sabato 25 marzo 2017

Il mondo nuovo - Ritorno al mondo nuovo

Finito nella mia libreria quando si facevano ancora pensieri apocalittici in lire anziché in euro, c’era poi rimasto intonso perché gli ho sempre anteposto altre distopie, finché un suggerimento indiretto di una studentessa che ci sta lavorando sopra per la maturità non me l’ha fatto rispolverare, a riprova del fatto che un insegnante può sempre imparare dai suoi allievi. Il racconto è una satira fantascientifica che individua nella biopolitica lo spirito del tempo e si chiede se quell’utopia da sempre agognata, e finalmente a portata di mano, sia poi davvero auspicabile come si è sempre pensato. Il Mondo Nuovo si presenta infatti sotto la specie disturbante di società totalmente organizzata e gerarchizzata, in virtù di un condizionamento prenatale ben più rigido dell’antica predestinazione doppia, che plasma feti ottenuti artificialmente affinché vivano una vita di cui essere pienamente soddisfatti come particelle di un gigantesco alveare sociale tecnicamente riproducibile in saecula saeculorum. Felicità, ordine e salute in un colpo solo – e senza neanche troppe controindicazioni. L’intuizione forse più acuta è infatti quella secondo cui, per funzionare, una siffatta società non avrebbe bisogno di esercitare quelle forme di sistematica repressione che alla lunga potrebbero rovesciarsi in rivolta: le basterebbe, al contrario, concedere ai suoi componenti di appagare le proprie vogliuzze, e otterrebbe placido consenso. Solo restando per sempre bambini si potrà insomma accedere al regno dei cieli in terra. É sempre il mostruoso Leviatano, ma arredato come la casa di Barbie.

Non meno interessante il saggio che qui accompagna il romanzo, scritto a trent’anni di distanza e tradotto da Bianciardi. Huxley gioca ora a carte scoperte e pone – mi pare – un problema centrale: come conciliare la moderna aspirazione alla democrazia con quella che lui chiama «la sostanza bruta della suggestionabilità umana», ovvero il nostro essere soggetti razionalmente impuri? E come evitare che, per questo motivo, dal profondo delle nostre stesse democrazie affiorino forme di oppressione ancor più subdole perché in fondo inavvertite come tali? Che poi è il problema su cui ci si arrovella almeno dai tempi di Tocqueville e per il quale non è detto che vi sia una soluzione – perché non si può giocare ad armi pari con un sistema che ti consente la critica, ma solo se essa ha un mercato nel quale ha senso investire con pubblicità che disinnescano quel che uno dice nel momento stesso in cui gli permettono di parlare (non sono d’accordo con te ma farò di tutto perché tu possa esprimerlo, purché mi renda...). E perché non possiamo, né desideriamo, essere sempre pienamente coscienti, come l’uomo cartesiano, ma siamo della stessa sostanza di cui son fatti i sogni e non potremmo comunque leggere tutta la letteratura prima di deliberare su una singola questione: la complessità esige la fiducia, ma quando si concede fiducia si aprono fatalmente le fauci della manipolazione. Ad essere ottimisti, dice lui, si può opporre solo una forma di ostinata resistenza. Che passa per lo smascheramento dei sofismi e l’analisi del linguaggio, per un esercizio di attenzione che ci impedisca almeno di esser dormienti quando siamo desti. Sembra quasi che alla fine della fiera la filosofia possa pure servire a qualcosa (così come la comunità delle città di provincia e persino la stampa locale, la cui sparizione, per Huxley, è assai più sintomatica di quanto non lo fosse per Pasolini quella delle lucciole). «La filosofia ci insegna a non essere mai sicuri delle cose che paiono di per sé evidenti. La propaganda, all’opposto, ci insegna ad accettare come assiomatiche certe cose su cui ragione vorrebbe che si sospendesse il giudizio, e intervenisse il dubbio» o, ancor più banalmente, ci induce a dar valore e a perdere tempo dietro a quanto ci propina coi suoi magheggi prosperiani: «né il vero né il falso, ma semmai l’irreale, ciò che, più o meno, non significa nulla».

