mercoledì 31 maggio 2017

Il potere e la gloria

A pensarci bene, se ci mettessero le mani sopra un Rodriguez o un Tarantino, tra preti ubriaconi e rinnegati, poliziotti filosofeggianti, sangue, merda e tanti, tantissimi messicani, potrebbe venirne fuori un bel western dei loro. Graham Greene l’aveva pensato però in maniera diversa, come una sorta di parabola, svolgimento narrativo di un’idea che doveva essere particolarmente cara a San Paolo, perché ci ritorna spesso in quelle sue esperienze pastorali troppo facilmente ridotte a dottrina – l’idea, intendo, per cui il vangelo che annuncia è come un «tesoro in vasi di creta», in quanto affidato a persone fragili, scelte appositamente da Dio per confondere i forti e i sapienti di questo mondo. Certo, la location è ben definita: il Messico postrivoluzionario delle persecuzioni anticlericali degli anni ’20-’30, ma la storia potrebbe tranquillamente svolgersi in un futuro mondo secolarizzato in cui il rito cristiano non abbia più significato del brivido inconsapevole e atavico procurato da un gatto nero quando ci taglia la strada. Il protagonista, del resto, non ha un nome, e neppure un volto ben definito, se è vero che i suoi stessi persecutori non lo riconoscono dalle foto appese nelle loro centrali. La sua condizione è scolpita nell’etichetta caricaturale di “prete dell’acquavite”, cui deve la sua torbida fama: quella di un perseguitato che continua ad attraversare clandestinamente il paese, cedendo spesso al vizio del bere e occasionalmente a quello del sesso, schiacciato dal peso della sua indegnità, «conscio della propria disperata insufficienza» e ciò nonostante pervicacemente impegnato a riattivare il culto nei luoghi in cui di volta in volta sosta, per mezze giornate o poco più, destando al tempo stesso conforto e preoccupazione nella gente (su cui le autorità spesso e volentieri infieriscono per ritorsione quando scoprono che l’hanno ospitato). Non si capisce bene se lo faccia per rassegnazione, superstizione, senso del dovere o perché animato da una sincera vocazione – e forse proprio in questo guazzabuglio sta il fascino di un personaggio nè canaglia nè martire. Il quale sa benissimo di offrire una pessima testimonianza a un messaggio che ormai egli stesso stenta a capire: in mancanza di altri preti, i bambini «da lui avrebbero preso le loro idee sulla religione Ma era pure da lui che prendevano Dio sulle loro bocche... Senza di lui, sarebbe stato come se in tutto quello spazio tra il mare e le montagne Dio avesse cessato di esistere». Ecco perché sarebbe forse più opportuno tradurre il titolo "la potenza e la gloria", affinché riecheggi meglio la formula liturgica che sta tra il Padre Nostro e il segno di pace durante la Messa, alle soglie della comunione. Quella potenza che accetta, appunto, di farsi toccare e consacrare da fragili mani umane, non importa quanto sozze (benché lavate, ritualmente, dal chierichetto di turno).

