione proposta da Jünger, quando scrive, per esempio, che, nella nuova Europa, «l’uomo, in quanto figlio del tempo e creatura civilizzata, potrà spostarsi per queste strade senza imbattersi in confini, e dappertutto sarà a casa propria. La libertà deve invece regnare nella varietà, là dove popoli e uomini sono differenti. (…) In questi ambiti i colori della tavolozza non saranno mai troppi. La costituzione europea (…) dovrà creare l’unità politico-territoriale nel rispetto delle diversità storiche. (…) L’Europa potrà divenire patria e tuttavia sul suo territorio rimarranno molte madri-patrie e qualche paese d’origine. In questa cornice i popoli grandi e piccoli fioriranno più rigogliosi che mai. Con l’estinguersi della competitività tra i vari stati nazionali, l’alsaziano potrà vivere come un tedesco o un francese senza essere costretto a divenire l’uno o l’altro. Ma soprattutto potrà vivere da alsaziano, come a lui piace. Si tratta di un recupero di libertà che apparirà evidente fin tra le minoranze, le varie stirpi, le città. Più liberamente che nell’antica, nella nuova casa si potrà essere bretoni, guelfi, sorabi, polacchi, baschi, cretesi, sardi o siciliani». Chiedetelo ai milioni di internati, se c’era questo, nella testa di Hitler. Questo mosaico di piccole patrie affratellate fra loro, fieramente avverse a ogni omologazione centralizzata, capaci però di coltivare il gusto della complementarità non ostile, non è incompatibile con una concezione poliedrica dell’umanità che ne valorizzi la ricchezza sinfonica, almeno finché i confini restano permeabili e le reciproche interazioni positive. Anche i nostri attuali sovranisti avrebbero di che imparare, se leggessero quelle che presentano come le loro fonti, anziché limitarsi a citarle a casaccio.

Resta, comunque, sullo sfondo, una domanda inquietante. Se davvero solo il passaggio attraverso la grande tribolazione della guerra può convincerci che sarebbe meglio non farla più, se davvero solo il dolore insegna qualcosa e riunisce i dispersi, ispirandoli a dare il meglio di sé, se davvero bisogna toccare il fondo per imparare a rimbalzare, per venire fuori dall’attuale configurazione sociopolitica, che non è evidentemente ancora la migliore possibile, siamo dunque condannati a consentire con quanti sostengono che si debba far di tutto per provocare l’apocalisse, sperando di riuscire a fermarci un secondo prima dell’autodafé, oppure siamo autorizzati a pensare che ci siano altri mezzi per superare una buona volta questa atavica logica sacrificale e raggiungere senza ulteriori stragi un obiettivo corrispondente alle nostre più profonde attese?

(finito il 13 ottobre 2022)

Ho parlato di


Ernst Jünger
La pace
(Guanda 1993)

trad. di A. Apa

80 pp. | ?? lire

(ed. or.: Der Friede, 1949 ?)

lunedì 13 luglio 2026

Benedette guerre. Crociate e jihad

È un po’ sempre il solito discorso: mettersi a leggere un libro che contiene la trascrizione in bella copia di un ciclo di lezioni di Barbero cui si può facilmente accedere attraverso le relative registrazioni online è più o meno come andare al cinema bendato e farsi raccontare la trama dal vicino di posto. Ma il mio cervello per molti aspetti funziona ancora in modo analogico e si rifiuta di assorbire per bene le informazioni se presto o tardi non se le ritrova messe per scritto, motivo per cui, in tante occasioni, sono proprio io stesso a realizzarmele da me, le suddette trascrizioni, e non solo quando c’è di mezzo Barbero (così come del resto sono pervicacemente ancora qui a scrivere, appunto, delle mie letture, anziché trasumanare in moderno videorecensore su Youtube). In questo caso il lavoro sporco era già stato fatto e, nell’approssimarsi del mio corso sui filosofi e la guerra, mi è sembrato utile dare una chance anche al presente volumetto, per fissare meglio alcuni concetti acquisiti e magari incappare in qualche intuizione intelligente che meritasse di essere raccolta. Lascio perciò da parte tutti i passaggi più pittoreschi, che costituiscono gran parte della “ciccia” del racconto, come i profili di alcuni dei cavalieri che fecero l’impresa, dallo sfuggente Goffredo di Buglione fino all’ascetico San Luigi, passando per i Marchesi che dal modesto Monferrato giunsero a farsi nientemeno che re di Gerusalemme, così come le sezioni dedicate allo sguardo rivolto dagli “altri” sui crociati (due le fonti privilegiate: la principessa Anna Comnena, per il punto di vista bizantino, e l’emiro di Cesarea Usama Ibn Munqidh, per quello turco), perché a tale proposito vale la pena andarsi a riprendere direttamente le performance affabulatorie del nostro Veneratissimo in rete, con tutto il suo corredo di espressioni, movenze e interiezioni, e mi annoto semplicemente tre spunti, uno metodologico e due più espressamente legati al tema, che almeno in parte trascendono le intenzioni dell’autore.

