lunedì 26 agosto 2019

Il nome della rosa

Non so se vi sia piaciuta e non posso neanche darne un giudizio complessivo, dato che mi sono arenato alla quarta o quinta puntata, ma la serie tv con John Turturro trasmessa questa primavera su Rai 1 almeno un merito per me ce l’ha avuto: mi ha fatto venire voglia di rileggermi il libro. Dovrebbe essere stata la terza volta, se non mi sono perso qualche passaggio. Tutte e tre, va detto, sempre nella stessa edizione, primo volume a prezzo di lancio della collana – manco a dirsi - “La Grande Biblioteca” Fabbri Editori, a cui sono affezionatissimo perché prodotto tipicamente degno di un topo da edicole qual ero (soprattutto un tempo) e anche perché uno dei primi libri contemporanei che mi sono comprato con le quattro lire racimolate tra onomastici e compleanni. Il colophon indica gennaio ‘94: all’epoca facevo le medie, non sapevo davvero niente del mondo e abboccavo abbastanza facilmente ai superlativi sempre generosamente concessi ai venerati maestri. Il nome della rosa era un titolo di cui avevo sentito parlare con reverenza e nella mia testa mi ero fatto l’idea che fosse un monumento della letteratura universale al pari – che so? - della Divina Commedia, per cui si può comprendere il viscerarle orgoglio di averne finalmente una copia tutta per me. 

Cosa volete che capissi della prefazione, in cui si dottoreggiava (con ironia, ma che ne sapevo?) di Mabillon, Gilson, Vallet e dell’ineffabile Milo Temesvar? Come potevo sapere che Jorge da Burgos era la controfigura di Jorge Luis Borges? Come potevo immaginarmi che ci fossero più livelli di lettura? Però che cosa curiosa che un libro che mi aspettavo serissimo si aprisse invece con la mappa dell’abbazia, esattamente come accadeva nei librogame di cui andavo pazzo, ma che – come diceva il nome – erano fatti, appunto, per puro divertimento. E che spasso la pianta della biblioteca, con quella specie di crucipuzzle che consentiva di individuare l’ordinamento dei volumi sugli scaffali. E che tipo bizzarro quel frate che sembrava in tutto e per tutto Sherlock Holmes in uno dei suoi mirabolanti travestimenti (il nome non mi diceva nulla, ma l’ammiccamento alla provenienza potevo coglierlo perché al 221-B di Baker Street ero già di casa). E poi l’inusuale ambientazione storica, tutto quel parlare di libri, il titolo indecifrabile, l’ingegnoso meccanismo che sta alla base dei delitti e che, a differenza di tanti altri romanzi gialli letti prima e dopo, non mi ha mai fatto dimenticare chi è, qui, l’assassino: insomma, mi resi subito conto che si trattava di un libro diverso dagli altri, di un libro bello proprio perché “strano”, esattamente come il codice miscellaneo che sta al centro dell’intera vicenda, anche se allora non avrei saputo dire esattamente il perché. 

Sperando di capirlo, tentai una prima rilettura più o meno a ridosso del corso di filosofia medievale, tenuto peraltro da un docente che, per aspetto e per affinità tematica, ricordava a tutti gli studenti – e, devo dire, soprattutto alle studentesse – il Guglielmo da Baskerville impersonato da Sean Connery. Tuttavia, nonostante le buone intenzioni e il maggior bagaglio di conoscenze che in teoria a quel punto avrei dovuto possedere, di quella ripresa non ho pressoché ricordi. Questa nuova immersione, invece che effetto mi ha fatto? La prima impressione resta quella di un marchingegno perfetto che sfrutta le regole del genere poliziesco – al modo di Fruttero & Lucentini e ancor più di Sciascia – come strumento interpretativo per orientarsi nella torbida vita civile italiana. É stato già ampiamente scritto come dietro agli inquisitori e al guazzabuglio di eretici di cui il libro abbonda si possono scorgere figure e tendenze politiche tipiche degli anni di piombo, con le loro convergenze parallele e i compromessi più o meno storici, i cattivi maestri e i faccendieri, i grandi vecchi e i sempliciotti che restano col cerino in mano, i golpisti e i compagni che sbagliano. «É molto difficile per un nordico farsi idee chiare sulle vicende religiose e politiche d’Italia» (figuriamoci in questi giorni!): tanto vale, allora, provare a farlo parlando di fraticelli e dolciniani. Naturalmente è un gioco, con tutte le forzature del caso (per cui trovo stucchevoli le obiezioni di chi punta il dito contro le eventuali sbavature storiche). Ed è sicuramente anche un’operazione editorialmente furbetta. Ma che male c’è, se è consapevole, se c’è scritto da tutte le parti che è un libro sui libri fatto di libri? In quegli stessi anni Battiato rispose, a chi si era un po’ sfracassato le palle di tutto quello Stockhausen, “insomma, volete un disco di canzonette?” - e tirò fuori dal cilindro L’era del cinghiale bianco e La voce del padrone. Chapeau. Ci si può divertire anche senza essere sguaiati. 

Il riso è appunto uno dei fili conduttori di un racconto ben architettato che invita a diffidare dei grandi racconti ben architettati e soprattutto degli affabulatori che li diffondono,. «Temi, Adso, i profeti e coloro disposti a morire per la verità, ché di solito fan morire moltissimi con loro, spesso prima di loro, talvolta al posto loro». In tempi di rigurgitanti neofanatismi, resta ancora aperta la sfida tra Jorge e Guglielmo, tra chi pensa, cioè, che la verità gli appartenga in modo definitivo, possa solo essere custodita e vada difesa contro tutto e contro tutti, costi quel che costi – e chi a una verità aspira, ma la considera inafferrabile e sfuggente all’intelletto umano, multiforme come i linguaggi possibili in cui può essere espressa e non può accettare perciò che diventi criterio assoluto di giudizio sulla base del quale versare il sangue di altri uomini. Finisce sempre male, quando il fuoco e il ferro rovente di Bernardo Gui si oppone al fuoco e al ferro rovente di Dolcino. Meglio una più pacata lotta di opposte arguzie senza troppe pretese di salvezza. «Forse il compito di chi ama gli uomini è di far ridere della verità, fare ridere la verità, perché l’unica verità è imparare a liberarci dalla passione insana per la verità». L’ironia contro il terrore, dunque – e questo a Eco non è mai stato perdonato dai torvi apocalittici nostrani, che vi hanno sempre visto puzza di relativismo. Effettivamente Guglielmo «rideva solo quando diceva cose serie, e si manteneva serissimo quando presumibilmente celiava». Lo si presenta come semplice understatement british, ma è un tratto tipicamente socratico, anche se il lessico sembra più quello di Rorty. 

