Quando uno dice tutto quello che di essenziale c’era da dire su un determinato argomento, offrendo peraltro un saggio memorabile di come sia possibile suscitare umana compassione senza cedere alla tentazione del patetico, grazie a una prosa sorvegliata e nitidissima, in cui colui che pure era stato testimone oculare degli eventi e avrebbe potuto porsi per questo al centro della scena sparisce invece quasi del tutto (salvo un pudico minimo accenno) per lasciar spazio a una sorta di memoria collettiva che assume le forme – mi verrebbe da dire – di un contro-vangelo, una “brutta notizia” inchiodata sulla soglia del sepolcro, senza neanche l’ipotesi di una possibile resurrezione - quand’è così, dicevo, aggiungere qualcosa, qualsiasi altra cosa, non sarebbe solo inutile, ma perfino immorale, ragion per cui andatevelo direttamente a leggere da voi, se non l’avete mai fatto, questo 16 ottobre 1943, che, come si può facilmente intuire, racconta in poco più di quaranta asciuttissime pagine il rastrellamento del ghetto di Roma da parte dei nazisti (e lo fa, si badi, a guerra ancora in corso e campi ancora in funzione, sebbene non se ne sapesse ancora molto, in una capitale già libera, ma sgomenta).
Andatevi,
dunque, a immedesimare con il panico di chi si sente accerchiato da
un nemico onnipotente, eppure in qualche modo fiducioso nella sua
lealtà (sono tedeschi, dopotutto, gente civile e di alta cultura!),
tranquillizzato dall’illusione di essersi in qualche modo
riscattato la libertà dopo aver consegnato il quantitativo d’oro
richiesto dalle SS, una volta insediatesi in città, come punizione
per la doppia colpa di essere ebrei e italiani, cioè traditori
(beffa delle beffe, visto che il fascismo aveva revocato agli ebrei
la cittadinanza italiana e almeno di quello non sarebbero dovuti
essere imputabili); provate a rivivere, fra le tante, una scena
straziante come quella in cui una madre che era per strada e forse
per questo si sarebbe potuta salvare (i tedeschi, infatti, si
presentarono porta a porta con le loro liste di proscrizione, ma non
allestirono una vera e propria retata a tappeto e a quanto pare non
si dannarono troppo l’anima per colmare i buchi, una volta
raggiunto il numero di deportati prestabilito), vedendo «passare un
camion carico di parenti, caccia un urlo. I tedeschi le volano
addosso, la agguantano, lei e i figli. Un “ariano” interviene e
riesce a salvare una delle bambine, protestando che è sua. Ma quella
si mette a piangere che vuole stare con mamma, e viene rastrellata
anche lei», abbracciando inconsapevolmente, nel giro di pochi
decisivi secondi, il destino che si può immaginare; e dedicate anche
un po’ di attenzione agli immancabili candidi carnefici
dell’ufficio anagrafe, che nei giorni precedenti – dicevano,
senza nascondere la tipica stizza impiegatizia – «si erano dovuti
ammazzare di lavoro per certi elenchi di ebrei, che bisognava
approntare per i tedeschi» e che poi, dopo la liberazione, caddero
nuovamente dalle nuvole senza più di colpo alcun ricordo chiaro di
com’erano andate effettivamente le cose e del loro coinvolgimento
nella vicenda.
