Con
alcuni grandi libri (soprattutto se sono anche dei grossi libri)
ci si può ritrovare intrappolati in questo fastidioso paradosso: a
leggerli precocemente – come del resto è giusto che sia, perché
bisogna pur cominciare ad affinare il gusto senza aspettare di
diventare vecchi – rischi però poi che, crescendo, te ne resti
un’immagine sfocata, e più che ricordarti di loro ti ricordi del
ricordo che ti sei fatto di loro, che è una cosa ben diversa, e
tutto sommato ingannevole, senonché non è sempre facile trovare poi
l’occasione di riprenderli da capo per rivedere il giudizio, a
mente fredda e con più strumenti a disposizione, perché comunque si
tratta pur sempre di qualcosa che hai già letto mentre ci sono
tonnellate di altri libri sconosciuti che implorano la tua attenzione
prima che il tuo tempo si esaurisca; d’altra parte, ad attendere il
momento propizio per affrontarli, posto che un momento simile davvero
esista, si corre il pericolo opposto di rimandare sine die
l’appuntamento, finché potrebbe passarti pure la voglia di
cimentarti con tali letture, un po’ perché ti vergogni di
ammettere di non averle ancora effettuate, e preferisci perciò fare
finta di niente, lasciando che tutti pensino il contrario, e un po’
perché, tutto sommato, se il libro è davvero di quelli importanti,
a un certo punto potresti tranquillamente fingere senza particolari
timori di averlo letto per davvero, a forza di averne sentito parlare
qua e là – ma sarebbe tuttavia un terribile errore, perché qui
non si tratta semplicemente di acquisire dei meri contenuti, bensì
di effettuare un’autentica esperienza di vita di cui ti priveresti
per sempre. Se questa chilometrica perifrasi vi suona come una
giustificazione non richiesta per aver atteso oltre quarant’anni
prima di accostare Madame Bovary è proprio perché lo è. Non
mi azzardo a fissare qui una cesura tra un prima e un poi come nella
cronologia cristiana (ma solo perché di libri che potrebbero
ragionevolmente ambire allo stesso ruolo miliare ne esistono tanti e
non c’è comunque niente di peggio dell’ultimo arrivato che
pretende di spiegare il senso della vita a chi l’ha già capito da
tempo), però, come i pastori al cospetto del bambinello, di fronte a
un’opera siffatta baciata dal genio, in cui non c’è neanche uno
iota fuori posto e tutto procede a vele spiegate, dalla prima
all’ultima riga, per impulso di una grazia sovrumana, dovrei solo
togliermi i sandali, genuflettermi in adorazione e non aggiungere
altro. Sarebbe forse più dignitoso, se non fosse che il formato che
mi sono autoimposto richiede che abbozzi almeno qualcuna delle
personalissime ragioni per motivare questo mio tardivo entusiasmo,
per cui procedo oltre, nonostante tutto.
Si
dice che Flaubert si fosse proposto di scrivere un libro sul nulla –
inteso non come la vertiginosa astrazione filosofica degli ontologi e
dei mistici alla Bovillus, ma come il concretissimo piattume di una
vuota vita trascorsa nella provincia francese di metà Ottocento –
e se lo sia proposto proprio con l’intento di mostrare le
potenzialità sconfinate della letteratura, quando è in buone mani,
e la sua capacità alchimistica di ricavare gemme meravigliose
persino da simili liquami esistenziali. Facile, infatti, essere Omero
se il mito ti mette a disposizione un Odisseo con le sue avventure
piene zeppe di mostri fantastici e colpi di scena: provateci voi,
invece, a rendere appassionante la meschina quotidianità di una
«mezza cartuccia» come il medico di campagna Charles Bovary,
variamente definito in corso d’opera come un «cretino», un
«omuncolo (…) che non capiva nulla», uno che «eseguiva il suo
minuto lavoro quotidiano come fa il cavallo da maneggio, che gira e
gira con gli occhi bendati, senza sapere cosa sta macinando», - un
concentrato, insomma, di mediocrità il cui unico vero successo nella
vita è stato quello di aver fatto balenare per un attimo alla
giovane Emma, in modo del tutto inspiegabile, la speranza che per suo
tramite, diventandone la moglie, avrebbe potuto raggiungere la
suprema felicità. «Ma la felicità che sarebbe dovuta scaturire da
quell’amore non era mai venuta, e lei cominciava a pensare di
essersi ingannata» - ecco tutto: sembra una banalità, ma racchiude
il mondo intero.