Partiamo dal metodo. Le crociate sono uno dei nodi più controversi di tutta la storia occidentale, perché come pochi altri hanno il potere di suscitare violentissime e opposte correnti ideologiche da cui scaturiscono disorientanti tornado interpretativi. C’è chi le considera, per esempio, la controprova del carattere intrinsecamente violento delle religioni (o quantomeno dei monoteismi), chi le assume al contrario come modello per ogni buona battaglia fatta in nome dell’autentica civiltà e di ideali superiori ad ogni gretto orizzonte materialistico e chi le riduce, invece, spogliate di tutti i paramenti sacri, a semplice copertura di iniziative puramente commerciali o comunque mosse dalla smania di potere. Ciascuno ha sempre la pretesa di aver trovato finalmente la chiave giusta a cui nessuno aveva ancora mai pensato. La storia, che è una disciplina della complessità, dovrebbe però cautelarsi preventivamente da ogni simile riduzionismo e sforzarsi di cercare sempre un «equilibrio» tra queste diverse istanze, ovviamente non allo scopo di giustificare alcunché, ma per cercare di comprendere meglio quel che è accaduto. Nella fattispecie, «provare a immaginare questa gente che da un lato ci credeva sul serio, metteva in gioco la pelle per uno scopo che considerava gradito al suo Dio, pensava di seguire le tracce di Cristo rischiando la vita e affrontando il martirio, e però al tempo stesso sapeva anche benissimo che quella era una straordinaria occasione di conquista e di arricchimento, un’occasione unica per partire da casa e andare a costruirsi una posizione più alta nel nuovo mondo, l’Oltremare, come lo chiamavano, con un termine che dà in pieno il senso della grande avventura ch’essi sentivano di vivere. L’entusiasmo religioso, che oggi può magari essere difficile da accettare in quella forma e che però c’era – saremmo dei cattivi storici se non riuscissimo ad ammetterlo – coesisteva senza contraddizione con l’avidità sfrenata, la spudorata brama di affermazione individuale e di conquista violenta». Esercitarsi in questo tipo di visione, aiutati dalla distanza temporale, può forse aiutarci a non cadere precipitosamente nel gorgo delle ipersemplificazioni anche quando valutiamo il nostro scalcagnato presente.

