Memore di quella fulminante supposizione avanzata da Stephen Jay Gould secondo cui «il comune denominatore del genio» sarebbe costituito «da vasti interessi e dalla capacità di costruire analogie fruttuose fra campi diversi», devo ammettere che provo sempre un brivido d’eccitazione quando mi accorgo che pensieri apparentemente distantissimi e concetti desunti da letture che non sembrerebbero avere nulla in comune fra loro cominciano invece lentamente a interagire, come solleticati da una misteriosa forza d’attrazione, in modo tale che le loro traiettorie a poco a poco si avvicinano, si sfiorano, si intersecano finché quei pensieri e quei concetti finiscono per collassare l’uno sull’altro, sprigionando nell’esplosione che ne consegue nuove energie creative e intellettuali. Intendiamoci subito: per me che pratico la filosofia principalmente come pratico lo sport, ossia dal divano e in modo parassitario, applaudendo la bellezza di imprese che non sarei minimamente in grado di compiere in prima persona, ciò non comporta intestarmi chissà quale scoperta, ma mi offre comunque il piacere di approdare, di tanto in tanto, nei pressi di qualche regione ideale non ancora registrata sulle mie mappe (ma non per questo assolutamente ignota, va da sé) dopo aver seguito, forse, una rotta nuova e singolare. È appunto in questo modo che, senza minimamente preventivarlo, le curiosità maturate in tempi diversi per l’astrobiologia, la science fiction, le ipotesi sulla vita extraterrestre sollevate dall’antichità fino alla piena modernità, i problemi posti dall’incontro fra culture e religioni differenti nel corso della storia umana, le suggestioni preadamitiche, le mappe, i viaggi di esplorazione e i modelli planetari – ma anche l’attrazione un po’ morbosa per i video di avvistamenti misteriosi, nonché una serie di dubbi soggettivi che interpellano la mia fede personale - mi hanno infine introdotto a quel peculiare campo di ricerca a me prima del tutto sconosciuto altrimenti definito come astro- o esoteologia. La copertina del volume che fa da pretesto a questa mia ennesima digressione e la sua collocazione all’interno di una seria collana di studi dovrebbe immediatamente sgomberare il campo da ogni sospetto che un libro con un titolo siffatto porta inevitabilmente con sé, ovvero che si tratti di una baracconata esoterica o new age da dare in pasto a Giacobbo per ricavarci una puntata di Freedom. Tutt’altro: il professor Kleiner che l’ha scritto è un professore emerito di teologia fondamentale tedesco, autore in passato di numerosi saggi su problemi densi di significato come il senso della sofferenza e la teodicea e questo suo contributo, per quanto chiaramente molto originale, è pur sempre condotto come potrebbe condurlo un professore emerito di teologia fondamentale tedesco, ossia in modo metodologicamente rigoroso e senza concessioni al sensazionalistico (anche se credo che un tale approccio possa risultare gradito più a certi scienziati non credenti che a certi credenti non scienziati).
Il titolo può sembrare ridondante, ma ha un suo perché. Non ci avevo mai riflettuto troppo sopra, ma in effetti “alieni” e “ufo” non sono esattamente la stessa cosa e perciò questo libro li tratta distintamente, poiché le questioni che essi sollevano interrogano di volta in volta discipline diverse - in un caso, cioè, per lo più la biologia, la filosofia e la teologia e nell’altro, piuttosto, la sociologia, la psicologia e le scienze religiose in genere. Se infatti l’ipotesi di vita extraterrestre (l’idea, cioè, che da qualche parte esistano, appunto, degli “alieni”) è stata, anzitutto, e continua in fondo ad essere una questione del tutto speculativa, da un’ottantina d’anni a questa parte si è andata invece consolidando una potente macchina mitologica che ha applicato agli extraterrestri intesi come “ufo”, cioè visitatori occulti provenienti da altri pianeti, aspettative precedentemente indirizzate verso la sfera del sacro e le sue potenze benigne o maligne, in conformità con i bisogni di un immaginario sociale sempre più pervaso di tecnologia e che dunque rispetto alla teofania del roveto ardente si sente più a suo agio con gli incontri ravvicinati del terzo tipo e ai racconti sulle scappatelle licenziose di Zeus preferisce quelli di rapimenti ed esperimenti genetici condotti su qualche malcapitato terrestre da creature originarie di altre galassie (fino al punto di reinterpretare retroattivamente le stesse favole antiche, dalla Genesi al mito di Atlantide, come traccia del transito di superiori civiltà extraterrestri, il cui intervento in certi casi viene considerato decisivo anche per l’avvio stesso della vita sulla Terra). Si può sogghignare di tutto ciò, ma il credente onesto non può non chiedersi perché mai una visione di angeli o un’apparizione mariana dovrebbe avere più credibilità delle profezie di Rael. E cosa si può rispondere all’odierno libero pensatore che, stimolato da questo repertorio ormai vastissimo di esperienze, geli il nostro senso di superiorità facendoci notare che in fondo la medesima sufficienza che riserviamo loro, forti della nostra bimillenaria tradizione, potrebbe essere tranquillamente riservata anche alle testimonianze di chi proclamò un giorno di avere incontrato e toccato il Risorto?
