venerdì 8 novembre 2019

Mussolini ha fatto anche cose buone

Immagino sia capitato più o meno a tutti di affrontare una conversazione su temi latamente politici in cui a un certo punto un amico brillante se ne esce fuori con una frase di apprezzamento per quando c’era Lui, sostenuta con aria da uomo di mondo sulla base di argomenti che in realtà hanno più o meno la stessa consistenza delle formule del catechismo e proprio per questo sono pronunciate con una sicurezza dogmatica che non concepisce neppure l’ipotesi di una replica. La tentazione in questi casi è di fare spallucce. Che sarà mai: ognuno in famiglia ha un cugino un po’ strambo e spererai mica di cambiarlo? Tanto lo dicono tutti – di recente anche Bruno Vespa, dall’alto della sua autorità nazionalpopolare - che il fascismo non potrà mai più ritornare, quindi è inutile preoccuparsene troppo, anche se una reduce di Auschwitz è costretta a girare con la scorta, anche se signore di mezza età impediscono a bambini neri di sedersi sull’autobus, anche se tifosi di calcio giudicano l’appartenenza nazionale sulla base del colore della pelle. Già, che sarà mai? Ogni tanto ho però anche il sospetto che il silenzio possa nascondere, sotto una coltre di sufficienza, una mancanza di contenuti da contrapporre all’interlocutore. Contenuti veri – intendo - solidi, documentati, che vadano cioè al di là della sacrosanta ma pur sempre generica mozione degli affetti a cui troppo spesso ci si abbarbica, anche quando non sarebbe molto difficile andare a controllare come sono andate davvero le cose (credo sia una delle tante deplorevoli conseguenze di un dibattito pubblico ridotto a una recita a soggetto, in cui i duellanti oppongono retorica a retorica come Arlecchino e Pulcinella si scambiano le loro bastonate e ci si preoccupa di stabilire chi ha vinto prima di capire cosa ha detto). Ben venga allora un «manuale di autodifesa» come questo, da avere sempre sotto mano per chiedere conto delle proditorie e spesso vaneggianti affermazioni che si sentono ripetere sul Ventennio. 

Qui non c’è sintesi che tenga: bisogna proprio andarselo a leggere e studiarselo bene, questo libro, perché, senza rinunciare alla scorrevolezza dell’esposizione, ci fornisce dati e materiali per smascherare tutti i principali luoghi comuni sul fascismo, smontando pezzo a pezzo una propaganda rivelatasi – quella sì – efficacissima nel produrre credenze che si sono sedimentate così bene nell’immaginario degli italiani da durare molto più a lungo del regime stesso, come un ordigno inesploso ma ancora carico dopo il 25 aprile. Quel che più sorprende è che per sconfessare opinioni che hanno la stessa fondatezza storica dello jus primae noctis Francesco Filippi non sia dovuto andare a rovistare negli archivi segreti del Vaticano, né abbia dovuto decrittare la lineare A, ma ha semplicemente messo in fila elementi che sono accessibili a tutti, facilitandoci le cose, certo, e sia benemerito per questo, ma mostrando anche (e forse questo è il suo insegnamento più fruttuoso) che un simile lavoro non richiede necessariamente di doverci sobbarcare la lettura completa dell’intera bibliografia esistente sull’argomento o di doverci immergere in sofisticate dispute storiografiche, perché in questo caso le bugie hanno davvero le gambe corte. Motivo in più per perderci un po’ di tempo sopra (costa pure poco). 

Ciò detto, qualche considerazione generale la si può comunque provare a tracciare. Per dire, è vero che Mussolini – come si sente ripetere – avrebbe dato le pensioni a tutti gli italiani e avrebbe bonificato le paludi? Ecco, se si scorrono le carte (libri di storia, ma soprattutto verbali, serie statistiche e gazzette ufficiali) si scopre che progetti in tal senso erano già stati avviati dalla tanto vituperata Italia liberale e che furono poi portati davvero a compimento dall’altrettanto vituperata Prima Repubblica. Mussolini, lì nel mezzo, ha solo raccolto quanto già predisposto dai governi precedenti, il più delle volte unificando iniziative diverse all’interno di istituti posti sotto il controllo dello Stato, cioè del partito fascista, in modo da drenare – è il caso di dirlo - quantitativi sempre più ingenti di risorse pubbliche allo scopo di costruire un immenso apparato clientelare con cui appagare i desiderata piccoloborghesi del proprio zoccolo duro di sostenitori, usando cioè beni di tutti per foraggiare la sua personale macchina di consenso (non è forse la stessa cosa utilizzare i fondi del ministero dell’Interno per pagare gli stipendi alla “bestia” che ti cura l’immagine sui social?). Quando qualche risultato, in questo modo, è stato raggiunto, lo si è fatto perciò producendo un’autentica voragine nelle casse statali, resa ancor più incontrollata da scelte economiche dissennate effettuate solo a scopo di prestigio (come la famigerata “quota 90” per riallineare la lira alla sterlina), dalle crescenti spese militari (orientate oltretutto all’acquisto di mezzi rivelatisi obsoleti quando è scoppiata la guerra) e infine dall’insostenibile strategia autarchica – il tutto condito dal piagnisteo contro le potenze demoplutocratiche straniere additate come le uniche responsabili dei mali dell’Italia e di quel crescente dissesto economico da cui è stata poi la repubblica, con tutti i suoi limiti, a tirarci fuori (storia già vista: un governo promette più pilu per tutti in deficit, un altro risana, fa tirare la cinghia e si becca gli insulti). Le “cose anche buone” fatte da Mussolini sono dunque cose che con ogni probabilità sarebbero state fatte comunque, e anche meglio, da altri. 

E allora, a parità di risultati, perché abbracciare una dittatura e la privazione delle libertà personali? Qualcuno potrebbe dire che era il prezzo da pagare perché senza le maniere forti non ci saremmo mai lasciati alle spalle il precedente sistema corrotto e malavitoso. Almeno Mussolini – si dice – era “honesto”. Ma siamo proprio sicuri che fosse così? Ormai pare assodato, per esempio, che il delitto Matteotti sia dipeso non tanto dalle accuse sulle irregolarità nelle elezioni del ‘24 quanto dall’efficace opposizione politica che il deputato socialista stava svolgendo in commissione Bilancio alla Camera, «smascherando le truffe contabili del governo, inchiodandolo alle sue deficienze e ai suoi imbrogli del tutto simili a quelli della tanto odiata stagione liberale, che voleva cancellare». Detto altrimenti, Matteotti cercava di mostrare che «quello di Mussolini era un partito di truffatori uguale – forse peggiore – di quelli che lo avevano preceduto. Se della violenza e anche del menefreghismo nei confronti delle libertà individuali il fascismo in un certo senso poteva addirittura vantarsi, l’accusa di disonestà sarebbe stata probabilmente troppo difficile da digerire per un’opinione pubblica che voleva il cambiamento» (Filippi è sottile, non usa le parole a caso). «Per il mito della purezza fascista si arrivò al paradosso di pensare preferibile un delitto le cui motivazioni stavano nell’azione violenta di alcuni fascisti scalmanati, piuttosto che nella volontà, di stampo mafioso, di voler mettere a tacere una voce critica che avrebbe mostrato al mondo il vero carattere del fascismo: più associazione a delinquere che partito politico». E se questo ancora non bastasse, si pensi alle disastrose e ingiustificate campagne militari avallate da Mussolini, dall’attacco alla Grecia alla campagna di Russia: «se mai è stato tentato un genocidio sistematico del popolo italiano, questo genocidio è stato avviato, più o meno consciamente, dalla tirannide fascista», che si è imbarcata senza mezzi e preparazione in missioni insensate all’unico scopo di garantire imperitura gloria al suo capo usando gli italiani come carne da macello. 

