venerdì 12 luglio 2019

26 gennaio 1994

Man mano che si accumulano gli anni aumentano le probabilità di ritrovarsi invischiato in un indistricabile paradosso che potrei definire di contrazione temporale. Mettiamola così: quand’ero ragazzino, negli anni ‘90, tutto ciò che risaliva anche solo a dieci-vent’anni prima mi appariva irrimediabilmente vecchio, come se provenisse dal paleolitico. Tutto: gli oggetti, la musica, il taglio di capelli, i colori delle foto. Se torno invece ora con la mente a venti-venticinque anni fa, per quanto sia perfettamente consapevole che non esistessero ancora internet, gli smartphone, l’euro, mi sembra appena l’altro ieri. Credo che a turno capiti a tutti, ragion per cui su questa percezione soggettiva non si può costruire nessuna seria proposta storiografica – anche se resta il dubbio che esistano periodi di continuità più persistenti di altri, e che per esempio fra il 1974 e il 1999 sia passato in realtà più tempo effettivo che tra il 1994 e il 2019 (vorrà pur dir qualcosa se Vespa raccoglie ininterrottamente plastici porta a porta dal ‘96). 

Questo libro, in parte, suffraga tale tesi. Primo volume di una nuova e interessante collana Laterza dedicata ai “giorni che hanno fatto l’Italia”, il testo di Gibelli ruota intorno allo spartiacque che segna il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica, significativamente individuato non tanto nel giorno delle elezioni politiche (che si tennero il 27-28 marzo ‘94), bensì in quello in cui venne distribuita ai telegiornali la videocassetta col celebre messaggio di “discesa in campo” di Berlusconi che diede il via alla campagna elettorale. Di questo evento, perciò, si ricostruisce in dettaglio la cornice e se ne restituisce l’effetto epifanico, con cura quasi cronachistica e ampio spazio alle fonti d’epoca (il lettore troverà gustose, col senno di poi, molte di quelle opinioni raccolte in tempo reale). L’idea soggiacente è che, con quel colpo di teatro, imponendo a tutti di seguire nuove regole, le “sue” regole, Berlusconi avesse già vinto prima ancora della ratifica elettorale. Da allora in poi, infatti, si è continuato e si continua a giocare quello stesso gioco, con i dovuti upgrade tecnologici, senza che se ne siano mai discussi seriamente i presupposti – compresi quelli che, per Gibelli, inquinavano fin dall’inizio la proposta berlusconiana, rivelando la totale pretestuosità del suo sbandierato carattere liberale: uno su tutti, l’oligopolio televisivo (che avrebbe fatto rabbrividire Tocqueville). Riuscendo abilmente a presentare un illecito come una questione di libertà, e facendo così di una sua questione personale a difesa dei propri interessi privati una battaglia di rilievo pubblico contro il “vecchio” mondo ingessato ben rappresentato dalla tv di Stato, Berlusconi sdoganò in fondo il principio secondo cui il diritto può essere deciso a colpi di televoto (da cui origina il recente adagio “allora si candidi” rivolto ai magistrati che applicano una legge contro le aspettative del manovratore di turno). Per questo, «l’epoca aperta nel 1994 non si è ancora conclusa. Anzi quella pagina ha inaugurato una linea di tendenza divenuta mondiale, culminando nel successo di Donald Trump negli Stati Uniti. (…) Per quanto superato, al punto da aver perso la sua primitiva consistenza fisica attraverso un autentico processo di mummificazione preventiva, il Cavaliere di Arcore appare tuttavia più come un capostipite che come una meteora. Più come un precursore che come un episodio eccezionale». 

L’intuizione fondamentale di Berlusconi è stata quella di sfruttare la grammatica della pubblicità per proporre, prima ancora che un programma vero e proprio, una storia, la propria, che era però anche una visione del mondo e una promessa di felicità possibile per tutti, «la stessa che si può provare quando si entra in un supermercato o megastore: è la felicità derivante dalla certezza di trovare tutto quanto possa soddisfare i nostri bisogni di comodità, di bellezza e di status, che sono tutti i nostri bisogni». In questo modo la politica si fece marketing e impose che fosse abbattuta ogni distanza tra venditore e acquirente, per coinvolgere quest’ultimo in una narrazione che gli desse l’impressione di riguardarlo davvero. Si abbandonò «il paradigma della superiorità della politica sulla gente comune per quello del rispecchiamento», suscitando così «l’illusione di essere direttamente attori stando a casa propria, quando non si è che spettatori». É a te e di te che parlo – dice B.: elettore sbandato e distratto, che hai dato fiducia per decenni a questi logori partiti arricchitisi alle tue spalle mentre tu tiravi a campare, arrangiandoti, mortificato dal fisco e messo ai margini da una retorica civile ferma ai tempi del fascismo e dell’antifascismo e secondo cui il tuo umano desiderio di far soldi è nientemeno che immorale, tu che ti sei sempre fatto i fatti tuoi e ti sei rimboccato le maniche per te e la tua famiglia, mentre quegli altri parlavano e parlavano considerandoti un cittadino di serie b – proprio tu sei come me, e la guerra che stanno minacciando di fare a me, perché con la mia intraprendenza ce l’ho fatta, aggirando lacci e lacciuoli, è una guerra che riguarda anche te. Ecco qua un saggio di quella che è «l’arte dell’autentico politico populista»: «tentare di prendere il potere col consenso e sulla spinta di coloro che ne diffidano e se ne sentono estranei e vittime». Nella fattispecie, offrendo loro «una nuova promessa di rigenerazione» che blandisce «i gusti dell’uomo comune: avere belle automobili, vedere le donne nude in televisione, pagare meno tasse, fare i propri comodi senza troppi scrupoli». 

