venerdì 31 luglio 2026

La pace

Così come non mi verrebbe mai in mente di andare a chiedere ad Elon Musk consigli sulla sobrietà e sul senso della misura, allo stesso modo da uno che ha attraversato pericolosamente la guerra, l’ha mirabilmente descritta e intimamente amata come Ernst Jünger non mi aspetterei delle illuminanti riflessioni sulla pace, ma è proprio tale apparente controsenso a rendere accattivante e in un certo senso imperdibile la lettura di questo saggio lirico (non saprei in che altro modo definirlo) meditato nelle fasi finali del secondo conflitto mondiale, quando l’autore era allocato come ufficiale della Wermacht a Parigi, e diffuso si può dire tra le macerie ancora fumanti della Germania sconfitta. Chiarire il contesto è più che mai essenziale, perché, a seconda di come si giri la questione, alcune affermazioni in esso contenute potranno apparire sorprendentemente lungimiranti e al tempo stesso però anche molto disturbanti (non manca qualche mistero sulla data di effettiva composizione: anticipandola molto, certe reticenze sarebbero più comprensibili e sarebbe più credibile l'ipotesi che ne farebbe un testo clandestino di riferimento per il gruppo che ordì la congiura contro Hitler nel '44; posticipandola, potrebbe invece apparire anche come un modo per tutelare la propria posizione nell'imminenza della fine).

Jünger presenta la seconda guerra mondiale come un cataclismatico tempo di “semina”, nel corso del quale la falce della Mietitrice ha rivoltato a tal punto le zolle della civiltà con dolori e spietatezze così ampiamente distribuite da predisporre il terreno per la crescita, quale suo “frutto”, di una pace solida e duratura, purché essa non si limiti a «verificare e migliorare i vecchi edifici», ma si proponga di «crearne anche di nuovi che li completino superandoli», grazie alla consapevolezza prodotta, appunto, in ogni cuore da questa specie di catarsi globale a cui si è preso universalmente parte. «Tutti hanno condiviso le sofferenze», infatti, «e perciò a tutti loro la pace dovrà portare frutto. Questo significa che la guerra deve essere vinta da tutti», perché «se non sarà vinta da tutti, sarà allora persa da tutti». Se la pace – questa la previsione – sarà, cioè, solo «il risultato di accomodamenti», risolvendosi in un mero tratteggio di nuovi confini guidato dalla sete di vendetta, com’era accaduto venticinque anni prima a Versailles, senza che siano affrontate di petto le questioni cruciali a causa delle quali si erano scatenate le ostilità, si tratterà solo di una «pace apparente» che ci riporterà semplicemente al punto di partenza, pronti a ricadere da un momento all’altro nella stessa trappola da cui con così grande fatica ci si è tratti fuori, ma in una condizione assai peggiore, perché nel frattempo la tecnologia ha sviluppato potenzialità distruttive incontrollabili e «già oggi al mondo ideale del nichilismo appartengono i sogni di sterminio di interi paesi e intere popolazioni». Da questo punto di vista, sarebbe allora stato «meglio combattere più a lungo, soffrire più a lungo, anziché fare ritorno al vecchio mondo».

Umanità, qui si parrà la tua nobilitate: riuscirai a incanalare quelle medesime, altissime, energie che la guerra ha scatenato in ogni direzione e a metterle al servizio dell’unico progetto concretamente in grado di contrapporsi all’ipotesi tutt’altro che peregrina della distruzione totale del pianeta? É come se la vera sfida cominciasse ora, e alla «prima opera collettiva dell’umanità» - la guerra mondiale – ne dovesse seguire subito un’altra, altrettanto collettiva e ancor più ambiziosa, giacché «la vera pace presuppone un coraggio superiore a quello necessario per la guerra; è una manifestazione di travaglio spirituale, di forza spirituale. (…) La vera lotta che ci troviamo a combattere si rivela sempre più un conflitto tra le forze della distruzione e le forze della vita». Jünger si spinge perfino a dire che «in questa lotta i guerrieri di retto sentire stanno fianco a fianco, come gli antichi cavalieri», ossia che quelle stesse persone che fino a un attimo prima erano disposte ad uccidersi sparandosi dalle linee opposte del fronte, adesso, proprio perché hanno vissuto quell’esperienza così traumatica da nemici leali, danzando insieme sull’orlo dell’abisso, possono unire le forze per dare un giro di vite decisivo alla storia umana. «In questa lotta tra giganti ciascuno poteva essere fiero dell’avversario; e quando col tempo l’ostilità andrà stemperandosi, cresceranno la stima, anzi il segreto amore che si instaura tra vincitore e vinto. (…) I migliori di ciascun popolo si sono conosciuti (…). Il rispetto, l’amicizia e l’amore tendono una gran quantità di fili sottili e offrono più garanzie di molti trattati internazionali». È questo il senso profondo di questa catastrofe, che riscatta anche la morte di tutti coloro che vi sono stati schiacciati: come il grano viene infatti macinato per produrre pane, così il sangue versato da tutti i caduti, a qualunque schieramento siano appartenuti, contribuirà a realizzare «ciò che, pur se in modo confuso, viveva potente nelle aspirazioni di milioni di uomini, in qualunque paese della terra il destino ha voluto nascessero: un regno di pace più grande e migliore».

Perno di questa visione quasi profetica – da intendersi proprio in senso analogo ai canti sulla futura gloria di Sion proclamati dall’uomo di Dio nella desolazione di Gerusalemme al tempo della deportazione – è una rinnovata e per molti aspetti suggestiva idea di Europa, che a sua volta si fonda su una nuova architettura del mondo, non più centrata sul modello ormai esaurito dello Stato-nazione. Con lucidità Jünger osserva infatti che «l’elettrotecnica, l’aeroplano, la radio e le forze che si irradiano dall’atomo» stanno ormai concorrendo alla creazione di un nuovo «ordine planetario» che inevitabilmente farà «saltare la vecchia cornice» e porterà alla formazione di nuovi «imperi» fondati «nella sintesi, nell’integrazione» di ciò che fin qui si è percepito diviso e contrapposto. Impossibile tenere artificiosamente separato ciò che in mille modi diversi si va interconnettendo: è giunto perciò il momento, ed è ora, «in cui le forme sono liquefatte, pronte per una nuova colata». Questo discorso vale soprattutto per il Vecchio Continente, quello più segnato dalle cicatrici di interminabili guerre fratricide, fin qui rivelatosi «il punto più vulnerabile» del sistema, da dove non a caso sono partite entrambe le guerre mondiali, ma contemporaneamente anche «il centro vitale e cruciale del corpo», quello da cui perciò dovrà e potrà irradiarsi una possibile cura. Essa consisterà, appunto, nell’abbattimento di quelle «vecchie frontiere» che hanno fatto il loro tempo e nel dotare finalmente l'Europa di «sovranità e costituzione». «L’aspirazione a questa unità è più antica della corona di Carlo Magno, e tuttavia non è mai stata tanto ardente, tanto pressante come in questo nostro tempo».

Possibile che Jünger abbia prodotto una sua versione personale del manifesto di Ventotene? No, infatti: direi che siamo decisamente più dalle parti di Novalis che di Altiero Spinelli – e a qualcuno piacerà di sicuro più così (e di per sé non è un male). Il richiamo esplicito alla tradizione carolingia e all’etica cavalleresca, l’idea di un accordo sacro e più che meramente giuridico tra i popoli, ricalcato sul paradigma nuziale («una comunione del corpo e dei beni nella quale le singole nazioni portino in dote se stesse alla nuova casa che ora apparterrà loro»), l’appello alle chiese cristiane affinché abbandonino antichi rancori e, pur mantenendo le reciproche distinzioni, non concedano ai «meri tecnici di guidare l’uomo», ma attingano al loro repertorio scritturistico e teologico le risorse da offrire a un’umanità che ha un istintivo bisogno di credere in qualcosa e, in mancanza di solidi e credibili riferimenti spirituali, finirà ancora una volta per affidarsi a «strumenti razionali» che garantiscono, sì, dei risultati, senza però che si capisca a cosa dovrebbero servire, perché, nella notte in cui sono spariti gli dei, si è spenta anche la lanterna del senso: tutti questi sono indizi più che sufficienti per evitare indebiti accostamenti, che peraltro non credo sarebbero piaciuti neanche a lui, tra Jünger e la moderna Unione Europea. Vero è che, rispetto ad ogni riproposizione di provinciale sciovinismo, brilla qui con estrema chiarezza l’idea secondo cui, di fronte alla minaccia imperialistica rappresentata in particolare da Stati Uniti e Unione Sovietica, se l’Europa non avesse rapidamente imparato a ristrutturarsi anch’essa in termini “imperiali”, ne sarebbe stata inevitabilmente stritolata, con tanti saluti alla sua millenaria Kultur. In questo senso i nazisti – mai espressamente citati – avranno pure sbagliato tutto, nelle forme e nei modi, e vanno biasimati e condannati per questo, e forse anche fermati (se teniamo ferma l'ipotesi di una datazione alta dello scritto), tuttavia – si lascia intendere, o almeno a me pare di capire così – avevano quantomeno individuato il vero nemico mortale e provato a imbastire una linea di effettiva resistenza. Che è come dire: è solo per un abbaglio momentaneo che noi, i migliori tra i tedeschi, e voi, i migliori tra i francesi, eredi entrambi per rami paralleli di Rolando e degli altri paladini, ci siamo combattuti gli uni contro gli altri in modo tanto feroce. La vera battaglia, la buona battaglia, è un’altra, ed è ancora aperta, anche se si giocherà su un terreno diverso. Ora, se è vero che una pace che si limiti a istituire le regole di un nuovo dominio e una nuova spartizione della terra non può considerarsi una vera pace, e se è bene diffidare della pelosa retorica che ricorre strumentalmente al linguaggio dei diritti per giustificare l’imposizione pura e semplice del proprio potere, ebbene tutto questo però non autorizza ancora a cancellare con un colpo di spugna le singole responsabilità, annacquandole in una sorta di colpa collettiva in cui tutte le coscienze sono nere. La ricerca ossessiva della profondità talvolta è solo un modo per nascondere la testa sotto terra al punto di presentare a tratti l’occupazione tedesca come una sorta di goliardica scampagnata fuori porta (o di innocua escursione, come si direbbe oggi).

