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venerdì 31 luglio 2026

La pace

Così come non mi verrebbe mai in mente di andare a chiedere ad Elon Musk consigli sulla sobrietà e sul senso della misura, allo stesso modo da uno che ha attraversato pericolosamente la guerra, l’ha mirabilmente descritta e intimamente amata come Ernst Jünger non mi aspetterei delle illuminanti riflessioni sulla pace, ma è proprio tale apparente controsenso a rendere accattivante e in un certo senso imperdibile la lettura di questo saggio lirico (non saprei in che altro modo definirlo) meditato nelle fasi finali del secondo conflitto mondiale, quando l’autore era allocato come ufficiale della Wermacht a Parigi, e diffuso si può dire tra le macerie ancora fumanti della Germania sconfitta. Chiarire il contesto è più che mai essenziale, perché, a seconda di come si giri la questione, alcune affermazioni in esso contenute potranno apparire sorprendentemente lungimiranti e al tempo stesso però anche molto disturbanti (non manca qualche mistero sulla data di effettiva composizione: anticipandola molto, certe reticenze sarebbero più comprensibili e sarebbe più credibile l'ipotesi che ne farebbe un testo clandestino di riferimento per il gruppo che ordì la congiura contro Hitler nel '44; posticipandola, potrebbe invece apparire anche come un modo per tutelare la propria posizione nell'imminenza della fine).

Jünger presenta la seconda guerra mondiale come un cataclismatico tempo di “semina”, nel corso del quale la falce della Mietitrice ha rivoltato a tal punto le zolle della civiltà con dolori e spietatezze così ampiamente distribuite da predisporre il terreno per la crescita, quale suo “frutto”, di una pace solida e duratura, purché essa non si limiti a «verificare e migliorare i vecchi edifici», ma si proponga di «crearne anche di nuovi che li completino superandoli», grazie alla consapevolezza prodotta, appunto, in ogni cuore da questa specie di catarsi globale a cui si è preso universalmente parte. «Tutti hanno condiviso le sofferenze», infatti, «e perciò a tutti loro la pace dovrà portare frutto. Questo significa che la guerra deve essere vinta da tutti», perché «se non sarà vinta da tutti, sarà allora persa da tutti». Se la pace – questa la previsione – sarà, cioè, solo «il risultato di accomodamenti», risolvendosi in un mero tratteggio di nuovi confini guidato dalla sete di vendetta, com’era accaduto venticinque anni prima a Versailles, senza che siano affrontate di petto le questioni cruciali a causa delle quali si erano scatenate le ostilità, si tratterà solo di una «pace apparente» che ci riporterà semplicemente al punto di partenza, pronti a ricadere da un momento all’altro nella stessa trappola da cui con così grande fatica ci si è tratti fuori, ma in una condizione assai peggiore, perché nel frattempo la tecnologia ha sviluppato potenzialità distruttive incontrollabili e «già oggi al mondo ideale del nichilismo appartengono i sogni di sterminio di interi paesi e intere popolazioni». Da questo punto di vista, sarebbe allora stato «meglio combattere più a lungo, soffrire più a lungo, anziché fare ritorno al vecchio mondo».

Umanità, qui si parrà la tua nobilitate: riuscirai a incanalare quelle medesime, altissime, energie che la guerra ha scatenato in ogni direzione e a metterle al servizio dell’unico progetto concretamente in grado di contrapporsi all’ipotesi tutt’altro che peregrina della distruzione totale del pianeta? É come se la vera sfida cominciasse ora, e alla «prima opera collettiva dell’umanità» - la guerra mondiale – ne dovesse seguire subito un’altra, altrettanto collettiva e ancor più ambiziosa, giacché «la vera pace presuppone un coraggio superiore a quello necessario per la guerra; è una manifestazione di travaglio spirituale, di forza spirituale. (…) La vera lotta che ci troviamo a combattere si rivela sempre più un conflitto tra le forze della distruzione e le forze della vita». Jünger si spinge perfino a dire che «in questa lotta i guerrieri di retto sentire stanno fianco a fianco, come gli antichi cavalieri», ossia che quelle stesse persone che fino a un attimo prima erano disposte ad uccidersi sparandosi dalle linee opposte del fronte, adesso, proprio perché hanno vissuto quell’esperienza così traumatica da nemici leali, danzando insieme sull’orlo dell’abisso, possono unire le forze per dare un giro di vite decisivo alla storia umana. «In questa lotta tra giganti ciascuno poteva essere fiero dell’avversario; e quando col tempo l’ostilità andrà stemperandosi, cresceranno la stima, anzi il segreto amore che si instaura tra vincitore e vinto. (…) I migliori di ciascun popolo si sono conosciuti (…). Il rispetto, l’amicizia e l’amore tendono una gran quantità di fili sottili e offrono più garanzie di molti trattati internazionali». È questo il senso profondo di questa catastrofe, che riscatta anche la morte di tutti coloro che vi sono stati schiacciati: come il grano viene infatti macinato per produrre pane, così il sangue versato da tutti i caduti, a qualunque schieramento siano appartenuti, contribuirà a realizzare «ciò che, pur se in modo confuso, viveva potente nelle aspirazioni di milioni di uomini, in qualunque paese della terra il destino ha voluto nascessero: un regno di pace più grande e migliore».