Il precipitato operativo di queste premesse era e continua ad essere l’abbattimento delle tasse, nel quadro di una concezione quasi religiosa del neoliberismo come promessa di analoghe opportunità per tutti («nessuna regola al mercato, nessun limite al desiderio»: più soldi in tasca per spenderli nei miei negozi), in cui, contrariamente a quanto impone l’articolo 3 della nostra Costituzione, e con una spiccata venatura paternalistica (perché Berlusconi, comunque, non è la Thatcher e ha una zia suora), «la solidarietà non è il principio di un’azione collettiva per ridurre le disuguaglianze, ma è il rimedio finale agli esiti della competizione senza quartiere». La sinistra, ahimé, abboccò all’amo e finì per trasformarsi, di volta in volta, nel partito delle tasse, dei moralisti, dei professoroni, dei buonisti, del rigore, della noia, della serietà, della conservazione, dell’assistenzialismo, dello statalismo, incapace per lo più di raccogliere la sfida dell’immaginario senza scimmiottare l’originale. 

«La forza del berlusconismo sta tutta qui, nel presentarsi come fattore di rigenerazione, come il nuovo rispetto al vecchio, come il garante di una liberazione agognata da antichi vincoli e mali sui quali, a partire dalla crisi del 1992, si è catalizzata l’insofferenza di ampi strati di opinione pubblica». Dove il capolavoro è stato appunto quello di riuscire a farsi passare per uomo nuovo, quand’era totalmente compromesso e colluso con quella Prima Repubblica che contribuì a seppellire. Berlusconi «viene anch’egli da quel vecchio mondo dei cui favori ha largamente beneficiato», non diversamente da molti altri «sedicenti liberisti che si affannano a chiedere allo Stato soldi e protezione». É una lezione di cui hanno fatto tesoro i presunti profeti del cambiamento che, da comunisti padani, inneggiavano alla secessione invocando il dio Po e che, per inciso, nel 1994 erano già consiglieri comunali di Milano.

(finito il 3 marzo 2019)

Ho parlato di



Antonio Gibelli
26 gennaio 1994
(Laterza, 2018)

263 pp. | 18 €

venerdì 28 giugno 2019

Niente di nuovo sul fronte occidentale

Ho già scritto in una puntata precedente che insegnare ti permette di ritornare sui libri letti al liceo, nel momento in cui li proponi ai tuoi studenti. Ma questo mestiere ti offre anche una seconda occasione per riallacciare i rapporti con testi cui hai dato buca al primo appuntamento e che, senza lo stimolo scolastico, magari considereresti persi per sempre. Certo, leggere il classico di Remarque a vent’anni deve avere un sapore molto particolare – perché quella è l’età del protagonista e dei suoi amici mandati a combattere, per conto degli adulti, una delle più massacranti crociate dei bambini di cui la storia conservi memoria. «Non avevamo ancora messo radici; la guerra, come un’inondazione ci ha spazzati via». «Che faranno i nostri padri, quando un giorno sorgeremo davanti a loro a chieder conto?». «Non potremo mai più riprendere il nostro equilibrio. E neppure ci potranno capire». É del tutto accidentale che i giovani in questione si ritrovino dalla parte degli sconfitti; gli stessi discorsi potrebbero farli i cosiddetti vincitori. Non cambia nulla: nessuno ha vinto quella guerra, che non ha niente di epico. «Avevamo diciott’anni, e cominciavamo ad amare il mondo, l’esistenza: ci hanno costretti a spararle contro». Non si dovrebbe permettere a nessuno di raccontarla diversamente.

Però anche leggere questo romanzo da professore garantisce un’illuminazione, e ancor più scriverne nei giorni in cui assisti agli orali della maturità e ti vedi passare davanti questi ragazzetti che stanno per affrontare davvero il mondo dopo che per un piccolo, ma fondamentale, tratto della loro vita, ti hanno avuto come punto di riferimento. Perché sin dal primo capitolo si denuncia con molta chiarezza che ad armare, prima che le braccia, lo spirito di questi ragazzi arruolatisi come volontari sono stati, coi loro discorsi patriottici ed infervorati, i miei colleghi di un secolo fa. «Essi dovevano essere per noi diciottenni introduttori e guide all’età virile, condurci al mondo del lavoro, al dovere, alla cultura e al progresso; insomma all’avvenire. Noi li prendevamo in giro e talvolta facevamo loro dei piccoli scherzi, ma in fondo credevamo a ciò che dicevano. (…) Ma il primo morto che vedemmo mandò in frantumi questa convinzione. Dovemmo riconoscere che la nostra età era più onesta della loro (…). Il primo fuoco tambureggiante ci rivelò il nostro errore, e dietro ad esso crollò la concezione del mondo che ci avevano insegnata». Di una classe di venti, sette sono morti, quattro feriti, uno al manicomio. La Peste Nera fece meno danni di certi insegnanti. 

Non sono ancora così vecchio perché abbia senso parlare di un passaggio di consegne generazionale - e tuttavia queste parole mi suscitano un brivido di responsabilità. Davanti a noi, forse, non si sta preparando una guerra mondiale (ma chi può dirlo? I sonnambuli del 1914 si trovarono in trincea senza neanche accorgersene e i miei ex studenti che oggi frequentano Scienze Internazionali raccolgono voci allarmanti a lezione). Ci circonda comunque una società complessa, questo sì, irretita, violenta e disumana, tanto più disumana in quanto l’orrore è continuamente banalizzato e il dolore non suscita pietà, ma accanimento e immotivato rancore: la voce del sangue di nostro fratello grida a Dio dal suolo e osceni pennivendoli vorrebbero coprirla accusando gli oppressi di essere oppressi e di morire per gioco. É in questa società che stiamo introducendo i nostri allievi, dopo aver parlato loro per ore di Socrate o di Kant. E il timore è che anche loro possano chiedersi, come i loro coetanei di allora, «come si fa a prender sul serio quella roba, dopo che si è stati qui fuori?». 

Dieci settimane di vita militare – oggi potrebbero essere di vita lavorativa, di vita adulta, di vita vera - trasformano più di dieci anni di scuola. «Dopo tre settimane riuscivamo già a concepire come un portalettere, divenuto per caso un superiore gallonato, potesse esercitare su di noi un potere maggiore di quello che prima non avessero i nostri genitori, i nostri educatori e tutti gli spiriti magni della civiltà – da Platone a Goethe – messi insieme». Perché premiare l’impegno e la serietà, a scuola, se l’ignorante diventa capoufficio o il ciarlatano ministro? L’addestramento rende duri e spietati, ma «se ci avessero mandato in trincea senza quella preparazione, i più sarebbero impazziti». Non staremmo raccontando loro delle balle? Non li staremo mandando come agnelli al macello? «Che cosa gli serve ora, di esser stato così bravo in matematica, a scuola?». 

