lunedì 17 luglio 2023

Dune

Da ragazzino, desideroso com’ero di conoscere tutto il conoscibile e tuttavia consapevole di non sapere in realtà nulla del mondo (ancora nulla, mi piaceva credere, nella mia beata ingenuità), stimolato da un gioco venuto fuori quasi per caso facendo interagire fra loro i diversi pupazzetti che mi giravano per casa, per un certo periodo pensai che forse potesse valere la pena di forgiarmene uno tutto mio, di mondo, con la sua geografia, la sua storia e la sua mitologia, di cui fossi detentore unico e coscienza assoluta senza dover attraversare l’estenuante fatica del concetto. Vi centrifugai ciò che avevo saccheggiato dalle mie disperse letture, buttandoci dentro pure tutte le mie incipienti manie per le mappe, gli alberi genealogici, le lingue fittizie, e in generale per quelle ampie sezioni introduttive di giochi di ruolo a cui non avevo mai giocato e che chissà come mi erano comunque finite per le mani (non mi stancherò mai di sottolineare di avere avuto un’infanzia predigitale, quando le cose non erano così facilmente accessibili come oggi, specie in provincia, e certi incontri avevano davvero del miracoloso). Quel poco che ebbi il coraggio di sottrarre al piano della pura fantasia lo annotai su carta e purtroppo o per fortuna è pressoché del tutto andato perduto, salvo – ma queste vennero poi molto tempo dopo – le pagine iniziali di un possibile romanzo che in quel mondo avrei avuto intenzione di ambientare. Per un sussulto di lucidità o per mera pigrizia, però, non ci ho creduto abbastanza. Frank Herbert è invece uno di quelli che (come Asimov, come George Lucas, come Tolkien, come Eiichiro Oda) ci ha creduto fino in fondo e ne ha tirato fuori questo libro pazzesco che è Dune, con tutto il ciclo che ne consegue (per ragioni affettive gli preferisco pur sempre quello di Hyperion, che però senza Dune sarebbe stato inimmaginabile).

Qui si entra pianissimo, a poco a poco, proprio come se il corpo dovesse prendere davvero confidenza con un’altra gravità o il respiro con un’altra atmosfera. Tecnicamente, credo sia la parte più difficile da scrivere, perché si tratta di spiegare una alla volta le regole d’ingaggio disponendo le pedine sul tavolo, non solo senza disorientarti troppo, ma facendoti già un po’ provare l’ebbrezza del gioco. Per me – che sono capace di apprezzare la cornice più del dipinto (anche se qui la distinzione è opaca, in quanto la cornice, in un certo senso, è essa stessa il dipinto) - fu un’esperienza folgorante, immersiva, affrontata tutta d’un fiato, tanti anni fa, prima di abbandonare inopinatamente la lettura di colpo - mi piacerebbe pensare perché abbacinato dalla grandezza della visione (qualcosa di simile mi è davvero capitato, con Melville, con Dostoevskij, con Proust), ma più probabilmente per qualche fortuita coincidenza della vita (andando a rivedere le date, credo ci fosse di mezzo l’esame di ammissione al TFA, che assorbì per mesi quasi tutte le mie energie mentali). La curiosità per il film di Villeneuve mi ha spinto a riprendere il filo e a seguirne lo sviluppo sino alla fine. Ed è stato in quest’occasione che ho scoperto che, superata la parte iniziale, poi il libro accelera, eccome se accelera. Certo non è brevissimo – sono circa 700 pagine nella mia edizione – ma a soppesarlo tutto, a lettura finita, non sembra veramente possibile che ci stiano davvero tutte quelle cose, lì dentro (tant’è che il film stesso, in due ore e mezza, riesce a riprenderne solo la metà, a occhio e croce).

Naturalmente, come si conviene all’epica, che vive di archetipi, non tutti gli ingredienti sono originali. Abbiamo anche qui, come altrove, progetti segreti pianificati su scala cosmica e millenaria, frutto dell’interazione tra religione e genetica. Anche qui, come altrove, c’è un eletto e forse pure un’eletta che devono svelarsi al mondo, e la cui natura elettiva (almeno per lui) coincide con la precognizione di un possibile futuro in cui sembrerebbe responsabile di massacri di cui non vorrebbe macchiarsi – e dunque anche qui, come altrove, si assiste alla lotta tra un destino apparentemente segnato e gli scarti della libera individualità. Anche qui, come altrove, abbiamo un sistema politico feudalizzato, con casate in lotta per il potere, un imperatore truffaldino e gilde di commercianti che giocano una partita tutta loro. La stessa onomastica sembra voler veicolare subliminalmente qualche suggerimento: il protagonista e il suo clan sono infatti Atreides, esattamente come Agamennone e Menelao e tutta la loro stirpe di omerici parenti serpenti protagonisti di saghe e tragedie. Ma, esattamente come quando si beve un cocktail, ciò che si valuta è la capacità di far risaltare in modo nuovo gusti già noti, quel che suscita la mia infinita ammirazione è la padronanza, anche di dettaglio, con cui Herbert riesce a tenere tutto insieme in un universo coerente e intrigante, senza mai perdere ritmo narrativo.

Di specificamente suo ci aggiunge l’attenzione alla peculiare ecologia del pianeta Arrakis (alter ego di Dune), una sorta di gigantesco e inospitale deserto, dove i liquidi sono così preziosi che un atto come uno sputo è considerato un gesto di estrema cortesia, di cui non importerebbe nulla a nessuno, come avviene per analoghi scatoloni di sabbia della nostra Terra, se il suo sottosuolo non fosse l’unico luogo dello spazio in cui si trova il melange, una spezia capace di suscitare fortissime esperienze allucinogene e al tempo stesso necessaria per la navigazione spaziale, equivalente in un certo senso al petrolio per la moderna economia industriale (il libro esce pur sempre alla metà degli anni ‘60, e questo spiega in parte lo strano connubio tra psichedelia e terzomondismo). Tutto ciò rende il pianeta appetibile e conteso, ma solo in quanto oggetto di sistematico sfruttamento, come se questa fosse l’unica modalità d’interazione con l’ambiente praticabile dall’uomo. Su Arrakis vive però anche una popolazione autoctona, i Fremen, considerati da tutti gli altri popoli dell’Impero poco più che dei barbari. E invece è proprio all’interno di questa comunità periferica e schiacciata dalla storia galattica che nasce un’idea nuova. «Dobbiamo fare su Arrakis quello che non è mai stato tentato per un intero pianeta (…). Dobbiamo usare l’uomo come una forza ecologica costruttiva, inserire in questo mondo una vita terrestre, adattata: una pianta qui, là un animale, un uomo. Per trasformare il ciclo dell’acqua e creare un nuovo paesaggio». L’intero ecosistema di Arrakis può essere trasformato in meglio, con ricadute positive per tutti, se si abbandona la logica del profitto di chi arriva da fuori e si accolgono le intuizioni di chi vi ha sviluppato la propria originale cultura maturando con esso un’inedita forma di convivenza. Alexander von Humboldt avrebbe apprezzato molto tutto questo.