(finito il 27 febbraio 2017)

Ho parlato di


Aldous Huxley
Il mondo nuovo
Ritorno al mondo nuovo
(Mondadori, 1991)

trad. di L. Gigli e L. Bianciardi

354 pp., | 13.000 lire  (oggi 10,50 €)

(ed. or. Brave New World, 1932; Brave New World Revisited, 1958)

venerdì 3 marzo 2017

I sommersi e i salvati

Ci sono libri talmente saccheggiati dai citazionisti (me compreso) che quando li leggi poi per davvero ti sembra in realtà di averli già letti, a puntate, qua e là, nel corso degli anni. Sono libri dispersi, che contengono idee potenti capaci di diventare senso comune – come la riflessione che qui Levi conduce sulla “zona grigia”, entrata ormai a pieno titolo nei più recenti manuali scolastici di filosofia, più o meno tra Jonas e la Arendt. Però, appunto, quando poi li leggi per davvero, capisci anche che questa lettura andava fatta, perché, al di là dei contenuti bignamizzabili, è lo stile della riflessione ciò che davvero conta, l’incedere, in questo caso, mite e tuttavia inesorabile, lucido per quanto sofferto, di un ragionamento che coraggiosamente abbandona il piano affettivo e “semplice” della memoria (di cui si dichiara, anzi, la fallacia, oltre che il rischio di solleticare solo il patetismo) per elevarsi a quello, ben più complesso, di un’indagine instancabile sulle cause, i contesti, le motivazioni, con particolare riguardo per ciò che, sotto mentite spoglie, potrebbe riprodursi, come una tara genetica, a qualche generazione di distanza. «É accaduto, quindi può accadere di nuovo»: questo il postulato di partenza. Sotto lo sguardo da chimico di Levi, il lager diventa così un «laboratorio crudele» in cui osservare, nella loro nuda violenza, fenomeni che, su scala diversa, si possono ripresentare nelle società contemporanee. Nel far questo si evita il pericolo di ideologizzare, per così dire, la Shoah, come se le circostanze da monitorare fossero solo ed esattamente le stesse che hanno portato a quello sterminio; la storia può ripetersi, d’accordo, ma mai uguale a se stessa: sarebbe troppo facile. Se dunque possiamo sentirci immunizzati – ma per quanto poi ancora? – rispetto a una recrudescenza di quanto si è verificato in Germania negli anni ’30, forse non lo siamo altrettanto rispetto ad altre forme di sofferenza inferta e subita di cui la nostra società deborda e che tendiamo invece a minimizzare. Ed esattamente come quelli che non si accorsero di quello che stava succedendo, o non lo vollero vedere, rischiamo anche noi di non accorgerci di quello che ci sta succedendo intorno (e le stesse domande che poniamo ai tedeschi di allora potranno essere poste anche a noi, prima o poi). Perché, come nota Todorov nella prefazione, «se prima di indignarsi bisogna aspettare che le sofferenze umane raggiungano l’apice di Auschwitz, allora si potrà per molto tempo, e con la coscienza tranquilla, fare orecchie da mercante ai lamenti di uomini e popoli». Non basta, insomma, la memoria: «bisogna che il richiamo del male sia sempre accompagnato da un’interpretazione e da istruzioni per l’uso», ed è questo che Levi ci insegna a fare. A ben pensarci, questa è l’estrema coda avvelenata del nazismo: aver innalzato a tal punto l’asticella dell’orrore da renderci insensibili ai campanelli di allarme che ne preparano l’avvento. Ma Auschwitz, non per nulla, fu la soluzione finale (per quanto coerentemente deducibile, ma sempre a posteriori, sin dai proclami iniziali di Hitler). Prima di arrivarci si attraversano molti stadi intermedi che passano spesso per la degradazione, fisica e morale, del diverso di turno, fatto oggetto di dileggio, di scherzi da postare su facebook, di aggressione verbale per sottolinearne quanto più possibile l’estraneità, di indifferenza e sberleffo rispetto al suo destino, come se non fosse uno dei nostri, con una continua perversione del linguaggio e persino della logica elementare, «per pigrizia mentale, per calcolo miope, per stupidità, per orgoglio nazionale», fino alla dissociazione palese, eppure diffusa, ben esemplificata dal frescone che strizza l’occhio e fa pollice recto con la maglietta di Trump davanti ai poster che inneggiano ai nativi americani. Gli Eichmann sono nati così, ed è questo – prima di tutto – che non dobbiamo dimenticare.