Per Remarque non sembra esserci conciliazione possibile. Chi attraversa la prima linea è destinato ad rimanere per sempre estraneo al resto del mondo, morto dentro se non fuori. Quando torna a casa in licenza, il protagonista non si riconosce più nei suoi compaesani: «il loro mondo mi sembra così angusto, mi pare impossibile che possa riempire una vita: mi sembra che ci si dovrebbe buttar sopra ogni cosa. Come mai tutto ciò può esistere, mentre laggiù le schegge sibilano sui camminamenti e i razzi solcano il cielo, e i feriti sono portati via sui teli da tenda e i compagni si rannicchiano nelle trincee!». Ma l’estraneità – aggiungo io – non deve produrre necessariamente inettitudine: può anche ispirare rivolta. Se saremo riusciti a tenere viva la fiammella che riscalda il cuore dei nostri allievi e che permette loro di riconoscere lo squallore che infetta il nostro tempo, allora può essere che saremo serviti a qualcosa e forse si vedrà finalmente qualcosa di nuovo sul fronte occidentale.

(finito il 29 gennaio 2019)

Ho parlato di



Erich Maria Remarque
Niente di nuovo sul fronte occidentale
(Mondadori, 2008)

trad. di S. Jacini

225 pp. | (f.c.)

(ed. or.: Im Western nichts Neues, 1929)

mercoledì 19 giugno 2019

La conquista dell'America

L’ultimo libro concluso nel 2018 (perché, se Dio vuole, sono arrivato alla fine dell’anno), curiosamente, è stato anche il primo che ho cominciato, ancora nel 2017. Tempi così lunghi hanno però una ragione ben precisa: avendoci costruito sopra il mio periodico corso all’Issr, su queste pagine mi ci sono mosso avanti e indietro per tutto l’anno, prima di decidermi a metterlo da parte. E dirò di più. Son ben contento di scriverne ora, concluso il primo giro di esami, perché il confronto con gli studenti ha contribuito ad arricchire il mio giudizio, facendomi fare una vera e propria esperienza di lettura aumentata. 

Ispirato dal principio per cui la realtà supera l’idea, da Todorov ho ripreso lo spunto secondo cui, se si vuole parlare «della scoperta che l’io fa dell’altro» nella modernità, ha più senso partire, come fa lui, da una «storia esemplare», in cui le modalità di relazione siano presentate per come concretamente sono state sperimentate, anziché attraverso una fenomenologia costruita a tavolino e piena di buone intenzioni. Quale sia questa storia è praticamente ovvio: l’incontro tra europei e americani, rimasti estranei gli uni agli altri fino al 1492, è infatti «l’incontro più straordinario della nostra storia», un incontro consegnato ormai al passato, ma che al tempo stesso «annuncia e fonda la nostra attuale identità», fornendoci delle coordinate utili per capire meglio il presente e anche per guidare la nostra azione nel futuro. Todorov, del resto, lo esplicita chiaramente che scrive da «moralista», più che da «storico» (o, per meglio dire, scriveva, visto che il libro è del 1982). E se parla di “conquista” e non genericamente di “scoperta”, non è certo un dettaglio irrilevante. 

Che poi, scoperta. Di Colombo si dice che «ha scoperto l’America, non gli americani», in quanto considera questi ultimi una mera estensione del paesaggio, poco più che pappagalli, e perciò non si preoccupa di stabilire una reale comunicazione con loro. Anche perché lui “sa” già quello che deve trovare oltreoceano, dal momento che l’ha letto in Marco Polo e nelle altre fonti che stimolarono la sua impresa: l’esperienza è per lui solo il luogo della conferma di un ordine dato (ed è ciò in cui più si mostra un uomo medievale). Tant’è che, a rigore, Colombo non “scopre” neanche l’America, perché non rinuncerà mai alla sua convinzione di essere arrivato per davvero in India, secondo i suoi piani. Il suo omologo speculare, ma molto meno fortunato, è Moctezuma, tradito da quel tratto caratteristico dell’orizzonte simbolico azteco secondo cui «il presente diventa intelligibile, e al tempo stesso meno inammissibile, a partire dal momento in cui si può vederlo già annunciato nel passato»: proprio ciò che gli impedisce di riconoscere l’assoluta novità rappresentata dall’arrivo dei conquistadores, evento troppo inaudito per essere ricondotto al già noto. 

Meglio di tutti e due, paradossalmente, si comporta Cortés, il primo a preoccuparsi di una cosa che a Colombo non passa neanche per la testa – cercarsi, cioè, interpreti e intermediari con l’aiuto dei quali raccogliere quante più informazioni possibili per pianificare un’adeguata strategia di conquista. Nel far questo, egli mostra un’agilità di spirito che per Todorov potrebbe discendere dalla peculiarità degli europei di essere «gli eredi di due culture: la cultura greco-romana da un lato, e la cultura giudaico-cristiana dall’altro. (…) In modo cosciente o no, il rappresentante di tale cultura è costretto a procedere a tutta una serie di aggiustamenti, di traduzioni e di compromessi talvolta difficilissimi, che gli permettano di sviluppare lo spirito di adattamento e di improvvisazione, destinato a svolgere un ruolo decisivo nel corso della conquista. Lungi dall’essere egocentrica, la civiltà europea di allora è “allocentrica”: da lungo tempo, il suo luogo sacro per eccellenza, il suo centro simbolico, Gerusalemme, è non soltanto esterno al territorio europeo, ma soggetto a una civiltà rivale». Il motore dell’Europa è la sua intrinseca pluralità, che ci rende mediatori per vocazione, nel bene e nel male - e basti questo a svelare l’inganno degli odierni sovranismi. 