D’altronde l’ordine nuovo nazionalsocialista era molto distante, nella pratica come nelle aspirazioni, dalla visione proposta da Jünger, quando scrive, per esempio, che, nella nuova Europa, «l’uomo, in quanto figlio del tempo e creatura civilizzata, potrà spostarsi per queste strade senza imbattersi in confini, e dappertutto sarà a casa propria. La libertà deve invece regnare nella varietà, là dove popoli e uomini sono differenti. (…) In questi ambiti i colori della tavolozza non saranno mai troppi. La costituzione europea (…) dovrà creare l’unità politico-territoriale nel rispetto delle diversità storiche. (…) L’Europa potrà divenire patria e tuttavia sul suo territorio rimarranno molte madri-patrie e qualche paese d’origine. In questa cornice i popoli grandi e piccoli fioriranno più rigogliosi che mai. Con l’estinguersi della competitività tra i vari stati nazionali, l’alsaziano potrà vivere come un tedesco o un francese senza essere costretto a divenire l’uno o l’altro. Ma soprattutto potrà vivere da alsaziano, come a lui piace. Si tratta di un recupero di libertà che apparirà evidente fin tra le minoranze, le varie stirpi, le città. Più liberamente che nell’antica, nella nuova casa si potrà essere bretoni, guelfi, sorabi, polacchi, baschi, cretesi, sardi o siciliani». Chiedetelo ai milioni di internati, se c’era questo, nella testa di Hitler. Questo mosaico di piccole patrie affratellate fra loro, fieramente avverse a ogni omologazione centralizzata, capaci però di coltivare il gusto della complementarità non ostile, non è incompatibile con una concezione poliedrica dell’umanità che ne valorizzi la ricchezza sinfonica, almeno finché i confini restano permeabili e le reciproche interazioni positive. Anche i nostri attuali sovranisti avrebbero di che imparare, se leggessero quelle che presentano come le loro fonti, anziché limitarsi a citarle a casaccio.

Resta, comunque, sullo sfondo, una domanda inquietante. Se davvero solo il passaggio attraverso la grande tribolazione della guerra può convincerci che sarebbe meglio non farla più, se davvero solo il dolore insegna qualcosa e riunisce i dispersi, ispirandoli a dare il meglio di sé, se davvero bisogna toccare il fondo per imparare a rimbalzare, dal momento che l’attuale configurazione sociopolitica non è evidentemente ancora la migliore possibile, per venirne fuori siamo dunque condannati a consentire con quanti sostengono che si debba far di tutto per provocare l’apocalisse, sperando di riuscire a fermarci un secondo prima dell’autodafé, oppure siamo autorizzati a pensare che ci siano altri mezzi per superare una buona volta questa atavica logica sacrificale e raggiungere senza ulteriori stragi un obiettivo corrispondente alle nostre più profonde aspirazioni?

(finito il 13 ottobre 2022)

Ho parlato di


Ernst Jünger
La pace
(Guanda 1993)

trad. di A. Apa

80 pp. | ?? lire

(ed. or.: Der Friede, 1949 ?)

lunedì 13 luglio 2026

Benedette guerre. Crociate e jihad

È un po’ sempre il solito discorso: mettersi a leggere un libro che contiene la trascrizione in bella copia di un ciclo di lezioni di Barbero cui si può facilmente accedere attraverso le relative registrazioni online è più o meno come andare al cinema bendato e farsi raccontare la trama dal vicino di posto. Ma il mio cervello per molti aspetti funziona ancora in modo analogico e si rifiuta di assorbire per bene le informazioni se presto o tardi non se le ritrova messe per scritto, motivo per cui, in tante occasioni, sono proprio io stesso a realizzarmele da me, le suddette trascrizioni, e non solo quando c’è di mezzo Barbero (così come del resto sono pervicacemente ancora qui a scrivere, appunto, delle mie letture, anziché trasumanare in moderno videorecensore su Youtube). In questo caso il lavoro sporco era già stato fatto e, nell’approssimarsi del mio corso sui filosofi e la guerra, mi è sembrato utile dare una chance anche al presente volumetto, per fissare meglio alcuni concetti acquisiti e magari incappare in qualche intuizione intelligente che meritasse di essere raccolta. Lascio perciò da parte tutti i passaggi più pittoreschi, che costituiscono gran parte della “ciccia” del racconto, come i profili di alcuni dei cavalieri che fecero l’impresa, dallo sfuggente Goffredo di Buglione fino all’ascetico San Luigi, passando per i Marchesi che dal modesto Monferrato giunsero a farsi nientemeno che re di Gerusalemme, così come le sezioni dedicate allo sguardo rivolto dagli “altri” sui crociati (due le fonti privilegiate: la principessa Anna Comnena, per il punto di vista bizantino, e l’emiro di Cesarea Usama Ibn Munqidh, per quello turco), perché a tale proposito vale la pena andarsi a riprendere direttamente le performance affabulatorie del nostro Veneratissimo in rete, con tutto il suo corredo di espressioni, movenze e interiezioni, e mi annoto semplicemente tre spunti, uno metodologico e due più espressamente legati al tema, che almeno in parte trascendono le intenzioni dell’autore.

Partiamo dal metodo. Le crociate sono uno dei nodi più controversi di tutta la storia occidentale, perché come pochi altri hanno il potere di suscitare violentissime e opposte correnti ideologiche da cui scaturiscono disorientanti tornado interpretativi. C’è chi le considera, per esempio, la controprova del carattere intrinsecamente violento delle religioni (o quantomeno dei monoteismi), chi le assume al contrario come modello per ogni buona battaglia fatta in nome dell’autentica civiltà e di ideali superiori ad ogni gretto orizzonte materialistico e chi le riduce, invece, spogliate di tutti i paramenti sacri, a semplice copertura di iniziative puramente commerciali o comunque mosse dalla smania di potere. Ciascuno ha sempre la pretesa di aver trovato finalmente la chiave giusta a cui nessuno aveva ancora mai pensato. La storia, che è una disciplina della complessità, dovrebbe però cautelarsi preventivamente da ogni simile riduzionismo e sforzarsi di cercare sempre un «equilibrio» tra queste diverse istanze, ovviamente non allo scopo di giustificare alcunché, ma per cercare di comprendere meglio quel che è accaduto. Nella fattispecie, «provare a immaginare questa gente che da un lato ci credeva sul serio, metteva in gioco la pelle per uno scopo che considerava gradito al suo Dio, pensava di seguire le tracce di Cristo rischiando la vita e affrontando il martirio, e però al tempo stesso sapeva anche benissimo che quella era una straordinaria occasione di conquista e di arricchimento, un’occasione unica per partire da casa e andare a costruirsi una posizione più alta nel nuovo mondo, l’Oltremare, come lo chiamavano, con un termine che dà in pieno il senso della grande avventura ch’essi sentivano di vivere. L’entusiasmo religioso, che oggi può magari essere difficile da accettare in quella forma e che però c’era – saremmo dei cattivi storici se non riuscissimo ad ammetterlo – coesisteva senza contraddizione con l’avidità sfrenata, la spudorata brama di affermazione individuale e di conquista violenta». Esercitarsi in questo tipo di visione, aiutati dalla distanza temporale, può forse aiutarci a non cadere precipitosamente nel gorgo delle ipersemplificazioni anche quando valutiamo il nostro scalcagnato presente.