Per un curioso paradosso, l’idea che invece il fascismo, almeno fino a un certo punto e sotto certi aspetti, sarebbe stato un totalitarismo “buono” è un mito prodotto dagli stessi antifascisti che pagarono sulla propria pelle tale presunta “bontà” e che alla fine lo sconfissero. Per tenere unito il paese dopo la guerra e uscire insieme dalla dittatura si preferì costruire l’immagine del tedesco “cattivo” su cui addossare tutte le responsabilità di quello che era capitato, salvaguardando così una certa differenza italiana (a costo di scelte discutibili, come negare l’estradizione di Graziani all’Etiopia perché fosse processato per crimini di guerra). Fu un modo per cercare di apparire presentabili nel consorzio delle nazioni vincitrici, ma anche per rispondere a un’esigenza profondamente radicata in una generazione stremata che aveva «la necessità di voltare pagina e ricostruire da zero non solo una nazione, ma anche il senso di appartenenza a una comunità». Lo stesso Partito Comunista preferì reintegrare e includere, anziché ostracizzare (a livello di intellettuali, caso che conosco un pochino meglio, ci furono in effetti spettacolari cambi di casacca da una stagione all’altra). La conseguenza più problematica di una strategia che aveva anche le sue ragioni è che forse non è mai stata avviata una seria discussione pubblica su come si era affermato il regime, cosicché il senso comune ha finito per elaborare la favola di un popolo di “brava gente” tenuto suo malgrado sotto il tacco di un’orwelliana e implacabile macchina di repressione diretta da luciferini geni del male – macchina che in realtà non funzionò mai così bene e che comunque non avrebbe potuto imporsì né funzionare senza il consenso o l’inerzia di gran parte degli italiani. I quali, senza magari sostenere apertamente, minimizzarono, trascurarono o soprassederono. Sicché oggi scopriamo con un certo sgomento di non avere prodotto gli anticorpi necessari per evitare di contrarre una nuova febbre autoritaria, che consegnerebbe pieni poteri a una cricca di incapaci il cui unico talento è ancora una volta quello di sventolare bandiere e valori di cui in realtà non gliene importa nulla, ma in nome dei quali sarebbero capaci di avallare le decisioni più meschine. É vero che il popolo italiano atterra e suscita con la rapidità di un bimbo capriccioso, ma l’altra volta, per passare dall’adunata oceanica del 10 giugno 1940 alle feste di piazza del 25 luglio 1943 ci vollero la guerra e le macerie – e non era ancora finita. Ammetto di essere un po’ preoccupato.

(finito il 29 maggio 2019)

Ho parlato di



Francesco Filippi
Mussolini ha fatto anche cose buone.
Le idiozie che continuano a circolare sul fascismo
(Bollati Boringhieri, 2019)

132 p. | 12 €

martedì 22 ottobre 2019

Middle England

Jonathan Coe è un autore che ha il dono. C’è chi scrive meglio, certo, ma come sa raccontare lui ne ho trovati pochi. Niente da fare: apri il libro e parte il pilota automatico finché ti accorgi di essere già arrivato all’ultima pagina, senza inciampi o cadute di ritmo. Qui gestisce qualcosa come almeno una dozzina di personaggi, le cui storie private, a volte privatissime, si intersecano in vario modo fra di loro e con eventi di rilevanza pubblica, alternando una pluralità di registri che variano dal comico al drammatico, senza perdere mai la consueta leggerezza. Di questi personaggi, tutti a loro modo protagonisti, la maggior parte sono vecchie conoscenze per gli aficionados di Coe, che per l’occasione è andato infatti a ripescare gli eroi del suo romanzo forse più amato, La banda dei brocchi, nonostante le loro vicende sembrassero aver trovato la loro naturale conclusione in un altro libro non per nulla intitolato Circolo chiuso. Semplice operazione di marketing per coinvolgere lo zoccolo duro dei suoi fan? Sì, forse. Ma anche una consapevole ritrattazione, che non poteva avere la stessa efficacia se avesse impiegato personaggi diversi. Chi conosce Coe sa quanto sia affascinato da quello che sarebbe potuto succedere e non è successo e da quello che invece è successo e non si sa bene perché e per come sia successo, ma sa anche che di solito ingarbuglia le tessere del puzzle solo per divertirsi poi a riconnetterle tutte quante. Quindici anni dopo è come se fosse costretto ad ammettere che, in effetti e suo malgrado, quella storia non era affatto finita come aveva pensato. «La vita è un’avventura. Non si sa mai che cosa si troverà. A volte ti capita qualcosa di bello, altre volte qualcosa di brutto, e molto spesso qualcosa di molto strano. É questa l’Inghilterra. Dobbiamo farcene una ragione». 

Ecco, appunto, ma com’è che l’Inghilterra è diventata così strana? Middle England suona un po’ come la proverbiale “pancia del paese”, quella provincia neanche poi troppo profonda, ad appena due-tre ore di treno o pullman da Londra, che appare però più lontana, ai moderni globetrotters, di una qualsiasi altra capitale europea, e che fa dire a una dei personaggi, giunta ad Hartlepool, contea di Durham, «quella era l’Inghilterra, il suo paese; eppure le sembrava di essere del tutto estranea a quell’angolo di mondo». Il referendum sulla Brexit ha portato allo scoperto delle linee di confine diverse da quelle degli atlanti tradizionali, faglie che attraversano il paese dividendo le famiglie e i compagni di scuola, i genitori dai figli, i mariti dalle mogli. E chi poteva immaginarselo? Appena quattro anni prima, la sera di venerdì 27 luglio 2012, l’intero popolo britannico si era rispecchiato compiaciuto nella cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di Londra, un vero trionfo dell’immaginario pop inglese: sono una decina di pagine intensissime, quelle in cui tutti, ma proprio tutti gli attori messi in scena da Coe si ritrovano a commentare quello che vedono sullo schermo del proprio televisore – e i “brocchi” di un tempo, i nerd degli anni ‘70 e ‘80, rabbrividiscono nel constatare che alla fine avevano ragione loro. Tutta quella musica di nicchia che li aveva condannati ai margini della vita sociale «eccola, che veniva trasmessa al mondo intero, presentata come un esempio del meglio della cultura britannica. Vendetta! Era arrivata l’ora della vendetta!». Di fronte a questo spettacolo che tiene insieme la regina e i Sex Pistols, James Bond e i Pink Floyd, Mike Oldfield e Mr. Bean, anche la più anticonformista del lotto twitta entusiasta «il mio è un paese straordinario». Quella sera tutti avrebbero voluto essere inglesi. «Quella sera l’Inghilterra sembrava un paese tranquillo e organizzato, un paese in pace con se stesso. L’idea che una trasmissione televisiva avesse potuto unire tanti milioni di persone così diverse gli faceva pensare alla sua infanzia e lo faceva sorridere. Andava tutto bene e il fiume sembrava essere d’accordo con lui». 

E invece no, invece dietro le quinte della messinscena serpeggiava un rancore che, di lì a poco, sarebbe stato riversato sulla scheda referendaria fino a traboccare dalle urne. Alle pietre miliari del rock prog avrebbe fatto allora da controcanto la tradizionale (e peraltro bellissima) Adieu to Old England. Già, perché al referendum non si è scelto sulla base di ponderate considerazioni sugli accordi commerciali e quegli altri tecnicismi che stanno facendo continuamente saltare l’intesa con la UE, ma unicamente per una questione di principio. Chi non è dei nostri è contro di noi, ecco tutto. Anche se i nemici peggiori non sono neanche gli stranieri in sé e per sé, ma quelli di noi che li difendono, che prendono sempre le loro parti, gli schiavi del politically correct, i buonisti, i comunisti col rolex, quelli che non conoscono chi è Cicciogamer: «non capisci come siete esasperanti, tu e tutti quelli come te, con quell’aria di superiorità morale che avete sempre nei nostri confronti?», domanda un marito alla moglie. Se vincerà la Brexit, e vincerà – continua – sarà «per via di quelli come te». 

Coe, che credo si senta chiamato in causa da una simile accusa, ma che è di Birmingham, e quindi ha un po’ più il polso dei rumours diffusi oltre la Circle Line di Londra, prova a storicizzare questo malessere (e perciò sarà forse letto ancora fra un secolo come fonte storica per questi tempi interessanti, come accade oggi coi naturalisti francesi dell’Ottocento). Non bastano i pregiudizi, infatti, per spiegare lo spaesamento della Vecchia Inghilterra, che ha anche delle buone ragioni dalla sua. Uno dei più convinti sostenitori della Brexit, per dire, è un anziano operaio in pensione che, rimasto vedovo, vuole farsi a tutti i costi accompagnare dal figlio sul luogo in cui sorgeva la sua fabbrica solo per scoprire con sconcerto che quel che non è stato demolito di quel sito è stato trasformato in un centro commerciale: «un edificio non è solo un posto, ti pare? (…) É anche la gente. La gente che ci sta dentro. Non sto dicendo… cioè, lo so che facevamo macchine di merda. Lo so che i tedeschi e i giapponesi ne costruiscono di migliori. Non sono stupido. (…) Quello che non capisco è come finirà. Come facciamo ad andare avanti in questo modo. Non produciamo più niente. Se non produciamo più niente, non abbiamo niente da vendere, perciò come… come faremo a sopravvivere? (…) Se non c’è la fabbrica, come fa la gente a trovare i soldi da spendere nei negozi?». 

