domenica 12 luglio 2020

Giulio

Metti che sei un intellettuale di spessore, uno di quelli la cui parola pesa e fa notizia, perché ti sei costruito una solida credibilità con la tua opera e sei già considerato un classico ancora in vita. Metti però che sei anche uno sradicato che per continuare quell’opera ha bisogno di appoggi, entrature, amicizie, in un’epoca in cui i nervi di tutti sono a fior di pelle e basta un minimo passo falso per rovinarsi la carriera. Metti che, ciò nonostante, sei comunque uno spirito sbarazzino e non disdegni di esercitare la tua vastissima cultura per produrre satire e calembour su questioni di attualità che poi ti diverti a condividere nelle chat private con gli amici più stretti, ai quali sai che strapperai in questo modo una risata liberatoria con cui attenuare momentaneamente la comune preoccupazione per come stanno andando le cose nel mondo. Metti, infine, che tu consideri questi giochi come una silenzioza strizzatina d’occhio rivolta a persone capaci di coglierne il senso, ben consapevole che la vita poi richiede continui accomodamenti, il discorso pubblico tutt’altro contegno, non per ipocrisia, ma perché le parole sono strumenti potenzialmente pericolosi e vanno usate per ricucire anziché per lacerare le coscienze esasperando i toni. Posto tutto questo, fai conto che a un certo punto irrompa sulla scena un predicatore che invece non accetta più compromessi e grida sui tetti quello che tu spifferavi di nascosto ai tuoi sodali, senza neanche la copertura dell’arguzia dotta, ma dicendo pane al pane, e che fra i tuoi contatti, fra quelli che ti venerano come maestro e avevano accesso alle tue confidenze personali, qualcuno lo segua, si entusiasmi e, non pago, ti tiri per la giacchetta affinché anche tu prenda più decisamente posizione, perché finalmente si prova a fare quello che tutti avevate sempre sperato - e che quando invece tu tergiversi, inviti alla moderazione, a non perdere la testa, con un po’ di delusione alcuni di loro comincino a lanciare sinistre allusioni: ma come, proprio tu, proprio tu che scrivevi….? 

Eccolo, abbozzato a grandi linee, il dramma vissuto da Erasmo da Rotterdam dopo il 1517, l’anno di Lutero e delle tesi di Wittenberg, ma anche l’anno in cui uscì in prima edizione dai torchi di Magonza un libriccino destinato a conoscere, negli anni successivi, una marea di ristampe e di copie pirata, spesso in versioni economiche idonee a una circolazione semiclandestina – e che a Erasmo costerà più di un mal di pancia. A cosa si deve tanto trambusto? Al fatto che si tratta di un dialogo lucianesco in cui si racconta di come papa Giulio II, morto da poco, si presenti alle porte del paradiso alla testa di un codazzo di nerboruti mercenari a cui aveva promesso ricompense eterne in cambio dei servizi di bassa macelleria svolti in suo nome nelle numerose guerre bandite in vita, e di come questi scopra suo malgrado che nel suo mazzo le chiavi giuste per far girare la serratura non ci siano, nonostante tutto ciò che era stato affermato dalla retorica pontificia e dalle decretali sul tema. Peggio ancora, richiamato da tutto quel baccano (immaginatevi l’aspirante vip bloccato all’ingresso del Billionaire: “ma insomma! Fatemi entrare! Che figura che mi fate fare! Voi non sapete chi sono io!”), sarà poi Pietro in persona a negare l’accesso al suo sedicente vicario, che mostra di non conoscere e nel quale soprattutto non vede nessuna delle caratteristiche che un suo successore avrebbe dovuto possedere per essere degno di tale carica. Giulio parla infatti una lingua completamente diversa da quella del pescatore di Galilea (non per nulla ha attinto il suo nome dalla storia pagana, anziché dal martirologio romano), e a lui si rivolge senza alcuna deferenza, ma col piglio sprezzante di chi, dall’alto del suo prestigio, è costretto a perdere tempo con un pitocco. “Eravate quattro straccioni – gli dice suppergiù – senz’arte né parte, chiusi nelle vostre catacombe, mentre io ho trasformato la Chiesa una potenza mondiale, l’ho resa bella richiamando frotte di artisti a palazzo, ho fatto sì che tutti temano un pronunciamento del papa e tremino al suo cospetto: ora sì che essa conta davvero qualcosa, non come ai vostri tempi, quando eravate perseguitati da tutti!”. Ritratto indubbiamente fazioso, ma non privo di una sua sinistra grandezza e che forse lo stesso Giulio, paradossalmente, avrebbe apprezzato, perché non si nascondono affatto le sue conquiste terrene - le uniche, probabilmente, che gli interessassero davvero (“ma se togli tutta la gloria mondana – dice quasi sgomento a un certo punto – che cosa resta?”). 

Il gioco, qui, non sta tanto nel denunciare le meschinità dell’uomo, quanto l’incongruenza tra l’originario mandato apostolico e l’istituzione che ne è derivata. Giulio è stato un politico abile e spregiudicato, un condottiero a suo modo geniale, capace quant’altri mai di manipolare nemici e alleati come fossero marionette, un vero “principe” nel senso che andava teorizzando in queglli anni Machiavelli, ma che ci azzecca tutto questo col Vangelo? Quando rivendica di aver “ingrandito il patrimonio di Pietro”, quest’ultimo gli risponde, basito: “ma quale patrimonio? Se siamo stati inviati da nostro Signore senza bastone né bisaccia! Ma di che cosa ti parlavano i tuoi predicatori?”. “Mi esaltavano paragonandomi a Giove assiso in cielo”, replica l’altro compiaciuto (tutto vero, tra l’altro, documentato nella predica del venerdì santo nell’anno 1509). Più volte Giulio se ne esce confessando candidamente che in effetti è la prima volta che gli capita di ascoltare i passi evangelici richiamati da Pietro (“e questa cosa qui da dove l’hai tirata fuori? Mai sentita”). La Chiesa che ha in mente è infatti un organismo del tutto terreno, in cui i simboli cristiani si sono semplicemente sovrapposti alle precedenti insegne pagane (esattamente come lui, sotto la tonaca, indossa l’armatura). É la stessa Chiesa che piace tanto agli atei devoti, perché usa il loro medesimo linguaggio - non laico, ma mondano - e riconosce le loro medesime regole: qualcuno con cui trattare per spartirsi il potere, non una voce profetica e libera da cui farsi provocare – quella lasciamola alle anime belle, agli ingenui, ai poveri Franceschi che ci credono per davvero. 

Insomma, voi capite, ce n’è abbastanza per cacciarsi in grossi guai e comprensibilmente il testo apparve anonimo. Per la verità, il frontespizio delle primissime edizioni riportava una sigla che avrebbe dovuto depistare le tracce, ma nessuno abboccò all’amo. Si aprì invece una vera e propria caccia (letteraria) all’uomo, a cui lo stesso Erasmo partecipò con le sue argomentate congetture sul sedicente autore. Oggi, però, siamo pressoché certi che quell’autore fosse lui – e la vicenda che c’è dietro il suo scritto, mirabilmente ricostruita da Silvana Seidel Menchi nell’introduzione al volume, è un capitolo di storia intellettuale europea che merita davvero di essere conosciuto e che costituisce un vero e proprio libro nel libro, non meno stimolante di quello che ne è all’origine. Nato come una mezza boutade fra amici, messo in circolazione per condividere un sentimento di opposizione altrimenti soffocato, più o meno come si fa oggi quando si inoltra un meme un po’ audace, a un certo punto quel dialogo sfugge al controllo di chi l’ha scritto e finisce in piazza proprio mentre gli eventi subiscono una violentissima accelerazione diventando così un potente manifesto politico-religioso. Erasmo passerà tutto il resto della sua vita a negarne pubblicamente la paternità e le lettere scambiate con i vecchi amici ora passati al campo luterano hanno il tono di certi confronti fra ex sessantottini che hanno fatto le occupazioni insieme e si sono ritrovati, negli anni ‘90, a votare gli uni per Prodi e gli altri per Berlusconi. Con la letteratura umanistica si può provare abbastanza spesso una sensazione di scipitezza al primo assaggio, proprio perché non è facile cogliere la fitta trama di relazioni che innerva i suoi molteplici sottotesti e decodificare tutti i suoi mascheramenti. Qui è già un po’ più semplice del solito, ma la mediazione della curatrice ti apre davvero mondi interi. Ed Erasmo stesso ne esce un po’ meno imbolsito e un po’ più spumeggiante di quanto ti fosse mai apparso finora.

