lunedì 17 aprile 2023

La battaglia. Storia di Waterloo

Alessandro Barbero è uno di quei pochissimi (come Piero Angela, Mattarella o il commissario Montalbano) per i quali sarei disposto a scomodare senza vergogna la famigerata etichetta di santo subito. Eppure l’assoluta intransigenza con cui abbandono qualunque cosa stia facendo, non appena il suo faccione sbuca sullo schermo, per raccogliere anche solo due o tre briciole di un suo qualunque intervento televisivo è andata per lungo tempo a braccetto con una non minore determinazione nel tenermi volutamente alla larga dai suoi libri, temendo l’inevitabile delusione di non potervi ritrovare la capacità affabulatoria di cui è assoluto maestro, essendo questa il risultato di mimica, gestualità e cadenze difficilmente replicabili in un testo scritto. C’è voluto il bicentenario di Waterloo, una nuova collana da edicola e un regalo di mia moglie in occasione dei miei quarant’anni per indurmi a compiere questo passo, nonché la curiosità di capire un po’ meglio come funziona davvero una battaglia napoleonica, avendone conosciuto qualcosa, fino ad allora, solo attraverso la penna sublime ma chissà quanto veritiera di Tolstoj e Stendhal.

Non si tratta evidentemente di una ricerca originale, né intende esserlo. Barbero - che proprio me lo vedo da piccolo, già coi suoi occhialetti, divertirsi un mondo a giocare coi soldatini distinguendo con cognizione di causa le rispettive divise militari come io avrei potuto riconoscere le diverse maglie delle squadre di calcio mentre le schieravo sul campo di Subbuteo – ha macinato per noi l’immensa bibliografia sul tema e ne ha ricavato la versione expanded (decisamente expanded) di una delle sue ormai celeberrime lezioni (dove la sua bravura si misura, appunto, nel riuscire a dare un’ulteriore giro di torchio a tutto questo pout-pourri di informazioni per condensarlo da par suo in appena un’ora, un’ora e mezza, di scintillante narrazione). Qui c’è pane abbondante per chi, come il sottoscritto, sebbene non abbia mai praticato in prima persona i war games, ha sempre trovato affascinanti mappe, miniature e in genere tutto ciò che contribuisce a trasfigurare la guerra da quell’indecente massacro che è in un puro gioco strategico, dal momento che tutto quel che accadde in quella giornata campale del 18 giugno 1815 (anzi, per la precisione, dalla sera prima alla notte dopo) è descritto al dettaglio, minuto per minuto, quasi come se si trattasse di una cronaca sportiva. L’accostamento non disturbi troppo, giacché lo si trova già nelle fonti. «Come molti gentiluomini inglesi, il duca [di Wellington] era un appassionato di pugilato, e gli veniva naturale descrivere una battaglia con il linguaggio di un incontro di boxe, come traspare da una lettera scritta a un amico qualche giorno dopo: “Mai visto un incontro fra due picchiatori così. Eravamo tutt’e due quello che i pugili chiamano dei ghiottoni” (un termine dello slang sportivo che designava chi non ha paura del corpo a corpo, e si lascia massacrare piuttosto che arrendersi)» (e sì, mi piace pensare che, in inglese, il termine in questione sia proprio wolverine).

Il generale inglese allude qui ai prolungati assalti della cavalleria francese addosso ai quadrati della fanteria alleata, protrattisi incessantemente per tutto il pomeriggio, tra una scarica di artiglieria e l’altra – qualcosa come una ricorsiva ondata di marea che s’abbatte ininterrottamente sulla stessa scogliera, in un testa a testa in cui quel che più contava, alla lunga, era soprattutto mantenere i nervi saldi. Infatti, in battaglie nel corso delle quali, complessivamente parlando, «soltanto una pallottola ogni 459 colpiva il suo uomo» e le perdite erano perciò relativamente basse (oscenamente basse rispetto agli standard cui ci ha abituato la guerra novecentesca), ci si continuava a sparare, in mezzo al fumo, «finché la sensazione che il fuoco nemico fosse più efficace e che la soglia di pericolo stesse crescendo un po’ troppo non si faceva strada in uno dei due battaglioni, producendone lo sbandamento» - e a quel punto era quasi sempre la fine per chi cedeva, anche se, per paradosso, le sue forze fossero state numericamente superiori a quelle avversarie (perché non c’è santo che tenga, un reparto sbrecciato non lo potevi più ricompattare in nessun modo). Perciò, per tornare al nostro corpo a corpo, «se soltanto la cavalleria, osservando segni di sbandamento in un quadrato, magari composto da reclute, fosse riuscita a entrarci e metterlo in rotta, si sarebbe aperta una falla nella linea di Wellington; e se lo stesso successo si fosse ripetuto in diversi quadrati vicini, la falla sarebbe diventata impossibile da tamponare».

Non fu, insomma, una grandissima battaglia – non lo fu per il numero complessivo degli uomini impegnati (anche se - questo è vero - concentrati tutti in uno spazio minimo di pochissimi chilometri quadrati) e soprattutto per questo suo sviluppo abbastanza monotono. Ma a onor del vero, va detto che, stante la conformazione del terreno e il modo in cui si erano messe le cose, nemmeno un genio come Napoleone «avrebbe potuto tirarne fuori qualcosa di diverso». E sebbene i resoconti del giorno ci parlino di un Bonaparte «fin troppo apatico» e molti indizi lasciano trapelare che lui e i suoi generali non abbiano lavorato «con l’efficienza abituale in altri tempi», al punto di commettere alcuni madornali errori di valutazione, ciò che può suonare sorprendente alle orecchie di coloro per cui Waterloo suona come sinonimo di disfatta totale è che, in realtà, fino all’ultimo il suo esito rimase estremamente aperto. Anzi, intorno «alle due del pomeriggio, lungo lo chemin d’Ohain tra la Haye Sainte e la Papelotte, i francesi stavano vincendo la battaglia di Waterloo». Decisivo fu l’inatteso arrivo dei prussiani, che, costringendo i francesi a dirottare una parte consistente delle truppe sul loro fianco destro, ne smorzarono quello che avrebbe dovuto essere l’attacco decisivo lungo il fronte centrale, là dove gli inglesi erano ormai alle corde, dopo averle prese per quasi tutto il giorno. «I resoconti di tutti coloro che stavano nei quadrati fra le sei e le sette del pomeriggio sono così simili fra loro, da lasciare l’impressione che con una mezz’ora in più di bombardamento la linea di Wellington si sarebbe semplicemente sfasciata, senza che i francesi avessero neppure bisogno di attaccarla». Ma per dare quest’ultimo scossone sarebbero servite a quel punto forze fresche, quei vignaioli dell’ultima ora il cui compito era precisamente quello di starsene al coperto tutto il giorno per poi uscire ad assestare il colpo finale al momento opportuno. Truppe logorate da una giornata intera trascorsa in prima linea, infatti, «se ricevono l’ordine di andare avanti, marceranno, ma alla prima difficoltà tenderanno a fermarsi; (…) basterà poco, l’esplosione di una granata in mezzo alle file, qualche grido di panico proveniente da chissà dove, l’impressione che altri stiano battendo in ritirata, perché la riluttante avanzata d’un battaglione si fermi di botto, nonostante tutte le esortazioni degli ufficiali, e perché gli uomini comincino a sbandarse e a tornare indietro». Il problema è che, se al mattino Napoleone poteva contare su una riserva strategica di trentasette battaglioni in vista dello sfondamento risolutivo, nel tardo pomeriggio gliene restava solo più una dozzina, gli altri essendo stati appunto mandati a tenere a bada i tedeschi di von Blucher. Quel numero non si rivelò sufficiente e quindi finì come tutti sappiamo. Ma il fatto che l’esercito francese non abbia comunque perduto neanche un’aquila imperiale ci autorizza a pensare che, dopotutto, pur nella disfatta, la sua ritirata non fu del tutto priva di ordine: «in quella sera di giugno, i quadrati della Vecchia Guardia scrissero l’ultima pagina dell’epopea napoleonica, entrando direttamente nella leggenda».