Di questo disagio la politica non sa minimamente farsi carico. David Cameron viene descritto da Coe attraverso le parole di un portavoce che lo idolatra come una specie di Renzi d’oltremanica, un conservatore dinamico che si riempie la bocca di slogan ad effetto e che finirà travolto dalla sua stessa scelta di drammatizzare il conflitto con un referendum mal posto che denota la sua totale incapacità di comprendere gli umori del paese (non che i laburisti siano messi meglio; quanto all’Ukip, sa solo amplificare i problemi senza preoccuparsi di come risolverli: si può leggere quasi tutto il romanzo con la mente all’Italia). La fragilità del sistema vien fuori all’indomani dei risultati. In poche parole, «siamo fottuti (…). Siamo completamente e irrimediabilmente fottuti. É un caos. (...) Nessuno era pronto. Nessuno sia cosa sia la Brexit. Nessuno sa come attuarla. (…) Nessuno sa cosa voglia dire Brexit» - ed in effetti lo stiamo vedendo. Anche se un barlume di speranza resta acceso, quando si annuncia la nascita, prevista proprio per il 29 marzo 2019, giorno in cui sarebbe dovuta scattare l’uscita dall’Europa, del figlio di una delle coppie più segnate dall’esito referendario, la loro «incerta dichiarazione di fede in un futuro ambiguo e ignoto (…): il loro bellissimo bimbo Brexit». 

Non ci provo neanche a ricostruire gli snodi della trama, che – come si sarà intuito – è ricca di giravolte e di connessioni inaspettate. Mi piace il modo in cui Coe prova a riannodare i fili della storia recente del suo paese, offrendo una ricostruzione che appare coerente con l’idea che mi ero fatto e con molti altri commenti che si sentono in giro. Per certi versi pone sul tappeto le stesse questioni che solleva Houellebecq, ma quanto quest’ultimo è ruvido e disturbante, tanto Coe è educato e corretto come un ospite di Fabio Fazio a Che tempo che fa. Ed è proprio questo l’unico sospetto che resta al termine della lettura: non è che in fondo mi sembra così convincente semplicemente perché mi dice in bella forma le cose che voglio sentirmi dire? Ci penserò su.

(finito il 23 maggio 2019)

Ho parlato di




Jonathan Coe
Middle England
(Feltrinelli, 2018)

trad. di M. Castagnone

400 p. | 19 €

(ed. or. Middle England, 2018)


lunedì 7 ottobre 2019

25 aprile 1945

Costruito più come un film che come un canonico testo di storia – o meglio ancora come una puntata di Blu Notte, con frequenti cambi di scena, flashback and flashforward, una voce narrante che tiene insieme le diverse sequenze e racconta più volte gli stessi episodi attraverso testimonianze diverse portatrici di punti di vista complementari, questo libro non è solo e non è tanto una cronaca di quanto accadde il 25 aprile, quanto un tentativo di descrivere il retroterra che rese possibile quel giorno, così da restituire uno spaccato, anzitutto esistenziale, raccolto dalla viva voce dei protagonisti, di quegli ultimi nove mesi della Resistenza in cui si produsse il travaglio della Liberazione. Perché tale, in effetti fu: se non ci si lascia ingannare dalla distorsione prospettica secondo cui non poteva che finire così, quel percorso non risultò affatto lineare, ma fu attraversato da tensioni e crisi profonde, momenti di angoscia in cui più volte tutto sembrò sul punto di essere perduto. «Il senso di sfida, di dramma, in certi periodi anche di tragedia o di scoraggiamento che caratterizzano la concreta esperienza storica, può essere compreso solamente rinunciando al senno del poi, avvicinandoci per quanto possibile al punto di vista dei protagonisti che, ovviamente, non sapevano come sarebbe andata a finire» (sono parole dello storico Santo Peli riprese qui da Greppi). 

La stessa unità antifascista appare tutt’altro che scontata, in quel contesto, perché le visioni del mondo dei resistenti non erano pienamente coincidenti. Lo dimostrano, tra l’altro, le dissonanze fra i tre uomini che guidarono le operazioni nell’Italia occupata dai nazifascisti e che sono poi i tre principali protagonisti di questo racconto, vale a dire Parri, Longo e Cadorna, al quale – in particolare – il libro dedica una specifica attenzione, anche perché l’autore è un suo nipote che deve aver pensato fosse giunto il momento di restituirgli il dovuto spazio fra i padri della repubblica (ed è un merito: io vergognosamente non ne sapevo nulla). Le mani che si stringono, negli incontri clandestini, «sono mani sincere, di uomini pronti a tutto pur di spazzare via i nazifascisti, sono strette di mano che uniscono, senza dubbio, ma che possono anche avere mille significati nascosti: innanzitutto sondare quanta forza ci mette l’altro, nella stretta». Ma proprio la fragilità della lotta antifascista, l’essere il frutto di difficili e precari compromessi, la rende ancora più significativa, perché ne svela il carattere non ideologico e perché dimostra, se ce ne fosse ancora bisogno, che la prassi e la condivisione possono spesso avvicinare ciò che la teoria separa. 

La scena madre intorno a cui gira tutta quanta la ricostruzione è l’incontro tra gli emissari del CLNAI, da una parte, Mussolini e i suoi, dall’altra, avvenuto nelle stanze dell’arcivescovado di Milano, nel tardo pomeriggio del 25 aprile – anche se a incuriosire è soprattutto il racconto dell’ora che precede quell’incontro, quando il Duce e il cardinale Schuster intrapresero una discussione del tutto surreale, date le circostanze, su temi come il rito ambrosiano e le chiese ortodosse: «provai un senso di maraviglia, constatando la scarsa cultura religiosa di un uomo che aveva avuto in mano le sorti della Cattolica Italia», commenterà più tardi il prelato (con parole adatte anche per gli aspiranti ducetti contemporanei), dai cui ricordi emerge chiaramente il desiderio di poter strappare in extremis un segno di conversione al suo interlocutore, descritto non senza simpatia come un Napoleone ormai approdato nella sua Sant’Elena. Se di questo tete-a-tete, però, abbiamo solo la versione di Schuster, della riunione che segue possediamo invece molti resoconti, sostanzialmente coerenti l’uno con l’altro. I fascisti ci arrivano illudendosi di poter dettare ancora le loro condizioni, ma i partigiani non transigono: la parola d’ordine è “arrendersi o perire”. 

Quando scoprono che in realtà tedeschi stanno già trattando la resa separatamente, i repubblichini danno di matto – o fingono solo di farlo, non è chiaro. Mussolini stesso promette che andrà finalmente a dirgliene quattro al capo delle SS, perchè non si può più tollerare l’atteggiamento di superiorità con cui i nazisti li hanno sempre trattati, e che nel giro di un’ora sarebbe tornato con la sua risposta definitiva – ma forse è solo l’ennesima sceneggiata dal grande istrione romagnolo. Il vertice si chiude infatti con una sua frase «che assomiglia tanto a quella, consumata dalla cultura popolare, di chi esce di casa dicendo: “Vado a comprare le sigarette”. E non torna più». Fino a qualche giorno prima, Mussolini, in Valtellina, arringava gli irriducibili disposti ancora a morire per lui; alla prova dei fatti, ciò che gli interessa è solo garantirsi un minimo margine di vantaggio per coprire il suo maldestro tentativo di fuggire in Svizzera, e chi si è visto si è visto. Chissà, se si fosse arreso avrebbe potuto salvarsi la pelle. «Forse – ma non lo sapremo mai – il duce sarebbe sopravvissuto a un processo. Tutti tendono a chiedersi come sarebbe andata se fosse tornato o non fosse mai uscito da quella stanza, se qualcuno avesse tirato fuori una pistola, a un certo punto, se ci fossero stati dei rappresentanti dei partiti di sinistra» (come Pertini, che più tardi avrebbe raccontato di essersi fiondato in arcivescovado non appena messo al corrente della riunione, per assicurarsi che Mussolini non si allontanasse ed anzi venisse subito giustiziato). Quel che è certo è che «quando i fascisti, dopo essere sbottati, se ne vanno, l’impressione è che non si rendano minimamente conto della rovina che un ventennio di regime, tre anni di guerra fascista e due di guerra civile hanno gettato sull’Italia. L’impressione è che pensino ancora una volta solo ed esclusivamente a loro stessi. Alla loro salvezza, al loro – continuamente sbandierato – “onore”». 