Eco, però, si spinge forse ancora più in là. Per gran parte del romanzo, si può avere la sensazione che, pur in mancanza di un solido fondamento, sia possibile quantomeno ricostruire una parvenza di verità, una piccola trama di certezze limitate ma attendibili fra gli eventi contingenti del mondo, insomma che una flebile luce razionale possa comunque illuminare i nostri passi, che l’intellettuale possa aiutarci a scoprire dei segni là dove noi percepiamo solo impressioni isolate. Se non sperasse di trovarle un colpevole, del resto, l’investigatore non accetterebbe neanche l’incarico che gli viene affidato. «In un momento in cui – dice Guglielmo – come filosofo, dubito che il mondo abbia un ordine, mi consola scoprire, se non un ordine, almeno una serie di connessioni in piccole porzioni degli affari del mondo». Ma il corso delle cose è così caotico, il mondo così bizzarro, che puoi sforzare finché vuoi tutta la tua intelligenza nel cercare tracce di un disegno complessivo, ma quel disegno si sfalda di continuo davanti ai tuoi occhi, perché un disegno in realtà non c’è, se non quello che, surrettiziamente, qualcuno cerca di imporre perché, a sua volta, lo ha letto in un libro. «Non v’era verità (…) e io l’ho scoperta per sbaglio»: ecco la morale, in forma di paradosso. Se volete, più filosoficamente: «perché vi sia specchio del mondo occorre che il mondo abbia una forma» - e su questo restano molti dubbi. E così alla fine la ricerca non approda a nulla, anzi produce indirettamente la distruzione di ciò che stava cercando, degli innocenti finiscono comunque sul rogo, papi e imperatori continueranno a muovere le loro pedine come se niente fosse, e anche per questa volta i sigilli restano ben chiusi. E noi nomina nuda tenemus: «ma allora posso sempre e solo parlare di qualcosa che mi parla di qualcosa d’altro e via di seguito, ma il qualcosa finale, quello vero, non c’è mai?». 

A suo modo, il libro (uscito nel 1980) preconizza il riflusso. Di fronte alla possibilità di andare ad Avignone ad esporre le sue tesi, Guglielmo risponde “no, grazie”. Il tempo della militanza si è chiuso: oggi parliamo – appunto – di libri e tutt’al più facciamo semiotica. Accade però che nel frattempo qualcosa cambia: giullari e saltimbanchi prendono il potere e ci convincono che, se tutto è finzione, si possono governare i paesi con le barzellette. Se dovesse prevalere l’arte dell’irrisione, paventava Jorge, «essa chiamerebbe a raccolta le forze oscure della materia corporale, quelle che si affermano nel peto e nel rutto, e il rutto e il peto si arrogherebbero il diritto che è solo dello spirito, di spirare dove vuole!”». É questo il rovello filosofico del post-postmodernismo, per cui anche Eco, da vecchio, è tornato un po’ moralista. Il mondo vero sarà pure una favola, ma come possiamo evitare che diventi un racconto dell’orrore?

(finito il 22 marzo 2019)

Ho parlato di


Umberto Eco
Il nome della rosa
(Fabbri Editori, 1994)

516 pp.

(ed. or. 1980)

giovedì 8 agosto 2019

La montagna incantata

Narra la Bibbia che, giunto per la prima volta presso il monte di Dio, di fronte al roveto che ardeva senza consumarsi, a Mosé fu intimato di togliersi i sandali, perché quello era un luogo santo. É più o meno con la stessa palpitazione in cuore che provo a balbettare le mie sensazioni dopo essermi accostato a quest’altra montagna, interamente fatta di parole, imponente e bellissima come un massiccio alpino, scalando la quale alle volte ti manca perfino l’aria per quanto si vola alto, in zone rarefatte del pensiero, quasi a contatto con le sfere celesti. «Il cielo splendeva intensamente azzurro sopra i nuovi getti a lancia in cima agli abeti, mentre la località nel fondovalle brillava di luce vivida al calore, e lo scampanio delle mucche, libere in giro e intente a brucare dai pendii l’erba breve e scaldata dal sole, empiva l’aria d’un placido incanto». Ma in questo paesaggio incontaminato si innalza un edificio di infezione e di morte, un lussuoso sanatorio per malattie polmonari che accoglie degenti di varia provenienza. Non è che la prima, appariscente, opposizione su cui si regge l’intero romanzo, interamente ambientato a Davos, prima che questo villaggio svizzero diventasse meta di economisti e finanzieri. La seconda opposizione, altrettanto netta, è quella tra questo mondo d’alta quota, posto seimila piedi al di là dell’uomo e del tempo (Silvaplana non è distante), e il mondo «di laggiù», quella prosaica e indaffarata regione a una dimensione da una delle cui capitali, la brulicante Amburgo, giunge bel bello, in un giorno d’estate del 1907, il giovane Hans Castorp, «né un genio né uno sciocco», rampollo di buona famiglia e ingegnere navale fresco di laurea, in procinto di entrare come praticante nella celebre ditta Tunder & Wilms: insomma, «un uomo del traffico mondiale e della tecnica», un perfetto prodotto dell’Ottocento trionfante, il cui destino, proprio per questo, può assumere per Mann «un certo significato superpersonale». In realtà, Castorp affronta questo lungo viaggio non per sé, ma per visitare il cugino Joachim, la cui sospirata carriera militare è stata momentaneamente interrotta dalla salute cagionevole. Quel che ancora non sa, quando approda al sanatorio, è che l’ascesa che ha compiuto è appena l’inizio del suo percorso iniziatico di risalita dalla caverna. Convinto come tutti di essere sano, scopre infatti per caso di covare anch’egli una malattia, che lo costringerà, dapprima controvoglia, poi con sempre maggior convinzione, a restare confinato lassù per sette anni, un po’ come accadrà ad Heinrich Harrer in Tibet. E probabilmente ci sarebbe rimasto per sempre, perché, anche quando gli diagnosticano la guarigione del corpo, Castorp appare ormai del tutto indifferente alle sirene del secolo, se non fosse per quel colpo di tuono esploso a Sarajevo che «spacca la montagna magica e mette bruscamente alla porta il dormiglione», improvvisamente deciso ad arruolarsi. Sul campo di battaglia lo guardiamo «ancora una volta nel viso schietto, prima di perderlo di vista» per sempre. Non sappiamo che fine farà, anche se non nutriamo molte speranze sulla sua sopravvivenza. Ad ogni modo, la vita è aperta. 

La trama, di per sé, è tutta qui. Però Mann utilizza il microcosmo di Davos per allestire un fenomenale spaccato del “mondo di ieri” travolto dalla bufera bellica e il modo in cui coniuga una minuziosa attenzione al dettaglio con una potente visione d’insieme dimostra una padronanza tecnica del mezzo quale raramente, confesso, ho mai visto – e, almeno sotto questo profilo, forse si tratta davvero del libro migliore fra quelli che ho letto: qui ogni singola parola è attentamente selezionata per descrivere con precisione puntuale il minimo particolare e al tempo stesso si carica di una profondità simbolica che sprigiona una molteplicità di significati e livelli di lettura di cui avrò colto sì e no qualche frammento. Mann stesso sostiene che il libro andrebbe letto due volte, se non ci si é troppo annoiati la prima – e se questo vale in generale per tutti i classici, devo dire che il suggerimento qui è particolarmente pertinente. Siamo letteralmente alle prese con un romanzo-mondo, sia pure giocato interamente ai margini del mondo, in quel particolarissimo limbo che è il luogo di cura, o meglio ancora con un’enciclopedia tribale della modernità, zeppa di riferimenti che spaziano dalla biologia dei protoplasmi alla nuova tecnologia dei raggi x e del cinematografo, o ancora con un’apocalisse ermetica senza lieto fine, in cui la Gerusalemme terrena e quella celeste continuano a non incontrarsi. 