(finito il 3 febbraio 2017)

Ho parlato di



Primo Levi
I sommersi e i salvati
(Einaudi, 2007)

XI-197 pp. | 11 €

(ed. or. 1986)

martedì 21 febbraio 2017

Il mondo prima della storia

C’è un calcolo che mi provoca sempre le vertigini e un certo disagio professionale: proiettando tutta la storia della Terra (e della Terra soltanto) sulla scala di un anno, dovremmo collocare la comparsa di Homo sapiens grosso modo nel primo pomeriggio del 31 dicembre e l’età storica vera e propria (quella che comincia con Sumeri ed Egizi, per intenderci) una manciata di secondi prima che si avvii il classico countdown verso la mezzanotte. C’è insomma un tempo lungo, profondissimo, di cui non siamo che un’increspatura – noi coi nostri matrimoni dinastici, le nostre battaglie, le interminabili dispute per l’Alsazia e la Lorena. É quando siedo e miro questi infiniti tempi che a me sovvien l’eterno. C’è da diventare più spinoziani di Spinoza. Se non fosse per un dettaglio, non irrilevante: che tutta quesa vicenda è attraversata, sin nel più infinitesimo dettaglio, dalla contingenza. Questo vale per la vita in generale, e per quella dell’uomo in particolare, la cui storia – ci spiega Tattersall, che di mestiere fa il paleoantropologo – «è stata una saga dinamica, (...) una storia di sperimentazione evoluzionistica, di esplorazione dei molti modi in cui è evidentemente possibile essere un ominide», sotto la pressione selettiva di situazioni ambientali sempre impreviste e imprevedibili (benedetto sia sempre l’asteroide che troncò la tranquilla routine dei grandi sauri). Ci sono infatti molti modi di essere uomini. Noi Sapiens non ce ne accorgiamo, perché – unica fra le specie – siamo rimasti soli e ci siamo elaborati l’immagine edificante di un’evoluzione che troverebbe in noi il punto culminante di un ininterrotto progresso cognitivo e culturale. Eppure, non più tardi di 50 mila anni fa c’erano almeno cinque varianti diverse di uomini che girovagavano sul pianeta. Sicché gli unici veri incontri ravvicinati degni di questo nome, ben prima dei dischi volanti, furono quelli, tutti terreni, intercorsi tra questi gruppi così lontani così vicini, a cominciare dai contatti avvenuti, probabilmente da qualche parte in Palestina, tra i Neandertal e i nostri antenati provenienti dall’Africa, eredi di un manipolo ristretto di un centinaio o giù di lì, da cui deriviamo tutti e sette miliardi, nessuno escluso. Vista sotto questa luce, l’impresa di scheggiare una selce è più decisiva della scissione dell’atomo. E forse dovremmo smettere di chiamare la caverna di Lascaux “la Sistina del Paleolitico” e pensare piuttosto a Michelangelo come a un epigono minore dell’anonimo genio rupestre che ha inventato la pittura. Le cose veramente difficili sono state fatte da uomini di cui non sappiamo nulla, e in effetti a leggere certi testi di world history si ha la sensazione che dalla scoperta dell’agricoltura alla macchina di Watt non sia accaduto nulla di realmente significativo all’umanità. Questo libro è un’utile guida per orientarci in questo mondo delle origini, che non sarà forse il solo che conta, ma dalla cui esplorazione usciamo con un misto di meraviglia e di umiltà, lo stupor panico di fronte a un’esistenza che non ha nulla di scontato. 

Ps: ancora nel vestibolo, dopo neanche una pagina, c’è una considerazione fulminante. A quelli che affermano con sufficienza che l’evoluzione è “solo una teoria” rispondiamo: bella gioia, ma cosa mi dici mai, tutta la scienza è fatta “solo di teorie”. La scienza è precisamente quel sistema di conoscenze che per definizione è provvisorio e fondato sul dubbio: «l’idea che alcune credenze siano “scientificamente dimostrate” è un ossimoro».