Il problema, si diceva, è che la comprensione della diversità, per Cortés, è funzionale all’obiettivo della sottomissione: l’altro è conosciuto, forse, ma non stimato («simile al turista d’oggi, che, quando viaggia in Africa o in Asia, ammira la qualità dell’artigianato senza che lo sfiori nemmeno l’idea di condividere la vita degli artigiani che producono quegli oggetti, Cortés va in estasi davanti alle produzioni azteche, ma non riconosce i loro autori come individui umani da porre sul suo stesso piano»). Chi invece stima, anzi ama, gli indios, ma forse non li conosce, perché li idealizza ridimensionandone le specificità in nome di un principio di fraternità universale è, per Todorov, il pur ammirevole Las Casas: infatti, «se il pregiudizio di superiorità è indiscutibilmente un ostacolo sulla via della conoscenza, si deve riconoscere che il pregiudizio di eguaglianza rappresenta un ostacolo ancora maggiore, perché porta ad identificare puramente e semplicemente l’altro con il proprio “ideale di sé” (o con il proprio io). (…) Il postulato d’eguaglianza sbocca in un’affermazione di identità, e la seconda grande figura dell’alterità, anche se indiscutibilmente più simpatica, ci fornisce una conoscenza dell’“altro” ancor minore di quella fornitaci dalla prima». 

Sembra non esserci via d’uscita: se distinguo, è per sottomettere; se uguaglio, è per assimilare. E difatti è andata più o meno così. Alle civiltà del sacrificio, che tanto inorridirono i primi colonizzatori, si è sovrapposta una civiltà del massacro che ha posto le premesse della moderna società del “massacrificio”: «come nelle prime, vi si professa una religione di Stato; come nelle seconde, il comportamento di ognuno si fonda sul principio karamazoviano del “tutto è permesso”. Come nelle società del sacrificio, si uccide anzitutto a casa propria; come nelle società del massacro, si occulta o si nega l’esistenza di queste uccisioni. Come nelle prime, si scelgono individualmente le vittime; come nelle seconde, lo sterminio è compiuto senza alcuna idea rituale. Il terzo termine esiste, ma è peggiore degli altri due; che fare?». Insomma, gli orrori del Novecento non sono figli bastardi della modernità, ma il compimento di un percorso che affonda qui le sue radici, in un genocidio di cui non abbiamo piena consapevolezza. La nostra civiltà ha avuto la sua grande occasione storica quando ha incontrato gli indios – e l’ha persa. Già se n’era accorto, ben per tempo, Montaigne: che progresso sarebbe stato per l’umanità, se avessimo avviato una reale collaborazione con questi popoli giovani e promettenti; ma questo mondo fanciullo, noi lo abbiamo soffocato nella culla. Oggi la storia ripresenta il conto in altre forme. «Noi siamo simili ai conquistadores, e siamo da loro diversi; il loro esempio è istruttivo, ma non saremo mai sicuri che, non comportandoci come loro, non li imiteremo adattandoci alle nuove circostanze». S’impone, dunque, un surplus di riflessività, per andare oltre l’autoconsolatoria convinzione secondo cui noi, ovviamente, avremmo agito in modo totalmente diverso da quei disgraziati degli spagnoli: l’attenzione estrema a non commettere gli stessi errori può impedirci di vedere che ne stiamo facendo degli altri. Di conto all’omologazione che annulla le differenze e all’esasperazione della diversità che esclude la convivenza, oggi tutta la creazione attende con impazienza l’uguaglianza senza rinunciare all’identità e il riconoscimento della differenza senza una gerarchia. In una parola, «vivere la differenza nell’uguaglianza». Ma davvero è così difficile?

(finito il 31 dicembre 2018)

Ho parlato di


Tzvetan Todorov
La conquista dell'America.
Il problema dell'«altro»
(Einaudi, 2014)

trad.  di A. Serafini

322 pp. | 13 €

(ed. or.: La conquete de l'Amerique. La question de l'autre, 1982)

mercoledì 12 giugno 2019

Germinale

Un’altra lettura che segnò profondamente i miei diciott’anni fu L’assommoir di Emil Zola – e si trattò di un episodio non scontato, per me che all’epoca prediligevo di gran lunga i territori del fantastico (non fantasy, né solo fantascienza: un repertorio più ampio e indefinibile, che comprendeva, per dire, Poe e Kafka, Borges e Landolfi - tutta gente, comunque, sempre un po’ ai confini della realtà). Una componente non secondaria del favore accordato allora a quel romanzo nasceva, certo, dalla scoperta di quanto potesse essere visionaria anche la cosiddetta letteratura realistica (provare per credere: l’alambicco della distilleria di papà Colombe ribolle della stessa forza maligna di It); tuttavia ciò che si sedimentò sotto traccia da qualche parte nella mia testa fu la consapevolezza che le potenzialità conoscitive di quel genere di scrittura andavano ben oltre la mera funzione documentaria che fin lì mi ero limitato, un po’ sdegnosamente, ad accreditarle e che me l’aveva fatta considerare, a torto, tutta piatta e noiosa. Ma da adolescente vivevo ripiegato nella mia fortezza interiore, piuttosto insensibile – anche se non me rendevo conto – all’appello di un mondo che mi appariva più accogliente di quello odierno, e di cui non mi sembrava perciò così importante comprendere il funzionamento. Ora che quel seme è definitivamente maturato ed ho imparato sempre più ad apprezzare l’interpretazione della storia che passa attraverso delle storie, ho deciso di rendere omaggio alla mia fonte prima d’ispirazione, approfittandone anche per arricchire ulteriormente il mio catalogo di testi spendibili a scuola, perché traduzione vivida di quanto raccontato, come si può, in classe. 

