venerdì 28 novembre 2025

Paesi tuoi

Quale che fosse l’intenzione originaria, un titolo come Paesi tuoi alle mie orecchie odierne suona irrimediabilmente come un’invettiva, un’imprecazione, quasi un anatema, un modo per rinfacciare a te, impotente lettore, la tua origine indegna, degenere, bifolca, e per questo meritevole di stigma, come un retaggio da cui tu, sì proprio tu, non puoi pensare d’esserti veramente affrancato, nonostante tutta la cortesia acquisita col tempo e la tua cultura, e dunque anche una nemesi pronta di nuovo a ghermirti e straziarti quando ormai la davi definitivamente per morta e sepolta, quasi che avesse perso memoria della sua propria missione di vendetta. Esattamente dieci anni dopo, ne La luna e i falò, un Pavese più maturo, ancorché sempre giovane, attraverso la maschera di Anguilla, avrebbe osservato, con maggior ponderazione, che tutto sommato «un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via» - ma qui si capisce meglio perché uno se ne voglia fuggire al più presto, se il paese è questa roba qua, un arcaico mondo contadino in cui si ripropongono i medesimi archetipi della comunità ancestrale - poiché tutto il mondo alla fine è “paese” -, con i suoi riti di sangue, la rassegnata consuetudine alla violenza, la passiva accettazione di quell’eterno ieri modellato sul ciclo ricorrente delle stagioni che mantiene perennemente gli uomini sulla soglia di una ferinità in cui è sempre possibile sprofondare da un momento all’altro, come nella baldoria sfrenata del canto del capro in cui affonda le radici la tragedia greca, modello forse insospettabile per un racconto popolare di ambientazione contadina eppure ben riconoscibile e in fondo non così stravagante, considerata la formazione classica e gli interessi etnografici dell’autore.

C’è ben poco di idilliaco in questa Langa primordiale non ancora brandizzata dall’Unesco, luogo della malora dove la fame la si patisce e non la si placa presso gli chef pentastellati del Barolo (molto lontana, peraltro, anche dall’ameno quadretto agreste esaltato allora del regime). In quel mondo lì, uno come Berto, protagonista e voce narrante della storia, non si sente per niente a suo agio e non si sarebbe mai neanche sognato di finirci, se non ci fosse stato trascinato dagli eventi e dagli inviti insistenti di Talino, una lingera conosciuta in cella che non si capisce bene se sia solo un bonaccione di campagna, uno sciocco barotto convinto però di saperla più lunga degli altri o un inquietante, satiresco zanni potenzialmente capace di compiere qualsiasi crimine con una leggerezza più spaventosa delle più oscure macchinazioni del peggior genio del male – e che, probabilmente, se ci tiene così tanto a portarselo dietro con sé nella natia Monticello, quando escono dal carcere, un qualche recondito e losco motivo dovrà pur avercelo. Per Berto, che è pure lui a suo modo un mezzo delinquente, ma – in quanto meccanico – è pur sempre anche un uomo della tecnica, della modernità cittadina, aggirarsi in mezzo a quei «goffi di campagna», come li chiama di continuo, è più o meno come ritrovarsi tra i cannibali del Borneo, prigioniero di un codice incomprensibile di norme sociali, non conoscendo bene le quali si corre di continuo il rischio di apparire decisamente più fesso anche di colui che, nel capoluogo, sarebbe senz’altro considerato il più fesso di tutti. «Guardali bene, Berto, dico senza fermarmi, è in mano a questa gente che ormai ti sei messo». Gli fa eco, poco dopo, una guardia del posto: «non sanno mica cos’è la vita civile, sono ignoranti», ma «che uno sia ignorante non basta per la giustizia. Tutte queste campagne sarebbero dentro». Se per ovvie ragioni è facile riscontrare assonanze con Steinbeck (di cui Pavese tradusse Uomini e topi un anno prima di comporre Paesi tuoi), io ci sento anche aria di Conrad. Solo che per sprofondare nel cuore della tenebra non c’è bisogno di andare in capo al mondo, come fa Kurtz; bastano appena pochi chilometri di treno: «sono proprio in campagna, […] qui più nessuno mi trova».