Perno di questa visione quasi profetica – da intendersi proprio in senso analogo ai canti sulla futura gloria di Sion proclamati dall’uomo di Dio nella desolazione di Gerusalemme al tempo della deportazione – è una rinnovata e per molti aspetti suggestiva idea di Europa, che a sua volta si fonda su una nuova architettura del mondo, non più centrata sul modello ormai esaurito dello Stato-nazione. Con lucidità Jünger osserva infatti che «l’elettrotecnica, l’aeroplano, la radio e le forze che si irradiano dall’atomo» stanno ormai concorrendo alla creazione di un nuovo «ordine planetario» che inevitabilmente farà «saltare la vecchia cornice» e porterà alla formazione di nuovi «imperi» fondati «nella sintesi, nell’integrazione» di ciò che fin qui si è percepito diviso e contrapposto. Impossibile tenere artificiosamente separato ciò che in mille modi diversi si va interconnettendo: è giunto perciò il momento, ed è ora, «in cui le forme sono liquefatte, pronte per una nuova colata». Questo discorso vale soprattutto per il Vecchio Continente, quello più segnato dalle cicatrici di interminabili guerre fratricide, fin qui rivelatosi «il punto più vulnerabile» del sistema, da dove non a caso sono partite entrambe le guerre mondiali, ma contemporaneamente anche «il centro vitale e cruciale del corpo», quello da cui perciò dovrà e potrà irradiarsi una possibile cura. Essa consisterà, appunto, nell’abbattimento di quelle «vecchie frontiere» che hanno fatto il loro tempo e nel dotare finalmente l'Europa di «sovranità e costituzione». «L’aspirazione a questa unità è più antica della corona di Carlo Magno, e tuttavia non è mai stata tanto ardente, tanto pressante come in questo nostro tempo».

Possibile che Jünger abbia prodotto una sua versione personale del manifesto di Ventotene? No, infatti: direi che siamo decisamente più dalle parti di Novalis che di Altiero Spinelli – e a qualcuno piacerà di sicuro più così (e di per sé non è un male). Il richiamo esplicito alla tradizione carolingia e all’etica cavalleresca, l’idea di un accordo sacro e più che meramente giuridico tra i popoli, ricalcato sul paradigma nuziale («una comunione del corpo e dei beni nella quale le singole nazioni portino in dote se stesse alla nuova casa che ora apparterrà loro»), l’appello alle chiese cristiane affinché abbandonino antichi rancori e, pur mantenendo le reciproche distinzioni, non concedano ai «meri tecnici di guidare l’uomo», ma attingano al loro repertorio scritturistico e teologico le risorse da offrire a un’umanità che ha un istintivo bisogno di credere in qualcosa e, in mancanza di solidi e credibili riferimenti spirituali, finirà ancora una volta per affidarsi a «strumenti razionali» che garantiscono, sì, dei risultati, senza però che si capisca a cosa dovrebbero servire, perché, nella notte in cui sono spariti gli dei, si è spenta anche la lanterna del senso: tutti questi sono indizi più che sufficienti per evitare indebiti accostamenti, che peraltro non credo sarebbero piaciuti neanche a lui, tra Jünger e la moderna Unione Europea. Vero è che, rispetto ad ogni riproposizione di provinciale sciovinismo, brilla qui con estrema chiarezza l’idea secondo cui, di fronte alla minaccia imperialistica rappresentata in particolare da Stati Uniti e Unione Sovietica, se l’Europa non avesse rapidamente imparato a ristrutturarsi anch’essa in termini “imperiali”, ne sarebbe stata inevitabilmente stritolata, con tanti saluti alla sua millenaria Kultur. In questo senso i nazisti – mai espressamente citati – avranno pure sbagliato tutto, nelle forme e nei modi, e vanno biasimati e condannati per questo, e forse anche fermati (se teniamo ferma l'ipotesi di una datazione alta dello scritto), tuttavia – si lascia intendere, o almeno a me pare di capire così – avevano quantomeno individuato il vero nemico mortale e provato a imbastire una linea di effettiva resistenza. Che è come dire: è solo per un abbaglio momentaneo che noi, i migliori tra i tedeschi, e voi, i migliori tra i francesi, eredi entrambi per rami paralleli di Rolando e degli altri paladini, ci siamo combattuti gli uni contro gli altri in modo tanto feroce. La vera battaglia, la buona battaglia, è un’altra, ed è ancora aperta, anche se si giocherà su un terreno diverso. Ora, se è vero che una pace che si limiti a istituire le regole di un nuovo dominio e una nuova spartizione della terra non può considerarsi una vera pace, e se è bene diffidare della pelosa retorica che ricorre strumentalmente al linguaggio dei diritti per giustificare l’imposizione pura e semplice del proprio potere, ebbene tutto questo però non autorizza ancora a cancellare con un colpo di spugna le singole responsabilità, annacquandole in una sorta di colpa collettiva in cui tutte le coscienze sono nere. La ricerca ossessiva della profondità talvolta è solo un modo per nascondere la testa sotto terra al punto di presentare a tratti l’occupazione tedesca come una sorta di goliardica scampagnata fuori porta (o di innocua escursione, come si direbbe oggi).