(finito il 10 ottobre 2019)

Ho parlato di


Erasmo da Rotterdam
Giulio
(Einaudi, 2014)

a cura di Silvana Seidel Menchi

CXLII-172 pp. | 28 €

martedì 30 giugno 2020

Terra e spazio. Volume 2

Per celebrare adeguatamente il cinquantenario del piccolo passo di Neil Armstrong sulla superficie lunare, nel luglio 2019 i curatori di Urania hanno avuto la felice intuizione di distribuire nelle edicole il secondo dei quattro tomi in cui è stata scorporata la traduzione della raccolta completa dei racconti di Arthur C. Clarke, quello, cioè, contenente uno dei testi che più ha contribuito, in appena una dozzina di pagine, a definire l’immaginario collettivo del secondo Novecento - e per possedere finalmente il quale (già letto chissà quando e chissà dove, tanti anni fa) ho volentieri acquistato l’intero volume, quando si è trattato di scegliere il consueto libro di fantascienza che mi avrebbe dovuto accompagnare in spiaggia l’estate scorsa. Parlo, ovviamente, de La sentinella (da non confondere con il quasi omonimo, pressoché coevo, e forse ancor più celebre Sentinella, senza articolo, di Fredric Brown). Breve ragguaglio contenutistico: in un ipotetico 1996, una spedizione scientifica sulla Luna individua «una struttura scintillante, di forma quasi piramidale, alta il doppio di un uomo, incastonata nella roccia come una gigantesca gemma dalle mille sfaccettature». Se non bastasse a convincercene la sua fattura raffinata, il fatto che l’oggetto risulti protetto da una una sorta di campo di forza attesta al di là di ogni dubbio la sua origine artificiale, ancorché del tutto misteriosa (suona familiare? Certo, è lo spunto da cui ha dichiaratamente preso le mosse Kubrick per 2001 Odissea nello spazio). Questo manufatto è un’autentica sfinge che sfida tutte le convinzioni umane. Solo dopo vent’anni di studi riassunti nel giro di una riga – ci dice il narratore – «quello che non riuscimmo a capire lo spezzammo (...) con la selvaggia potenza dell’energia atomica, così che adesso io ho visto i frammenti di quella cosa bella e scintillante che trovai lassù fra le montagne». E la conclusione, a prima vista avvilente, è che questi frammenti «non significano assolutamente nulla. I meccanismi, sempre poi che fossero meccanismi, della piramide sono il frutto di una tecnologia molto al di là del nostro orizzonte, forse di una tecnologia di forze parafisiche».

Ecco, il racconto è tutto qui, interamente giocato, dapprima, sul senso di meraviglia per l’avvenuto contatto, seppur “archeologicamente” mediato, con una civiltà aliena, quindi sulle congetture formulate dal protagonista di fronte alla irriducibile incomprensibilità di quel reperto lunare, simbolo di tutto ciò che è avvenuto, avviene e avverrà nell’universo senza che la cosa minimamente ci riguardi. La sua supposizione è che in tempi vertiginosamente lontani, quando la Terra era ancora la palla fumante delle origini, qualcuno o qualcosa deve aver attraversato il sistema solare, ipotizzato che, nell’arco di centinaia di milioni di anni, si sarebbe potuta sviluppare anche lì una forma di vita intelligente e lasciato, appunto, come promemoria, una “sentinella”, la cui distruzione avrebbe segnalato inequivocabilmente la presenza di una specie capace di sviluppare sufficienti capacità tecnologiche e dunque meritevole finalmente di una qualche attenzione. Forse – conclude – questi remoti esploratori «vogliono aiutare la nostra civiltà in fasce. Ma devono essere vecchi, molto vecchi, e spesso i vecchi sono follemente gelosi dei giovani. Ora non posso più guardare la Via Lattea senza chiedermi da quale di quelle nebulose stellari stiano arrivando gli emissari. Se mi concedete il paragone terra terra, abbiamo azionato il segnale d’allarme, e adesso non ci rimane che aspettare. Non credo che l’attesa sarà lunga». Oltre, e forse più ancora. che nel ciclo di 2001 (il romanzo scritto parallelamente alla stesura della sceneggiatura del film più i suoi tre autonomi seguiti), analoghe tematiche, con una venatura persino religiosa, ritorneranno anche in un altro libro di Clarke, Incontro con Rama, in cui una misteriosa astronave-mondo viene avvistata in prossimità di Marte e visitata da un manipolo di astronauti, che però la devono presto abbandonare perché la sua traiettoria la sta conducendo dritta nel cuore del Sole, senza che sia stato possibile capire da dove arrivasse, a chi appartenesse e quale fosse il suo scopo.

Se il fascino di queste visioni è suscitato proprio da quella ostentata imperscrutabilità che ci fa sentire immensamente piccoli rispetto alle profondità siderali del cosmo (vedi anche, in questa raccolta, Giove Quinto), va però detto che, nella quasi totalità dei casi qui considerati, gli alieni di Clarke si rivelano poi, alla prova dei fatti, magnanimi e desiderosi di condividere il proprio sapere (con una sola eccezione, nel racconto d’apertura Strada buia, che è praticamente un horror), e se qualche volta scappa loro la mano è solo perché sono gli umani che non riescono a capire o a farsi capire (è il tema di Campagna pubblicitaria, una fulminante satira di come gli uomini finiscano per credere a tal punto alle proprie fiction da compromettere tragicamente la loro facoltà di giudizio; in Problemi con i nativi, invece, una variante dell’apologo di Carlo Fruttero sul disco volante che atterra nella bassa Padana anziché nel Texas, la maggior pazienza dei visitatori garantisce ai terrestri un esito migliore). Non è un caso che queste ventuno short stories risalgano tutte a un periodo compreso tra il 1952 al 1957, ossia tra la guerra di Corea e il lancio dello Sputnik, nel cono d’ombra della Bomba. Si perde, infatti, il conto di quante volte Clarke si diverta – forse anche con intenti apotropaici – a distruggere la Terra o annientare l’umanità, ma è significativo che si tratti praticamente sempre di autodistruzioni, che diventano occasione per slanci lirici (Se mi dimenticassi di te, oh Terra…) o per spericolati divertissement costruiti sul filo del paradosso (I nove miliardi di nomi di Dio, Il mattino del quarto giorno e il godibilissimo Tutto il tempo del mondo).

Il tono spiccatamente british della sua prosa impedisce per fortuna deragliamenti nella più stucchevole apocalittica, ma sebbene la nota prevalente resti sempre uno stupore venato di fiducia per l’opera dell’uomo in cui talora si sente l’eco di Jules Verne (come in Vacanza sulla Luna), il tema a lui caro delle soglie critiche attraverso cui le civiltà possono raggiungere una maggior grado di complessità (Al bivio, Spedizione sulla Terra) non è mai trattato con toni ingenuamente trionfalistici o deterministici, bensì con la consapevolezza che ci si può sempre incartare e che, anzi, lo sviluppo tecnologico, in determinate condizioni, può perfino diventare un handicap anziché un vantaggio evolutivo (a ciò alludono, sia pure in modo giocoso, le macchine strampalate descritte in Silenzio, prego e in Corsa agli armamenti, anche se la questione è programmaticamente trattata in Superiorità). Perfino quando ci troviamo di fronte a scenari che oggi definiremmo senz’altro “post-umani”, le conseguenze prospettate possono risultare provvidenziali (La strada verso il mare) o raggelanti (Il parassita - probabilmente il pezzo più inquietante del mazzo), senza che l’una appaia meno credibile dell’altra. Insomma – lo si sarà capito – ogni racconto di Arthur Clarke è come una sonda lanciata ai confini dell’immaginazione allo scopo di catturare qualche bagliore dell’inconcepibile, nella convinzione – affidata a una sorta di dichiarazione di poetica dal sapore quasi borgesiano (sin dal titolo: L’altra tigre) – che «noi siamo qui perché non potremmo essere altrove. Ma tutti quegli altrove sono pure da qualche parte, quindi il mio racconto può essere disgraziatamente vicino alla verità. Per fortuna non avremo mai modo di provarlo. O almeno credo...».

(finito il 13 settembre 2019)

Ho parlato di


Arthur C. Clarke
Terra e spazio. Volume 2
(Mondadori, 2019)

(Urania Collezione 198)

trad. di Aa. Vv.

