Così
come non mi verrebbe mai in mente di andare a chiedere ad Elon Musk
consigli sulla sobrietà e sul senso della misura, allo stesso modo
da uno che ha attraversato pericolosamente la guerra, l’ha
mirabilmente descritta e intimamente amata come Ernst Jünger non mi
aspetterei delle illuminanti riflessioni sulla pace, ma è
proprio tale apparente controsenso a rendere accattivante e in un
certo senso imperdibile la lettura di questo saggio lirico (non
saprei in che altro modo definirlo) meditato nelle fasi finali del
secondo conflitto mondiale, quando l’autore era allocato come
ufficiale della Wermacht a Parigi, e diffuso si può dire tra le
macerie ancora fumanti della Germania sconfitta. Chiarire il contesto
è più che mai essenziale, perché, a seconda di come si giri la
questione, alcune affermazioni in esso contenute potranno apparire
sorprendentemente lungimiranti e al tempo stesso però anche molto
disturbanti (non manca qualche mistero sulla data di effettiva composizione: anticipandola molto, certe reticenze sarebbero più comprensibili e sarebbe più credibile l'ipotesi che ne farebbe un testo clandestino di riferimento per il gruppo che ordì la congiura contro Hitler nel '44; posticipandola, potrebbe invece apparire anche come un modo per tutelare la propria posizione nell'imminenza della fine).
Jünger
presenta la seconda guerra mondiale come un cataclismatico tempo di
“semina”, nel corso del quale la falce della Mietitrice ha
rivoltato a tal punto le zolle della civiltà con dolori e spietatezze così
ampiamente distribuite da predisporre il terreno per la crescita, quale
suo “frutto”, di una pace solida e duratura, purché essa non si
limiti a «verificare e migliorare i vecchi edifici», ma si proponga
di «crearne anche di nuovi che li completino superandoli», grazie
alla consapevolezza prodotta, appunto, in ogni cuore da questa specie
di catarsi globale a cui si è preso universalmente parte. «Tutti
hanno condiviso le sofferenze», infatti, «e perciò a tutti loro la
pace dovrà portare frutto. Questo significa che la guerra deve
essere vinta da tutti», perché «se non sarà vinta da tutti, sarà
allora persa da tutti». Se la pace – questa la previsione –
sarà, cioè, solo «il risultato di accomodamenti», risolvendosi in
un mero tratteggio di nuovi confini guidato dalla sete di vendetta,
com’era accaduto venticinque anni prima a Versailles, senza che
siano affrontate di petto le questioni cruciali a causa delle quali
si erano scatenate le ostilità, si tratterà solo di una «pace
apparente» che ci riporterà semplicemente al punto di partenza,
pronti a ricadere da un momento all’altro nella stessa trappola da
cui con così grande fatica ci si è tratti fuori, ma in una
condizione assai peggiore, perché nel frattempo la tecnologia ha
sviluppato potenzialità distruttive incontrollabili e «già oggi al
mondo ideale del nichilismo appartengono i sogni di sterminio di
interi paesi e intere popolazioni». Da questo punto di vista,
sarebbe allora stato «meglio combattere più a lungo, soffrire più
a lungo, anziché fare ritorno al vecchio mondo».
Umanità,
qui si parrà la tua nobilitate: riuscirai a incanalare quelle
medesime, altissime, energie che la guerra ha scatenato in ogni
direzione e a metterle al servizio dell’unico progetto
concretamente in grado di contrapporsi all’ipotesi tutt’altro che
peregrina della distruzione totale del pianeta? É come se la vera
sfida cominciasse ora, e alla «prima opera collettiva dell’umanità»
- la guerra mondiale – ne dovesse seguire subito un’altra,
altrettanto collettiva e ancor più ambiziosa, giacché «la vera
pace presuppone un coraggio superiore a quello necessario per la
guerra; è una manifestazione di travaglio spirituale, di forza
spirituale. (…) La vera lotta che ci troviamo a combattere si
rivela sempre più un conflitto tra le forze della distruzione e le
forze della vita». Jünger si spinge perfino a dire che «in questa
lotta i guerrieri di retto sentire stanno fianco a fianco, come gli
antichi cavalieri», ossia che quelle stesse persone che fino a un
attimo prima erano disposte ad uccidersi sparandosi dalle linee
opposte del fronte, adesso, proprio perché hanno vissuto
quell’esperienza così traumatica da nemici leali, danzando insieme
sull’orlo dell’abisso, possono unire le forze per dare un giro di
vite decisivo alla storia umana. «In questa lotta tra giganti
ciascuno poteva essere fiero dell’avversario; e quando col tempo
l’ostilità andrà stemperandosi, cresceranno la stima, anzi il
segreto amore che si instaura tra vincitore e vinto. (…) I migliori
di ciascun popolo si sono conosciuti (…). Il rispetto, l’amicizia
e l’amore tendono una gran quantità di fili sottili e offrono più
garanzie di molti trattati internazionali». È questo il senso
profondo di questa catastrofe, che riscatta anche la morte di tutti
coloro che vi sono stati schiacciati: come il grano viene infatti
macinato per produrre pane, così il sangue versato da tutti i
caduti, a qualunque schieramento siano appartenuti, contribuirà a
realizzare «ciò che, pur se in modo confuso, viveva potente nelle
aspirazioni di milioni di uomini, in qualunque paese della terra il
destino ha voluto nascessero: un regno di pace più grande e
migliore».