Entrando nel merito della questione, mi pare importante riprendere anzitutto la sottolineatura che Barbero fa dell’assoluta novità rappresentata dall’idea di crociata, al suo apparire, all’interno del sistema di pensiero medievale, in quanto guerra non solo legittima ma addirittura “santa”, perché è un’implicita conferma del fatto che guerra e cristianesimo non sono in realtà due fenomeni necessariamente costretti ad andare a braccetto. Sebbene già ai tempi di Agostino si fossero trovati degli escamotage per placare i turbamenti di chi in cuor suo, da battezzato, faceva fatica a conciliare l’esortazione evangelica all’amore incondizionato con la professione militare, per tutto il primo millenio dell’era cristiana si riuscì comunque a mantenere fermo quantomeno il principio «per cui uccidere in guerra, in qualunque guerra, nel migliore dei casi non è un peccato grave, ma richiede comunque che si faccia penitenza» - principio che può apparire oggi perfino ovvio, ma assolutamente controintuitivo in una società guerriera come quella, in cui, dall’imperatore in giù, signori e signorotti facevano tutti del mestiere delle armi una pratica normale e persino meritoria di vita, come dimostrano decine di chanson de geste. Sarebbe come se oggi si togliesse momentaneamente il diritto di voto a tutti quelli che usano la propria automobile per recarsi al lavoro. Eppure coloro che si sforzavano di vivere fino in fondo il messaggio evangelico e come tali erano considerati dai contemporanei, ossia i monaci, «erano gente che rifuggiva con estremo orrore dalla violenza, così come dal sesso e dai piaceri fisici; gente convinta che chiunque viva indossando l’armatura e menando le mani finisce diritto all’inferno, e se questo vuol dire che i loro stessi padri e fratelli sono destinati all’inferno, ebbene i monaci ne soffrono, ma ne son convinti lo stesso». Dimostrando un realismo e una capacità di dialogo con il proprio tempo che stupirebbe chi si riempie oggi la bocca di valori non negoziabili, teologi e canonisti medievali riconobbero che la guerra è qualcosa che purtroppo esiste, si fa anche se non si dovrebbe, può persino trovare una propria configurazione legale, entro certi limiti, e perciò può anche essere talvolta giustificata, però di base resta comunque un errore da sanzionare. Le cose cambiarono d’un tratto con la prima crociata, e non direttamente per iniziativa di Urbano II, che pure la bandì, perché neanche lui si azzardò a negare quel principio, limitandosi ad assumersi la responsabilità di concedere il perdono a chi abbracciava la croce per andare a liberare Gerusalemme e moriva nel tentativo senza avere avuto modo di completare l’eventuale penitenza per avere ucciso, ma piuttosto per una sorta di movimento spontaneo nato dal basso a partire da quell’esperienza, che la Chiesa, pur tra mille sospetti, «alla fine rinuncia a cercare di frenare» e che troverà poi con Bernardo di Chiaravalle una solenne benedizione. Barbero non esita a parlare, a questo proposito, di «svolta (…) drammatica», di una «cesura nella storia del Cristianesimo e dell’Occidente», per cui la violenza non solo cessa di essere problematica per un cristiano, ma può diventare perfino occasione di salvezza: è come se i bellatores avessero potuto finalmente dare sfogo ai propri spiriti animali, mettendo da parte gli inviti alla mitezza di Cristo e tenendo di lui solo le insegne sotto cui combattere, sperando così di attirare l’Eterno dalla propria parte, come in fondo aveva già fatto a suo tempo Costantino. In questa vicenda i papi hanno le certo loro colpe, ma i danni veri li hanno fatti quelli che si dimostrarono, strumentalmente o meno, più papisti del papa (bella gente, la cui ultima incarnazione è rappresentata dai recenti scismatici che si separano dal papa romano proprio perché lo amano troppo). Di lì in poi la violenza sarà assimilata in un certo senso all’interno dell’ordine cristiano e ci vorranno secoli per riprendere coscienza che questi due piani non devono per forza essere intrecciati, anzi. Come dicevo, non facciamola più facile di quanto forse non fu, ma il senso complessivo del discorso appare piuttosto chiaro.

Secondo punto: mi ha incuriosito il fatto che Barbero, quando illustra che cosa sia il jihad (declinandolo giustamente al maschile), dopo aver constatato che nel Corano non se ne parla poi chissà quanto rispetto a cosa potremmo immaginarci noi, per cui tutti i musulmani sono potenziali kamikaze, aggiunge che là dove però se ne parla, lo si fa curiosamente riferendosi a dei passi biblici (peraltro non così limpidi). Ora, non so quanto Barbero sia competente in esegesi e la mia ammirazione per lu non mi fa prendere per inconfutabile tutto quello che dice, quindi sui dettagli ci andrei cauto, però – anche qui – la direzione generale del suo pensiero è chiara: mostrare come, sia pure in modo paradossale, ovvero nel riferimento che entrambi fanno alla possibilità di una “guerra santa” che li vedrebbe contrapposti, islam e cristianesimo condividano in realtà delle radici comuni, anche se talvolta se lo dimenticano, per cui, pur nell’opposizione, possono riuscire a intendersi. Anzi, «è proprio perché riconoscono nell’altro il proprio simile» che «lo vogliono sopraffare, come accadde nel Novecento col comunismo e il fascismo». C’è forse una punta di malizia in questa osservazione. Tuttavia, se ne può ricavare anche un’altra morale: lungi dall’essere due sistemi opposti di valori, incompatibili l’uno con l’altro, e tali per cui l’emergere dell’uno dovrebbe causare inevitabilmente la rovina dell’altro, come sostengono i profeti della remigrazione, islam e cristianesimo risultano invece profondamente interconnessi e proprio per questo potrebbero lavorare insieme per aiutarsi a purificarsi reciprocamente delle proprie scorrette autointerpretazioni. All’epoca in cui furono tenute queste conferenze, nel 2009, era ancora fresco il ricordo non solo delle crociate proclamate da Bush jr contro il terrorismo, ma anche della contestatissima lezione di Ratisbona, con cui papa Benedetto sembrava dissociare nettamente l’islam dal logos e dunque dal cristianesimo. Non ci si sarebbe potuti immaginare che, appena dieci anni dopo, il suo successore avrebbe sottoscritto con il Grande Imam di Al-Azhar una dichiarazione congiunta sulla fratellanza umana nel solco della quale sarebbe poi stata composta anche l’enciclica Fratelli tuttiRiusciremo a dimostrare nei confronti di questi interventi lo stesso zelo applicativo manifestato un tempo di fronte all’appello a riconquistare Gerusalemme? Dalla risposta a questa domanda passa, credo, un pezzo di futuro del nostro mondo.

(finito il 10 ottobre 2022)

Ho parlato di


Alessandro Barbero
Benedette guerre. Crociate e jihad
(GEDI 2021)

121 pp. | 9,90 €

(ed. or.: Laterza, 2009)

giovedì 2 luglio 2026

Madame Bovary

Con alcuni grandi libri (soprattutto se sono anche dei grossi libri) ci si può ritrovare intrappolati in questo fastidioso paradosso: a leggerli precocemente – come del resto è giusto che sia, perché bisogna pur cominciare ad affinare il gusto senza aspettare di diventare vecchi – rischi però poi che, crescendo, te ne resti un’immagine sfocata, e più che ricordarti di loro ti ricordi del ricordo che ti sei fatto di loro, che è una cosa ben diversa, e tutto sommato ingannevole, senonché non è sempre facile trovare poi l’occasione di riprenderli da capo per rivedere il giudizio, a mente fredda e con più strumenti a disposizione, perché comunque si tratta pur sempre di qualcosa che hai già letto mentre ci sono tonnellate di altri libri sconosciuti che implorano la tua attenzione prima che il tuo tempo si esaurisca; d’altra parte, ad attendere il momento propizio per affrontarli, posto che un momento simile davvero esista, si corre il pericolo opposto di rimandare sine die l’appuntamento, finché potrebbe passarti pure la voglia di cimentarti con tali letture, un po’ perché ti vergogni di ammettere di non averle ancora effettuate, e preferisci perciò fare finta di niente, lasciando che tutti pensino il contrario, e un po’ perché, tutto sommato, se il libro è davvero di quelli importanti, a un certo punto potresti tranquillamente fingere senza particolari timori di averlo letto per davvero, a forza di averne sentito parlare qua e là – ma sarebbe tuttavia un terribile errore, perché qui non si tratta semplicemente di acquisire dei meri contenuti, bensì di effettuare un’autentica esperienza di vita di cui ti priveresti per sempre. Se questa chilometrica perifrasi vi suona come una giustificazione non richiesta per aver atteso oltre quarant’anni prima di accostare Madame Bovary è proprio perché lo è. Non mi azzardo a fissare qui una cesura tra un prima e un poi come nella cronologia cristiana (ma solo perché di libri che potrebbero ragionevolmente ambire allo stesso ruolo miliare ne esistono tanti e non c’è comunque niente di peggio dell’ultimo arrivato che pretende di spiegare il senso della vita a chi l’ha già capito da tempo), però, come i pastori al cospetto del bambinello, di fronte a un’opera siffatta baciata dal genio, in cui non c’è neanche uno iota fuori posto e tutto procede a vele spiegate, dalla prima all’ultima riga, per impulso di una grazia sovrumana, dovrei solo togliermi i sandali, genuflettermi in adorazione e non aggiungere altro. Sarebbe forse più dignitoso, se non fosse che il formato che mi sono autoimposto richiede che abbozzi almeno qualcuna delle personalissime ragioni per motivare questo mio tardivo entusiasmo, per cui procedo oltre, nonostante tutto.

