mercoledì 8 aprile 2026

I nostri antenati

Che fatica parlare di libri che hanno letto tutti, soprattutto gli studenti diligenti che assecondano davvero le indicazioni delle colleghe di italiano e dinanzi ai quali non volevi fare la brutta figura di non ricordarteli più, perché anche tu, come tutti, li avevi letti quand’eri al loro posto, qualche era geologica fa – e quant’è più faticoso, se quasi tutto ciò che di sensato si sarebbe potuto aggiungere intorno a questi tre romanzi, dopo averli appunto riletti per bene, ancora una volta, da adulto, comprendendone un po’ di più il sottotesto, lo ha già illustrato efficacemente lo stesso Calvino, quando, raccogliendoli per la prima volta in un unico volume, sentì l’esigenza di anteporvi un’inedita introduzione per sbrogliare probabilmente una possibile obiezione che poteva sollevarsi contro di lui, fino ad allora modello esemplare di intellettuale impegnato e organico, e che potrebbe rovesciarsi oggi anche sul suo indegno recensore, ovvero di stare qui ad occuparci di favolette mentre là fuori c’è la morte (in effetti, tra guerra di Corea, incubo atomico, invasione dell’Ungheria, maccartismo dilagante, gli anni Cinquanta, visti dal di dentro, non dovevano apparire meno spaventosi dei tempi che sono toccati in sorte a noi: dal che non ne deriva nessuna rassicurazione rispetto a ciò che stiamo vivendo, come se non ci fosse niente di cui preoccuparsi, niente che non sia stato già affrontato e superato, bensì la consapevolezza che ogni epoca, ahimé, è strutturalmente fragile e che bastano veramente pochissime variabili impazzite per scatenare in qualsiasi momento l’apocalisse, non appena si abbassa di poco la soglia dell’attenzione). Ebbene, come Orwell aveva già dimostrato la possibilità di affrontare in modo credibile temi serissimi ricorrendo all’espediente apparentemente infantile degli animali parlanti, così il giovane Calvino, ancora alla ricerca di un proprio autentico timbro personale, all’inizio degli anni Cinquanta cominciò per conto suo a intuire che, per quanto suonasse paradossale, il registro fiabesco poteva aiutarlo a decifrare la complessità del reale, ponendolo a una certa distanza, assai più dell’immediato rispecchiamento neorealista a cui si era votato nei suoi esordi e che ancora continuava a praticare in parallelo su altri tavoli. Da come ne parla, non si trattò tuttavia di una scoperta teoricamente premeditata e poi esemplificata sotto forma di esercizio di stile, giacché – osservava – «è solo scrivendo che ogni cosa finisce per andare al suo posto», o, come nota in modo più sofisticato l’ipotetica narratrice del terzo tomo, «è verso la verità che corriamo, la penna e io, la verità che aspetto sempre che mi venga incontro, dal fondo d’una pagina bianca, e che potrò raggiungere soltanto quando a colpi di penna sarò riuscita a seppellire tutte le accidie, le insoddisfazioni, l’astio che sono qui chiusa a scontare». Come a dire: ho cominciato a scrivere, anche un po’ per celia, e poi da cosa è nata cosa e mi si è aperto invece un vero e proprio mondo.

Mi colpisce e mi affascina anzitutto l’altissimo potenziale conoscitivo attribuibile in questo modo alla letteratura, alla sua capacità, cioè, di lavorare su un’immagine-guida, cesellandola da ogni lato con l’aiuto dei riferimenti più disparati, finché per suo tramite, condotti dalle regole interne degli stessi processi narrativi e dalla grammatica della fantasia, si può arrivare infine a scoprire qualcosa in più di quello che quell’immagine poteva suggerire in partenza, in modo non poi troppo diverso da come un dialogo socratico accompagna passo passo gli interlocutori verso una conclusione sorprendente e non prestabilita da nessuno di loro, vero e proprio punto d’avvio di una nuova consapevolezza morale. Così, per esempio, nel Visconte dimezzato, il riciclo di un tema un po’ frusto come quello del doppio, già condito in tutte le salse e facilmente interpretabile come simbolo del «dimidiamento» dell’uomo contemporaneo, «mutilato, incompleto, nemico a se stesso», “alienato” (per dirla con Marx) o “represso” (per dirla con Freud), dopo aver condotto alla sapiente ma non inedita conclusione per cui l’uomo è un impasto di contraddizioni e mal gliene incoglie a chiunque provi a separare l’una dall’altra, perché la vera integrità consiste invece proprio in quel «miscuglio di cattiveria e bontà» con cui bisogna imparare a fare i conti, se si vuole conquistare l’unica felicità accessibile in questo mondo storto che non può fare a meno degli opposti senza andare in rovina, finisce anche per produrre – questa volta in modo del tutto sorprendente – l’ipotesi controintuitiva che «delle due metà è peggio la buona della grama», perché petulante, integralista, «sputasentenze», rispetto a quell’altra, cattivissima certo, e però tutto sommato pure confortante, in quanto, con la sua malvagità straripante, ci fa sentire persone perbene senza l’obbligo di metterci davvero in discussione – spunto che anticipa di decenni le infinite discussioni sull’umiltà del male e la sua benevola indulgenza verso noi peccatori e sulla conseguente inefficacia di combattere l’immoralismo dilagante sfoderando l’altezzosa superiorità dei “giusti”.

