È
un po’ sempre il solito discorso: mettersi a leggere un libro che
contiene la trascrizione in bella copia di un ciclo di lezioni di
Barbero cui si può facilmente accedere attraverso le relative
registrazioni online è più o meno come andare al cinema bendato e
farsi raccontare la trama dal vicino di posto. Ma il mio cervello per
molti aspetti funziona ancora in modo analogico e si rifiuta di
assorbire per bene le informazioni se presto o tardi non se le
ritrova messe per scritto, motivo per cui, in tante occasioni, sono
proprio io stesso a realizzarmele da me, le suddette trascrizioni, e
non solo quando c’è di mezzo Barbero (così come del resto sono
pervicacemente ancora qui a scrivere, appunto, delle mie letture,
anziché trasumanare in moderno videorecensore su Youtube). In questo
caso il lavoro sporco era già stato fatto e, nell’approssimarsi
del mio corso sui filosofi e la guerra, mi è sembrato utile dare una
chance anche al presente volumetto, per fissare meglio alcuni
concetti acquisiti e magari incappare in qualche intuizione
intelligente che meritasse di essere raccolta. Lascio perciò da
parte tutti i passaggi più pittoreschi, che costituiscono gran parte
della “ciccia” del racconto, come i profili di alcuni dei
cavalieri che fecero l’impresa, dallo sfuggente Goffredo di
Buglione fino all’ascetico San Luigi, passando per i Marchesi che
dal modesto Monferrato giunsero a farsi nientemeno che re di
Gerusalemme, così come le sezioni dedicate allo sguardo rivolto
dagli “altri” sui crociati (due le fonti privilegiate: la
principessa Anna Comnena, per il punto di vista bizantino, e l’emiro
di Cesarea Usama Ibn Munqidh, per quello turco), perché a tale
proposito vale la pena andarsi a riprendere direttamente le
performance affabulatorie del nostro Veneratissimo in rete, con tutto
il suo corredo di espressioni, movenze e interiezioni, e mi annoto
semplicemente tre spunti, uno metodologico e due più espressamente
legati al tema, che almeno in parte trascendono le intenzioni
dell’autore.
Partiamo
dal metodo. Le crociate sono uno dei nodi più controversi di tutta
la storia occidentale, perché come pochi altri hanno il potere di
suscitare violentissime e opposte correnti ideologiche da cui
scaturiscono disorientanti tornado interpretativi. C’è chi le
considera, per esempio, la controprova del carattere intrinsecamente
violento delle religioni (o quantomeno dei monoteismi), chi le assume
al contrario come modello per ogni buona battaglia fatta in nome
dell’autentica civiltà e di ideali superiori ad ogni gretto
orizzonte materialistico e chi le riduce, invece, spogliate di tutti
i paramenti sacri, a semplice copertura di iniziative puramente
commerciali o comunque mosse dalla smania di potere. Ciascuno ha
sempre la pretesa di aver trovato finalmente la chiave giusta a cui
nessuno aveva ancora mai pensato. La storia, che è una disciplina
della complessità, dovrebbe però cautelarsi preventivamente da ogni
simile riduzionismo e sforzarsi di cercare sempre un «equilibrio»
tra queste diverse istanze, ovviamente non allo scopo di giustificare
alcunché, ma per cercare di comprendere meglio quel che è accaduto.
Nella fattispecie, «provare a immaginare questa gente che da un lato
ci credeva sul serio, metteva in gioco la pelle per uno scopo che
considerava gradito al suo Dio, pensava di seguire le tracce di
Cristo rischiando la vita e affrontando il martirio, e però al tempo
stesso sapeva anche benissimo che quella era una straordinaria
occasione di conquista e di arricchimento, un’occasione unica per
partire da casa e andare a costruirsi una posizione più alta nel
nuovo mondo, l’Oltremare, come lo chiamavano, con un termine che dà
in pieno il senso della grande avventura ch’essi sentivano di
vivere. L’entusiasmo religioso, che oggi può magari essere
difficile da accettare in quella forma e che però c’era –
saremmo dei cattivi storici se non riuscissimo ad ammetterlo –
coesisteva senza contraddizione con l’avidità sfrenata, la
spudorata brama di affermazione individuale e di conquista violenta».
