sabato 17 giugno 2023

Il treno per Istanbul

Questo romanzo è un ben congegnato (forse fin troppo ben congegnato) meccanismo ad orologeria che adatta, in un certo senso, le tre classiche unità aristoteliche di tempo spazio e luogo all’epoca dinamica dell’elettricità: un treno lanciato in corsa da una città ben definita (Ostenda) e diretto verso un’altra città altrettanto ben definita (Istanbul, ovviamente) diventa infatti come un palco in movimento, su cui, atto dopo atto - ovvero stazione dopo stazione -, e scena per scena - ovvero vagone per vagone -, nell’arco di un paio di giorni appena, si inseguono, si incontrano, si avvicinano anche tantissimo e poi però per lo più si allontanano irreparabilmente, le vite di una serie di personaggi rappresentativi (forse fin troppo rappresentativi) di quell’Europa sull’orlo di una crisi di nervi di inizio anni ‘30, quando appunto il libro fu scritto. Profonde innovazioni stavano allora trasformando l’industria culturale. «I film (...) avevano insegnato una cosa all’occhio: la bellezza del paesaggio in movimento, come un campanile si muoveva dietro e sopra gli alberi, come sprofondava e s’innalzava insieme al passo disuguale dell’uomo, e l’incanto di una ciminiera che svetta verso le nuvole, per poi scomparire dietro altre ciminiere. Bisognava comunicare con la prosa questo senso del movimento». E così in effetti accade in queste pagine. Benché alcune delle scene chiave della storia si svolgano in esterna, abbiamo comunque anche lì inseguimenti in automobile, fughe, continui cambi di ambientazione, per non farci mai dimenticare la malinconica verità che un viaggio in treno ci svela sulla vita: «rocce, case e nudi pascoli indietreggiavano a più di cento chilometri all’ora, e c’erano ancora tante cose da dirsi». Qualunque cosa accada, per quanti incidenti di percorso possano rallentare la marcia, il mondo in realtà non si ferma mai ad aspettarci.

Mi pare sia questo l’indizio più evidente che Greene concepì metodicamente questo libro con lo scopo preciso di farlo diventare un film, un prodotto, cioè, il cui tempo di fruizione è deciso dal regista, non dallo spettatore, che vi si deve adeguare. Non è privo di ironia che egli affidi le sopraccitate considerazioni sul cinema a un fatuo scrittore, il cui intento vorrebbe semplicemente essere quello di «restituire salute e buon umore alla letteratura moderna. Troppe introspezioni, troppa malinconia. In fin dei conti il mondo è un bel posto, pieno di avventure» (ricordate quella battuta del Caimano? “É sempre il momento di fare una commedia…” - e qui siamo nientemeno che alla vigilia della presa del potere di Hitler). Eppure anche Greene ci vende la sua opera come un “divertimento”, sebbene l’originale entertainment credo esprima meglio il proposito di creare qualcosa che avvinca, sì, nei contenuti non meno che nelle forme, senza che debba essere per forza divertente. La morale della favola sarà anche a suo modo comica, ma di una comicità disperante («il mondo era un caos: i poveri morivano di fame e i ricchi non per questo erano più felici») e così l’epigrafe di Santayana, secondo cui «in natura tutto è lirico nella sua essenza ideale, tragico nel suo fato, e comico nella sua esistenza». Tale è effettivamente il mood del romanzo. A cui, curiosamente, capitò qualcosa di simile al tracciato di questa parabola. Vendette subito bene, permettendo a Greene di farci parecchi soldi, ma quando poi un film lo divento davverò – abbastanza in fretta, nel 1934, col titolo Orient Express – quest’ultimo si rivelò una dimenticabile meteora, immediatamente soppiantato, nell’immaginario collettivo, dal giallo di Agatha Christie ambientato sullo stesso treno e pubblicato nello stesso anno.

L’idea era dunque nell’aria, come è giusto che sia per i prodotti, appunto, di intrattenimento (verso i quali – sia chiaro – non provo nessuna avversione, e che anzi tanto più mi affascinano quanto più questa loro capacità di fiutare lo spirito del tempo li rende poi utilissimi come involontarie fonti storiche). E sebbene nei due libri il viaggio proceda in direzione contraria (da ovest a est in Greene, da est a ovest nella Christie), in entrambi un momento cruciale della vicenda è legato a una sosta imprevista da qualche parte nei Balcani, una sorta di cuore di tenebra europeo su cui il treno scorre come un ponte sospeso tra i due lembi estremi della civiltà che congiunge (lo spirito di Conrad aleggia abbondantemente su queste acque). Per intenderci, sono regioni in cui, senza che sia possibile avvistare case per chilometri e chilometri d’intorno, non si sa come, non appena i viaggiatori sono costretti a fermarsi, dal nulla sbucano contadini locali che provano a vendere loro qualsiasi cosa, un po’ come ci era capitato di sperimentare in viaggio di nozze sugli immensi altopiani andini del Perù. Qui una volta era tutto impero asburgico, ora invece il territorio è solcato da confini che ancora contano, eccome se contano, per quanto il treno possa apparire a prima vista come un mobile non-luogo capace di perforarli ad uno ad uno col suo incedere, lo stesso incedere di quella modernità che, inventando anche l’aeroplano e la finanza, ai confini sembra essere sempre più indifferente. Se ne accorgerà tragicamente uno dei protagonisti del racconto, il dottor Czinner, leader comunista jugoslavo in esilio, roso dai sensi di colpa e deciso per questo a rientrare in patria, a costo della vita, per trasformare il processo cui agogna in una tribuna mediatica e offrire messianicamente il proprio martirio come scintilla per scatenare la rivoluzione, ma che sarà giudicato invece da un’oscura corte marziale improvvisata dalle guardie di frontiera di Subotica. «Muoio per indicarvi la strada», afferma. «Ma, mentre parlava, la parte più lucida della sua mente gli diceva quanto fossero poche le possibilità che la sua morte avesse una qualunque efficacia».