Quest’ultima tensione è ben rappresentata dallo scontro ideale che per gran parte del libro oppone i due personaggi intestatisi il compito di educare il giovane Castorp, attraverso una battaglia dialettica che per finezza argomentativa e lucidità di pensiero non è inferiore alle logomachie allestite da Platone. Da un lato il framassone Settembrini, espressione del pensiero umanista, illuminista e positivista: laico, progressista, esuberante sostenitore del razionalismo occidentale contro il misticismo asiatico e profeta della parola come promotrice di civiltà. Dall’altro il gesuita Naphta, pensatore luciferino e intransigente, convinto assertore della superiorità assoluta dell’ordine divino su quello umano, così rigorosamente ascetico da auspicare gelidamente la catastrofe mondiale perché si affermi in ultimo, come deve essere, la gloria di Dio. Tutto semplice, allora: il rosso e il nero l’un contro l’altro armati? Niente affatto, e non solo perché la disputa resta, anch’essa, perennemente aperta – Settembrini messo spesso alle strette da Naphta nel suo ingenuo ottimismo, Naphta terribilmente affascinante in un esercizio critico che però, a forza di sottigliezze, finisce per sbriciolare il senso stesso di ogni cosa – ma soprattutto perché, con un incedere che sembra la messa in sublime copia di ciò che in Hegel spesso è così farraginoso, queste due posizioni scivolano sorprendentemente di continuo l’una nell’altra, al punto che spesso non si capisce più chi è il santo e chi il libero pensatore, chi il conservatore e chi il giacobino, chi è per la religione e chi è contro di essa, chi per Dio e chi per il diavolo. «Ahimé, i principi e gli aspetti si stavano continuamente tra i piedi, di contraddizioni interne non c’era penuria (…). Era la grande confusione, quell’incrociarsi, quell’intrecciarsi di tutto», su cui Mann stende la sua raffinata ironia, ma che al tempo stesso gli permette di enucleare quel problema che mi turba e mi appassiona ogni giorno di più e che definirei l’osmosi continua tra le polarità opposte della modernità – quel rovesciamento del razionale in irrazionale e dell’irrazionale in razionale che consentì continue interazioni tra elementi apparentemente inconciliabili già molto prima del patto Molotov-Ribbentropp. «Spingevano tutto all’estremo, quei due, come è forse necessario quando si viene ai ferri corti, e litigavano accaniti per un’alternativa suprema, mentre a lui sembrava che nel mezzo, tra le esagerazioni contestate, tra il retorico umanesimo e la barbarie analfabeta, ci doveva pur essere quello che si potrebbe chiamare l’umano». É dunque questo il senso fondamentale della prima contraddizione della Scienza della logica

Entrambi gli estremismi, del resto, sembrano avere il fiato corto, e non solo per questioni di salute. Il cantore delle magnifiche sorti e progressive se ne sta confinato fra i monti a pontificare mentre la tanto decandata civiltà occidentale si getta nel baratro delle trincee; il denigratore del mondo spinge a tal punto in avanti il proprio radicalismo da non poter approdare ad altro esito che all’autodistruzione, lui con tutto il suo Valhalla. E allora dico, gettando lì i miei due poveri penny, che questo romanzo in cui svolge una funzione essenziale la riflessione sul tempo, continuamente dilatato e contratto (e non potrebbe essere diversamente, negli anni di Einstein e di Proust), mi appare anche come un’enorme rappresentazione dell’adolescenza, quell’epoca tipicamente senza mezze misure, in cui un singolo anno mi sembra che ne sia durati dieci, se confrontato coi decenni successivi, quasi volati senza accorgermene – quel periodo di innamoramenti selvaggi e incomprensibili (come quello che Castorp prova per madame Chauchat), di epifanie avvenute spesso proprio in montagna e durante le quali mi sembrava di aver capito tutti i misteri del cosmo, tanto da consegnare allo scritto riflessioni che allora mi apparivano profonde e oggi di un candore imbarazzante. Poi, a un certo punto, improvvisamente, la vita chiama e chissà se sei davvero pronto. Forse la fatica di farsi uomini, per non restare adolescenti a vita, consiste appunto nell’orientarsi fra le antitesi, imparando, poco per volta, che gli opposti, per quanto suggestivi per il loro apparente nitore, sono in realtà impraticabili e pericolosi, perché la vita è, sempre, a un tempo amore e morte, sì e no (come diceva Camus), e riunisce ciò che la mente separa. «Morte o vita; malattia, salute; spirito e natura. Sono forse contraddizioni? Domando: sono forse problemi? No, non sono problemi (…). La sconsideratezza della morte è nella vita, senza di essa la vita non sarebbe vita, e nel mezzo sta l’homo Dei – nel mezzo tra leggerezza e ragione – come nel mezzo tra mistica comunità e vana individualità è il suo stato. (…) L’uomo è signore delle antitesi». Il che comporta, però, un’assunzione di responsabilità personale da cui troppo facilmente abdichiamo con la scusa di non voler compiere inciuci.

(finito il 27 febbraio 2019)

Ho parlato di


Thomas Mann
La montagna incantata
(Corbaccio, 2012)

trad. di E. Pocar

704 pp. | 19,90 €

(ed. or. Der Zauberberg, Berlin 1924)


venerdì 19 luglio 2019

Alla ricerca dei poveri di Gesù Cristo

Chissà quante volte gli avranno dato del comunista, a padre Gutierrez - più o meno gli stessi che per gli stessi motivi oggi danno del comunista al papa, o che, in alternativa, cercano nel suo passato delle prove compromettenti per screditarlo agli occhi dei suoi sostenitori. Meccanismi già visti all’opera altre volte, non appena un credente sospende le giaculatorie e si azzarda a mettere in discussione l’ordine sociale (anzi no, un ordine sociale ben preciso, giacché se si combattono i nemici “giusti” si è invece proclamati santi subito). La macchina del fango investì appieno, per esempio, quel sant’uomo di Las Casas, di cui Gutierrez si serve forse qui anche un po’ come controfigura, approfittando della distanza storica per togliersi qualche sassolino dalle scarpe, senza che questo infici peraltro il valore scientifico e storico del saggio, il cui limite non è la passione da cui è ispirato, ma tutt’al più una certa prolissità. 

Il punto di partenza consiste nel rivendicare il valore e l’originalità intellettuale dell’opera di Las Casas, di contro a chi vorrebbe ridurlo a mero frate barricadero o tutt’al più ad esecutore delle linee guida formulate dai più posati teologi di Salamanca. Non è che si fa teologia solo quando si invita a immaginare una pietra infinita: teologo è chi si lascia interpellare dalla realtà storica, anche e soprattutto quando questa ci spiazza, e si sforza di rileggerla e di illuminarla con i criteri offerti dal Vangelo. Las Casas cerca, appunto, di pensare «a partire dalle Indie» - oggi diremmo dalle periferie – ma questo non svilisce la sua riflessione rispetto a chi è stato in cattedra per tutta una vita, anzi, semmai la rafforza. Letti a Hispaniola, quei passi della Bibbia in cui Dio prende apertamente le parti dell’oppresso assumono tutta un’altra consistenza. A chi lo cerca nel tempio, Dio si manifesta ancora una volta sul Golgota. «La verità nascosta – più profondamente delle miniere in cui lavorano gli indios – è che in quegli esseri maltrattati e disprezzati è presente Cristo». Proprio così: ogni volta che avete dato da bere a un assetato, l’avete fatto a me; ogni volta che ero nudo e non mi avete vestito, non l’avete fatto a me. Per questo il povero è davvero un luogo teologico. 