360 pp. | 6,90 €

(ed. or.: The Collected Stories, 2000)

giovedì 11 giugno 2020

Tyll. Il re, il cuoco e il buffone

Giunti circa a metà della storia, il buffone che dà il titolo all’opera (reincarnazione quasi omonima di un personaggio del repertorio folclorico tedesco, cugino germanico dei nostri arlecchini) dona un dipinto alla regina di cui è al servizio (che è una regina per modo di dire, come vedremo, e che anzi assolda un buffone proprio per dimostrare di essere una regina, perché solo le regine hanno dei buffoni al proprio seguito) - anzi non proprio un dipinto, ma «una tela bianca con niente sopra», raccomandandole di mostrarlo a tutti e di spargere la voce che «i figli illegittimi e gli idioti e i ladri e le carogne con cattive intenzioni non vedono niente, né il cielo azzurro né il castello né la splendida fanciulla affacciata al balcone che cala la treccia dorata, e nemmeno l’angelo alle sue spalle. Dillo a tutti, e guarda cosa succede!». E quel che succede è che gli ospiti a cui viene mostrato il quadro restano interdetti: naturalmente nessuno vede niente, e sono tutti perfettamente consapevoli che davanti a loro c’è solo un’anonima tela bianca, ma metti caso che invece la regina creda a quello che dice così come crede di essere una regina o che il dipinto sia davvero magico o che ci si voglia burlare di loro, mica possono ammetterlo apertamente e fare così la figura degli scemi – e perciò restano al gioco. Non so se l’apologo sia del tutto originale (poco importa), ma rende bene l’idea di quel che può accadere quando si commenta qualcosa che ti viene proposto come un capolavoro. Forse vale ancor più in filosofia che in letteratura: chi vuol restare col cerino in mano e confessare che un certo testo non dice niente, correndo il rischio di apparire come l’unico fesso che non ha la profondità di pensiero per seguire i complicatissimi ragionamenti che invece vi sarebbero formulati? A nessuno piace interpretare la parte dell’amico tontolone a cui si devono spiegare le barzellette. E allora che si fa? Si abbozza, e si rimescola nel torbido, rifugiandosi nel gergo per cercare di stare al passo con gli altri.

L’ho presa un po’ alla larga per arrivare a dire che la lettura di questo romanzo mi ha lasciato un po’ la stessa sensazione della tela bianca di cui sopra. Questo libro, infatti, ha venduto tantissimo, in giro se ne parla un gran bene, è in lizza coi favori del pronostico per un riconoscimento importante come il Man Booker International Prize, eppure, nonostante tutte queste sollecitazioni, io continuo a non vederla, la fanciulla con la treccia dorata e l’angelo alle sue spalle. Intendiamoci, Kehlmann scrive bene e diversi passaggi della storia sono effettivamente memorabili. Trovo, in particolare, che abbia un talento raro nel raccontare la caducità delle cose e la nostalgia che ne deriva, il senso di disfacimento degli orizzonti consolidati, lo sfumare del reale in irreale e della vita nella morte, oltre che una notevole capacità di giocare con le proprie fonti, mescolandole e rielaborandole in modo tale da trasformare quello che apparentemente è un romanzo storico in un “romanzo contemporaneo che si svolge nel passato” (definizione che, se ho capito bene, dovrebbe essere proprio sua). Tutti questi elementi erano già presenti nel precedente, e per me folgorante, La misura del mondo. Qui, però, la sensazione è che l’autore abbia voluto alzare l’asticella, perché la scelta di confrontarsi con quel carnaio che è stato la guerra dei Trent’Anni, vale a dire con l’altro Seicento rispetto a quello del cannocchiale galileiano e del metodo geometrico, sottintende l’intenzione di andare proprio alla radice dei conflitti e delle contraddizioni di una modernità da cui, per certi aspetti, non siamo ancora interamente usciti. E da questo punto di vista, forse anche per le altissime aspettative che avevo (mi capita di rado di acquistare un libro appena uscito e ancor più di rado di leggerlo subito dopo averlo comprato), mi viene da dire che la montagna ha partorito un topolino elegante, ma pur sempre un topolino.

Provo a spiegarmi. Il filo conduttore di una trama non lineare è costituito dal ripresentarsi, nelle varie sequenze narrative, del personaggio di Tyll Eulenspiegel, «qualcuno che fa davvero ciò che vuole e non crede a niente e non obbedisce a nessuno», il quale esordisce sulla scena – è il caso di dirlo – già adulto, con una performance che ricorda un po’ quella del funambolo dello Zarathustra (con la differenza che a ridere, alla fine, è lui, non la folla), ma di cui poi si racconta l’infanzia, segnata dalla figura di un padre che non solo fa lo stesso mestiere del mugnaio Menocchio, ma condivide con lui analoghi interessi spirituali oltre che la stessa fine violenta dopo un processo indetto dall’Inquisizione. Fuggito dal paesello ancora ragazzino e messosi a “camminare il mondo” (come si diceva allora), Tyll appare e scompare in diversi episodi cruciali della guerra, sotto diversi travestimenti, costituendo per un certo periodo quasi tutto il personale della striminzita e surreale corte itinerante del Re d’Inverno, lo sventurato Federico del Palatinato, dalla cui temeraria decisione di accettare il trono di Boemia aveva preso le mosse il conflitto e che dopo essere stato destituito percorse tutta Europa rivendicando una corona che nessuno aveva più intenzione di dargli (la moglie Elizabeth, che lo accompagna in questo calvario, è appunto la regina cui Tyll regala la sua tela bianca). Lo troviamo anche sul campo di battaglia di Zusmarshausen, terreno dell’ultimo, devastante, scontro della guerra, avvenuto quando ormai le trattative in Vestfalia erano già a buon punto. In quell’occasione, l’ufficiale che era andato a cercarlo per portarlo a Vienna su ordine dell’imperatore e che pure, da anziano, scriverà delle compiaciutissime memorie, si rende conto che quello cui sta assistendo «non si poteva descrivere. (…) Già quando raggiunse la sommità dell’altura uscendo dal bosco e, al di là del fiume in fondo alla valle, vide l’esercito dell’imperatore che si allargava fino all’orizzonte, con le postazioni per i cannoni, i moschettieri nelle trincee e i reparti di picchieri, le cui picche gli apparvero come un secondo bosco, il grasso conte ebbe l’impressione di assistere a qualcosa di irreale. Tutti quegli uomini insieme schierati in formazione erano così difficili anche solo da concepire, che destabilizzarono l’equilibrio naturale». Ma cos’è reale e cosa irreale? La regina Elizabeth, che da giovane figlia del re d'Inghilterra aveva assistito in prima fila alle rappresentazioni di Shakespeare, era giunta a questa conclusione: «le persone salivano sul palco e fingevano di essere qualcun altro, ma lei aveva capito subito che non era così e che anche la finzione era soltanto una maschera, perché non era il teatro a essere falso, no, era tutto il resto a essere posa, travestimento e orpello, era falso tutto ciò che non era teatro».

Ecco, di fronte a un mondo ingovernabile, in cui sangue vero scorre a fiumi in base alla credenza che uno sia re oppure no, ed evanescenti opinioni immateriali hanno il singolare potere di muovere il pesante acciaio delle spade, si possono assumere diversi atteggiamenti. Si può ragionare, infatti, come il coltissimo gesuita Athanasius Kircher (“the last man who knew everything”, come recita il titolo di una recente raccolta di saggi a lui dedicata), il quale, messosi in viaggio alla ricerca di un drago dal cui sangue ricavare un rimedio contro la peste (pur sapendo che «un drago che fosse stato visto sarebbe un drago a cui manca il principale requisito di un drago, che è appunto quello di rendersi introvabile»), si trova a rimpiangere il «suo laboratorio, dove tutto era sotto controllo mentre in qualunque altro posto regnava il caos totale». «Perchè – si chiede – la creazione di Dio si mostrava tanto recalcitrante, da dove veniva quella ostinata tendenza al disordine e allo scompiglio? Ciò che per lo spirito era chiaro, là fuori si rivelava un groviglio inestricabile. Kircher aveva compreso presto che bisognava seguire la ragione senza lasciarsi turbare dai ghiribizzi della realtà. Se si sapeva quale risultato doveva dare un esperimento, l’esperimento doveva dare quel risultato, e se si possedeva una visione nitida delle cose, nel descriverle bisognava rendere giustizia alla sostanza e non all’apparenza». In questo modo era riuscito nell’impresa ineguagliabile di decodificare i geroglifici egiziani, anche se dall’Oriente gli giungevano di continuo lettere di confratelli duri di comprendonio che «riferivano di sequenze di simboli che non rientravano nello schema da lui descritto, costringendolo a rispondere che non aveva alcuna importanza cosa avesse inciso sulla pietra diecimila anni prima un babbeo qualunque, un misero scribacchino, che su quella scrittura non vantava certo la competenza di un’autorità come lui». Kircher ne è talmente convinto che ha già scritto il capitolo del suo libro dedicato ai draghi prima ancora di partire per la missione. L’idea precede la realtà e la realtà non fa che confermare l’idea: è su questa base, appunto - magari non fanatica, ma certo dogmatica - che si pretende di incatenare il divenire e si intentano tutte le indagini di tipo inquisitoriale, come quella che lo stesso Kircher aveva allestito per condannare il padre di Tyll, convinto com’era che trafficasse col demonio. L’alternativa proposta da Kehlmann è fare invece proprio come Tyll, ossia ridere e deridere tutto e tutti, con la leggerezza a tratti anche feroce dell’equilibrista che sta sospeso a mezz’aria mentre sul resto del mondo si stende la falce della morte e i regni si susseguono l'un l'altro. «Rido perché io non muoio», ripete, da buon escapista, sepolto sotto una muraglia crollata durante l’assedio di Brno: «io non muoio. (…) Me ne vado. Ho sempre fatto così. Quando si mette male, me ne vado». A differenza, però, di Tom Joad, che continua a girovagare per denunciare le ingiustizie diffuse nel mondo, Tyll vagabonda ancora, come ha sempre fatto, sottolineandone assurdità e incongruenze. Tutto questo è molto interessante e sicuramente ben detto, anche se alla lunga risulta un po’ dispersivo (ripeto, La misura del mondo giunge a conclusioni simili in modo meno faticoso). Ma soprattutto c’era davvero il caso di scomodare il Seicento e disseminare il testo di continue criptocitazioni per ripetere quello che in fondo ci ha già rivelato il Comico di Watchmen?