Per
la spietatezza chirurgica con cui descrive passo passo l’asfissiante
logorio che può disgregare dall’interno una relazione, senza che
peraltro uno dei due partner neanche se ne accorga, neppure quando
l’altra decide di fare di testa sua cercando soddisfazioni al di
fuori del nido familiare, questo romanzo potrebbe essere assunto,
ancora oggi, come libro di testo nei corsi prematrimoniali o nelle
terapie di coppia. Qualche esempio: «la conversazione di Charles era
piatta come un marciapiede, e le idee più comuni vi sfilavano nella
loro veste ordinaria senza produrre nessuna emozione, di allegria o
di sogno. (…) Non sapeva nuotare, né tirare di scherma, né usare
la pistola, e una volta non riuscì nemmeno a spiegarle un termine
d’equitazione che aveva trovato in un romanzo. (…) Non insegnava
nulla, quello là, non sapeva nulla, non aveva interessi di nessun
tipo. (…) Rincasava tardi (…). Nominava uno per uno tutti quelli
che aveva incontrato, i paesi dov’era stato, le cure che aveva
prescritto, e soddisfatto di sé mangiava gli avanzi dello stracotto,
grattava il formaggio, sgranocchiava una mela, vuotava la caraffa,
poi si metteva a letto, si coricava sul dorso e cominciava a russare.
(…) Quanto a lei, la sua vita era fredda come un granaio che ha le
finestre esposte a settentrione, e la noia, ragno silenzioso, tesseva
nell’ombra la sua tela in ogni cantuccio del suo cuore». Come
descrivere meglio la crescente insofferenza per lo stillicidio di
banalissimi fastidi che può mandare in frantumi qualsiasi storia
d’amore (perché il più delle volte non è a causa di divergenze
sui massimi sistemi, ma per il diverso modo di ripiegare il tubetto
del dentifricio, che si arriva a non sopportare più colui o colei a
cui si è promessa fedeltà eterna, in salute ed in malattia)? Agli
occhi di Emma, suo marito «stava prendendo, con l’età, delle
abitudini grossolane; alla fine del pranzo si divertiva a tagliare i
tappi delle bottiglie vuote; appena pranzato si passava la lingua sui
denti; la faceva schioccare a ogni sorsata di minestra, e dato che
cominciava a ingrassare, i suoi occhi, già piuttosto piccoli,
sembravano ricacciati verso le tempie dagli zigomi troppo gonfi. (…)
Perfino la schiena, la sua schiena tranquilla era irritante a
vedersi, e a Emma parve che sulla sua redingote si dispiegasse per
intero la piattezza del personaggio». Con un atto liberatorio e
disperato al tempo stesso, imbattutasi per caso, dopo qualche anno di
matrimonio, nel suo bouquet da sposa mentre rassettava la casa, Emma
decide istintivamente di darlo alle fiamme, osservandolo consumarsi
foglia dopo foglia, nella consapevolezza disperata che per lei,
prigioniera di quella orrenda monotonia, «il futuro era un corridoio
nerissimo, e in fondo c’era una porta ben chiusa». Di storie come
queste, in fondo, se ne potrebbero contare a decine, tutte più o
meno uguali, senza bisogno di andarsele a cercare fin dentro i libri:
quel che la rende unica, e in qualche modo archetipica, è il
meraviglioso talento con cui Flaubert la arricchisce di dettagli a
volte infinitesimali, capaci tuttavia di immortalarne il senso, come
quando Emma, infuriata, «sbatté la porta con tale violenza che il
barometro vacillò, si staccò dal muro e si infranse per terra», e
nello sfracellarsi di quell’artefatto che insieme a tante altre
buone cose di pessimo gusto costituisce l’arredo canonico di un
interno borghese positivista, tu lo vedi proprio sotto i tuoi occhi
l’infrangersi di un mondo che va letteralmente a pezzi, con tutte
le sue false sicurezze (esattamente come ti vedi i capponi che Renzo
porta in dono all’avvocato beccarsi fra loro: la trama andrebbe
avanti ugualmente anche senza, ma non saprebbe di niente – ed è
appunto in questo modo che l’intrattenimento trasfigura in arte).
