mercoledì 27 settembre 2017

Storie globali

Stando alle Indicazioni Nazionali fornite dal MIUR, noi professori di storia dovremmo mettere a fuoco, nel secondo biennio liceale, «il processo di formazione dell’Europa e del suo aprirsi a una dimensione globale tra medioevo ed età moderna» - che è in fondo solo un modo di aromatizzare la consueta minestra eurocentrica con quel pizzico di globalizzazione che fa tanto XXI secolo. Oggi che i cinesi si comprano Inter e Milan, infatti, non si può più recitare la filastrocca hegeliana secondo cui «la storia mondiale procede da oriente a occidente, poiché l’Europa è senz’altro la fine della storia, l’Asia è il suo inizio», però – sotto sotto – l’impianto della manualistica e di conseguenza dell’insegnamento resta ancora un po’ irrigidito in quegli schemi. E così, alla prima lezione, apri il libro sull’immancabile mappa dell’Europa intorno all’anno 1000 e ti sforzi di descrivere quello che in essa non trova posto, spiegando che per capirla davvero occorrerebbe allargarla quantomeno al resto dell’Asia, che Baghdad all’epoca era tipo dieci volte più grande di Parigi, che - con tutto l’affetto per re Carlo che torna dalla guerra – fu la battaglia di Talas, in Kazakistan, e non la scaramuccia di Poitiers a costituire un autentico snodo decisivo per delimitare le aree di influenza tra il centro propulsore del mondo di allora, la Cina dei Tang, e l’Islam, agente di contatto fra i vertici opposti di un sistema di cui l’Europa non era che l’estrema periferia occidentale. Tu pensavi che le crociate fossero state il modo con cui i cavalieri medievali intendevano esportare la democrazia e invece scopri che «entro certi limiti (...) possono essere considerate una variante delle aggressioni portate da invasori provenienti da una semiperiferia in ascesa contro un’area centrale, più ricca e sviluppata, quindi appetibile, ma militarmente vulnerabile». Insomma, i barbari brutti sporchi e cattivi eravamo noi. E tutta l’intraprendenza successiva sarebbe scaturita dalla fame che aguzza l’ingenio, non da una qualsivoglia superiorità culturale: se ne avessero avuto davvero bisogno, i cinesi di Zheng He con la loro immensa flotta di navi di giunco sarebbero potuti approdare a Lisbona ben prima che i portoghesi raggiungessero Calicut.

Se fosse solo questo, si tratterebbe però comunque solo di una pur apprezzabile assimilazione dei risultati della decolonizzazione, con le sue varie implicazioni geofilosofiche. Il punto di vista della “world history” (all’italiana: storia globale) – di cui questo libro è una sorta di lucido discorso sul metodo incorporato in un saggio esplicativo – propone un passo ulteriore. Nell’idea di “apertura a una dimensione globale” è implicitamente contenuta, infatti, la nozione di una precedente “chiusura”. Nulla di più sbagliato. Le storie degli uomini non possono essere circoscritte in capitoli distinti, ciascuno dei quali corrispondenti a un “mondo chiuso” e autosufficiente (un po’ come nei sussidiari delle mie elementari, in cui ci sono i Sumeri, poi questi spariscono e di colpo arrivano gli Assiri e poi i Babilonesi e poi gli Ittiti e poi i Persiani e via discorrendo). L’approccio qui suggerito invita a «ripensare alla storia dei processi di interconnessione e di integrazione fra aree del mondo e civiltà, nella consapevolezza che la dimensione globale dei movimenti e degli scambi attraverso le linee di confine accompagna da sempre il cammino dell’uomo (...). Le civiltà non crescono solo per sviluppi interni ma anche attraverso le interazioni e gli scontri con altre civiltà». Insomma, è tutto un insieme di sommovimenti e contraccolpi, di farfalle che agitano le ali a ovest provocando uragani a est. Certo, per noi diventa più facile riconoscere questi processi quando l’occupazione portoghese di Malacca mette in crisi l’economia di Venezia o quando l’argento peruviano finisce direttamente in Asia lungo la via Acapulco-Manila trasportato da galeoni spagnoli. Ma ciò che si verifica a partire dal ‘500 è più che altro l’intensificarsi della connessione (e la sua progressiva estensione a tutto il mondo), non la nascita della connessione in quanto tale: reti globali erano state gettate da secoli lungo le rotte dell’Eurasia, tanto che c’è chi ha coniato l’espressione “Old World Web” per indicare il reticolo di relazioni che univa nientemeno che le grandi civiltà mediorientali del II millennio a.C. In fondo, si può risalire indietro fino alla prima rivoluzione urbana e alla specializzazione introdotta dalla lavorazione dei metalli. Siamo interconnessi da (almeno) cinquemila anni. Questa consapevolezza richiederà prima o poi di ripensare sul serio anche il modo di raccontarci la nostra storia. Per il momento ci serva da antidoto alle rivendicazioni idiote di chi vorrebbe erigere un muro anche intorno al proprio gabinetto.