(finito il 4 settembre 2019)

Ho parlato di


Daniel Kehlmann
Tyll. Il re, il cuoco e il buffone
(Feltrinelli, 2019)

trad. di M. Pesetti

320 pp. | 18 €

(ed. or.: Tyll, 2017)

domenica 10 maggio 2020

«La grazia suppone la cultura»

É la prima volta che mi capita di divulgare in rete le mie impressioni su un libro scritto non solo da una persona che conosco e che può leggere quel che ne penso perché è un “amico” su Facebook, ma che, per usare categorie antropologiche ancora più aggiornate, è stato ed è ben più che un amico, direi quasi un congiunto, uno che, sin da da quando avevo ancora più capelli che barba, ha cominciato a prospettarmi - in modo informale dapprima, e poi con crescente vigore, man mano che crescevo anch’io e che si addottorava lui - un orizzonte promettente verso cui indirizzare vita e pensiero, la cui sintesi più aggiornata si può trovare ora rifusa in questo libretto non troppo spesso, ma incredibilmente denso, disseminato di rimandi a personaggi e temi di cui negli anni ci è capitato anche di discutere insieme, scoperte progressive di un percorso che mi ha strutturato come persona e di cui lo ringrazio. L’autore può comunque dormire tranquillo: nonostante la premessa sdolcinata, non ho nessuna intenzione di commettere un parricidio. 

Duilio sembra qui recuperare l’antico modus operandi dei glossatori medievali, capaci di sviluppare pagine e pagine di commento intorno a poche sezioni di testo autorevole. Il fatto che si concentri su un’espressione tratta da Evangelii Gaudium è già di per sé una scelta di campo, in quanto finalizzata a mettere in luce tutta la profondità teologica di un papa come Francesco e a restituircene così un profilo assai più ricco di quello da bonario curato di paese a cui vogliono ridurlo coloro che scambiano o fanno finta di scambiare per povertà di contenuti quella che in realtà è solo l’adozione, da parte sua, di un peculiare tipo di linguaggio (in linea, peraltro, con il Maestro di Nazareth, il cui continuo ricorso al lessico semplice dei contadini e al loro repertorio quotidiano d’immagini rendeva i suoi discorsi così distanti dal tono saccente dei dottori della legge e di quanti, in ogni epoca, sanno a memoria il diritto divino e le formule della dottrina). Se un solo rigo di un’esortazione apostolica può mettere in moto una riflessione così articolata, avremmo davvero di che meditare per i prossimi duecento anni. Sorprende invece che di tutto questo, in fondo, non se ne parli, se non in ristrettissimi circuiti, come se la fede non richiedesse appunto una continua rielaborazione per continuare ad essere qualcosa di significativo anziché ridursi ad un feticcio per collezionisti tenuto perennemente incellophanato perché non si rovini (il fatto che nella pastorale si senta così poco il bisogno della riflessione è un tema che bisognerebbe prima o poi affrontare). 

É proprio di questo che qui si ragiona, con un’ampiezza di vedute che, dopo un paio di capitoli di rodaggio critico, si dispiega nella seconda parte con la forza di un vero e proprio discorso sul metodo. Fede e vita devono essere necessariamente giustapposte, secondo quella tradizionale distinzione di sacro e profano che le rende alla fine reciprocamente irrilevanti l’una per l’altra (o tutt’al più fa della fede un “supporto” non diverso dall’andare in palestra o iscriversi a un corso di yoga per conservare il proprio equilibrio psicofisico), oppure il cuore del messaggio di Gesù (prefigurato dallo squarcio nel velo del tempio all’ora della sua morte) è che tutta la vita può diventare sacra perché ogni suo momento, anche quello più estremo e doloroso, può essere abitato dalla presenza di un Dio che “salva” non perché ce ne tira fuori con un gioco di prestigio (come se ci dicesse: “vedi? La vita fa schifo e non porta da nessuna parte, l’ha inventata qualche demone malvagio, ti va bene che ci sono io a trasportarti nell’iperuranio”), ma perché ci apre continuamente gli occhi sulle «buone occasioni, che sono offerte, per realizzare il giusto senso del vivere»? Parlare di “fede cristana come agire nella storia” significa appunto incardinare la fede nella concretezza dinamica della nostra quotidianità, affinché smettiamo di concepirla come qualcosa che può immunizzarci dai rischi che la vita sempre comporta e impariamo ad accoglierla come ciò che, al contrario, ci abilita ad affrontarli, in quanto ci fa rintracciare nella vita stessa «le risorse disponibili per attivare una fiducia che si mostri effettivamente fondata», in quanto poggia su «Colui che si prende cura di quella promessa generativa, che sta alla base della storia di ciascuno». Solo in questo modo si può rendere vera testimonianza a quel «desiderio appassionato di Dio di scendere fino in fondo dentro tutte le dimensioni dell’esperienza umana» al punto da prendere definitiva dimora in mezzo a noi (mentre è noto il destino finale di coloro che, ripetendo “Signore, Signore”, continuano a cercare tra i morti colui che è vivo e non sanno riconoscerlo dove Lui si rende realmente presente, confondendo il dito con la luna). 

A quanti amano dire che Dio è fuggito dal nostro tempo di povertà, si può perciò rispondere che, se Dio ha saputo stare su una croce romana, saprà stare anche nel moderno e derelitto tecnoevo consumistico e turbocapitalistico, anche se non certo per benedirlo, dal momento che il Dio biblico, a differenza degli dei mitologici e degli idoli di ogni epoca, non supporta mai l’esistente, ma «si schiera dalla parte delle vittime e pronuncia il suo “amen” sull’impegno umano contro l’ingiustizia e la prevaricazione dispotica» (ed è per questo che «non vi può essere alcuna ermeneutica teologica senza critica dell’ideologia», compresa la stessa ideologia religiosa). Così, anche ammettendo che oggi siamo davvero immersi nella notte più buia, «il regno di Dio è già presente, perlomeno in forma inaugurale, ovunque si spezza la logica ferrea e apparentemente ovvia del destino. Il Dio di Gesù è appunto l’iniziatore, ossia colui che con gli uomini avvia il bene che porterà a compimento nel suo Regno» - l’iniziatore del bene, si badi, non l’estirpatore del male. Questo Regno con la maiuscola non può avere l’aspetto arcaico del “già dato”, dal momento che ogni sosta non è che una tappa momentanea della marcia, non necessariamente progressiva, verso una terra promessa che supererà qualsiasi provvisoria configurazione terrena, e neppure può essere espresso con parole esotiche che evochino il “totalmente Altro”, perché quell’Altro si è impegnato in una relazione con l’uomo in cui «l’uomo è implicato come partner, in quanto la sua libertà è sollecitata ad una risposta che richiede una disposizione di fiducia e al contempo un coinvolgimento in prima persona, nella scelta di esporsi ed agire a beneficio di altri». Di conseguenza, e analogamente, la “vita eterna” di cui parla Gesù non potrà essere un’immersione totale e annichilente in Dio, perché così Dio tornerebbe ad essere l’Unico neoplatonico e finirebbe per perdere il carattere strutturalmente relazionale che la sua stessa Rivelazione manifesta. “Vita eterna” è invece il compiersi della promessa, contro ogni evidenza, che nulla di buono sarà perduto, e che dunque ciò che è “buono” merita di essere coltivato già qui ed ora, anche se i suoi frutti restano ancora frammentari e incompleti, perché, senza questa fiducia, allora sì che tutto sarebbe vanità delle vanità, un inutile correre dietro al vento (sta qui, per me, la differenza fondamentale tra immortalità dell’anima e resurrezione della carne). La liturgia pasquale è quanto mai esplicita al proposito: Dio apre, apre e apre – la barriera d’acqua del Mar Rosso, i sigilli del sepolcro, le porte del recinto in cui vogliono entrare ladri e briganti per esercitare il loro potere - e ci invita a non avere paura non perché e in quanto le “nostre” strutture terrene sono solide e trionfanti, ma perché la sua compagnia non verrà mai meno, in nessuna circostanza, e proprio per questo, in nessuna circostanza, verrà mai meno la possibilità di riattivare sorprendenti forme di fraternità, anche attraverso la barriera apparentemente insuperabile della morte. 