Entrando nel merito della questione, mi pare importante riprendere anzitutto la sottolineatura che Barbero fa dell’assoluta novità rappresentata dall’idea di crociata, al suo apparire, all’interno del sistema di pensiero medievale, in quanto guerra non solo legittima ma addirittura “santa”, perché è un’implicita conferma del fatto che guerra e cristianesimo non sono in realtà due fenomeni necessariamente costretti ad andare a braccetto. Sebbene già ai tempi di Agostino si fossero trovati degli escamotage per placare i turbamenti di chi in cuor suo, da battezzato, faceva fatica a conciliare l’esortazione evangelica all’amore incondizionato con la professione militare, per tutto il primo millenio dell’era cristiana si riuscì comunque a mantenere fermo quantomeno il principio «per cui uccidere in guerra, in qualunque guerra, nel migliore dei casi non è un peccato grave, ma richiede comunque che si faccia penitenza» - principio che può apparire oggi perfino ovvio, ma assolutamente controintuitivo in una società guerriera come quella, in cui, dall’imperatore in giù, signori e signorotti facevano tutti del mestiere delle armi una pratica normale e persino meritoria di vita, come dimostrano decine di chanson de geste. Sarebbe come se oggi si togliesse momentaneamente il diritto di voto a tutti quelli che usano la propria automobile per recarsi al lavoro. Eppure coloro che si sforzavano di vivere fino in fondo il messaggio evangelico e come tali erano considerati dai contemporanei, ossia i monaci, «erano gente che rifuggiva con estremo orrore dalla violenza, così come dal sesso e dai piaceri fisici; gente convinta che chiunque viva indossando l’armatura e menando le mani finisce diritto all’inferno, e se questo vuol dire che i loro stessi padri e fratelli sono destinati all’inferno, ebbene i monaci ne soffrono, ma ne son convinti lo stesso». Dimostrando un realismo e una capacità di dialogo con il proprio tempo che stupirebbe chi si riempie oggi la bocca di valori non negoziabili, teologi e canonisti medievali riconobbero che la guerra è qualcosa che purtroppo esiste, si fa anche se non si dovrebbe, può persino trovare una propria configurazione legale, entro certi limiti, e perciò può anche essere talvolta giustificata, però di base resta comunque un errore da sanzionare. Le cose cambiarono d’un tratto con la prima crociata, e non direttamente per iniziativa di Urbano II, che pure la bandì, perché neanche lui si azzardò a negare quel principio, limitandosi ad assumersi la responsabilità di concedere il perdono a chi abbracciava la croce per andare a liberare Gerusalemme e moriva nel tentativo senza avere avuto modo di completare l’eventuale penitenza per avere ucciso, ma piuttosto per una sorta di movimento spontaneo nato dal basso a partire da quell’esperienza, che la Chiesa, pur tra mille sospetti, «alla fine rinuncia a cercare di frenare» e che troverà poi con Bernardo di Chiaravalle una solenne benedizione. Barbero non esita a parlare, a questo proposito, di «svolta (…) drammatica», di una «cesura nella storia del Cristianesimo e dell’Occidente», per cui la violenza non solo cessa di essere problematica per un cristiano, ma può diventare perfino occasione di salvezza: è come se i bellatores avessero potuto finalmente dare sfogo ai propri spiriti animali, mettendo da parte gli inviti alla mitezza di Cristo e tenendo di lui solo le insegne sotto cui combattere, sperando così di attirare l’Eterno dalla propria parte, come in fondo aveva già fatto a suo tempo Costantino. In questa vicenda i papi hanno le certo loro colpe, ma i danni veri li hanno fatti quelli che si dimostrarono, strumentalmente o meno, più papisti del papa (bella gente, la cui ultima incarnazione è rappresentata dai recenti scismatici che si separano dal papa romano proprio perché lo amano troppo). Di lì in poi la violenza sarà assimilata in un certo senso all’interno dell’ordine cristiano e ci vorranno secoli per riprendere coscienza che questi due piani non devono per forza essere intrecciati, anzi. Come dicevo, non facciamola più facile di quanto forse non fu, ma il senso complessivo del discorso appare piuttosto chiaro.