Ma il povero non nasce sotto il cavolo. E neppure è miracolosamente calato lì dal cielo per permettere al ricco di fargli l’elemosina così da guadagnarsi il paradiso. Questo vale sempre e comunque, ma nelle Indie, all’improvviso, tutto ciò diventa clamorosamente evidente: i poveri di cui parla Las Casas sono persone che vivevano tranquillamente la loro vita finché gli spagnoli non li hanno resi poveri, trattandoli come animali e sfruttandoli fino alla morte per trarne un profitto economico. Un profitto, tra l’altro, che se favorisce direttamente chi dispone in prima persona di manodopera a costo zero, giova poi indirettamente anche a chi, in virtù di quel lavoro forzato (ancorché, formalmente, libero), può permettersi, per dire, di comprare i pomodori a costi minimi al supermercato. «Ad assassinare il povero (…) non è dunque (…) un individuo mosso da istinti perversi, ma un sistema politico oppressivo basato tanto sull’interesse e sull’arricchimento di chi ne beneficia quanto sull’accumulo della ricchezza nelle mani di pochi. (…) Las Casas denuncia dal punto di vista della fede quell’ordine sociale imperniato sulla smisurata ricerca di ricchezza che inizia a prender piede». 

Ecco, appunto: la fede può tacere di fronte a questo scandalo e continuare a sciorinare solo le coroncine del rosario? No, anche perché «accade spesso che, paradossalmente, alcuni dei più strenui difensori del carattere “puramente religioso” del lavoro di evangelizzazione siano quelli che detengono il potere politico al servizio dei potenti». Ma qui non c’entrano nulla Marx o l’illuminismo o che so io. Sarebbe del tutto fuorviante considerare Las Casas un “moderno” - anche perché la modernità è proprio l’epoca dello sfruttamento globalizzato compiuto e della libertà per pochi. Las Casas non precorre i tempi, ma «accetta le vecchie (e sempre nuove) esigenze evangeliche senza limiti e concessioni». Per questo gli preme che l’indio sia riconosciuto, prima ancora che come soggetto di diritti giuridici (che possono essere piegati anch’essi a logiche di sfruttamento), come il prossimo da amare, senza se e senza ma, a prescindere da qualunque norma legale. «La fonte della parità fra le persone sta nell’amore di Dio», di fronte al quale un cristiano non può transigere (e il suo è un discorso interamente rivolto a quella civiltà cristiana che, quando è giunto il momento della prova, anziché porgere l’altra guancia, ha tirato fuori la spada dal fodero). Tutto ciò lo rende eccentrico rispetto alle consuete orbite teologiche, anche rispetto alle novità che pure stava elaborando la Seconda Scolastica: la sua voce denuncia invece, con la parresia tipica del profeta, il comodo provvidenzialismo sbandierato da chi si trova sulla cresta dell’onda della storia e poco si cura di chi ne resta travolto. «Assumere il punto di vista dell’altro diventa per Las Casas una questione di spiritualità come cristiano e di metodologia nella sua riflessione come teologo». Ecco il contributo specifico offerto da Las Casas all’intero pensiero occidentale. 

«Uomo del suo tempo, indubbiamente, e con tutta la forza e i limiti che ciò implicava, ma inserito al tempo stesso in una prassi che esigeva da lui una teoria che andasse oltre le anguste nozioni di cui disponeva nel suo bagaglio teologico. Questo gli fece percorrere terre inospitali e dissodare sentieri nuovi per cercare di comprendere il cielo delle Indie. Il fatto è che partendo dal povero, dal rovescio di una storia in cui il potente esercita dominio e repressione e poi falsifica la storia stessa nel narrarla, è possibile scoprire certi aspetti delle esigenze del Dio che libera; e per annunciare il Vangelo e fare teologia a volte ci viene comandato di abbandonare il terreno cui siamo abituati, di rompere con quanto ci è familiare e ci dà una scomoda sicurezza per andare, come Abramo, verso un paese sconosciuto in cui gli unici punti fermi sono la fede in Dio e la speranza nel suo Regno di vita». Troppo, per pensare di sfuggire alle diffamazioni (c’è chi scrisse di lui che era l’Anticristo perché andava in giro a raccontare cose “che non si erano mai sentite prima”... proprio come quel tale a Cafarnao). Del resto, buttarla in caciara spostando il discorso sulle persone, sulle scorte, sui rolex, sui neri africani che Las Casas non avrebbe difeso a dovere è la solita strategia seguita da chi vuole continuare a nascondere delle realtà semplicemente indifendibili.

(finito il 7 giugno 2019)

Ho parlato di


Gustavo Gutierrez
Alla ricerca dei poveri di Gesù Cristo.
Il pensiero di Bartolomé de Las Casas
(Queriniana, 1995)

trad. di C. Chiecchi

673 pp. | 45 €

(ed. or. 1992)

venerdì 12 luglio 2019

26 gennaio 1994

Man mano che si accumulano gli anni aumentano le probabilità di ritrovarsi invischiato in un indistricabile paradosso che potrei definire di contrazione temporale. Mettiamola così: quand’ero ragazzino, negli anni ‘90, tutto ciò che risaliva anche solo a dieci-vent’anni prima mi appariva irrimediabilmente vecchio, come se provenisse dal paleolitico. Tutto: gli oggetti, la musica, il taglio di capelli, i colori delle foto. Se torno invece ora con la mente a venti-venticinque anni fa, per quanto sia perfettamente consapevole che non esistessero ancora internet, gli smartphone, l’euro, mi sembra appena l’altro ieri. Credo che a turno capiti a tutti, ragion per cui su questa percezione soggettiva non si può costruire nessuna seria proposta storiografica – anche se resta il dubbio che esistano periodi di continuità più persistenti di altri, e che per esempio fra il 1974 e il 1999 sia passato in realtà più tempo effettivo che tra il 1994 e il 2019 (vorrà pur dir qualcosa se Vespa raccoglie ininterrottamente plastici porta a porta dal ‘96). 

Questo libro, in parte, suffraga tale tesi. Primo volume di una nuova e interessante collana Laterza dedicata ai “giorni che hanno fatto l’Italia”, il testo di Gibelli ruota intorno allo spartiacque che segna il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica, significativamente individuato non tanto nel giorno delle elezioni politiche (che si tennero il 27-28 marzo ‘94), bensì in quello in cui venne distribuita ai telegiornali la videocassetta col celebre messaggio di “discesa in campo” di Berlusconi che diede il via alla campagna elettorale. Di questo evento, perciò, si ricostruisce in dettaglio la cornice e se ne restituisce l’effetto epifanico, con cura quasi cronachistica e ampio spazio alle fonti d’epoca (il lettore troverà gustose, col senno di poi, molte di quelle opinioni raccolte in tempo reale). L’idea soggiacente è che, con quel colpo di teatro, imponendo a tutti di seguire nuove regole, le “sue” regole, Berlusconi avesse già vinto prima ancora della ratifica elettorale. Da allora in poi, infatti, si è continuato e si continua a giocare quello stesso gioco, con i dovuti upgrade tecnologici, senza che se ne siano mai discussi seriamente i presupposti – compresi quelli che, per Gibelli, inquinavano fin dall’inizio la proposta berlusconiana, rivelando la totale pretestuosità del suo sbandierato carattere liberale: uno su tutti, l’oligopolio televisivo (che avrebbe fatto rabbrividire Tocqueville). Riuscendo abilmente a presentare un illecito come una questione di libertà, e facendo così di una sua questione personale a difesa dei propri interessi privati una battaglia di rilievo pubblico contro il “vecchio” mondo ingessato ben rappresentato dalla tv di Stato, Berlusconi sdoganò in fondo il principio secondo cui il diritto può essere deciso a colpi di televoto (da cui origina il recente adagio “allora si candidi” rivolto ai magistrati che applicano una legge contro le aspettative del manovratore di turno). Per questo, «l’epoca aperta nel 1994 non si è ancora conclusa. Anzi quella pagina ha inaugurato una linea di tendenza divenuta mondiale, culminando nel successo di Donald Trump negli Stati Uniti. (…) Per quanto superato, al punto da aver perso la sua primitiva consistenza fisica attraverso un autentico processo di mummificazione preventiva, il Cavaliere di Arcore appare tuttavia più come un capostipite che come una meteora. Più come un precursore che come un episodio eccezionale». 

