Odessa
è un porto infinito e cosmopolita, a mollo nel mare ottomano e
ribollente di vita. Voluta a fine Settecento da Caterina la Grande
come avamposto cristiano in un territorio da poco sottratto ai
turchi, al termine di una delle infinite guerre di confine tra i due
imperi (quella a cui prese parte l’altrimenti noto Potëmkin),
battezzata col nome di un’antica colonia greca che porta in sé
anche quello dell’eroe giramondo per eccellenza, tirata su da un
militare napoletano di madre irlandese, anche se resa davvero grande
da un espatriato francese pronipote di Richelieu che ne fu
governatore in età napoleonica, già solo per questo pedigree
meticcio è probabilmente la meno russa fra tutte le città russe,
perla già quasi mediterranea ancorché incastonata sull’estremo
lembo delle steppe tartare, vera e propria zona franca dove, alla
fine del XIX secolo, ci si poteva imbattere con più facilità negli
stessi avventurieri protagonisti dei romanzi marini di Conrad invece
che nei complessati impiegatucci di cui era così ben assortito il
sottosuolo delle grandi capitali zariste. «L’odessità e l’esatto
opposto del pietrogradese», proclama appunto Babel’, odessita di
nascita, quando, con la spudoratà temerarietà dei vent’anni,
profetizza che «il Messia letterario, da tanto tempo e tanto
inutilmente atteso, giungerà da laggiù», perché – formulando un
concetto che sarebbe piaciuto anche a Camus - «se c’è qualcosa
che valga la pena di cantare, ebbene, sappiatelo, questo è il sole»,
ma nella letteratura russa, che predilige i toni freddi, la neve e il
gelo, «non c’è ancora stata una descrizione del sole veramente
gioiosa, limpida» (non c’è in Gogol, non in Dostoevskij e neanche
in Turgenev): per questo «i russi si rivolgeranno verso sud, verso
il mare e il sole», non militarmente, come avviene oggi, ma
unicamente per trovare nuovi stimoli con cui ravvivare un’ispirazione
che, altrimenti, rischierebbe prima o poi di seccarsi.
Si
nutre appunto di questa potente convinzione l’operazione che Babel’
stesso si intesta e che consiste nel raccontare quella «città molto
brutta» che pure gli appare come «la più incantevole dell’impero
russo», e di farlo lasciando spazio alle voci e alle storie del
quartiere ebraico di Odessa, a sua volta una sorta di città nella
città (si stima oltre un terzo dei residenti, al volgere del
secolo), su cui si scatena, sì, la violenza ricorrente dei pogrom,
ma che, situato com’è nei presso dello scalo merci del porto, è
anche il territorio controllato da una malavita giudaica che non ha
nulla da invidiare ai clan mafiosi a cui sono stati dedicati decine
di noir meridiani ambientati nei peggiori quartieri di Marsiglia,
Casablanca o Barcellona – brava gente che non si lascia intimidire
tanto facilmente e non accetta senza reagire il ruolo del servo
sofferente muto come agnello condotto al macello. Ed è proprio con
l’idea di allestire un vero e proprio ciclo dedicato alla sua piccola
patria e incentrato su figure ricorrenti come quella di Benja Krik,
soprannominato “il re” - bandito immaginario ispirato al reale
Michail Vinnickij, detto Miska Japoncik (“Michelino il giapponese”,
per il particolare taglio degli occhi) - che Babel’ isola alcuni
episodi di cui ha un ricordo più o meno diretto attraverso i
racconti di famiglia allo scopo di tentare la scalata alla grande
letteratura russa, che di tutto ciò a suo avviso non si era mai
occupata.
Critici
più autorevoli di me sostengono che questo proposito abbia avuto
successo. Non ho strumenti per contestarlo, né alcun interesse a
farlo, ma mentirei se dicessi di aver conservato da questa lettura
qualche spunto di quelli che ti restano ben impressi anche a distanza
di tempo: troppo dispersi e troppo eterogenei, forse, questi scritti
(qui raccolti comunque con meritoria cura editoriale), per riuscire a
dare piena consistenza a un’intenzione che però è molto forte, e
intrigante, e meritevole in sé di attenzione, perché scardina alla
radice l’ideologia russa e il bizantinismo slavofilo di cui essa
s’è spesso rivestita, denudandone un punto di connessione con il
resto del mondo, un microcosmo bastardo che è anch’esso russo,
certo che sì, ma di una russità – passatemi il termine –
diversa, alternativa rispetto ai modelli più convenzionali che
alimentano gli stereotipi e soprattutto gli scontri di civiltà (sia
chiaro: parlo di Russia perché qui si parla di Russia, ma il
discorso è perfettamente speculare anche per l’Occidente e i suoi
miti fondativi di presunta eccezionalità). Di Odessa Babel’
sottolinea «la sua sorprendente capacità di assimilazione», che la
rende capace di “macinare” chiunque vi si stabilisca – e al
riguardo non c’è che l’imbarazzo della scelta. «Nel nostro
porto fischierà la sirena e in una bettola un vecchio grammofono
intonerà il suo rauco inno alla Britannia dominatrice dei mari. I
nostri magazzini si riempiranno di arance, noci di cocco, pepe, vino
di Malaga, nei nostri granai si solleverà la polvere verdastra del
grano scaricato». Qualcuno si infurierà, riconoscendo in queste
righe l’esaltazione dell’omologazione globalista. Io ci vedo
invece la manifestazione concreta dell’intrecciarsi perenne delle
storie dei popoli, che esistono proprio perché perennemente si
incontrano, si parlano, si fondono.
Si
capisce che per Babel’ Odessa è uno stato dell’anima, quella
“sorgente che nel corso della vita alimenta ciò che un artista è
quello che dice” – per citare ancora una volta Camus, per il
quale quel luogo era il quartiere povero di Algeri. In un attimo di
totale consapevolezza, proprio ai piedi della statua di Puskin, in
piazza della Borsa, davanti alla Duma, «vidi per la prima volta
quello che mi circondava così com’era in realtà: quieto e di una
bellezza inesprimibile». In questo, va detto, l’autore risulta più
che persuasivo: tra i diecimila libri che aspettano ancora di
incontrarmi sul mio comodino virituale c’è infatti anche un saggio
dedicato esclusivamente a Odessa, perché si intuisce che tutte
queste storie non sono che piccoli assaggi di fronte al grande
romanzo di questa città. Un romanzo che forse Babel’ non è mai
riuscito veramente a scrivere, ma di cui è senza dubbio uno dei
protagonisti.
(finito il 7 novembre 2022)
Ho parlato di
Racconti di Odessa
(Mondadori 2022)
trad. di G. Pacini
249 pp. | 12 €