Esercitarsi in questo tipo di visione, aiutati dalla distanza
temporale, può forse aiutarci a non cadere precipitosamente nel
gorgo delle ipersemplificazioni anche quando valutiamo il nostro
scalcagnato presente.
Entrando
nel merito della questione, mi pare importante riprendere anzitutto
la sottolineatura che Barbero fa dell’assoluta novità
rappresentata dall’idea di crociata, al suo apparire, all’interno
del sistema di pensiero medievale, in quanto guerra non solo
legittima ma addirittura “santa”, perché è un’implicita
conferma del fatto che guerra e cristianesimo non sono in realtà due
fenomeni necessariamente costretti ad andare a braccetto. Sebbene già
ai tempi di Agostino si fossero trovati degli escamotage per placare
i turbamenti di chi in cuor suo, da battezzato, faceva fatica a
conciliare l’esortazione evangelica all’amore incondizionato con
la professione militare, per tutto il primo millenio dell’era
cristiana si riuscì comunque a mantenere fermo quantomeno il
principio «per cui uccidere in guerra, in qualunque guerra, nel
migliore dei casi non è un peccato grave, ma richiede comunque che
si faccia penitenza» - principio che può apparire oggi perfino
ovvio, ma assolutamente controintuitivo in una società guerriera
come quella, in cui, dall’imperatore in giù,
signori e signorotti facevano tutti del mestiere delle armi
una pratica normale e persino meritoria di vita, come dimostrano
decine di chanson de geste.
Sarebbe come se oggi si
togliesse momentaneamente
il diritto di voto
a tutti quelli che usano
la propria automobile per recarsi al lavoro.
Eppure coloro che si sforzavano di vivere fino in fondo il messaggio
evangelico e come tali erano
considerati dai contemporanei,
ossia i
monaci, «erano gente che rifuggiva con estremo orrore dalla
violenza, così come dal sesso e dai piaceri fisici; gente convinta
che chiunque viva indossando l’armatura e menando le mani finisce
diritto all’inferno, e se questo vuol dire che i loro stessi padri
e fratelli sono destinati all’inferno, ebbene i monaci ne soffrono,
ma ne son convinti lo stesso». Dimostrando un realismo e
una capacità di dialogo con il proprio tempo che
stupirebbe
chi si riempie oggi la bocca
di valori non negoziabili, teologi e canonisti medievali riconobbero
che la guerra è qualcosa che purtroppo
esiste, si fa anche
se non si dovrebbe, può
persino trovare una propria
configurazione legale, entro certi limiti, e
perciò può
anche essere talvolta
giustificata,
però di base resta comunque
un errore da
sanzionare. Le cose
cambiarono
d’un tratto
con la prima crociata, e non direttamente
per iniziativa di Urbano II,
che pure
la bandì, perché neanche
lui si azzardò a negare quel
principio, limitandosi ad
assumersi
la responsabilità di concedere il perdono a chi abbracciava la croce
per andare a liberare Gerusalemme e
moriva nel tentativo senza avere avuto
modo di completare
l’eventuale
penitenza per avere ucciso,
ma piuttosto
per una sorta di movimento spontaneo nato dal basso a
partire da quell’esperienza,
che la Chiesa, pur tra mille
sospetti, «alla fine
rinuncia a cercare di frenare» e che troverà poi con Bernardo di
Chiaravalle una solenne benedizione. Barbero non esita a parlare, a
questo proposito, di «svolta (…) drammatica», di una «cesura
nella storia del Cristianesimo e dell’Occidente», per cui la
violenza non solo cessa di essere problematica
per un cristiano, ma può
diventare perfino
occasione di salvezza:
è come se i
bellatores avessero
potuto finalmente dare
sfogo ai propri spiriti animali, mettendo da parte gli inviti alla
mitezza di Cristo e tenendo di lui solo le insegne sotto
cui combattere, sperando così
di attirare l’Eterno dalla propria parte, come in fondo aveva già
fatto a suo tempo
Costantino. In questa
vicenda
i
papi hanno le certo loro
colpe, ma i danni veri li hanno
fatti
quelli che si dimostrarono,
strumentalmente o meno, più
papisti del papa (bella
gente, la cui ultima incarnazione è rappresentata dai recenti
scismatici che si separano dal papa romano proprio perché lo amano
troppo). Di lì in poi la
violenza sarà assimilata in un certo senso all’interno
dell’ordine cristiano e ci
vorranno secoli per riprendere
coscienza che questi due
piani non devono per forza essere intrecciati, anzi.