Certo, per chi crede, qui è racchiuso un mistero profondo. Ma si manifesta anche un possibile paradosso tutto cattolico. «Non poteva più sentire nessun significato in preghiere simili; l’Ostia era un’altra cosa: metterla tra le labbra d’un uomo morente, era come mettervi Dio. Quella era un fatto, qualche cosa che si poteva toccare, ma questa era soltanto una pia aspirazione. Perché Qualcuno avrebbe dovuto ascoltare le sue preghiere? Il peccato era una forza che impediva loro di salire: egli poteva sentire le proprie preghiere grevi come il cibo indigesto nel proprio corpo, incapaci di evasione». Questo oggettivismo esasperato, per cui Dio c’è davvero solo dove c’è un suo ministro, sia pure inadempiente, solo dove ci sono il pane e il vino, rischia di farci scivolare davvero verso la pura magia devozionale. Siamo fragili, d’accordo. Ma Paolo stesso aggiunge che il nostro corpo è anche «tempio dello Spirito». Hai voglia a ingozzarlo di ostie: se non c’è conversione, anche il pane eucaristico finisce nella latrina, esattamente come il lievito dei farisei. Per questo, a mio avviso, il momento più alto del libro è quando il prete trascorre una notte in prigione, questo luogo «molto simile al mondo: traboccante di lussuria, di crimini e d’amore infelice; pieno di fetore; (...) la gente si aggrappava a quanto poteva esser causa di piacere e di orgoglio, in mezzo a stenti e in un ambiente sgradevole; non c’era tempo di fare qualche cosa che valesse la pena di fare, e si sognava sempre di evadere». Qui, in mezzo agli assassini, «delinquente, in mezzo a un’orda di delinquenti», il nostro prova per la prima volta un sentimento che non aveva mai sperimentato quando organizzava le riunioni della parrocchia e la gente faceva la coda per baciargli la stola, ai bei tempi in cui era credente per abitudine e commetteva solo peccatucci veniali. «Allora, nella sua innocenza, egli non aveva provato amore per nessuno: ora, nella sua corruzione, aveva imparato a...». La frase resta sospesa. Eppura solo qui, libero dal paraocchi perbenista di chi divide il mondo in santi e peccatori, il prete, senza assolvere se stesso, capisce che non può neppure condannare gli altri e che l’odio è «semplicemente una mancanza di immaginazione». Sul Golgota, attorniato dai ladroni, non fa più le prediche che pronunciava dal pulpito. Il mattino dopo lo costringeranno a lavare i bagni della prigione: in quel gesto umile e inutile di pulizia della lordura degli ultimi eccolo dare finalmente senso e concretezza storica all’atto che celebra sull’altare. Anche se, forse, non se ne rende conto. La consapevolezza di ciò lo sfiora appena. Se l’avesse capito, del resto, sarebbe diventato l’eroe che non è.

(finito il 2 maggio 2017)

Ho parlato di



Graham Greene
Il potere e la gloria
(Mondadori, 1990)

Trad. di E. Vittorini

308 pp. | 13.000 lire (oggi 9 €)

(ed. or., The Power and the Glory, 1940)


giovedì 4 maggio 2017

Madre notte

Nel 1961 si tenne a Gerusalemme il processo contro Adolf Eichmann e Hannah Arendt, com’è noto, ne ricavò un libro pensoso, celebre e discusso. Un promettente scrittore di fantascienza ne trasse invece lo spunto per immaginarsene un altro, di processo, un po’ più problematico e paradossale (e così facendo, effettuò la sua prima sortita in un genere letterario talmente particolare che per certi aspetti nasce e muore con lui). Al gabbio troviamo qui Howard W. Campbell, che di nascita è americano, ma emigra con la famiglia in Germania negli anni ’20 e finisce a lavorare per il ministero della Propaganda del Terzo Reich, dove diventa titolare di una rubrica radiofonica che smercia al pubblico anglofono tutto il becerume ideologico nazista. Il fatto è che quest’uomo d’apparato, dalle velleità letterarie e con un oggettivo talento da imbonitore, è al tempo stesso una spia americana, nei cui sproloqui pubblici si annidano messaggi cifrati per i comandi Alleati. Ha solo un problema: non lo può dimostrare – e non lo potrà dimostrare neanche dopo la guerra, da cui esce senza un graffio, ma anche senza medaglie, con una ferita nel cuore e una reputazione compromessa che lo costringe a una vita di sostanziale autosegregazione nel cuore di New York. Su questo paradosso si regge un primo livello di lettura. «Come speaker radiofonico – dice a un certo punto il nostro protagonista – avevo sperato di essere soltanto ridicolo, ma viviamo in un mondo in cui essere ridicoli non è facile; ci sono troppi esseri umani che non vogliono ridere, che non riescono a pensare; vogliono soltanto credere, arrabbiarsi, odiare. Troppa gente aveva voluto credere in me». E così, una cosa iniziata senza particolare malizia diventa di fatto aperto collaborazionismo. Vonnegut stesso esplicita la morale della favola con una formula che sembra un gioco di parole, ma se ci pensi un attimo è un frammento di lucida verità: «noi siamo quello che facciamo finta di essere, sicché dobbiamo stare molto attenti a quel che facciamo finta di essere» (Campbell non è il solo che più o meno consapevolmente finge di essere qualcun altro, in questo libro; Eichmann stesso a un certo punto compare nella storia, e con poche micidiali battute se ne fa emergere tutta la sua sconfinata mediocrità: possibile che la parte che ci troviamo a interpretare nella commedia della vita, che è a suo modo una fiction, una narrazione, possa avere conseguenze materiali tanto devastanti sui nostri simili? Sì, ed è spaventoso: pensate alle ricadute concrete che ha sulle persone la scelta di battere su un certo tema per pura tattica politica, mica perché ci si crede davvero, ma solo per continuare a essere “qualcuno”: «se avesse cominciato a disfarsi di tutti quegli omicidi, allora sarebbe scomparso anche Eichmann, cioè l’idea che Eichmann aveva di se stesso». Se levi la felpa a Salvini, dentro non c'è nulla).