Al di là della sua capacità di generare intelligente godimento attraverso l’intreccio e il contesto, credo proprio siano questi temi a mantenere Dune in splendida forma, a distanza di sessant’anni. Più che il gusto di questo vecchio nerd, ne sia testimone l’entusiasmo di quel mio studente, appena maggiorenne (e, mi permetto di dire, proprio uno della “mia” cricca: ora fa storia), che i romanzi della serie se li è divorati tutti, uno dopo l’altro, con una tale voracità da spingere la lettura, tutte le mattine, fino all’inizio delle lezioni, e riprenderla, poi, quasi sempre, ad ogni suono di campanella. Niente da dire, caro Frank, hai proprio fatto centro.

(finito il 1 ottobre 2021)

Ho parlato di


Frank P. Herbert
Dune
(Fanucci 2012)

trad. di G. Cossato e S. Sandrelli

700 pp. | 4,90 €

(ed. or.: Dune, 1965)

lunedì 10 luglio 2023

Dante

L’ho già detto, lo sappiamo tutti, che non è per niente la stessa cosa leggere Barbero o ascoltarlo, ma il fatto che le sue performances dal vivo siano letteralmente fuori scala non deve indurci a pensare che i suoi libri vadano considerati come meri cumuli di carta straccia. Una volta entrato in questo ordine di idee, superato lo scoglio della prima volta, la seconda è venuta quasi da sé, anche perché la mia fissa sugli anniversari ha travolto facilmente ogni snobismo di fronte all’evidente marchettone per il settecentenario dantesco del 2021.

Della vita di Dante, per la verità, sappiamo bene o male tutto quello che si può sapere, comprese quali sono le cose – tantissime – che non sappiamo affatto e che difficilmente potremo mai sapere, perciò da un nuovo libro su Dante non ti aspetti tanto che metta per l’ennesima volta in fila gli eventi, ma che ti offra un’inedita chiave di lettura per interpretarli, a maggior ragione se il testo in questione, per quanto scritto da un noto divulgatore, ha l’ambizione di non essere meramente divulgativo, e se costui è uno storico a tutto tondo, e non uno storico della letteratura o un critico letterario, perché è probabile che il suo occhio possa aiutarci a vedere meglio qualcosa che altri magari non hanno adeguatamente sottolineato (e viceversa, ovviamente: perciò qualcuno potrebbe non trovare qui quello che s’aspetta). Non per nulla il libro non comincia il giorno della nascita di Dante, ma l’11 giugno 1289, quando di anni Dante ne aveva già ventiquattro e, schierato nella prima fila dell’esercito fiorentino, attendeva tremando l’inizio dello scontro contro gli odiati aretini nella piana di Campaldino. Scrive infatti Barbero che «per raccontare chi era Dante bisogna porre innanzitutto il problema, fondamentale, della sua condizione sociale» - non direi per un rigurgito di materialismo storico, ma perché per Dante si tratta davvero di «una questione importantissima, da cui dipendevano la sua collocazione nella società fiorentina e i rapporti con i suoi migliori amici» - e per comprendere la posizione sociale di un uomo del Medioevo (e non solo) occorre spesso partire proprio dalla posizione da lui occupata in battaglia.

E qui, però, cominciano le complicazioni. Perché, se «fuori d’Italia, quelli che combattevano a cavallo erano tutti nobili», in una città come Firenze «chiunque appartenesse a una famiglia ricca e fosse disposto a spendere molto poteva pagarsi l’addobbamento, e diventare un cavaliere a pieno titolo», imitando stili e vezzi di chi cavaliere lo era davvero da generazioni (e assumendosene anche gli oneri, come Dante scopre appunto sulla sua pelle quando viene arruolato). E dunque lui da che parte sta? É un nobile o non lo è? E se non lo è, che cos’è? Una parte consistente del libro prova appunto a rispondere a questa domanda – ed è qui, soprattutto, che viene fuori l’imprinting del medievista e la sua consuetudine a scartabellare atti duecenteschi di compravendita, rogiti, testamenti e fideiussioni. Ora, pur riconoscendo che «la considerazione più importante suggerita da queste carte è ancor sempre che non ne capiamo davvero niente: perché la cosa più importante, e cioè i motivi per cui questi soldi passavano di mano in mano, non è mai espressa», quel che se ne può concludere è che la famiglia di Dante – che aveva un cognome (gli “Alighieri”, ovviamente) e «avere un cognome significava appartenere a (...) una famiglia conosciuta e influente» - si collocava senz’altro nello strato superiore della società fiorentina del tempo, senza però essere davvero tra quelle più in vista, tanto che, pur essendo tradizionalmente guelfa, non fu messa al bando dopo la vittoria ghibellina a Montaperti, motivo per cui Dante stesso poté tranquillamente nascere a Firenze nel 1265. Gli Alighieri erano sostanzialmente «uomini d’affari, con le mani in pasta in tutte le occasioni in cui c’era da guadagnare qualcosa», e in virtù di questi affari avevano col tempo acquisito un patrimonio tale da permettere infine al loro ultimo rampollo di «vivere di rendita, perseguendo occupazioni aristocratiche» - ma non erano cavalieri. E questa condizione ambigua (“mezzana”, si sarebbe detto allora) segnò dall’inizio alla fine la vita e la riflessione di Dante, che non per nulla espresse «idee contraddittorie circa la nobiltà (…): diverse a seconda del momento, tanto da far pensare a un’evoluzione delle sue idee in proposito, e ancora di più a seconda che stesse affrontando la questione in termini teorici, oppure parlando molto concretamente di sé e della propria famiglia».

Se da un lato, infatti, egli cerca di retrodatare lo status raggiunto da sé e dai suoi inventandosi tramite il richiamo a Cacciaguida una genealogia nobilitante che non lo facesse apparire come un parvenu, dall’altra, però, polemizza apertamente con l’idea della nobiltà di sangue e, per una parte almeno della sua vita, si propone anche di elaborare un’immagine diversa di nobiltà, legata a valori spirituali e intellettuali. É proprio grazie alla letteratura, del resto, che lui stesso riesce a stringere rapporti duraturi con aristocratici “veri”, come i Donati o i Cavalcanti («Dante, se fosse stato solamente il figlio di Alighiero, l’avrebbero magari fatto sedere fra gli invitati più oscuri, ma siccome scambiava sonetti con loro, dava del tu ai figli dei cavalieri»), dai quali, però, lo separerà la politica, quando egli si schiererà apertamente con quella componente moderata della parte popolana sufficientemente ricca per essere inorridita «dalla dittatura della gente dappoco» e perciò «ben poco disposta a seguire il popolo minuto nella sua indiscriminata ostilità contro i grandi», ma altrettanto terrorizzata dalle violenze incontrollate dei magnati e pronta a scacciarli in caso di eccessi. Da questa scelta cominceranno tutte le sue sventure personali, ma forse sarebbe meglio dire la sua grande fortuna, perché sarà solo dopo l’esilio, e proprio grazie ad esso, che Dante potrà costruirsi quell’immagine di profeta universale che, com’è noto, non potrebbe mai funzionare nella tua patria, dove tutti sanno benissimo “chi fuor li maggior tui” (e al malizioso orecchio fiorentino dire “il figlio dell’Alighieri” sarà suonato più o meno come dire “il figlio del carpentiere”).