Secondo punto: mi ha incuriosito il fatto che Barbero, quando illustra che cosa sia il jihad (declinandolo giustamente al maschile), dopo aver constatato che nel Corano non se ne parla poi chissà quanto rispetto a cosa potremmo immaginarci noi, per cui tutti i musulmani sono potenziali kamikaze, aggiunge che là dove però se ne parla, lo si fa curiosamente riferendosi a dei passi biblici (peraltro non così limpidi). Ora, non so quanto Barbero sia competente in esegesi e la mia ammirazione per lu non mi fa prendere per inconfutabile tutto quello che dice, quindi sui dettagli ci andrei cauto, però – anche qui – la direzione generale del suo pensiero è chiara: mostrare come, sia pure in modo paradossale, ovvero nel riferimento che entrambi fanno alla possibilità di una “guerra santa” che li vedrebbe contrapposti, islam e cristianesimo condividano in realtà delle radici comuni, anche se talvolta se lo dimenticano, per cui, pur nell’opposizione, possono riuscire a intendersi. Anzi, «è proprio perché riconoscono nell’altro il proprio simile» che «lo vogliono sopraffare, come accadde nel Novecento col comunismo e il fascismo». C’è forse una punta di malizia in questa osservazione. Tuttavia, se ne può ricavare anche un’altra morale: lungi dall’essere due sistemi opposti di valori, incompatibili l’uno con l’altro, e tali per cui l’emergere dell’uno dovrebbe causare inevitabilmente la rovina dell’altro, come sostengono i profeti della remigrazione, islam e cristianesimo risultano invece profondamente interconnessi e proprio per questo potrebbero lavorare insieme per aiutarsi a purificarsi reciprocamente delle proprie scorrette autointerpretazioni. All’epoca in cui furono tenute queste conferenze, nel 2009, era ancora fresco il ricordo non solo delle crociate proclamate da Bush jr contro il terrorismo, ma anche della contestatissima lezione di Ratisbona, con cui papa Benedetto sembrava dissociare nettamente l’islam dal logos e dunque dal cristianesimo. Non ci si sarebbe potuti immaginare che, appena dieci anni dopo, il suo successore avrebbe sottoscritto con il Grande Imam di Al-Azhar una dichiarazione congiunta sulla fratellanza umana nel solco della quale sarebbe poi stata composta anche l’enciclica Fratelli tuttiRiusciremo a dimostrare nei confronti di questi interventi lo stesso zelo applicativo manifestato un tempo di fronte all’appello a riconquistare Gerusalemme? Dalla risposta a questa domanda passa, credo, un pezzo di futuro del nostro mondo.

(finito il 10 ottobre 2022)

Ho parlato di


Alessandro Barbero
Benedette guerre. Crociate e jihad
(GEDI 2021)

121 pp. | 9,90 €

(ed. or.: Laterza, 2009)

giovedì 2 luglio 2026

Madame Bovary

Con alcuni grandi libri (soprattutto se sono anche dei grossi libri) ci si può ritrovare intrappolati in questo fastidioso paradosso: a leggerli precocemente – come del resto è giusto che sia, perché bisogna pur cominciare ad affinare il gusto senza aspettare di diventare vecchi – rischi però poi che, crescendo, te ne resti un’immagine sfocata, e più che ricordarti di loro ti ricordi del ricordo che ti sei fatto di loro, che è una cosa ben diversa, e tutto sommato ingannevole, senonché non è sempre facile trovare poi l’occasione di riprenderli da capo per rivedere il giudizio, a mente fredda e con più strumenti a disposizione, perché comunque si tratta pur sempre di qualcosa che hai già letto mentre ci sono tonnellate di altri libri sconosciuti che implorano la tua attenzione prima che il tuo tempo si esaurisca; d’altra parte, ad attendere il momento propizio per affrontarli, posto che un momento simile davvero esista, si corre il pericolo opposto di rimandare sine die l’appuntamento, finché potrebbe passarti pure la voglia di cimentarti con tali letture, un po’ perché ti vergogni di ammettere di non averle ancora effettuate, e preferisci perciò fare finta di niente, lasciando che tutti pensino il contrario, e un po’ perché, tutto sommato, se il libro è davvero di quelli importanti, a un certo punto potresti tranquillamente fingere senza particolari timori di averlo letto per davvero, a forza di averne sentito parlare qua e là – ma sarebbe tuttavia un terribile errore, perché qui non si tratta semplicemente di acquisire dei meri contenuti, bensì di effettuare un’autentica esperienza di vita di cui ti priveresti per sempre. Se questa chilometrica perifrasi vi suona come una giustificazione non richiesta per aver atteso oltre quarant’anni prima di accostare Madame Bovary è proprio perché lo è. Non mi azzardo a fissare qui una cesura tra un prima e un poi come nella cronologia cristiana (ma solo perché di libri che potrebbero ragionevolmente ambire allo stesso ruolo miliare ne esistono tanti e non c’è comunque niente di peggio dell’ultimo arrivato che pretende di spiegare il senso della vita a chi l’ha già capito da tempo), però, come i pastori al cospetto del bambinello, di fronte a un’opera siffatta baciata dal genio, in cui non c’è neanche uno iota fuori posto e tutto procede a vele spiegate, dalla prima all’ultima riga, per impulso di una grazia sovrumana, dovrei solo togliermi i sandali, genuflettermi in adorazione e non aggiungere altro. Sarebbe forse più dignitoso, se non fosse che il formato che mi sono autoimposto richiede che abbozzi almeno qualcuna delle personalissime ragioni per motivare questo mio tardivo entusiasmo, per cui procedo oltre, nonostante tutto.

