sabato 2 gennaio 2016

Sottomissione

Si lavora in uno spazio vuoto e dagli studenti e dai professori giapponesi, 
nel migliore dei casi, giunge un'eco, ma nessuna risposta.
K. Lowith, Lettera a Bultmann (14 febbraio 1939)

Ovvero: anche se con quasi un anno di ritardo, anch'io alla fine ho letto il libro dell'anno.

Una premessa obbligata, l'ennesima. Per inveterata abitudine, allorquando le vetrine si riempiono di un libro bello, importante, che segna il tempo, anziché comprarlo subito, di solito mi procuro uno dei testi precedenti, se non addirittura il primo, che l'autore di quel libro ha scritto. C'è una punta di civetteria in tutto questo: il gusto di non essere obbligatoriamente sul pezzo, di poter rispondere ai critici dell'ultim'ora "sì, d'accordo, però l'altro..."; forse persino un po' di ottuso pregiudizio storicistico, in base al quale le cose bisogna sempre cominciarle per benino, dal principio. Ma c'è sotto anche l'idea un po' più sostanziosa per cui un paese lo si visita davvero non tanto standosene comodi fra le mura di un resort, ma perlustrandolo in lungo e in largo, ovvero che per inquadrare adeguatamente un problema occorre fare qualche passo indietro e posizionarsi in modo da sfruttare appieno tutte le possibili fonti di luce - che è un po' anche il motivo per cui, spesso e volentieri, quando viaggio, passo oltre certi monumenti da cartolina e mi apposto con maggior piacere nelle piazze laterali, dopo esserci arrivato per vie poco trafficate. Su tutto questo si innesta inoltre una certa usanza acquisita da ragazzino, quando dovevo gestire con oculatezza i pochi denari a disposizione per comprarmi i libri e, tra una singola, costosa, edizione cartonata e fresca di stampa di uno scrittore non ancora frequentato, e che poteva perciò anche non piacermi (per quanto sulla bocca di tutti), e - poniamo - tre bei tascabili, di cui almeno due ritenuti affidabili per rodata consuetudine, optavo sistematicamente per la seconda soluzione, perché anche la quantità ha le sue ragioni e non c'era comunque un'ebay a disposizione per disfarsi in qualche modo dell'eventuale sòla. Aggiungo, infine, che il tempo spesso fa il suo dovere e, talvolta anche solo con qualche mese di distanza, ti consente di constatare che di quel libro apparentemente irrinunciabile in realtà si poteva poi tranquillamente fare a meno.

Tutto questo per dire che anche con Houellebecq, in un primo momento, le cose non sono andate diversamente. Entrato nella mia biblioteca anni fa per il suo saggio su Lovecraft, non mi era però mai passato per le mani uno dei suoi romanzi, che pure da tempo occhieggiavo, stimolato da molteplici consigli. Così, non appena Sottomissione si è guadagnato la ribalta delle cronache (ahimé, non solo letterarie), una decina di mesi fa, ho colto la palla al balzo e mi sono procurato La carta e il territorio. Ovvero, come accennavo sopra, il penultimo libro che ha scritto. E ho fatto bene: perché quel libro è bellissimo. E perché, leggendo nel risvolto di copertina di Sottomissione che quest'ultimo sarebbe "il romanzo più visionario di Houellebecq", avrei potuto rispettare il copione e puntualizzare "sì, d'accordo, però l'altro..." (e con delle buone ragioni, oltretutto: La carta e il territorio è davvero un libro potente, assai più apocalittico di questo, ed anche estremamente originale nella sua composizione, per così dire, a patchwork, nonostante un impianto a prima vista molto classico).

Poi però non ce l'ho fatta. La carta e il territorio mi ha colpito a tal punto che la curiosità di andare a vedere per davvero, al di là delle banalizzazioni giornalistiche, come Houellebecq avesse scelto di trattare un argomento spinoso come quello della possible elezione di un presidente musulmano nella Francia del prossimo futuro ha preso il sopravvento e mi ha indotto a contravvenire alle regole di un metodo che tutto sommato ha sempre funzionato a dovere. Così ho comprato il libro. E l'ho pure letto, stranamente, in tempi rapidi.