Se Zola fosse vissuto oggi, avrebbe potuto tranquillamente realizzare il suo grandioso affresco dei Rougon-Macquart come una lunga serie televisiva suddivisa in stagioni dedicate, volta per volta, a questo o quel personaggio della linea genealogica, con conseguenti slittamenti tematici e d’ambientazione tali da non renderla mai ripetitiva. Qui, per esempio, i riflettori sono puntati su Etienne Lantier, che era un ragazzino nell’Assommoir, ma ora è cresciuto, fa l’operaio e, dopo aver perso il lavoro in seguito a una lite col suo capo, cerca impiego in una grande miniera di carbone del nord della Francia, grosso modo alla metà degli anni ‘60 dell’Ottocento. Da cittadino, il suo impatto con quella realtà è devastante: «era mai possibile ammazzarsi con un lavoro così duro in quelle tenebre mortali e non guadagnare nemmeno il necessario per comprarsi il pane quotidiano?». Nel villaggio dei minatori in cui viene accolto si respira un’atavica rassegnazione: centinaia di disgraziati sacrificano da generazioni le proprie vite e quelle dei propri figli immergendosi quotidianamente in un pozzo che sembra respirare affannosamente, come un mostro gigantesco, «a causa della laboriosa digestione di tanta carne umana» offertagli in dono da quell’altro mostro, il capitale, «dio impersonale, sconosciuto all’operaio, accovacciato da qualche parte, nel mistero del suo tabernacolo da dove succhiava la vita dei morti di fame che lo nutrivano». Lì si capisce cosa vuol dire che la Rivoluzione non era stata per tutti: «dall’89 era la borghesia che si ingrassava, con una tale ingordigia che al lavoratore non restava nemmeno il piatto da leccare. Chi poteva dire che la classe lavoratrice aveva ricevuto la sua parte nella straordinaria crescita di ricchezza e benessere degli ultimi cent’anni?». Il progresso, beata ingenuità. 

Zola non è uno che va tanto per il sottile: la degradazione umana non la edulcora, ma te la sbatte in faccia, in tutta la sua disturbante sgradevolezza, senza facili idealismi e perfino con un filo di compiacimento per certe soluzioni melodrammatiche (il minatore è brutto, sporco e violento: quando si arrabbia non sa trattenersi e gode del sangue versato). Ma ancor più disturbante, nella sua ricostruzione, è il peloso moralismo con cui i pasciuti borghesi filtrano questa realtà senza capirla: brave persone, per carità, di quelle che non hanno mai fatto del male a nessuno e anzi si prodigano in elemosine (solo in natura, contessa, perché si sa che i soldi gli operai se li bevono tutti), ma che non sono neanche minimamente sfiorate da qualche dubbio sulla legittimità del sistema perverso che li nutre e li tiene bene al caldo. Di fronte a tutto questo, sin dal suo primo giorno di lavoro, Etienne sviluppa una propria coscienza politica attraverso un confronto spesso aspro con il riformista Rasseneur e l’anarchico Suvarin (controfigura di Bakunin e di tutti quei terroristi di cui è piena la letteratura russa del tempo), fino a diventare militante della Prima Internazionale e leader sindacale. Rapidamente, le parole con cui invita a spezzare il giogo dell’ineluttabilità accendono nei suoi compagni il desiderio di un’altra vita - e, immergendoti nella loro esistenza miserabile, capisci anche bene perché qualcuno era comunista. Zola paragona ripetutamente questi uomini infervorati dalla predicazione rivoluzionaria ai «primi cristiani che attendevano la nascita di una società perfetta dal letamaio del mondo antico»: «un’esaltazione religiosa li sollevava da terra, la febbre di speranza dei primi cristiani in attesa dell’imminente avvento del regno della giustizia». 

L’ennesima angheria contrattuale giustificata appellandosi ai mercati induce infine i minatori allo sciopero a oltranza. Non è una scelta facile. Niente lavoro vuol dire niente paga e quindi niente cibo, senza la sicurezza che tutto ciò serva davvero a cambiare le cose. Nonostante i rischi, i lavoratori «avevano (...) una fiducia assoluta, una fede religiosa, la cieca devozione di un popolo di credenti. (…) La fame infiammava le menti, mai l’orizzonte chiuso di questi uomini allucinati dalla miseria si era aperto come adesso a un aldilà più vasto. Quando la vista si abbassava a causa della debolezza, rivedevano la città ideale del loro sogno, vicina, come reale, con il popolo di fratelli e l’età d’oro del lavoro e dei pasti in comune. Niente scalfiva la convinzione che quel sogno si sarebbe avverato». In realtà lo sciopero non produrrà affatto i risultati agognati e, anzi, alla fine del romanzo tutto sembra tornare esattamente come prima, per lo meno per chi è sopravvissuto. Ma non si tratta di un totale fallimento. Mentre abbandona il villaggio, riprendendo il suo cammino, un anno circa dopo il suo arrivo, Etienne sente risuonare lungo la strada i colpi dei minatori al lavoro. «Sotto i raggi incandescenti del sole, in quella giovane mattina, era di quel rumore che la terra era gravida. Germogliavano uomini, un esercito nero, vendicatore, che cresceva lentamente nei solchi, pronto per le raccolte del prossimo secolo, e la sua germinazione avrebbe ben presto fatto esplodere la terra». 

Vera e propria Iliade della modernità, per l’afflato epico e il respiro quasi mitologico del suo incedere, anche Germinale, come Cuore di tenebra, è un libro spartiacque, che chiude l’Ottocento della semina e apre il Novecento dell’auspicata mietitura: «la guerra era ormai dichiarata e la pace impossibile». Per Zola, il processo messo in moto dalle lotte operaie era come una forza tellurica destinata inevitabilmente a sovvertire l’ordine sociale, perché sarebbe presto giunto il momento in cui qualunque sacrificio sarebbe stato preferibile a quella vita offesa. «Le cose sarebbero ben presto cambiate proprio perché adesso l’operaio pensava. È vero, ai tempi del vecchio, il minatore viveva nella miniera come una bestia, come una macchina per estrarre carbone, sempre sottoterra, occhi e orecchie chiusi a quel che accadeva là fuori. Così i ricchi che governavano avevano buon gioco nel mettersi d’accordo, nel venderlo e nel comprarlo, nel mangiarselo vivo senza che lui se ne accorgesse. Ora però il minatore laggiù in fondo aveva cominciato a svegliarsi e germogliava nella terra proprio come fa un seme e un bel mattino tutti si sarebbero accorti di quello che stava spuntando nei campi: sì, sarebbero spuntati degli uomini, un esercito di uomini che avrebbero ristabilito la giustizia. (…) Ah! Cresceva, cresceva lentamente una robusta messe di uomini che sarebbe maturata al sole e dal momento che nessuno era più incatenato al proprio posto per tutta la vita, e che era possibile ambire al posto del vicino, perché non iniziare la lotta e cercare di vincere?». 