Si dice che Flaubert si fosse proposto di scrivere un libro sul nulla – inteso non come la vertiginosa astrazione filosofica degli ontologi e dei mistici alla Bovillus, ma come il concretissimo piattume di una vuota vita trascorsa nella provincia francese di metà Ottocento – e se lo sia proposto proprio con l’intento di mostrare le potenzialità sconfinate della letteratura, quando è in buone mani, e la sua capacità alchimistica di ricavare gemme meravigliose persino da simili liquami esistenziali. Facile, infatti, essere Omero se il mito ti mette a disposizione un Odisseo con le sue avventure piene zeppe di mostri fantastici e colpi di scena: provateci voi, invece, a rendere appassionante la meschina quotidianità di una «mezza cartuccia» come il medico di campagna Charles Bovary, variamente definito in corso d’opera come un «cretino», un «omuncolo (…) che non capiva nulla», uno che «eseguiva il suo minuto lavoro quotidiano come fa il cavallo da maneggio, che gira e gira con gli occhi bendati, senza sapere cosa sta macinando», - un concentrato, insomma, di mediocrità il cui unico vero successo nella vita è stato quello di aver fatto balenare per un attimo alla giovane Emma, in modo del tutto inspiegabile, la speranza che per suo tramite, diventandone la moglie, avrebbe potuto raggiungere la suprema felicità. «Ma la felicità che sarebbe dovuta scaturire da quell’amore non era mai venuta, e lei cominciava a pensare di essersi ingannata» - ecco tutto: sembra una banalità, ma racchiude il mondo intero.

Per la spietatezza chirurgica con cui descrive passo passo l’asfissiante logorio che può disgregare dall’interno una relazione, senza che peraltro uno dei due partner neanche se ne accorga, neppure quando l’altra decide di fare di testa sua cercando soddisfazioni al di fuori del nido familiare, questo romanzo potrebbe essere assunto, ancora oggi, come libro di testo nei corsi prematrimoniali o nelle terapie di coppia. Qualche esempio: «la conversazione di Charles era piatta come un marciapiede, e le idee più comuni vi sfilavano nella loro veste ordinaria senza produrre nessuna emozione, di allegria o di sogno. (…) Non sapeva nuotare, né tirare di scherma, né usare la pistola, e una volta non riuscì nemmeno a spiegarle un termine d’equitazione che aveva trovato in un romanzo. (…) Non insegnava nulla, quello là, non sapeva nulla, non aveva interessi di nessun tipo. (…) Rincasava tardi (…). Nominava uno per uno tutti quelli che aveva incontrato, i paesi dov’era stato, le cure che aveva prescritto, e soddisfatto di sé mangiava gli avanzi dello stracotto, grattava il formaggio, sgranocchiava una mela, vuotava la caraffa, poi si metteva a letto, si coricava sul dorso e cominciava a russare. (…) Quanto a lei, la sua vita era fredda come un granaio che ha le finestre esposte a settentrione, e la noia, ragno silenzioso, tesseva nell’ombra la sua tela in ogni cantuccio del suo cuore». Come descrivere meglio la crescente insofferenza per lo stillicidio di banalissimi fastidi che può mandare in frantumi qualsiasi storia d’amore (perché il più delle volte non è a causa di divergenze sui massimi sistemi, ma per il diverso modo di ripiegare il tubetto del dentifricio, che si arriva a non sopportare più colui o colei a cui si è promessa fedeltà eterna, in salute ed in malattia)? Agli occhi di Emma, suo marito «stava prendendo, con l’età, delle abitudini grossolane; alla fine del pranzo si divertiva a tagliare i tappi delle bottiglie vuote; appena pranzato si passava la lingua sui denti; la faceva schioccare a ogni sorsata di minestra, e dato che cominciava a ingrassare, i suoi occhi, già piuttosto piccoli, sembravano ricacciati verso le tempie dagli zigomi troppo gonfi. (…) Perfino la schiena, la sua schiena tranquilla era irritante a vedersi, e a Emma parve che sulla sua redingote si dispiegasse per intero la piattezza del personaggio». Con un atto liberatorio e disperato al tempo stesso, imbattutasi per caso, dopo qualche anno di matrimonio, nel suo bouquet da sposa mentre rassettava la casa, Emma decide istintivamente di darlo alle fiamme, osservandolo consumarsi foglia dopo foglia, nella consapevolezza disperata che per lei, prigioniera di quella orrenda monotonia, «il futuro era un corridoio nerissimo, e in fondo c’era una porta ben chiusa». Di storie come queste, in fondo, se ne potrebbero contare a decine, tutte più o meno uguali, senza bisogno di andarsele a cercare fin dentro i libri: quel che la rende unica, e in qualche modo archetipica, è il meraviglioso talento con cui Flaubert la arricchisce di dettagli a volte infinitesimali, capaci tuttavia di immortalarne il senso, come quando Emma, infuriata, «sbatté la porta con tale violenza che il barometro vacillò, si staccò dal muro e si infranse per terra», e nello sfracellarsi di quell’artefatto che insieme a tante altre buone cose di pessimo gusto costituisce l’arredo canonico di un interno borghese positivista, tu lo vedi proprio sotto i tuoi occhi l’infrangersi di un mondo che va letteralmente a pezzi, con tutte le sue false sicurezze (esattamente come ti vedi i capponi che Renzo porta in dono all’avvocato beccarsi fra loro: la trama andrebbe avanti ugualmente anche senza, ma non saprebbe di niente – ed è appunto in questo modo che l’intrattenimento trasfigura in arte).