Cos’altro c’è del Barbero che conosciamo in questo racconto? Direi l’attenzione per le vive impressioni registrate indelebilmente nella memoria di tutta quella varia umanità che si ritrovò lì, quel giorno, su fronti opposti, a giocarsi la propria vita. Ed anche alcuni dettagli, di quelli che ti piacerebbe sentire raccontare dalla sua viva voce, con quella stessa verve che consentiva a un altro santo subito come Gigi Proietti di rendere meravigliose anche le barzellette più sceme. Ne cito giusto un paio: la storia della carrozza di Napoleone, «con le ruote vermiglie e i vetri a prova di proiettile», acquistata poi da un imprenditore inglese ed «esibita al pubblico a Londra, dove pagando pochi scellini qualsiasi curioso poté provare l’emozione di sedercisi dentro» oppure l’accenno alla piccola Elizabeth Watkins, di appena cinque anni, che rimase tutto il giorno sul campo insieme alla madre, moglie di un soldato, aiutandola a strappare tela per farne delle bende e che era ancora viva, per raccontarlo, nel 1903. Senza trascurare un’intrigante ipotesi storiografica, avanzata proprio in chiusura di libro: nonostante l’innegabile «forza simbolica» che la battaglia di Waterloo ebbe per i contemporanei e che ancora si riversa su di noi, tanto da farci continuare a occuparcene con curiosità, non è insensato supporre che, se essa fosse andata diversamente, le cose sarebbero probabilmente cambiate giusto un po’ negli anni immediatamente successivi, ma «suppergiù dal 1850 la storia del mondo sarebbe stata identica a quella che conosciamo». Forse qui prende il sopravvento lo sguardo del medievista, con la sua tipica attenzione per la lunga durata. O forse la morale è che in fondo neanche Napoleone con tutte le sue armate avrebbe potuto arrestare l’avanzata del capitalismo in marcia, il vero vincitore della modernità.

(finito il 12 agosto 2021)

Ho parlato di


Alessandro Barbero
La battaglia.
Storia di Waterloo
(Gedi 2021)

386 p. | 9,90 €

(ed. or.: 2003)

domenica 26 marzo 2023

Mussolini il rivoluzionario (1883-1920)

Benché fossimo ancora immersi in pieno tripudio mariodraghista, subodorando che sarebbe potuta finire come poi è effettivamente andata a finire, e sapendo che, non appena si ritornano a evocare certi temi, salta immancabilmente fuori qualcuno che ti ingiunge di andarti a leggere De Felice, se vuoi davvero capirne qualcosa, anziché quei manuali veteromarxisti che ci hanno fatto studiare e che continuiamo a fare studiare a scuola, a un certo punto mi son detto che dopotutto forse De Felice valeva davvero la pena andarselo a leggere, se non altro per avere qualcosa da replicare a quelli che, evocandolo, sperano in realtà di troncare così il discorso, perché tanto chi vuoi che se la sia letta per davvero tutta la sua immensa biografia di Mussolini? E allora sotto col primo volume, affrontato con lo sguardo oserei dire candido di chi vorrebbe capire cosa ci sia mai lì dentro di così sconvolgente da poter suscitare folgoranti conversioni sulla via di Damasco - e dal quale sono uscito anzitutto con tantissime conoscenze in più, perché la messe è indubbiamente molta, ma ancor più con l’impressione che, almeno da queste prime seicento pagine, il moderno camerata non è che possa ricavare chissà quanto materiale per giustificare la sua venerazione per il Duce. Anzi. Però ora sono io che posso dire: questo lo scrive pure De Felice.

Il fatto che il tomo sia dedicato agli anni di apprendistato di Mussolini e la scelta metodologica di seguire passo passo gli spostamenti, geografici e ideologici, di quello che fu, a tutti gli effetti, un irregolare ci immettono praticamente nelle atmosfere di un romanzo senza che si dovesse attendere quello di Scurati. Al netto degli aneddoti più o meno curiosi (fra cui il mio preferito è forse quello del giovane maestro Mussolini che, assegnato alla scuola di Tolmezzo, non trova modo migliore per passare il tempo che travestirsi da fantasma e fare gli scherzi di notte nei cimiteri, perché di base è un romagnolo cazzone), ritornano tuttavia insistentemente osservazioni e commenti che, come pennellate ricorsive, consentono all’autore di delineare i tratti di un profilo umano e caratteriale ben definito. Studente assolutamente normale, che «non lasciava minimamente prevedere un grande avvenire», il giovane Benito è tuttavia precocemente animato da un desiderio di evasione «dal paese natio e dalla vita di tutti i giorni», che tornerà a manifestarsi più volte, quando le cose si sarebbero fatte incerte (ancora nel ‘19, dopo il disastro elettorale della lista fascista, avrebbe espresso il desiderio di buttare tutto a mare e «girare il mondo col mio violino: magnifico mestiere, il rapsodo errante!»; così come nei giorni concitati in cui D’Annunzio è a Fiume si informa su come potersi aggregare da giornalista al raid aereo Roma-Tokyo...). Il fatto è che «la sicurezza di sé, la convinzione di essere diverso dai suoi simili, lo rendevano incapace di rendersi conto delle difficoltà della vita e di vivere e di lavorare come uno qualunque, modestamente, e gli facevano rigettare la responsabilità dei suoi insuccessi e delle sue difficoltà sugli altri». Come accadrà anche per Hitler, la posa da superuomo è una bolla gonfia di puro risentimento: è proprio vero che, a volte, basta una persona che si monta la testa per far finire la festa. Perciò, se ai tempi della sua prima fuga in Svizzera (quella che gli riuscì meglio), Mussolini cominciò a farsi un nome negli ambienti socialisti, fu in sostanza perché, «psicologicamente incapace ad affrontare, come tante migliaia di altri emigranti, una modesta e dura attività di lavoro», sfruttò il fatto di avere un diploma per diventare un agitatore politico. Per lui la politica era in primo luogo «una maniera per sbarcare il lunario, per avere una certa autonomia e libertà – che un lavoro fisso gli avrebbe impedito di avere». Quali idee avesse in testa non lo sapeva bene neanche lui, ma un talento innato per fiutare l’aria che tira, quello non glielo si può negare: coniando sin da allora lo slogan “noi non abbiamo formule” - perché restare fermi su un dogma è la morte dello spirito, che deve invece perennemente muoversi, noncurante del principio di non contraddizione – trovò il modo di agghindare il proprio spaesamento con ornamenti filosofici allora à la page che gli consentiranno oltretutto di tenersi le mani libere per qualsiasi repentino cambio di rotta avessero richiesto le circostanze.

