lunedì 9 gennaio 2017

Dante. Il romanzo della sua vita

Più o meno tutti abbiamo un’idea, anche se vaga, della sofisticata architettura dei regni ultramondani che Dante ha elaborato nella Divina Commedia, quanto basta se non altro per pensare che un sistema così complesso (tutti i cerchi e i gironi e le cornici) gli sia costato anni e anni di studio preventivo per far quadrare i conti e mettere ciascuno al posto giusto con il suo bel contrappasso. Certo, l’infarinatura liceale comprende anche qualche nozione sulla vita tribolata di Dante – Cerchi e Donati, Bianchi e Neri, Guelfi e Ghibellini – ma, dato che è sempre difficile contestualizzare, uno s’immagina che il sommo poeta, per quanto in esilio, fosse comunque sempre in condizione di mantenere il totale controllo di una materia così articolata e avesse in mente un piano coerente di lungo periodo. Poi uno si immerge un po’ più nelle tormentate vicende italiane del primo ‘300 e, oltre a rendersi conto che la faziosità politica di oggi è uno zuccherino se paragonata a quella di allora, scopre che la Commedia assomiglia piuttosto a un instant-book, in cui si possono riscontrare tutti gli ondeggiamenti politici di un autore non alieno a ripensamenti e cambiamenti di fronte come l’ultimo dei pennivendoli italici nati incendiari e morti pompieri. E così, che so, ci si ritrova con un Federico II dannato all’inferno fra gli eretici e un Manfredi salvato nella valletta dei principi del Purgatorio, perché se prima Dante doveva mostrarsi guelfo integerrimo per ingraziarsi i fiorentini, sperando in una forma di amnistia che gli riaprisse la via di casa, in seguito sposa la causa imperiale, frequentando pericolose amicizie ghibelline (ma retromarce e scatti in avanti sono documentabili più al dettaglio, lavorando soprattutto sui personaggi minori e sul gossip cortigiano). Nulla di tutto ciò riduce di uno iota la statura di Dante, beninteso. Ne vien fuori però un ritratto più concreto e meno agiografico, in cui questa capacità di riaprire di continuo capitoli che sembravano chiusi può apparire anche come una forma di virtù intellettuale. Roba che i dantisti, non ne dubito, conoscono da decenni, ma che un dilettante come me ha trovato incredibilmente affascinante. E ti vien voglia di riprendere in mano il malloppo (che per il momento hai abbandonato al Paradiso Terrestre) non tanto per risentire ancora una volta quel che ha da dire lo maggior corno della fiamma antica, ma per scovare quelle tracce minori di cui fin qui non ti sei curato, perché, seguendo il consiglio, hai guardato e passato, limitandoti a una sbirciatina alla nota a pié di pagina. Lì dentro, invece, c’è un mondo. Il vero mondo di Dante.

Ho parlato di


Marco Santagata
Dante. Il romanzo della sua vita
(ed. Mondadori, 2012)

468 pp., rilegato, 22 €

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