Con tutto ciò – e chiudo, per esigenze di sintesi, non perché manchino le cose da dire – uno degli aspetti più interessanti sottesi all’intero discorso è che il richiamo fondativo alla cultura come orizzonte ineliminabile con cui deve misurarsi anche la fede religiosa (dal momento che la libertà umana «risulta sempre collocata entro la situazione concreta di una determinata epoca storica e di un preciso legame interpersonale e sociale» e il Verbo stesso non si è fatto semplicemente "uomo", ma giudeo sotto Augusto) offre gli strumenti per elaborare un’efficace ecclesiologia – e, di riflesso, una politica - “popolare” ma non “comunitarista”, capace cioè di accogliere gli specifici contributi che sono stati prodotti e tramandati nella storia degli uomini e delle nazioni, senza per questo cedere alla logica di chi vorrebbe erigere barriere fra queste diverse tradizioni, immaginandole come i mondi a sé ed eternamente uguali che non sono mai stati, ma anzi promuovendone lo sviluppo interno e facilitando il dialogo tra essi (compresa la già citata società contemporanea che, quanto a vizi e virtù, non sarà poi tanto diversa dal mondo pagano con cui si misurò la comunità apostolica – sì, proprio quella che di fronte al problema delle vedove di lingua greca si inventò, per esempio, la figura inedita del diaconato offrendoci un modello di cosa si intende per «ripresa creativa» del passato). Che poi, è davvero così strano? I nostri genitori noi li amiamo eppure siamo distinti da loro e vivere la nostra vita non significa rinnegare per forza le proprie origini: è tipico, semmai, dell’astrazione, cioè di quanto di più distante ci sia dalle decantate “radici”, ridurre tutto a opposizioni irriducibili – in questo caso: lacerazione aut immedesimazione – quando la vita, appunto, ci insegna ben altro, per esempio che la felicità di un genitore è la felicità del figlio e che c’è qualcosa di morboso nel padre a cui preme solo mostrare al figlio la sua inadeguatezza e per questo fa le cose al posto suo. Poi, sicuramente anche qui ci saranno correttivi da fare, aggiustamenti, e verrà anche il tempo della revisione, ma affermare che questo modo di pensare sia un cedimento alla logica moderna, un allontanamento dal vero modo di intendere l’esperienza cristiana, addirittura una forma di apostasia mascherata mi pare talmente incredibile che faccio fatica a non vederci dietro o pura malafede o un sincero terrore di avventurarsi in mare aperto o una concezione latamente gnostica per cui il creato sarebbe talmente orrendo che neanche Dio potrebbe redimerlo. Ma in questo modo, paradossalmente, proprio chi più pensa di glorificare Dio nell’unico modo adeguato si ritroverebbe in realtà a doverne ammettere la sostanziale sconfitta.

(finito il 30 agosto 2019)

Ho parlato di



Duilio Albarello
«La grazia suppone la cultura». 
Fede cristiana come agire nella storia
(Queriniana, 2018)

(Giornale di Teologia, 408)

188 pp. | 14 €

domenica 26 aprile 2020

Cercare mondi

Immagino che ciascuno di noi abbia un proprio Virgilio a cui affida il compito di condurlo, per quanto possibile, dentro alle segrete cose in quei settori di studio che per ragioni di tempo o di competenza non è in grado di approfondire in prima persona oltre una certa soglia di complessità – uno o più d’uno, giacché l’enciclopedia è immensa e ogni sua ramificazione richiederebbe una guida adeguata. Io, per esempio, quando ho bisogno di chiarirmi le idee in fatto di teoria evolutiva o paleontologia, è a Pievani o Manzi che anzitutto mi rivolgo, non per prostrarmi ignobilmente al loro giudizio come fa Fazio con Burioni, ma perché la familiarità generata da una regolare frequentazione dei loro contributi mi permette di comprendere sempre meglio la portata della loro visione e di distinguere ciò che è generalmente condiviso da quelle che sono valutazioni o idiosincrasie personali, rispetto alle quali, eventualmente, sentire anche altre versioni, per raddrizzare il tiro. In questo modo trovo che sia possibile arrivare a formarsi un’idea relativamente adeguata delle questioni, pur restando nell’ambito delle conoscenze di seconda mano, assai più di quanto non consentirebbe un disordinato prestare ascolto a tutte le voci che mi capitano a tiro. Tutto questo per dire che da un po’ di tempo a questa parte ho arruolato Guido Tonelli nel gruppo di coloro ai quali mi rivolgo per provare a orientarmi nella fisica contemporanea. 

Così facendo, non ho fatto altro che abboccare all’amo. Tonelli, infatti, conosce bene i suoi polli, e sapendo di rivolgersi non a dei colleghi, ma a letterati come il sottoscritto, che per capire qualcosa hanno bisogno di tanti giri di parole, e non di formule, li blandisce raccontando episodi come l’incontro che ha avuto con uno degli ingegneri capo della Ferrari, nel corso del quale, una volta scoperto che anch’egli aveva fatto il liceo, vestiti gli abiti curiali, si è ritrovato a conversare amabilmente con lui sulla Germania di Tacito, neanche fossero nella Firenze di Lorenzo il Magnifico anziché a Maranello. «Dovrebbero saperlo quelli che, solitamente digiuni di scienza e tecnologia, sostengono che per imboccare la via dell’innovazione si dovrebbero ridurre il peso e l’importanza degli studi classici. Con questa motivazione qualche grigio funzionario ministeriale vorrebbe addirittura abolire le traduzioni dal greco e dal latino al liceo classico. Nel mondo della ricerca dura, quella segnata dalla più feroce competizione internazionale, lavorano moltissimi scienziati che hanno scelto di fare fisica proprio perché hanno compiuto studi classici. Persone che non solo adorano il greco e il latino, ma spesso conoscono la letteratura, amano discutere di storia o di filosofia e sono appassionati d’arte. Come dice Semir Zeki, neuroscienziato dello University College di Londra, “il cervello non distingue tra cultura umanistica e cultura scientifica”». Non si tratta però solo di un sotterfugio escogitato per vendere qualche copia in più a chi sa di latinorum. Più che un vero e proprio testo divulgativo – molto sintetico anche per questo genere di opere, trattandosi di una versione, leggermente rimpolpata, di una conferenza di cui si trovano tracce in rete – questo libretto è in realtà un appello affinché si ricucisca il dialogo tra queste due culture. 

Certo, prendendo spunto da due delle più celebrate scoperte scientifiche di questi ultimi anni – il bosone di Higgs e le onde gravitazionali – ci viene offerto qui un ragguaglio sui programmi di ricerca più avanzati cui si stanno dedicando i fisici di oggi, programmi che in certi casi rasentano letteralmente quella che per molti di noi, mentalmente fermi se va bene a Newton e agli esercizi di meccanica delle superiori, rientra ancora nel campo della fantascienza. Da un lato, si sta già imbastendo la costruzione di un acceleratore di diametro quadruplo rispetto a quello del Cern allo scopo di produrre collisioni sempre più potenti fra le particelle elementari e ricostruire in laboratorio le condizioni che si sono verificate subito dopo il Big Bang, per capire – se possibile – che cosa abbia innescato le reazioni che hanno prodotto il mondo così come lo conosciamo, fatto di materia e non di antimateria, e anche da dove venga fuori quella materia oscura che costituisce più di un quarto della massa totale dell’universo. Dall’altro, a interferometri via via più sofisticati, costruiti addirittura nello spazio, sarà assegnato il compito di registrare le onde gravitazionali – quelle “vibrazioni” dello stesso tessuto spaziotemporale – risultanti da catastrofi cosmiche inimmaginabili (buchi neri che divorano intere galassie, per intenderci), nella speranza di poter intercettare dei residui del botto iniziale che, 13,7 miliardi di anni fa, ha dato origine a tutto ciò che c’è. Ma l’obiettivo di questa panoramica non è semplicemente quello di lasciarci a bocca aperta di fronte ai grandi progressi della fisica sperimentale. No, se ci pone di fronte a scenari di questo genere, in cui pare tutt’altro che inverosimile parlare di “multiversi” e in cui il nostro cosmo non appare più come un “pieno” opposto a un “nulla” da cui sarebbe emerso, ma come una semplice – si fa per dire – modalità diversa di “vuoto”, è perchè «mi meraviglia – commenta Tonelli – che di questi argomenti non si parli, che questo punto di partenza, seppure provvisorio e parziale, non diventi sapere diffuso, conoscenza condivisa».