Mi si dirà che non si può giudicare l’uomo per le oscillazioni e le incertezze avute a vent’anni. Vero, ma la sensazione che resta, leggendo queste pagine, è che un vero e proprio programma di riferimento in realtà Mussolini non ce l’abbia mai avuto neanche a trenta o a quaranta, fuor che un vago nicianesimo concepito come estremo volontarismo e imposizione di se stesso (lo avrebbero già dovuto intuire i suoi compagni di partito, dato che il suo socialismo era tutto idealistico e la rivoluzione, per lui, «prima di tutto, un atto di fede»). Eppure è proprio in questa spregiudicatezza ideologica che sta la chiave del suo successo: se avesse avuto un pensiero più forte, o semplicemente un pensiero forte, probabilmente sarebbe stato travolto dagli eventi. «Mussolini percorse la sua strada passo a passo, giorno per giorno, senza sapere bene oggi cosa avrebbe fatto domani; ma è anche vero che su questa strada egli procedette con la viva consapevolezza dell’uomo politico che se non sapeva dove voleva arrivare sapeva però bene che, nella situazione dell’Italia d’allora, la sua strada non poteva che tracciarsela mantenendosi sempre aderente alla realtà e adeguandosi ad essa». Avendo capito per tempo (e gliene va dato atto) che tutto un mondo era lì lì per crollare, ciò di cui andò in cerca, negli anni turbolenti prima e dopo la Grande guerra, fu sostanzialmente una forza da poter manovrare a suo piacimento per dare la spallata definitiva al vecchio sistema e giocarsi le sue carte in quello nuovo che ne sarebbe venuto fuori. Questo è più o meno anche l’indicazione che ci offre, tra gli altri, uno che Mussolini lo conobbe molto da vicino come Nenni, in un passo che De Felice stesso giudica particolarmente acuto: «plebeo era e pareva volesse restare, ma senza amore per le plebi. Negli operai ai quali parlava non vedeva dei fratelli, ma una forza, un mezzo del quale potrebbe servirsi per rovesciare il mondo».

Presentatosi perciò come rottamatore del gruppo dirigente socialista, una volta svanita la possibilità di diventare una sorta di Lenin italiano e fallito il progetto di portare il partito sulle sue posizioni, Mussolini decise che la rivoluzione l’avrebbe allora fatta a modo suo. E qui la sua intuizione probabilmente più geniale e moderna fu quella di utilizzare il suo giornale per crearsi un suo pubblico - come altri avrebbero poi fatto impiegando blog e televisioni - inebriandolo con un linguaggio perennemente antinconvenzionale e sopra le righe. «Si può dire che lo stesso Mussolini ad un certo punto si trovò ad essere uno dei grandi protagonisti della ribalta italiana quasi senza accorgersene, per successivi adeguamenti, per successivi compromessi. Giornalista appassionato e ormai giunto a piena maturità, aveva dato vita ai Fasci, aveva assunto certe posizioni soprattutto per portare avanti l’“azienda” e, in definitiva, per “farsi una cuccia”; ad un certo momento si trovò alla testa di un movimento politico che aveva tirato su giorno per giorno con i suoi articoli (un misto di conformismo, di “fiuto”, di spregiudicatezza, di provocazione) e che improvvisamente gli si rivelò grande a condizione di seguirne la logica e di considerarlo la sua vera “azienda”». Solo quando questo capo in cerca di adepti incontrò un movimento in cerca di un capo quale fu lo squadrismo agrario – solo allora, conclude De Felice, nacque il «vero fascismo». Di nuovo, però, il talento di Mussolini non si misura nella capacità di elaborare una visione, quanto nell’abilità con cui, sposata la causa della reazione, riuscì a non esserne solo uno degli strumenti (come auspicato forse da alcuni), ma a «diventarne il fulcro, facendo degli altri il proprio strumento; cavalcare insomma, come si suol dire, la tigre e non esserne solo uno dei tanti denti di cui si può benissimo fare anche a meno al momento opportuno. E in questa lotta per la sopravvivenza Mussolini fu veramente maestro». Ennesima conferma che spesso a fare la storia sono quelli che si ritrovano col campo libero perchè quanti la storia pensano di averla perfettamente capita non li vedono proprio arrivare.

(finito il 30 luglio 2021)

Ho parlato di


Renzo De Felice
Mussolini il rivoluzionario 
(1883-1920)
(Einaudi 1965)

774 p. | ??? lire


martedì 28 febbraio 2023

Il contesto

Tre anni prima che lo facesse Pasolini sul Corriere della Sera, Sciascia aveva già pronunciato il suo personalissimo «io so», pubblicando un romanzo concepito come una parodia, iniziato «con divertimento» (perché, come sempre, in questo nostro povero paese «non è che non ci fosse da essere arrabbiati e da disprezzare. Ma c’era anche da ridere») e portato a termine, però, «che non mi divertivo più», forse perché l’«apologo sul potere nel mondo» che aveva in testa, «sul potere che sempre più digrada nella impenetrabile forma di una concatenazione che approssimativamente possiamo dire mafiosa», pur se ambientato in un paese di finzione, stava cominciando a diventare sin troppo simile alla realtà italiana del 1971 (o forse era stato così sin dall’inizio, ma è solo scrivendone che se ne era accorto davvero). L’operazione era oggettivamente arrischiata e risultò infatti contestatissima nella sua pretesa di essere contestuale: il meno che si attirò addosso fu l’accusa di qualunquismo, ma Raboni, per citarne uno tutt’altro che sprovveduto, arrivò addirittura a defìnire il libro «un raccontino scialbo e pretenzioso, incongruamente in bilico tra descrizione e allegoria, soprassalti pamphletistici e kakfismi di terza mano». Ebbene, col senno di chi arriva molto poi e non ne può più di quanti vedono trame occulte dappertutto perché l’hanno letto su internet, vien da pensare anche a me che, sì, forse si rende un servizio migliore all’intelligenza se la si applica nell’analisi circostanziata e filologica degli eventi, anziché nella delineazione di quadri d’insieme che rischiano di non spiegare nulla perché si propongono di spiegare tutto (del resto, anche il prototipo di tutti i j’accuse riportava nomi, cognomi e prove). Però tutto questo Sciascia l’ha fatto, e benissimo, in tante altre occasioni e, non trovandomi nella condizione di dover commentare un romanzo appena uscito, ma potendo al contrario considerare, in retrospettiva, l’intera sua produzione, mi tengo stretto il privilegio di poter prendere quanto qui scritto non come la sua parola definitiva, bensì come una semplice tessera di un mosaico ben più ampio – e provo a suggerne qualche spunto di riflessione.

Il racconto comincia con un morto ammazzato al termine della prima frase, cui se ne aggiunge subito un altro, due pagine dopo: in entrambi i casi si tratta di giudici, veri e propri “cadaveri eccellenti”, come li avrebbe definiti Francesco Rosi intitolando così il film tratto da questa storia. Dell’inchiesta viene incaricato un ispettore che l’inquisizione ce l’ha radicata fin nel nome, Rogas, persona con «dei principi, in un paese in cui quasi nessuno ne aveva». E lo spunto di partenza è in fondo proprio questo: come potrà procedere un’indagine degna di questo nome in «un paese dove non avevano più corso le idee, dove i principi – ancora proclamati e conclamati – venivano quotidianamente irrisi, dove le ideologie si riducevano in politica a pure denominazioni nel giuoco delle parti che il potere si assegnava, dove soltanto il potere per il potere contava»? Questo Rogas, per un verso, presenta alcuni cliché tipici del detective da romanzo poliziesco («come ogni investigatore che si rispetti, che abbia cioè di se stesso quel rispetto che vuole poi riscuotere dai lettori, Rogas viveva solo; né c’erano donne nella sua vita», osserva Sciascia, quasi abbattendo la quarta parete, come farà altre volte in corso d’opera), ma per altri aspetti è un inquirente anomalo, uno che ragiona ad ampie volute sulle cose del mondo e che lavora ai propri rapporti con una cura tale da renderli incomprensibili ai burocrati chiamati a protocollarli, al punto da apparire ai loro occhi, ovviamente con discredito, come una specie di intellettuale (ed anche se Sciascia non poteva ovviamente immaginarselo, viene subito in mente Giovanni Falcone – magistrato, sì, ma prima ancora antropologo del fenomeno mafioso, ed anche lui spesso schernito per questa sua pretesa). Così, quando, pur in presenza di un’ipotesi promettente, dai piani alti gli viene chiesto di indirizzare invece le sue ricerche sull’immancabile pista anarchica (ricordo che all’epoca Valpreda stava ancora in carcere), Rogas capisce che il problema è ben più grosso di quanto s’era immaginato e che alla fine il sospettato numero uno, posto che sia il vero colpevole dei delitti, sarebbe comunque il meno colpevole di tutti gli altri attori coinvolti nella vicenda.