Questa attenzione al retrobottega non ridimensiona affatto la grandezza di Dante, così come non lo fanno le oscillazioni, i pentimenti, i cambi di marcia, i cortocircuiti, le autoindulgenze a cui si abbandona soprattutto quando dovrà affrontare la difficilissima condizione di ramingo. Sono semmai proprio queste piccinerie, i pregiudizi, certe meschinità che contraddistinguono l’uomo del suo tempo a rendere ancora più affascinante il suo sforzo eroico d’etternarsi.

(finito il 14 settembre 2021)

Ho parlato di


Alessandro Barbero
Dante
(Gedi 2021)

362 pp. | 13,90 €

(ed. or.: Laterza, 2020)

sabato 17 giugno 2023

Il treno per Istanbul

Questo romanzo è un ben congegnato (forse fin troppo ben congegnato) meccanismo ad orologeria che adatta, in un certo senso, le tre classiche unità aristoteliche di tempo spazio e luogo all’epoca dinamica dell’elettricità: un treno lanciato in corsa da una città ben definita (Ostenda) e diretto verso un’altra città altrettanto ben definita (Istanbul, ovviamente) diventa infatti come un palco in movimento, su cui, atto dopo atto - ovvero stazione dopo stazione -, e scena per scena - ovvero vagone per vagone -, nell’arco di un paio di giorni appena, si inseguono, si incontrano, si avvicinano anche tantissimo e poi però per lo più si allontanano irreparabilmente, le vite di una serie di personaggi rappresentativi (forse fin troppo rappresentativi) di quell’Europa sull’orlo di una crisi di nervi di inizio anni ‘30, quando appunto il libro fu scritto. Profonde innovazioni stavano allora trasformando l’industria culturale. «I film (...) avevano insegnato una cosa all’occhio: la bellezza del paesaggio in movimento, come un campanile si muoveva dietro e sopra gli alberi, come sprofondava e s’innalzava insieme al passo disuguale dell’uomo, e l’incanto di una ciminiera che svetta verso le nuvole, per poi scomparire dietro altre ciminiere. Bisognava comunicare con la prosa questo senso del movimento». E così in effetti accade in queste pagine. Benché alcune delle scene chiave della storia si svolgano in esterna, abbiamo comunque anche lì inseguimenti in automobile, fughe, continui cambi di ambientazione, per non farci mai dimenticare la malinconica verità che un viaggio in treno ci svela sulla vita: «rocce, case e nudi pascoli indietreggiavano a più di cento chilometri all’ora, e c’erano ancora tante cose da dirsi». Qualunque cosa accada, per quanti incidenti di percorso possano rallentare la marcia, il mondo in realtà non si ferma mai ad aspettarci.

Mi pare sia questo l’indizio più evidente che Greene concepì metodicamente questo libro con lo scopo preciso di farlo diventare un film, un prodotto, cioè, il cui tempo di fruizione è deciso dal regista, non dallo spettatore, che vi si deve adeguare. Non è privo di ironia che egli affidi le sopraccitate considerazioni sul cinema a un fatuo scrittore, il cui intento vorrebbe semplicemente essere quello di «restituire salute e buon umore alla letteratura moderna. Troppe introspezioni, troppa malinconia. In fin dei conti il mondo è un bel posto, pieno di avventure» (ricordate quella battuta del Caimano? “É sempre il momento di fare una commedia…” - e qui siamo nientemeno che alla vigilia della presa del potere di Hitler). Eppure anche Greene ci vende la sua opera come un “divertimento”, sebbene l’originale entertainment credo esprima meglio il proposito di creare qualcosa che avvinca, sì, nei contenuti non meno che nelle forme, senza che debba essere per forza divertente. La morale della favola sarà anche a suo modo comica, ma di una comicità disperante («il mondo era un caos: i poveri morivano di fame e i ricchi non per questo erano più felici») e così l’epigrafe di Santayana, secondo cui «in natura tutto è lirico nella sua essenza ideale, tragico nel suo fato, e comico nella sua esistenza». Tale è effettivamente il mood del romanzo. A cui, curiosamente, capitò qualcosa di simile al tracciato di questa parabola. Vendette subito bene, permettendo a Greene di farci parecchi soldi, ma quando poi un film lo divento davverò – abbastanza in fretta, nel 1934, col titolo Orient Express – quest’ultimo si rivelò una dimenticabile meteora, immediatamente soppiantato, nell’immaginario collettivo, dal giallo di Agatha Christie ambientato sullo stesso treno e pubblicato nello stesso anno.

L’idea era dunque nell’aria, come è giusto che sia per i prodotti, appunto, di intrattenimento (verso i quali – sia chiaro – non provo nessuna avversione, e che anzi tanto più mi affascinano quanto più questa loro capacità di fiutare lo spirito del tempo li rende poi utilissimi come involontarie fonti storiche). E sebbene nei due libri il viaggio proceda in direzione contraria (da ovest a est in Greene, da est a ovest nella Christie), in entrambi un momento cruciale della vicenda è legato a una sosta imprevista da qualche parte nei Balcani, una sorta di cuore di tenebra europeo su cui il treno scorre come un ponte sospeso tra i due lembi estremi della civiltà che congiunge (lo spirito di Conrad aleggia abbondantemente su queste acque). Per intenderci, sono regioni in cui, senza che sia possibile avvistare case per chilometri e chilometri d’intorno, non si sa come, non appena i viaggiatori sono costretti a fermarsi, dal nulla sbucano contadini locali che provano a vendere loro qualsiasi cosa, un po’ come ci era capitato di sperimentare in viaggio di nozze sugli immensi altopiani andini del Perù. Qui una volta era tutto impero asburgico, ora invece il territorio è solcato da confini che ancora contano, eccome se contano, per quanto il treno possa apparire a prima vista come un mobile non-luogo capace di perforarli ad uno ad uno col suo incedere, lo stesso incedere di quella modernità che, inventando anche l’aeroplano e la finanza, ai confini sembra essere sempre più indifferente. Se ne accorgerà tragicamente uno dei protagonisti del racconto, il dottor Czinner, leader comunista jugoslavo in esilio, roso dai sensi di colpa e deciso per questo a rientrare in patria, a costo della vita, per trasformare il processo cui agogna in una tribuna mediatica e offrire messianicamente il proprio martirio come scintilla per scatenare la rivoluzione, ma che sarà giudicato invece da un’oscura corte marziale improvvisata dalle guardie di frontiera di Subotica. «Muoio per indicarvi la strada», afferma. «Ma, mentre parlava, la parte più lucida della sua mente gli diceva quanto fossero poche le possibilità che la sua morte avesse una qualunque efficacia».