Per cui, eccoci qua. Sottomissione, che poi è una possibile traduzione di "islam": il libro che Salvini aveva così voglia di annunciare a tutti su Facebook che stava leggendo da fargli trascurare il dettaglio non proprio irrilevante che sarebbe uscito in libreria solo il giorno dopo, e su cui peraltro ha poi omesso ogni commento, anche perché, posto che sia mai arrivato alla fine, non deve avere apprezzato molto dove effettivamente andava a parare. Ed è questo uno dei meriti di un autore che, quando fa letteratura, sa spesso essere irritante come pochi, ma raramente banale. Già, perché, con l'indotto di discorsi che ha suscitato, uno si sarebbe aspettato come minimo una roba tipo la bandiera nera del califfo innalzata sulla Tour Eiffel e il pubblico rogo dei capolavori del Louvre ad opera di esagitati mujahiddin. E invece la provocazione che anima il libro è molto più sottile (e meno male che Houellebecq l'ha scritto prima di Charlie Hebdo e del Bataclan, perché se no, forse, una tale sottigliezza si sarebbe persa, almeno a giudicare da certe sue interviste pubblicate in questi mesi, decisamente più scontate).

L'ipotesi futuristica su cui si regge la trama è la seguente: alle elezioni presidenziali francesi del 2022, al termine di un secondo, incolore, mandato di Hollande, Marine Le Pen conquisterà a mani basse la maggioranza relativa al primo turno (34,1 %),  un po' come effettivamente accaduto alle ultime amministrative, qualche settimana fa. Il problema è che, al secondo turno, anziché trovarsi di fronte il solito sparring partner gollista o socialista con cui replicare il consumato teatrino dello scontro tra fronte repubblicano e neofascismo, dovrà vedersela con un avversario del tutto inedito e spiazzante, tale Mohammed Ben Abbes, candidato della Federazione musulmana, giunto secondo col 22,3 % (a un incollatura dal candidato di sinistra, mentre il candidato di destra sprofonderà, secondo questa previsione, a un irrilevante 12%). Effettivamente, l'idea è tutt'altro che peregrina. In un sistema democratico bloccato e sempre più delegittimato come quello occidentale, in cui i partiti tradizionali appaiono sempre più come gang rivali che si limitano a spartirsi periodicamente il potere negando rappresentanza a quelle ali estreme che pure sono maggioranza d'opinione nella società (così la mette giù Houellebecq, ma non pare troppo lontano dal vero), la comparsa di un partito islamico moderato sarebbe forse in grado di scompaginare davvero le carte, soprattutto in un paese come la Francia, dove potrebbe contare sul voto di milioni di immigrati di prima e seconda generazione, divenuti ormai a tutti gli effetti cittadini della repubblica. Il passo successivo è quello di immaginare un appoggio di tutte le forze sconfitte al primo turno in favore di Ben Abbas, con un'operazione politica che mira ancora una volta a silurare i lepenisti e per la quale Houellebecq si diverte anche a individuare un utile idiota di copertura nella figura di François Bayrou. La situazione, lo si capisce, ha tutti i requisiti per diventare incandescente. Già in occasione delle recenti regionali, il premier Valls ha paventato il rischio concreto di una guerra civile, suscitando per questo non poche polemiche. Il libro ci presenta una situazione simile, sia pur esasperata. Seggi blindati, tensione strisciante, sensazione di una catastrofe imminente: elezioni che devono addirittura essere ripetute a causa di assalti armati a seggi di provincia. Poi, però, alla fine tutto scorre liscio e Ben Abbes diventa come previsto il primo presidente francese di religione musulmana.


