giovedì 4 maggio 2017

Madre notte

Nel 1961 si celebra a Gerusalemme il processo ad Adolf Eichmann. Hannah Arendt, com’è noto, ne ricava un libro pensoso, celebre e discusso. Un promettente scrittore di fantascienza ne trae invece lo spunto per immaginarsene un altro, di processo, un po’ più problematico e paradossale (e così facendo, effettua la sua prima sortita in un genere letterario talmente particolare che per certi aspetti nasce e muore con lui). Al gabbio troviamo qui Howard W. Campbell, che di nascita è americano, ma emigra con la famiglia in Germania negli anni ’20 e finisce a lavorare per il ministero della Propaganda del Terzo Reich, dove diventa titolare di una rubrica radiofonica che smercia al pubblico anglofono tutto il becerume ideologico nazista. Il fatto è che quest’uomo d’apparato, dalle velleità letterarie e con un oggettivo talento da imbonitore, è al tempo stesso una spia americana, nei cui sproloqui pubblici si annidano messaggi cifrati per i comandi Alleati. Ha solo un problema: non lo può dimostrare – e non lo potrà dimostrare neanche dopo la guerra, da cui esce senza un graffio, ma anche senza medaglie, con una ferita nel cuore e una reputazione compromessa che lo costringe a una vita di sostanziale autosegregazione nel cuore di New York. Su questo paradosso si regge un primo livello di lettura. «Come speaker radiofonico – dice a un certo punto il nostro protagonista – avevo sperato di essere soltanto ridicolo, ma viviamo in un mondo in cui essere ridicoli non è facile; ci sono troppi esseri umani che non vogliono ridere, che non riescono a pensare; vogliono soltanto credere, arrabbiarsi, odiare. Troppa gente aveva voluto credere in me». E così, una cosa iniziata senza particolare malizia diventa di fatto aperto collaborazionismo. Vonnegut stesso esplicita la morale della favola con una formula che sembra un gioco di parole, ma se ci pensi un attimo è un frammento di lucida verità: «noi siamo quello che facciamo finta di essere, sicché dobbiamo stare molto attenti a quel che facciamo finta di essere» (Campbell non è il solo che più o meno consapevolmente finge di essere qualcun altro, in questo libro; Eichmann stesso a un certo punto compare nella storia, e con poche micidiali battute se ne fa emergere tutta la sua sconfinata mediocrità: possibile che la parte che ci troviamo a interpretare nella commedia della vita, che è a suo modo una fiction, una narrazione, possa avere conseguenze materiali tanto devastanti sui nostri simili? Sì, ed è spaventoso: pensate alle ricadute concrete che ha sulle persone la scelta di battere su un certo tema per pura tattica politica, mica perché ci si crede davvero, ma solo per continuare a essere “qualcuno”: «se avesse cominciato a disfarsi di tutti quegli omicidi, allora sarebbe scomparso anche Eichmann, cioè l’idea che Eichmann aveva di se stesso». Se levi la felpa a Salvini, dentro non c'è nulla).

Su questa premessa si imbastisce una specie di farsesca spy-story in cui entra in scena tutto un sottobosco di personaggi che fanno il paio coi nazisti dell’Illinois (solo che qui si chiamano Guardia di ferro dei figli bianchi della costituzione americana, ed è tutto detto). Basta il ritratto del loro leader per capirci: un reverendo odontotecnico che scrive saggi per dimostrare scientificamente che la mascella di Cristo quale si può ricostruire dai suoi ritratti non può essere una mascella di tipo ebraico, dunque Cristo non è ebreo... Ed è qui che, con la leggerezza di chi sembra che stia allestendo solo una scanzonata commedia noir, Vonnegut restituisce una micidiale fenomenologia della personalità autoritaria quale la possiamo ritrovare quotidianamente sotto i nostri occhi nei babbei che si fanno il servizio fotografico al Cara di Mineo o negli studenti fuori corso che, dall’alto della loro nullità, si preparano a diventare premier di questo scalcagnato paese (e in tutti i rispettivi adoranti seguaci, beninteso, che disprezzano lo studio perché non capiscono la complessità del reale e dicono, a te!, “ma documentati, va” quando hanno un’unica, oracolare, fonte di informazione). La loro mentalità, «può paragonarsi a un sistema di ruote dentate con dei denti mancanti, uno qua e uno là. Un meccanismo di pensiero così sdentato, guidato da una libido media, o anche sotto la media, ruota su se stesso con la medesima sussultante, rumorosa, vistosa inutilità che avrebbe all’inferno un orologio a cucù. (...) Quel che più spaventa in una mentalità totalitaria di stampo classico è che una qualsiasi ruota dentata, anche se mutilata, presenta sempre, lungo la sua circonferenza, tratti di denti interi che si conservano a lungo senza morchie e possono funzionare senza alcuna imperfezione. Da qui l’orologio a cucù che segna il tempo all’inferno... scandisce regolarmente il tempo per otto minuti e ventitré secondi, poi scatta in avanti di quattordici minuti, quindi riprende a battere perfettamente per sei secondi, e poi ne salta due, riprende a funzionare perfettamente per due ore e un secondo, e poi scatta in avanti di un anno. I denti mancanti sono, naturalmente, delle verità molto semplici, ovvie addirittura, verità che nella più parte dei casi le capirebbe anche un ragazzino di dieci anni. La volontaria eliminazione dei denti della ruota, l’ostinata volontà di agire pur senza possedere alcune informazioni elementari...». La logica ferrea dell’illogicità, che non accetta critiche perché non è neanche in grado di capirle. Non c’è niente da aggiungere. Ps. Anzi, una cosa da aggiungere c’è. Questa frase: «Ci sono centinaia di buoni motivi per combattere ma neanche uno per odiare senza riserve, e per credere che Dio onnipotente sia d’accordo con noi. Dov’è il male? É quella parte di ogni uomo che vuole odiare a tutti i costi, che vuole odiare e avere anche Dio dalla sua. É quella parte di ogni uomo che trova tanto attraente qualsiasi genere di brutalità. É la parte di ogni imbecille che vuole punire, avvilire, e gode a fare la guerra».


Ho parlato di


Kurt Vonnegut
Madre notte
(ed. Feltrinelli, 2013)

Trad. di L. Ballerini

224 p., 7,50 €

(ed. or., Mother Night, 1961)

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