Cercate
insomma di immergervi ben bene in tutto questo, e in tanti altri
episodi proposti da questa cronaca, voi che vivete nelle vostre
tiepide case, e poi ditemi se non vi viene spontaneo confrontarli con
le parole ripugnanti di Ben Gvir, con le violenze dei coloni in
Cisgiordania, coi loro attacchi sistematici alle case e agli orti
palestinesi, con tutte le manifestazioni di odio viscerale trasmesso
perfino ai loro ragazzini e fondato sulla convinzione di essere
stirpe eletta, nazione santa, destinatari esclusivi delle benedizioni
divine, e se non è proprio questo il più grande oltraggio
immaginabile alla memoria delle vittime di allora, l’essere, cioè,
diventati indistinguibili dai loro aguzzini, l’aver deformato a tal
punto la stella di David, stiracchiandola e ripiegandola, da
trasformarla nell’equivalente di una sfilacciata svastica, da
simbolo di oltraggio subito a marchio di oltraggio perpetrato. “Mai
più!” – è stato gridato, e andrà sempre gridato, di fronte
all’orrore dei lager, perché gli errori odierni non devono indurre
nessuna minimizzazione di ciò che è stato. Senza quisquiliare sulle
parole, se sia genocidio anche oggi o no, conta solo che ora il
sangue di Abele grida però al cielo contro i nipoti di quegli
internati (non tutti, va sempre ricordato) che continuano con zelo
furibondo a ingrossare le fila già sempre così affollate degli
ingiusti fra le nazioni, per raccogliere i quali non basterebbero
diecimila inferni, gomito a gomito con la versione aggiornata di quei
«fascisti repubblicani che circolano con aria soddisfatta da giorno
di sagra» tornati oggi ignominiosamente di moda (sì, proprio,
quelli che di giorno plaudono senza riserve Israele perché si
permette impunemente di sottoporre i palestinesi allo stesso
trattamento che loro vorrebbero riservare a tutti gli immigrati, ma
di notte danno pavlovianamente corso ai loro abituali riflessi
scambiandosi in chat le vecchie litanie sul complotto giudaico
internazionale – oppure rilasciano interviste a testate straniere
in cui osservano che, dal di dentro, il fascismo non doveva essere
poi così malvagio come appare a noi oggi).
Davvero,
non c’è nulla da aggiungere: basta aprire il libro e poi va tutto
da sé. Si può giusto osservare come l’intelligenza esercitata per
anni nell’analisi dei testi da parte di Debenedetti, che di
mestiere faceva il critico letterario, abbia allenato la sua capacità
di leggere anche gli eventi storici concreti, e di darne conto, e di
come però questo stesso sforzo di comprensione, che passa anche per
la domanda drammatica e ineludibile sul perché lui si sia salvato e
altri no, si scontra in ultima analisi con una sostanziale assenza di
vere risposte. «Torto nostro a voler cercare una regola nel più
spaventoso degli arbitrii».
Eppure
una conclusione possibile c’è, e terribilmente attuale, e la si
ricava dallo scritto gemello (Otto ebrei) contenuto in questo
stesso volume, anche se non arriva – perché non può arrivare –
dal racconto della cattura, ma da un evento meno noto accaduto poco
dopo, in cui la tragedia assume per un momento toni farseschi
tipicamente italiani. Quando, infatti, nel settembre ‘44, si tenne
il processo contro Pietro Caruso, questore di Roma durante
l’occupazione per conto della RSI e dunque complice delle violenze
naziste commesse in quei nove mesi, un poliziotto chiamato a deporre
in qualità di testimone, tale Raffaele Alianello, fece mettere a
verbale di aver cancellato dieci nomi dall’elenco dei civili che
sarebbero stati uccisi e interrati alle Fosse Ardeatine. Lo fece
essenzialmente perché a un certo punto il numero delle potenziali
vittime si ritrovò ad essere superiore a quello richiesto dai
nazisti, ma ci tenne a precisare, come se fosse un titolo di merito,
che di quei dieci esclusi otto erano ebrei. E perché proprio loro? –
si chiese subito Debenedetti, non appena lo venne a sapere dalla
cronaca giudiziaria dei giornali: in fondo, «l’ingiustizia era
uguale per tutti». Ma evidentemente «all’Alianello gli ebrei
dovevano apparire come degli innocenti più innocenti, delle ingiuste
vittime più ingiustamente vittime», ragion per cui «la riparazione
verso gli ebrei doveva essere quasi il primo simbolo della riscossa,
delle libertà restituite al popolo» - nonché un modo ingenuo da
parte di quell’ufficiale per accaparrarsi utili gradi di
antifascista, in base alla rozza equazione per cui, se i fascisti
erano ostili agli ebrei e lui aveva salvato degli ebrei allora poteva
essere automaticamente considerato di riflesso ostile ai fascisti.
Proprio quando il mondo avrebbe avuto finalmente bisogno di pulizia,
ecco invece entrare subito in scena «gli eroi del doppio gioco» e
tutta la fuliggine della zona grigia in cui sono soliti muoversi.