Perno
di questa visione quasi profetica – da intendersi proprio in senso
analogo ai canti sulla futura gloria di Sion proclamati dall’uomo
di Dio nella desolazione di Gerusalemme al tempo della deportazione –
è una rinnovata e per molti aspetti suggestiva idea di Europa, che a sua volta si fonda su una
nuova architettura del mondo, non più centrata sul modello ormai
esaurito dello Stato-nazione. Con lucidità Jünger osserva infatti
che «l’elettrotecnica, l’aeroplano, la radio e le forze che si
irradiano dall’atomo» stanno ormai concorrendo alla creazione di
un nuovo «ordine planetario» che inevitabilmente farà «saltare la
vecchia cornice» e porterà alla formazione di nuovi «imperi»
fondati «nella sintesi, nell’integrazione» di ciò che fin qui si
è percepito diviso e contrapposto. Impossibile tenere
artificiosamente separato ciò che in mille modi diversi si va
interconnettendo: è giunto perciò il momento, ed è ora, «in cui
le forme sono liquefatte, pronte per una nuova colata». Questo
discorso vale soprattutto per il Vecchio Continente, quello più
segnato dalle cicatrici di interminabili guerre fratricide, fin qui
rivelatosi «il punto più vulnerabile» del sistema, da dove non a caso sono partite entrambe le guerre mondiali, ma
contemporaneamente anche «il centro vitale e cruciale del corpo»,
quello da cui perciò dovrà e potrà irradiarsi una possibile cura.
Essa consisterà, appunto, nell’abbattimento di quelle «vecchie
frontiere» che hanno fatto il loro tempo e nel dotare finalmente l'Europa di «sovranità e costituzione». «L’aspirazione a
questa unità è più antica della corona di Carlo Magno, e tuttavia
non è mai stata tanto ardente, tanto pressante come in questo nostro
tempo».
Possibile
che Jünger abbia prodotto una sua versione personale del manifesto
di Ventotene? No, infatti: direi che siamo decisamente più dalle
parti di Novalis che di Altiero Spinelli – e a qualcuno piacerà di
sicuro più così (e di per sé non è un male). Il richiamo esplicito alla tradizione carolingia e
all’etica cavalleresca, l’idea di un accordo sacro e più che
meramente giuridico tra i popoli, ricalcato sul paradigma nuziale
(«una comunione del corpo e dei beni nella quale le singole nazioni
portino in dote se stesse alla nuova casa che ora apparterrà loro»),
l’appello alle chiese cristiane affinché abbandonino antichi
rancori e, pur mantenendo le reciproche distinzioni, non concedano ai
«meri tecnici di guidare l’uomo», ma attingano al loro repertorio
scritturistico e teologico le risorse da offrire a un’umanità che
ha un istintivo bisogno di credere in qualcosa e, in mancanza di
solidi e credibili riferimenti spirituali, finirà ancora una volta
per affidarsi a «strumenti razionali» che garantiscono, sì, dei
risultati, senza però che si capisca a cosa dovrebbero servire,
perché, nella notte in cui sono spariti gli dei, si è spenta anche
la lanterna del senso: tutti questi sono indizi più che sufficienti
per evitare indebiti accostamenti, che peraltro non credo sarebbero
piaciuti neanche a lui, tra Jünger e la moderna Unione Europea. Vero
è che, rispetto ad ogni riproposizione di provinciale sciovinismo,
brilla qui con estrema chiarezza l’idea secondo cui, di fronte alla
minaccia imperialistica rappresentata in particolare da Stati Uniti e
Unione Sovietica, se l’Europa non avesse rapidamente imparato a
ristrutturarsi anch’essa in termini “imperiali”, ne sarebbe
stata inevitabilmente stritolata, con tanti saluti alla sua
millenaria Kultur. In questo senso i nazisti – mai
espressamente citati – avranno pure sbagliato tutto, nelle forme e
nei modi, e vanno biasimati e condannati per questo, e forse anche fermati (se teniamo ferma l'ipotesi di una datazione alta dello scritto), tuttavia – si
lascia intendere, o almeno a me pare di capire così – avevano
quantomeno individuato il vero nemico mortale e provato a imbastire
una linea di effettiva resistenza. Che è come dire: è solo per un
abbaglio momentaneo che noi, i migliori tra i tedeschi, e voi, i