Anche questo sacrificio verrà inghiottito nelle fauci della storia, senza lasciar traccia. Come se il viaggio fosse un singhiozzo, una sospensione nel respiro, superato il quale si riprende regolarmente la propria vita di prima, capita in effetti, quando si arriva infine a un meta, che non si sia poi neanche tanto sicuri che siano veramente accadute le esperienze vissute durante il tragitto. In questi grotteschi novendiali per la morte del faraone credo che in tanti ce lo stiamo chiedendo, se tutto ciò che ricordiamo di questi ultimi trent’anni sia avvenuto davvero. Purtroppo, almeno per noi, le macerie non mentono.

(finito il 5 settembre 2021)

Ho parlato di


Graham Greene
Il treno per Istanbul
(Sellerio 2020)

trad. di A. Carrera

352 pp. | 14 €

(ed. or.: Stamboul Train, 1932)

giovedì 1 giugno 2023

Da animali a dei

Poco importa che non sia più in grado di recuperare la fonte esatta a cui pensavo, dato che analoghi articoli in cui si glorifica questo libro come uno dei testi imprescindibili del primo quinto di XXI secolo se ne possono trovare a decine. Ed effettivamente è vero che, ben prima di cominciarlo, l’avevo già sentito citare dalle persone più diverse e nei contesti più disparati da indurmi a pensare, quando poi mi sono deciso a leggerlo, di essere ormai l’unico sprovveduto a non averlo ancora fatto. Il successo editoriale è però un fenomeno ambiguo, assai più utile per misurare gli umori del pubblico anziché il valore di ciò che è stato scritto. L’esposizione alla ribalta attira inoltre le polemiche e polarizza le posizioni, giacché, più infervorati sono gli applausi, più feroci si levano anche le critiche (come quelle di chi liquida Harari come uno spregiudicato populista della scienza in risposta a chi ne ha fatto quasi un guru spirituale). Ora che, in base alle regole che io stesso mi son dato, è arrivato – con consueto ritardo - il momento di dire la mia, ammetto che non ho ancora capito bene da che parte stare.

Partirei di qui. Circola in rete una recente, bellissima, lezione di Telmo Pievani incentrata sul perché mai proprio noi siamo rimasti l’unica specie umana sulla Terra. Fra le tesi che vi vengono argomentate c’è anche quella secondo cui non sarebbero state l’invenzione dell’atomica o la Rivoluzione industriale, come di solito si dice, a determinare l’inizio del cosiddetto “antropocene” (ovvero l’epoca geologica segnata irreversibilmente dall’azione umana) bensì un evento decisamente più remoto quale l’ondata migratoria che spinse i nostri antenati Sapiens per la seconda o terza volta fuori dall’Africa, all’incirca tra i 60 e i 40 mila anni fa, perché in effetti è proprio da allora che abbiamo cominciato a plasmare il mondo a nostra immagine e somiglianza, come ben si accorsero anzitutto le altre specie umane allora esistenti (i Neanderthal, i Denisova e i Floresiensis, almeno), che per prime dovettero fare i conti con la nostra improvvisa invadenza, dopo che per qualche decina di migliaia di anni eravamo riusciti a costruire con loro una qualche forma di pacifica convivenza (come testimoniano le frequenti ibridazioni attestate dal DNA conservato nei reperti fossili). Harari esprime mi sembra un concetto analogo quando scrive che, a partire dalla Rivoluzione cognitiva, per i Sapiens non si può più parlare di un «modo di vita naturale», in quanto la cultura ha soppiantato la biologia e ai tempi lentissimi della paleontologia è subentrato il tempo accelerato della storia, che ci ha fatto progressivamente aumentare sempre più il passo rispetto a quello dell’evoluzione genetica (creandoci pure qualche complicazione, dal momento che, anche se viviamo nei grattacieli, «il nostro DNA pensa ancora che siamo nella savana», perché non ha ancora avuto veramente il tempo di adattarsi a condizioni che, peraltro, mutano continuamente). Questo è appunto uno di quei libri che, come già a suo tempo quello di Diamond, ci invitano a ragionare secondo questa prospettiva, sempre piuttosto spiazzante, di lunghissimo periodo, e a considerare perciò tutto quello che è successo da allora in poi come parte di un unico processo scandito giusto da due, tre tappe veramente fondamentali, rispetto a cui tutto il resto è quasi irrilevante – e sebbene il suo autore, sorretto da indubbio talento divulgativo e da un’ostentata irriverenza, tenda effettivamente a dare l’impressione di vendere come se fossero sue trovate brillanti delle idee che magari non sono sempre farina del suo sacco, ciò non toglie che molte delle cose che scrive siano convincenti e condivisibili (e difatti me ne sono anche servito a scuola per parlare, ad esempio, di Bacone o di Rousseau).

Perno principale del suo ragionamento è che il motore di questo sviluppo (che non è necessariamente un progresso, se lo valutiamo in termini di felicità raggiunta, poiché «non è detto che nuove attitudini, comportamenti e capacità rendano necessariamente migliore la vita») non sarebbe tanto da riconoscere né in invenzioni materiali quali la ruota né in scoperte come la domesticazione del fuoco, bensì nell’acquisizione della straordinaria «capacità di creare una realtà immaginata traendola dalle parole». Una mutazione non ancora pienamente compresa ci ha consentito infatti di elaborare un linguaggio estremamente duttile, in grado non solo di comunicare l’esistente, ma «di trasmettere informazioni su cose che non esistono affatto. (…) In precedenza molti animali e molte specie umane erano in grado di dire: “Attenzione! Un leone!”. Grazie alla Rivoluzione cognitiva, l’Homo sapiens acquisì la capacità di dire: “Il leone è lo spirito guardiano della nostra tribù”. Tale capacità di parlare di fantasie inventate è il tratto più esclusivo del linguaggio sapiens», in quanto «ci ha consentito non solo di immaginare le cose, ma di farlo collettivamente. Possiamo intessere miti condivisi come quelli della storia biblica della creazione, quelli del Tempo del Sogno elaborati dagli aborigeni australiani e quelli nazionalisti degli stati moderni. Questi miti conferiscono ai Sapiens la capacità senza precedenti di cooperare tra grandi numeri di individui». Da decine di migliaia di anni, in sostanza, ci raccontiamo storie e crediamo alle storie che raccontiamo, al punto da essere disposti a morire per esse. Sono stati proprio questi grandi miti sociali sempre più estesi – il denaro, le religioni universali, la scienza moderna, il capitalismo –, attecchendo come dei meme nella nostra coscienza, ed anzi contribuendo decisamente a plasmarla, a creare le condizioni per l’approdo, dopo svariati ghirigori, a quella comprensione autenticamente globale e planetaria del mondo che trova oggi il suo pieno compimento e che ci permette di riscoprirci, appunto, come Sapiens.