Come dicevo, non facciamola
più facile di quanto forse non fu, ma il senso complessivo del
discorso appare piuttosto chiaro.
Secondo
punto: mi ha incuriosito il fatto che Barbero, quando illustra che
cosa sia il jihad (declinandolo
giustamente al
maschile), dopo aver constatato che nel Corano non
se ne parla poi chissà quanto rispetto
a cosa potremmo immaginarci noi, per cui tutti i musulmani sono
potenziali kamikaze, aggiunge
che là dove però se
ne parla, lo si fa curiosamente
riferendosi
a dei passi biblici (peraltro non così limpidi). Ora,
non so quanto Barbero sia competente in esegesi e la mia ammirazione
per lu non mi fa prendere per
inconfutabile tutto quello
che dice, quindi sui dettagli ci andrei cauto, però – anche
qui – la
direzione generale del suo pensiero
è chiara:
mostrare come,
sia pure in modo paradossale, ovvero nel riferimento che
entrambi fanno alla
possibilità di una “guerra santa” che
li vedrebbe contrapposti,
islam e cristianesimo condividano
in realtà
delle radici comuni,
anche se talvolta se lo dimenticano,
per cui, pur nell’opposizione, possono
riuscire a intendersi. Anzi,
«è proprio perché riconoscono nell’altro il proprio simile» che
«lo vogliono sopraffare, come accadde nel Novecento col comunismo e
il fascismo». C’è forse
una punta di malizia in questa osservazione. Tuttavia, se ne può
ricavare anche un’altra morale: lungi
dall’essere due sistemi opposti di valori, incompatibili l’uno
con l’altro, e tali per cui l’emergere dell’uno dovrebbe
causare inevitabilmente la rovina dell’altro, come sostengono i
profeti della remigrazione, islam e cristianesimo risultano invece
profondamente interconnessi e proprio per questo potrebbero lavorare
insieme per aiutarsi a purificarsi reciprocamente delle proprie
scorrette autointerpretazioni. All’epoca
in cui furono tenute queste conferenze, nel 2009, era ancora fresco
il ricordo non solo delle
crociate proclamate da Bush jr contro il terrorismo, ma anche
della contestatissima lezione di Ratisbona, con cui papa Benedetto
sembrava dissociare nettamente l’islam dal logos e
dunque dal cristianesimo. Non ci si sarebbe potuti immaginare che,
appena dieci anni dopo, il suo successore avrebbe sottoscritto con il
Grande Imam di Al-Azhar una dichiarazione congiunta sulla
fratellanza umana nel solco della quale sarebbe poi stata composta
anche l’enciclica Fratelli tutti. Riusciremo
a dimostrare nei confronti di questi interventi lo stesso zelo
applicativo manifestato un tempo di fronte all’appello a
riconquistare Gerusalemme?
Dalla risposta a questa
domanda passa, credo, un pezzo di futuro del nostro mondo.
(finito il 10 ottobre 2022)
Ho parlato di
Benedette guerre. Crociate e jihad
(GEDI 2021)
121 pp. | 9,90 €
(ed. or.: Laterza, 2009)