Se questo è l'aspetto shockante su cui più hanno insistito i media, la vera trovata del libro sta però nella descrizione del profilo politico di Ben Abbes. Il quale non è affatto un talebano, ma un musulmano moderato, che non vince perché inneggia al jihad, bensì - ecco il paradosso - perché parla sostanzialmente il linguaggio rassicurante dei valori, della famiglia e della morale tradizionale, ossia lo stesso linguaggio delle destre, specie quelle religiose, ma con lo scudo dell'antirazzismo che lo tutela da eventuali attacchi da parte delle sinistre. Per Ben Abbes i terroristi sono solo una manica di dilettanti, che pretendono di strappare a forza all'Occidente qualcosa che l'Occidente, intorpidito, è in realtà sin troppo disposto a cedere senza particolari proteste. Il suo colpo di genio politico consiste nell'occupare, con toni sempre molto suadenti e concilianti, tutto quell'enorme campo che l'Europa laicizzata e secolarizzata ha abbandonato alle scorrerie di gruppi estremisti impresentabili. Il jingle è insomma sempre quello, Dio-patria-famiglia: solo che ora, invece di "Dio", si dice "Allah". Ma questo non impedisce una sorta di entente cordiale con i cristiani. "Il vero nemico dei musulmani, quello che temono e odiano più di qualsiasi altro, non è il cattolicesimo: è il secolarismo, la laicità, il materialismo ateo" (p. 134). In quest'ottica i cristiani sono, in fondo, solo dei compagni che sbagliano, con cui bisogna pazientare il giusto prima che giungano a convertirsi in massa (cosa tutt'altro che impossibile: in fondo è già capitato in Medio Oriente e nel Nord Africa proprio al tempo delle prime conquiste arabe). Sul lungo periodo, l'obiettivo che Ben Abbas persegue è sostanzialmente quello di un'integrazione europea che ritrovi il suo baricentro nel Mediterraneo, una sorta di Eurabia capace di riproporre il modello vincente dell'impero romano e permetta così al vecchio continente di rientrare nel giro mondiale delle potenze che contano.


Quello che si prospetta è insomma un nuovo Medioevo, ma non nel senso di una ricaduta nelle tenebre, come se lo rappresenterebbero gli illuministi, bensì come ritorno glorioso a una comunità di popolo affratellata dalla fede e dalla convinzione di essere parte di un destino più grande - la grande rivincita del trascendente su un umanesimo laico che ha fallito il progetto di costruire una convivenza in grado di funzionare (e non per nulla una parte del romanzo si svolge nel cuore della Francia carolingia, a Rocamadour, intorno al suo santuario della Madonna Nera). La provocazione di Houellebecq è tutta qui: il pensiero occidentale si è così inaridito e impoverito, è così nevrotico e desolante, che l'apparire di un'idea tanto potente potrebbe non avere problemi a spazzarlo via in un soffio e a imporsi docilmente, dando semplicemente una coloritura leggermente esotica al tradizionale affetto che si nutre per ogni forma di Ordine e Stabilità (questo discorso naturalmente vale solo per l'Occidente: la Cina è un mondo a sé, una sfinge impenetrabile, che richiederebbe un altro sforzo creativo, forse un altro romanzo per essere decifrata). Non a caso il protagonista del racconto è appunto un professore universitario annoiato, uno studioso di Huysmans che legge molto, scrive saggi, tiene corsi ma sguazza sostanzialmente in un mondo accademico totalmente autoreferenziale, unicamente finalizzato a replicare se stesso senza apportare alcun contributo reale alla vita della società. "Chi raggiunge lo status di docente universitario non immagina neanche lontanamente che un'evoluzione politica possa avere effetto sulla sua carriera: si sente assolutamente intoccabile" (p. 70).


In realtà, qualche prezzo da pagare, anche qui, c'è. Per insegnare nelle nuove università musulmane (finanziate dai petrodollari delle monarchie del Golfo, come già accade ora per le squadre di calcio) bisogna convertirsi, e naturalmente essere maschi. Più in generale, si legittima la poligamia e le donne vengono allontanate da tutti i luoghi di lavoro, ma con intento - così si argomenta - non discriminatorio, bensì allo scopo di restituire alla famiglia il suo ruolo di cellula base della società. Sono, queste, le pagine più sottilmente ironiche del libro, quando la politica del presidente islamico è presentata in pratica attraverso gli stessi slogan dei teocon di casa nostra. Per illustrare l'indirizzo economico impartito da Ben Abbes, oltre al principio di sussidiarietà, Houellebecq fa ripescare al suo personaggio (costruito in modo che sia impossibile non ammirarlo) addirittura il concetto di distributivismo, una sorta di capitalismo di stato che era stato proposto da alcuni cattolici, come Chesterton, all'inizio del '900 (suscitando con ciò il panico nei giornalisti, mediamente ignoranti, che ovviamente non ne sanno nulla). All'atomizzazione individualistica si sostituisce così un modello organicistico che fa appunto della famiglia il nucleo dei processi economici, con tutta una serie di curiose implicazioni che lascio al lettore scoprire.