Insomma, dove sono gli umanisti, i filosofi e gli artisti - dove sono coloro i quali avrebbero la sensibilità, l’apertura mentale, lo «sguardo “lungo"», per «portare l’umanità a fare i conti con quei cambiamenti di paradigma che potrebbero essere indotti da nuove, eventuali scoperte scientifiche nei prossimi decenni»? Le scoperte non basta farle – questo è il compito della scienza, che segue la sua strada. Le scoperte vanno poi anche “pensate”, penetrate, assimilate, affrontate nelle conseguenze che implicano – e qui, per Tonelli, gli scienziati dovrebbero cedere il passo. Ma rischiano di non poterlo fare perché chi avrebbe i requisiti per intestarsi tale compito non è sufficientemente aggiornato, fermo a categorie che erano già vecchie quando le stava studiando per la prima volta, convinto magari pure di essere all’avanguardia. Un punto, in particolare, meriterebbe un surplus di riflessione. Come già spiegava in un suo libro precedente, l’universo – dice Tonelli – è tutt’altro che stabile; al contrario, l’equilibrio su cui si regge dipende da una serie di condizioni che potrebbero saltare in qualsiasi momento, facendo sparire tutto. Ma questa presa di coscienza che «quelle enormi costruzioni che ci parevano immortali, sono esse stesse fragili e sottoposte ai rischi», che «non c’è nulla di eterno e immutabile in ciò che ci circonda, nemmeno l’universo stesso», che «quella che consideravamo una nostra specifica debolezza, un’anomalia caratteristica dei viventi, dalla quale le grandi strutture cosmiche apparivano immuni, sembra essere condizione generale dell’esistente», che, come diceva Montaigne, «il mondo non è che una continua altalena. Tutte le cose vi oscillano senza posa: la terra, le rocce del Caucaso, le piramidi d’Egitto, e per l’oscillazione generale e per la loro propria. La stessa costanza non è altro che un’oscillazione più debole», e che, dunque, «la nostra fragilità» è in realtà «un tratto che abbiamo in comune con tutte le cose» - tutto questo non meriterebbe di essere adeguatamente elaborato? «Cosa vorrebbe dire (...) sul piano etico, fare i conti con questa condizione di radicale, irriducibile, vulnerabilità?». Cosa vuol dire che neanche l’essere è, che la Natura condivide la stessa sorte dell’islandese che la interroga? Citando, proprio nelle ultime pagine, uno spunto di Murakami, Tonelli ci invita a pensare che, esattamente come il Giappone, «il nostro intero universo vive sul nido dei terremoti». La condivisione di un’irriducibile precarietà non potrebbe diventare la premessa di una rinnovata forma di solidarietà basata sull’empatia che non coinvolge solo gli uomini in una social catena, ma il cosmo tutto? Ce ne sarebbe, insomma, di lavoro, per degli umanisti che si rendessero finalmente conto che siamo da vent’anni nel XXI secolo.

(finito il 27 agosto 2019)

Ho parlato di



Guido Tonelli
Cercare mondi. 
Esplorazioni avventurose ai confini dell'universo
(Rizzoli, 2017)

182 pp. | 17 €


giovedì 9 aprile 2020

Verso una teologia cristiana del pluralismo religioso

Un credente della domenica live come Salvini probabilmente ignora che questi giorni della Settimana Santa hanno relativamente poco a che fare con la Vergine Maria, ma celebrano in modo solenne quello che è il cuore stesso dell’annuncio cristiano, ossia il mistero della salvezza che si compie attraverso la passione, morte e resurrezione di Gesù (mistero che, sia detto per inciso, si svolge quasi interamente ai margini della città, fuori delle mura, su terra sconsacrata, a contatto coi ladroni, in sepolcri silenziosi, mentre il velo del Tempio si squarcia e i capi politico-religiosi, quelli che dicono “Signore, signore” e parlano “per il bene del popolo”, dimostrano di non capire nulla di ciò che sta accadendo e anzi collaborano attivamente all’esecuzione dei piani del “principe di questo mondo”). Qui ci si gioca tutto: a seconda che ci si fidi o meno di un Dio che promette di scardinare anche i chiavistelli della morte, liberandoci dallo spavento supremo, la nostra vita dovrebbe cambiare drasticamente orientamento e tonalità. Naturale che questo possa diventare un criterio di identificazione, e perciò anche di demarcazione, decisivo, al punto da poterci indurre a pensare che chi resta al di là della linea sia spacciato, perso per sempre – e quanto più è radicata la nostra fede, tanto più potrebbe aumentare la compassione e il sincero sgomento per tutti coloro che, non essendo dei nostri e non avendo potuto o voluto salire sull’arca, sono rimasti travolti dal diluvio della storia. Nasce di qui la dedizione, alle volte anche eroica, con cui si è andati in cerca delle pecorelle smarrite per ricondurle nel recinto sicuro dell’ovile, nonché quella, un po’ meno eroica, con cui le si è spinte a entrarvi, se recalcitranti. Ed in effetti, per riprendere un’espressione di Ivan Karamazov, da quando sono usciti dalle catacombe, i cristiani si sono poco per volta convinti che la loro missione fosse quella di “convertire in Chiesa il mondo intero”, con il rischio però di trasformare la salvezza in una questione di casacche e non di cuore, come enunciato dal motto secondo cui “fuori della Chiesa non c’è salvezza” (capziosamente e silenziosamente permutato, però, nel non equivalente “basta essere nella Chiesa per essere salvi”). 

Ecco, ma non è un po’ paradossale che il riferimento a Gesù – a quel Gesù che non parla di abolizione della Legge di Mosé e che loda la fede di pagani come il centurione e la cananea – finisca per diventare, anche se in buona fede, principio di una nuova dinamica di esclusione? Non potrebbe essere, invece, che la sua stessa natura eccezionale di “uomo-Dio” contenga un invito a ripensare radicalmente il nostro comune concetto di appartenenza - e questo non per puro cedimento alla logica moderna della tolleranza e del cosmopolitismo, ma appunto come sviluppo di un seme che è presente alla fonte stessa della nostra fede e che non abbiamo saputo finora riconoscere chiaramente perché inviluppati ancora, in un certo senso, in categorie identitarie umane, troppo umane? Sono più o meno queste le domande che si pose, ormai più di vent’anni fa, il gesuita belga (ma ordinato in India, dove visse a lungo) Jacques Dupuis in questo vasto saggio, che opportunamente non chiamò “Trattato di teologia delle religioni”, ma per il quale scelse un titolo più umile e significativo, ad indicare come la strada, benchè individuata, fosse – e resti - in gran parte da compiere, un po’ come quando i cartelli stradali agli incroci cominciano a riportare una nuova destinazione, segno che ti ci stai avvicinando, sì, ma che sei ancora distante e non del tutto al sicuro dal rischio di sbagliare direzione. 

A scanso di equivoci, ciò che si propone qui non è delineare i tratti di «un’impresa teologica comune che appiani le differenze alla ricerca di un denominatore comune», una sorta di “super-teologia” sincretistica simile a una pappa informe buona per tutti i palati, e neanche si intendono offrire basi dottrinali per sostenere la tesi della salvezza dei giusti non battezzati (semplicemente perché quest’ultimo punto è già stato esplicitamente riconosciuto a livello magisteriale - e da Pio XII, non da Jovanotti). Il tema su cui Dupuis ragiona è, invece, se sia possibile rintracciare un fondamento teologico, e specificamente cristiano, che giustifichi la «pluralità e [la] diversità delle credenze e la reciproca accettazione degli altri proprio nella loro alterità», ovvero se il pluralismo religioso sia solo un incidente di percorso o, tutt’al più, un reticolo di ruscelletti destinato comunque a confluire nell’alveo cristiano – secondo il principio per cui le altre religioni costituirebbero semplicemente, nella migliore delle ipotesi, solo una “preparazione evangelica” -, oppure se esso sia parte costitutiva e irrinunciabile del modo di rivelarsi di Dio all’umanità e dunque un fenomeno che impegna i cristiani a guardare alle altre religioni non con lo sguardo paternalistico di chi ha solo da insegnare, ma con l’atteggiamento di chi ha anche da apprendere, nell’ottica di un «reciproco arricchimento mediante la conversazione» - perché in fondo il nome dell’Altissimo è più grande di ogni parola umana e nessuna di esse può pensare di «esaurirne la realtà», mentre solo attraverso il loro reciproco interpellarsi si riproduce quello stesso dialogo intratrinitario che fa di Dio un principio di relazione e non, appunto, di esclusione (d’altronde, il Dio uno e trino che si comunica in modo traboccante non può che prolungare la propria vita divina in modo plurale). 