Per un verso, tutta la prima parte del libro di Kreiner, dedicata appunto agli ufo, è percorsa da questa sottile provocazione, che contiene un implicito invito a cercare fondamenta su cui poggiare la nostra fede più solide di qualche mero effetto speciale. Ma non meno corrosiva è anche la sezione incentrata sul tema più classico della possibile esistenza di altre forme di vita nell’universo. Per capire quanto possa essere stimolante tale problema sul piano scientifico e filosofico basta evocare anche solo una minima parte delle infinite domande che esso porta con sé. Per dire: la vita è un fenomeno raro nell’universo oppure no? e l’intelligenza? e che cos’è che può essere definito propriamente “vita” e cosa no? eventuali intelligenze non più biologiche sarebbero da considerarsi ancora “vive”? le linee evolutive e culturali hanno dei passaggi “obbligati”, per cui sarebbe teoricamente possibile riconoscerci, se riuscissimo a trovarci, oppure le varietà chimico-fisiche possibili sono così tante che, quand’anche incrociassimo altre specie intelligenti, non riusciremmo neanche a capire di averlo fatto? Quesiti come questi sono autentici serbatoi di meraviglia per un qualsiasi essere pensante, non c’è neanche il caso di dirlo. Ma al teologo in quanto tale – e al teologo cristiano, nella fattispecie – tutto questo perché dovrebbe importare? Ha senso per lui porsi questo genere di problemi o ai fini della sua disciplina essi risultano del tutto irrilevanti? Kreiner suggerisce in maniera non proprio velata che se questo tema è tenuto ai margini del discorso teologico come una mera stravaganza, per via del suo carattere totalmente astratto, è solo perché prenderlo davvero sul serio richiederebbe un ripensamento in certi casi molto profondo delle tradizionali categorie con cui pensiamo Dio e la nostra fede. In un certo senso le questioni in ballo sono le stesse che ci si è posti almeno a partire dalla conquista europea dell’America e che stanno alla base anche della moderna teologia delle religioni, ma il fatto che qui siano sviluppate fino alle loro estreme, ma pur sempre possibili, conseguenze le rende assai meno facili da addomesticare e assimilare all’interno dei nostri tradizionali quadri concettuali.