Ma l’onore di chi, poi, e di che cosa? Forse che perseverare ostinatamente nell’errore deve essere considerato un titolo di merito? Mi ha colpito, nei documenti prodotti dalla Resistenza in quel breve giro di mesi, l’insistenza continua sulla parola “patria”, una parola che di primo acchito non assoceresti alla lotta partigiana. Averla ceduta con troppa disinvoltura alla destra è stato un errore dei decenni successivi. Qui, invece, quasi ad ogni riga si percepisce il senso di una vergogna nazionale da riscattare e l’esigenza, anzitutto morale, di mostrare al mondo che c’era anche un’altra Italia che non era stata fascista, non si era piegata e aveva tenuto accesa una fiammella nell’oscurità scesa non dopo l’8 settembre, ma sin dal 28 ottobre 1922: perché è lì, con la connivenza del re e di tanti volenterosi collaborazionisti, che la patria, se non era morta, era andata in coma profondo. Andrebbe rispolverato questo patriottismo non muscolare, popolare ma non reazionario, intransigente nel chiedere anzitutto il meglio a se stessi e desideroso di corrispondere a quel deposito che custodisce quanto di grande la nostra storia e la nostra terra ci hanno consegnato, perché ne fossimo degni – tutto il contrario, cioè, del nazionalismo da vetrina di chi fa l’alzabandiera tutti i giorni, ma è assai indulgente sui nostri difetti e usa strumentalmente, spesso senza neanche conoscerli, i miti del passato per giocare solo a chi ce l’ha più lungo con gli inglesi o con i francesi. E tutto il contrario del nazionalismo narcisistico di Mussolini, che arrivò ad odiare gli italiani perché alla fine non avevano assecondato come lui avrebbe voluto le sue ambizioni personali. 

Disse Parri, in un discorso tenuto appena una settimana dopo la fine della guerra: «la vittoria ci ha procurato qualche cosa che è difficile dire, ha elevato la dignità personale a dignità nazionale ed ha provato, cosa più importante e capitale per noi, che essa è stata ottenuta non per congiure di corridoio ma è stata conquistata dal popolo, attraverso una sua guerra per la liberazione, una guerra di popolo che mi sembra, me lo confermino gli amici storici, la prima della nostra storia nazionale». Certo, come in tutte le vicende umane, anche qui ci sono stati opportunismi, errori e anche malefatte: il peggio che si può fare quando si vuole riconoscere un merito a qualcuno è dire che non ha macchie, perché non lo si rende credibile. Ma quell’impresa, pur se contraddittoria, ha indicato chiaramente una direzione concreta, non priva di rischi, tuttavia praticabile – che ha poi prodotto bene o male l’Italia che amiamo e che continueremo ad amare, in cui sono felice di essere nato, cresciuto e restato. «Questo popolo risanato dà garanzia che saprà difendere un bene che è costato tanto sangue. (…) Il cammino da percorrere è ancora lungo e duro; sarà pieno – certamente – anche di delusioni; ma quella che intendiamo battere è l’unica strada. Battiamola, vi garantisco che ne vale la pena e che se sapremo lavorare questo può essere l’inizio del nostro secondo Risorgimento». Gli farà eco, qualche anno dopo, Cadorna: «ricordando, amici, la storia della Resistenza, non abbiamo nulla da rivendicare, nulla da insegnare, nessun giudizio da chiedere. Ma i nuovi devono sapere quello che è stata l’Italia in un momento alto della sua storia; veramente, credo, il più alto nel quale questo popolo nostro è riuscito a organizzare un’insurrezione popolare e insieme nazionale. Ecco perché la storia di questo momento è così importante. (…) In realtà, ogni giorno, la storia di un popolo pone problemi nuovi ed ogni giorno ha una liberazione da compiere. (…) La sua storia [della Liberazione] è così importante perché educa a queste scelte». Ed è forse anche per questo che il 25 aprile, e solo il 25 aprile, quando parte la fanfara, mi vengono sempre i granet, pensando a quel che è stato fatto, a chi è caduto perché fosse fatto, e a quanto ancora (e tanto) resta da fare.

(finito il 9 giugno 2019)

Ho parlato di



Carlo Greppi
25 aprile 1945
(Laterza, 2019)

252 p. | 18 €

mercoledì 25 settembre 2019

La ragazza con la Leica

Ho già accennato al fatto che periodicamente sento il bisogno di rituffarmi nella Spagna della guerra civile. Le ragioni sono tante: perché fu un palcoscenico calcato da personaggi più straordinari di quelli che si potrebbero inventare degli sceneggiatori di professione; perché vi si scatenarono passioni non sempre condizionate dalla necessità, ma animate da fortissimi ideali; e anche – non da ultimo – perché finì male, monito perenne contro l’ingenuità di pensare che la buona causa basti a garantire la vittoria. Non credo, peraltro, di essere il solo a pensarla così, se è vero come è vero che quelle vicende continuano a suscitare l’interesse di coloro che i libri li scrivono e li leggono. Questo della Janeczek ha avuto anche i suoi quindici minuti di gloria, l’anno scorso, grazie alla vittoria allo Strega. Ed effettivamente la storia che racconta pare proprio una di quelle che cerco io: la vita spericolata e tragicamentre breve di Gerda Taro, che poi sarebbe una delle due metà celate dietro lo pseudonimo del fotoreporter Robert Capa, assunto poi definitivamente dal suo compagno d’arme, d’amore e d’avventura dopo la morte di lei, appena ventisettenne, in seguito a un incidente occorsole, appunto, durante la guerra civile spagnola. All’anagrafe si chiamavano in realtà lei Gerta Pohorylle, lui Endre Erno Friedmann, tedesca di origine polacca l’una, ungherese l’altro, comunisti entrambi, e per questo in fuga dai regimi nazifascisti dei rispettivi paesi, geniali nel comprendere quanto potesse essere utile alla causa il loro occhio e la loro macchina fotografica. 

“Chi è questa che vèn, ch’ogn’om la mira?”: dai ricordi liceali affiora in esergo un Cavalcanti più che mai adatto a restituire il senso di queste pagine, di cui offro un piccolo campionario. «Era spiazzante, Gerda», «questa piccola donna che attrae tutti gli sguardi, questa incarnazione di eleganza, femminilità, coquetterie, di cui nessuno sospetterebbe mai che ragiona, sente e agisce come un uomo». «Era volubile e volitiva, un metro e mezzo di orgoglio e ambizione, senza i tacchi». «Era irrequieta nel suo modo naturale, sola e minuscola rispetto al flusso delle liceali, era l’autonomia fatta persona», «sempre reattiva e incoraggiante e, va da sé, circonfusa di chic e charme come una creatura di un mondo a parte». «Era la gioia di vivere. Qualcosa che esisteva, si rinnovava, accadeva ovunque» e che «non sarebbe mai rientrata negli schemi di nessuno». Ed è un peccato che «oggi nessuno sa più chi è Gerda Taro. Si è persa traccia persino del suo lavoro fotografico, perché Gerda era una compagna, una donna, una donna coraggiosa e libera, molto bella e molto libera, diciamo libera sotto ogni aspetto». Sì, se non lo si fosse capito, Gerda è il motivo per leggere questo libro. Ma forse è anche l’unico motivo. Come quegli attori che riescono con la loro interpretazione a rendere passabili film altrimenti mediocri, così la sbarazzina Gerda che ti fa l’occhiolino in copertina brilla di luce propria al cuore di un romanzo il cui merito è davvero solo quello di averla fatta conoscere ai distratti come me che prima di lei non sapevano nulla. A fine lettura, la sensazione è un po’ quella che si può provare dopo aver visto certe fiction di Rai Uno – quelle, per intenderci, giocate sui flashback e in cui tutta la parte inventata è superflua rispetto al reale vissuto - quando cioè ti chiedi: ok, e adesso dove devo andare a cercare per saperne davvero qualcosa? Mi chiedo se non fosse stato meglio tentare la strada della vera e propria biografia, tanto più che in italiano non ce ne sono. Insomma, non è che bisogna sempre far di tutta l’erba un romanzo, tanto più se si padroneggiano meglio altri registri. Non a caso le due sezioni più riuscite del libro sono il prologo e l’epilogo, in cui l’autrice riprende la propria voce e licenzia due gradevoli saggi che traggono spunto da alcuni ritratti dei due amanti e indagano il rocambolesco percorso cui quelle foto sono andate incontro dal momento del loro sviluppo sino al loro ritrovamento. Alla parte più propriamente narrativa manca, invece, oltre all’invenzione letteraria, quella profondità di sguardo che consente alla ricostruzione storica, sia pure filtrata romanzescamente, di diventare efficace strumento interpretativo, anziché un concentrato di rimandi con cui si vorrebbe ricostruire un ambiente ma che finisce spesso per risultare stucchevole e artefatto. 