(finito il 18 luglio 2017)

Ho parlato di


Vittorio Beonio Brocchieri
Storie globali
Persone, merci, idee in movimento
(EncycloMedia, 2011)

208 pp. | 14,50 €

giovedì 14 settembre 2017

Occhi nello spazio

Con la fantascienza alle volte accade di ritrovarsi nella stessa situazione di chi si propone di condividere un sogno che gli era apparso straordinariamente vivido e spaventoso nottetempo, ma che si rivela poi ai suoi stessi orecchi palesemente incongruo e sciatto non appena prova a raccontarlo ad altri; anche qui succede infatti di farsi totalmente coinvolgere da una storia finché si è sprofondati nella lettura (meglio se vacanziera), con tanto di wow, gulp e ka-boom in sottofondo, per poi scoprirsi in leggero imbarazzo al momento di spiegarne i dettagli a chi te ne chiede conto, perché suonano un po’ deliranti. Ora, premesso che io sono il classico allocco che abbocca ai dinosauri in copertina, qui tutto ruota intorno all’idea che su un qualche pianeta del cosmo, per ragioni al momento ignote (ma che immagino prima o poi verranno fuori, trattandosi di un’immancabile trilogia, peraltro risalente al pre-Jurassic Park), i tirannosauri si siano evoluti in una specie intelligente, nota come Quintaglio, capace di dare vita ad una società complessa, con le sue istituzioni, i suoi riti e un sofisticato sistema di norme comportamentali finalizzate a disinnescare l’aggressività latente inscritta nel loro codice genetico (ed è – questa ipotesi di una possibile comunità di predatori naturali, ossia di cacciatori riuniti in una civiltà almeno parzialmente urbana e sedentaria, ma senza agricoltura – una delle congetture più stuzzicanti ed elaborate del libro, con tanto di conseguenti corollari biopolitici e interessanti considerazioni sul collante garantito da una certa forma di religione “etica” introdotta a un certo punto per soppiantare i precedenti, atavici, culti legati proprio alla caccia e alla sua cruenta ideologia).

In questo scenario fa la sua comparsa da una provincia periferica il giovane Afsan, un apprendista astronomo, che altri non è se non l’equivalente squamato del nostro Galileo (ma anche un po’ di Colombo e di Magellano, per ragioni che si scopriranno in corso d’opera). Con acume e testardaggine, con la pervicacia di chi non ha istinti rivoluzionari ma semplicemente sa di avere ragione – e soprattutto con l’aiuto indispensabile di un tubo dotato di lenti con cui scrutare il cielo ­– Afsan smonta a poco a poco i principali dogmi su cui si regge la sua società, con un affascinante rovesciamento di prospettive cosmologiche rispetto alla nostra versione dei fatti (diciamo che il suo problema non sono le scabrosità della Luna né le sfere concentriche, ma l’intuizione alternativa di Sawyer è comunque egualmente intrigante). E poiché, a differenza del suo emulo mammifero, si rifiuta di abiurare, il nostro pagherà per questo uno dei prezzi più alti che si possano esigere da uno scienziato, vita esclusa. Ciò non gli impedirà tuttavia di ritrovarsi, ben oltre le sue intenzioni, al centro di una sorta di cospirazione, nel ruolo complicato di messia, anche in virtù della sua profezia sul destino segnato del pianeta, cui perviene, ovviamente, non attraverso visioni, bensì con sensate esperienze e necessarie dimostrazioni. Visionario è semmai il progetto finale di lanciare sé e i suoi compagni alla conquista del cielo grazie all’uso di macchine volanti, ispirate nientemeno che all’anatomia degli pterodattili, così da sfuggire al loro destino di morte (e qui siamo invece a metà strada tra Leonardo da Vinci e Jor-El di Krypton). Insomma, come temevo, suona tutto un po’ naif. Ma garantisco che è divertente. 

Ps: seguiranno episodi sul Darwinosauro e il Freudosauro.

(finito il 22 luglio 2017)

Ho parlato di


Robert J. Sawyer
Occhi nello spazio
(Mondadori, 2017)

(Urania 1644)

trad. di M. Jatosti

266 pp. | 6,50 €

(ed. or. Far-Seer, New York 1992)

mercoledì 30 agosto 2017

La crisi della ragione

Quando ho voglia di civettare, a chi mi dà del “filosofo”, rispondo – per celia, ma neanche poi tanto – che in realtà, propriamente parlando, mi considero piuttosto uno “storico delle idee”. Non si tratta di falso ideologico, in quanto tale competenza è effettivamente riportata sul mio titolo di studio. Ma se già è stato e continua ad essere complicato spiegare che cosa diavolo sia la filosofia, figuriamoci la storia delle idee. E poi perché proprio “storia delle idee” e non, come sarebbe ragionevole attendersi, “storia della filosofia”? Perché fare sempre i difficili?