Su questa premessa si imbastisce una specie di farsesca spy-story in cui entra in scena tutto un sottobosco di personaggi che fanno il paio coi nazisti dell’Illinois (solo che qui si chiamano Guardia di ferro dei figli bianchi della costituzione americana, ed è tutto detto). Basta il ritratto del loro leader per capirci: un reverendo odontotecnico che scrive saggi per dimostrare scientificamente che la mascella di Cristo quale si può ricostruire dai suoi ritratti non può essere una mascella di tipo ebraico, dunque Cristo non è ebreo... Ed è qui che, con la leggerezza di chi sembra che stia allestendo solo una scanzonata commedia noir, Vonnegut restituisce una micidiale fenomenologia della personalità autoritaria quale la possiamo ritrovare quotidianamente sotto i nostri occhi nei babbei che si fanno il servizio fotografico al Cara di Mineo o negli studenti fuori corso che, dall’alto della loro nullità, si preparano a diventare premier di questo scalcagnato paese (e in tutti i rispettivi adoranti seguaci, beninteso, che disprezzano lo studio perché non capiscono la complessità del reale e dicono, a te!, “ma documentati, va” quando hanno un’unica, oracolare, fonte di informazione). La loro mentalità, «può paragonarsi a un sistema di ruote dentate con dei denti mancanti, uno qua e uno là. Un meccanismo di pensiero così sdentato, guidato da una libido media, o anche sotto la media, ruota su se stesso con la medesima sussultante, rumorosa, vistosa inutilità che avrebbe all’inferno un orologio a cucù. (...) Quel che più spaventa in una mentalità totalitaria di stampo classico è che una qualsiasi ruota dentata, anche se mutilata, presenta sempre, lungo la sua circonferenza, tratti di denti interi che si conservano a lungo senza morchie e possono funzionare senza alcuna imperfezione. Da qui l’orologio a cucù che segna il tempo all’inferno... scandisce regolarmente il tempo per otto minuti e ventitré secondi, poi scatta in avanti di quattordici minuti, quindi riprende a battere perfettamente per sei secondi, e poi ne salta due, riprende a funzionare perfettamente per due ore e un secondo, e poi scatta in avanti di un anno. I denti mancanti sono, naturalmente, delle verità molto semplici, ovvie addirittura, verità che nella più parte dei casi le capirebbe anche un ragazzino di dieci anni. La volontaria eliminazione dei denti della ruota, l’ostinata volontà di agire pur senza possedere alcune informazioni elementari...». La logica ferrea dell’illogicità, che non accetta critiche perché non è neanche in grado di capirle. Non c’è niente da aggiungere. 

Ps. Anzi, una cosa da aggiungere c’è. Questa frase: «Ci sono centinaia di buoni motivi per combattere ma neanche uno per odiare senza riserve, e per credere che Dio onnipotente sia d’accordo con noi. Dov’è il male? É quella parte di ogni uomo che vuole odiare a tutti i costi, che vuole odiare e avere anche Dio dalla sua. É quella parte di ogni uomo che trova tanto attraente qualsiasi genere di brutalità. É la parte di ogni imbecille che vuole punire, avvilire, e gode a fare la guerra».