Certo, c’è l’alibi narrativo per cui la storia è rievocata da tre persone che hanno conosciuto Gerda (due ne sono stati anche amanti o presunti tali, in fasi diverse della sua vita) e per i quali il ricordo di lei si mescola col ricordo della loro giovinezza fino a confondersi in un mito che la riduce un po’ a santino e annebbia la memoria («che è una forma di immaginazione», si ricorda quasi in chiusura). Ma più che una finezza, questa sembra una scappatoia per mantenersi sul vago e non impegnarsi in un autentico tentativo di decifrare, attraverso Gerda, quel che sono stati quegli anni. Per quanto un’idea chiara, comunque, venga fuori, e cioè che la rivoluzione deve anche essere divertente e non la si possa fare solo con i comizi e le riunioni di sezione, ma pure con la curiosità, una certa dose di impertinenza e forse pure di scemenza. «Se il comunismo al cinema è un po’ noioso, i reazionari vinceranno sempre». Gerda, al contrario, è un vulcano in eruzione, fedele alla linea, sì, ma capace anche «di non voltarsi indietro e, al tempo stesso, non rinnegare nulla». Se non fosse morta in Spagna, sarebbe stata perfettamente a suo agio – si dice – tra i tavolini di Via Veneto al tempo della Dolce Vita come lo era stata nei locali della Montparnasse degli anni ‘30. «Per Gerda, un mondo guarito dalla disuguaglianza avrebbe dovuto realizzare anche il diritto universale al superfluo». La buona battaglia ha, cioè, un che di leggero – ed assume perciò un valore esemplare che sia stato proprio un pesantissimo carro armato a squartare il corpicino esile di questa ragazza che usava la Leica contro il fascismo come un tempo Davide aveva usato la fionda contro Golia. In questo modo, «Gerda tracciava un possibile percorso per il fronte unitario della sinistra, spensierata per natura, speranzosa per principio». Siamo addirittura alle dichiarazioni programmatiche. Ma quando ti ritrovi a dover spiegare le barzellette è segno che probabilmente non le hai raccontate troppo bene.

(finito il 10 maggio 2019)

Ho parlato di



Helena Janeczek
La ragazza con la Leica
(Guanda, 2017)

336 p. | 18 €

martedì 10 settembre 2019

Serotonina

Ancora una volta – si è scritto all’uscita di Serotonina – Michel Houellebecq ha anticipato la realtà. Se il precedente Sottomissione aveva prefigurato una futuribile islamizzazione a una Francia ancora sotto shock per gli attacchi terroristici contro Charlie Hebdo, avvenuti solo pochi giorni prima della sua pubblicazione, dopo quattro anni eccolo tornare in libreria per raccontare di rivolte popolari e scontri di piazza proprio un attimo prima che cominciasse ad imperversare la protesta dei gilet gialli, cui allude espressamente la copertina scelta per l’edizione italiana (quella francese, va detto, è decisamente più sobria). Poco importa che si tratti di un giudizio almeno in parte avventato. Il riconoscimento di presunte capacità rabdomantiche arricchisce di ulteriori sfaccettature il mito maledetto che questo autore ha saputo creare finora intorno a sé soprattutto per non aver mai cercato di dissimulare le proprie idiosincrasie, tanto più quanto più potevano apparire sconvenienti alle persone morigerate e di buone maniere. Ed in effetti, anche se l’adozione della prima persona singolare non dovrebbe mai indurci nella tentazione di sovrapporre scrittore e personaggio, quando quest’ultimo dice «torniamo al mio argomento che sono io, non che sia particolarmente interessante ma è il mio argomento», non è poi così facile capire a quale “io” effettivamente si stia riferendo. Ma l’ambiguità è voluta, Houellebecq ci si trova a suo agio, qui come altrove, e lo schermo narrativo resta comunque sufficientemente solido per evitare che la ventriloquia risulti così smaccata da apparire poco credibile, per quanto il timbro vocale sia sempre facilmente riconoscibile e non ci si possa togliere del tutto l’impressione di leggere per lunghi tratti sempre la stessa storia, sia pure condita con pietanze diverse. Per questo, comprensibilmente, c’è chi lo adora e chi lo odia.

Il fantoccio costruito per l’occasione da Houellebecq si chiama Florent-Claude Labrouste, un uomo che alla rispettabile età di 46 anni sente l’esigenza di tracciare un bilancio esistenziale della sua vita e ci confessa perciò la propria personale versione dei fatti, presentandosi da subito come un fallito che non può incolpare altri che se stesso per i propri errori. Nauseato da ciò che è diventato e non avendo particolari problemi di denaro, decide semplicemente di sparire: si licenzia, vende casa senza dire nulla alla compagna che ha già deciso di lasciare, rinomina gli account, raccoglie tutti i suoi ricordi nello spazio sottile di un laptop e comincia ad alloggiare in una stanza d’albergo rigorosamente per fumatori, grosso modo vicino a Place d’Italie, nell’immenesa Parigi. Questa strana ascesi metropolitana, tuttavia, non migliora le cose. L’allentamento dei legami sociali, al contrario, lo porta a curare sempre meno la sua persona, al punto da spingerlo a consultare uno psichiatra, sia pure senza troppa convinzione. La diagnosi è fulminante nella sua semplicità e forse proprio per questo gli suona convincente: senza tanti arzigogoli, il paziente sta «molto semplicemente morendo di tristezza». «Una tristezza tranquilla – si dice in un altro punto – stabilizzata, non suscettibile di aumento ma neanche di diminuzione, insomma una tristezza che tutto avrebbe portato a ritenere definitiva». 

Per evitare conseguenze spiacevoli e insane, tipo ingollarsi il detersivo, facendosi solo molto male senza neppure uccidersi, in un sussulto di autoconservazione Florent accetta allora di cominciare un trattamento a base di Captorix, uno psicofarmaco che aumenta la secrezione di serotonina, noto ai più come il cosiddetto ormone della felicità. In realtà, questa pasticca «non dà alcuna forma di felicità, e neppure di vero sollievo, la sua azione è di tipo diverso: trasformando la vita in una serie di formalità, permette di raggirare. Pertanto aiuta gli uomini a vivere, o almeno a non morire – per qualche tempo». Di qui in poi, infatti, non è che un semplice trascinarsi avanti, in attesa di quel gesto estremo sempre evocato ma mai praticato. «Il mondo si era trasformato in una superficie neutra, senza rilievo e senza fascino»; d’ora in avanti, la sua vita «si sarebbe riassunta in quello: scusarmi per il disturbo». Se si è in cerca di efficaci descrizioni di una «estenuante e dolorosa prostrazione», di un logorante spleen senza più ideale, questo libro ne è pieno. «Passai il resto della giornata a camminare sul sentiero litoraneo, in un silenzio ovattato, assoluto, passando da un banco di nebbia all’altro, senza mai vedere l’oceano a pochi passi sotto di me; la mia vita mi sembrava informe e incerta come il paesaggio». 

Il Captorix, però, ha una controindicazione non proprio irrilevante, soprattutto per il nostro eroe, ossia la totale scomparsa del desiderio sessuale. É proprio questa presa di coscienza che lo induce a dare al suo bilancio la forma di un pellegrinaggio sulle orme delle donne che hanno avuto un posto importante nella sua vita. Detto in houellebecquese suona così: «nello stesso modo, stavo probabilmente cercando, su scala più ridotta ma che poteva fungere da allenamento, di organizzare un minicerimoniale di addio intorno alla mia libido, o, per parlare più concretamente, intorno al mio cazzo nel momento in cui mi segnalava di essere in procinto di smobilitare; volevo rivedere tutte le donne che l’avevano onorato, che l’avevano amato a modo loro». 