Burrow si è inventato un’immagine che non mi dispiace, come abbozzo di risposta: «mi pare che il modo migliore di comprendere un periodo sia quello di pensare a esso come a un insieme di circoli che si intersecano dal punto di vista tematico, in cui gli stimoli, le aspirazioni, le speranze, le amarezze e le angosce intellettuali dei comportamenti trovano la loro genesi e divengono oggetto di investimento emotivo. É difficile che qualcuno possa ambire a collocarsi all’interno di ognuno di questi circoli; è peraltro vero che sono molti quelli che si muovono in più d’uno di essi. Le idee, invece – e con esse tutto ciò cui si riferiscono e di cui sono espressione – hanno proprio la caratteristica di rimbalzare, trasformandosi, da un circolo all’altro. Ecco perché un approccio puramente e semplicemente disciplinare alla vita intellettuale del passato è troppo limitativo. I discorsi e i dibattiti, e con essi gli stessi modi di discutere e di argomentare, hanno travalicato i limiti che, a costo di essere arbitrari, noi stessi abbiamo eretto». Così, grosso modo, in un libro di storia delle idee è più facile trovare capitoli dedicati a come una certa metafora abbia agito in contesti profondamente diversi (dall’idraulica al giardinaggio: non ci sono limiti) piuttosto che alla stringente ricostruzione dell’impalcatura logica di un argomento sostenuto da questo o quel filosofo.

La buttò lì, da profano: il nostro pensiero, complessivamente inteso, è uno strumento con cui cerchiamo di orientarci nel mondo, nè più nè meno che con le nostre mani; e come per risolvere un problema tecnico proviamo anzitutto a servirci di ciò che ci capita – appunto – per le mani, allo stesso modo facciamo col nostro pensiero, che è assai più contaminato ed elastico di quanto non ci piaccia credere: si usa quel che si ha a disposizione, e se questo non pare efficace, si prova qualcos’altro, spesso improvvisando, sulla base di analogie, esperienze pregresse o il ricordo di quanto si è letto in un vecchio romanzo d’avventura. Se si aggiunge che la storia è contigente, condizionata dagli ambienti e dai contesti, pare anche a me che studiare il modo in cui interagiscono questi pensieri (che chiamiamo “idee”, ma hanno i piedi ben piantati per terra) ci aiuti a capire qualcosa di quel che è successo (e alle volte anche di quel che succede) molto più che immaginare filosofi che discutono astrattamente fra di loro dall’alto di ipotetiche torri d’avorio. Il linguaggio tecnico spesso scende come la nottola di Minerva a cercare di giustificare visioni suscitate in modo tutt’altro che lineare e anche le questioni apparentemente più aride trovano un senso all’interno di una cornice e sotto la pressione di questioni vitali. Raccontare, perciò, l’incontro tra Wagner e Bakunin sulle barricate di Dresda nel 1848 o soffermarsi sui travagli interiori dei tanti intellettuali inglesi che abbandonarono la tonaca, ancora necessaria all’epoca per insegnare in molte Università d’Oltremanica, e cercarono altre soddisfazioni per il loro disilluso desiderio religioso – che sono poi alcune delle cose che descrive Burrow – ci permetterebbe di arrivare al punto assai più che confrontare solo i testi canonici della Grande Tradizione Filosofica Occidentale, anche se questo significa andarsi a occupare di personaggi al limite un po’ bislacchi.

Inciso: quando in un’ora di sostituzione, a uno studente poco amante della filosofia, ho accennato a Feuerbach presentandolo come una sorta di guru dei rivoluzionari tedeschi, uno che teneva conferenze sul vero senso del cristianesimo mentre si cercavano di rovesciare regimi che sull’alleanza col cristianesimo avevano basato la loro forza, (sì lo so ne ho fatto un Marcuse ante-litteram, ma in quel contesto mi sembrava appropriato), alla fine questi mi ha detto “beh, ma così in effetti è interessante”. Chiuso inciso.

Il problema con la storia delle idee è che, a riassumerle, certe ricostruzioni sembrano un pot-pourri un po’ generico (e sinceramente qui Burrow se la va anche cercare, provando a tenere insieme forse un po’ troppe cose in un arco di tempo forse un po’ troppo ampio, per risultare davvero perspicuo). Quindi io potrei anche qui provare a sintetizzare l’idea di base, secondo cui, dopo le grandi speranze suscitate dalle rivolte di metà Ottocento si sarebbe generato il classico riflusso, per cui, mancato l’appuntamento con l’apocalisse, si sarebbe cercato sfogo nell’ironia o in un materialismo che non fu altro che un idealismo sotto mentite spoglie, molto romantico e assai poco darwiniano (nonostante a Darwin spesso si richiamasse). Potrei dire come la gabbia di ferro di un sistema sociale sempre più integrato e l’illusione di un determinismo assoluto siano entrate in tensione con il volontarismo più o meno eroico di chi intendeva scrollarsi di dosso il peso della storia o riproporre miti arcaici contro la degenerazione civilizzatrice del tempo presente, attingendo al serbatoio di forze irrazionali provenienti da regni che si sottraevano al controllo dell’etica, della responsabilità, della coscienza. Però, messa giù così, sa un po’ di niente. Bisogna proprio leggersele direttamente, le pagine dedicate alla teosofia, a Frazer, a List, a Lagarde, a Gurdjeff, a Huysmans, a Renan, a Sorel, ai vari miti regressivi di fine secolo – e poi provare a giocare a “trova le differenze”, sotto l’ombrellone, sfogliando il giornale del mattino.