L’intuizione fondamentale di Berlusconi è stata quella di sfruttare la grammatica della pubblicità per proporre, prima ancora che un programma vero e proprio, una storia, la propria, che era però anche una visione del mondo e una promessa di felicità possibile per tutti, «la stessa che si può provare quando si entra in un supermercato o megastore: è la felicità derivante dalla certezza di trovare tutto quanto possa soddisfare i nostri bisogni di comodità, di bellezza e di status, che sono tutti i nostri bisogni». In questo modo la politica si fece marketing e impose che fosse abbattuta ogni distanza tra venditore e acquirente, per coinvolgere quest’ultimo in una narrazione che gli desse l’impressione di riguardarlo davvero. Si abbandonò «il paradigma della superiorità della politica sulla gente comune per quello del rispecchiamento», suscitando così «l’illusione di essere direttamente attori stando a casa propria, quando non si è che spettatori». É a te e di te che parlo – dice B.: elettore sbandato e distratto, che hai dato fiducia per decenni a questi logori partiti arricchitisi alle tue spalle mentre tu tiravi a campare, arrangiandoti, mortificato dal fisco e messo ai margini da una retorica civile ferma ai tempi del fascismo e dell’antifascismo e secondo cui il tuo umano desiderio di far soldi è nientemeno che immorale, tu che ti sei sempre fatto i fatti tuoi e ti sei rimboccato le maniche per te e la tua famiglia, mentre quegli altri parlavano e parlavano considerandoti un cittadino di serie b – proprio tu sei come me, e la guerra che stanno minacciando di fare a me, perché con la mia intraprendenza ce l’ho fatta, aggirando lacci e lacciuoli, è una guerra che riguarda anche te. Ecco qua un saggio di quella che è «l’arte dell’autentico politico populista»: «tentare di prendere il potere col consenso e sulla spinta di coloro che ne diffidano e se ne sentono estranei e vittime». Nella fattispecie, offrendo loro «una nuova promessa di rigenerazione» che blandisce «i gusti dell’uomo comune: avere belle automobili, vedere le donne nude in televisione, pagare meno tasse, fare i propri comodi senza troppi scrupoli». 

Il precipitato operativo di queste premesse era e continua ad essere l’abbattimento delle tasse, nel quadro di una concezione quasi religiosa del neoliberismo come promessa di analoghe opportunità per tutti («nessuna regola al mercato, nessun limite al desiderio»: più soldi in tasca per spenderli nei miei negozi), in cui, contrariamente a quanto impone l’articolo 3 della nostra Costituzione, e con una spiccata venatura paternalistica (perché Berlusconi, comunque, non è la Thatcher e ha una zia suora), «la solidarietà non è il principio di un’azione collettiva per ridurre le disuguaglianze, ma è il rimedio finale agli esiti della competizione senza quartiere». La sinistra, ahimé, abboccò all’amo e finì per trasformarsi, di volta in volta, nel partito delle tasse, dei moralisti, dei professoroni, dei buonisti, del rigore, della noia, della serietà, della conservazione, dell’assistenzialismo, dello statalismo, incapace per lo più di raccogliere la sfida dell’immaginario senza scimmiottare l’originale. 

«La forza del berlusconismo sta tutta qui, nel presentarsi come fattore di rigenerazione, come il nuovo rispetto al vecchio, come il garante di una liberazione agognata da antichi vincoli e mali sui quali, a partire dalla crisi del 1992, si è catalizzata l’insofferenza di ampi strati di opinione pubblica». Dove il capolavoro è stato appunto quello di riuscire a farsi passare per uomo nuovo, quand’era totalmente compromesso e colluso con quella Prima Repubblica che contribuì a seppellire. Berlusconi «viene anch’egli da quel vecchio mondo dei cui favori ha largamente beneficiato», non diversamente da molti altri «sedicenti liberisti che si affannano a chiedere allo Stato soldi e protezione». É una lezione di cui hanno fatto tesoro i presunti profeti del cambiamento che, da comunisti padani, inneggiavano alla secessione invocando il dio Po e che, per inciso, nel 1994 erano già consiglieri comunali di Milano.

(finito il 3 marzo 2019)

Ho parlato di



Antonio Gibelli
26 gennaio 1994
(Laterza, 2018)

263 pp. | 18 €

venerdì 28 giugno 2019

Niente di nuovo sul fronte occidentale

Ho già scritto in una puntata precedente che insegnare ti permette di ritornare sui libri letti al liceo, nel momento in cui li proponi ai tuoi studenti. Ma questo mestiere ti offre anche una seconda occasione per riallacciare i rapporti con testi cui hai dato buca al primo appuntamento e che, senza lo stimolo scolastico, magari considereresti persi per sempre. Certo, leggere il classico di Remarque a vent’anni deve avere un sapore molto particolare – perché quella è l’età del protagonista e dei suoi amici mandati a combattere, per conto degli adulti, una delle più massacranti crociate dei bambini di cui la storia conservi memoria. «Non avevamo ancora messo radici; la guerra, come un’inondazione ci ha spazzati via». «Che faranno i nostri padri, quando un giorno sorgeremo davanti a loro a chieder conto?». «Non potremo mai più riprendere il nostro equilibrio. E neppure ci potranno capire». É del tutto accidentale che i giovani in questione si ritrovino dalla parte degli sconfitti; gli stessi discorsi potrebbero farli i cosiddetti vincitori. Non cambia nulla: nessuno ha vinto quella guerra, che non ha niente di epico. «Avevamo diciott’anni, e cominciavamo ad amare il mondo, l’esistenza: ci hanno costretti a spararle contro». Non si dovrebbe permettere a nessuno di raccontarla diversamente.

Però anche leggere questo romanzo da professore garantisce un’illuminazione, e ancor più scriverne nei giorni in cui assisti agli orali della maturità e ti vedi passare davanti questi ragazzetti che stanno per affrontare davvero il mondo dopo che per un piccolo, ma fondamentale, tratto della loro vita, ti hanno avuto come punto di riferimento. Perché sin dal primo capitolo si denuncia con molta chiarezza che ad armare, prima che le braccia, lo spirito di questi ragazzi arruolatisi come volontari sono stati, coi loro discorsi patriottici ed infervorati, i miei colleghi di un secolo fa. «Essi dovevano essere per noi diciottenni introduttori e guide all’età virile, condurci al mondo del lavoro, al dovere, alla cultura e al progresso; insomma all’avvenire. Noi li prendevamo in giro e talvolta facevamo loro dei piccoli scherzi, ma in fondo credevamo a ciò che dicevano. (…) Ma il primo morto che vedemmo mandò in frantumi questa convinzione. Dovemmo riconoscere che la nostra età era più onesta della loro (…). Il primo fuoco tambureggiante ci rivelò il nostro errore, e dietro ad esso crollò la concezione del mondo che ci avevano insegnata». Di una classe di venti, sette sono morti, quattro feriti, uno al manicomio. La Peste Nera fece meno danni di certi insegnanti. 