Potremmo chiamare tutto ciò "l'ultima tentazione dell'Europa", la possibilità per questo continente disperato di trovare in extremis una via d'uscita alla sua malattia terminale, sottomettendosi - appunto - all'islam. Dove il focus non è tanto centrato sullo spauracchio del Turco (fascinosamente "normalizzato"), quanto sull'evanescenza della modernità e sulla sua incapacità di legittimare se stessa: una polpetta avvelenata di faziosità, si capisce, ma non per questo meno efficace rispetto al suo scopo. Siamo curiosamente dalla parti della famigerata lezione di Benedetto XVI a Ratisbona. La parabola che percorre il protagonista del romanzo non è del resto troppo dissimile da quella intrapresa dal suo idolo Huysmans, che dopo aver attraversato in pieno le fasi dell'estetismo e della decadenza, era approdato infine al cattolicesimo più tradizionale. Solo che Huysmans era in netto anticipo sui tempi, e parlava di decadenza nel bel mezzo della belle époque. Ora che l'Europa, in quanto tale, si è definitivamente suicidata, e che, anche per questo, quel ritorno al cristianesimo non è più percorribile, l'Islam diventa seriamente un possibile approdo ideale e una reale occasione di stabilizzazione sociale, tanto più credibile in quanto il suo rigoroso monoteismo appare ancora più coerente con una concezione patriarcale e familistica della società. Il che mi fa pensare a due cose. La prima è che, senza farlo apposta, mi sono ritrovato a leggere in sequenza due libri che, a distanza di un secolo l'uno dall'altro, si pongono per molti aspetti lo stesso problema e prospettano due soluzioni così opposte da apparire affini (e forse, chissà, fra un secolo si leggerà questo Houellebecq come oggi si può leggere Rolfe, che del resto era contemporaneo di Huysmans). La seconda è che, alla fin fine, tutto quell'armamentario dogmatico cristiano che tanto fa storcere il naso ai mistici, il suo monoteismo incongruo e trinitario, la sua insistenza sulla carne, il suo lato materno e indulgente emergono implicitamente anche da un autore come Houellebecq, che certo non ha la minima intenzione apologetica, quali antidoti reali ad ogni forma di conservatorismo sociale (e rendono perciò ancora più aberrante il tradizionalismo cattolico, in quanto oggettiva perversione della sua autentica teologia, strutturalmente eversiva). Si veda intorno a pagina 230: "Invecchiando (...) mi sentivo più interessato a Elohim, il sublime coordinatore delle costellazioni, che al suo insipido rampollo".


Ma così mi spingo fin troppo in là e rischio di far passare questo libro come un testo morigerato e claustrale, quando invece è come sempre pieno di pompini e di apprezzamenti sui culi delle donne. Chiudo invece riprendendo l'inizio di queste considerazioni. Nelle prime, bellissime, pagine del libro, Houellebecq dà infatti una descrizione memorabile di cosa significhi "girare intorno" a un autore. "Solo la letteratura - scrive - può permettere di entrare in contatto con la mente di un morto, in modo più diretto, più completo e più profondo di quanto potrebbe fare persino la conversazione con un amico; per quanto profonda e solida possa essere un'amicizia, in una conversazione non ci si abbandona mai così completamente come davanti a una pagina bianca, rivolgendosi a un destinatario sconosciuto. Certo, è ovvio che quando si tratta di letteratura la bellezza dello stile e la musicalità delle frasi hanno la loro importanza; la profondità di riflessione dell'autore e l'originalità dei suoi pensieri non sono da disprezzare; ma un autore è innanzitutto un essere umano, presente nei suoi libri, e in definitiva il fatto che scriva molto bene o molto male conta poco, l'essenziale è che scriva e che sia, effettivamente, presente nei suoi libri. (...) Pertanto, un libro che amiamo è soprattutto un libro di cui amiamo l'autore, che abbiamo voglia di ritrovare, con il quale abbiamo voglia di passare le nostre giornate" (p. 11). E questa - oltre che una singolarissima professione di umanesimo radicale in un ostinato antiumanista (Petrarca non avrebbe infatti saputo dire  meglio) - è anche una delle più belle giustificazioni del piacere della rilettura, pratica cui mi dedico sempre con passione, anche se nella logica del consumo può apparire insensata. Che bello, invece, sapere che lì ci sarà quella risposta, che in quella descrizione c'è proprio quella parola, che quel personaggio farà esattamente quello che sappiamo dovrà fare (provate a pensarla al contrario: che selva sarebbe se non fosse, per sempre, selvaggia e aspra e forte? Che sarebbe di Achab se non facesse, sempre, la stessa fine?). Che bello perfino prevedere, anche in un testo che si legge per la prima volta, tutti i cliché e le soluzioni di cui ci si è innamorati leggendo altri prodotti di quello stesso ingegno. Che bello sarà, perciò, di sicuro, anche il prossimo urticante Houellebecq.