(finito il 6 luglio 2017)

Ho parlato di


John W. Burrow
La crisi della ragione.
Il pensiero europeo 1848-1914
(Il Mulino, 2002)

trad. di S. Poggi

XII-456 pp. | 23 €

(ed. or. The Crisis of Reason: European Thought 1848-1914, 2000)

lunedì 21 agosto 2017

Dalle nove alle nove

Prendiamo una giornata di inizio ‘900. Per quel che ne sappiamo – non mi pare che indizi interni lo smentiscano – potrebbe tranquillamente essere la stessa in cui Leopold Bloom se ne va a zonzo per Dublino. Solo che qui siamo a Vienna, e a guidarci tra il Liechtensteinpark e i caffé del Graben è lo stralunato Stanislaus Demba, personaggio «misero, ridicolo e terribile al tempo stesso» su cui da subito aleggia come l’alone di una qualche misteriosa maledizione. Il titolo stesso del libro, se da un lato ci fornisce la precisa scansione temporale dell’azione, che si sviluppa appunto tra i nove rintocchi del mattino e i nove della sera, dall’altro ce ne suggerisce il ritmo incalzante e angosciante al tempo stesso, proprio come un countdown avviato verso l’ora x in cui gli incantesimi svaniscono e i nodi vengono al pettine. Tra un estremo e l’altro, una carrellata di quadretti satirici della varia umanità soggetta a Francesco Giuseppe negli ultimi giorni degli Asburgo. Proiettate certe gag vorticose e amare tipiche del cinema muto (Charlot nella baita che si mangia le scarpe chiodate, per intenderci) su uno sfondo allucinato e vagamente fiabesco (tipo la storia di Peter Schlemihl che vende al diavolo la propria ombra) e avrete, se possibile, un’idea di quel che vi offrirà questa lettura.

La finis Austriae viene infatti ritratta con gli occhi di chi è nato e cresciuto nella Praga magica, capitale rimossa dell’Impero, che preme ai confini della realtà per riassorbirla nella sua aura metamorfica. Quell’atmosfera lì, un po’ sognante, Leo Perutz ce l’ha nell’anima (e ad essa ha dedicato un libro stupendo, Di notte sotto il ponte di pietra, dove ci stanno Keplero, il ghetto, Rodolfo II, la Montagna Bianca, il Golem e tutto il resto). É la stessa aria che respirava Kafka, di cui Perutz è praticamente coetaneo – e in un certo senso la parabola di Demba presenta qualche affinità con le vicissitudini che il povero Josef K. sperimenta con la giustizia, sebbene il nostro Stanislaus la coscienza non ce l’abbia proprio del tutto pulita: non ha resistito, infatti, alla tentazione, comprensibilissima per noi bibliofili, di tenersi un libro raro preso in prestito in università – un’edizione seicentesca di Calpurnio Siculo corredata di meravigliose xilografie. «Gente di regola molto retta e onesta in questo modo si fa una biblioteca», ma la sua vera colpa è stata il tentativo di rivenderla presso un antiquario quando è rimasto a corto di corone (il suo profilo è quello del classico studente-precettore in rotta con un mondo borghese indifferente ai suoi presunti talenti intellettuali e per questo vittima di manie di persecuzione). Scoperto, si ritrova intrappolato in un meccanismo micidiale che gli si stringe intorno senza pietà, schiacciandolo poco per volta nonostante i suoi tentativi (spesso farseschi) di divincolarsene e la sua protesta velleitaria quanto visionaria: «che l’umanità abbia il potere di castigare, è questa la causa di tutta l’arretratezza spirituale. Non ci fossero castighi, si sarebbero già da tempo trovati i mezzi per rendere i crimini impossibili, superflui e inutili».

Si intrecciano come due spirali intorno al protagonista. Una è quella sociale, per cui Demba, abbottonatissimo nel suo soprabito e portatore di un segreto inconfessabile, viene di volta in volta rivestito dalle immaginazioni dei suoi vicini, che lo etichettano ora in un modo ora nell’altro, fino all’assurdo di indurlo a comportarsi come se tali fantasticherie fossero davvero reali: che è un po’ come dire che ciò che noi siamo è nella testa degli altri, che quello che ci viene attribuito è più consistente di ciò che abbiamo davvero. L’altra è quella narrativa, la logica paradossale ma spietata con cui Perutz sviluppa le conseguenze di un assunto tanto semplice quanto sorprendente, con la stessa sadica perversione che Cervantes usa nei confronti di Don Chisciotte per inguaiarlo nelle situazioni più improbabili. In fondo anche questa è la storia di una solitudine e di una rovina, di un cappio infilato intorno al collo, ulteriormente stretto da chi ti vorrebbe aiutare e magari allentato da chi sembrerebbe un nemico, di incontri mancati che avrebbero potuto dare una svolta, di una testarda iterazione dei propri errori, di una vita che ti sfugge rapidamente fra le mani negandoti poi quel che ti ha promesso allor per spingerti a muoverti, di un’evasione sospirata e chissà poi se davvero raggiunta. «Il giorno, ormai folle, lo aveva braccato, ora dopo ora, senza misericordia lo aveva sbattuto di qua e di là come un fragile guscio di noce». Lascio a voi scoprire se si è spezzato o ha resistito.