Non sono ancora così vecchio perché abbia senso parlare di un passaggio di consegne generazionale - e tuttavia queste parole mi suscitano un brivido di responsabilità. Davanti a noi, forse, non si sta preparando una guerra mondiale (ma chi può dirlo? I sonnambuli del 1914 si trovarono in trincea senza neanche accorgersene e i miei ex studenti che oggi frequentano Scienze Internazionali raccolgono voci allarmanti a lezione). Ci circonda comunque una società complessa, questo sì, irretita, violenta e disumana, tanto più disumana in quanto l’orrore è continuamente banalizzato e il dolore non suscita pietà, ma accanimento e immotivato rancore: la voce del sangue di nostro fratello grida a Dio dal suolo e osceni pennivendoli vorrebbero coprirla accusando gli oppressi di essere oppressi e di morire per gioco. É in questa società che stiamo introducendo i nostri allievi, dopo aver parlato loro per ore di Socrate o di Kant. E il timore è che anche loro possano chiedersi, come i loro coetanei di allora, «come si fa a prender sul serio quella roba, dopo che si è stati qui fuori?». 

Dieci settimane di vita militare – oggi potrebbero essere di vita lavorativa, di vita adulta, di vita vera - trasformano più di dieci anni di scuola. «Dopo tre settimane riuscivamo già a concepire come un portalettere, divenuto per caso un superiore gallonato, potesse esercitare su di noi un potere maggiore di quello che prima non avessero i nostri genitori, i nostri educatori e tutti gli spiriti magni della civiltà – da Platone a Goethe – messi insieme». Perché premiare l’impegno e la serietà, a scuola, se l’ignorante diventa capoufficio o il ciarlatano ministro? L’addestramento rende duri e spietati, ma «se ci avessero mandato in trincea senza quella preparazione, i più sarebbero impazziti». Non staremmo raccontando loro delle balle? Non li staremo mandando come agnelli al macello? «Che cosa gli serve ora, di esser stato così bravo in matematica, a scuola?». 

Per Remarque non sembra esserci conciliazione possibile. Chi attraversa la prima linea è destinato ad rimanere per sempre estraneo al resto del mondo, morto dentro se non fuori. Quando torna a casa in licenza, il protagonista non si riconosce più nei suoi compaesani: «il loro mondo mi sembra così angusto, mi pare impossibile che possa riempire una vita: mi sembra che ci si dovrebbe buttar sopra ogni cosa. Come mai tutto ciò può esistere, mentre laggiù le schegge sibilano sui camminamenti e i razzi solcano il cielo, e i feriti sono portati via sui teli da tenda e i compagni si rannicchiano nelle trincee!». Ma l’estraneità – aggiungo io – non deve produrre necessariamente inettitudine: può anche ispirare rivolta. Se saremo riusciti a tenere viva la fiammella che riscalda il cuore dei nostri allievi e che permette loro di riconoscere lo squallore che infetta il nostro tempo, allora può essere che saremo serviti a qualcosa e forse si vedrà finalmente qualcosa di nuovo sul fronte occidentale.

(finito il 29 gennaio 2019)

Ho parlato di



Erich Maria Remarque
Niente di nuovo sul fronte occidentale
(Mondadori, 2008)

trad. di S. Jacini

225 pp. | (f.c.)

(ed. or.: Im Western nichts Neues, 1929)

mercoledì 19 giugno 2019

La conquista dell'America

L’ultimo libro concluso nel 2018 (perché, se Dio vuole, sono arrivato alla fine dell’anno), curiosamente, è stato anche il primo che ho cominciato, ancora nel 2017. Tempi così lunghi hanno però una ragione ben precisa: avendoci costruito sopra il mio periodico corso all’Issr, su queste pagine mi ci sono mosso avanti e indietro per tutto l’anno, prima di decidermi a metterlo da parte. E dirò di più. Son ben contento di scriverne ora, concluso il primo giro di esami, perché il confronto con gli studenti ha contribuito ad arricchire il mio giudizio, facendomi fare una vera e propria esperienza di lettura aumentata. 

Ispirato dal principio per cui la realtà supera l’idea, da Todorov ho ripreso lo spunto secondo cui, se si vuole parlare «della scoperta che l’io fa dell’altro» nella modernità, ha più senso partire, come fa lui, da una «storia esemplare», in cui le modalità di relazione siano presentate per come concretamente sono state sperimentate, anziché attraverso una fenomenologia costruita a tavolino e piena di buone intenzioni. Quale sia questa storia è praticamente ovvio: l’incontro tra europei e americani, rimasti estranei gli uni agli altri fino al 1492, è infatti «l’incontro più straordinario della nostra storia», un incontro consegnato ormai al passato, ma che al tempo stesso «annuncia e fonda la nostra attuale identità», fornendoci delle coordinate utili per capire meglio il presente e anche per guidare la nostra azione nel futuro. Todorov, del resto, lo esplicita chiaramente che scrive da «moralista», più che da «storico» (o, per meglio dire, scriveva, visto che il libro è del 1982). E se parla di “conquista” e non genericamente di “scoperta”, non è certo un dettaglio irrilevante. 

Che poi, scoperta. Di Colombo si dice che «ha scoperto l’America, non gli americani», in quanto considera questi ultimi una mera estensione del paesaggio, poco più che pappagalli, e perciò non si preoccupa di stabilire una reale comunicazione con loro. Anche perché lui “sa” già quello che deve trovare oltreoceano, dal momento che l’ha letto in Marco Polo e nelle altre fonti che stimolarono la sua impresa: l’esperienza è per lui solo il luogo della conferma di un ordine dato (ed è ciò in cui più si mostra un uomo medievale). Tant’è che, a rigore, Colombo non “scopre” neanche l’America, perché non rinuncerà mai alla sua convinzione di essere arrivato per davvero in India, secondo i suoi piani. Il suo omologo speculare, ma molto meno fortunato, è Moctezuma, tradito da quel tratto caratteristico dell’orizzonte simbolico azteco secondo cui «il presente diventa intelligibile, e al tempo stesso meno inammissibile, a partire dal momento in cui si può vederlo già annunciato nel passato»: proprio ciò che gli impedisce di riconoscere l’assoluta novità rappresentata dall’arrivo dei conquistadores, evento troppo inaudito per essere ricondotto al già noto. 

Meglio di tutti e due, paradossalmente, si comporta Cortés, il primo a preoccuparsi di una cosa che a Colombo non passa neanche per la testa – cercarsi, cioè, interpreti e intermediari con l’aiuto dei quali raccogliere quante più informazioni possibili per pianificare un’adeguata strategia di conquista. Nel far questo, egli mostra un’agilità di spirito che per Todorov potrebbe discendere dalla peculiarità degli europei di essere «gli eredi di due culture: la cultura greco-romana da un lato, e la cultura giudaico-cristiana dall’altro. (…) In modo cosciente o no, il rappresentante di tale cultura è costretto a procedere a tutta una serie di aggiustamenti, di traduzioni e di compromessi talvolta difficilissimi, che gli permettano di sviluppare lo spirito di adattamento e di improvvisazione, destinato a svolgere un ruolo decisivo nel corso della conquista. Lungi dall’essere egocentrica, la civiltà europea di allora è “allocentrica”: da lungo tempo, il suo luogo sacro per eccellenza, il suo centro simbolico, Gerusalemme, è non soltanto esterno al territorio europeo, ma soggetto a una civiltà rivale». Il motore dell’Europa è la sua intrinseca pluralità, che ci rende mediatori per vocazione, nel bene e nel male - e basti questo a svelare l’inganno degli odierni sovranismi. 