Si dice che Flaubert si fosse proposto di scrivere un libro sul nulla – inteso non come la vertiginosa astrazione filosofica degli ontologi e dei mistici alla Bovillus, ma come il concretissimo piattume di una vuota vita trascorsa nella provincia francese di metà Ottocento – e se lo sia proposto proprio con l’intento di mostrare le potenzialità sconfinate della letteratura, quando è in buone mani, e la sua capacità alchimistica di ricavare gemme meravigliose persino da simili liquami esistenziali. Facile, infatti, essere Omero se il mito ti mette a disposizione un Odisseo con le sue avventure piene zeppe di mostri fantastici e colpi di scena: provateci voi, invece, a rendere appassionante la meschina quotidianità di una «mezza cartuccia» come il medico di campagna Charles Bovary, variamente definito in corso d’opera come un «cretino», un «omuncolo (…) che non capiva nulla», uno che «eseguiva il suo minuto lavoro quotidiano come fa il cavallo da maneggio, che gira e gira con gli occhi bendati, senza sapere cosa sta macinando», - un concentrato, insomma, di mediocrità il cui unico vero successo nella vita è stato quello di aver fatto balenare per un attimo alla giovane Emma, in modo del tutto inspiegabile, la speranza che per suo tramite, diventandone la moglie, avrebbe potuto raggiungere la suprema felicità. «Ma la felicità che sarebbe dovuta scaturire da quell’amore non era mai venuta, e lei cominciava a pensare di essersi ingannata» - ecco tutto: sembra una banalità, ma racchiude il mondo intero.

Per la spietatezza chirurgica con cui descrive passo passo l’asfissiante logorio che può disgregare dall’interno una relazione, senza che peraltro uno dei due partner neanche se ne accorga, neppure quando l’altra decide di fare di testa sua cercando soddisfazioni al di fuori del nido familiare, questo romanzo potrebbe essere assunto, ancora oggi, come libro di testo nei corsi prematrimoniali o nelle terapie di coppia. Qualche esempio: «la conversazione di Charles era piatta come un marciapiede, e le idee più comuni vi sfilavano nella loro veste ordinaria senza produrre nessuna emozione, di allegria o di sogno. (…) Non sapeva nuotare, né tirare di scherma, né usare la pistola, e una volta non riuscì nemmeno a spiegarle un termine d’equitazione che aveva trovato in un romanzo. (…) Non insegnava nulla, quello là, non sapeva nulla, non aveva interessi di nessun tipo. (…) Rincasava tardi (…). Nominava uno per uno tutti quelli che aveva incontrato, i paesi dov’era stato, le cure che aveva prescritto, e soddisfatto di sé mangiava gli avanzi dello stracotto, grattava il formaggio, sgranocchiava una mela, vuotava la caraffa, poi si metteva a letto, si coricava sul dorso e cominciava a russare. (…) Quanto a lei, la sua vita era fredda come un granaio che ha le finestre esposte a settentrione, e la noia, ragno silenzioso, tesseva nell’ombra la sua tela in ogni cantuccio del suo cuore». Come descrivere meglio la crescente insofferenza per lo stillicidio di banalissimi fastidi che può mandare in frantumi qualsiasi storia d’amore (perché il più delle volte non è a causa di divergenze sui massimi sistemi, ma per il diverso modo di ripiegare il tubetto del dentifricio, che si arriva a non sopportare più colui o colei a cui si è promessa fedeltà eterna, in salute ed in malattia)? Agli occhi di Emma, suo marito «stava prendendo, con l’età, delle abitudini grossolane; alla fine del pranzo si divertiva a tagliare i tappi delle bottiglie vuote; appena pranzato si passava la lingua sui denti; la faceva schioccare a ogni sorsata di minestra, e dato che cominciava a ingrassare, i suoi occhi, già piuttosto piccoli, sembravano ricacciati verso le tempie dagli zigomi troppo gonfi. (…) Perfino la schiena, la sua schiena tranquilla era irritante a vedersi, e a Emma parve che sulla sua redingote si dispiegasse per intero la piattezza del personaggio». Con un atto liberatorio e disperato al tempo stesso, imbattutasi per caso, dopo qualche anno di matrimonio, nel suo bouquet da sposa mentre rassettava la casa, Emma decide istintivamente di darlo alle fiamme, osservandolo consumarsi foglia dopo foglia, nella consapevolezza disperata che per lei, prigioniera di quella orrenda monotonia, «il futuro era un corridoio nerissimo, e in fondo c’era una porta ben chiusa». Di storie come queste, in fondo, se ne potrebbero contare a decine, tutte più o meno uguali, senza bisogno di andarsele a cercare fin dentro i libri: quel che la rende unica, e in qualche modo archetipica, è il meraviglioso talento con cui Flaubert la arricchisce di dettagli a volte infinitesimali, capaci tuttavia di immortalarne il senso, come quando Emma, infuriata, «sbatté la porta con tale violenza che il barometro vacillò, si staccò dal muro e si infranse per terra», e nello sfracellarsi di quell’artefatto che insieme a tante altre buone cose di pessimo gusto costituisce l’arredo canonico di un interno borghese positivista, tu lo vedi proprio sotto i tuoi occhi l’infrangersi di un mondo che va letteralmente a pezzi, con tutte le sue false sicurezze (esattamente come ti vedi i capponi che Renzo porta in dono all’avvocato beccarsi fra loro: la trama andrebbe avanti ugualmente anche senza, ma non saprebbe di niente – ed è appunto in questo modo che l’intrattenimento trasfigura in arte).

Poste le cose in questi termini, e soprattutto messi continuamente di fronte all’ottusa soddisfazione di Charles per il suo vivere così quieto da sembrare un anticipo dell’eterno riposo, parrebbe ovvio e naturale parteggiare per la sua giovane sposa, condividere la sua protesta contro quell’aridissima vita monodimensionale e apprezzare i suoi slanci, sia pure spesso maldestri, verso qualsiasi cosa la possa sollevare al di là di essa (slanci che non vengono compresi neppure dal curato a cui si rivolge, quando essi prendono un’intonazione mistica, poiché un’autentica crisi spirituale resta qualcosa di totalmente incomprensibile a chi nei fatti è divenuto un semplice burocrate devozionale, perfettamente integrato in una società in cui Dio è dato per morto e sepolto, anche se gli si continuano ad erigere templi alla memoria). Il guaio è che Emma, pur essendo a suo modo una vittima, è comunque tutt’altro che credibile come simbolo d’emancipazione. Imbevuta di ideali romanzeschi come Don Chisciotte lo era stato di quelli cavallereschi, si getta anche lei a capofitto nelle più diverse situazioni, inseguendo disperatamente l’amore che strappa i capelli e possa dare un significato al suo passaggio sulla terra, convintasi che da qualche parte debba pur nascondersi quel “di più” che le era stato promesso, o almeno così le era parso, sin da quand’era bambina. Tuttavia, con la stessa impietosa perfidia con cui Cervantes manda il suo allampanato cavaliere a schiantarsi contro i mulini a vento, così anche Flaubert spinge poco per volta la sua triste eroina lungo una spirale autodistruttiva dalla quale finirà mortalmente travolta, svelando così l’inconsistenza effettiva di tutte le sue aspirazioni. In una delle sequenze a mio avviso più riuscite, per esempio, mette in scena il sensuale gioco di sguardi e di contatti furtivi tra Emma e uno dei suoi amanti – Rodolphe Boulanger, uno sciupafemmine che, a differenza di Charles Bovary, in tre minuti intuisce l’infelicità della donna e soprattutto capisce che questo suo stato emotivo la potrà rendere una facile preda – proprio mentre, alla sagra del paesello normanno in cui i Bovary vivono, il consigliere provinciale tiene il suo fervente e si può immaginare quanto appassionante discorso sulle magnifiche sorti e progressive della Francia rurale, i bravi contadini caricano sui loro carretti sacchi di concime e si appuntano festose coccarde alle corna del bue grasso. Come potranno mai sollevarci in volo le ali di Eros se sono appesantite da tanta greve materialità? Ma la vera colpa di Emma non è evidentemente l’ingenuità per aver creduto che questi amori esistano, quanto il fatto che in fin dei conti i sogni che alimentano la sua speranza non siano altro che sogni d’altri sognatori, presi in prestito di seconda mano dalle sue letture, come oggi potrebbe più facilmente accadere con le storie pubblicate dagli influencer sui propri profili social. Per tutta la vita Emma ricorderà con la stessa intensità con cui il peccatore convertito custodisce in cuor suo l’apparizione divina che gli ha fatto cambiare vita la grande festa organizzata presso il castello del marchese d’Andervilliers (uno il cui suocero si vociferava fosse stato addirittura l’amante della regina Maria Antonietta), al punto da scegliere per la figlia un nome semplicemente orecchiato da uno dei convitati, quella notte, come se il suo puro suono potesse nuovamente riproiettarla nello scenario sgargiante e lussuoso che per qualche ora ha assaporato e il cui vero valore consiste quasi esclusivamente nel fatto di essere escluso ad altri, a cui è permesso solo contemplarlo da fuori, come accade ai contadini del villaggio vicino, le cui facce si intravedono, «appiccicate alla vetrata», mentre cercano di non perdersi neanche un istante di quel ballo. «Emma era lì, soltanto lì; fuori da quella festa non c’era nient’altro che ombra, un’ombra che si stendeva su tutto il resto» - e non credo sia mai più stata escogitata, da allora, un’immagine altrettanto potente per raffigurare, anche se in modo del tutto inconsapevole, il meccanismo che sta alla base della moderna società dell’immagine, segno che in qualche modo, indipendentemente dagli sviluppi tecnologici, le sue premesse erano già individuabili quasi due secoli fa (non a caso Emma, in punto di morte, chiede sì il crocifisso da baciare, ma subito dopo uno specchio, come se si trattasse dell’ultimo selfie).