Ma che ne è allora del Verbo incarnato? Che ne è di Cristo Salvatore del mondo e Re dell’Universo? Non rischiamo, così facendo, di spegnere la lampada che dovrebbe illuminare i nostri passi? In realtà – ci suggerisce Dupuis - se si prende, appunto, sul serio la natura trinitaria di Dio qual è rivelata dal Figlio, così come apparirebbe fuorviante accontentarsi di un “teocentrismo” che appiattisca la diversità delle fedi nella comune inadeguatezza al cospetto di un generico “Onnipotente” di cui nessuno ha mai visto il volto - perché Dio in realtà si mostra come Padre -, allo stesso modo sarebbe errato fissarsi su un “cristocentrismo” incapace di cogliere l’alterità che Gesù mantiene sempre aperta tra sé e quel Padre, da un lato, ma anche tra il suo personale transito storico e il Regno che annuncia, dall’altro. «La coscienza umana di Gesù, pur essendo quella del Figlio, è comunque una coscienza umana, e dunque una coscienza limitata. Non sarebbe potuto essere altrimenti. Nessuna coscienza umana, neppure la coscienza umana del Figlio di Dio, può esaurire il mistero divino». “Incarnazione” vuol dire allora che Dio incontra l’uomo all’interno di una determinata esperienza culturale e religiosa - perché non può andare diversamente, perché l’uomo non è mai “uomo” in generale, ma sempre radicato in un tempo, in una cultura, in una simbolica - e attraverso il linguaggio di quella determinata simbolica culturale e religiosa esprime, nel modo più compiuto che una manifestazione limitata rende possibile, quel processo di salvezza che è però già sempre all’opera nella storia dell’umanità, grazie all’azione dello Spirito, anche in altre culture e in altre religioni (i miracoli di Gesù in terra fenicia non mostrano forse che il Regno è già presente anche lì? Lo sguardo di Cristo non ci invita a immaginare una teologia “di seconda intenzione”, che riconosce e custodisce più che istituire?). 

In questo senso, si può perciò affermare che, «se l’evento-Cristo è il sacramento universale della volontà di Dio di salvare il genere umano, non è necessario per questo che ne sia anche l’unica espressione possibile». Un padre ama tutti i suoi figli allo stesso modo, ma proprio perché li ama tutti allo stesso modo, e sa che ciascuno ha la propria personalità, non fa mai a uno di loro lo stesso regalo che fa all’altro. Anche qui, se si prende sul serio che è Dio a cercare l’uomo e non tanto il contrario – cioè il principio che sta alla base dell’idea stessa di “rivelazione” – allora bisogna pensare che Dio, “svuotando se stesso”, accetti le modalità espressive proprie della contingenza, benché nessuna di esse sia in grado di catturarlo pienamente, perché sono le uniche accessibili all’uomo a cui si rivolge e che solo se esse vengono messe in relazione fra loro possono aiutarci a capire qualcosa di Lui: «la possibilità del pluralismo dottrinale, non soltanto teologico ma anche dogmatico, deve essere riconosciuta; e l’ammissione del carattere (inevitabilmente) relativo della nostra conoscenza di Dio non deve essere interpretata come un “relativismo dottrinale”», ma solo come riconoscimento che una verità cristiana non può che essere “in relazione” con ciò che di vero c’è nelle altre religioni, secondo una reciproca complementarità. Per quanto suoni strano alle nostre orecchie eurocristianocentriche, «nell’intera storia dei rapporti di Dio con l’umanità, si trovano più verità e grazia di quante non siano disponibili semplicemente nella tradizione cristiana», e ciò significa che «un contatto prolungato con le scritture non bibliche può aiutare i cristiani – se praticato all’interno della loro fede – a scoprire in maggior profondità taluni aspetti del mistero divino che essi contemplano svelati loro in Gesù Cristo». 

In questa prospettiva, il dialogo interreligioso non è più dunque visto solo come una forma di buona educazione tra vicini di casa, un “buongiorno, buonasera” tra chi inevitabilmente si incrocia sui pianerottoli del mondo, ma «tende piuttosto ad una più profonda conversione di ciascuno a Dio. Lo stesso Dio parla nel cuore di entrambi gli interlocutori; lo stesso Spirito agisce in tutti. É questo stesso Dio che chiama e sfida gli interlocutori l’uno attraverso l’altro, per mezzo della loro testimonianza reciproca. Essi divengono pertanto – se così si può dire – l’uno per l’altro e reciprocamente un segno che conduce a Dio. Il fine proprio del dialogo interreligioso è, in ultima analisi, la comune conversione dei cristiani e dei membri delle altre tradizioni religiose allo stesso Dio – il Dio di Gesù Cristo – che li chiama gli uni insieme agli altri sfidando gli uni per mezzo degli altri. Questa chiamata reciproca, segno della chiamata di Dio, è sicuramente evangelizzazione reciproca. Essa costruisce fra i membri delle varie tradizioni religiose la comunione universale che segna l’avvento del Regno di Dio». Concretamente, questo significa per la chiesa convertirsi dalla tentazione di annunciare se stessa (il che vuol dire: le proprie categorie concettuali, i propri simboli, le proprie eredità culturali) per rispondere a quello che è il suo vero mandato: «la chiesa deve esibire a tutti la presenza, all’interno del mondo, del Regno che Dio ha inaugurato in Gesù Cristo; essa deve essere al servizio della sua crescita ed annunciarlo. Ciò presuppone che essa sia interamente “decentrata” da se stessa, per essere totalmente centrata su Gesù Cristo e sul Regno di Dio. Ma la chiesa non ha alcun monopolio del Regno di Dio». Di quel Regno essa è pegno, figura, testimone – quel che volete -, ma non è, essa stessa, il Regno (affermarlo sarebbe idolatrico). 

Pur prendendo le mosse da una questione apparentemente settoriale, dunque, il sentiero tracciato da Dupuis ti conduce, passo dopo passo, ad un punto panoramico sui cui si apre un orizzonte di quelli che tolgono letteralmente il fiato. E se è vero che questo approccio ci viene proposto come un «nuovo metodo per fare teologia in una situazione di pluralismo religioso», esso però non viene estratto magicamente dal cilindo con un gioco di prestigio intellettuale. Applicando il pluralismo anche in senso diacronico, Dupuis infatti interroga incessantemente la tradizione, dalla Scrittura fino alla teologia postconciliare, mostrandocene non già il volto arcigno di guardiana dell’ortodossia con cui spesso è raffigurata, ma presentandocela per quello che davvero è: un affascinante impegno comune finalizzato ad una chiarificazione del mistero divino che, se non è, né può essere, “progressiva” – nel senso di una mera sostituzione del “vecchio” col “nuovo” – è però costitutivamente corale, e solo surretiziamente può essere ipostatizzata come feticcio immodificabile e perennemente uguale a se stesso. Anche qui lo Spirito soffia spesso dove meno te l’aspetti e semina tracce che sembrano tanto più profetiche quanto meno appaiono frutto di un’elaborazione compiuta e circostanziata, come accade a certe intuizioni contenute nell’enciclica Redemptoris missio di un papa non certo sovversivo come Giovanni Paolo II. Esse avviavano, sia pur molto timidamente, l’ermeneutica dell’incontro interreligioso di Assisi del 1986 che Wojtyla, uomo di gesti più che di parole, volle celebrare prima di fornirne un puntuale inquadramento dottrinale (e per questo “per poco non mi scomunicarono”, avrebbe detto successivamente). Quando Dupuis provò, appunto, a fornire un simile inquadramento, il Sant’Uffizio presieduto da Ratzinger arricciò il naso e inoltrò un’ammonizione ufficiale in cui si elencavano tutti gli errori presenti nel testo. Pazienza, era toccato anche a Tommaso d’Aquino. Ma lo Spirito continua a soffiare. Il 4 febbraio 2019, ad Abu Dhabi, papa Francesco e il grande imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyeb hanno sottoscritto un documento sulla fratellanza universale in cui si legge, tra l’altro, che «il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani. Questa Sapienza divina è l’origine da cui deriva il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi». Dupuis, che nel frattempo è già entrato nel Regno, avrebbe approvato.