(finito il 29 giugno 2017)

Ho parlato di


Leo Perutz
Dalle nove alle nove
(Adelphi, 2003)

Trad. di M. Consolati

212 pp. | 14 €

(ed. or. Zwischen neun und neun, 1918)

mercoledì 9 agosto 2017

Bella e perduta

Appartengo a una generazione che, pur essendosi sbarazzata senza troppi rimpianti della piccola vedetta lombarda, ha ancora fatto in tempo a mandare a memoria, alle elementari, i versi del Giuramento di Pontida e della Spigolatrice di Sapri – gettonatissima, tra l’altro, all’esame di quinta per il suo incedere cantilenante e facilmente assimilabile (“eran trecento eran giovani e fooorti e sono moooorti”...). Attraverso questo filtro, il Risorgimento mi è apparso a lungo come una sorta di teatrino polveroso, paludato e involontariamente comico, aneddotico più o meno come le imprese dei sette re di Roma. C’è voluto il centocinquantenario dell’Unità d’Italia, a suo tempo, per indurmi a riaprire il faldone e provare a capirne un po’ di più. Il materiale narrativo e saggistico non mancava. Per dire, anche se l’ho letta ora, fu proprio in vista di quell’anniversario che Villari scrisse questa sintesi militante, allo scopo di anticipare i distinguo e i “si però” della pubblicistica antirisorgimentale che – s’immaginava – sarebbe stata prodotta per affermare quanto si stesse meglio quando si stava sotto l’Austria e i Borbone (e poi i briganti e la tassa sul macinato e la rivoluzione senza popolo eccetera eccetera eccetera). Quando, però, il 2011 arrivò per davvero, le discussioni storiografiche sul significato storico dell’indipendenza, se ci furono, rimasero come strozzate in gola di fronte al pericolo concreto che quell’indipendenza esaurisse ingloriosamente il suo ciclo sotto forma di bancarotta e commissariamento, quel mambo sull’orlo del precipizio che fece da preludio al governo Monti.

Non so cosa Villari abbia pensato di quella svolta politica, ma c’è un punto, nell’introduzione, che col senno di poi, può aiutare a capire perché valga la pena continuare a misurarci con gli uomini che fecero l’Italia. Costoro, scrive, «sono maturati all’interno di un sistema conservatore e di interdizioni religiose e culturali. Con un’angoscia di fondo: che l’Italia rischiasse di perdersi per sempre. (...) Bisognava reagire. Ora o mai più». Come sarebbe accaduto nel 1943 (si noti: nell’un caso come nell’altro, grazie al contributo essenziale di tanti giovani e giovanissimi). Come probabilmente non è accaduto fino in fondo nel 1992-1993, al principio di una parabola forse ancora in corso (questo sosteneva, tra gli altri, Paul Ginsborg in un libretto ancor più militante uscito sempre per il centocinquantenario, Salviamo l’Italia, letto a suo tempo). C’è qui la rivendicazione di una distinzione netta tra amor di patria e acritico nazionalismo, nella misura in cui il disgusto per ciò che si è diventati o si rischia di diventare, se prevalgono amorali e intolleranti, ronde padane, pompieri piromani, caporali di Rosarno, finanzieri youtubers, trasformisti del 2%, furbetti del cartellino, e chi più ne ha più ne metta, anziché annacquarsi nel cinico autocompiacimento del “siamo fatti così, rossi, neri, tutti uguali” per cui ci meriteremmo Alberto Sordi, diventi invece un motivo sufficientemente potente per sbloccare la molla del riscatto (in fondo gli americani che si sono ritrovati Trump alla Casa Bianca mica bruciano le loro bandiere in cortile, ma cercano di mostrare che esiste anche un’altra America, qualunque cosa se ne pensi).

«La nausea è stata dunque, tra tanti altri, quel prezioso stato interno che ha segnato anche emotivamente la differenziazione ideale da sistemi di governo anacronistici e grotteschi. E, oltre ogni retorica, il patriottismo risorgimentale è stato alimentato, non solo per via letteraria, da emozioni come questa. Una somatizzazione politica, individuale e collettiva, sempre utile, comunque, in eventuali, analoghe repliche della storia». Verrebbe da pensare: in età di nuove “primavere”, di conflitti globali e di risposte spesso miopi, inadeguate, quando non apertamente disumane. Solo che nell’Ottocento non ci si fermò ai vaffa-day (pur non mancando proteste vagamente situazioniste, come lo sciopero del fumo nella Milano di Radetzky). Di questo libro piace appunto l’insistenza sul carattere pensato, persino poetico, del Risorgimento, per cui strategie politiche spesso incaute erano comunque sorrette dalla riflessione di intelligenze preparate e cosmopolite, che diedero il loro contributo «in idee armate più che in armi», parlando magari di agricoltura, letteratura, tecnologia o sviluppo economico sulle tantissime gazzette attecchite nelle aiuole garantite dalla limitata libertà di stampa. Si usavano ancora i torchi anziché i tweet, ma era ben chiaro l’intento di fare della circolazione delle idee un barricata contro i dispotismi (nel marzo 1848 il quotidiano “L’Alba” di Firenze pubblicava una lettera aperta del giovane Marx in cui si proponeva appunto una collaborazione con la “Neue Rheinische Zeitung”).