A illuminarlo in tal senso è anche un confronto con il presidente Riches, ordinario di diritto e primo giudice di una qualche alta corte, il quale formula una compiuta teoria filosofica secondo cui l’errore giudiziario non è per definizione possibile, poiché compito della giustizia non sarebbe – dice lui - quello di verificare un’eventuale colpa, bensì di determinarla, in analogia con quanto accade nella celebrazione eucaristica, quando, al momento della consacrazione, la formula pronunciata dal sacerdote, foss’anche indegnissimo, trasforma realmente il pane e il vino nel corpo e sangue di Cristo. «Perseguire il colpevole, i colpevoli, è impossibile; praticamente impossibile, tecnicamente», così come non si possono esibire «prove oggettive» di nessun reato: anche se, da Voltaire in poi, andiamo raccontandoci che l’esercizio della giustizia consisterebbe nell’individuare le responsabilità personali di ognuno rispetto a un determinato codice di leggi, le cose starebbero ben diversamente. «La giustizia siede su un perenne stato di pericolo, su un perenne stato di guerra», e come in guerra non cade chi se lo merita, ma semplicemente chi è meno fortunato, così i colpevoli non sono tali perché abbiano effettivamente compiuto qualche misfatto, ma semplicemente perché rientra fra le prerogative essenziali del potere imporre che vi sia un colpevole e indicare chi lo sia. In ciò consiste l’«ingresso di dio nel mondo. Il solo ingresso che il mondo consente a dio». Anziché essere il baluardo estremo opposto alla pura forza, il diritto non sarebbe perciò altro che la versione civilizzata dell’atavico sacrificio rituale.

Quel di cui si accorge Rogas, man mano che procede nella sua indagine, è dunque che «dentro il problema di una serie di crimini che per ufficio, per professione, si sentiva tenuto a risolvere, ad assicurarne l’autore alla legge se non alla giustizia, un altro ne era insorto, sommamente criminale nella specie, come crimine contemplato nei principi fondamentali dello Stato, ma da risolvere al di fuori del suo ufficio, contro il suo ufficio. In pratica, si trattava di difendere lo Stato contro coloro che lo rappresentavano, che lo detenevano. Lo Stato detenuto. E bisognava liberarlo. Ma era in detenzione anche lui: non poteva che tentare di aprire una crepa nel muro». Che fare, cioè, quando è lo Stato stesso - l’istanza suprema che dovrebbe garantire l’ordine attraverso il rispetto delle leggi - ad assicurare, invece, quell’ordine tramite l’esercizio sistematico dell’illegalità? Occorrerebbe che lo Stato si facesse guerra da solo, ma, com’è noto, persino Satana, se si ribella contro se stesso, non può restare in piedi ed il suo tempo ormai è finito. Molto meglio eliminare i magistrati che si avventurano donchisciottescamente nelle zona d’ombra che tali devono restare – e già che ci siamo cogliere l’occasione per far fuori pure qualcun altro, così da sollecitare la consueta caciara funzionale al mantenimento dello status quo.

Ricordo di aver letto qualcosa di simile in un libro del giudice Rosario Priore, là dove questi affermava, a commento delle sue inconcludenti indagini su Ustica, che esiste una sfera d’azione in cui ne va dello Stato stesso e alla quale perciò non sono applicabili le consuete norme giuridiche, ma di cui si può solo tentare una ricostruzione storica (e c’è forse un’eco di tutto ciò anche nel monologo che Sorrentino fa fare al suo Andreotti nel Divo). Solo che per Sciascia hai un bel chiamarla ragion di Stato o scomodare l’Altissimo: dal suo punto di vista, ciò che in questo modo spregiudicato verrebbe difeso non sarebbe in fin dei conti nient’altro che il mero esercizio del potere da parte di chi esercita il potere per il puro fine di esercitare il potere. Dove, però – e credo che questo sia stato, all’epoca, il boccone più indigesto da mandar giù per una parte del suo pubblico – tale potere è per lui una metastasi talmente ramificata da coinvolgere nella sua concreta gestione tanto il legittimo detentore, quanto il sedicente oppositore. Il ministro può così affermare, dando di gomito, che «il mio partito, che malgoverna da trent’anni, ha avuto ora la rivelazione che malgovernerebbe meglio insieme al Partito Rivoluzionario Internazionale» (e tanti saluti al compromesso storico), anche se Amar, il leader dei rivoluzionari, «sa benissimo che io su quella poltrona ci sto meglio di lui; e ci sto meglio nel senso che tutti stanno meglio mentre ci sto io, il signor Amar compreso». D’altra parte, il funzionario di quello stesso Partito Rivoluzionario, quando, con il suo aiuto, tutto verrà insabbiato, concluderà: «siamo realisti (…). Non potevamo correre il rischio che scoppiasse una rivoluzione. (…) Non in questo momento».

Quanto ai contestatori extraparlamentari, che in teoria sarebbero immuni da questi maneggi, c’è assai poco da sperare in loro – e la mente torna nuovamente a Pasolini, questa volta al cantore di Valle Giulia, i cui versi riecheggiano in una poesia attribuita, nel romanzo, allo scrittore Nocio: «con arroganza ripetete a memoria / quel che non sapete / idee-spray schiuma di vecchie e nuove idee / (più vecchie che nuove) / che le vostre labbra squagliano e sbavano / come appena ieri in braccio alla mamma / - la mamma la mamma - / il gelato alla crema. E colano / dalle vostre barbe di protomartiri / coltivata impostura / finzione di una maturità che vi faccia / uguali al padre e idonei dunque all’incesto», eccetera eccetera. Questi sedicenti ribelli non sono altro che «dei cattolici vecchi, fanatici, funerari», che hanno riscoperto l’indice dei libri proibiti proprio nel momento in cui la chiesa lo sta riponendo nell’armadio. Anzi, «che peccato che la chiesa cattolica abbia tanta fretta di adeguarsi ai tempi: se si arroccasse, se tornasse ad essere chiusa e feroce come ai tempi di Filippo II, dell’inquisizione, della controriforma, costoro correrebbero dentro a sciami. Proibire, inquisire, punire: ecco quello che vogliono!». Oh che fastidio, per dispregio verso gli apparati, ritrovarsi schierati dalla stessa parte di questi minchioni!

«Robespierre che non aveva la barba / ride di voi della vostra rivoluzione». Eppure – ecco la sibillina profezia contenuta in questo libro – una rivoluzione ci sarà, anche se non saranno loro a farla. Lo Stato borghese sembra avere avuto fin qui una capacità di resistenza quasi inesauribile, ma sarà davvero così per sempre? Oppure lo squallido contesto messo qui in scena non è che il brodo di coltura di qualcosa di terribile che nessuno s’aspetta e che, quando diventerà operativo - e forse lo è già diventato - sarà comunque troppo tardi per essere fermato?