(finito il 26 agosto 2019)

Ho parlato di


Jacques Dupuis
Verso una teologia cristiana del pluralismo religioso
(Queriniana, 1997)

trad. di G. Volpe

592 pp. | 40 €

(ed. or.: Towards a Christian Theology of Religous Pluralism, 1997)


lunedì 23 marzo 2020

Sindrome 1933

A tutto quello che sto per dire andrebbe anteposto l’equivalente della scritta che per tardivo senso del pudore è stata posta in sovrimpressione a molti programmi televisivi attualmente in onda – e cioè che questo libro è stato scritto e letto prima dei DPCM sul coronavirus. Non troppo, ma quanto basta per farlo sembrare, a prima vista, di un’altra epoca: pubblicato poco meno di un anno fa (c’era già Conte in carica, ma con la casacca gialloverde), comprato a maggio mentre cercavo in realtà un altro testo (questo qui, per i più curiosi) e aperto poi con più di un brivido lungo la schiena grosso modo negli stessi giorni in cui un ministro invasato teneva conferenze stampa sulla spiaggia e invocava pieni poteri ingollandosi di Mojito sotto il sole (sotto il sole) di Riccione. La sindrome richiamata dal titolo non ha perciò nulla a che fare con il covid-19, ma con una condizione patologica di altro genere, di cui le smargiassate del Papeete potevano sembrare, in quel momento, uno dei sintomi più appariscenti, coerenti peraltro con casi clinici simili già conosciuti in passato. Nel 1933, per esempio – di cui evidentemente in queste pagine si parla. 

“Eccolo lì”, mi si fermerà subito, sbuffando e sbracciando (perlomeno se si ha un’idea di cosa sia successo nel 1933), “l’ennesimo sproloquio di chi non ha niente di meglio da fare che dare del fascista o del nazista a Salvini”. In realtà le cose sono forse un pelo più complesse, ma ci arrivo. Però, sì, certo, questo è un libro dichiaratamente fazioso, che «tra i fatti e gli argomenti privilegia quanto può richiamare al lettore vicende, cronache e polemiche della nostra attualità. Ogni riferimento a persone e fatti realmente accaduti è puramente intenzionale». L’idea nasce proprio da un vago senso di déjà vu che, alla prova dei fatti, ossia andandosi a scartabellare le cronache del tempo, anziché svanire – perché in realtà “erano altri tempi, era tutta un’altra storia” –, si è invece consolidato, nel senso che, a cercarle, le somiglianze si sono moltiplicate, estendendosi a campi a cui magari non si era mai prestata particolare attenzione (come, che so?, titoli e toni della stampa di Weimar, ossessionata dalla vivisezione delle storie truculente in modo non troppo diverso dai nostri contemporanei talk-show). É chiaro, se hai uno schema in testa, finirai per vederlo ovunque: è l’assioma di partenza di ogni teoria del complotto - e come metodologia non è consigliabile. Ginzberg mi pare se ne renda conto e, pur ammiccando continuamente al lettore, ogni tanto forse pure un po’ troppo, al tempo stesso evita però di trarre la facile conclusione che la storia si starebbe ripetendo tal quale. «Che sia andata una volta in circostanze simili, in quel modo, non significa che debba andare allo stesso modo». Infatti, «incrociando le dita, potrebbe andare anche peggio». 

Questo perché, a soffermarsi solo sui sintomi, si rischia di perdere di vista le loro cause. Ginzberg insiste molto sul concetto di “analogia” (e cita a proposito il meraviglioso Superfici ed essenze, su cui ho speso due parole quando riuscivo ancora a condensare le mie recensioni in dieci righe), ma soprattutto ricorre, in parte consapevolmente, in parte forse no, a un armamentario teorico che affonda le sue radici nella storia dell’epistemologia medica, ossia in ciò di cui mi sono occupato nella mia tesi di dottorato. Scusate la divagazione autobiografica, ma ritrovare in filigrana quello su cui ho sgobbato per tre anni della mia vita perdendomi dietro alle riflessioni di oscuri pensatori della prima età moderna mi ha fatto un certo effetto e mi ha anche fatto capire una volta di più quanti orizzonti avrebbe potuto aprirmi quella ricerca se non fossi stato, per certi aspetti, così ottusamente pedante e cauto nella scrittura (ricordo lo splendido consiglio di una carissima professoressa, che riprendeva a sua volta quanto le aveva detto il suo maestro: “e lo scriva, signorina, lo scriva!”, non stia lì a cincischiare con giri di parole e allusioni per pochi iniziati. Non l’ho fatto - peccati di gioventù – e quella tesi è giustamente diventata un mattone). “Analogia” – dicevamo – è una formula elastica, imperfetta, che consente di non cadere nella trappola dell’identico, da cui la preda in realtà esce più facilmente del predatore (“fascisti? Vedete forse dei manganelli, l’olio di ricino, il confino? Su, dai, non scherziamo”). Proverei a dirla così: rischia di essere fuorviante gridare al fascista di fronte a chi ce li ricorda oggi, perché il fascismo, quel fascismo, molto probabilmente non ritornerà più; ma l’humus su cui è attecchito, quello è di nuovo lì, o è ancora lì, è sempre stato lì, e può produrre piante magari di una specie differente, ma di genere non troppo diverso (perché, appunto, il terreno è quello). E allora anziché etichettare i populisti odierni come dei fascisti redivivi ci aiuterebbe forse di più riconoscere che il fascismo potrebbe essere stata solo una delle varie configurazioni che il populismo è stato capace di assumere, nessuna delle quali è pienamente sovrapponibile all’altra, pur presentando ciascuna, appunto, delle analogie l’una con l’altra. Cambiano cioè mitologie, ritualità, simboli, cambiano riferimenti e modelli (tutta acqua al mulino di chi vuole sottolineare la distanza fra i diversi fenomeni), ma il propulsore più o meno resta sempre quello. «Mi preoccupa – dice Ginzberg – una specie di coazione a ripetere involontaria, il riaffacciarsi di dinamiche, meccanismi che avevano portato al disastro la Germania di Weimar, e con lei l’intera Europa. Temo il presente che imita il passato inconsapevolmente, senza volerlo, magari anche senza accorgersene. Ecco perché sono andato in cerca di analogie. Non come strumento di polemica o propaganda, ma come strumento di comprensione». 

E quali sono queste dinamiche? C’è l’imbarazzo della scelta. Possono essere, appunto, gli strilli dei quotidiani tedeschi pronti a sbattere il mostro in prima pagina, il sordo rancore provato da chi non si sente più rappresentato dalle istituzioni e vota per chi gli promette semplicemente qualcosa di nuovo, “il cambiamento”, oppure l’enfasi con cui «su tutto si aggiunge un pizzico di popolo» - festa del popolo, membro del popolo, compagno del popolo, cancelliere del popolo, macchina del popolo – dove però il popolo è definito «principalmente per esclusione di chi non fa parte del popolo», siano gli ebrei o i miliardari, e meglio ancora se sono le stesse persone, o, ancora, immancabili, le divisioni nel campo di chi avrebbe avuto i numeri per opporsi (perché guarda caso è solo dopo che si controllano i ministeri dell’interno che il consenso diventa veramente bulgaro), o lo stato di campagna elettorale permanente, o la tendenza ad attribuire sempre la colpa di tutto a qualcun altro. Ecco, queste pagine restituiscono un po’ quell’atmosfera e lo fanno spesso ricorrendo a fonti non scontate, come i romanzi dell’epoca, per esempio quelli di Hans Fallada, di cui non sapevo assolutamente nulla, ma che sto per recuperare (e un libro che ti fa conoscere altri libri è sempre un libro benemerito, per come la vedo io).

Su tutto, però, un elemento che stupisce più di altri è «il senso diffuso di normalità» condiviso da chi visse quei giorni in presa diretta: nessuno capisce per davvero che cosa sta succedendo, neanche i grandi, neanche quelli che, dopo, ci avrebbero aiutato a capire che cos’era successo (o forse qualcuno sì, ma non a caso stava in carcere: era Gramsci). Il presente non è mai come te lo aspetti. E noi siamo ancora succubi di una sorta di malattia storica per cui tendiamo a pensare che epoche drammatiche debbano per forza aver avuto interpreti di spessore, mentre con quelli che son toccati a noi – i Di Maio, i Giordano, i Feltri – vuoi mica pensare che si arrivi davvero a una cosa come lo sterminio di massa? Solo che a forza di prendere sul serio la battuta per cui la storia si presenta la prima volta come tragedia e la seconda come farsa abbiamo finito per considerare come giganti dei personaggi da operetta che si sono semplicemente rivestiti di una bella uniforme. La curva esponenziale del contagio di questi giorni ci sta insegnando che minimizzare non è sempre la strategia giusta. Quando tutto questo finirà scopriremo se sarà stato un bagno di realtà capace di spegnere le braci dormienti del risentimento diffuso o l’ennesima tanica di benzina che potrà innescare nuovi cataclismi.

(finito il 16 agosto 2019)

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Siegmund Ginzberg
Sindrome 1933
(Feltrinelli, 2019)

188 p. | 16 €