Poste le cose in questi termini, e soprattutto messi continuamente di fronte all’ottusa soddisfazione di Charles per il suo vivere così quieto da sembrare un anticipo dell’eterno riposo, parrebbe ovvio e naturale parteggiare per la sua giovane sposa, condividere la sua protesta contro quell’aridissima vita monodimensionale e apprezzare i suoi slanci, sia pure spesso maldestri, verso qualsiasi cosa la possa sollevare al di là di essa (slanci che non vengono compresi neppure dal curato a cui si rivolge, quando essi prendono un’intonazione mistica, poiché un’autentica crisi spirituale resta qualcosa di totalmente incomprensibile a chi nei fatti è divenuto un semplice burocrate devozionale, perfettamente integrato in una società in cui Dio è dato per morto e sepolto, anche se gli si continuano ad erigere templi alla memoria). Il guaio è che Emma, pur essendo a suo modo una vittima, è comunque tutt’altro che credibile come simbolo d’emancipazione. Imbevuta di ideali romanzeschi come Don Chisciotte lo era stato di quelli cavallereschi, si getta anche lei a capofitto nelle più diverse situazioni, inseguendo disperatamente l’amore che strappa i capelli e possa dare un significato al suo passaggio sulla terra, convintasi che da qualche parte debba pur nascondersi quel “di più” che le era stato promesso, o almeno così le era parso, sin da quand’era bambina. Tuttavia, con la stessa impietosa perfidia con cui Cervantes manda il suo allampanato cavaliere a schiantarsi contro i mulini a vento, così anche Flaubert spinge poco per volta la sua triste eroina lungo una spirale autodistruttiva dalla quale finirà mortalmente travolta, svelando così l’inconsistenza effettiva di tutte le sue aspirazioni. In una delle sequenze a mio avviso più riuscite, per esempio, mette in scena il sensuale gioco di sguardi e di contatti furtivi tra Emma e uno dei suoi amanti – Rodolphe Boulanger, uno sciupafemmine che, a differenza di Charles Bovary, in tre minuti intuisce l’infelicità della donna e soprattutto capisce che questo suo stato emotivo la potrà rendere una facile preda – proprio mentre, alla sagra del paesello normanno in cui i Bovary vivono, il consigliere provinciale tiene il suo fervente e si può immaginare quanto appassionante discorso sulle magnifiche sorti e progressive della Francia rurale, i bravi contadini caricano sui loro carretti sacchi di concime e si appuntano festose coccarde alle corna del bue grasso. Come potranno mai sollevarci in volo le ali di Eros se sono appesantite da tanta greve materialità? Ma la vera colpa di Emma non è evidentemente l’ingenuità per aver creduto che questi amori esistano, quanto il fatto che in fin dei conti i sogni che alimentano la sua speranza non siano altro che sogni d’altri sognatori, presi in prestito di seconda mano dalle sue letture, come oggi potrebbe più facilmente accadere con le storie pubblicate dagli influencer sui propri profili social. Per tutta la vita Emma ricorderà con la stessa intensità con cui il peccatore convertito custodisce in cuor suo l’apparizione divina che gli ha fatto cambiare vita la grande festa organizzata presso il castello del marchese d’Andervilliers (uno il cui suocero si vociferava fosse stato addirittura l’amante della regina Maria Antonietta), al punto da scegliere per la figlia un nome semplicemente orecchiato da uno dei convitati, quella notte, come se il suo puro suono potesse nuovamente riproiettarla nello scenario sgargiante e lussuoso che per qualche ora ha assaporato e il cui vero valore consiste quasi esclusivamente nel fatto di essere escluso ad altri, a cui è permesso solo contemplarlo da fuori, come accade ai contadini del villaggio vicino, le cui facce si intravedono, «appiccicate alla vetrata», mentre cercano di non perdersi neanche un istante di quel ballo. «Emma era lì, soltanto lì; fuori da quella festa non c’era nient’altro che ombra, un’ombra che si stendeva su tutto il resto» - e non credo sia mai più stata escogitata, da allora, un’immagine altrettanto potente per raffigurare, anche se in modo del tutto inconsapevole, il meccanismo che sta alla base della moderna società dell’immagine, segno che in qualche modo, indipendentemente dagli sviluppi tecnologici, le sue premesse erano già individuabili quasi due secoli fa (non a caso Emma, in punto di morte, chiede sì il crocifisso da baciare, ma subito dopo uno specchio, come se si trattasse dell’ultimo selfie).