La ragione per cui questa onanistica desolazione assume un rilievo anche politico risiede nel percorso umano e professionale di Florent, in cui traspare qualcosa in più che il turbamento di mezza età del maschio occidentale. Fra le persone che si propone di reincontrare, infatti, c’è anche un amico, anzi l’unico amico che abbia mai avuto, un compagno di studi con cui ha condiviso i sogni di gloria ai tempi dell’università, ma da cui lo separa il diverso percorso intrapreso dopo la comune laurea in agraria. Mentre lui, Florent, è diventato consulente del ministero dell’Agricoltura con l’incarico di dedicarsi in particolare alla tutela e alla salvaguardia dei prodotti tipici del territorio francese, l’altro, Aymeric - che di cognome fa d’Harcourt-Olonde e ha sangue blu nelle vene - ha investito tutti i propri denari nelle terre che la sua famiglia possiede in Normandia sin dai tempi di Guglielmo il Conquistatore per impiantarvi un’azienda agricola biologica finalizzata all’allevamento bovino e alla produzione di latte e formaggi di qualità. Il primo, in teoria, sarebbe pagato per difendere il secondo, ma di fatto diventa un burocrate che contribuisce alle politiche di distruzione dell’agricoltura nazionale, mentre l’altro si spreme in uno sforzo eroico quanto vano di resistere alla forza inesorabile del mercato globale. «Più cerco di fare le cose correttamente, meno riesco a cavarmela», gli aveva confidato tempo addietro, nell’unica rimpatriata che i due si erano concessi dopo essersi persi di vista – e già allora Florent aveva capito che, nonostante tutte le sue buone intenzioni, l’amico era praticamente spacciato. Quando lo rivede, dopo aver lui stesso gettato la spugna, lo ritrova distrutto, abbandonato dalla moglie per «l’ennesimo finocchio londinese» (che l’ha sedotta incantandola al pianoforte), traboccante di frustrazione. Mio padre – constata – «non ha mai fatto niente di utile in tutta la sua vita (...) e ha lasciato intatto il patrimonio degli Harcourt. Io invece cerco di metter su qualcosa, mi ammazzo di lavoro, mi alzo ogni giorno alle cinque, passo le mie serate a fare conti – e il risultato, alla fin fine, è che impoverisco la famiglia...». Dissanguato progressivamente dalle perdite, Aymeric è costretto a cedere particella per particella gran parte dei suoi possedimenti ad acquirenti stranieri, in quella che appare come una vera e propria svendita del suolo patrio. Tutto questo è grasso che cola per l’ideologia rosso-bruna: i mali della globalizzazione, le quote latte, la concorrenza sleale dei paesi asiatici e sudamericani, i tecnocrati di Bruxelles, l’attaccamento alle radici… A un certo punto il tappo salta e ritroviamo Aymeric sulle barricate, a cercare la bella morte come i suoi blasonati antenati alle crociate. «Morire con le armi in pugno per proteggere i contadini francesi, (…) questa era sempre stata la missione della nobiltà», commenta Florent-Houellebecq, che anche in altri punti si lascia prendere da un moto di nostalgia per una società gerarchica in cui i facchini sostenevano i bagagli dei signori, ma almeno non c’era la disoccupazione introdotta dal libero mercato. 

Tutto questo c’è, indubbiamente – ed offre spunti di riflessione che meritano di essere raccolti, al di là delle provocazioni. Ma è veramente questo il focus del romanzo o non è piuttosto una forma di depistaggio? Su quel piano, sembra dire Houellebecq, la partita è definitivamente persa. Per l’Occidente giudeo-cristiano il terzo millennio appena cominciato è «il millennio di troppo, nello stesso senso in cui per i pugili si parla del combattimento di troppo». Tutto è compiuto, requiescat in pace, amen. E tuttavia in questa tenebra senza speranza non sono impossibili momenti di non trascurabile felicità. Florent lo sa, li ha vissuti: avrebbe potuto aggrapparsi a uno di essi, tenerselo stretto e difenderlo con tutto se stesso, ma non è stato capace di farlo, neanche lui sa perché. Questa felicità possibile ha un nome antico e banale quanto la più vecchia delle barzellette: «il mondo esterno era duro, spietato con i deboli, non manteneva quasi mai le promesse», ma «l’amore restava l’unica cosa in cui si potesse ancora, forse, avere fiducia». Altro che Captorix, «non credo di ingannarmi paragonando l’amore a una sorta di sogno a due, certo con brevi momenti di sogno individuale, piccoli giochi di congiunzioni e incroci, ma che comunque permette di trasformare la nostra esistenza terrena in un momento sopportabile – ed è anche, a dire il vero, l’unico modo per riuscirci». Curiosamente Kurt Vonnegut, in Madre notte, ha parole simili e altrettanto belle: «buon Dio… quando i giovani diventano interpreti di tragedie politiche che mettono in scena milioni di personaggi, un amore senza riserve è l’unico vero tesoro a cui possiamo aspirare. Das Reich der Zwei, lo stato di due persone… il suo territorio, un territorio che la mia Helga e io difendevamo tanto gelosamente, non si spingeva molto più in là dei confini del nostro grande letto a due piazze». Ma Houellebecq non si accontenta: scomoda i pesi massimi, Mann e Proust, per concludere quasi vergognosamente che alla fine della fiera la puoi girare come vuoi, ammantarla di paroloni o disperderla in romanzi-fiume, ma la verità è che è solo di questo che noi abbiamo unicamente bisogno. 

Perciò, dopo aver denunciato Dio come «uno sceneggiatore mediocre», perché «nella sua creazione non c’è niente che non abbia il segno dell’approssimazione e dell’insuccesso, quando non quello della cattiveria pura e semplice», ecco la sorprendente rivelazione finale: «in realtà Dio si occupa di noi, pensa a noi in ogni istante, e a volte ci dà direttive molto precise. Questi slanci d’amore che affluiscono nei nostri petti fino a mozzarci il fiato, queste illuminazioni, queste estasi, inspiegabili se consideriamo la nostra natura biologica, il nostro statuto di semplici primati, sono segni estremamente chiari. E oggi capisco il punto di vista del Cristo, il suo ripetuto irritarsi di fronte all’insensibilità dei cuori: hanno tutti i segni, e non ne tengono conto. È proprio necessario, per giunta, che dia la mia vita per quei miserabili? È proprio necessario essere così esplicito? Parrebbe di sì». É però una rivelazione inutile, perché Florent, come tutti quelli che ha in mente Houellebecq, non ci crede più. «Avevo appena capito che era finita, (...) che non sarei riuscito ad alterare il corso delle cose, che i meccanismi dell’infelicità erano più forti, che non avrei mai ritrovato Camille e che saremmo morti soli, infelici e soli, ognuno per conto suo». Ma non si può cancellare la sensazione che dopotutto questo non sia altro che un fottutissimo, malato, disperato, ostinato inno all’amore. 

(finito il 14 marzo 2019)

Ho parlato di


Michel Houellebecq
Serotonina
(La Nave di Teseo, 2019)

trad. di V. Vega

332 pp. | 19 €

(ed. or. Serotonine, Paris 2019)

lunedì 26 agosto 2019

Il nome della rosa

Non so se vi sia piaciuta e non posso neanche darne un giudizio complessivo, dato che mi sono arenato alla quarta o quinta puntata, ma la serie tv con John Turturro trasmessa questa primavera su Rai 1 almeno un merito per me ce l’ha avuto: mi ha fatto venire voglia di rileggermi il libro. Dovrebbe essere stata la terza volta, se non mi sono perso qualche passaggio. Tutte e tre, va detto, sempre nella stessa edizione, primo volume a prezzo di lancio della collana – manco a dirsi - “La Grande Biblioteca” Fabbri Editori, a cui sono affezionatissimo perché prodotto tipicamente degno di un topo da edicole qual ero (soprattutto un tempo) e anche perché uno dei primi libri contemporanei che mi sono comprato con le quattro lire racimolate tra onomastici e compleanni. Il colophon indica gennaio ‘94: all’epoca facevo le medie, non sapevo davvero niente del mondo e abboccavo abbastanza facilmente ai superlativi sempre generosamente concessi ai venerati maestri. Il nome della rosa era un titolo di cui avevo sentito parlare con reverenza e nella mia testa mi ero fatto l’idea che fosse un monumento della letteratura universale al pari – che so? - della Divina Commedia, per cui si può comprendere il viscerarle orgoglio di averne finalmente una copia tutta per me. 

Cosa volete che capissi della prefazione, in cui si dottoreggiava (con ironia, ma che ne sapevo?) di Mabillon, Gilson, Vallet e dell’ineffabile Milo Temesvar? Come potevo sapere che Jorge da Burgos era la controfigura di Jorge Luis Borges? Come potevo immaginarmi che ci fossero più livelli di lettura? Però che cosa curiosa che un libro che mi aspettavo serissimo si aprisse invece con la mappa dell’abbazia, esattamente come accadeva nei librogame di cui andavo pazzo, ma che – come diceva il nome – erano fatti, appunto, per puro divertimento. E che spasso la pianta della biblioteca, con quella specie di crucipuzzle che consentiva di individuare l’ordinamento dei volumi sugli scaffali. E che tipo bizzarro quel frate che sembrava in tutto e per tutto Sherlock Holmes in uno dei suoi mirabolanti travestimenti (il nome non mi diceva nulla, ma l’ammiccamento alla provenienza potevo coglierlo perché al 221-B di Baker Street ero già di casa). E poi l’inusuale ambientazione storica, tutto quel parlare di libri, il titolo indecifrabile, l’ingegnoso meccanismo che sta alla base dei delitti e che, a differenza di tanti altri romanzi gialli letti prima e dopo, non mi ha mai fatto dimenticare chi è, qui, l’assassino: insomma, mi resi subito conto che si trattava di un libro diverso dagli altri, di un libro bello proprio perché “strano”, esattamente come il codice miscellaneo che sta al centro dell’intera vicenda, anche se allora non avrei saputo dire esattamente il perché. 