(finito il 29 luglio 2021)

Ho parlato di


Leonardo Sciascia
Il contesto. Una parodia
(Adelphi 2006)

114 p. | 10 €

(ed. or.: 1971)

lunedì 13 febbraio 2023

Piano meccanico

Questo libro comincia dal punto in cui di solito si concludono le favole. «Finalmente, dopo il grande bagno di sangue della guerra, il mondo era realmente libero da ogni terrore innaturale: fame, prigionia, torture, stermini di massa. Oggettivamente il sapere scientifico e le leggi internazionali avevano l’opportunità, lungamente attesa, di trasformare la terra in un posto nel complesso piacevole e confortevole in cui stare ad affrontare il Giorno del Giudizio». L’utopia ingegneristica positivista, alfine, ha prevalso, rendendo possibile l’istituzione in America di una sorta di paradiso terrestre tecnologico in cui non sono più le piante a produrre spontaneamente i loro frutti, bensì le macchine a fare tutto ciò che prima l’uomo poteva ottenere solo col sudore della sua fronte. «Dove gli uomini si erano scagliati un tempo l’uno contro l’altro urlanti, oltre a combattere sino all’ultimo respiro con la natura, s’udiva il ronzio, il brusio e il tintinnio delle macchine, che producevano componenti per carrozzine e tappi di bottiglia, motociclette e frigoriferi, televisori e tricicli: i frutti della pace». Non si potrebbe sperare di meglio, se non fosse che a scrivere queste righe è Kurt Vonnegut – e sebbene nel 1952, quando pubblicò questo suo romanzo d’esordio, non fosse ancora davvero quel Kurt Vonnegut che amiamo e conosciamo (soprattutto nello stile, non ancora apertamente anticonvenzionale) lo era già comunque quanto basta perché possiamo presagire che probabilmente non è tutto oro quel che luccica e che da qualche parte, lì in quel giardino futurista che trasfigura l’incipiente società del benessere post-bellica, stia già strisciando il solito serpente guastafeste.

Per aiutarci a mettere le cose nella giusta prospettiva, Vonnegut riprende, come spesso gli capita, la lezione delle Lettere persiane, registrando le impressioni che sulla società americana va via via maturando lo scià del Bharatpur, leader politico e spirituale di una imprecisata nazione orientale, uscito fuori dal suo palazzo arroccato fra i monti per venire a capire che cosa possa imparare il suo popolo dal paese più potente del mondo. É lui, ad esempio, a far notare al suo esterrefatto accompagnatore/traduttore (e ai lettori immersi in pieno maccartismo) che, a ben vedere, una società in cui la produzione è coordinata attraverso l’automazione per eliminare la competizione e lo spreco è semplicemente una variante di socialismo, giacché, quando è totalmente pianificato, anche il consumismo si rovescia in comunismo, sia pure di tipo non egualitario. Rientra fra le distorsioni paradossali del sistema anche la frustrazione dello scrittore di altissimo talento il cui libro non viene pubblicato perché «di ventisette pagine più lungo della lunghezza massima; il suo quoziente di leggibilità era di 26,3 (…) e nessun club toccherà mai nulla con un quoziente di leggibilità superiore a 17» - dove i “club” non sono altro che gruppi editoriali settoriali che, per rientrare nei costi di produzione, devono avere almeno mezzo milione di membri e offrire loro esattamente quello che questi ultimi si aspettano e che viene costantemente monitorato attraverso una fitta serie di sondaggi («santo cielo, pubblicare un libro che non piace alla gente farebbe fallire un club, così! (…) Riescono a offrire la cultura a buon mercato solo sapendo in anticipo che cosa vuole la gente e in quali quantità. E la gente ottiene esattamente ciò che vuole, sino al colore della copertina»). L’industria culturale funzionava già un po’ così allora, ma la componente satirica, pur presente in abbondanza, non mi pare la cifra dominante del testo, come non lo è quella puramente predittiva, benché si sia sempre tentati di giudicare i racconti distopici sulla base di quanto sarebbero riusciti ad anticipare del loro futuro, e benché lo stesso autore, in una sorta di microprefazione, ci metta su questa strada sostenendo che «questo libro non parla di ciò che è ma di ciò che potrebbe essere. I personaggi sono modellati su persone non ancora nate o forse attualmente in fasce».

A me pare piuttosto che Vonnegut provi a sviluppare in forma narrativa, e a problematizzare, una sorta di doppia tesi filosofica. La prima è che un mondo in cui la produzione fosse pressoché interamente demandata alle macchine (oggi noi diremmo agli algoritmi, perché ci pensiamo derealizzati, ma il concetto è lo stesso) è un mondo che priverebbe gli uomini di qualsiasi speranza di felicità. Gli uomini, infatti, «per natura, secondo ogni evidenza, non riescono a essere felici se non si impegnano in attività che li fanno sentire utili», poiché il «sentirsi utili e necessari» è «la base dell’amor proprio» - mentre si smarrisce letteralmente la propria identità quando si partecipa, in qualche modo, all’economia globale, ma senza capire bene come. Faccio dunque sono – potremmo dire – e se non faccio più nulla, perché è una macchina a fare il lavoro per me, cosa dunque sono? «L’uomo è sopravvissuto ad Armageddon allo scopo di entrare nell’Eden della pace perpetua, con l’unico risultato di scoprire che tutto ciò che aveva sperato di godervi, l’orgoglio, la dignità, il rispetto di se stessi, un lavoro degno di essere fatto, è stato condannato come inadatto agli esseri umani». Tuttavia, sebbene questo testo sia stato tradotto una prima volta in italiano (nel 1979) con il titolo Distruggete le macchine, non siamo di fronte a una geremiade neoluddista (l’ironia di Vonnegut, anzi, colpisce anche le velleità naturistiche di chi a un certo punto vorrebbe scendere dalla giostra). Il vero nocciolo della questione – la seconda tesi cui accennavo – è che, proprio perché faber prima che sapiens, l’uomo pare strutturalmente condannato, per superare i propri limiti, a costruirsi strumenti che a lungo andare finiranno per rendere superflua la sua stessa presenza sulla terra. Sembra, cioè, che il destino della specie umana sia quello, del tutto paradossale anche in termini di selezione naturale, di lavorare per mettersi da se stessa in panchina, ovvero che l’uomo si trovi sulla terra «per creare delle immagini di se stesso più durevoli ed efficienti e, quindi, per eliminare qualsiasi giustificazione della propria esistenza nel corso del tempo» (la conclusione del romanzo, da questo punto di vista, è eloquente, come lascio scoprire a chi lo vorrà leggere).

Il senso dell’essere umano sarebbe dunque quello di essere soppiantato – e ci potrebbe anche stare, se non fosse che saremmo noi stessi a creare le condizioni perché ciò avvenga, tra l’altro non attraverso un’apocalittica autodistruzione, bensì al termine di un pacifico, progressivo e inarrestabile raffinamento delle nostre conoscenze – pardon, del nostro know how. Insomma, siamo una corda tesa tra la scimmia e il tostapane, almeno fin quando penseremo a noi stessi sul modello delle macchine che noi stessi costruiamo. Perciò, quando un personaggio si chiede «a cosa servono le persone?», si capisce che Vonnegut, che in fondo è un pessimista, vorrebbe farci rispondere, con lui, “in fin dei conti, a niente”. Ma poiché, in modo del tutto irregolare, ancor più in fondo, è pure un umanista, forse ce lo fa dire solo per renderci consapevoli che un’adeguata cura dell’imperfezione, e non il mito dell’efficienza, è l'unica cosa che ci può salvare.