Finzioni, dunque, ancorché potentemente performanti. Così, sarà pure morto Dio, ma tutta la nostra vita continua a basarsi sulla fede «in una perpetua crescita economica» che «va contro quasi tutto ciò che sappiamo dell’universo». Analogamente «i nostri sistemi liberali di politica e di giustizia» continuano a essere «fondati sulla convinzione che ogni individuo ha una natura interiore che è sacra, indivisibile e immutabile, che conferisce significato al mondo ed è la fonte di ogni principio etico e politico», quando «le scienze della vita hanno scardinato completamente questo credo. (…) Con sempre maggior forza, [gli scienziati] sostengono che il comportamento umano è determinato dagli ormoni, dai geni e dalle sinapsi, e non dal libero arbitrio – cioè dalle stesse forze che determinano il comportamento degli scimpanzé, dei lupi, delle formiche». Nonostante tutto quello che hanno potuto immaginare di sé attraverso i secoli, questi «animali insignificanti, il cui impatto sull’ambiente in cui vivevano non era superiore a quello di gorilla, lucciole e meduse», continuano cioè a non avere nulla di strutturalmente diverso da tutte le altre creature. Il tema è quantomai centrale e decisivo: ne va, per dirne una, del valore stesso di una cosetta come i diritti umani. Detto altrimenti, quel che chiamiamo umanesimo è oggi solo un’opera puramente nostalgica di retroguardia con cui cerchiamo di difendere privilegi ormai inaccettabili o il riconoscimento di un qualcosa di buono che, sia pure emerso in modo contingente, merita comunque di essere salvaguardato?

Harari sembra pensare che la nostra specie non abbia veramente nulla di così peculiare da garantirle l’eternità e che, come ci fu una soglia superata la quale sganciammo la nostra storia da quella degli altri uomini, così siamo probabilmente in prossimità di un’altra soglia che ci porterà oltre l’umano, a un livello che per noi oggi è letteralmente inimmaginabile, quando i processi mentali saranno trascritti in circuiti e la programmazione intelligente aggirerà gli estremi limiti biologici, consentendoci di mettere in scacco anche la morte. «Di rado la fantascienza descrive un simile futuro, perché una descrizione accurata di esso sarebbe per definizione incomprensibile. Fare un film sulla vita di un super-cyborg sarebbe come rappresentare Amleto per un pubblico di Neanderthal. I futuri signori del mondo saranno probabilmente assai diversi da noi, molto più di quanto lo siamo noi dai Neanderthal. Mentre sia noi sia i Neanderthal siamo per lo meno umani, i nostri eredi potrebbero essere simili a un dio». Non è chiarissimo se questo sia da intendersi come un monito, un auspicio o una semplice descrizione – ma la sensazione, leggendo soprattutto le pagine finali, è che per Harari questo scenario sia qualcosa di irreversibile a cui tanto vale prepararci per tempo (forse anche solo per il gusto, dal suo punto di vista, di poter affermare: ve l’avevo detto). La storia umana sarebbe dunque solo una lunga parasceve alla futura Pasqua cibernetica? Per uno che, a metà libro, scrive invece che «la storia non può essere spiegata per via determinista, e non può essere prevista perché è caotica» e che noi non la studiamo «per conoscere il futuro ma per ampliare i nostri orizzonti, per capire che la nostra situazione presente non deriva da una legge naturale e non è inevitabile, e che di conseguenza abbiamo di fronte a noi molte più possibilità di quante immaginiamo», mi sembrerebbe una ben curiosa conclusione. Forse alla fine chi racconta è rimasto abbagliato dal suo stesso racconto. Del resto, siamo o non siamo una specie credulona?

(finito il 19 agosto 2021)

Ho parlato di


Yuval Noah Harari
Da animali a dei. Breve storia dell'umanità
(Bompiani 2014)

trad. di G. Bernardi

533 pp. | 17 €

(ed. or.: Kitsur toldot ha-enoshut, 2011)

giovedì 11 maggio 2023

Dalla parte di Swann

In un libro di tanti anni fa, in modo non credo del tutto accidentale, il professor Maurizio Ferraris buttava lì la confessione che, tra i sedici e i ventidue anni, si era letto per ben sette volte tutta quanta la Recherche. Io che sono uno che si accontenta mi sono dato come obiettivo più modesto quello di leggerne per lo meno un volume all’anno, per sette anni, tra i quaranta e i quarantasei. “Quanto tempo perduto…”, mi si dirà. E invece no, perché se c’è un autore che davvero ti dà la sensazione che il tempo quantitativamente speso per leggerlo ti venga restituito decuplicato in profondità e spessore, quello è proprio Proust, con la sua capacità sopraffina di indugiare a lungo su un dettaglio apparentemente irrilevante per portarne alla luce sfumature che mai ti saresti neppure immaginato, se non ci fosse stato lui a svelartele, assicurandoti così che persino in un istante di distrazione, di quelli che passano di continuo senza che ci fai caso e vanno a formare come la preponderante massa oscura di cui è fatta la maggior parte della nostra esistenza, sono in realtà racchiusi infiniti mondi degni di esplorazione.

Vale, in un certo senso, quel che il narratore stesso osserva a un certo punto, a proposito delle sue letture estive nel giardino della casa di campagna: «quei pomeriggi contenevano più avvenimenti drammatici di quanti non ne contenga, spesso, un’intera vita», giacché la lettura «scatena dentro di noi nello spazio di un’ora tutte le possibili gioie e sventure che, nella vita, impiegheremmo anni interi a conoscere in minima parte». Solo che ci vuole molta pazienza, qui, perché è tutto così estremamente denso, e così poco interessante, del resto, lo sviluppo in sé della trama, che finisci per indugiare anche tu, con chi scrive, sulle raffigurazioni di una vetrata o sulle sfaccettature di un’emozione, al punto da trasformare la lettura in qualcosa di molto simile a quell’arte della ruminatio tipica della monastica lectio divina – o, se volete, all’immersione in un’immensa sinfonia, di cui si possono cogliere adeguatamente movimenti e motivi solo dopo un ascolto ripetuto e prolungato. Più che letta per arrivare alla fine, la Recherche andrebbe messa ogni tanto in sottofondo, come un disco. Così si può capire davvero la differenza che passa tra il mero consumo e l’esperienza che ti trasforma da dentro.

E insomma, che volete che mi inventi di nuovo su Proust e sulla sua idea folle e apparentemente impossibile di riversare sulla pagina scritta tutte le fragranze della vita, con le sue incalcolabili e intrecciate sedimentazioni? Tra l’altro siamo appena all’inizio del viaggio e manca ancora il quadro d’insieme: circolano già un sacco di personaggi incredibili, di ciascuno dei quali viene colto almeno un aspetto che lo rende assolutamente memorabile (e tanto più quanto a prima vista esso appare ordinario, come, per esempio, la povera sguattera paragonata a un certo punto alla Carità di Giotto), eppure non saprei dire chi di questi resterà fino alla fine e chi no. Posso solo ipotizzare che fra i primi ci sia Swann, il ricco borghese ebreo così direttamente legato all’episodio che innesca il motore dei ricordi e la cui proprietà è una delle due “parti” verso cui potevano dirigersi le consuete passeggiate della famiglia del protagonista, opposta a quella degli aristocratici Guermantes, lontanissime fra loro, più che per la distanza chilometrica, per quella «che correva fra le due parti del mio cervello in cui le pensavo (…) l’una inconoscibile all’altra, nei vasi chiusi e non comunicanti dei differenti pomeriggi» (La parte di Guermantes è appunto il titolo del terzo volume, che leggerò, se Dio vuole, quest’estate). Quello Swann, dicevo, con cui il protagonista scoprirà di condividere «l’angoscia che si prova sentendo l’essere al quale si vuol bene in un luogo di piacere dove noi non siamo» - che mi pare, a naso, una delle chiavi di lettura del romanzo e una fonte zampillante di pena e di arte per il suo autore.