(finito il 19 gennaio 2017)

Ho parlato di



Ian Tattersall
Il mondo prima della storia
Dagli inizi al 4000 a.C.
(Raffaello Cortina, 2009)

trad. di S. Frediani

200 pp. | 19,50 €

(ed. or. The World from Beginnings to 4000 BC, 2008)

mercoledì 8 febbraio 2017

I sotterranei del Vaticano

Farsa in cinque atti che attinge al repertorio del genere (travestimenti e riconoscimenti, scambi di identità, equivoci più o meno grotteschi) per allestire uno spaccato satirico di quella che - come da sottotitolo - più che una belle époque appare piuttosto una sotte époque. Il tutto condotto però senza sbracare, con penna controllata e sapientemente ironica, leggera e feroce a un tempo, quasi epigrammatica. Più che personaggi abbiamo maschere, che Gide si diverte a far interagire, da novello puparo, per sbeffeggiare – direi – la frivolezza delle convinzioni apparentemente più solide: prova ne siano la conversione e riconversione dello scienziato ateo militante che diventa fervente cattolico, ma poi ci ripensa – dove non c’è nulla del tetro e pensoso arrovellarsi dei romanzi di Dostoevskij, per dire (cui allude anche il personaggio forse più approfondito del lotto, quel Lafcadio che sembrerebbe compendiare in sé Rimbaud, Zarathustra e Raskolnikov, salvo chiedersi, dopo l’ennesima piroetta, assaporando un’alba romana, se davvero valga la pena pentirsi di quello che ha fatto - e che cosa non ha fatto!: «lontano, nelle caserme, cantano le trombe. Come! Vorrebbe rinunciare a vivere?»). Senza averlo preventivato, ti ritrovi per mano un libro perfetto per tempi di post-verità. Tutto più o meno ruota, infatti, sulla bufala diffusa ad arte dai massoni secondo cui i massoni stessi, ben radicati oltre Tevere, avrebbero sostituito il povero Leone XIII con un sosia nelle loro mani, a cui sarebbero da imputare tutte le aperture liberaleggianti e nel fondo anticristiane del suo pontificato (così giudicate dai farisei di allora, molto apprezzate invece dai gesuiti – e sembra di leggere le cronache odierne: se non ci si può fidare neanche del papa, di chi ci si potrà fidare?). Roba su cui farci al massimo una puntata di Voyager, d'accordo. Eppure, è una bufala dannatamente performativa, che mette in moto un intreccio pittoresco, compreso il progetto donchisciottesco del ragazzotto di campagna imbarcatosi nientemeno che nella gloriosa missione di liberare il papa recluso nelle segrete del Vaticano press’a poco dopo aver ricevuto la notizia del suo rapimento come la potremmo leggere oggi su un account fake di Twitter. Insomma, la vita non è logica, ma più che a un dramma assomiglia a un teatrino (anche se, detto alla vigilia della Grande Guerra, stride un po’). Peccato solo arrivare un secolo dopo e non cogliere le allusioni più sottili a un mondo che per Gide era paesaggio quotidiano (noi dovremmo immaginarci in filigrana gli Adinolfi, i Magdi Allam, i Salvini e gli altri peracottari del variopinto serraglio che è toccato in sorte alla nostra generazione).

(finito il 5 gennaio 2017)

Ho parlato di


André Gide
I sotterranei del Vaticano
(Feltrinelli, 2007)

trad. di E. Spagnol Vaccari

179 pp. | 7 €

(ed. or. Le Caves du Vatican, 1914)