(finito il 16 aprile 2017)

Ho parlato di



Kurt Vonnegut
Madre notte
(Feltrinelli 2013)

Trad. di L. Ballerini

224 p. | 7,50 €

(ed. or.: Mother Night, 1961)

lunedì 24 aprile 2017

Sindone. Storia e leggende di una reliquia controversa

Umberto Eco aveva coniato l’espressione “filosofi di quarta dimensione” per indicare quei personaggi pittoreschi sinceramente convinti di avere trovato le risposte a tutti gli enigmi del cosmo e altrettanto sinceramente sorpresi del fatto che nessuno chissà perché desse mai loro retta. Questo libro ci mostra che esistono anche certi “scienziati di quarta dimensione”: sono quelli, per dire, che – dando per assodato ciò che invece dovrebbe essere dimostrato (nella fattispecie: che l’immagine della Sindone non possa essere stata realizzata in modo naturale, ma sia per forza un miracolo) – ipotizzano microscopici big bang nella quiete del Santo Sepolcro o ritengono di rilevare alterazioni del campo elettromagnetico in una stanza se vi si introduce una riproduzione del sacro lino. Del resto, la sindonologia è una scienza ben bizzarra: ha per oggetto un pezzo unico (ma già Aristotele osservava che degli enti singolari non si dà scienza), di cui i più parlano per interposti esperimenti, dato che sono pochissimi coloro che hanno potuto davvero esaminarla (e, tra questi, anche falsari e pasticcioni). L’autore più volte sembra quasi sul punto di scusarsi se si sofferma su argomenti inconsistenti (che pure formano un divertente repertorio di stramberie), ma riscatta subito il senso di colpa facendoci capire che, se a noi è riservato solo il riassunto, lui se l’è dovuta sorbire tutta per intero questa letteratura tendenzialmente inverosimile che pure ha una circolazione e, in certi ambienti, perfino una credibilità. Ora, io dico, le reliquie hanno una loro logica nel cristianesimo perché ci richiamano all’imprescindibile concretezza storica della nostra fede: se però ne facciamo dei gadget miracolosi se ne perde completamente il senso. Il miracolo sta nel Dio che si fa comunissima carne, e che come tale andrebbe trattata, con tutto il suo carico di paradossale normalità, non in una carne che si fa Dio e genera curiosi effetti speciali. E noto qui un’immaturità irrisolta nella chiesa cattolica, che non sempre riesce a conciliare il piano intellettuale con quello pastorale, dove è spesso prigioniera di logiche desuete, per cui, se tra persone serie ammette che quello conservato a Torino non è l’autentico sudario di Cristo, poi lascia volentieri che il “popolo” pensi che sia proprio quello (e pazienza se ce ne sono altri analoghi sparsi in tutta Europa). Che poi, a ben vedere, di unico la Sindone in effetti qualcosa ce l’ha. É forse l’unica reliquia che, anziché essere dapprima venerata come autentica e poi smascherata in tempi più recenti, è stata sin da subito dichiarata falsa da un vescovo e un papa medievali (sia pure di fedeltà avignonese) per poi essere riabilitata negli ultimi decenni – vessillo di una reazione antimodernista che, come le capita spesso, si inventa una tradizione là dove non c’è per poi farne il proprio idolo. Sfatando questi accomodanti racconti, Nicolotti ricostruisce con molta verosimiglianza un percorso che non può risalire oltre la metà del ‘300, quando quella che noi oggi chiamiamo appunto Sindone compare per la prima volta nella collegiata di Lirey, in Borgogna – e non tanto perché quella sia più o meno la soglia indicata dalle datazioni al radiocarbonio, ma – più umilmente – perché fin lì ci permettono di arrivare i documenti che abbiamo a disposizione. É un viaggio affascinante, in cui si imparano un sacco di cose, ma soprattutto ad applicare con rigore un efficace metodo di ricerca. Insomma, non bastano le “scienze dure” se non se ne sa fare un buon uso (mentre tra un filologo, uno storico, un paleontologo e un fisico, se sono seri, non c’è poi in realtà tutta quella gran differenza che si può immaginare).