Con l’apparenza di parlare d’altro, questa specie di parodia dei convenzionali romanzi d’amore consente in realtà a Flaubert di allestire una satira senza sconti della Francia del suo tempo, in cui l’imbecillità diffusa all’interno di una società arida e meschina è descritta attraverso gli occhi di un’illusa che vorrebbe staccarsene solo per consacrarsi a un’altra forma di vanità. Si sorride spesso, con la dovuta misura, finché non si prende drammaticamente coscienza che, di tutte le peripezie e i travagli che comunque hanno riempito delle vite (quella di Emma, di suo marito e dei suoi familiari, anzitutto) alla fine non resta assolutamente niente. Constatazione per molti aspetti ovvia, ma che porta con sé una sensazione di «dolorosa meraviglia, tanto è difficile comprendere l’avvento del nulla e rassegnarsi a credervi» (ed anche in questo senso, perciò, il romanzo è un romanzo sul nulla di cui sono tessute le nostre vite moderne). Eppure c’è qualcosa di ancor più agghiacciante, tale da rendere a sorpresa Madame Bovary assai più spaventoso di Dracula, ed è l’osservazione velenosa quasi buttata lì, proprio nell’ultima riga del libro, che il farmacista Homais, il petulante, insopportabile, conformista Homais, simbolo del progressismo ottuso, «di recente ha ricevuto la croce d’onore», realizzando, lui sì, tutte le sue aspirazioni. La storia sarà pure un’onda di piena dirompente che travolge ogni cosa, eppure questi maledetti donabbondi trovano sempre per istinto il modo di restarsene a galla.

(finito il 9 ottobre 2022)

Ho parlato di


Gustave Flaubert
Madame Bovary
(Feltrinelli 1998)

trad. di R. Carifi

338 p. | 16.000 lire

(ed. or.: Madame Bovary, 1857)

mercoledì 8 aprile 2026

I nostri antenati

Che fatica parlare di libri che hanno letto tutti, soprattutto gli studenti diligenti che assecondano davvero le indicazioni delle colleghe di italiano e dinanzi ai quali non volevi fare la brutta figura di non ricordarteli più, perché anche tu, come tutti, li avevi letti quand’eri al loro posto, qualche era geologica fa – e quant’è più faticoso, se quasi tutto ciò che di sensato si sarebbe potuto aggiungere intorno a questi tre romanzi, dopo averli appunto riletti per bene, ancora una volta, da adulto, comprendendone un po’ di più il sottotesto, lo ha già illustrato efficacemente lo stesso Calvino, quando, raccogliendoli per la prima volta in un unico volume, sentì l’esigenza di anteporvi un’inedita introduzione per sbrogliare probabilmente una possibile obiezione che poteva sollevarsi contro di lui, fino ad allora modello esemplare di intellettuale impegnato e organico, e che potrebbe rovesciarsi oggi anche sul suo indegno recensore, ovvero di stare qui ad occuparci di favolette mentre là fuori c’è la morte (in effetti, tra guerra di Corea, incubo atomico, invasione dell’Ungheria, maccartismo dilagante, gli anni Cinquanta, visti dal di dentro, non dovevano apparire meno spaventosi dei tempi che sono toccati in sorte a noi: dal che non ne deriva nessuna rassicurazione rispetto a ciò che stiamo vivendo, come se non ci fosse niente di cui preoccuparsi, niente che non sia stato già affrontato e superato, bensì la consapevolezza che ogni epoca, ahimé, è strutturalmente fragile e che bastano veramente pochissime variabili impazzite per scatenare in qualsiasi momento l’apocalisse, non appena si abbassa di poco la soglia dell’attenzione). Ebbene, come Orwell aveva già dimostrato la possibilità di affrontare in modo credibile temi serissimi ricorrendo all’espediente apparentemente infantile degli animali parlanti, così il giovane Calvino, ancora alla ricerca di un proprio autentico timbro personale, all’inizio degli anni Cinquanta cominciò per conto suo a intuire che, per quanto suonasse paradossale, il registro fiabesco poteva aiutarlo a decifrare la complessità del reale, ponendolo a una certa distanza, assai più dell’immediato rispecchiamento neorealista a cui si era votato nei suoi esordi e che ancora continuava a praticare in parallelo su altri tavoli. Da come ne parla, non si trattò tuttavia di una scoperta teoricamente premeditata e poi esemplificata sotto forma di esercizio di stile, giacché – osservava – «è solo scrivendo che ogni cosa finisce per andare al suo posto», o, come nota in modo più sofisticato l’ipotetica narratrice del terzo tomo, «è verso la verità che corriamo, la penna e io, la verità che aspetto sempre che mi venga incontro, dal fondo d’una pagina bianca, e che potrò raggiungere soltanto quando a colpi di penna sarò riuscita a seppellire tutte le accidie, le insoddisfazioni, l’astio che sono qui chiusa a scontare». Come a dire: ho cominciato a scrivere, anche un po’ per celia, e poi da cosa è nata cosa e mi si è aperto invece un vero e proprio mondo.

Mi colpisce e mi affascina anzitutto l’altissimo potenziale conoscitivo attribuibile in questo modo alla letteratura, alla sua capacità, cioè, di lavorare su un’immagine-guida, cesellandola da ogni lato con l’aiuto dei riferimenti più disparati, finché per suo tramite, condotti dalle regole interne degli stessi processi narrativi e dalla grammatica della fantasia, si può arrivare infine a scoprire qualcosa in più di quello che quell’immagine poteva suggerire in partenza, in modo non poi troppo diverso da come un dialogo socratico accompagna passo passo gli interlocutori verso una conclusione sorprendente e non prestabilita da nessuno di loro, vero e proprio punto d’avvio di una nuova consapevolezza morale. Così, per esempio, nel Visconte dimezzato, il riciclo di un tema un po’ frusto come quello del doppio, già condito in tutte le salse e facilmente interpretabile come simbolo del «dimidiamento» dell’uomo contemporaneo, «mutilato, incompleto, nemico a se stesso», “alienato” (per dirla con Marx) o “represso” (per dirla con Freud), dopo aver condotto alla sapiente ma non inedita conclusione per cui l’uomo è un impasto di contraddizioni e mal gliene incoglie a chiunque provi a separare l’una dall’altra, perché la vera integrità consiste invece proprio in quel «miscuglio di cattiveria e bontà» con cui bisogna imparare a fare i conti, se si vuole conquistare l’unica felicità accessibile in questo mondo storto che non può fare a meno degli opposti senza andare in rovina, finisce anche per produrre – questa volta in modo del tutto sorprendente – l’ipotesi controintuitiva che «delle due metà è peggio la buona della grama», perché petulante, integralista, «sputasentenze», rispetto a quell’altra, cattivissima certo, e però tutto sommato pure confortante, in quanto, con la sua malvagità straripante, ci fa sentire persone perbene senza l’obbligo di metterci davvero in discussione – spunto che anticipa di decenni le infinite discussioni sull’umiltà del male e la sua benevola indulgenza verso noi peccatori e sulla conseguente inefficacia di combattere l’immoralismo dilagante sfoderando l’altezzosa superiorità dei “giusti”.

Mi pare, del resto, che la ricerca di un modalità diversa di interpretare la funzione dell’intellettuale rispetto a quella giacobina, protestante, azionista, molto torinese e gobettiana, per sua natura integerrima e proprio per questo (Dio mi perdoni!) dannatamente “pesante”, a vantaggio di un modello alternativo, non privo di contraddizioni, a tratti traballante, instabile, ma meravigliosamente “leggero” senza essere fatuo, stia al centro del Barone rampante, che dei tre è sicuramente il racconto che più si solleva dal semplice apologo per avventurarsi in un’esplorazione approfondita, ancorché velata, del possibile ruolo sociale di chi fa professione di pensiero critico, con un movimento che non mi sembra così diverso da quello ripreso poi anche da personaggi svezzati alla stessa scuola come Eco o la coppia Fruttero & Lucentini. Senza mai perdere il filo dell’ironia, Calvino pone e ripone la domanda a cui il suo Cosimo Piovasco di Rondò (e il di lui fratello Biagio, nelle vesti di cronista) non riescono mai a dare una risposta chiara e definitiva, vale a dire come conciliare la «passione (…) per la vita associata» e la «perpetua fuga dal consorzio civile», l’amore per il mondo e il suo continuo distanziarsene per non restare invischiato nelle sue trappole, la cura per uomini, cose e città e l’insofferenza verso ogni legame duraturo, l’esigenza di guardare sempre più in alto e il bisogno di non perdere il contatto con la concretezza, e finanche la bassezza, del vivente. Apparentemente perso tra i rami delle sue piante, a tre metri da terra, per rispetto nei confronti di una scelta che appare da subito sproporzionata rispetto all’evento che l’ha scatenata, il barone scopre, per un verso, «che le associazioni rendono l’uomo più forte e mettono in risalto le doti migliori delle singole persone, e danno la gioia che raramente s’ha restando per proprio conto, di vedere quanta gente c’è onesta e brava e capace e per cui vale la pena di volere cose buone (mentre vivendo per proprio conto capita più spesso il contrario, di vedere l’altra faccia della gente, quella per cui bisogna tener sempre la mano alla guardia della spada)»; d’altra parte, ha però anche sufficiente lucidità per capire che, venuto meno il problema comune che le ha tenute insieme, «le associazioni non sono più buone come prima, e val meglio essere un uomo solo e non un capo». Come essere nonostante tutto fedele a un’umanità che, alla fin fine, preferisce il più delle volte restare ancorata coi piedi ben piantati a terra e guarda con sospetto tutti i tentativi di elevarla oltre le pozze di fango di cui è costituita? E come evitare, d’altra parte, di trasfigurare in una mostruosa testa alata d’angelo, talmente aliena e disconnessa dalla realtà da non capire neanche più il mondo che vorrebbe contribuire a salvare? La – per me poeticissima e non canzonatoria – fine di Cosimo, quella sorta di ascensione laica, agganciato a una mongolfiera, che impedirà per sempre di dare sepoltura al suo corpo, mai ritrovato, condensa in sé l’enigma senza scioglierlo.