Sperando di capirlo, tentai una prima rilettura più o meno a ridosso del corso di filosofia medievale, tenuto peraltro da un docente che, per aspetto e per affinità tematica, ricordava a tutti gli studenti – e, devo dire, soprattutto alle studentesse – il Guglielmo da Baskerville impersonato da Sean Connery. Tuttavia, nonostante le buone intenzioni e il maggior bagaglio di conoscenze che in teoria a quel punto avrei dovuto possedere, di quella ripresa non ho pressoché ricordi. Questa nuova immersione, invece che effetto mi ha fatto? La prima impressione resta quella di un marchingegno perfetto che sfrutta le regole del genere poliziesco – al modo di Fruttero & Lucentini e ancor più di Sciascia – come strumento interpretativo per orientarsi nella torbida vita civile italiana. É stato già ampiamente scritto come dietro agli inquisitori e al guazzabuglio di eretici di cui il libro abbonda si possono scorgere figure e tendenze politiche tipiche degli anni di piombo, con le loro convergenze parallele e i compromessi più o meno storici, i cattivi maestri e i faccendieri, i grandi vecchi e i sempliciotti che restano col cerino in mano, i golpisti e i compagni che sbagliano. «É molto difficile per un nordico farsi idee chiare sulle vicende religiose e politiche d’Italia» (figuriamoci in questi giorni!): tanto vale, allora, provare a farlo parlando di fraticelli e dolciniani. Naturalmente è un gioco, con tutte le forzature del caso (per cui trovo stucchevoli le obiezioni di chi punta il dito contro le eventuali sbavature storiche). Ed è sicuramente anche un’operazione editorialmente furbetta. Ma che male c’è, se è consapevole, se c’è scritto da tutte le parti che è un libro sui libri fatto di libri? In quegli stessi anni Battiato rispose, a chi si era un po’ sfracassato le palle di tutto quello Stockhausen, “insomma, volete un disco di canzonette?” - e tirò fuori dal cilindro L’era del cinghiale bianco e La voce del padrone. Chapeau. Ci si può divertire anche senza essere sguaiati. 

Il riso è appunto uno dei fili conduttori di un racconto ben architettato che invita a diffidare dei grandi racconti ben architettati e soprattutto degli affabulatori che li diffondono,. «Temi, Adso, i profeti e coloro disposti a morire per la verità, ché di solito fan morire moltissimi con loro, spesso prima di loro, talvolta al posto loro». In tempi di rigurgitanti neofanatismi, resta ancora aperta la sfida tra Jorge e Guglielmo, tra chi pensa, cioè, che la verità gli appartenga in modo definitivo, possa solo essere custodita e vada difesa contro tutto e contro tutti, costi quel che costi – e chi a una verità aspira, ma la considera inafferrabile e sfuggente all’intelletto umano, multiforme come i linguaggi possibili in cui può essere espressa e non può accettare perciò che diventi criterio assoluto di giudizio sulla base del quale versare il sangue di altri uomini. Finisce sempre male, quando il fuoco e il ferro rovente di Bernardo Gui si oppone al fuoco e al ferro rovente di Dolcino. Meglio una più pacata lotta di opposte arguzie senza troppe pretese di salvezza. «Forse il compito di chi ama gli uomini è di far ridere della verità, fare ridere la verità, perché l’unica verità è imparare a liberarci dalla passione insana per la verità». L’ironia contro il terrore, dunque – e questo a Eco non è mai stato perdonato dai torvi apocalittici nostrani, che vi hanno sempre visto puzza di relativismo. Effettivamente Guglielmo «rideva solo quando diceva cose serie, e si manteneva serissimo quando presumibilmente celiava». Lo si presenta come semplice understatement british, ma è un tratto tipicamente socratico, anche se il lessico sembra più quello di Rorty. 

Eco, però, si spinge forse ancora più in là. Per gran parte del romanzo, si può avere la sensazione che, pur in mancanza di un solido fondamento, sia possibile quantomeno ricostruire una parvenza di verità, una piccola trama di certezze limitate ma attendibili fra gli eventi contingenti del mondo, insomma che una flebile luce razionale possa comunque illuminare i nostri passi, che l’intellettuale possa aiutarci a scoprire dei segni là dove noi percepiamo solo impressioni isolate. Se non sperasse di trovarle un colpevole, del resto, l’investigatore non accetterebbe neanche l’incarico che gli viene affidato. «In un momento in cui – dice Guglielmo – come filosofo, dubito che il mondo abbia un ordine, mi consola scoprire, se non un ordine, almeno una serie di connessioni in piccole porzioni degli affari del mondo». Ma il corso delle cose è così caotico, il mondo così bizzarro, che puoi sforzare finché vuoi tutta la tua intelligenza nel cercare tracce di un disegno complessivo, ma quel disegno si sfalda di continuo davanti ai tuoi occhi, perché un disegno in realtà non c’è, se non quello che, surrettiziamente, qualcuno cerca di imporre perché, a sua volta, lo ha letto in un libro. «Non v’era verità (…) e io l’ho scoperta per sbaglio»: ecco la morale, in forma di paradosso. Se volete, più filosoficamente: «perché vi sia specchio del mondo occorre che il mondo abbia una forma» - e su questo restano molti dubbi. E così alla fine la ricerca non approda a nulla, anzi produce indirettamente la distruzione di ciò che stava cercando, degli innocenti finiscono comunque sul rogo, papi e imperatori continueranno a muovere le loro pedine come se niente fosse, e anche per questa volta i sigilli restano ben chiusi. E noi nomina nuda tenemus: «ma allora posso sempre e solo parlare di qualcosa che mi parla di qualcosa d’altro e via di seguito, ma il qualcosa finale, quello vero, non c’è mai?». 

A suo modo, il libro (uscito nel 1980) preconizza il riflusso. Di fronte alla possibilità di andare ad Avignone ad esporre le sue tesi, Guglielmo risponde “no, grazie”. Il tempo della militanza si è chiuso: oggi parliamo – appunto – di libri e tutt’al più facciamo semiotica. Accade però che nel frattempo qualcosa cambia: giullari e saltimbanchi prendono il potere e ci convincono che, se tutto è finzione, si possono governare i paesi con le barzellette. Se dovesse prevalere l’arte dell’irrisione, paventava Jorge, «essa chiamerebbe a raccolta le forze oscure della materia corporale, quelle che si affermano nel peto e nel rutto, e il rutto e il peto si arrogherebbero il diritto che è solo dello spirito, di spirare dove vuole!”». É questo il rovello filosofico del post-postmodernismo, per cui anche Eco, da vecchio, è tornato un po’ moralista. Il mondo vero sarà pure una favola, ma come possiamo evitare che diventi un racconto dell’orrore?

(finito il 22 marzo 2019)

Ho parlato di


Umberto Eco
Il nome della rosa
(Fabbri Editori, 1994)

516 pp.

(ed. or. 1980)