(finito il 18 luglio 2021)

Ho parlato di


Kurt Vonnegut
Piano meccanico
(Mondadori 2000)

(Urania 1393)

Trad. di A. Roffeni

362 pp. | 6.900 lire

(ed. or.: Player Piano, 1952)

giovedì 2 febbraio 2023

Neanche gli dei

Non ci avrei creduto neanch’io, se non l’avessi verificato in prima persona, ma pare proprio che fino all’inizio degli anni ‘70 nessuno abbia mai pensato di assegnare ad Isaac Asimov un premio per il miglior racconto o romanzo fantascientifico dell’anno – a lui, che la fantascienza non dico l’abbia inventata, ma è fra quelli che più ha contribuito a definirla e a renderla matura, guadagnandosi credito anche al di fuori della cerchia ristretta dei nerds e degli appassionati. Il problema è che, a quella data, già da più di un decennio Asimov aveva quasi abbandonato il genere per dedicarsi prevalentemente alla divulgazione scientifica, cosicché quella negligenza rischiava di diventare vergognosamente definitiva, appena mitigata dalla scelta di attribuire una sorta di "Hugo onorario" per la miglior saga di tutti i tempi al suo ciclo della Fondazione, nel '66. Sarà forse stato anche un po’ per questo che, quando nel 1972 il nostro è tornato alla letteratura – dice lui, per togliersi lo sfizio di raccontare una storia su un isotopo che non può esistere in natura e sconfessare così simpaticamente l’amico Bob Silverberg in seguito a una discussione avuta con lui a una convention – l’industria editoriale pensò bene di conferirgli per sicurezza quell’anno tutti e tre i principali premi allora esistenti, ossia l’Hugo, il Nebula e il Locus (che è come dire, per un regista, vincere per lo stesso film l’Oscar, il Golden Globe e la Palma d’oro al Festival di Cannes). A quel punto Asimov poteva davvero fare quello che voleva: non solo scrivere un romanzo per il gusto di togliersi un capriccio scientifico, ma anche farlo cominciare dal capitolo sesto, anziché dal primo, e dotarlo di una struttura complessa, suddivisa in tre parti nettamente distinte l’una dall’altra, con personaggi e ambientazioni diverse, sebbene legate fra loro da un comune filo conduttore (per cui, a tutti gli effetti, si tratta appunto di un’unica storia e non di tre distinti racconti). Il risultato è però tutt’altro che posticcio, ed anzi, letto a distanza di cinquant’anni, il libro acquista, se possibile, una vitalità ancora maggiore.

Tutto ciò, però, è assai poco rassicurante, se si considera che il titolo scelto da Asimov è un’allusione all’espressione schilleriana “contro la stupidità umana neanche gli dei possono nulla” – che è più o meno quello che tutti abbiamo pensato dopo aver visto un film come Dont’ look up. Il tema, del resto, è affine. Asimov immagina che l’umanità scopra per caso una fonte di energia pulita e apparentemente infinita, quando alcuni scienziati si imbattono in un campione di plutonio 186, che secondo le leggi fisiche del nostro universo non potrebbe esistere, e ipotizzano che provenga da un universo parallelo, “scambiato” con un analogo campione di tungsteno 186, che si presume abbia proprietà speculari (sia cioè stabile da noi, ma instabile da loro). Sottoposti alle leggi dell’universo in cui finiscono, i due materiali decadono, rispettivamente, l’uno nell’altro, innescando un meccanismo che lascio spiegare direttamente a lui: «il plutonio/tungsteno può compiere il suo ciclo all’infinito, avanti e indietro dal nostro universo al para-universo liberando energia prima nell’uno e poi nell’altro. Il risultato totale è il trasferimento di venti elettroni dal nostro universo al loro per ogni nucleo circolante, ma entrambi ricavano energia da quella che è, in realtà, una Pompa Elettronica inter-universale». Sembra la soluzione definitiva a tutti i problemi di approvigionamento energetico mondiale, ma non si può scherzare troppo con le leggi dell’entropia. Non esiste, infatti, una «strada che è in discesa nei due sensi». Qualcuno comincia allora a farsi domande inopportune e si allarma, perché capisce che questo continuo interscambio di materia tra i due universi potrebbe portare a una progressiva alterazione delle forze fondamentali del cosmo. La conseguenza è che a un certo punto il sole stesso potrebbe smettere di “funzionare”, con effetti facilmente immaginabili per l’umanità. Ma chi mai ha rinunciato alla propria gallina dalle uova d’oro perché messo in guardia da un’allarmata Cassandra? Tanto più se la catastrofe, posto che davvero ci sia, riguarderà qualche lontana generazione futura (“Perchè dovrei preoccuparmi dei posteri? Che mai hanno fatto i posteri per me?” diceva già Groucho Marx. E comunque i posteri oggi non votano). Da cui, appunto, l’amara conclusione: «è scoraggiante, davvero, la stupidità umana! Credo che non me la prenderei tanto se l’umanità si suicidasse a causa della sua crudeltà o anche solo per la sua temerarietà e imprudenza. Ma è così maledettamente poco dignitoso andare incontro alla distruzione per pura ottusità o stupidità! A cosa serve essere uomini, se poi si deve morire a questo modo?». Alla fine le leggi fondamentali della stupidità umana si rivelano insomma assai più forti di quelle della robotica.

Si dirà che – idea di partenza a parte – suona ormai tutto tristemente prevedibile (anche se più per colpa nostra che per colpa dell’autore). Ciò che non lo è affatto è la seconda parte del romanzo, che con uno stacco abbastanza netto ci proietta direttamente nel para-universo con cui siamo entrati in contatto, dei cui abitanti Asimov si diverte a descrivere, con sguardo etologico, la natura radicalmente aliena, sia sul piano fisico che comportamentale, riservandosi anche un gustoso colpo di scena finale. Questa sezione è ricca di dettagli e di finezze che meriterebbero più attente considerazioni, ma me ne resta solo un confuso ricordo. Mannaggia a me e al mio pudore che mi ha trattenuto dall’usare, in spiaggia, la mia solita matitina per riempire il libro di segni e sottolineature, senza l’aiuto dei quali un libro già letto diventa ostile e silente. Mi toccherà rileggerlo in una prossima estate, sempre che la stupidità umana non faccia finire il mondo prima.

(finito il 14 luglio 2021)

Ho parlato di


Isaac Asimov
Neanche gli dei
(Mondadori 2021)

(Urania collezione 222)

Trad. di B. Della Frattina

284 pp. | 6,90 €

(ed. or.: The Gods Themselves, 1972)


venerdì 20 gennaio 2023

Madrigale senza suono

Da buon accolito della sodalitas battiatesca, quando sento nominare Carlo Gesualdo, principe di Venosa, non posso trattenermi dal completare il distico aggiungendovi subito che fu musicista assassino della sposa: l’uomo rientra, infatti, in quella selezionatissima compagnia di spiriti eletti che il Maestro ci ha fatto conoscere evocandoli nelle sue canzoni come antidoto all’insopportabile protrarsi della fine del mondo. Questa è stata però solo la scintilla che ha acceso la curiosità per un libro che brilla poi di una potente luce propria – sebbene questa luce duelli senza tregua, pagina dopo pagina, con una non meno potente oscurità, come avviene nelle tele di Caravaggio, che qui non a caso compare in un cameo (sotto forma di «pittore delle annegate»), accanto a Giordano Bruno (il «distruttore di madonne»), accanto al povero, irrequieto, Tasso, quasi a ricordarci che, se nell’età di Shakespeare in Italia non ci fu nessun autore che possa essere posto sullo stesso piano di Shakespeare, ci furono però decine di personaggi degni di essere protagonisti di una delle sue tragedie, spiriti perennemente sospesi tra il tormento e l’estasi e nei quali questa febbrile tensione generò un dinamismo al tempo stesso meraviglioso e fatalmente autodistruttivo. Meno noto degli altri, Carlo Gesualdo merita nondimeno di stare al loro fianco.