Possiamo intendere questa fuga sugli alberi, corrispettivo della fuga nel fantastico, come il vagheggiamento di un illuminismo che in Italia non c’è stato o, se c’è stato, non ci ha mai davvero liberato da una mentalità codina e pusillanime, prona verso i potenti, incline alla connivenza e all’omertà, e in quanto tale anche come un forte atto d’accusa nei confronti di un mondo forse inemendabile che a Calvino doveva cominciare a venire a noia, cessato ormai lo slancio della Resistenza con il suo carico di speranze: letterariamente più originale di altre sue produzioni coeve, è oggi solo per un’inclinazione passeggera che sono in verità più incuriosito da queste ultime, da esaminare come si esaminano delle testimonianze in presa diretta dei mutamenti socio-antropologici allora in atto. Ma al di là di ciò che in quel momento poteva pensare Calvino, va riconosciuto al suo genio di avere dato vita a degli autentici miti contemporanei, che, come tutti i miti, acquistano vita propria e, sfuggendo al controllo del loro stesso creatore, si trapiantano di volta in volta in contesti differenti, come l’Ulisse omerico, senza cessare d’essere se stesso, diventa via via anche quello di Dante, quello di Joyce o quello di Adorno, arricchendosi progressivamente di nuove sfumature. Ed è ben difficile, perciò, con il senno di poi, non restare stupefatti in particolare dal modo in cui un’invenzione poetica come quella del cavaliere inesistente si adatti benissimo a un tipo d’uomo oggi quanto mai infestante, una figura talmente appiattita sulla propria identità sociale (ma dovremmo dire “social”) da perdere qualsiasi profondità e diventare tutt’uno con l’immagine con cui si identifica, come se si fosse definitivamente realizzata l’illusione barocca della teatralizzazione del mondo e ci ritrovassimo prigionieri di una terrificante recita a soggetto senza senso e senza scopo. Non c’è che l’imbarazzo della scelta, di queste proiezioni terrificanti in grado di farti contorcere dal terrore, finché occupano la totalità dello schermo, ma destinate a sgonfiarsi rapidamente, non appena svanisce l’inganno ottico che ce le fa ritenere così importanti. Il problema è che nei pochi istanti in cui la loro vacuità acquista una massa critica sono perfettamente in grado di far saltare per aria il mondo e noi con esso. «Quali impreviste età dell’oro prepari, tu malpadroneggiato, tu foriero di tesori pagato a caro prezzo, tu mio regno da conquistare, futuro...» - così si chiude speranzosamente il libro. Proprio nessuna, a quanto pare.

(finito il 27 settembre 2022)

Ho parlato di

Italo Calvino
I nostri antenati
Il visconte dimezzato - Il barone rampante - Il cavaliere inesistente
(Gedi 2020)

462 pp. | 9,90 €
Collana "Le Opere di Italo Calvino", vol. 2

(ed. or.: 1952, 1957, 1959)

mercoledì 18 febbraio 2026

Gesù, gli ufo e gli alieni

Memore di quella fulminante supposizione avanzata da Stephen Jay Gould secondo cui «il comune denominatore del genio» sarebbe costituito «da vasti interessi e dalla capacità di costruire analogie fruttuose fra campi diversi», devo ammettere che provo sempre un brivido d’eccitazione quando mi accorgo che pensieri apparentemente distantissimi e concetti desunti da letture che non sembrerebbero avere nulla in comune fra loro cominciano invece lentamente a interagire, come solleticati da una misteriosa forza d’attrazione, in modo tale che le loro traiettorie a poco a poco si avvicinano, si sfiorano, si intersecano finché quei pensieri e quei concetti finiscono per collassare l’uno sull’altro, sprigionando nell’esplosione che ne consegue nuove energie creative e intellettuali. Intendiamoci subito: per me che pratico la filosofia principalmente come pratico lo sport, ossia dal divano e in modo parassitario, applaudendo la bellezza di imprese che non sarei minimamente in grado di compiere in prima persona, ciò non comporta intestarmi chissà quale scoperta, ma mi offre comunque il piacere di approdare, di tanto in tanto, nei pressi di qualche regione ideale non ancora registrata sulle mie mappe (ma non per questo assolutamente ignota, va da sé) dopo aver seguito, forse, una rotta nuova e singolare. È appunto in questo modo che, senza minimamente preventivarlo, le curiosità maturate in tempi diversi per l’astrobiologia, la science fiction, le ipotesi sulla vita extraterrestre sollevate dall’antichità fino alla piena modernità, i problemi posti dall’incontro fra culture e religioni differenti nel corso della storia umana, le suggestioni preadamitiche, le mappe, i viaggi di esplorazione e i modelli planetari – ma anche l’attrazione un po’ morbosa per i video di avvistamenti misteriosi, nonché una serie di dubbi soggettivi che interpellano la mia fede personale - mi hanno infine introdotto a quel peculiare campo di ricerca a me prima del tutto sconosciuto altrimenti definito come astro- o esoteologia. La copertina del volume che fa da pretesto a questa mia ennesima digressione e la sua collocazione all’interno di una seria collana di studi dovrebbe immediatamente sgomberare il campo da ogni sospetto che un libro con un titolo siffatto porta inevitabilmente con sé, ovvero che si tratti di una baracconata esoterica o new age da dare in pasto a Giacobbo per ricavarci una puntata di Freedom. Tutt’altro: il dottor Kreiner che l’ha scritto è un professore emerito di teologia fondamentale tedesco, autore in passato di numerosi saggi su problemi densi di significato come il senso della sofferenza e la teodicea e questo suo contributo, per quanto chiaramente molto originale, è pur sempre condotto come potrebbe condurlo un professore emerito di teologia fondamentale tedesco, ossia in modo metodologicamente rigoroso e senza concessioni al sensazionalistico (anche se credo che un tale approccio possa risultare gradito più a certi scienziati non credenti che a certi credenti non scienziati).

Il titolo può sembrare ridondante, ma ha un suo perché. Non ci avevo mai riflettuto troppo sopra, ma in effetti “alieni” e “ufo” non sono esattamente la stessa cosa e perciò questo libro li tratta distintamente, poiché le questioni che essi sollevano interrogano di volta in volta discipline diverse - in un caso, cioè, per lo più la biologia, la filosofia e la teologia e nell’altro, piuttosto, la sociologia, la psicologia e le scienze religiose in genere. Se infatti l’ipotesi di vita extraterrestre (l’idea, cioè, che da qualche parte esistano, appunto, degli “alieni”) è stata, anzitutto, e continua in fondo ad essere una questione del tutto speculativa, da un’ottantina d’anni a questa parte si è andata invece consolidando una potente macchina mitologica che ha applicato agli extraterrestri intesi come “ufo”, cioè visitatori occulti provenienti da altri pianeti, aspettative precedentemente indirizzate verso la sfera del sacro e le sue potenze benigne o maligne, in conformità con i bisogni di un immaginario sociale sempre più pervaso di tecnologia e che dunque rispetto alla teofania del roveto ardente si sente più a suo agio con gli incontri ravvicinati del terzo tipo e ai racconti sulle scappatelle licenziose di Zeus preferisce quelli di rapimenti ed esperimenti genetici condotti su qualche malcapitato terrestre da creature originarie di altre galassie (fino al punto di reinterpretare retroattivamente le stesse favole antiche, dalla Genesi al mito di Atlantide, come traccia del transito di superiori civiltà extraterrestri, il cui intervento in certi casi viene considerato decisivo anche per l’avvio stesso della vita sulla Terra). Si può sogghignare di tutto ciò, ma il credente onesto non può non chiedersi perché mai una visione di angeli o un’apparizione mariana dovrebbe avere più credibilità delle profezie di Rael. E cosa si può rispondere all’odierno libero pensatore che, stimolato da questo repertorio ormai vastissimo di esperienze, geli il nostro senso di superiorità facendoci notare che in fondo la medesima sufficienza che riserviamo loro, forti della nostra bimillenaria tradizione, potrebbe essere tranquillamente riservata anche alle testimonianze di chi proclamò un giorno di avere incontrato e toccato il Risorto?