E a tal proposito, piace ancor di più il respiro europeo, la volontà di sprovincializzare l’esperienza risorgimentale, senza rinnegare l’originalità soprattutto del suo precipitato finale, per agganciarla a coeve esperienze internazionali, nel segno di una battaglia comune che si poteva combattere a Roma come in Grecia, a Parigi come in Polonia, in un’Europa disseminata di esuli. Nella consapevolezza che nulla fosse scontato e che la transizione alla modernità – perché è di questo, poi, che si parla – sarebbe potuta avvenire in molti modi, come progressiva estensione delle libertà e dell’inclusione sociale, sì, ma anche sotto forma di paternale e reazionario bonapartismo – o persino di “borbonismo”, i cui esponenti «ritenevano non necessarie alla società le persone istruite, tranne, dicevano, i medici per curare gli ammalati e gli ingegneri per costruire le case». «E veramente la modernità dell’Italia del Risorgimento risiede nelle sue ascendenze culturali più che nel patriottismo armato, nella controversa idea di nazione e nei programmi politici e costituzionali dei suoi sostenitori. É la modernità dell’Illuminismo europeo, del razionalismo filosofico e della scoperta della libertà come strumento di opposizione e come “mezzo” del cambiamento, delle innovazioni, delle rivoluzioni, di conquista di un valore essenziale, la giustizia». Disegno da portare ancora, e forse sempre, a compimento.

(finito il 3 giugno 2017)

Ho parlato di



Lucio Villari
Bella e perduta
L'Italia del Risorgimento
(Laterza, 2012)

XIII-345 pp. | 10,50 €

(1ª ed., 2009)

venerdì 21 luglio 2017

I fantasmi dell'Impero

É notizia di qualche giorno fa che Asmara, la capitale dell’Eritrea, è stata inserita nella lista dei Patrimoni dell’Umanità dall’Unesco – e poiché nella motivazione si fa esplicito riferimento alle opere urbanistiche intraprese durante la colonizzazione e, in particolare, sotto l’Impero, i nostalgici potranno avere d’ora in poi una terza insospettabile motivazione, dopo la bonifica dell’Agro Pontino e i celebri treni in orario, per magnificare i tempi di “quando c’era lui”. Se tutto va bene l’Agro Pontino lo vedrò coi miei occhi tra qualche ora, prima tappa delle vacanze. In Africa Orientale ci sono invece stato con la fantasia, leggendo questo appassionante romanzo ambientato per lo più nei mesi successivi alla Campagna d’Etiopia, quando i cinegiornali annunciavano in Italia che la guerra era finita e stravinta, mentre sul campo ancora si combatteva – e si sarebbe combattuto praticamente senza sosta fino alla conquista inglese (en passant si fa notare che in effetti per i veterani dell’Etiopia, riciclatisi poi magari a Salò, la guerra durò complessivamente nove anni, senza effettive interruzioni, se non di scenario).

Dichiarare la fine della guerra, però, non era solo la classica mossa di propaganda per abbonire le masse. Negando agli avversari lo statuto di belligeranti e retrocedendoli alla stregua di ribelli se ne poteva fare un po’ quello che si voleva senza troppe preoccupazioni e persino con un carisma di legittimità. É questa quella che viene chiamata, a un certo punto, «la forza del diritto: parti da un assunto sbagliato, ne fai discendere una serie di conseguenze corrette e il tutto sembrerà perfettamente logico» (discorso che vale, tra l’altro, anche per certa teologia). Protagonista della vicenda è appunto un intelligente e onesto giudice militare, Vincenzo Bernardi, incaricato dal viceré Graziani di sbrogliare una matassa ingarbugliata nella regione del Goggiam, dove sta montando una rivolta che il governatore teme sia stata pilotata dai suoi avversari per scalzarlo dalla poltrona. Per implicita ammissione degli autori si tratta di un viaggio nel cuore di tenebra italiano, solo che al posto di Kurtz, laggiù, nei luoghi non segnati sulle mappe, troviamo squadristi che dopo aver vissuto la loro primavera di bellezza coloniale si sono ritrovati loro malgrado a presidiare il buco del culo del mondo, arraggiandosi come meglio credono. Il contesto è quello di uno stato d’eccezione permanente, in cui un oscuro geometra di Ardea, per dire, si trova ad avere un assoluto potere di vita e di morte sugli abissini, prima di rientrare nella quotidianità di provincia, al congedo, e chiedersi se sia stata davvero la stessa persona ad aver fatto tutto quello che aveva fatto (un po’ come i torturatori di Abu Ghraib e tutte quelle brave persone che, quando cambiano le regole sociali, da volontari della pro loco diventano magari i peggiori aguzzini).