«Io credo che se mai un uomo è stato realmente capace di perdere se stesso dentro qualcosa, ebbene, quell’uomo è il principe mio quando ascolta, e sembra entrare dentro un enorme tempio sonoro che lo avvolge, lo protegge, lo culla e gli fa dimenticare il mondo» - così lo descrive, ad esempio, un suo servitore. Carlo, tuttavia, non si limita ad ascoltare musica, ma la produce, ed anzi, per tutta la vita - non pago di essere riconosciuto come uno dei più grandi madrigalisti del suo tempo - appare letteralmente divorato dall’ossessione di trovarne una «mai ascoltata prima, che non avesse toni, che vagasse nell’infinito e nell’indistinto». Chi ha maggior competenza di me in materia assaporerà meglio tutti i dettagli tecnici di questa sfida, ma ne capisco quanto basta per intuire il travaglio di un artista che in punto di morte confessa di aver letto «libri che non si potevano leggere, e dentro questi libri si dicevano meraviglie, il mondo era più complesso di come io lo immaginavo e lo sapevo, era santo ed eretico insieme, era fluido e mutevole, era bello e feroce». Le sette note e i loro soliti accordi non sono più sufficienti per descrivere tanta magnificenza. Ahimé, «la musica non è infinita. (…) Infiniti però sono i mondi. Immaginate: esistono mondi, e sistemi che non sono questo, in cui forse i rapporti tra i suoni sono differenti, e molteplici, e inimmaginabili da chi, come noi, vede solo questa parte della creazione. (…) Io voglio che niente di ciò che ho fatto vada perduto, e voglio soprattutto fare mie tutte le combinazioni possibili e finora inesplorate. Voglio che in me si esaurisca tutta la musica possibile». Nientemeno.

Eppure quest’uomo ripropostosi di musicare «la voce di Dio», questo «meraviglioso tessitore di incastri», «questo genio fuori moda, che però ha immaginato, ben prima di molti altri, delle strade che la musica ha atteso secoli per percorrere», fu anche un omicida, e della peggior specie, uccisore della bellissima e amatissima moglie Maria d’Avalos, colta in flagranza di coito con l’amante, e con lui sventrata nel talamo, pur fra mille ripensamenti, per difendere l’onore del casato. Non sarà questo, peraltro, l’unico dramma patito da chi avrebbe «voluto soltanto poter cacciare e comporre» e invece si ritrova, dopo il delitto, a vivere quasi recluso nel maniero di famiglia, in un’Irpinia che assomiglia molto a come l’avrebbe potuta descrivere un esorcista dell’epoca, percorsa nottetempo da uomini-lupo soggiogati dalle streghe e puntellata di cavità fumanti simili agli sfiatatoi dell’inferno. Lo stesso castello dei Gesualdo, con tutte quelle stanze sotterranee da cui sembrano levarsi mostruosi lamenti, pare quasi la trasposizione fisica della psiche frantumata del suo ultimo signore. E insomma, vien facile chiedersi come può proprio un tale uomo «aver creato queste meravigliose cattedrali di suoni». La risposta che a un certo punto Carlo dà a se stesso, con un certo malsano autocompiacimento, è che «Dio ha voluto mandarmi il nutrimento di un dolore naturale, potente, che mi squassa nel corpo ma, sono sicuro, mi permetterà di comporre come non ho composto mai». E tuttavia, come imparerà sulla sua stessa pelle, «non si raggiungono certi abissi impunemente».

Ciò che fa di questo libro qualcosa di molto diverso dall’ennesimo romanzo storico – soprattutto dall’ennesimo romanzo storico in cui un personaggio più o meno famoso viene ingaggiato come detective – è la sua complessa stratificazione, oltre che l’assoluta qualità di una scrittura capace di reggere l’urto con l’indicibile. Del resto, Andrea Tarabbia ha indubbia personalità e non teme di misurarsi coi giganti: basti pensare che anche qui il punto di partenza, se non proprio uno scartafaccio, è comunque una presunta cronaca seicentesca. Con un gioco di specchi che sarebbe piaciuto molto a Umberto Eco, ma che è anche tipico dell’epoca barocca qui messa in scena, non è però per niente chiaro chi stia veramente raccontando la storia che ci viene proposta. Colui che, effettivamente, dice di farlo, ossia un servo nano e deforme del protagonista, «una creatura infelice» che però sembra visibile esclusivamente al suo padrone e solo vagamente percepito da fattucchiere o altri alienati – e che col passare della pagine si finisce per sospettare non essere altro che la proiezione di un grumo oscuro e informe presente nel cuore stesso di Carlo Gesualdo, nel qual caso sarebbe dunque egli stesso, obliquamente, l’autore delle sue memorie? Oppure Igor Stravinskij, che si dice essersi imbattuto nella cronaca in questione mentre stava lavorando alla sua riscrittura strumentale di alcune opere vocali di Gesualdo (il Monumentum pro Gesualdo da Venosa, appunto, eseguito per la prima volta nel 1960), e che quella cronaca si immagina annotare e commentare man mano, come se la stessimo leggendo noi per la prima volta con lui, ma che potrebbe averla in realtà scritta lui stesso per intero, fingendo solo di chiosarla, così da entrare più in sintonia possibile con la mente dissociata del suo protagonista e svelarne i suoi più inconfessabili segreti? Senza dimenticare, per restare sempre dalle parti di Eco, che pure qui si vagheggia di un presunto libro perduto, nella fattispecie il settimo volume dei madrigali di Gesualdo, nel quale l’autore, in una sorta di delirio, proclama di essere infine riuscito a fornire una partitura della sua musica impossibile – ma di cui, evidentemente, non c’è alcuna traccia documentata.

Affiora in questo ostentato inganno quasi una dichiarazione di poetica. Come già accennato, Gesualdo lamenta a un certo punto che «la musica presto finirà: si esauriranno tutte le combinazioni possibili tra le note, tutte le mescolanze di suoni, le dissonanze, le arditezze. Ogni cosa presto ci sembrerà la copia di qualcosa che abbiamo già ascoltato, e poi copia di copia, e poi copia di copia di copia. E così all’infinito, in un vortice che è quanto c’è di più vicino alla disperazione». A lui risponde implicitamente Stravinskij, quando afferma «che non esiste una creazione totalmente nuova, vale a dire che non appoggi su qualcosa che è già stato fatto prima di noi», aggiungendo, con una citazione nella citazione (questa volta da Picasso), «che il motivo fondamentale dell’arte non è la creazione, ma il dialogo, o il conflitto, con chi è venuto prima di noi». «Se non trovo resistenza, - conclude – ogni sforzo risulta inconcepibile: non si può costruire sul niente, qualsiasi lavoro risulterebbe vano». E non vale forse tutto ciò anche per la letteratura? Questo libro non va dunque preso come un resoconto attendibile della vita di un musicista cinquecentesco, né vuole esserlo, specie nel momento in cui vira decisamente sul visionario, quanto piuttosto l’esito del personale corpo a corpo intrattenuto con Carlo Gesualdo da Tarabbia, che in questo modo produce qualcosa che ricorda, sì, tante cose che abbiamo già letto (io ci ho ritrovato, per esempio, i sughi e gli umori di Camporesi, i tribunali della coscienza di Prosperi, nonché molti echi di quella letteratura medica rinascimentale su cui ho speso non pochi anni della mia vita), ma riesce ciò nonostante ad essere anche qualcosa di profondamente nuovo e diverso, attraverso cui possiamo comunque capire qualcosa in più anche di quell’epoca, perché se vogliamo davvero capire qualcosa non abbiamo altra scelta che provare a rifarlo.