Mi pare, del resto, che la ricerca di un modalità diversa di interpretare la funzione dell’intellettuale rispetto a quella giacobina, protestante, azionista, molto torinese e gobettiana, per sua natura integerrima e proprio per questo (Dio mi perdoni!) dannatamente “pesante”, a vantaggio di un modello alternativo, non privo di contraddizioni, a tratti traballante, instabile, ma meravigliosamente “leggero” senza essere fatuo, stia al centro del Barone rampante, che dei tre è sicuramente il racconto che più si solleva dal semplice apologo per avventurarsi in un’esplorazione approfondita, ancorché velata, del possibile ruolo sociale di chi fa professione di pensiero critico, con un movimento che non mi sembra così diverso da quello ripreso poi anche da personaggi svezzati alla stessa scuola come Eco o la coppia Fruttero & Lucentini. Senza mai perdere il filo dell’ironia, Calvino pone e ripone la domanda a cui il suo Cosimo Piovasco di Rondò (e il di lui fratello Biagio, nelle vesti di cronista) non riescono mai a dare una risposta chiara e definitiva, vale a dire come conciliare la «passione (…) per la vita associata» e la «perpetua fuga dal consorzio civile», l’amore per il mondo e il suo continuo distanziarsene per non restare invischiato nelle sue trappole, la cura per uomini, cose e città e l’insofferenza verso ogni legame duraturo, l’esigenza di guardare sempre più in alto e il bisogno di non perdere il contatto con la concretezza, e finanche la bassezza, del vivente. Apparentemente perso tra i rami delle sue piante, a tre metri da terra, per rispetto nei confronti di una scelta che appare da subito sproporzionata rispetto all’evento che l’ha scatenata, il barone scopre, per un verso, «che le associazioni rendono l’uomo più forte e mettono in risalto le doti migliori delle singole persone, e danno la gioia che raramente s’ha restando per proprio conto, di vedere quanta gente c’è onesta e brava e capace e per cui vale la pena di volere cose buone (mentre vivendo per proprio conto capita più spesso il contrario, di vedere l’altra faccia della gente, quella per cui bisogna tener sempre la mano alla guardia della spada)»; d’altra parte, ha però anche sufficiente lucidità per capire che, venuto meno il problema comune che le ha tenute insieme, «le associazioni non sono più buone come prima, e val meglio essere un uomo solo e non un capo». Come essere nonostante tutto fedele a un’umanità che, alla fin fine, preferisce il più delle volte restare ancorata coi piedi ben piantati a terra e guarda con sospetto tutti i tentativi di elevarla oltre le pozze di fango di cui è costituita? E come evitare, d’altra parte, di trasfigurare in una mostruosa testa alata d’angelo, talmente aliena e disconnessa dalla realtà da non capire neanche più il mondo che vorrebbe contribuire a salvare? La – per me poeticissima e non canzonatoria – fine di Cosimo, quella sorta di ascensione laica, agganciato a una mongolfiera, che impedirà per sempre di dare sepoltura al suo corpo, mai ritrovato, condensa in sé l’enigma senza scioglierlo.

Possiamo intendere questa fuga sugli alberi, corrispettivo della fuga nel fantastico, come il vagheggiamento di un illuminismo che in Italia non c’è stato o, se c’è stato, non ci ha mai davvero liberato da una mentalità codina e pusillanime, prona verso i potenti, incline alla connivenza e all’omertà, e in quanto tale anche come un forte atto d’accusa nei confronti di un mondo forse inemendabile che a Calvino doveva cominciare a venire a noia, cessato ormai lo slancio della Resistenza con il suo carico di speranze: letterariamente più originale di altre sue produzioni coeve, è oggi solo per un’inclinazione passeggera che sono in verità più incuriosito da queste ultime, da esaminare come si esaminano delle testimonianze in presa diretta dei mutamenti socio-antropologici allora in atto. Ma al di là di ciò che in quel momento poteva pensare Calvino, va riconosciuto al suo genio di avere dato vita a degli autentici miti contemporanei, che, come tutti i miti, acquistano vita propria e, sfuggendo al controllo del loro stesso creatore, si trapiantano di volta in volta in contesti differenti, come l’Ulisse omerico, senza cessare d’essere se stesso, diventa via via anche quello di Dante, quello di Joyce o quello di Adorno, arricchendosi progressivamente di nuove sfumature. Ed è ben difficile, perciò, con il senno di poi, non restare stupefatti in particolare dal modo in cui un’invenzione poetica come quella del cavaliere inesistente si adatti benissimo a un tipo d’uomo oggi quanto mai infestante, una figura talmente appiattita sulla propria identità sociale (ma dovremmo dire “social”) da perdere qualsiasi profondità e diventare tutt’uno con l’immagine con cui si identifica, come se si fosse definitivamente realizzata l’illusione barocca della teatralizzazione del mondo e ci ritrovassimo prigionieri di una terrificante recita a soggetto senza senso e senza scopo. Non c’è che l’imbarazzo della scelta, di queste proiezioni terrificanti in grado di farti contorcere dal terrore, finché occupano la totalità dello schermo, ma destinate a sgonfiarsi rapidamente, non appena svanisce l’inganno ottico che ce le fa ritenere così importanti. Il problema è che nei pochi istanti in cui la loro vacuità acquista una massa critica sono perfettamente in grado di far saltare per aria il mondo e noi con esso. «Quali impreviste età dell’oro prepari, tu malpadroneggiato, tu foriero di tesori pagato a caro prezzo, tu mio regno da conquistare, futuro...» - così si chiude speranzosamente il libro. Proprio nessuna, a quanto pare.

(finito il 27 settembre 2022)

Ho parlato di

Italo Calvino
I nostri antenati
Il visconte dimezzato - Il barone rampante - Il cavaliere inesistente
(Gedi 2020)

462 pp. | 9,90 €
Collana "Le Opere di Italo Calvino", vol. 2

(ed. or.: 1952, 1957, 1959)

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