(finito il 10 aprile 2017)

Ho parlato di



Andrea Nicolotti
Sindone
Storia e leggende di una reliquia controversa
(Einaudi, 2015)

X-370 pp. | 32 €

mercoledì 12 aprile 2017

Pastorale Americana

Con vent’anni di ritardo capisco finalmente anch’io perchè tutte le volte Roth entra papa nel conclave di Stoccolma e un po’ meno perché ne esce sempre e solo cardinale. Forse perché la storia è davvero inconcludente e farsesca, come ci insegna questo romanzo, che – ironia nell’ironia – ha un protagonista soprannominato lo Svedese. Il quale, peraltro, di svedese ha solo la mascella vichinga: ebreo di Newark, polisportivo con preferenza per il football, il nostro eroe calza il suo essere americano come uno dei guanti preparati a regola d’arte nella fabbrica ereditata dal padre e portata avanti con passione una volta subentratogli nella direzione (a tratti, sembra di sentire parlare il Faussone di Primo Levi). Un uomo così, capace – si dice a un certo punto – di “amoreggiare con la propria vita”, sarebbe stato perfetto nei panni di Capitan America, se la guerra non lo avesse appena sfiorato, così come la futura moglie sfiorerà a sua volta, nel ‘49, il titolo di Miss America, dopo essere stata eletta reginetta del New Jersey – lei che invece è cattolica e di origine irlandese. A raccontarla così sembra un’oleografia, l’incipit di una storia senz’anima, patinata come una rivista illustrata dedicata agli hobby tipici dell’american way of life, stucchevole come un santino sulla vita di Giovannino Semedimela, che non per nulla lo Svedese elegge a proprio modello di vita. E probabilmente verrebbe fuori proprio una storia di barbecue, tacchini e palle da baseball, se Roth non si cimentasse nel crudele esercizio di offrire profondità alla superficie pura dell’immagine, proiettando attraverso il prisma di una vicenda personale la parabola storica dell’America tutta, la cui autorappresentazione vincente sbiadisce progressivamente come i colori di una vecchia foto, fin quasi a rendersi irriconoscibile. Ciò che più colpisce è la totale padronanza che Roth dimostra della scrittura, con quel suo continuo andirivieni lungo un asse temporale che ha il suo cuore nel periodo compreso tra Hiroshima e il Watergate, in cui motivi appena accennati all’inizio dell’opera ritornano con il fragore di un ampio movimento a pagine e pagine di distanza, senza mai perdere il controllo di un racconto che, invece, sta proprio lì a dirci che nella storia non c’è mai davvero nulla di controllabile. «Essere vissuti: e in questo paese, nel nostro tempo, e da quelli che eravamo. Stupefacente» - questa sarebbe dovuta essere la morale della favola, pregustata nei giorni inebrianti del dopoguerra. E invece, «in un modo assolutamente inverosimile, ciò che non avrebbe dovuto accadere era accaduto e ciò che avrebbe dovuto accadere non era accaduto». Tollerante, aperto, pieno di premure verso la famiglia, innamorato del suo paese, icona di una vita “come si deve” e sinceramente incapace di comprendere le ragioni di chi la rifiuta, a cominciare dalla figlia divenuta bombarola negli anni del Vietnam, lo Svedese scopre poco per volta, suo malgrado, «che siamo tutti in balia di qualcosa di impazzito», che «tutto è orribile», che l’identità che uno faticosamente cerca di costruirsi mediando fra le generazioni non è che una parodia di integrità, sotto cui ribolle un irresponsabile e indefinibile caos: «la gente, dappertutto, si alzava in piedi urlando: - Questa persona sono io! Questa persona sono io! – Ogni volta che li guardavi si alzavano e ti dicevano chi erano, e la verità era che non avevano, non più di quanto l’avesse lui, la minima idea di chi o che cosa fossero. Credevano anche loro ai segnali che lanciavano». Per questo, pur essendo un libro lucidamente pieno di America – con lo Svedese a giocare in vitro la parte che è stata di Kennedy nella coscienza nazionale – questo non è solo un libro sull’America. É la storia di come tutto può sfuggire di mano, senza che si riesca a far niente per evitarlo: «aveva creduto che per la maggior parte fosse ordine e che solo una piccola parte fosse disordine. Aveva capito a rovescio».