Metto dunque da parte la mia consueta diffidenza verso le grida editoriali, che annunciano ad ogni uscita l’apparizione di un impareggiabile genio, e per una volta mi accodo al giudizio del risvolto del copertina, secondo cui questo è un romanzo importante, destinato a durare. Quantomeno, se lo meriterebbe.

(finito il 27 giugno 2021)

Ho parlato di


Andrea Tarabbia
Madrigale senza suono
(Bollati Boringhieri 2019)

378 pp. | 16,50 €

venerdì 30 dicembre 2022

2 giugno 1946. Storia di un referendum

Azzardo la previsione che quelle stesse altissime cariche dello Stato così solerti nel ricordare l’anniversario della nascita di un movimento neofascista saranno altrettanto pronte a celebrare, fra pochi giorni, il settantacinquesimo dell’entrata in vigore di una Costituzione antifascista, con la stessa impudenza con cui si pensa di poter cancellare le leggi razziali attraverso la consegna di un mazzo di fiori e la stessa nonchalance di chi fa finta di non capire che se volesse prendere davvero sul serio quella storia che dice di onorare dovrebbe mettere una bomba sotto il seggio più alto del Senato, anziché accomodarvicisi sopra e leggervi la Gazzetta dello Sport. L’indulgenza verso il Ventennio – che è in fondo una forma di autoindulgenza – arriva, del resto, da lontano. Ne fu primo protagonista lo stesso re Vittorio, quando provò inopinatamente a rifarsi una verginità il 25 luglio, liquidando Mussolini, sì, ma con juicio, come dimostra il fatto che nei gangli della pubblica amministrazione continuarono a esercitare la professione quelli che l’avevano fin lì fatto, senza particolari turbamenti, in nome del regime e nelle carceri, almeno fino all’8 settembre, continuarono a restarci quelli a cui, sempre in nome del regime, i primi avevano tolto la libertà (tutte cose, fra le altre, che spinsero Croce – e dico Croce, non Robespierre – ad affermare nel gennaio del ‘44 che «fin tanto che rimane a capo dello stato la persona del presente re, noi sentiamo che il fascismo non è finito, che esso ci rimane attaccato addosso, che continua a corroderci e a infiacchirci, che risorgerà più o meno camuffato, e insomma che, così, non possiamo respirare e vivere»). Un’Italia defascistizzata, almeno nelle forme, ma solidamente reazionaria, si pensava potesse piacere agli Alleati, probabilmente non era sgradita quantomeno agli inglesi e forse poteva davvero costituire un’ipotesi politica realistica, se è vero come è vero che il potenziale fascino esercitato dalla bella presenza del principe Umberto e di Maria José suscitò non pochi timori in chi contava di gettarsi alle spalle, coi fez e i littori, anche il sistema che ne aveva reso possibile l’ascesa.

É più o meno questo lo scenario di cui si occupa il libretto che Federico Fornaro ha intitolato al 2 giugno 1946, ma che ricostruisce in realtà la complessa vicenda che sta dietro a quel referendum, a partire appunto dalla caduta del fascismo, in quei quasi tre anni di continue tensioni tra una monarchia ampiamente screditata ma disposta ancora a giocarsi il tutto per tutto per restare a galla, i partiti del CLN desiderosi di dare vita a un’Italia profondamente rinnovata anche sul piano delle istituzioni e le forze d’occupazione straniere interessate a far sì che questa transizione avvenisse senza troppi sussulti e colpi di testa. Libretto particolare, per la verità, leggendo il quale ho avuto infatti la sensazione di essere accompagnato da un virgolettato all’altro, come nei centoni che mi costruisco quando, dovendo affrontare un nuovo tema, comincio a copiare, incollare, tagliare, cucire, smontare, rimontare, aggregare citazioni ed estratti presi di qua e di là fra le mie letture, finché non mi sembra che dal caos emerga un qualche filo conduttore – il che lo rende più un patchwork compilativo che un originale contributo di ricerca, ma proprio per questo, paradossalmente, utilissimo, in quanto chi lo ha realizzato ha fatto per te il lavoro sporco di raccogliere spunti che saresti invece dovuto andarti a cercare in volumi diversi.

Ed è proprio la voce in presa diretta dei protagonisti ciò che, in questi casi, incuriosisce maggiormente, in quanto non è detto che la percezione che i contemporanei avevano di quanto stava accadendo loro intorno coincida sempre con l’idea che ce ne siamo fatti noi a posteriori. Colpisce, ad esempio, soprattutto rispetto all’importanza epocale della questione, la scarsa rilevanza data dalla stampa all’introduzione del suffragio femminile, previsto già da un decreto emanato dal governo Bonomi prima della Liberazione (colpisce un po’ meno, invece, che chi ne diede notizia lo fece a volte, come Il Resto del Carlino, con titoli tipo “Mentre si muore di fame, ci si preoccupa del voto alle donne”: i redattori di Libero non hanno inventato nulla). Il timore che il voto alle donne potesse tradursi in una caterva di preferenze per conservatori e cattolici spiega almeno in parte la diffusione di questa freddezza nei partiti progressisti, quegli stessi partiti che si rivelarono peraltro anche i più titubanti nell’accettare il ricorso al referendum istituzionale, chiedendo che fosse invece demandata in toto alla Costituente la scelta del futuro assetto del paese. Sembra paradossale questa diffidenza mostrata verso il popolo proprio da parte di forze dichiaratamente popolari, ma è solo un segno delle ambiguità in cui sguazzano i populismi di ogni epoca e che mantiene viva nella cultura democratica la perenne tentazione della tecnocrazia. Poteva infatti apparire scontato che una popolazione impigrita dalla dittatura ed ancora sensibile agli ideali risorgimentali (le stesse brigate partigiane comuniste erano intitolate a Garibaldi, mica a Stalin) scegliesse in massa l’usato sicuro della corona sabauda anziché l’avventura inedita della repubblica – non per nulla erano i monarchici a spingere per il referendum – eppure accadde proprio il contrario, e fu un bene, perché, come infine anche i progressisti capirono, una repubblica partorita per alchimie di palazzo sarebbe stata infinitamente più debole e facilmente rovesciabile.

L’esito del referendum fu senza dubbio una sorta di miracolo laico che non cessa di sorprendermi. Come scrisse sul Corriere Calamandrei il 9 giugno ‘46, alla vigilia del pronunciamento definitivo della Cassazione, «mai nella storia è avvenuto, né mai ancora avverrà che una repubblica sia stata proclamata per libera scelta di popolo mentre era ancora sul trono il Re». Che noi stessi fatichiamo a metabolizzare quanto accaduto lo prova implicitamente il ritornello sui brogli che di tanto in tanto salta fuori e a cui in molti immagino continuino a credere, nonostante sia stato ampiamente smentito dai fatti e dalla logica (l’apparato burocratico che avrebbe potuto falsificare i dati era in realtà ampiamente filomonarchico), come se fosse più semplice per noi rappresentarci ai nostri stessi occhi nelle vesti di inguaribili truffatori anziché riconoscerci autentiche virtù repubblicane. Eppure sappiamo essere migliori di come ci disegniamo. Dovremmo solo ricordarcelo più spesso.

(finito il 25 giugno 2021)

Ho parlato di


Federico Fornaro
2 giugno 1946. Storia di un referendum
(Bollati Boringhieri 2021)

208 pp. | 14 €