giovedì 8 agosto 2019

La montagna incantata

Narra la Bibbia che, giunto per la prima volta presso il monte di Dio, di fronte al roveto che ardeva senza consumarsi, a Mosé fu intimato di togliersi i sandali, perché quello era un luogo santo. É più o meno con la stessa palpitazione in cuore che provo a balbettare le mie sensazioni dopo essermi accostato a quest’altra montagna, interamente fatta di parole, imponente e bellissima come un massiccio alpino, scalando la quale alle volte ti manca perfino l’aria per quanto si vola alto, in zone rarefatte del pensiero, quasi a contatto con le sfere celesti. «Il cielo splendeva intensamente azzurro sopra i nuovi getti a lancia in cima agli abeti, mentre la località nel fondovalle brillava di luce vivida al calore, e lo scampanio delle mucche, libere in giro e intente a brucare dai pendii l’erba breve e scaldata dal sole, empiva l’aria d’un placido incanto». Ma in questo paesaggio incontaminato si innalza un edificio di infezione e di morte, un lussuoso sanatorio per malattie polmonari che accoglie degenti di varia provenienza. Non è che la prima, appariscente, opposizione su cui si regge l’intero romanzo, interamente ambientato a Davos, prima che questo villaggio svizzero diventasse meta di economisti e finanzieri. La seconda opposizione, altrettanto netta, è quella tra questo mondo d’alta quota, posto seimila piedi al di là dell’uomo e del tempo (Silvaplana non è distante), e il mondo «di laggiù», quella prosaica e indaffarata regione a una dimensione da una delle cui capitali, la brulicante Amburgo, giunge bel bello, in un giorno d’estate del 1907, il giovane Hans Castorp, «né un genio né uno sciocco», rampollo di buona famiglia e ingegnere navale fresco di laurea, in procinto di entrare come praticante nella celebre ditta Tunder & Wilms: insomma, «un uomo del traffico mondiale e della tecnica», un perfetto prodotto dell’Ottocento trionfante, il cui destino, proprio per questo, può assumere per Mann «un certo significato superpersonale». In realtà, Castorp affronta questo lungo viaggio non per sé, ma per visitare il cugino Joachim, la cui sospirata carriera militare è stata momentaneamente interrotta dalla salute cagionevole. Quel che ancora non sa, quando approda al sanatorio, è che l’ascesa che ha compiuto è appena l’inizio del suo percorso iniziatico di risalita dalla caverna. Convinto come tutti di essere sano, scopre infatti per caso di covare anch’egli una malattia, che lo costringerà, dapprima controvoglia, poi con sempre maggior convinzione, a restare confinato lassù per sette anni, un po’ come accadrà ad Heinrich Harrer in Tibet. E probabilmente ci sarebbe rimasto per sempre, perché, anche quando gli diagnosticano la guarigione del corpo, Castorp appare ormai del tutto indifferente alle sirene del secolo, se non fosse per quel colpo di tuono esploso a Sarajevo che «spacca la montagna magica e mette bruscamente alla porta il dormiglione», improvvisamente deciso ad arruolarsi. Sul campo di battaglia lo guardiamo «ancora una volta nel viso schietto, prima di perderlo di vista» per sempre. Non sappiamo che fine farà, anche se non nutriamo molte speranze sulla sua sopravvivenza. Ad ogni modo, la vita è aperta. 

La trama, di per sé, è tutta qui. Però Mann utilizza il microcosmo di Davos per allestire un fenomenale spaccato del “mondo di ieri” travolto dalla bufera bellica e il modo in cui coniuga una minuziosa attenzione al dettaglio con una potente visione d’insieme dimostra una padronanza tecnica del mezzo quale raramente, confesso, ho mai visto – e, almeno sotto questo profilo, forse si tratta davvero del libro migliore fra quelli che ho letto: qui ogni singola parola è attentamente selezionata per descrivere con precisione puntuale il minimo particolare e al tempo stesso si carica di una profondità simbolica che sprigiona una molteplicità di significati e livelli di lettura di cui avrò colto sì e no qualche frammento. Mann stesso sostiene che il libro andrebbe letto due volte, se non ci si é troppo annoiati la prima – e se questo vale in generale per tutti i classici, devo dire che il suggerimento qui è particolarmente pertinente. Siamo letteralmente alle prese con un romanzo-mondo, sia pure giocato interamente ai margini del mondo, in quel particolarissimo limbo che è il luogo di cura, o meglio ancora con un’enciclopedia tribale della modernità, zeppa di riferimenti che spaziano dalla biologia dei protoplasmi alla nuova tecnologia dei raggi x e del cinematografo, o ancora con un’apocalisse ermetica senza lieto fine, in cui la Gerusalemme terrena e quella celeste continuano a non incontrarsi. 

Quest’ultima tensione è ben rappresentata dallo scontro ideale che per gran parte del libro oppone i due personaggi intestatisi il compito di educare il giovane Castorp, attraverso una battaglia dialettica che per finezza argomentativa e lucidità di pensiero non è inferiore alle logomachie allestite da Platone. Da un lato il framassone Settembrini, espressione del pensiero umanista, illuminista e positivista: laico, progressista, esuberante sostenitore del razionalismo occidentale contro il misticismo asiatico e profeta della parola come promotrice di civiltà. Dall’altro il gesuita Naphta, pensatore luciferino e intransigente, convinto assertore della superiorità assoluta dell’ordine divino su quello umano, così rigorosamente ascetico da auspicare gelidamente la catastrofe mondiale perché si affermi in ultimo, come deve essere, la gloria di Dio. Tutto semplice, allora: il rosso e il nero l’un contro l’altro armati? Niente affatto, e non solo perché la disputa resta, anch’essa, perennemente aperta – Settembrini messo spesso alle strette da Naphta nel suo ingenuo ottimismo, Naphta terribilmente affascinante in un esercizio critico che però, a forza di sottigliezze, finisce per sbriciolare il senso stesso di ogni cosa – ma soprattutto perché, con un incedere che sembra la messa in sublime copia di ciò che in Hegel spesso è così farraginoso, queste due posizioni scivolano sorprendentemente di continuo l’una nell’altra, al punto che spesso non si capisce più chi è il santo e chi il libero pensatore, chi il conservatore e chi il giacobino, chi è per la religione e chi è contro di essa, chi per Dio e chi per il diavolo. «Ahimé, i principi e gli aspetti si stavano continuamente tra i piedi, di contraddizioni interne non c’era penuria (…). Era la grande confusione, quell’incrociarsi, quell’intrecciarsi di tutto», su cui Mann stende la sua raffinata ironia, ma che al tempo stesso gli permette di enucleare quel problema che mi turba e mi appassiona ogni giorno di più e che definirei l’osmosi continua tra le polarità opposte della modernità – quel rovesciamento del razionale in irrazionale e dell’irrazionale in razionale che consentì continue interazioni tra elementi apparentemente inconciliabili già molto prima del patto Molotov-Ribbentropp. «Spingevano tutto all’estremo, quei due, come è forse necessario quando si viene ai ferri corti, e litigavano accaniti per un’alternativa suprema, mentre a lui sembrava che nel mezzo, tra le esagerazioni contestate, tra il retorico umanesimo e la barbarie analfabeta, ci doveva pur essere quello che si potrebbe chiamare l’umano». É dunque questo il senso fondamentale della prima contraddizione della Scienza della logica

Entrambi gli estremismi, del resto, sembrano avere il fiato corto, e non solo per questioni di salute. Il cantore delle magnifiche sorti e progressive se ne sta confinato fra i monti a pontificare mentre la tanto decandata civiltà occidentale si getta nel baratro delle trincee; il denigratore del mondo spinge a tal punto in avanti il proprio radicalismo da non poter approdare ad altro esito che all’autodistruzione, lui con tutto il suo Valhalla. E allora dico, gettando lì i miei due poveri penny, che questo romanzo in cui svolge una funzione essenziale la riflessione sul tempo, continuamente dilatato e contratto (e non potrebbe essere diversamente, negli anni di Einstein e di Proust), mi appare anche come un’enorme rappresentazione dell’adolescenza, quell’epoca tipicamente senza mezze misure, in cui un singolo anno mi sembra che ne sia durati dieci, se confrontato coi decenni successivi, quasi volati senza accorgermene – quel periodo di innamoramenti selvaggi e incomprensibili (come quello che Castorp prova per madame Chauchat), di epifanie avvenute spesso proprio in montagna e durante le quali mi sembrava di aver capito tutti i misteri del cosmo, tanto da consegnare allo scritto riflessioni che allora mi apparivano profonde e oggi di un candore imbarazzante. Poi, a un certo punto, improvvisamente, la vita chiama e chissà se sei davvero pronto. Forse la fatica di farsi uomini, per non restare adolescenti a vita, consiste appunto nell’orientarsi fra le antitesi, imparando, poco per volta, che gli opposti, per quanto suggestivi per il loro apparente nitore, sono in realtà impraticabili e pericolosi, perché la vita è, sempre, a un tempo amore e morte, sì e no (come diceva Camus), e riunisce ciò che la mente separa. «Morte o vita; malattia, salute; spirito e natura. Sono forse contraddizioni? Domando: sono forse problemi? No, non sono problemi (…). La sconsideratezza della morte è nella vita, senza di essa la vita non sarebbe vita, e nel mezzo sta l’homo Dei – nel mezzo tra leggerezza e ragione – come nel mezzo tra mistica comunità e vana individualità è il suo stato. (…) L’uomo è signore delle antitesi». Il che comporta, però, un’assunzione di responsabilità personale da cui troppo facilmente abdichiamo con la scusa di non voler compiere inciuci.

(finito il 27 febbraio 2019)

Ho parlato di


Thomas Mann
La montagna incantata
(Corbaccio, 2012)

trad. di E. Pocar

704 pp. | 19,90 €

(ed. or. Der Zauberberg, Berlin 1924)