(finito il 2 aprile 2017)

Ho parlato di



Philip Roth
Pastorale americana
(Einaudi, 2007)

trad. di V. Mantovani

462 pp. | 14 €

(ed. or. American Pastoral, 1997)

sabato 25 marzo 2017

Il mondo nuovo - Ritorno al mondo nuovo

Finito nella mia libreria quando si facevano ancora pensieri apocalittici in lire anziché in euro, c’era poi rimasto intonso perché gli ho sempre anteposto altre distopie, finché un suggerimento indiretto di una studentessa che ci sta lavorando sopra per la maturità non me l’ha fatto rispolverare, a riprova del fatto che un insegnante può sempre imparare dai suoi allievi. Il racconto è una satira fantascientifica che individua nella biopolitica lo spirito del tempo e si chiede se quell’utopia da sempre agognata, e finalmente a portata di mano, sia poi davvero auspicabile come si è sempre pensato. Il Mondo Nuovo si presenta infatti sotto la specie disturbante di società totalmente organizzata e gerarchizzata, in virtù di un condizionamento prenatale ben più rigido dell’antica predestinazione doppia, che plasma feti ottenuti artificialmente affinché vivano una vita di cui essere pienamente soddisfatti come particelle di un gigantesco alveare sociale tecnicamente riproducibile in saecula saeculorum. Felicità, ordine e salute in un colpo solo – e senza neanche troppe controindicazioni. L’intuizione forse più acuta è infatti quella secondo cui, per funzionare, una siffatta società non avrebbe bisogno di esercitare quelle forme di sistematica repressione che alla lunga potrebbero rovesciarsi in rivolta: le basterebbe, al contrario, concedere ai suoi componenti di appagare le proprie vogliuzze, e otterrebbe placido consenso. Solo restando per sempre bambini si potrà insomma accedere al regno dei cieli in terra. É sempre il mostruoso Leviatano, ma arredato come la casa di Barbie.

Non meno interessante il saggio che qui accompagna il romanzo, scritto a trent’anni di distanza e tradotto da Bianciardi. Huxley gioca ora a carte scoperte e pone – mi pare – un problema centrale: come conciliare la moderna aspirazione alla democrazia con quella che lui chiama «la sostanza bruta della suggestionabilità umana», ovvero il nostro essere soggetti razionalmente impuri? E come evitare che, per questo motivo, dal profondo delle nostre stesse democrazie affiorino forme di oppressione ancor più subdole perché in fondo inavvertite come tali? Che poi è il problema su cui ci si arrovella almeno dai tempi di Tocqueville e per il quale non è detto che vi sia una soluzione – perché non si può giocare ad armi pari con un sistema che ti consente la critica, ma solo se essa ha un mercato nel quale ha senso investire con pubblicità che disinnescano quel che uno dice nel momento stesso in cui gli permettono di parlare (non sono d’accordo con te ma farò di tutto perché tu possa esprimerlo, purché mi renda...). E perché non possiamo, né desideriamo, essere sempre pienamente coscienti, come l’uomo cartesiano, ma siamo della stessa sostanza di cui son fatti i sogni e non potremmo comunque leggere tutta la letteratura prima di deliberare su una singola questione: la complessità esige la fiducia, ma quando si concede fiducia si aprono fatalmente le fauci della manipolazione. Ad essere ottimisti, dice lui, si può opporre solo una forma di ostinata resistenza. Che passa per lo smascheramento dei sofismi e l’analisi del linguaggio, per un esercizio di attenzione che ci impedisca almeno di esser dormienti quando siamo desti. Sembra quasi che alla fine della fiera la filosofia possa pure servire a qualcosa (così come la comunità delle città di provincia e persino la stampa locale, la cui sparizione, per Huxley, è assai più sintomatica di quanto non lo fosse per Pasolini quella delle lucciole). «La filosofia ci insegna a non essere mai sicuri delle cose che paiono di per sé evidenti. La propaganda, all’opposto, ci insegna ad accettare come assiomatiche certe cose su cui ragione vorrebbe che si sospendesse il giudizio, e intervenisse il dubbio» o, ancor più banalmente, ci induce a dar valore e a perdere tempo dietro a quanto ci propina coi suoi magheggi prosperiani: «né il vero né il falso, ma semmai l’irreale, ciò che, più o meno, non significa nulla».