Per
carità, Dio ci guardi dal lamentarsi di chi, dopotutto, ha salvato
anche una sola vita (ce ne fossero anzi stati altri come Alianello,
quali che fossero poi i loro reali moventi) – osserva Debenedetti,
avventurandosi poco a poco nella selva di dubbi e domande a cui col
suo pensoso saggio cerca di mettere ordine. Quella scelta e
soprattutto l’ostentazione di quella scelta gli appaiono tuttavia
come il sintomo di qualcos’altro, di più inquietante, che si va
impercettibilmente profilando all’orizzonte. «La gente del tipo
Alianello – piccola borghesia suscettibile, credula, presuntuosa,
impressionabile, eccitabile, laureata in legge, abbastanza evoluta
per potersi credere delle idee, non abbastanza per averne – quella
gente è la più plastica argilla per la propaganda. Sono gli ardenti
neofiti di ogni verbo pubblicitario, i catecumeni dello slogan.
Nel salvare preferenzialmente gli ebrei, in vista dei propri meriti
futuri, l’Alianello subì una parola d’ordine pubblicitaria: come
chi compra il dentifricio più lanciato, rimpromettendosene per
l’indomani i denti più bianchi. Obbedì a uno slogan»,
riassumibile così: “ricompensiamo gli ebrei”, diamo loro più di
quel che dovrebbero ricevere visto che a lungo è stato tolto loro
più di quel avrebbero dovuto perdere. Ma «creare eccezioni a
vantaggio degli ebrei, non è un modo di riparare i torti». Anzi,
questa «antipersecuzione», capovolgendo simmetricamente la
persecuzione di prima, continua ad enfatizzare un’anomalia, una
diversità, che se ieri era da punire ora invece è da perdonare,
nell’uno come nell’altro caso sempre e solo per un imponderabile
principio superiore stabilito da altri (e come il passaggio da
reietto a mascotte sia facilmente reversibile lo ha dimostrato
benissimo, di recente, anche la triste vicenda di Jason Arday a
Cambridge).
«Oh
insomma: che cosa vogliono questi ebrei? Dell’odio?» - pare già
di sentire partire il coro. No, semplicemente «la pretesa (…) di
non accampare, né vedersi riconosciuti, speciali pretese» o, per
essere ancora più chiari, «il diritto di non avere speciali
diritti», come quello di essere salvati al posto di altri, ma anche,
possiamo aggiungere, di occupare abusivamente una terra, di poter
tenere prigioniero un altro popolo in un campo di concentramento a
cielo aperto, di infischiarsene delle regole internazionali, grazie a
una sorta di impunità totale garantita dalle atrocità subite dai
propri antenati. Debenedetti si può permettere di lanciare una
provocazione molto forte, che faccio mia, ma che non avrei avuto il
coraggio di formulare con le sue stesse, dirette, parole: «chi, come
gli ebrei, ha sete di libertà, una di quelle seti che tappezzano il
palato: chi ha capito come la libertà sia letteralmente una
questione di vita o di morte, è pronto a riconoscere che, tra tutte
le libertà che compongono la Libertà, è compresa anche la
libertà di essere antisemiti. Un antisemitismo di uomini liberi,
un antisemitismo (se non c’è contraddizione) liberale, contro cui
sia dato di opporre validi argomenti e pertinenti confutazioni,
apparirebbe perfino tonico, ravvivante, rigeneratore agli ebrei che
escono ora dall’anchilosi dell’immobilità e del silenzio».
Perchè non è odio, e men che meno razzismo: dire in faccia a
Israele che quel che sta facendo è criminale - e lo è tanto di più
quanto più si vanta d’essere una democrazia liberale, l’unica in
Medio Oriente -, appoggiare chi all’interno di quella comunità si
oppone a questa deriva, pretendere anche dai nostri governi che siano
recise tutte le forme di collaborazione a uno sterminio di fatto, non
ha veramente nulla di anti-, ma è al contrario un atto
d’amore, un tentativo estremo di riguadagnare alla piena umanità
chi rischia di perderla per sempre, trascinando il suo intero popolo
nell’infamia.
(finito il 28 ottobre 2022)
Ho parlato di
16 ottobre 1943
(Einaudi 2015)
82 pp. | 9,50 €
(ed. or.: 1944)

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