Com’è andata davvero a finire, noi lo sappiamo. Nessuna palingenesi, ma quelle lotte e quei morti ci hanno comunque garantito fondamentali conquiste sociali, la cui odierna messa in discussione risuscita esattamente le stesse comprensibili paure di allora. Quando la Compagnia assolda dei belgi perché lavorino al posto degli scioperanti, fra i minatori si sollevano ad esempio grida preoccupate di questo tipo: «a morte i belgi! Niente stranieri a casa nostra! (…) Morte agli stranieri! (…) Vogliono essere padroni a casa nostra», il tutto per la gioia dei padroni che speculano sulle lotte fra poveri. Ma neanche i piccoli imprenditori possono stare al sicuro: uscita pressoché indenne dai disordini, alla fine la grande Compagnia riuscirà a comprarsi a prezzo agevolato l’unica miniera ancora indipendente della regione: «era la campana a morto delle piccole imprese, l’annuncio della prossima scomparsa dei piccoli proprietari, divorati uno a uno dall’orco del capitale perennemente affamato, sommersi dalla marea montante delle grandi compagnie». Problemi come questi oggi trovano ampia cassa di risonanza in quei politici che fanno di tutto per riprodurre le emozioni dei cittadini, ma non trovano reali soluzioni da parte loro, perché le soluzioni richiedono analisi, metodo, comprensione dei fatti – in una parola studio, motore di ogni autentica liberazione: «grazie all’istruzione un giorno sarebbe scoppiato tutto per aria. Era sufficiente guardare come andavano le cose all’interno di quello stesso villaggio: i nonni non erano capaci di scrivere il proprio nome, i padri ormai lo scrivevano, mentre i figli adesso scrivevano e leggevano come professori». L’ignoranza non è una colpa, se diventa premessa per la ricerca: che venga ostentata non come segno di modestia ma come motivo di orgoglio dai sedicenti profeti del cambiamento ci dice chiaramente da che parte stanno davvero costoro.

(finito il 21 novembre 2018)

Ho parlato di


Émile Zola
Germinale
(Feltrinelli, 2013)

trad. di S. Valenti

512 pp. | 10 €

(ed. or.: Germinal, 1885)

mercoledì 22 maggio 2019

Cuore di tenebra

Tra le tante possibilità che ti offre l’insegnamento in una scuola superiore c’è anche quella di poter ritornare, a distanza di vent’anni (per ora), sulle piste letterarie già battute nella tua adolescenza per proporre ai tuoi studenti di oggi quel che un tempo affascinò lo studente che fosti. E dato che non basta andare a memoria per reggere il confronto con chi sta al gioco e decide inopinatamente di assecondarti, ecco che ne approfitti per riprendere davvero certi libri in mano, magari in edizione più recente, e per rileggerli con l’occhio e la testa di chi nel frattempo ha macinato migliaia di altre pagine e stabilito centinaia di altre connessioni (massì, esageriamo). 

In un appunto datato marzo 2000 (ultimo anno di liceo) collocavo, appunto, Conrad fra gli autori eletti del mio canone personale. Di lui mi affascinava soprattutto – annotavo – «il suo modo di descrivere il mare come nemico metafisico». Questo, però, è un romanzo di terra, o tutt’al più un romanzo di fiumi: il Tamigi, anzitutto, la «tranquilla via d’acqua» che dal centro economico del mondo moderno «conduceva agli estremi confini della terra» e dunque anche alla foce di quell’altro imponente fiume africano, risalire il quale era invece «come viaggiare indietro nel tempo sino ai più lontani albori del mondo, quando la vegetazione cresceva sfrenata sulla terra e i grandi alberi erano re». Qui è appunto la foresta, non il mare, con il tifone o la bonaccia, a incombere minacciosa sui protagonisti del racconto: «alberi, alberi, milioni di alberi, imponenti, immensi; che s’arrampicavano altissimi; e ai loro piedi abbrancato agli argini per difendersi dal fiume, quel sudicio battello si trascinava come un pigro scarafaggio che striscia sul pavimento di un nobile porticato». Dall’antichità remotissima pietrificata in questo paesaggio ancestrale riemerge una «verità spogliata del manto del tempo». Anche se qui il cielo è perennemente terso, l’aria è soffocante e «non c’è gioia nello splendore del sole». Troppa luce, anzi stordisce: «qualcosa di mostruoso e di libero» assale le ingenue sicurezze di chi si spinge avanti, sempre più avanti, presumendo di estendere il raggio luminoso della civiltà e sprofondando invece incautamente «nel cuore di un’immensa tenebra». É ciò che accade a Kurtz, musicista prestato al commercio d’avorio, «un uomo notevole» che fissa così a lungo l’abisso finché l’abisso non se lo prende e se lo divora, come il povero islandese leopardiano sbranato dai leoni dopo il rivelatorio dialogo con la natura. Marlow, il narratore, si ferma un attimo prima di varcare la soglia, ma tanto gli basta: «nel sole accecante di questo paese avrei conosciuto il demone flaccido, pretenzioso e miope di una follia rapace e spietata», l’oscuro movente che tiene in piedi quella farsa che è la storia umana abbandonata a se stessa. 

«“Voi non potete capire. Come potreste? - con un solido pavimento sotto i piedi, tra vicini sempre pronti ad applaudirvi o a saltarvi addosso, voi che v’insinuate guardinghi tra il macellaio e il poliziotto, nel sacro terrore della forca, dello scandalo e dei manicomi – come potete immaginare in quali particolari regioni dei tempi primordiali i suoi piedi senza pastoie possano condurre un uomo sulla via della solitudine – di una solitudine totale senza neanche un poliziotto – sulla via del silenzio – di un silenzio totale, dove non si può neppure udire la voce ammonitrice di un vicino gentile che si fa tramite sussurrante dell’opinione pubblica?». “Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case...” ripeterà di lì a poco Primo Levi: perché, di lì a poco, sarebbe crollata la messinscena autoconsolatoria su cui si reggeva la benpensante società europea, capace di esorcizzare la violenza solo perché aveva saputo spostarla un po’ più in là, dove gli ideali andavano continuamente a infrangersi sulla muraglia immota della giungla eterna – e l’orrore del colonialismo si sarebbe ritorto contro l’Europa producendo l’orrore dei lager. Questa confessione presentata quasi come un sogno, con «quella mescolanza di assurdità, di sorpresa e di smarrimento, in un fremito di spasmodica rivolta, quell’impressione di essere prigionieri dell’incredibile che è l’essenza stessa dei sogni», costituisce anche per i suoi tratti visionari uno dei più potenti e geniali apologhi dell’intera parabola occidentale, un’apocalisse in piena regola, rivolta a chi ha orecchi per intendere. Pubblicato nel 1899, Cuore di tenebra chiude idealmente l’Ottocento delle magnifiche sorti e progressive, ma il suo battito continua a pulsare sangue umano, oltre le stragi novecentesche, dalle ferite aperte di questo piccolo scorcio di XXI secolo.