Il problema, si diceva, è che la comprensione della diversità, per Cortés, è funzionale all’obiettivo della sottomissione: l’altro è conosciuto, forse, ma non stimato («simile al turista d’oggi, che, quando viaggia in Africa o in Asia, ammira la qualità dell’artigianato senza che lo sfiori nemmeno l’idea di condividere la vita degli artigiani che producono quegli oggetti, Cortés va in estasi davanti alle produzioni azteche, ma non riconosce i loro autori come individui umani da porre sul suo stesso piano»). Chi invece stima, anzi ama, gli indios, ma forse non li conosce, perché li idealizza ridimensionandone le specificità in nome di un principio di fraternità universale è, per Todorov, il pur ammirevole Las Casas: infatti, «se il pregiudizio di superiorità è indiscutibilmente un ostacolo sulla via della conoscenza, si deve riconoscere che il pregiudizio di eguaglianza rappresenta un ostacolo ancora maggiore, perché porta ad identificare puramente e semplicemente l’altro con il proprio “ideale di sé” (o con il proprio io). (…) Il postulato d’eguaglianza sbocca in un’affermazione di identità, e la seconda grande figura dell’alterità, anche se indiscutibilmente più simpatica, ci fornisce una conoscenza dell’“altro” ancor minore di quella fornitaci dalla prima». 

Sembra non esserci via d’uscita: se distinguo, è per sottomettere; se uguaglio, è per assimilare. E difatti è andata più o meno così. Alle civiltà del sacrificio, che tanto inorridirono i primi colonizzatori, si è sovrapposta una civiltà del massacro che ha posto le premesse della moderna società del “massacrificio”: «come nelle prime, vi si professa una religione di Stato; come nelle seconde, il comportamento di ognuno si fonda sul principio karamazoviano del “tutto è permesso”. Come nelle società del sacrificio, si uccide anzitutto a casa propria; come nelle società del massacro, si occulta o si nega l’esistenza di queste uccisioni. Come nelle prime, si scelgono individualmente le vittime; come nelle seconde, lo sterminio è compiuto senza alcuna idea rituale. Il terzo termine esiste, ma è peggiore degli altri due; che fare?». Insomma, gli orrori del Novecento non sono figli bastardi della modernità, ma il compimento di un percorso che affonda qui le sue radici, in un genocidio di cui non abbiamo piena consapevolezza. La nostra civiltà ha avuto la sua grande occasione storica quando ha incontrato gli indios – e l’ha persa. Già se n’era accorto, ben per tempo, Montaigne: che progresso sarebbe stato per l’umanità, se avessimo avviato una reale collaborazione con questi popoli giovani e promettenti; ma questo mondo fanciullo, noi lo abbiamo soffocato nella culla. Oggi la storia ripresenta il conto in altre forme. «Noi siamo simili ai conquistadores, e siamo da loro diversi; il loro esempio è istruttivo, ma non saremo mai sicuri che, non comportandoci come loro, non li imiteremo adattandoci alle nuove circostanze». S’impone, dunque, un surplus di riflessività, per andare oltre l’autoconsolatoria convinzione secondo cui noi, ovviamente, avremmo agito in modo totalmente diverso da quei disgraziati degli spagnoli: l’attenzione estrema a non commettere gli stessi errori può impedirci di vedere che ne stiamo facendo degli altri. Di conto all’omologazione che annulla le differenze e all’esasperazione della diversità che esclude la convivenza, oggi tutta la creazione attende con impazienza l’uguaglianza senza rinunciare all’identità e il riconoscimento della differenza senza una gerarchia. In una parola, «vivere la differenza nell’uguaglianza». Ma davvero è così difficile?

(finito il 31 dicembre 2018)

Ho parlato di


Tzvetan Todorov
La conquista dell'America.
Il problema dell'«altro»
(Einaudi, 2014)

trad.  di A. Serafini

322 pp. | 13 €

(ed. or.: La conquete de l'Amerique. La question de l'autre, 1982)

mercoledì 12 giugno 2019

Germinale

Un’altra lettura che segnò profondamente i miei diciott’anni fu L’assommoir di Emil Zola – e si trattò di un episodio non scontato, per me che all’epoca prediligevo di gran lunga i territori del fantastico (non fantasy, né solo fantascienza: un repertorio più ampio e indefinibile, che comprendeva, per dire, Poe e Kafka, Borges e Landolfi - tutta gente, comunque, sempre un po’ ai confini della realtà). Una componente non secondaria del favore accordato allora a quel romanzo nasceva, certo, dalla scoperta di quanto potesse essere visionaria anche la cosiddetta letteratura realistica (provare per credere: l’alambicco della distilleria di papà Colombe ribolle della stessa forza maligna di It); tuttavia ciò che si sedimentò sotto traccia da qualche parte nella mia testa fu la consapevolezza che le potenzialità conoscitive di quel genere di scrittura andavano ben oltre la mera funzione documentaria che fin lì mi ero limitato, un po’ sdegnosamente, ad accreditarle e che me l’aveva fatta considerare, a torto, tutta piatta e noiosa. Ma da adolescente vivevo ripiegato nella mia fortezza interiore, piuttosto insensibile – anche se non me rendevo conto – all’appello di un mondo che mi appariva più accogliente di quello odierno, e di cui non mi sembrava perciò così importante comprendere il funzionamento. Ora che quel seme è definitivamente maturato ed ho imparato sempre più ad apprezzare l’interpretazione della storia che passa attraverso delle storie, ho deciso di rendere omaggio alla mia fonte prima d’ispirazione, approfittandone anche per arricchire ulteriormente il mio catalogo di testi spendibili a scuola, perché traduzione vivida di quanto raccontato, come si può, in classe. 

Se Zola fosse vissuto oggi, avrebbe potuto tranquillamente realizzare il suo grandioso affresco dei Rougon-Macquart come una lunga serie televisiva suddivisa in stagioni dedicate, volta per volta, a questo o quel personaggio della linea genealogica, con conseguenti slittamenti tematici e d’ambientazione tali da non renderla mai ripetitiva. Qui, per esempio, i riflettori sono puntati su Etienne Lantier, che era un ragazzino nell’Assommoir, ma ora è cresciuto, fa l’operaio e, dopo aver perso il lavoro in seguito a una lite col suo capo, cerca impiego in una grande miniera di carbone del nord della Francia, grosso modo alla metà degli anni ‘60 dell’Ottocento. Da cittadino, il suo impatto con quella realtà è devastante: «era mai possibile ammazzarsi con un lavoro così duro in quelle tenebre mortali e non guadagnare nemmeno il necessario per comprarsi il pane quotidiano?». Nel villaggio dei minatori in cui viene accolto si respira un’atavica rassegnazione: centinaia di disgraziati sacrificano da generazioni le proprie vite e quelle dei propri figli immergendosi quotidianamente in un pozzo che sembra respirare affannosamente, come un mostro gigantesco, «a causa della laboriosa digestione di tanta carne umana» offertagli in dono da quell’altro mostro, il capitale, «dio impersonale, sconosciuto all’operaio, accovacciato da qualche parte, nel mistero del suo tabernacolo da dove succhiava la vita dei morti di fame che lo nutrivano». Lì si capisce cosa vuol dire che la Rivoluzione non era stata per tutti: «dall’89 era la borghesia che si ingrassava, con una tale ingordigia che al lavoratore non restava nemmeno il piatto da leccare. Chi poteva dire che la classe lavoratrice aveva ricevuto la sua parte nella straordinaria crescita di ricchezza e benessere degli ultimi cent’anni?». Il progresso, beata ingenuità. 