migliori tra i francesi, eredi entrambi per rami paralleli di Rolando
e degli altri paladini, ci siamo combattuti gli uni contro gli altri
in modo tanto feroce. La vera battaglia, la buona battaglia, è
un’altra, ed è ancora aperta, anche se si giocherà su un terreno
diverso. Ora, se è vero che una pace che si limiti a istituire le
regole di un nuovo dominio e una nuova spartizione della terra non
può considerarsi una vera pace, e se è bene diffidare della pelosa
retorica che ricorre strumentalmente al linguaggio dei diritti per
giustificare l’imposizione pura e semplice del proprio potere, ebbene tutto questo però non autorizza ancora a cancellare con un colpo di spugna
le singole responsabilità, annacquandole in una sorta di colpa
collettiva in cui tutte le coscienze sono nere. La ricerca ossessiva
della profondità talvolta è solo un modo per nascondere la testa sotto terra al punto di presentare a tratti l’occupazione tedesca come una sorta di goliardica scampagnata
fuori porta (o di innocua escursione, come si direbbe oggi).
D’altronde
l’ordine nuovo nazionalsocialista era molto distante, nella pratica
come nelle aspirazioni, dalla visione proposta da Jünger, quando
scrive, per esempio, che, nella nuova Europa, «l’uomo, in quanto
figlio del tempo e creatura civilizzata, potrà spostarsi per queste
strade senza imbattersi in confini, e dappertutto sarà a casa
propria. La libertà deve invece regnare nella varietà, là dove
popoli e uomini sono differenti. (…) In questi ambiti i colori
della tavolozza non saranno mai troppi. La costituzione europea (…)
dovrà creare l’unità politico-territoriale nel rispetto delle
diversità storiche. (…) L’Europa potrà divenire patria e
tuttavia sul suo territorio rimarranno molte madri-patrie e qualche
paese d’origine. In questa cornice i popoli grandi e piccoli
fioriranno più rigogliosi che mai. Con l’estinguersi della
competitività tra i vari stati nazionali, l’alsaziano potrà
vivere come un tedesco o un francese senza essere costretto a
divenire l’uno o l’altro. Ma soprattutto potrà vivere da
alsaziano, come a lui piace. Si tratta di un recupero di libertà che
apparirà evidente fin tra le minoranze, le varie stirpi, le città.
Più liberamente che nell’antica, nella nuova casa si potrà essere
bretoni, guelfi, sorabi, polacchi, baschi, cretesi, sardi o
siciliani». Chiedetelo ai milioni di internati, se c’era questo,
nella testa di Hitler. Questo mosaico di piccole patrie affratellate
fra loro, fieramente avverse a ogni omologazione centralizzata,
capaci però di coltivare il gusto della complementarità non ostile,
non è incompatibile con una concezione poliedrica dell’umanità
che ne valorizzi la ricchezza sinfonica, almeno finché i confini
restano permeabili e le reciproche interazioni positive. Anche i
nostri attuali sovranisti avrebbero di che imparare, se leggessero
quelle che presentano come le loro fonti, anziché limitarsi a
citarle a casaccio.
Resta,
comunque, sullo sfondo, una domanda inquietante. Se davvero solo il
passaggio attraverso la grande tribolazione della guerra può
convincerci che sarebbe meglio non farla più, se davvero solo il
dolore insegna qualcosa e riunisce i dispersi, ispirandoli a dare il
meglio di sé, se davvero bisogna toccare il fondo per imparare a
rimbalzare, dal momento che l’attuale configurazione sociopolitica
non è evidentemente ancora la migliore possibile, per venirne fuori
siamo dunque condannati a consentire con quanti sostengono che si
debba far di tutto per provocare l’apocalisse, sperando di riuscire
a fermarci un secondo prima dell’autodafé, oppure siamo
autorizzati a pensare che ci siano altri mezzi per superare una buona
volta questa atavica logica sacrificale e raggiungere senza ulteriori
stragi un obiettivo corrispondente alle nostre più profonde
aspirazioni?
(finito il 13 ottobre 2022)
Ho parlato di
La pace
(Guanda 1993)
trad. di A. Apa
80 pp. | ?? lire
(ed. or.: Der Friede, 1949 ?)