(finito il 20 ottobre 2018)

Ho parlato di


Joseph Conrad 
Cuore di tenebra
(Feltrinelli, 2013)


trad. di E. Capriolo

124 pp. | 6 € 


(ed. or. Heart of Darkness, 1899)

mercoledì 1 maggio 2019

Processo a Socrate

Anche noi filosofi abbiamo il nostro evento pasquale, il punto in cui è davvero cominciato tutto – e che, proprio come la Pasqua, non coincide con l'inizio cronologico della storia, ovvero con una delle tante intuizioni, vere o presunte, di Talete. Anche qui c'è di mezzo un processo, di quelli in cui la folla pare giocare un ruolo non proprio irrilevante, e una condanna a morte, sebbene per assunzione di cicuta e non per crocifissione. In entrambi i casi, pare che a morire sia stata la vittima innocente di un qualche complotto politico-religioso. Nell’offrire la sua ricostruzione degli ultimi giorni di Socrate – impresa ardimentosa perché si rischia facilmente l’ovvio, come con tutto ciò che è stato già detto e ridetto mille altre volte – Mauro Bonazzi prova invece a prendere sul serio l’accusa che gli fu mossa, riconoscendo che quello intentatogli fu un processo regolare e non «un processo politico camuffato», né tanto meno una tappa già scritta della storia dello spirito. 

Come molti amici sanno, ho da sempre un rapporto di viscerale ammirazione per Socrate, sin da quando, ragazzino, ho letto l’Apologia e il Gorgia, con quella riflessione sui pasticcieri e le loro torte che inevitabilmente vincerebbero una gara contro i medici e le loro medicine, se a giudicare fosse una giuria di bambini – e che assumeva un significato del tutto particolare mentre l’Italia si ricopriva di manifesti 6 metri per 6 con scritto sopra “meno tasse per tutti”. Quello che amo di Socrate, Bonazzi lo sintetizza in poche battute: la sua ricerca procede «per ipotesi, nella consapevolezza che ogni conclusione raggiunta, per quanto promettente, conserva una validità solo provvisoria (nel senso che può sempre essere rimessa in discussione da un nuovo ragionamento)» ed è una ricerca «sempre capace di sorprendere», in quanto con il dialogo incita, ogni volta e di nuovo, a rimettere in movimento il discorso, perché – aggiungo io, ed è ciò a cui serve per me la filosofia - l’importante non è convincere gli altri della propria opinione (che dunque sfugge, non si sa mai bene quale sia), ma mantenere costantemente aperta un’alternativa, intonare un controcanto, insinuare un dubbio, cosicché nessuno (individuo, popolo o civiltà) resti prigioniero di un proprio ricorsivo e perciò pericoloso monologo. 

Orbene, un personaggio così, dice Bonazzi riprendendo l’interpretazione di Leo Strauss, è «un pensatore libero e indipendente quant’altri mai, sempre pronto a mettere non importa quale tesi in discussione, e non particolarmente interessato a offrire contenuti positivi in sostituzione delle idee sbagliate che ha confutato». Il che, a noi post-romantici, può apparire molto suggestivo, ma impone una domanda, e cioè: «davvero la città ha bisogno di un maestro come Socrate, capace di mettere tutti in discussione, ma privo di idee capaci di riempire il vuoto che ha creato?». Insomma, agli occhi della comunità, Socrate è a buon diritto un eversore perché insegna a sviluppare «una capacità di riflettere criticamente sul sistema di valori (spesso corrotto) su cui si fonda la città», indebolendo però quel senso di appartenenza comune che permette a un popolo di riconoscere dei punti minimi di intesa e di non sfaldarsi. Così oggi quelli che si vantano di “non credere a quello che ti raccontano” e ti esortano ad “aprire gli occhi”, a “documentarti non sui libri ma in rete”, sono appunto quelli che diventano terrapiattisti o che pensano che le camere a gas nei lager non siano mai esistite e che gli effetti del cambiamento climatico siano una montatura giornalistica. Naturalmente non sarebbe stato questo l’esito auspicato da Socrate. Ma, usando il suo metodo contro di lui, potremmo concludere che, a forza di invitare le persone a pensare con la loro testa, poi qualcuno lo fa davvero e non è detto che sia un bene, visto come pensa certa gente. Di qui l’invito a darsi una calmata, per il bene comune. Ma possiamo accettare tutto questo? 

Il processo fu indubbiamente una forzatura nei confronti di Socrate, a cui Socrate rispose però – inaspettatamente – con altrettante forzature. Di fronte all'accusa, quest’uomo che per tutta la vita aveva cercato di far ragionare chiunque gli capitasse a tiro, ascoltando con pazienza e con altrettanta pazienza intrappolandolo in una rete di contraddizioni, non si mostrò più per niente accomodante, cercando quasi lo scontro e portando il livello della sfida su un piano che - non poteva non rendersene conto - era troppo fuori dagli schemi per essere accolto dai suoi concittadini. Bonazzi parla a questo proposito di un «doppio fallimento»: quello di «una città che non ha saputo ascoltare» e quello di «un filosofo che forse non ha trovato le parole giuste per farsi ascoltare». La scelta di Socrate lo ha consegnato alla storia e ci ha lasciato il dubbio che filosofia e democrazia siano perciò incompatibili. Ma deve andare per forza così? É questa la domanda che, al di là della componente prettamente storica, anima queste pagine. Se la città è infantile, possiamo permetterci la bella morte per evitare con spocchia la fatica della negoziazione? Socrate, dopo una vita spesa a fare proprio questo, sembra aver voluto tagliare corto e suggerire che finché non ti ammazzano non sei veramente un provocatore, ma una macchietta, un personaggio del teatrino, come lui stesso era diventato per mano di Aristofane. Ma forse è proprio questo il rischio da correre per evitare vittorie che siano solo postume.

