venerdì 3 marzo 2017

I sommersi e i salvati

Ci sono libri talmente saccheggiati dai citazionisti (me compreso) che quando li leggi poi per davvero ti sembra in realtà di averli già letti, a puntate, qua e là, nel corso degli anni. Sono libri dispersi, che contengono idee potenti capaci di diventare senso comune – come la riflessione che qui Levi conduce sulla “zona grigia”, entrata ormai a pieno titolo nei più recenti manuali scolastici di filosofia, più o meno tra Jonas e la Arendt. Però, appunto, quando poi li leggi per davvero, capisci anche che questo andava fatto, perché, al di là dei contenuti bignamizzabili, è lo stile della riflessione ciò che davvero conta, l’incedere, in questo caso, mite e tuttavia inesorabile, lucido per quanto sofferto, di un ragionamento che coraggiosamente abbandona il piano affettivo e “semplice” della memoria (di cui si dichiara, anzi, la fallacia, oltre che il rischio di solleticare solo il patetismo) per elevarsi a quello, ben più complesso, di un’indagine instancabile sulle cause, i contesti, le motivazioni, con particolare riguardo per ciò che, sotto mentite spoglie, potrebbe riprodursi, come una tara genetica, a qualche generazione di distanza. «É accaduto, quindi può accadere di nuovo»: questo il postulato di partenza. Sotto lo sguardo da chimico di Levi, il lager diventa così un «laboratorio crudele» in cui osservare, nella loro nuda violenza, fenomeni che, su scala diversa, si possono ripresentare nelle società contemporanee. Nel far questo si evita il pericolo di ideologizzare, per così dire, la Shoah, come se le circostanze da monitorare fossero solo ed esattamente le stesse che hanno portato a quello sterminio; la storia può ripetersi, d’accordo, ma mai uguale a se stessa: sarebbe troppo facile. Se dunque possiamo sentirci immunizzati – ma per quanto poi ancora? – rispetto a una recrudescenza di quanto si è verificato in Germania negli anni ’30, forse non lo siamo altrettanto rispetto ad altre forme di sofferenza inferta e subita di cui la nostra società deborda e che tendiamo invece a minimizzare. Ed esattamente come quelli che non si accorsero di quello che stava succedendo, o non lo vollero vedere, rischiamo anche noi di non accorgerci di quello che ci sta succedendo intorno (e le stesse domande che poniamo ai tedeschi di allora potranno essere poste anche a noi, prima o poi). Perché, come nota Todorov nella prefazione, «se prima di indignarsi bisogna aspettare che le sofferenze umane raggiungano l’apice di Auschwitz, allora si potrà per molto tempo, e con la coscienza tranquilla, fare orecchie da mercante ai lamenti di uomini e popoli». Non basta, insomma, la memoria: «bisogna che il richiamo del male sia sempre accompagnato da un’interpretazione e da istruzioni per l’uso», ed è questo che Levi ci insegna a fare. A ben pensarci, questa è l’estrema coda avvelenata del nazismo: aver innalzato a tal punto l’asticella dell’orrore da renderci insensibili ai campanelli di allarme che ne preparano l’avvento. Ma Auschwitz, non per nulla, fu la soluzione finale (per quanto coerentemente deducibile, ma sempre a posteriori, sin dai proclami iniziali di Hitler). Prima di arrivarci si attraversano molti stadi intermedi che passano spesso per la degradazione, fisica e morale, del diverso di turno, fatto oggetto di dileggio, di scherzi da postare su facebook, di aggressione verbale per sottolinearne quanto più possibile l’estraneità, di indifferenza e sberleffo rispetto al suo destino, come se non fosse uno dei nostri, con una continua perversione del linguaggio e persino della logica elementare, «per pigrizia mentale, per calcolo miope, per stupidità, per orgoglio nazionale», fino alla dissociazione palese, eppure diffusa, ben esemplificata dal frescone che strizza l’occhio e fa pollice recto con la maglietta di Trump davanti ai poster che inneggiano ai nativi americani. Gli Eichmann sono nati così, ed è questo – prima di tutto – che non dobbiamo dimenticare.

Ho parlato di


Primo Levi
I sommersi e i salvati
(ed. Einaudi, 2007)

XI-197 pp., brossura, 11 €

(ed. or. 1986)

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