Di sicuro resteranno i luoghi in cui si sviluppano quelle passaggiate, e il villaggio che ne sta al centro, l’ipotetica Combray che, proprio come il campanile della sua chiesa sempre visibile da ogni parte della città e della campagna circostante, riaffiora continuamente nel ricordo del narratore, territorio geografico e allo stesso tempo, ma soprattutto, paesaggio dell’anima, giacché le pietre e i fiori che lo caratterizzano «hanno formato per me l’eterno volto del paese dove amerei vivere». Proprio per questo si va avanti adagio, gustando a piccoli sorsi: perché, come per un incantesimo prodotto dai lunghissimi periodi di Proust, non di rado la sua Combray trasfigurava nella mia Combray, con la mia “parte di Swann”, il cielo che avevo visto io, gli incontri che avevo fatto io, tutto quell’immenso sostrato, insomma, che costituisce la gran parte di quel che sono diventato e ripensando al quale ho cominciato anch’io a riconquistare almeno qualcuno di quegli anni solo apparentemente perduti che proprio oggi sono diventati in tutto quarantadue.

(finito il 13 agosto 2021)

Ho parlato di


Marcel Proust
Dalla parte di Swann
in M. Proust, Alla ricerca del tempo perduto, Mondadori, Milano 2018, pp. 3-285.

Trad. di G. Raboni

2058 pp. | 32 €

(ed. or.: Du côté de chez Swann, 1913)

lunedì 17 aprile 2023

La battaglia. Storia di Waterloo

Alessandro Barbero è uno di quei pochissimi (come Piero Angela, Mattarella o il commissario Montalbano) per i quali sarei disposto a scomodare senza vergogna la famigerata etichetta di santo subito. Eppure l’assoluta intransigenza con cui abbandono qualunque cosa stia facendo, non appena il suo faccione sbuca sullo schermo, per raccogliere anche solo due o tre briciole di un suo qualunque intervento televisivo è andata per lungo tempo a braccetto con una non minore determinazione nel tenermi volutamente alla larga dai suoi libri, temendo l’inevitabile delusione di non potervi ritrovare la capacità affabulatoria di cui è assoluto maestro, essendo questa il risultato di mimica, gestualità e cadenze difficilmente replicabili in un testo scritto. C’è voluto il bicentenario di Waterloo, una nuova collana da edicola e un regalo di mia moglie in occasione dei miei quarant’anni per indurmi a compiere questo passo, nonché la curiosità di capire un po’ meglio come funziona davvero una battaglia napoleonica, avendone conosciuto qualcosa, fino ad allora, solo attraverso la penna sublime ma chissà quanto veritiera di Tolstoj e Stendhal.

Non si tratta evidentemente di una ricerca originale, né intende esserlo. Barbero - che proprio me lo vedo da piccolo, già coi suoi occhialetti, divertirsi un mondo a giocare coi soldatini distinguendo con cognizione di causa le rispettive divise militari come io avrei potuto riconoscere le diverse maglie delle squadre di calcio mentre le schieravo sul campo di Subbuteo – ha macinato per noi l’immensa bibliografia sul tema e ne ha ricavato la versione expanded (decisamente expanded) di una delle sue ormai celeberrime lezioni (dove la sua bravura si misura, appunto, nel riuscire a dare un’ulteriore giro di torchio a tutto questo pout-pourri di informazioni per condensarlo da par suo in appena un’ora, un’ora e mezza, di scintillante narrazione). Qui c’è pane abbondante per chi, come il sottoscritto, sebbene non abbia mai praticato in prima persona i war games, ha sempre trovato affascinanti mappe, miniature e in genere tutto ciò che contribuisce a trasfigurare la guerra da quell’indecente massacro che è in un puro gioco strategico, dal momento che tutto quel che accadde in quella giornata campale del 18 giugno 1815 (anzi, per la precisione, dalla sera prima alla notte dopo) è descritto al dettaglio, minuto per minuto, quasi come se si trattasse di una cronaca sportiva. L’accostamento non disturbi troppo, giacché lo si trova già nelle fonti. «Come molti gentiluomini inglesi, il duca [di Wellington] era un appassionato di pugilato, e gli veniva naturale descrivere una battaglia con il linguaggio di un incontro di boxe, come traspare da una lettera scritta a un amico qualche giorno dopo: “Mai visto un incontro fra due picchiatori così. Eravamo tutt’e due quello che i pugili chiamano dei ghiottoni” (un termine dello slang sportivo che designava chi non ha paura del corpo a corpo, e si lascia massacrare piuttosto che arrendersi)» (e sì, mi piace pensare che, in inglese, il termine in questione sia proprio wolverine).

Il generale inglese allude qui ai prolungati assalti della cavalleria francese addosso ai quadrati della fanteria alleata, protrattisi incessantemente per tutto il pomeriggio, tra una scarica di artiglieria e l’altra – qualcosa come una ricorsiva ondata di marea che s’abbatte ininterrottamente sulla stessa scogliera, in un testa a testa in cui quel che più contava, alla lunga, era soprattutto mantenere i nervi saldi. Infatti, in battaglie nel corso delle quali, complessivamente parlando, «soltanto una pallottola ogni 459 colpiva il suo uomo» e le perdite erano perciò relativamente basse (oscenamente basse rispetto agli standard cui ci ha abituato la guerra novecentesca), ci si continuava a sparare, in mezzo al fumo, «finché la sensazione che il fuoco nemico fosse più efficace e che la soglia di pericolo stesse crescendo un po’ troppo non si faceva strada in uno dei due battaglioni, producendone lo sbandamento» - e a quel punto era quasi sempre la fine per chi cedeva, anche se, per paradosso, le sue forze fossero state numericamente superiori a quelle avversarie (perché non c’è santo che tenga, un reparto sbrecciato non lo potevi più ricompattare in nessun modo). Perciò, per tornare al nostro corpo a corpo, «se soltanto la cavalleria, osservando segni di sbandamento in un quadrato, magari composto da reclute, fosse riuscita a entrarci e metterlo in rotta, si sarebbe aperta una falla nella linea di Wellington; e se lo stesso successo si fosse ripetuto in diversi quadrati vicini, la falla sarebbe diventata impossibile da tamponare».