Zola non è uno che va tanto per il sottile: la degradazione umana non la edulcora, ma te la sbatte in faccia, in tutta la sua disturbante sgradevolezza, senza facili idealismi e perfino con un filo di compiacimento per certe soluzioni melodrammatiche (il minatore è brutto, sporco e violento: quando si arrabbia non sa trattenersi e gode del sangue versato). Ma ancor più disturbante, nella sua ricostruzione, è il peloso moralismo con cui i pasciuti borghesi filtrano questa realtà senza capirla: brave persone, per carità, di quelle che non hanno mai fatto del male a nessuno e anzi si prodigano in elemosine (solo in natura, contessa, perché si sa che i soldi gli operai se li bevono tutti), ma che non sono neanche minimamente sfiorate da qualche dubbio sulla legittimità del sistema perverso che li nutre e li tiene bene al caldo. Di fronte a tutto questo, sin dal suo primo giorno di lavoro, Etienne sviluppa una propria coscienza politica attraverso un confronto spesso aspro con il riformista Rasseneur e l’anarchico Suvarin (controfigura di Bakunin e di tutti quei terroristi di cui è piena la letteratura russa del tempo), fino a diventare militante della Prima Internazionale e leader sindacale. Rapidamente, le parole con cui invita a spezzare il giogo dell’ineluttabilità accendono nei suoi compagni il desiderio di un’altra vita - e, immergendoti nella loro esistenza miserabile, capisci anche bene perché qualcuno era comunista. Zola paragona ripetutamente questi uomini infervorati dalla predicazione rivoluzionaria ai «primi cristiani che attendevano la nascita di una società perfetta dal letamaio del mondo antico»: «un’esaltazione religiosa li sollevava da terra, la febbre di speranza dei primi cristiani in attesa dell’imminente avvento del regno della giustizia». 

L’ennesima angheria contrattuale giustificata appellandosi ai mercati induce infine i minatori allo sciopero a oltranza. Non è una scelta facile. Niente lavoro vuol dire niente paga e quindi niente cibo, senza la sicurezza che tutto ciò serva davvero a cambiare le cose. Nonostante i rischi, i lavoratori «avevano (...) una fiducia assoluta, una fede religiosa, la cieca devozione di un popolo di credenti. (…) La fame infiammava le menti, mai l’orizzonte chiuso di questi uomini allucinati dalla miseria si era aperto come adesso a un aldilà più vasto. Quando la vista si abbassava a causa della debolezza, rivedevano la città ideale del loro sogno, vicina, come reale, con il popolo di fratelli e l’età d’oro del lavoro e dei pasti in comune. Niente scalfiva la convinzione che quel sogno si sarebbe avverato». In realtà lo sciopero non produrrà affatto i risultati agognati e, anzi, alla fine del romanzo tutto sembra tornare esattamente come prima, per lo meno per chi è sopravvissuto. Ma non si tratta di un totale fallimento. Mentre abbandona il villaggio, riprendendo il suo cammino, un anno circa dopo il suo arrivo, Etienne sente risuonare lungo la strada i colpi dei minatori al lavoro. «Sotto i raggi incandescenti del sole, in quella giovane mattina, era di quel rumore che la terra era gravida. Germogliavano uomini, un esercito nero, vendicatore, che cresceva lentamente nei solchi, pronto per le raccolte del prossimo secolo, e la sua germinazione avrebbe ben presto fatto esplodere la terra». 

Vera e propria Iliade della modernità, per l’afflato epico e il respiro quasi mitologico del suo incedere, anche Germinale, come Cuore di tenebra, è un libro spartiacque, che chiude l’Ottocento della semina e apre il Novecento dell’auspicata mietitura: «la guerra era ormai dichiarata e la pace impossibile». Per Zola, il processo messo in moto dalle lotte operaie era come una forza tellurica destinata inevitabilmente a sovvertire l’ordine sociale, perché sarebbe presto giunto il momento in cui qualunque sacrificio sarebbe stato preferibile a quella vita offesa. «Le cose sarebbero ben presto cambiate proprio perché adesso l’operaio pensava. È vero, ai tempi del vecchio, il minatore viveva nella miniera come una bestia, come una macchina per estrarre carbone, sempre sottoterra, occhi e orecchie chiusi a quel che accadeva là fuori. Così i ricchi che governavano avevano buon gioco nel mettersi d’accordo, nel venderlo e nel comprarlo, nel mangiarselo vivo senza che lui se ne accorgesse. Ora però il minatore laggiù in fondo aveva cominciato a svegliarsi e germogliava nella terra proprio come fa un seme e un bel mattino tutti si sarebbero accorti di quello che stava spuntando nei campi: sì, sarebbero spuntati degli uomini, un esercito di uomini che avrebbero ristabilito la giustizia. (…) Ah! Cresceva, cresceva lentamente una robusta messe di uomini che sarebbe maturata al sole e dal momento che nessuno era più incatenato al proprio posto per tutta la vita, e che era possibile ambire al posto del vicino, perché non iniziare la lotta e cercare di vincere?». 

Com’è andata davvero a finire, noi lo sappiamo. Nessuna palingenesi, ma quelle lotte e quei morti ci hanno comunque garantito fondamentali conquiste sociali, la cui odierna messa in discussione risuscita esattamente le stesse comprensibili paure di allora. Quando la Compagnia assolda dei belgi perché lavorino al posto degli scioperanti, fra i minatori si sollevano ad esempio grida preoccupate di questo tipo: «a morte i belgi! Niente stranieri a casa nostra! (…) Morte agli stranieri! (…) Vogliono essere padroni a casa nostra», il tutto per la gioia dei padroni che speculano sulle lotte fra poveri. Ma neanche i piccoli imprenditori possono stare al sicuro: uscita pressoché indenne dai disordini, alla fine la grande Compagnia riuscirà a comprarsi a prezzo agevolato l’unica miniera ancora indipendente della regione: «era la campana a morto delle piccole imprese, l’annuncio della prossima scomparsa dei piccoli proprietari, divorati uno a uno dall’orco del capitale perennemente affamato, sommersi dalla marea montante delle grandi compagnie». Problemi come questi oggi trovano ampia cassa di risonanza in quei politici che fanno di tutto per riprodurre le emozioni dei cittadini, ma non trovano reali soluzioni da parte loro, perché le soluzioni richiedono analisi, metodo, comprensione dei fatti – in una parola studio, motore di ogni autentica liberazione: «grazie all’istruzione un giorno sarebbe scoppiato tutto per aria. Era sufficiente guardare come andavano le cose all’interno di quello stesso villaggio: i nonni non erano capaci di scrivere il proprio nome, i padri ormai lo scrivevano, mentre i figli adesso scrivevano e leggevano come professori». L’ignoranza non è una colpa, se diventa premessa per la ricerca: che venga ostentata non come segno di modestia ma come motivo di orgoglio dai sedicenti profeti del cambiamento ci dice chiaramente da che parte stanno davvero costoro.

(finito il 21 novembre 2018)

Ho parlato di


Émile Zola
Germinale
(Feltrinelli, 2013)

trad. di S. Valenti

512 pp. | 10 €

(ed. or.: Germinal, 1885)