(finito il 27 febbraio 2017)

Ho parlato di


Aldous Huxley
Il mondo nuovo
Ritorno al mondo nuovo
(Mondadori, 1991)

trad. di L. Gigli e L. Bianciardi

354 pp., | 13.000 lire  (oggi 10,50 €)

(ed. or. Brave New World, 1932; Brave New World Revisited, 1958)

venerdì 3 marzo 2017

I sommersi e i salvati

Ci sono libri talmente saccheggiati dai citazionisti (me compreso) che quando li leggi poi per davvero ti sembra in realtà di averli già letti, a puntate, qua e là, nel corso degli anni. Sono libri dispersi, che contengono idee potenti capaci di diventare senso comune – come la riflessione che qui Levi conduce sulla “zona grigia”, entrata ormai a pieno titolo nei più recenti manuali scolastici di filosofia, più o meno tra Jonas e la Arendt. Però, appunto, quando poi li leggi per davvero, capisci anche che questa lettura andava fatta, perché, al di là dei contenuti bignamizzabili, è lo stile della riflessione ciò che davvero conta, l’incedere, in questo caso, mite e tuttavia inesorabile, lucido per quanto sofferto, di un ragionamento che coraggiosamente abbandona il piano affettivo e “semplice” della memoria (di cui si dichiara, anzi, la fallacia, oltre che il rischio di solleticare solo il patetismo) per elevarsi a quello, ben più complesso, di un’indagine instancabile sulle cause, i contesti, le motivazioni, con particolare riguardo per ciò che, sotto mentite spoglie, potrebbe riprodursi, come una tara genetica, a qualche generazione di distanza. «É accaduto, quindi può accadere di nuovo»: questo il postulato di partenza. Sotto lo sguardo da chimico di Levi, il lager diventa così un «laboratorio crudele» in cui osservare, nella loro nuda violenza, fenomeni che, su scala diversa, si possono ripresentare nelle società contemporanee. Nel far questo si evita il pericolo di ideologizzare, per così dire, la Shoah, come se le circostanze da monitorare fossero solo ed esattamente le stesse che hanno portato a quello sterminio; la storia può ripetersi, d’accordo, ma mai uguale a se stessa: sarebbe troppo facile. Se dunque possiamo sentirci immunizzati – ma per quanto poi ancora? – rispetto a una recrudescenza di quanto si è verificato in Germania negli anni ’30, forse non lo siamo altrettanto rispetto ad altre forme di sofferenza inferta e subita di cui la nostra società deborda e che tendiamo invece a minimizzare. Ed esattamente come quelli che non si accorsero di quello che stava succedendo, o non lo vollero vedere, rischiamo anche noi di non accorgerci di quello che ci sta succedendo intorno (e le stesse domande che poniamo ai tedeschi di allora potranno essere poste anche a noi, prima o poi). Perché, come nota Todorov nella prefazione, «se prima di indignarsi bisogna aspettare che le sofferenze umane raggiungano l’apice di Auschwitz, allora si potrà per molto tempo, e con la coscienza tranquilla, fare orecchie da mercante ai lamenti di uomini e popoli». Non basta, insomma, la memoria: «bisogna che il richiamo del male sia sempre accompagnato da un’interpretazione e da istruzioni per l’uso», ed è questo che Levi ci insegna a fare. A ben pensarci, questa è l’estrema coda avvelenata del nazismo: aver innalzato a tal punto l’asticella dell’orrore da renderci insensibili ai campanelli di allarme che ne preparano l’avvento. Ma Auschwitz, non per nulla, fu la soluzione finale (per quanto coerentemente deducibile, ma sempre a posteriori, sin dai proclami iniziali di Hitler). Prima di arrivarci si attraversano molti stadi intermedi che passano spesso per la degradazione, fisica e morale, del diverso di turno, fatto oggetto di dileggio, di scherzi da postare su facebook, di aggressione verbale per sottolinearne quanto più possibile l’estraneità, di indifferenza e sberleffo rispetto al suo destino, come se non fosse uno dei nostri, con una continua perversione del linguaggio e persino della logica elementare, «per pigrizia mentale, per calcolo miope, per stupidità, per orgoglio nazionale», fino alla dissociazione palese, eppure diffusa, ben esemplificata dal frescone che strizza l’occhio e fa pollice recto con la maglietta di Trump davanti ai poster che inneggiano ai nativi americani. Gli Eichmann sono nati così, ed è questo – prima di tutto – che non dobbiamo dimenticare.