Non fu, insomma, una grandissima battaglia – non lo fu per il numero complessivo degli uomini impegnati (anche se - questo è vero - concentrati tutti in uno spazio minimo di pochissimi chilometri quadrati) e soprattutto per questo suo sviluppo abbastanza monotono. Ma a onor del vero, va detto che, stante la conformazione del terreno e il modo in cui si erano messe le cose, nemmeno un genio come Napoleone «avrebbe potuto tirarne fuori qualcosa di diverso». E sebbene i resoconti del giorno ci parlino di un Bonaparte «fin troppo apatico» e molti indizi lasciano trapelare che lui e i suoi generali non abbiano lavorato «con l’efficienza abituale in altri tempi», al punto di commettere alcuni madornali errori di valutazione, ciò che può suonare sorprendente alle orecchie di coloro per cui Waterloo suona come sinonimo di disfatta totale è che, in realtà, fino all’ultimo il suo esito rimase estremamente aperto. Anzi, intorno «alle due del pomeriggio, lungo lo chemin d’Ohain tra la Haye Sainte e la Papelotte, i francesi stavano vincendo la battaglia di Waterloo». Decisivo fu l’inatteso arrivo dei prussiani, che, costringendo i francesi a dirottare una parte consistente delle truppe sul loro fianco destro, ne smorzarono quello che avrebbe dovuto essere l’attacco decisivo lungo il fronte centrale, là dove gli inglesi erano ormai alle corde, dopo averle prese per quasi tutto il giorno. «I resoconti di tutti coloro che stavano nei quadrati fra le sei e le sette del pomeriggio sono così simili fra loro, da lasciare l’impressione che con una mezz’ora in più di bombardamento la linea di Wellington si sarebbe semplicemente sfasciata, senza che i francesi avessero neppure bisogno di attaccarla». Ma per dare quest’ultimo scossone sarebbero servite a quel punto forze fresche, quei vignaioli dell’ultima ora il cui compito era precisamente quello di starsene al coperto tutto il giorno per poi uscire ad assestare il colpo finale al momento opportuno. Truppe logorate da una giornata intera trascorsa in prima linea, infatti, «se ricevono l’ordine di andare avanti, marceranno, ma alla prima difficoltà tenderanno a fermarsi; (…) basterà poco, l’esplosione di una granata in mezzo alle file, qualche grido di panico proveniente da chissà dove, l’impressione che altri stiano battendo in ritirata, perché la riluttante avanzata d’un battaglione si fermi di botto, nonostante tutte le esortazioni degli ufficiali, e perché gli uomini comincino a sbandarse e a tornare indietro». Il problema è che, se al mattino Napoleone poteva contare su una riserva strategica di trentasette battaglioni in vista dello sfondamento risolutivo, nel tardo pomeriggio gliene restava solo più una dozzina, gli altri essendo stati appunto mandati a tenere a bada i tedeschi di von Blucher. Quel numero non si rivelò sufficiente e quindi finì come tutti sappiamo. Ma il fatto che l’esercito francese non abbia comunque perduto neanche un’aquila imperiale ci autorizza a pensare che, dopotutto, pur nella disfatta, la sua ritirata non fu del tutto priva di ordine: «in quella sera di giugno, i quadrati della Vecchia Guardia scrissero l’ultima pagina dell’epopea napoleonica, entrando direttamente nella leggenda».

Cos’altro c’è del Barbero che conosciamo in questo racconto? Direi l’attenzione per le vive impressioni registrate indelebilmente nella memoria di tutta quella varia umanità che si ritrovò lì, quel giorno, su fronti opposti, a giocarsi la propria vita. Ed anche alcuni dettagli, di quelli che ti piacerebbe sentire raccontare dalla sua viva voce, con quella stessa verve che consentiva a un altro santo subito come Gigi Proietti di rendere meravigliose anche le barzellette più sceme. Ne cito giusto un paio: la storia della carrozza di Napoleone, «con le ruote vermiglie e i vetri a prova di proiettile», acquistata poi da un imprenditore inglese ed «esibita al pubblico a Londra, dove pagando pochi scellini qualsiasi curioso poté provare l’emozione di sedercisi dentro» oppure l’accenno alla piccola Elizabeth Watkins, di appena cinque anni, che rimase tutto il giorno sul campo insieme alla madre, moglie di un soldato, aiutandola a strappare tela per farne delle bende e che era ancora viva, per raccontarlo, nel 1903. Senza trascurare un’intrigante ipotesi storiografica, avanzata proprio in chiusura di libro: nonostante l’innegabile «forza simbolica» che la battaglia di Waterloo ebbe per i contemporanei e che ancora si riversa su di noi, tanto da farci continuare a occuparcene con curiosità, non è insensato supporre che, se essa fosse andata diversamente, le cose sarebbero probabilmente cambiate giusto un po’ negli anni immediatamente successivi, ma «suppergiù dal 1850 la storia del mondo sarebbe stata identica a quella che conosciamo». Forse qui prende il sopravvento lo sguardo del medievista, con la sua tipica attenzione per la lunga durata. O forse la morale è che in fondo neanche Napoleone con tutte le sue armate avrebbe potuto arrestare l’avanzata del capitalismo in marcia, il vero vincitore della modernità.

(finito il 12 agosto 2021)

Ho parlato di


Alessandro Barbero
La battaglia.
Storia di Waterloo
(Gedi 2021)

386 p. | 9,90 €

(ed. or.: 2003)

domenica 26 marzo 2023

Mussolini il rivoluzionario (1883-1920)

Benché fossimo ancora immersi in pieno tripudio mariodraghista, subodorando che sarebbe potuta finire come poi è effettivamente andata a finire, e sapendo che, non appena si ritornano a evocare certi temi, salta immancabilmente fuori qualcuno che ti ingiunge di andarti a leggere De Felice, se vuoi davvero capirne qualcosa, anziché quei manuali veteromarxisti che ci hanno fatto studiare e che continuiamo a fare studiare a scuola, a un certo punto mi son detto che dopotutto forse De Felice valeva davvero la pena andarselo a leggere, se non altro per avere qualcosa da replicare a quelli che, evocandolo, sperano in realtà di troncare così il discorso, perché tanto chi vuoi che se la sia letta per davvero tutta la sua immensa biografia di Mussolini? E allora sotto col primo volume, affrontato con lo sguardo oserei dire candido di chi vorrebbe capire cosa ci sia mai lì dentro di così sconvolgente da poter suscitare folgoranti conversioni sulla via di Damasco - e dal quale sono uscito anzitutto con tantissime conoscenze in più, perché la messe è indubbiamente molta, ma ancor più con l’impressione che, almeno da queste prime seicento pagine, il moderno camerata non è che possa ricavare chissà quanto materiale per giustificare la sua venerazione per il Duce. Anzi. Però ora sono io che posso dire: questo lo scrive pure De Felice.