(finito il 15 novembre 2018)

Ho parlato di


Mauro Bonazzi
Processo a Socrate
(Laterza, 2018)

176 pp. | 18 €

sabato 20 aprile 2019

La ferrovia sotterranea

La “ferrovia sotterreanea” (Underground railroad) è il nome con cui comunemente si indica la rete di itinerari e contatti sicuri attraverso cui, nell'America della prima metà dell’Ottocento e fino alla Guerra di Secessione, gli schiavi neri degli stati sudisti potevano sperare di raggiungere le regioni del nord, dove la schiavitù era già stata abolita. Si tratta di un’espressione metaforica, che rende bene l’idea di una cospirazione solidale contro l’oscenità della discriminazione razziale eretta a sistema. Con un colpo di lucida follia narrativa, quasi infantile nell’interpretazione letterale del termine, ed anche per questo geniale, Colson Whitehead (che, a dispetto del nome, è nero) si immagina invece che una ferrovia sotterranea sia esistita davvero, con tanto di treni, macchinisti e un suo intricato sistema di gallerie, snodi e stazioni distribuiti sotto il suolo americano, quasi come un controtumore benigno finalizzato a contrastare segretamente quanto accadeva alla luce del sole. Questa e qualche altra piccola licenza storica seminata qua e là danno al libro quella venatura ucronica che gli ha consentito di vincere nello stesso anno, oltre al Pulitzer e al National Book Award (che è come dire Oscar e Golden Globe), anche il premio fantascientifico intitolato alla memoria di Arthur Clarke. Tutto il resto, però, è tristemente verosimile e crudissimo, senza sconti. Se c’è fantasia, è alla maniera di Train de vie – anche lì c’entravano binari e ferrovie – remixato però con Django Unchained

Un esempio? La storia di Big Anthony, a cui la fuga dalla piantagione non riesce e che per questo viene punito in modo spettacolare, per ingordigia di potere da parte del padrone e anche perché tutti gli altri schiavi si mettano bene in testa che prima o poi sarebbe potuto capitare anche loro lo stesso destino. Il primo giorno Big Anthony viene lasciato esposto alla gogna davanti alla casa padronale. «Il secondo giorno arrivò in carrozza un gruppo di ospiti, nobili anime di Atlanta e di Savannah», per i quali viene allestito nel prato un pasto succulento. «Big Anthony venne frustato per tutta la durata del pranzo, e mangiarono lentamente». Il terzo giorno, mentre gli ospiti sorseggiavano rum speziato, «Big Anthony venne cosparso di petrolio e arrostito. Ai testimoni vennero risparmiate le sue grida, perché il primo giorno gli era stato tagliato il membro virile, infilato in bocca e cucito lì». Gente timorata di Dio, quella congrega, come altri della stessa risma, antenati di quanti ancora oggi piangono magari per la passione di Cristo venerando devotamente un crocifisso di legno il Venerdì Santo, mentre condannano allo stesso supplizio, e sganasciandosi, tanti miserabili crocifissi di carne, senza capire nulla, proprio nulla, di quello che fanno e del posto che ha scelto per sé il loro Dio in questa storia. 

E appunto dall’orrore della piantagione cerca di fuggire Cora, che con Caesar imbocca, non senza angosce, la strada solo apparentemente protetta verso la libertà. Sarà infatti una fuga continua, ostacolata da un implacabile cacciatore di schiavi, ma ancor più dal riproporsi della medesima intolleranza, sia pure in forme diverse, nei diversi stati che tocca – dal momento che «l’imperativo americano» ha spinto i pionieri dal Vecchio al Nuovo Mondo perché andassero a «conquistare, costruire e civilizzare. E distruggere quello che va distrutto. A elevare le razze inferiori. Se non a elevarle, a sottometterle. Se non a sottometterle, a sterminarle. Il nostro destino prescritto da Dio». Ora sono gruppi di ronde guidati da delinquenti che hanno passato più tempo in carcere degli schiavi che catturano, persone provenienti «dalla fascia più bassa e più viziosa della popolazione, (…) spesso troppo stupidi per lavorare anche solo come sorveglianti», gli eterni spiriti fascisti che si scappellano quando gli regalano un’uniforme con cui sentirsi importanti e che votano chi amplifica i loro rutti; ora sono quei tristi che di fronte al modello realizzato di una fattoria gestita da neri capace di sollevare l’economia di un’intera contea, la mettono a ferro e fuoco, contro il loro stesso interesse, come a Riace, perché se noi poi non si può più gridare al lupo al lupo, e che preferiscono farsi ammazzare piuttosto che vedere altre persone felici. Ma non mancano le versioni più raffinate, perché la fenomenologia dell’intolleranza, ahimé, è ricca e comprende delatori, falsi progressisti, collaborazionisti, anime belle, indifferenti, intellettuali e chi più ne ha più ne metta. 

Verrebbe da concludere che non c’è mai da fidarsi, che anche quando le acque sono apparentemente calme devi sempre temere l’emersione di un mostro sommerso pronto a divorare tutto quanto. Però poi capita anche di imbattersi in quella «confraternita di anime bizzarre» che rischia la propria pelle per salvare quella degli altri: non eroi, in qualche caso personaggi anche ruvidi e strani, talvolta pure mezzi matti. Sono i 36 giusti che salvano continuamente il mondo, senza che nessuno lo sappia. «Il mondo in superficie dev’essere così banale in confronto al miracolo che c’è sotto, il miracolo che hai compiuto tu, col tuo sudore e il tuo sangue. Il trionfo segreto che ti porti nel cuore». Non è ben chiaro se c’è davvero una resurrezione in fondo al tunnel, e nulla, comunque, può redimere tutto il dolore impartito, ma se la storia umana potrà avere un minimo di senso sarà solo grazie a loro.

(finito il 17 ottobre 2018)

Ho parlato di


Colson Whitehead
La ferrovia sotterranea
(Sur, 2017)

trad. di M. Testa

376 pp. | 20 €

(ed. or. The Underground Railroad, 2016)