Poste
le cose in questi termini, e soprattutto messi continuamente di
fronte all’ottusa soddisfazione di Charles per il suo vivere così
quieto da sembrare un anticipo dell’eterno riposo, parrebbe ovvio e
naturale parteggiare per la sua giovane sposa, condividere la sua
protesta contro quell’aridissima vita monodimensionale e apprezzare
i suoi slanci, sia pure spesso maldestri, verso qualsiasi cosa la
possa sollevare al di là di essa (slanci che non vengono compresi
neppure dal curato a cui si rivolge, quando essi prendono
un’intonazione mistica, poiché un’autentica crisi spirituale
resta qualcosa di totalmente incomprensibile a chi nei fatti è
divenuto un semplice burocrate devozionale, perfettamente integrato
in una società in cui Dio è dato per morto e sepolto, anche se gli
si continuano ad erigere templi alla memoria). Il guaio è che Emma,
pur essendo a suo modo una vittima, è comunque tutt’altro che
credibile come simbolo d’emancipazione. Imbevuta di ideali
romanzeschi come Don Chisciotte lo era stato di quelli cavallereschi,
si getta anche lei a capofitto nelle più diverse situazioni,
inseguendo disperatamente l’amore che strappa i capelli e possa
dare un significato al suo passaggio sulla terra, convintasi che da
qualche parte debba pur nascondersi quel “di più” che le era
stato promesso, o almeno così le era parso, sin da quand’era
bambina. Tuttavia, con la stessa impietosa perfidia con cui Cervantes
manda il suo allampanato cavaliere a schiantarsi contro i mulini a
vento, così anche Flaubert spinge poco per volta la sua triste
eroina lungo una spirale autodistruttiva dalla quale finirà
mortalmente travolta, svelando così l’inconsistenza effettiva di
tutte le sue aspirazioni. In una delle sequenze a mio avviso più
riuscite, per esempio, mette in scena il sensuale gioco di sguardi e
di contatti furtivi tra Emma e uno dei suoi amanti – Rodolphe
Boulanger, uno sciupafemmine che, a differenza di Charles Bovary, in
tre minuti intuisce l’infelicità della donna e soprattutto capisce
che questo suo stato emotivo la potrà rendere una facile preda –
proprio mentre, alla sagra del paesello normanno in cui i Bovary
vivono, il consigliere provinciale tiene il suo fervente e si può
immaginare quanto appassionante discorso sulle magnifiche sorti e
progressive della Francia rurale, i bravi contadini caricano sui loro
carretti sacchi di concime e si appuntano festose coccarde alle corna
del bue grasso. Come potranno mai sollevarci in volo le ali di Eros
se sono appesantite da tanta greve materialità? Ma la vera colpa di
Emma non è evidentemente l’ingenuità per aver creduto che questi
amori esistano, quanto il fatto che in fin dei conti i sogni che
alimentano la sua speranza non siano altro che sogni d’altri
sognatori, presi in prestito di seconda mano dalle sue letture, come
oggi potrebbe più facilmente accadere con le storie pubblicate dagli
influencer sui propri profili social. Per tutta la vita Emma
ricorderà con la stessa intensità con cui il peccatore convertito
custodisce in cuor suo l’apparizione divina che gli ha fatto
cambiare vita la grande festa organizzata presso il castello del
marchese d’Andervilliers (uno il cui suocero si vociferava fosse
stato addirittura l’amante della regina Maria Antonietta), al punto
da scegliere per la figlia un nome semplicemente orecchiato da uno
dei convitati, quella notte, come se il suo puro suono potesse
nuovamente riproiettarla nello scenario sgargiante e lussuoso che per
qualche ora ha assaporato e il cui vero valore consiste quasi
esclusivamente nel fatto di essere escluso ad altri, a cui è
permesso solo contemplarlo da fuori, come accade ai contadini del
villaggio vicino, le cui facce si intravedono, «appiccicate alla
vetrata», mentre cercano di non perdersi neanche un istante di quel
ballo. «Emma era lì, soltanto lì; fuori da quella festa non c’era
nient’altro che ombra, un’ombra che si stendeva su tutto il
resto» - e non credo sia mai più stata escogitata, da allora,
un’immagine altrettanto potente per raffigurare, anche se in modo
del tutto inconsapevole, il meccanismo che sta alla base della
moderna società dell’immagine, segno che in qualche modo,
indipendentemente dagli sviluppi tecnologici, le sue premesse erano
già individuabili quasi due secoli fa (non a caso Emma, in punto di
morte, chiede sì il crocifisso da baciare, ma subito dopo uno
specchio, come se si trattasse dell’ultimo selfie).
Con
l’apparenza di parlare d’altro, questa specie di parodia dei
convenzionali romanzi d’amore consente in realtà a Flaubert di
allestire una satira senza sconti della Francia del suo tempo, in cui
l’imbecillità diffusa all’interno di una società arida e
meschina è descritta attraverso gli occhi di un’illusa che
vorrebbe staccarsene solo per consacrarsi a un’altra forma di
vanità. Si sorride spesso, con la dovuta misura, finché non si
prende drammaticamente coscienza che, di tutte le peripezie e i
travagli che comunque hanno riempito delle vite (quella di Emma, di
suo marito e dei suoi familiari, anzitutto) alla fine non resta
assolutamente niente. Constatazione per molti aspetti ovvia, ma che
porta con sé una sensazione di «dolorosa meraviglia, tanto è
difficile comprendere l’avvento del nulla e rassegnarsi a credervi»
(ed anche in questo senso, perciò, il romanzo è un romanzo sul
nulla di cui sono tessute le nostre vite moderne). Eppure c’è
qualcosa di ancor più agghiacciante, tale da rendere a sorpresa
Madame Bovary assai più spaventoso di Dracula, ed è
l’osservazione velenosa quasi buttata lì, proprio nell’ultima
riga del libro, che il farmacista Homais, il petulante,
insopportabile, conformista Homais, simbolo del progressismo ottuso,
«di recente ha ricevuto la croce d’onore», realizzando, lui sì,
tutte le sue aspirazioni. La storia sarà pure un’onda di piena
dirompente che travolge ogni cosa, eppure questi maledetti donabbondi
trovano sempre per istinto il modo di restarsene a galla.
(finito il 9 ottobre 2022)
Ho parlato di
Madame Bovary
(Feltrinelli 1998)
trad. di R. Carifi
338 p. | 16.000 lire
(ed. or.: Madame Bovary, 1857)