Di fronte a ciò che man mano vede e scopre, Bernardi – che è uno scafato, mica una mammoletta: uno che aveva costruito argomenti giuridici per giustificare rappresaglie – non può fare a meno di rividere le nitide categorie con cui si era buttato nella missione. Che cos’è la verità? Quella storica, i fatti come sono realmente andati, oppure quella processuale, quella cui si accede attraverso le prove? «Io – dice, in un momento di autocoscienza – ho sempre preferito la prima, eccome se l’ho preferita... ma ora mi diventa chiaro che l’unica verità possibile è quella relativa, umana, imperfetta. La verità assoluta, in nome della quale tante volte abbiamo ucciso, è inaccertabile e inaccettabile. Qualcuno ha detto che le convinzioni sono nemiche della verità più delle bugie... Devo ammetterlo e lo ammetto: ho cercato la verità anche in fondo a grida di dolore, sempre credendo di essere nel giusto, mentre avrei dovuto accettare il rischio di fallire». Questa riflessione metagiuridica e garantista percorre tutto il racconto, ma non inganni. Ci muoviamo perlopiù tra l’avventura esotica, la docu-fiction, una spruzzatina di romance e la spy-story in cui tutti giocano una partita senza sapere esattamente quale sia la maglia della loro squadra. Gli autori hanno scovato alcuni documenti d’archivio, hanno provato a unire i puntini e hanno tirato fuori una ricostruzione verosimilmente falsa, con personaggi in gran parte esistiti, per suggerire una fascinosa ipotesi storiografica, su cui sorvolo onde evitare spoiler (ma che chiama in causa i grossi calibri di Roma).

Il tutto è condito molto bene, coi tempi giusti, e con un sapiente ricorso all’inserimento di documenti ufficiali a scandire le varie tappe della vicenda. Non sarà andato tutto esattamente così? Che importa? Del resto, non sempre si può arrivare alla verità tutta intera e alla giustizia che ne consegue. «Come si può portare giustizia dove l’intrecciarsi capriccioso delle circostanze, del trascorrere degli anni, della ragione di Stato, ha reso impossibile la celebrazione di un processo?»: sono queste le riflessioni che Bernardi rimastica nell’epilogo, all’inizio degli anni ’50, quando accoglie la sentenza che condanna il camerata Kappler non già per la strage in sé delle fosse Ardeatine, ma per aver ucciso cinque civili in più di quelli previsti dagli ordini ricevuti (tutto vero, tra l’altro). E allora si può considerare questo libro come una grande allegoria della nostra torbida storia patria, specie in questi giorni in cui si ricorda Via D’Amelio e arrivano le prime sentenze di Mafia Capitale. La verità assoluta, forse, è al di là delle nostre possibiltà, forse non la sapremo mai fino in fondo, forse non tutti i torti saranno compensati da una pena (il torto stesso tende a volatilizzarsi, in base a chi vince le guerre: lo stesso atto si converte in una medaglia o nell’ergastolo, a seconda delle situazioni). E tuttavia, là dove non arriva il diritto, c’è ancora un modo per provare a fare giustizia: «cercare la verità, per far sì che qualcuno la raccontasse». «Accendete la luce e cercate», qualcosa ne uscirà.

(finito il 18 giugno 2017)

Ho parlato di



Marco Consentino, 
Domenico Dodaro, 
Luigi Panella
I fantasmi dell'Impero
(Sellerio, 2017)

552 pp. | 15 €


martedì 11 luglio 2017

La vita agra

Se l’innocuo galagone di Caproni ha suscitato così tanti turbamenti in rete, quale subbuglio avrebbe potuto produrre, fra le fonti del tema di argomento storico della maturità, un’eventuale citazione di Bianciardi? Ne butto una lì, tanto per inquadrare il tipo: «il metodo del successo consiste in larga misura nel sollevamento della polvere. É come certe ali al gioco del calcio, in serie C, che ai margini del campo, vicino alla bandierina, dribblano se medesime sei, sette volte, e mandano in visibilio il pubblico sprovveduto. Il gol non viene, ma intanto l’ala ha svolto, come suol dirsi, larga mole di lavoro. Così bisogna fare nelle aziende di tipo terziario e quartario, che oltre tutto, ripeto, non hanno nessun gol da segnare, nessuna meta da raggiungere».