Il libro che viene dopo. Ovviamente, uno dovrebbe dire Huysmans. Au rebours, certo, ma forse ancor più En route o La Cathédrale. Oppure uno dei tanti autori più o meno di quel giro, benché molto diversi fra loro, che vengono più volte citati nel corso del libro, da Péguy a Bloy (definito a un certo punto "l'arma assoluta contro il XX secolo con la sua mediocrità, la sua idiozia impegnata, il suo umanitarismo appiccicoso", p. 54). 



Una pagina (233-234)

Fu peraltro in occasione di una ricerca Internet su Huysmans che, stranamente, mi imbattei in uno dei più interessanti articoli di Rediger, pubblicato in questo caso sulla "Revue européenne". Huysmans vi era citato solo incidentalmente, come l'autore nella cui opera appariva con maggior evidenza lo stallo del naturalismo e del materialismo; ma l'insieme dell'articolo era un plateale ammiccamento ai suoi ex camerati tradizionalisti e identitari. Era tragico, sosteneva con fervore, che un'irragionevole ostilità nei confronti dell'islam impedisse loro di riconoscere un fatto evidente: sulle cose essenziali erano in perfetto accordo con i musulmani. Sul rifiuto dell'ateismo e dell'umanesimo, sulla necessaria sottomissione della donna, sul ritorno al patriarcato: la loro battaglia, da tutti i punti di vista, era esattamente la stessa. Tale battaglia, necessaria per l'instaurazione di una nuova fase organica di civiltà, ormai non poteva più essere condotta in nome del cristianesimo; era l'islam, religione sorella, più recente, più semplice e più vera (perché, infatti, Guénon si era convertito all'islam? Guénon era innanzitutto una mente scientifica, e aveva scelto l'islam da scienziato, per economia di concetti; e altresì per evitare certe marginali credenze irrazionali, come la presenza reale nell'eucarestia). A furia di moine, smancerie e vergognosi strofinamenti dei progressisti, la chiesa cattolica era diventata incapace di opporsi alla decadenza dei costumi. Di rifiutare decisamente ed energicamente il matrimonio omosessuale, il diritto all'aborto e il lavoro alle donne. Bisognava arrendersi all'evidenza: giunta a un livello di decomposizione ripugnante, l'Europa occidentale non era più in grado di salvare se stessa - non più di quanto lo fosse stata la Roma del V secolo della nostra era. Il massiccio arrivo di popolazioni immigrate fedeli a una cultura tradizionale ancora modellata sulle gerarchie naturali, sulla sottomissione della donna e sul rispetto dovuto agli anziani, costituiva un'occasione storica per il riarmo morale e familiare dell'Europa, creava la possibilità di una nuova età dell'oro per il Vecchio Continente. Quelle popolazioni erano in certi case cristiane; ma più spesso, bisognava riconoscerlo, erano musulmane.
Era lui, Rediger, il primo a riconoscere che la cristianità medievale era stata una grande civiltà, i cui risultati artistici sarebbero rimasti eternamente vivi nella memoria degli uomini: ma a poco a poco aveva perso terreno, aveva dovuto venire a patti con il razionalismo, rinunciare ad annettersi il potere temporale, finendo per condannarsi all'insignificanza, e questo perché? In fondo, era un mistero: Dio aveva deciso così.

Ho parlato di


Michel Houellebecq
Sottomissione
Bompiani, 2015

(trad. di V. Vega)

256 p., brossura, € 17,50

Ed. or.: Soumission (2015)

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