martedì 24 gennaio 2017

Zero K

Comincio di qui il mio omaggio a “quelli che il Nobel dovevano darglielo a loro anziché a Bob Dylan” e ne approfitto per colmare anche delle grosse lacune personali. Per una volta, però, rovescio il mio integralismo cronologico e parto dall’ultimo arrivato, inteso come libro, bello ammiccante sugli scaffali intorno a novembre. Solo che da questa via d’ingresso non si capisce bene perché mai DeLillo dovrebbe meritarselo, il Nobel. Intendiamoci, prima di gridare allo scandalo. Volume spaccato abbastanza nettamente in due. La prima parte è fantascienza pura, ovvero, rubando le parole all'autore, - meravigliose - «scienza inondata da una irrefrenabile fantasia». C’è un posto, da qualche parte in mezzo alle steppe asiatiche, «ai margini estremi del plausibile», in cui si ibernano i corpi per risvegliarli quando la morte sarà scientificamente sconfitta. C’è un posto e intorno a questo posto si sviluppa una struttura, un culto, una realtà quasi parallela simile a un tumulo scagliato nel futuro grazie al generoso contributo di ricchi finanziatori che vagheggiano di possedere in questo modo anche “la fine del mondo”. In uno scenario volutamente ovattato e claustrofobico, esperti di vari settori inventano nuove lingue, coniano concetti “transrazionali” e così facendo ricapitolano temi diffusi nella riflessione contemporanea, dai non-luoghi alla biopolitica al post-umanismo, con strizzatine d’occhio ad Heidegger e Cartesio (da segnalare un pezzo di bravura in cui ci si sforza di immaginare come passerebbe il suo tempo una pura res cogitans, una mente totalmente disincarnata). La questione di fondo la riassumerei così: l’uomo è definito dalla sua mortalità oppure è quella specie che sa sempre trascendere se stessa e che in virtù di questa sua facoltà saprà superare anche la morte, magari risuscitandosi sotto forma di ibrido tecnorganico? C’è un clima di sospensione, molta simbologia, alcuni motivi che ritornano puntualmente come se si trattasse di una sinfonia (magari elettronica, alla Battiato anni ’70, quando rielaborava Huxley), l’ossessione di dare un significato a una realtà che sembra scivolare fra le mani, evanescente, liminale, sempre al confine di una soglia oltre la quale sta l’indicibile. La scienza qui parla il linguaggio della religione e la religione quello della scienza: le piramidi dei faraoni e le celle frigorifero son fatti della stessa pasta. Tanta carne al fuoco, insomma, anche molto stimolante (e mi dico: arrivarci, a ottant’anni, mantenendo il gusto di ragionare su queste cose restando abbastanza sul pezzo). Poi, però, a mio avviso, la seconda parte non chiude il cerchio. Non perché le domande restino aperte, dal momento che un libro può essere riuscito anche se non risponde agli interrogativi che solleva (anzi, spesso proprio lì sta il bello). Ma perchè cambia parzialmente scenario, immette nuovi personaggi, ti dà quasi l’impressione di uno di quei giochi di magia in cui il prestigiatore ti induce a vedere quel che fa con una mano mentre ti inganna con l’altra. Solo che il trucco o non riesce oppure non l’ho capito io. Poi è scritto bene, certo, anche se con un po’ di maniera e con tante, troppe, scoperte autocitazioni che anche uno che non ha mai letto DeLillo, come me, inevitabilmente riesce a cogliere. Ma son rimasto un po’ come quando mi trovo di fronte (da profano, lo ammetto) a un’opera d’arte contemporanea. Suggestivo, sì, ma quindi?

(finito il 30 dicembre 2016)

Ho parlato di



Don DeLillo
Zero K
(Einaudi 2016)

Trad. di F. Aceto

248 pp. | 19 €

(ed. or.: Zero K, 2016)

lunedì 9 gennaio 2017

Dante. Il romanzo della sua vita

Più o meno tutti abbiamo un’idea, anche se vaga, della sofisticata architettura dei regni ultramondani che Dante ha elaborato nella Divina Commedia, quanto basta se non altro per pensare che un sistema così complesso (tutti i cerchi e i gironi e le cornici) gli sia costato anni e anni di studio preventivo per far quadrare i conti e mettere ciascuno al posto giusto con il suo bel contrappasso. Certo, l’infarinatura liceale comprende anche qualche nozione sulla vita tribolata di Dante – Cerchi e Donati, Bianchi e Neri, Guelfi e Ghibellini – ma, dato che è sempre difficile contestualizzare, uno s’immagina che il sommo poeta, per quanto in esilio, fosse comunque sempre in condizione di mantenere il totale controllo di una materia così articolata e avesse in mente un piano coerente di lungo periodo. Poi uno si immerge un po’ più nelle tormentate vicende italiane del primo ‘300 e, oltre a rendersi conto che la faziosità politica di oggi è uno zuccherino se paragonata a quella di allora, scopre che la Commedia assomiglia piuttosto a un instant-book, in cui si possono riscontrare tutti gli ondeggiamenti politici di un autore non alieno a ripensamenti e cambiamenti di fronte come l’ultimo dei pennivendoli italici nati incendiari e morti pompieri. E così, che so, ci si ritrova con un Federico II dannato all’inferno fra gli eretici e un Manfredi salvato nella valletta dei principi del Purgatorio, perché se prima Dante doveva mostrarsi guelfo integerrimo per ingraziarsi i fiorentini, sperando in una forma di amnistia che gli riaprisse la via di casa, in seguito sposa la causa imperiale, frequentando pericolose amicizie ghibelline (ma retromarce e scatti in avanti sono documentabili più al dettaglio, lavorando soprattutto sui personaggi minori e sul gossip cortigiano). Nulla di tutto ciò riduce di uno iota la statura di Dante, beninteso. Ne vien fuori però un ritratto più concreto e meno agiografico, in cui questa capacità di riaprire di continuo capitoli che sembravano chiusi può apparire anche come una forma di virtù intellettuale. Roba che i dantisti, non ne dubito, conoscono da decenni, ma che un dilettante come me ha trovato incredibilmente affascinante. E ti vien voglia di riprendere in mano il malloppo (che per il momento hai abbandonato al Paradiso Terrestre) non tanto per risentire ancora una volta quel che ha da dire lo maggior corno della fiamma antica, ma per scovare quelle tracce minori di cui fin qui non ti sei curato, perché, seguendo il consiglio, hai guardato e passato, limitandoti a una sbirciatina alla nota a pié di pagina. Lì dentro, invece, c’è un mondo. Il vero mondo di Dante.