Già, «qui non è il tuo paese» – e per prenderne atto a Berto basta una sera, quando, in procinto di addormentarsi, osserva la collina intorno «tutta scura» e silenziosa – quella collina che al primo sguardo gli era apparsa come un’enorme «mammella […], una poppa, tutta rotonda sulle coste e col ciuffo di piante che la chiazzava in punta» - e la sua mente corre subito a Corso Bramante. Là, «anche a essere solo, uno almeno è a Torino, e a mezzanotte trova ancora tutto aperto»; qui si sentono solo alcuni cani in lontananza, e nient’altro. C’è chi ci metterebbe la firma per appartarsi in quest’angolo di tranquillità; non è il suo caso. Appena qualche ora prima, tra l’altro, Berto aveva fatto la conoscenza del padre di Talino, Vinverra, che lo ospita in casa in cambio delle sue prestazioni tecniche. Talino, nell’evocarlo, lo aveva definito sarcasticamente come «peggio della giustizia». E quale sia la sua idea di giustizia lo mette subito in chiaro, quando, irritato da un botta e risposta tra Talino e un’altra sua figlia, Gisella, si toglie la cinghia e comincia a picchiare quest’ultima «come fosse una scarpa»; poi passa al fratello, «e gliene molla una cinghiata che si sentì in tutta la stanza» - ma mentre Talino scappa subito dalla sferza, Gisella incassa, mugolando senza opporre resistenza, come un agnello sacrificale. Da quella scena si capisce subito come andrà a finire. Eppure Gisella ha qualcosa di diverso dalle sue sorelle, non è una bestia come le altre donne di campagna, ma «sembrava fatta di frutta»; anche per questo Berto inizia con lei una sotterranea tresca, fatta di fugaci contatti e sotterfugi, perché tutto sommato, «lavata e vestita, poteva fare la sua figura anche a Torino». Ma, alla fin fine, «anche lei era troppo ignorante» e la sua maliziosa vitalità, invece che produrre un’autentica e sacrosanta ribellione, non fa che accelerare il corso del suo inevitabile destino.

Berto stesso non si rende del tutto conto di quali potenze ctonie va suscitando con il suo blando corteggiamento. Se ne accorgerà solo quando vedrà il collo di Gisella trapassato con un tridente dal fratello furente di incestuosa gelosia, e il suo sangue impastarsi con il fango come quello dei conigli o dei polli sgozzati quotidianamente nell’aia (è più o meno la stessa fine che, sempre ne La luna e i falò, farà Santina, quando la grande storia busserà alle porte di questa arcaica provincia). Ciò che più sconcerta Berto - che pure aveva già notato come «perdere sangue in campagna deve fare meno effetto che all’ombra di una casa di Torino; (…) pensare uno chinato che perde sangue sulle stoppie sembra più naturale, come all’ammazzatoio» - è l’indifferente tranquillità con cui quell’omicidio è affrontato da chi vi assiste. «Peccato. Era un fisico sano. Neanche i maiali resistono tanto», è il laconico responso del medico accorso in un vano tentativo di rianimazione. Più agghiaccianti ancora le parole del padre: «bisogna finire quel grano» - quasi si trattasse solo di un banale incidente, una scocciatura per la quale non val la pena rischiare di perdere una giornata intera di lavoro (e forse anche più spaventoso è l’atteggiamento appena accennato della madre, che non ha lacrime per la figlia, ma che è terrorizzata dall’idea che possano far qualcosa a Talino, datosi come sempre alla macchia). Il fatto è che tutti erano perfettamente consapevoli che Talino prima o poi l’avrebbe ammazzata, eppure nessuno ha fatto niente per fermarlo; anzi, una volta colpita, «sembravano tutti d’accordo a lasciarla morire come se fosse roba loro». Talino sarà sicuramente un poco di buono, ma più perché, da latitante, sottrae braccia all’azienda di famiglia e le crea futili grattacapi che per aver fatto fuori un altro essere umano; se è morta in quel modo, sembra concludere il coro pastorale, la colpa è solo di Gisella. E insomma, possiamo raccontarcela continuando a celebrare e basta le eccellenze del territorio, ma quando si sentono ad esempio ministri della Repubblica affermare che la sopraffazione violenta è radicata nel codice genetico del maschio e che dunque va in qualche modo compresa e giustificata, perché se hai una malattia ereditaria non è mica colpa tua, tocca ahimé constatare che sì, è vero, sono ancora tutti, terribilmente e incontrovertibilmente, paesi nostri.

(finito il 15 agosto 2022)

Ho parlato di


Cesare Pavese
Paesi tuoi
(Einaudi 2015)

151 pp. | 10 €

(ed. or.: 1941)

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