lunedì 28 settembre 2026

Racconti di Odessa

Odessa è un porto infinito e cosmopolita, a mollo nel mare ottomano e ribollente di vita. Voluta a fine Settecento da Caterina la Grande come avamposto cristiano in un territorio da poco sottratto ai turchi, al termine di una delle infinite guerre di confine tra i due imperi (quella a cui prese parte l’altrimenti noto Potëmkin), battezzata col nome di un’antica colonia greca che porta in sé anche quello dell’eroe giramondo per eccellenza, tirata su da un militare napoletano di madre irlandese, anche se resa davvero grande da un espatriato francese pronipote di Richelieu che ne fu governatore in età napoleonica, già solo per questo pedigree meticcio è probabilmente la meno russa fra tutte le città russe, perla già quasi mediterranea ancorché incastonata sull’estremo lembo delle steppe tartare, vera e propria zona franca dove, alla fine del XIX secolo, ci si poteva imbattere con più facilità negli stessi avventurieri protagonisti dei romanzi marini di Conrad invece che nei complessati impiegatucci di cui era così ben assortito il sottosuolo delle grandi capitali zariste. «L’odessità e l’esatto opposto del pietrogradese», proclama appunto Babel’, odessita di nascita, quando, con la spudoratà temerarietà dei vent’anni, profetizza che «il Messia letterario, da tanto tempo e tanto inutilmente atteso, giungerà da laggiù», perché – formulando un concetto che sarebbe piaciuto anche a Camus - «se c’è qualcosa che valga la pena di cantare, ebbene, sappiatelo, questo è il sole», ma nella letteratura russa, che predilige i toni freddi, la neve e il gelo, «non c’è ancora stata una descrizione del sole veramente gioiosa, limpida» (non c’è in Gogol, non in Dostoevskij e neanche in Turgenev): per questo «i russi si rivolgeranno verso sud, verso il mare e il sole», non militarmente, come avviene oggi, ma unicamente per trovare nuovi stimoli con cui ravvivare un’ispirazione che, altrimenti, rischierebbe prima o poi di seccarsi.

Si nutre appunto di questa potente convinzione l’operazione che Babel’ stesso si intesta e che consiste nel raccontare quella «città molto brutta» che pure gli appare come «la più incantevole dell’impero russo», e di farlo lasciando spazio alle voci e alle storie del quartiere ebraico di Odessa, a sua volta una sorta di città nella città (si stima oltre un terzo dei residenti, al volgere del secolo), su cui si scatena, sì, la violenza ricorrente dei pogrom, ma che, situato com’è nei presso dello scalo merci del porto, è anche il territorio controllato da una malavita giudaica che non ha nulla da invidiare ai clan mafiosi a cui sono stati dedicati decine di noir meridiani ambientati nei peggiori quartieri di Marsiglia, Casablanca o Barcellona – brava gente che non si lascia intimidire tanto facilmente e non accetta senza reagire il ruolo del servo sofferente muto come agnello condotto al macello. Ed è proprio con l’idea di allestire un vero e proprio ciclo dedicato alla sua piccola patria e incentrato su figure ricorrenti come quella di Benja Krik, soprannominato “il re” - bandito immaginario ispirato al reale Michail Vinnickij, detto Miska Japoncik (“Michelino il giapponese”, per il particolare taglio degli occhi) - che Babel’ isola alcuni episodi di cui ha un ricordo più o meno diretto attraverso i racconti di famiglia allo scopo di tentare la scalata alla grande letteratura russa, che di tutto ciò a suo avviso non si era mai occupata.

Critici più autorevoli di me sostengono che questo proposito abbia avuto successo. Non ho strumenti per contestarlo, né alcun interesse a farlo, ma mentirei se dicessi di aver conservato da questa lettura qualche spunto di quelli che ti restano ben impressi anche a distanza di tempo: troppo dispersi e troppo eterogenei, forse, questi scritti (qui raccolti comunque con meritoria cura editoriale), per riuscire a dare piena consistenza a un’intenzione che però è molto forte, e intrigante, e meritevole in sé di attenzione, perché scardina alla radice l’ideologia russa e il bizantinismo slavofilo di cui essa s’è spesso rivestita, denudandone un punto di connessione con il resto del mondo, un microcosmo bastardo che è anch’esso russo, certo che sì, ma di una russità – passatemi il termine – diversa, alternativa rispetto ai modelli più convenzionali che alimentano gli stereotipi e soprattutto gli scontri di civiltà (sia chiaro: parlo di Russia perché qui si parla di Russia, ma il discorso è perfettamente speculare anche per l’Occidente e i suoi miti fondativi di presunta eccezionalità). Di Odessa Babel’ sottolinea «la sua sorprendente capacità di assimilazione», che la rende capace di “macinare” chiunque vi si stabilisca – e al riguardo non c’è che l’imbarazzo della scelta. «Nel nostro porto fischierà la sirena e in una bettola un vecchio grammofono intonerà il suo rauco inno alla Britannia dominatrice dei mari. I nostri magazzini si riempiranno di arance, noci di cocco, pepe, vino di Malaga, nei nostri granai si solleverà la polvere verdastra del grano scaricato». Qualcuno si infurierà, riconoscendo in queste righe l’esaltazione dell’omologazione globalista. Io ci vedo invece la manifestazione concreta dell’intrecciarsi perenne delle storie dei popoli, che esistono proprio perché perennemente si incontrano, si parlano, si fondono.

Si capisce che per Babel’ Odessa è uno stato dell’anima, quella “sorgente che nel corso della vita alimenta ciò che un artista è quello che dice” – per citare ancora una volta Camus, per il quale quel luogo era il quartiere povero di Algeri. In un attimo di totale consapevolezza, proprio ai piedi della statua di Puskin, in piazza della Borsa, davanti alla Duma, «vidi per la prima volta quello che mi circondava così com’era in realtà: quieto e di una bellezza inesprimibile». In questo, va detto, l’autore risulta più che persuasivo: tra i diecimila libri che aspettano ancora di incontrarmi sul mio comodino virituale c’è infatti anche un saggio dedicato esclusivamente a Odessa, perché si intuisce che tutte queste storie non sono che piccoli assaggi di fronte al grande romanzo di questa città. Un romanzo che forse Babel’ non è mai riuscito veramente a scrivere, ma di cui è senza dubbio uno dei protagonisti.

(finito il 7 novembre 2022)

Ho parlato di


Isaak Babel'
Racconti di Odessa
(Mondadori 2022)

trad. di G. Pacini

249 pp. | 12 €