Dissezione contropelo del boom economico, o se volete suo negativo fotografico, scritto corsaro infarcito di minima moralia (la figura del capocellula comunista che di mestiere fa il coiffeur per cani avrebbe fatto la sua bella figura in Adorno e perfino alla Leopolda, ma ce n’è a bizzeffe di casi simili), lucido nella denuncia, visionario nella prognosi e crudamente realistico quando parla di boiler inceppati, di code alle poste e bollette da pagare, La vita agra restituisce uno spaccato in presa diretta della Milano in tumultuosa trasformazione cantata dal primo Gaber (siamo nel ’62, due anni dopo La dolce vita romana di Fellini), che però, con appena qualche aggiornamento tecnologico, potrebbe adattarsi anche a tanta parte dell’Italia odierna, tramontata la breve stagione dello Statuto dei Lavoratori. Che razza di libro sia non è facile dirlo – forse un’autobiografia maledetta che sfocia nel manifesto eversivo, con un filo narrativo che tiene insieme la preponderante vocazione saggistica (in questo Houellebecq gli assomiglia: chissà perché mi trovo spesso a flirtare con gli anarcoidi). In un certo senso potrebbe essere definito un libro performativo, perlomeno nelle intenzioni. Il protagonista – alter ego dell’autore (anche qui sta il bello) – sale infatti a Milano dalla Toscana con l’intento di vendicare con un attentato i 43 minatori morti in seguito a un incidente causato dalle negligenze della loro azienda in materia di sicurezza sul lavoro (l’incidente avvenne davvero, a Ribolla, nel 1954, e Bianciardi se ne occupò in prima persona quand’era animatore culturale nelle campagne del grossetano. Il calcolo dei dirigenti fu spietatamente efficiente: conviene pagare i risarcimenti alle famiglie delle vittime e avere un pretesto per chiudere un impianto in perdita anziché provare a metterlo in regola per evitare la strage. E il responsabile «oggi aumenta i dividendi e apre a sinistra», si nota malignamente). Al posto della bomba, Bianciardi lancia però la sua invettiva, disinnescata nel più perfido dei modi: col successo – effimero, s’intende, di quello che non mette radici e basta un po’ di sole per seccarlo, ma intanto ti sterilizza la vis polemica e rende l’apocalittico, suo malgrado, integrato.

Oggi ci tocca perciò riscoprirlo (non ha l’alone mitico di un Pasolini), ma vale la pena farlo, anche per le sorprendenti invenzioni linguistiche di cui sono piene pagine come questa, in cui leggiamo una critica al PIL che ricorda un celebre discorso pronunciato qualche anno dopo da Bob Kennedy, innestata su un ragionamento in cui affiora già la scommessa della decrescita: «è aumentata la produzione lorda e netta, il reddito nazionale cumulativo e pro capite, l’occupazione assoluta e relativa, il numero delle auto in circolazione e degli elettrodomestici in funzione, la tariffa delle ragazze squillo, la paga oraria, il biglietto del tram e il totale dei circolanti sul detto mezzo, il consumo del pollame, il tasso di sconto, l’età media, la statura media, la valetudinarietà media, la produttività media e la media oraria al giro d’Italia. Tutto quello che c’è di medio è aumentato, dicono contenti. E quelli che lo negano propongono però anche loro di fare aumentare, e non a chiacchiere, le medie; il prelievo fiscale medio, la scuola media e i ceti medi. Faranno insorgere bisogni mai sentiti prima. Chi non ha l’automobile l’avrà, e poi ne daremo due per famiglia, e poi una a testa, daremo anche un televisore a ciascuno, due televisori, due frigoriferi, due lavatrici automatiche, tre apparecchi radio, il rasoio elettrico, la bilancina da bagno, l’asciugacapelli, il bidet e l’acqua calda. A tutti. Purché lavorino, purché siano pronti a scarpinare, a fare polvere, a pestarsi i piedi, a tafanarsi l’un con l’altro dalla mattina alla sera».

A questa microfisica della tolleranza repressiva Bianciardi oppone un paradossale elogio dell’inefficienza, della lentezza e del rallentamento (memorabile l’episodio in cui racconta di essere stato arrestato perché, camminando piano, ha dimostrato un “atteggiamento sospetto” al questurino della buoncostume). «Occorre che la gente impari a non muoversi, a non collaborare, a non produrre, a non farsi nascere bisogni nuovi, e anzi rinunziare a quelli che ha». Si abbandonerà «tutto ciò che ruota, articola, scivola, incastra, ingrana e sollecita», poi sarà la volta delle materie sintetiche, dei metalli e della carta – e su queste premesse si formeranno comunità isolate nei luoghi più salubri (le città inquinate essendo tutte occupate dalle formiche operaie umane che si muoiono addosso e vanno avanti, avanti, avanti): qui si praticherà un’economia del dono e del tempo libero, si ritornerà alla tradizione orale, che lascerà spazio solo ai capolavori, si coltiveranno sentimenti nobili e amore libero, finché questo «neocristianesimo a sfondo disattivistico e copulatorio» prenderà il sopravvento sulla nostra società spettrale, in cui «non trovi le persone, ma soltanto la loro immagine» (e questo ben prima che nascesse Facebook). Oppure no, perché la società morde, le scadenze incombono e bisogna pur portare avanti il gioco, fino allo stremo.

(finito il 2 giugno 2017)

Ho parlato di




Luciano Bianciardi
La vita agra
(Feltrinelli, 2013)

208 pp. | 8,50 €

(ed. or., 1962)