Per un verso, tutta la prima parte del libro di Kreiner, dedicata appunto agli ufo, è percorsa da questa sottile provocazione, che contiene un implicito invito a cercare fondamenta su cui poggiare la nostra fede più solide di qualche mero effetto speciale. Ma non meno corrosiva è anche la sezione incentrata sul tema più classico della possibile esistenza di altre forme di vita nell’universo. Per capire quanto possa essere stimolante tale problema sul piano scientifico e filosofico basta evocare anche solo una minima parte delle infinite domande che esso porta con sé. Per dire: la vita è un fenomeno raro nell’universo oppure no? e l’intelligenza? e che cos’è che può essere definito propriamente “vita” e cosa no? eventuali intelligenze non più biologiche sarebbero da considerarsi ancora “vive”? le linee evolutive e culturali hanno dei passaggi “obbligati”, per cui sarebbe teoricamente possibile riconoscerci, se riuscissimo a trovarci, oppure le varietà chimico-fisiche possibili sono così tante che, quand’anche incrociassimo altre specie intelligenti, non riusciremmo neanche a capire di averlo fatto? Quesiti come questi sono autentici serbatoi di meraviglia per un qualsiasi essere pensante, non c’è neanche il caso di dirlo. Ma al teologo in quanto tale – e al teologo cristiano, nella fattispecie – tutto questo perché dovrebbe importare? Ha senso per lui porsi questo genere di problemi o ai fini della sua disciplina essi risultano del tutto irrilevanti? Kreiner suggerisce in maniera non proprio velata che se questo tema è tenuto ai margini del discorso teologico come una mera stravaganza, per via del suo carattere totalmente astratto, è solo perché prenderlo davvero sul serio richiederebbe un ripensamento in certi casi molto profondo delle tradizionali categorie con cui pensiamo Dio e la nostra fede. In un certo senso le questioni in ballo sono le stesse che ci si è posti almeno a partire dalla conquista europea dell’America e che stanno alla base anche della moderna teologia delle religioni, ma il fatto che qui siano sviluppate fino alle loro estreme, ma pur sempre possibili, conseguenze le rende assai meno facili da addomesticare e assimilare all’interno dei nostri tradizionali quadri concettuali.

Di per sé, in realtà, l’ipotesi secondo cui potrebbero esistere delle specie aliene da qualche parte nell’universo non solo non inficia la credenza in un Dio, ma può persino essere postulata a partire da questa convinzione (in un certo senso, è quello che sostenne con particolare insistenza Bruno, sebbene già diversi teologi medievali, sia pure ragionando solo “per ipotesi”, avessero sostenuto che la presenza di altri mondi sarebbe perfettamente compatibile con quella di un Dio onnipotente). Noto en passant che un celebre software di intelligenza artificiale con cui ho provato ad avviare una discussione teologica – non fate domande: sono normali cose che possono fare i professori di filosofia appassionati di fantascienza nel tempo libero -, indossati i panni dell’apologeta, ha cercato di dimostrarmi che l’esistenza di creature intelligenti non umane sarebbe del tutto coerente con la rappresentazione di un Dio che ama a tal punto la libertà da averne creato un intero ecosistema, comprendente perciò anche forme non basate sul DNA e sul carbonio. Non saprei dire da dove l’IA abbia tirato fuori questo argomento, mentre si parlava di angeli e demoni, ma effettivamente esso potrebbe essere applicato in modo analogo anche agli abitanti di altri mondi lontanissimi. Kreiner ritiene che gran parte delle ritrosie ad accettare che degli alieni possano realmente esistere deriverebbe in verità da una difficoltà ad accettare la teoria darwiniana e la sua conseguenza che la vita possa sviluppare sistemi di raffinata complessità in modo del tutto spontaneo, ma aggiunge anche che finora non si è trovato nessun fenomeno biologico che resista a un’interpretazione naturalistica (con buona pace della buonanima di Zichichi). Per quel che ne capisco io, se può interessare, non credo affatto sia impossibile conciliare l’idea che ci sia un Dio in cui valga la pena credere con la conoscenza di tutti quei meccanismi che stiamo via via scoprendo e che vanno smontando pezzo a pezzo l’immagine della natura come un ordine armonioso e frutto di un piano previdente – ed anzi penso che ad essere sacrificate sarebbero, nel caso, solo certe abitudini terminologiche di cui dovremmo imparare a fare a meno (occorrerebbe, ad esempio, ricordarsi di subordinare l’immagine del Creatore a quella primigenia del Padre e a rileggere la prima in funzione della seconda e non viceversa).

Qualche problema in più lo pone invece – questo sì – la cristologia. In che modo, infatti, Cristo (e l’uomo fatto a sua immagine) potrebbe continuare a essere considerato il nodo della creazione, se dovessero esistere da qualche parte delle specie intelligenti non umane? Come potremmo continuare a dire, in quel caso, che solo in Gesù Cristo c’è salvezza? Se già facciamo fatica a gestire tale affermazione limitandoci al pianeta Terra con tutte le sue diverse culture, figuriamoci cosa potrebbe accadere se ci ponessimo su una scala realmente universale (ma non professiamo di Cristo, appunto, che è Re e Signore di tutto l’Universo?). Sul tema Kreiner propone qualche spunto di riflessione e qualcun altro, imbeccato da lui, me lo sto rimuginando per conto mio nella mia testa, anche se non provo neanche ad abbozzarne una sintesi in tre righe. Diciamo solo che la sfida consiste nel ripensare l’incarnazione del Figlio non tanto come soddisfazione vicaria o come riparazione di un torto avvenuto in un angolo infinitesimo del cosmo, ma più come espressione compiuta del desiderio da parte di Dio di stringere un’alleanza con quel creato riconosciuto sin dall’origine come “buono”, al netto delle sue strutturali fragilità. Ciò detto – inutile nascondersele – le “irritazioni cristologiche” (come vengono qui chiamate) ci sono e pungono, ma non ha senso farle valere come argomento a sfavore dell’ipotesi aliena, poiché è insensato affermare che se una cosa non rientra nei nostri schemi allora non può esistere. Il senso della esoteologia sta invece proprio nel promuovere una riformulazione delle nostre credenze in modo da renderle compatibili con condizioni che, sebbene non siano attualmente verificabili, e forse non lo saranno mai, non sono tuttavia impossibili, se si accetta appunto che la vita faccia il suo corso ovunque allo stesso modo e che quindi, ipoteticamente, potrebbe presentarsi altrove come ha fatto qui. Si tratta solo di attrezzare la nostra fede per renderla capace di reggere anche di fronte a un simile scenario, consapevoli che, quando eravamo convinti che per adorare in modo adeguato l’Altissimo fosse assolutamente necessario pensare alla Terra come il centro immobile del cosmo, non è che ci abbiamo fatto poi quella gran bella figura.

(finito il 3 settembre 2022)

Ho parlato di 

Armin Kreiner
Gesù, gli ufo e gli alieni.
L'intelligenza extraterrestre come sfida alla fede cristiana
(Queriniana 2012)

280 pp. | 22,50 €

"Giornale di Teologia" #359

(ed. or.: Jesus, UFOs, Aliens. Außerirdische Intelligenz als Herausforderung für den christlichen Glauben, Freiburg i. Br. 2011)

domenica 1 febbraio 2026

Guerre giuste e ingiuste

Di questo dibattutissimo saggio di Walzer pubblicato in prima istanza alla fine degli anni ‘70 e da me letto nella precedente traduzione Laterza è appena uscita in questi giorni una nuova edizione italiana, segno che gli scenari geopolitici passano, ma una domanda di fondo resta, e come tutte le domande di fondo può apparire persino banale nella sua formulazione essenziale, che poi non è altro che questa: ha senso ed è possibile distinguere tra guerre giuste e guerre ingiuste? La guerra, cioè, è sempre un orrore da evitare, senza se e senza ma, oppure esistono situazioni che rendono inevitabile se non doveroso l’intervento armato? L’impiego della forza pone comunque tutti i belligeranti sullo stesso identico piano oppure esiste la possibilità, pur faticosa da percorrere e irta di complicazioni, di discriminare tra chi combatte “bene” e chi combatte “male”, chi lo fa per un motivo valido e chi per uno sbagliato (fino al caso limite di riconoscere che si può persino combattere “bene” una guerra sbagliata)? É un rovello che chi ha il privilegio di essere cresciuto in pace perché cittadino di una repubblica fondata sulla Resistenza e la lotta partigiana non può eludere per sempre. In modo non così dissimile da come Vitoria asseriva che un tema del genere non era competenza dei giuristi, bensì dei teologi, anche Walzer sottolinea che qui non si tratta tanto di una questione di diritto – poiché si sa che il diritto sarebbe capace di giustificare qualsiasi cosa – ma di morale, anzi, più precisamente di «moralità pratica», vale a dire quel complesso di norme a cui come esseri pensanti abbiamo l’esigenza di rifarci per orientare concretamente le nostre azioni di fronte alle «scelte tragiche» con cui dobbiamo continuamente misurarci e che implicano un’assunzione di responsabilità da parte nostra, soprattutto quando tutti e due i piatti della bilancia risultano gravati da cadaveri e macerie. Pur se meticoloso come un trattato, questo libro non presenta dunque una teoria etica generale, ma una ricca casistica di situazioni realmente accadute, a partire dalla quale si propone di tracciare delle linee di demarcazione tra ciò che va senz’altro rifiutato e ciò che invece, a determinate condizioni e con tutti gli scrupoli di questo mondo, può comunque essere accettato come decisione ragionevole e legittima.