Il fatto che il tomo sia dedicato agli anni di apprendistato di Mussolini e la scelta metodologica di seguire passo passo gli spostamenti, geografici e ideologici, di quello che fu, a tutti gli effetti, un irregolare ci immettono praticamente nelle atmosfere di un romanzo senza che si dovesse attendere quello di Scurati. Al netto degli aneddoti più o meno curiosi (fra cui il mio preferito è forse quello del giovane maestro Mussolini che, assegnato alla scuola di Tolmezzo, non trova modo migliore per passare il tempo che travestirsi da fantasma e fare gli scherzi di notte nei cimiteri, perché di base è un romagnolo cazzone), ritornano tuttavia insistentemente osservazioni e commenti che, come pennellate ricorsive, consentono all’autore di delineare i tratti di un profilo umano e caratteriale ben definito. Studente assolutamente normale, che «non lasciava minimamente prevedere un grande avvenire», il giovane Benito è tuttavia precocemente animato da un desiderio di evasione «dal paese natio e dalla vita di tutti i giorni», che tornerà a manifestarsi più volte, quando le cose si sarebbero fatte incerte (ancora nel ‘19, dopo il disastro elettorale della lista fascista, avrebbe espresso il desiderio di buttare tutto a mare e «girare il mondo col mio violino: magnifico mestiere, il rapsodo errante!»; così come nei giorni concitati in cui D’Annunzio è a Fiume si informa su come potersi aggregare da giornalista al raid aereo Roma-Tokyo...). Il fatto è che «la sicurezza di sé, la convinzione di essere diverso dai suoi simili, lo rendevano incapace di rendersi conto delle difficoltà della vita e di vivere e di lavorare come uno qualunque, modestamente, e gli facevano rigettare la responsabilità dei suoi insuccessi e delle sue difficoltà sugli altri». Come accadrà anche per Hitler, la posa da superuomo è una bolla gonfia di puro risentimento: è proprio vero che, a volte, basta una persona che si monta la testa per far finire la festa. Perciò, se ai tempi della sua prima fuga in Svizzera (quella che gli riuscì meglio), Mussolini cominciò a farsi un nome negli ambienti socialisti, fu in sostanza perché, «psicologicamente incapace ad affrontare, come tante migliaia di altri emigranti, una modesta e dura attività di lavoro», sfruttò il fatto di avere un diploma per diventare un agitatore politico. Per lui la politica era in primo luogo «una maniera per sbarcare il lunario, per avere una certa autonomia e libertà – che un lavoro fisso gli avrebbe impedito di avere». Quali idee avesse in testa non lo sapeva bene neanche lui, ma un talento innato per fiutare l’aria che tira, quello non glielo si può negare: coniando sin da allora lo slogan “noi non abbiamo formule” - perché restare fermi su un dogma è la morte dello spirito, che deve invece perennemente muoversi, noncurante del principio di non contraddizione – trovò il modo di agghindare il proprio spaesamento con ornamenti filosofici allora à la page che gli consentiranno oltretutto di tenersi le mani libere per qualsiasi repentino cambio di rotta avessero richiesto le circostanze.

Mi si dirà che non si può giudicare l’uomo per le oscillazioni e le incertezze avute a vent’anni. Vero, ma la sensazione che resta, leggendo queste pagine, è che un vero e proprio programma di riferimento in realtà Mussolini non ce l’abbia mai avuto neanche a trenta o a quaranta, fuor che un vago nicianesimo concepito come estremo volontarismo e imposizione di se stesso (lo avrebbero già dovuto intuire i suoi compagni di partito, dato che il suo socialismo era tutto idealistico e la rivoluzione, per lui, «prima di tutto, un atto di fede»). Eppure è proprio in questa spregiudicatezza ideologica che sta la chiave del suo successo: se avesse avuto un pensiero più forte, o semplicemente un pensiero forte, probabilmente sarebbe stato travolto dagli eventi. «Mussolini percorse la sua strada passo a passo, giorno per giorno, senza sapere bene oggi cosa avrebbe fatto domani; ma è anche vero che su questa strada egli procedette con la viva consapevolezza dell’uomo politico che se non sapeva dove voleva arrivare sapeva però bene che, nella situazione dell’Italia d’allora, la sua strada non poteva che tracciarsela mantenendosi sempre aderente alla realtà e adeguandosi ad essa». Avendo capito per tempo (e gliene va dato atto) che tutto un mondo era lì lì per crollare, ciò di cui andò in cerca, negli anni turbolenti prima e dopo la Grande guerra, fu sostanzialmente una forza da poter manovrare a suo piacimento per dare la spallata definitiva al vecchio sistema e giocarsi le sue carte in quello nuovo che ne sarebbe venuto fuori. Questo è più o meno anche l’indicazione che ci offre, tra gli altri, uno che Mussolini lo conobbe molto da vicino come Nenni, in un passo che De Felice stesso giudica particolarmente acuto: «plebeo era e pareva volesse restare, ma senza amore per le plebi. Negli operai ai quali parlava non vedeva dei fratelli, ma una forza, un mezzo del quale potrebbe servirsi per rovesciare il mondo».

Presentatosi perciò come rottamatore del gruppo dirigente socialista, una volta svanita la possibilità di diventare una sorta di Lenin italiano e fallito il progetto di portare il partito sulle sue posizioni, Mussolini decise che la rivoluzione l’avrebbe allora fatta a modo suo. E qui la sua intuizione probabilmente più geniale e moderna fu quella di utilizzare il suo giornale per crearsi un suo pubblico - come altri avrebbero poi fatto impiegando blog e televisioni - inebriandolo con un linguaggio perennemente antinconvenzionale e sopra le righe. «Si può dire che lo stesso Mussolini ad un certo punto si trovò ad essere uno dei grandi protagonisti della ribalta italiana quasi senza accorgersene, per successivi adeguamenti, per successivi compromessi. Giornalista appassionato e ormai giunto a piena maturità, aveva dato vita ai Fasci, aveva assunto certe posizioni soprattutto per portare avanti l’“azienda” e, in definitiva, per “farsi una cuccia”; ad un certo momento si trovò alla testa di un movimento politico che aveva tirato su giorno per giorno con i suoi articoli (un misto di conformismo, di “fiuto”, di spregiudicatezza, di provocazione) e che improvvisamente gli si rivelò grande a condizione di seguirne la logica e di considerarlo la sua vera “azienda”». Solo quando questo capo in cerca di adepti incontrò un movimento in cerca di un capo quale fu lo squadrismo agrario – solo allora, conclude De Felice, nacque il «vero fascismo». Di nuovo, però, il talento di Mussolini non si misura nella capacità di elaborare una visione, quanto nell’abilità con cui, sposata la causa della reazione, riuscì a non esserne solo uno degli strumenti (come auspicato forse da alcuni), ma a «diventarne il fulcro, facendo degli altri il proprio strumento; cavalcare insomma, come si suol dire, la tigre e non esserne solo uno dei tanti denti di cui si può benissimo fare anche a meno al momento opportuno. E in questa lotta per la sopravvivenza Mussolini fu veramente maestro». Ennesima conferma che spesso a fare la storia sono quelli che si ritrovano col campo libero perchè quanti la storia pensano di averla perfettamente capita non li vedono proprio arrivare.

(finito il 30 luglio 2021)

Ho parlato di


Renzo De Felice
Mussolini il rivoluzionario 
(1883-1920)
(Einaudi 1965)

774 p. | ??? lire