(finito il 3 febbraio 2017)

Ho parlato di



Primo Levi
I sommersi e i salvati
(Einaudi, 2007)

XI-197 pp. | 11 €

(ed. or. 1986)

martedì 21 febbraio 2017

Il mondo prima della storia

C’è un calcolo che mi provoca sempre le vertigini e un certo disagio professionale: proiettando tutta la storia della Terra (e della Terra soltanto) sulla scala di un anno, dovremmo collocare la comparsa di Homo sapiens grosso modo nel primo pomeriggio del 31 dicembre e l’età storica vera e propria (quella che comincia con Sumeri ed Egizi, per intenderci) una manciata di secondi prima che si avvii il classico countdown verso la mezzanotte. C’è insomma un tempo lungo, profondissimo, di cui non siamo che un’increspatura – noi coi nostri matrimoni dinastici, le nostre battaglie, le interminabili dispute per l’Alsazia e la Lorena. É quando siedo e miro questi infiniti tempi che a me sovvien l’eterno. C’è da diventare più spinoziani di Spinoza. Se non fosse per un dettaglio, non irrilevante: che tutta quesa vicenda è attraversata, sin nel più infinitesimo dettaglio, dalla contingenza. Questo vale per la vita in generale, e per quella dell’uomo in particolare, la cui storia – ci spiega Tattersall, che di mestiere fa il paleoantropologo – «è stata una saga dinamica, (...) una storia di sperimentazione evoluzionistica, di esplorazione dei molti modi in cui è evidentemente possibile essere un ominide», sotto la pressione selettiva di situazioni ambientali sempre impreviste e imprevedibili (benedetto sia sempre l’asteroide che troncò la tranquilla routine dei grandi sauri). Ci sono infatti molti modi di essere uomini. Noi Sapiens non ce ne accorgiamo, perché – unica fra le specie – siamo rimasti soli e ci siamo elaborati l’immagine edificante di un’evoluzione che troverebbe in noi il punto culminante di un ininterrotto progresso cognitivo e culturale. Eppure, non più tardi di 50 mila anni fa c’erano almeno cinque varianti diverse di uomini che girovagavano sul pianeta. Sicché gli unici veri incontri ravvicinati degni di questo nome, ben prima dei dischi volanti, furono quelli, tutti terreni, intercorsi tra questi gruppi così lontani così vicini, a cominciare dai contatti avvenuti, probabilmente da qualche parte in Palestina, tra i Neandertal e i nostri antenati provenienti dall’Africa, eredi di un manipolo ristretto di un centinaio o giù di lì, da cui deriviamo tutti e sette miliardi, nessuno escluso. Vista sotto questa luce, l’impresa di scheggiare una selce è più decisiva della scissione dell’atomo. E forse dovremmo smettere di chiamare la caverna di Lascaux “la Sistina del Paleolitico” e pensare piuttosto a Michelangelo come a un epigono minore dell’anonimo genio rupestre che ha inventato la pittura. Le cose veramente difficili sono state fatte da uomini di cui non sappiamo nulla, e in effetti a leggere certi testi di world history si ha la sensazione che dalla scoperta dell’agricoltura alla macchina di Watt non sia accaduto nulla di realmente significativo all’umanità. Questo libro è un’utile guida per orientarci in questo mondo delle origini, che non sarà forse il solo che conta, ma dalla cui esplorazione usciamo con un misto di meraviglia e di umiltà, lo stupor panico di fronte a un’esistenza che non ha nulla di scontato. 

Ps: ancora nel vestibolo, dopo neanche una pagina, c’è una considerazione fulminante. A quelli che affermano con sufficienza che l’evoluzione è “solo una teoria” rispondiamo: bella gioia, ma cosa mi dici mai, tutta la scienza è fatta “solo di teorie”. La scienza è precisamente quel sistema di conoscenze che per definizione è provvisorio e fondato sul dubbio: «l’idea che alcune credenze siano “scientificamente dimostrate” è un ossimoro».

(finito il 19 gennaio 2017)

Ho parlato di



Ian Tattersall
Il mondo prima della storia
Dagli inizi al 4000 a.C.
(Raffaello Cortina, 2009)

trad. di S. Frediani

200 pp. | 19,50 €

(ed. or. The World from Beginnings to 4000 BC, 2008)