Naturalmente, un simile discorso richiede l’accettazione di alcuni assunti di base che, considerato il carattere pratico del libro, restano un po’ ai margini della riflessione. Il primo e più fondamentale è che la guerra è un fatto umano ed è più realistico provare a disciplinarla, circoscrivendola e regolamentandola, anziché rifiutarla in tronco come un male da estirpare («la limitazione della guerra è l’inizio della pace», non per nulla, è l’aforisma con cui Walzer suggella tutta la sua analisi). A chi obietta che parlare di “guerra giusta” non serve ad altro che ad elaborare «un programma mirante a rendere tollerabile la guerra, mentre ciò di cui avremmo bisogno è un programma per la sua abolizione», il filosofo americano risponde che la costruzione di «un ordine universale in cui l’esistenza delle nazioni e dei popoli non possa mai venire minacciata» resta certo un obiettivo prioritario a cui vale assolutamente la pena dedicare tutto il nostro impegno: la difficoltà, però, «è che talvolta non abbiamo altra scelta che combattere per esso» (se no si fa la fine dei Chamberlain e di tutti quelli che avrebbero lasciato tranquillamente dilagare il nazismo). La guerra, dunque, non si può sempre evitare; ciò non significa tuttavia corroborare l’antico detto secondo cui in guerra, come in amore, tutto sia lecito. La guerra è indubbiamente un «inferno», come sostenuto da chi vorrebbe in questo modo autoassolversi dall’aver fatto ricorso a misure estreme, ma «anche all’inferno si può essere più o meno umani, si può combattere rispettando o meno dei limiti». Si tratta, perciò, di individuarli.

Secondo Walzer, in realtà, - ed è questo il suo secondo assunto – noi uomini siamo perfettamente in grado di distinguere che qualcosa “si può fare” e qualcosa no: ne è una prova diretta l’angoscia sperimentata dai combattenti quando devono prendere una decisione non facile che potrebbe coinvolgere la vita di civili o prigionieri o il maggior turbamento suscitato nell’opinione pubblica da un massacro di innocenti rispetto a una strage di militari e ancor più ne è una prova indiretta l’ipocrisia con cui in guerra i vertici politici e militari si sforzano sempre e comunque di nascondere gli interventi brutali che hanno ordinato, dal momento che, se si sente il bisogno di mentire, evidentemente è perché in fondo si sa che una determinata azione non sarà moralmente accettata dalla comunità (e in questo senso la vergognosa difesa degli omicidi perpetrati dagli agenti dell’ICE da parte dell’amministrazione Trump avrebbe almeno questo di rassicurante, nella sua ripugnanza: l’attestare, cioè, che siamo per un pelo ancora al di qua della linea oltre la quale c’è solo più l’esercizio spudorato della forza, verso cui per altri aspetti sembriamo sempre più pericolosamente trascinati). Per Walzer il carattere vincolante dei precetti la cui violazione suscita appunto indignazione e induce alla negazione chi se ne macchia non deriva da principi metafisici né da un comando divino, ma unicamente e pragmaticamente - però anche molto problematicamente - dal «consenso generale del genere umano». Ciò che tale morale condivisa prescriverebbe è che gli uomini hanno dei diritti e che tali diritti vanno sempre difesi, sia quando si riferiscono ai singoli individui sia quando vengono estesi alle comunità politiche di cui quegli individui fanno parte, sicché se riconosciamo, com’è giusto che sia, un «valore assoluto» alla vita e alla libertà degli uomini presi singolarmente, tanto da pensare che sarebbe meglio la morte a una vita in condizioni degradate o di schiavitù, dovremo affermare la stessa cosa per l’«integrità territoriale» e la «sovranità politica» degli Stati che quegli uomini raggruppano. Per questo l’aggressione è ciò che fa della guerra un crimine, in quanto costringe «uomini e donne a rischiare la vita per la difesa dei propri diritti», anche se poi la guerra, in se stessa, «non è un crimine», almeno finché sarà combattuta secondo determinate norme, tra soldati che si riconoscono reciprocamente come avversari (per questo Hitler, per dire, potrebbe essere considerato colpevole di fronte a un tribunale internazionale e Rommel no); reciprocamente la difesa dei diritti è «l’unica ragione valida» per combattere una guerra, perché, in presenza di un “contratto sociale” consensualmente stipulato (ossia, quando non ci si trovi sotto una dittatura), la popolazione tende a difendere «il proprio paese esattamente come ognuno di noi potrebbe difendere la propria casa – perché il paese è proprietà collettiva così come la casa proprietà privata».

In estrema sintesi, è questo «paradigma giuridico» il filtro attraverso cui Walzer prova a mettere ordine nella ricchissima varietà delle guerre combattute dall’uomo, analizzando caso per caso (in senso tipologico, ma partendo sempre da situazioni storiche definite) se e in che modo i criteri così definiti siano stati o meno rispettati. Non sarò certo io - misurato per istinto naturale e diffidente verso qualsiasi assolutizzazione - a criticare lo sforzo sincero di ragionare “volta per volta” e a piagnucolare perché non abbiamo a disposizione formulette risolutive in grado di sbrogliare in un colpo solo la matassa infinitamente complessa del reale (di solito, infatti, chi pensa di averle fa disastri). Tuttavia, nel seguire la fitta analisi di Walzer non mi si è mai del tutto spento il sospetto di avere a che fare con la costruzione di un sistema di coordinate teoricamente efficace, ma reso inutilizzabile dalla mancanza di dati condivisi da cui partire, come se avessimo definito le regole per disegnare una mappa, ma non fossimo poi d’accordo sulle misure reali del mondo che dobbiamo rappresentare. Si può concordare, per esempio, sul fatto che in guerra, come nella vita, si tende a parteggiare per le «vittime reali o potenziali», a riconoscere che «la loro lotta è giusta» e a sperare «nella sconfitta dell’aggressore, così come, nella sfera privata, vorremmo che venisse punito un nostro vicino che, anche senza ammazzare nessuno, avesse agito con prepotenza». Il problema inizia però quando si tratta di stabilire chi sia davvero la vittima - L’Ucraina, per dire, invasa dalle truppe russe o la Russia minacciata nella sua sovranità dalla Nato? – perché, a seconda dell’opzione scelta (e il dibattito pubblico verte proprio su questo, con gli uni che rinfacciano di stoltezza o malafede gli altri), la situazione si ribalta completamente. Per Walzer rientra nella nostra nozione comune di moralità il riconoscimento che «esistono delle minacce con le quali nessuna nazione ci si può aspettare che conviva» e che perciò «gli stati possono ricorrere all’impiego della forza militare (…) ogniqualvolta il non farlo metterebbe seriamente in pericolo la loro integrità territoriale o la loro sovranità politica», anche se non si è in presenza di un’invasione effettiva e non si hanno avvisaglie che una tale invasione debba avvenire – ma è proprio sulla valutazione concreta di questa minaccia che si può aprire, come di fatto si apre sempre, un vespaio incontrollabile che, senza intaccare la nostra nozione di moralità, le impedisce di fornirci un qualsiasi aiuto (lui, per esempio, sulla base di questo argomento ritiene legittimo l’attacco preventivo israeliano in occasione della guerra dei sei giorni, ma si tratta di un’affermazione universalmente condivisibile?).

Aleggia poi, in generale, su tutta la trattazione l’ombra di un paradosso di cui lo stesso Walzer è pienamente consapevole (tant’è che dedica un’intera sezione del libro a quelli che definisce i “dilemmi della guerra”). Il suo tentativo di trattare la guerra come una sorta di competizione sportiva, all’interno della quale vigono delle regole convenzionalmente accettate, si scontra infatti con il problema che l’obiettivo di chi compete non è semplicemente la conquista di una medaglia, ma rappresenta spesso una vera e propria questione di vita o di morte. Lo potremmo considerare una variante del famigerato comma 22: se la guerra merita di essere combattuta (cioè se la posta in palio è qualcosa di serissimo e irrinunciabile, la cui perdita renderebbe insostenibile la vita stessa), rispettare le regole non ha senso, perché il conseguimento dell’obiettivo finale viene prima di qualsiasi altra norma; ma se si accetta di rispettare le regole, allora forse la guerra non merita di essere combattuta, perché che vinca l’uno o vinca l’altro non è così rilevante per le due parti in causa, e allora sarebbe meglio provare a trovare altre soluzioni al conflitto. Anche qui Walzer introduce la clausola dell’«emergenza suprema» per giustificare la violazione di tutte le convenzioni che ha faticosamente cercato di individuare, quando l’alternativa fosse troppo pesante per essere accettata, ma con questo siamo di nuovo al punto di partenza: chi può stabilire oggettivamente il livello di un’emergenza? E difatti, per come lo configura Walzer, quello dell’emergenza suprema si rivela un dispositivo talmente stringente da funzionare più come arma critica contro i bombardamenti di Dresda e Hiroshima anziché come pezza d’appoggio per un determinato intervento militare. Poi, per carità, non è che l’esistenza dei teoremi di incompletezza ci impedisce di recriminare contro chi ha sbagliato a darci il resto e di riconoscere la diversa gravità di un simile errore veniale rispetto alla truffa dell’evasore fiscale milionario – per cui ben vengano tutte le precisazioni e i distinguo del caso – però resta forte la sensazione che, una volta arrivati al termine di questo lungo percorso, non abbiamo ancora neanche sfiorato il vero nocciolo della questione.

(finito il 20 agosto 2022)

Ho parlato di


Michael Walzer
Guerre giuste e ingiuste. 
Un discorso morale con esemplificazioni storiche
(Laterza 2009)

trad. di F. Armao

448 pp. | 24 €

(ed. or.: Just and Unjust War: A Moral Argument with Historical Illustrations, New York 1977)