Di per sé, in realtà, l’ipotesi secondo cui potrebbero esistere delle specie aliene da qualche parte nell’universo non solo non inficia la credenza in un Dio, ma può persino essere postulata a partire da questa convinzione (in un certo senso, è quello che sostenne con particolare insistenza Bruno, sebbene già diversi teologi medievali, sia pure ragionando solo “per ipotesi”, avessero sostenuto che la presenza di altri mondi sarebbe perfettamente compatibile con quella di un Dio onnipotente). Noto en passant che un celebre software di intelligenza artificiale con cui ho provato ad avviare una discussione teologica – non fate domande: sono normali cose che possono fare i professori di filosofia appassionati di fantascienza nel tempo libero -, indossati i panni dell’apologeta, ha cercato di dimostrarmi che l’esistenza di creature intelligenti non umane sarebbe del tutto coerente con la rappresentazione di un Dio che ama a tal punto la libertà da averne creato un intero ecosistema, comprendente perciò anche forme non basate sul DNA e sul carbonio. Non saprei dire da dove l’IA abbia tirato fuori questo argomento, mentre si parlava di angeli e demoni, ma effettivamente esso potrebbe essere applicato in modo analogo anche agli abitanti di altri mondi lontanissimi. Kreiner ritiene che gran parte delle ritrosie ad accettare che degli alieni possano realmente esistere deriverebbe in verità da una difficoltà ad accettare la teoria darwiniana e la sua conseguenza che la vita possa sviluppare sistemi di raffinata complessità in modo del tutto spontaneo, ma aggiunge anche che finora non si è trovato nessun fenomeno biologico che resista a un’interpretazione naturalistica (con buona pace della buonanima di Zichichi). Per quel che ne capisco io, se può interessare, non credo affatto sia impossibile conciliare l’idea che ci sia un Dio in cui valga la pena credere con la conoscenza di tutti quei meccanismi che stiamo via via scoprendo e che vanno smontando pezzo a pezzo l’immagine della natura come un ordine armonioso e frutto di un piano previdente – ed anzi penso che ad essere sacrificate sarebbero, nel caso, solo certe abitudini terminologiche di cui dovremmo imparare a fare a meno (occorrerebbe, ad esempio, ricordarsi di subordinare l’immagine del Creatore a quella primigenia del Padre e a rileggere la prima in funzione della seconda e non viceversa).
Qualche problema in più lo pone invece – questo sì – la cristologia. In che modo, infatti, Cristo (e l’uomo fatto a sua immagine) potrebbe continuare a essere considerato il nodo della creazione, se dovessero esistere da qualche parte delle specie intelligenti non umane? Come potremmo continuare a dire, in quel caso, che solo in Gesù Cristo c’è salvezza? Se già facciamo fatica a gestire tale affermazione limitandoci al pianeta Terra con tutte le sue diverse culture, figuriamoci cosa potrebbe accadere se ci ponessimo su una scala realmente universale (ma non professiamo di Cristo, appunto, che è Re e Signore di tutto l’Universo?). Sul tema Kreiner propone qualche spunto di riflessione e qualcun altro, imbeccato da lui, me lo sto rimuginando per conto mio nella mia testa, anche se non provo neanche ad abbozzarne una sintesi in tre righe. Diciamo solo che la sfida consiste nel ripensare l’incarnazione del Figlio non tanto come soddisfazione vicaria o come riparazione di un torto avvenuto in un angolo infinitesimo del cosmo, ma più come espressione compiuta del desiderio da parte di Dio di stringere un’alleanza con quel creato riconosciuto sin dall’origine come “buono”, al netto delle sue strutturali fragilità. Ciò detto – inutile nascondersele – le “irritazioni cristologiche” (come vengono qui chiamate) ci sono e pungono, ma non ha senso farle valere come argomento a sfavore dell’ipotesi aliena, poiché è insensato affermare che se una cosa non rientra nei nostri schemi allora non può esistere. Il senso della esoteologia sta invece proprio nel promuovere una riformulazione delle nostre credenze in modo da renderle compatibili con condizioni che, sebbene non siano attualmente verificabili, e forse non lo saranno mai, non sono tuttavia impossibili, se si accetta appunto che la vita faccia il suo corso ovunque allo stesso modo e che quindi, ipoteticamente, potrebbe presentarsi altrove come ha fatto qui. Si tratta solo di attrezzare la nostra fede per renderla capace di reggere anche di fronte a un simile scenario, consapevoli che, quando eravamo convinti che per adorare in modo adeguato l’Altissimo fosse assolutamente necessario pensare alla Terra come il centro immobile del cosmo, non è che ci abbiamo fatto poi quella gran bella figura.
(finito il 3 settembre 2022)
Ho parlato di
Gesù, gli ufo e gli alieni.
L'intelligenza extraterrestre come sfida alla fede cristiana
(Queriniana 2012)
280 pp. | 22,50 €
"Giornale di Teologia" #359
(ed. or.: Jesus, UFOs, Aliens. Außerirdische Intelligenz als Herausforderung für den christlichen Glauben, Freiburg i. Br. 2011)