D’altronde l’ordine nuovo nazionalsocialista era molto distante, nella pratica come nelle aspirazioni, dalla visione proposta da Jünger, quando scrive, per esempio, che, nella nuova Europa, «l’uomo, in quanto figlio del tempo e creatura civilizzata, potrà spostarsi per queste strade senza imbattersi in confini, e dappertutto sarà a casa propria. La libertà deve invece regnare nella varietà, là dove popoli e uomini sono differenti. (…) In questi ambiti i colori della tavolozza non saranno mai troppi. La costituzione europea (…) dovrà creare l’unità politico-territoriale nel rispetto delle diversità storiche. (…) L’Europa potrà divenire patria e tuttavia sul suo territorio rimarranno molte madri-patrie e qualche paese d’origine. In questa cornice i popoli grandi e piccoli fioriranno più rigogliosi che mai. Con l’estinguersi della competitività tra i vari stati nazionali, l’alsaziano potrà vivere come un tedesco o un francese senza essere costretto a divenire l’uno o l’altro. Ma soprattutto potrà vivere da alsaziano, come a lui piace. Si tratta di un recupero di libertà che apparirà evidente fin tra le minoranze, le varie stirpi, le città. Più liberamente che nell’antica, nella nuova casa si potrà essere bretoni, guelfi, sorabi, polacchi, baschi, cretesi, sardi o siciliani». Chiedetelo ai milioni di internati, se c’era questo, nella testa di Hitler. Questo mosaico di piccole patrie affratellate fra loro, fieramente avverse a ogni omologazione centralizzata, capaci però di coltivare il gusto della complementarità non ostile, non è incompatibile con una concezione poliedrica dell’umanità che ne valorizzi la ricchezza sinfonica, almeno finché i confini restano permeabili e le reciproche interazioni positive. Anche i nostri attuali sovranisti avrebbero di che imparare, se leggessero quelle che presentano come le loro fonti, anziché limitarsi a citarle a casaccio.

Resta, comunque, sullo sfondo, una domanda inquietante. Se davvero solo il passaggio attraverso la grande tribolazione della guerra può convincerci che sarebbe meglio non farla più, se davvero solo il dolore insegna qualcosa e riunisce i dispersi, ispirandoli a dare il meglio di sé, se davvero bisogna toccare il fondo per imparare a rimbalzare, dal momento che l’attuale configurazione sociopolitica non è evidentemente ancora la migliore possibile, per venirne fuori siamo dunque condannati a consentire con quanti sostengono che si debba far di tutto per provocare l’apocalisse, sperando di riuscire a fermarci un secondo prima dell’autodafé, oppure siamo autorizzati a pensare che ci siano altri mezzi per superare una buona volta questa atavica logica sacrificale e raggiungere senza ulteriori stragi un obiettivo corrispondente alle nostre più profonde aspirazioni?

(finito il 13 ottobre 2022)

Ho parlato di


Ernst Jünger
La pace
(Guanda 1993)

trad. di A. Apa

80 pp. | ?? lire

(ed. or.: Der Friede, 1949 ?)