(finito il 29 novembre 2016)

Ho parlato di



Marco Santagata
Dante
Il romanzo della sua vita
(Mondadori 2012)

468 pp. | 22 €

venerdì 30 dicembre 2016

Tempo scaduto

Ambler è un mio vecchio pallino. Prende personaggi che per qualche motivo sono sempre un po’ outsiders (perché apolidi, ad esempio, oppure di famiglia multietnica, oppure dei sopravvissuti, o tutto questo insieme) e li lancia in intrighi internazionali più grandi di loro che spesso e volentieri hanno come cornice il Mediterraneo – il che, per un meridianista come me, è oro colato. Qui la storia comincia con un botto interrotto (leggere per credere), continua come in un romanzo di Sciascia (c’è di mezzo un presunto manoscritto attribuito all’anarchico russo Necaev, che non si capisce se è autentico o un falso, ma che trova comunque un editore italiano interessato a pubblicarlo, perché «il falso in Italia è industria nazionale»), quindi, tra rapimenti simulati e inseguimenti vari, si finisce immersi nelle complicate trattative per l’allestimento di un’intervista televisiva a un eccentrico sceicco del Golfo, che anziché comprarsi il Paris St. Germain (siamo solo nel 1981) decide di investire i suoi petrodollari nell’acquisto di un’antica miniera in Austria, per motivi che appaiono da subito loschi e farseschi al tempo stesso – dove però l’intervista è solo la copertura per un incontro segretissimo fra emissari NATO e il suddetto sceicco allo scopo di negoziare un possibile scambio di favori. Assolutamente nulla di banale o scontato, anzi (certo, la cellula terroristica maghrebina nascosta nell’hinterland milanese oggi può apparire triviale, ma – ripeto – siamo solo nel 1981). Il tutto condito oltretutto con considerazioni spesso acute, e mai didascaliche, sul ruolo dei mass-media nella diffusione del terrore o sulle difficoltà del dialogo interculturale («voi dell’Occidente, tranne pochissime eccezioni, non riuscite mai a capire la mentalità araba. Ecco perché i vostri uomini d’affari hanno bisogno di persone come me che la interpretino per loro. Che interpretino non solo le parole, ma gli atteggiamenti e gli stati d’animo. L’inglese che parlo io è diverso dal vostro. Lo avrà notato»). Con una morale un po’ cinica, ma efficace, e forse adatta al caso nostro: che le guerre mondiali rischiano di nascere più per errore e per imperizia che per scelta. «Il potere effettivo è in mano a coloro che hanno la capacità catalitica di provocare reazioni incontrollabili». Bene, bravo, d’accordo, svariati like di approvazione perché in fondo ci piace, però – onestamente – qui la tira un po’ troppo per le lunghe, mentre i thriller sono invece in buona parte una questione di tempi. Il catalogo ambleriano offre di meglio: tornare su questi passi se si è completisti.


(finito il 28 novembre 2016)

Ho parlato di



Eric Ambler
Tempo scaduto
(Adelphi 2004)

trad. di A. Terzi

345 pp., | 10 €

(ed. or. The Care of Time, 1981)