Con l’apparenza di parlare d’altro, questa specie di parodia dei convenzionali romanzi d’amore consente in realtà a Flaubert di allestire una satira senza sconti della Francia del suo tempo, in cui l’imbecillità diffusa all’interno di una società arida e meschina è descritta attraverso gli occhi di un’illusa che vorrebbe staccarsene solo per consacrarsi a un’altra forma di vanità. Si sorride spesso, con la dovuta misura, finché non si prende drammaticamente coscienza che, di tutte le peripezie e i travagli che comunque hanno riempito delle vite (quella di Emma, di suo marito e dei suoi familiari, anzitutto) alla fine non resta assolutamente niente. Constatazione per molti aspetti ovvia, ma che porta con sé una sensazione di «dolorosa meraviglia, tanto è difficile comprendere l’avvento del nulla e rassegnarsi a credervi» (ed anche in questo senso, perciò, il romanzo è un romanzo sul nulla di cui sono tessute le nostre vite moderne). Eppure c’è qualcosa di ancor più agghiacciante, tale da rendere a sorpresa Madame Bovary assai più spaventoso di Dracula, ed è l’osservazione velenosa quasi buttata lì, proprio nell’ultima riga del libro, che il farmacista Homais, il petulante, insopportabile, conformista Homais, simbolo del progressismo ottuso, «di recente ha ricevuto la croce d’onore», realizzando, lui sì, tutte le sue aspirazioni. La storia sarà pure un’onda di piena dirompente che travolge ogni cosa, eppure questi maledetti donabbondi trovano sempre per istinto il modo di restarsene a galla.

(finito il 9 ottobre 2022)

Ho parlato di


Gustave Flaubert
Madame Bovary
(Feltrinelli 1998)

trad. di R. Carifi

338 p. | 16.000 lire

(ed. or.: Madame Bovary, 1857)