venerdì 16 giugno 2017

Storia della guerra civile spagnola

Conservo molti splendidi ricordi del mio primo – bellissimo – viaggio in Spagna (Cantabria, Paesi Baschi, Navarra e uno scampolo d’Aragona). Del modo rocambolesco con cui abbiamo raggiunto il primo ostello e del rischio seriamente corso di trascorrere all’addiaccio la nostra prima notte dirò magari un’altra volta. Qui voglio invece rievocare la visione, incuriosita e sconcertata a un tempo, delle due bombe appese come reliquie ad una parete del Santuario della Madonna del Pilar di Saragozza, su cui esse caddero, senza esplodere, durante uno dei primi bombardamenti della guerra civile, quando Saragozza, dall’oggi al domani, si era risvegliata franchista. Di simili trofei innalzati a un “Dio con noi” perversamente omonimo dell’Emmanuele isaiano sono piene le chiese – e non le chiese soltanto. Ma dei massacri compiuti da Carlo Magno a danno dei Sassoni, per dire, a noi in fondo oggi poco importa, come ci importa poco dei Daci con le teste mozzate raffigurati sulla Colonna Traiana. Che quegli ordigni siano invece tuttora lì esposti, ad indicare che in quel conflitto dell'altro ieri la Vergine aveva proprio scelto di stare da quella parte, a braccetto di un regime autoritario sopravvissuto alle altre dittature fasciste – con l’aiuto delle quali era stato messo in piedi – solo perché si era potuto sfilare dalla Seconda Guerra Mondiale, sia pure a prezzo di un’ecatombe nazionale, ecco, questo è un boccone già più amaro da digerire. Eppure, almeno in Spagna, la guerra l’hanno per davvero vinta “loro”. Scriveva Camus, nel ‘46: «in questo mondo, che si dice liberato, esiste un paese dal quale distogliamo ostinatamente lo sguardo» - un paese in cui, in ragione del comune anticomunismo, si era finito per accettare di buon grado il governo di un tale che, in circostanze diverse, avrebbe conosciuto il gabbio nella sua Norimberga. A un’intera generazione, scrive sempre Camus, la Spagna ha dimostrato che si poteva avere una buona ragione per combattere e ciò nonostante perdere lo stesso, che la forza poteva schiacciare l’ideale; ai sopravvissuti, aggiungo io, insegna che non sempre arrivano i nostri a riportare la libertà, anzi, che i tiranni di ieri possono diventare gli alleati di oggi dopo che si è proceduto ad un nuovo nomos della terra (e un brivido scorre lungo la schiena immaginando una possibile soluzione analoga anche per l’Italia, se Mussolini non avesse avuto la fregola di buttare i suoi morti sul tavolo della pace e spezzare le reni alla Grecia).

Il mito della guerra di Spagna è tutto racchiuso nel concitato appello che il deputato repubblicano Fernando Valera lanciò da Radio Madrid nei primi giorni di assedio da parte dei franchisti: «qui a Madrid passa la frontiera mondiale tra la Libertà e la Schiavitù. Qui a Madrid due civiltà, fra loro incompatibili, si affrontano in una grande battaglia: l’amore contro l’odio, la pace contro la guerra, la fratellanza di Cristo contro la tirannide della Chiesa... Questa è Madrid. Essa combatte per la Spagna, per l’Umanità, per la Giustizia, e col manto del suo sangue protegge tutti gli esseri umani!». Certo, bisogna fare la tara della retorica: i proclami dei Falangisti sono spesso drammaticamente speculari. Però queste parole ci ricordano di un tempo in cui i “foreign fighters” non avevano l’aspetto truce di Jihadi John, ma quello di Carlo Rosselli (ucciso giusto ottant'anni fa dai nonni di quelli che oggi stanno facendo cagnara in Senato sullo ius soli) e degli altri che come lui hanno sentito l’esigenza di portare laggiù una battaglia per la libertà che nelle rispettive patrie in quel momento non era praticabile. E anche le voci parzialmente dissonanti – quelle degli Orwell, delle Simone Weil – sono voci di chi al fronte c’è comunque andato, l’ha conosciuto, ci si è sporcato le mani, non gli strali di chi spara sulle ong dal salotto di casa per tirare su di mezzo punto i propri sondaggi – e proprio per questo sono anch’esse testimonianze preziose, rivelatrici di un autentico tormento, di una questione perennemente aperta. Non credo sia un caso se alcune delle cose più belle che abbia mai letto sono legate alla guerra di Spagna (ne cito solo due: Soldati di Salamina di Javier Cercas e L’antimonio di Sciascia). Per questo, alla fine, mi sono deciso e ho cominciato a documentarmi sul serio. Ed eccoci, appunto, al libro: in questo poderoso volume pubblicato nel 1961 da un allora giovanissimo storico inglese, forse la prima ricostruzione organica dei fatti di Spagna (che ora credo si trovi solo più nelle biblioteche), si rivivono tutte le contraddizioni di una vicenda seguita quasi cronachisticamente, giorno per giorno, nel tentativo di portare alla luce “l’antropologia politica” che emerge da quegli eventi. É un libro pieno di storie, di aneddoti, di parole che spesso sono raccolte quasi in presa diretta e anche per questo non privo di lungaggini. Esistono delle ricostruzioni più recenti che saranno sicuramente più aggiornate, più compatte e anche più equilibrate e distaccate di questa. Ma proprio questo è il punto. É tutt’altra cosa scrivere un libro sulla guerra di Spagna ora oppure scriverlo quando Franco era ancora al potere. Dopo oltre 600 fittissime pagine, «la Spagna soffre ancora». E niente, è questa la morale.



Ho parlato di




Hugh Thomaas
Storia della guerra civile spagnola
(ed. Einaudi, 1963)

Trad. di P. Bernardini Mazzolla

691 pp.

(ed. or., The Spanish Civil War, 1961)

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