Anche questo sacrificio verrà inghiottito nelle fauci della storia, senza lasciar traccia. Come se il viaggio fosse un singhiozzo, una sospensione nel respiro, superato il quale si riprende regolarmente la propria vita di prima, capita in effetti, quando si arriva infine a un meta, che non si sia poi neanche tanto sicuri che siano veramente accadute le esperienze vissute durante il tragitto. In questi grotteschi novendiali per la morte del faraone credo che in tanti ce lo stiamo chiedendo, se tutto ciò che ricordiamo di questi ultimi trent’anni sia avvenuto davvero. Purtroppo, almeno per noi, le macerie non mentono.

(finito il 5 settembre 2021)

Ho parlato di


Graham Greene
Il treno per Istanbul
(Sellerio 2020)

trad. di A. Carrera

352 pp. | 14 €

(ed. or.: Stamboul Train, 1932)

giovedì 1 giugno 2023

Da animali a dei

Poco importa che non sia più in grado di recuperare la fonte esatta a cui pensavo, dato che analoghi articoli in cui si glorifica questo libro come uno dei testi imprescindibili del primo quinto di XXI secolo se ne possono trovare a decine. Ed effettivamente è vero che, ben prima di cominciarlo, l’avevo già sentito citare dalle persone più diverse e nei contesti più disparati da indurmi a pensare, quando poi mi sono deciso a leggerlo, di essere ormai l’unico sprovveduto a non averlo ancora fatto. Il successo editoriale è però un fenomeno ambiguo, assai più utile per misurare gli umori del pubblico anziché il valore di ciò che è stato scritto. L’esposizione alla ribalta attira inoltre le polemiche e polarizza le posizioni, giacché, più infervorati sono gli applausi, più feroci si levano anche le critiche (come quelle di chi liquida Harari come uno spregiudicato populista della scienza in risposta a chi ne ha fatto quasi un guru spirituale). Ora che, in base alle regole che io stesso mi son dato, è arrivato – con consueto ritardo - il momento di dire la mia, ammetto che non ho ancora capito bene da che parte stare.

Partirei di qui. Circola in rete una recente, bellissima, lezione di Telmo Pievani incentrata sul perché mai proprio noi siamo rimasti l’unica specie umana sulla Terra. Fra le tesi che vi vengono argomentate c’è anche quella secondo cui non sarebbero state l’invenzione dell’atomica o la Rivoluzione industriale, come di solito si dice, a determinare l’inizio del cosiddetto “antropocene” (ovvero l’epoca geologica segnata irreversibilmente dall’azione umana) bensì un evento decisamente più remoto quale l’ondata migratoria che spinse i nostri antenati Sapiens per la seconda o terza volta fuori dall’Africa, all’incirca tra i 60 e i 40 mila anni fa, perché in effetti è proprio da allora che abbiamo cominciato a plasmare il mondo a nostra immagine e somiglianza, come ben si accorsero anzitutto le altre specie umane allora esistenti (i Neanderthal, i Denisova e i Floresiensis, almeno), che per prime dovettero fare i conti con la nostra improvvisa invadenza, dopo che per qualche decina di migliaia di anni eravamo riusciti a costruire con loro una qualche forma di pacifica convivenza (come testimoniano le frequenti ibridazioni attestate dal DNA conservato nei reperti fossili). Harari esprime mi sembra un concetto analogo quando scrive che, a partire dalla Rivoluzione cognitiva, per i Sapiens non si può più parlare di un «modo di vita naturale», in quanto la cultura ha soppiantato la biologia e ai tempi lentissimi della paleontologia è subentrato il tempo accelerato della storia, che ci ha fatto progressivamente aumentare sempre più il passo rispetto a quello dell’evoluzione genetica (creandoci pure qualche complicazione, dal momento che, anche se viviamo nei grattacieli, «il nostro DNA pensa ancora che siamo nella savana», perché non ha ancora avuto veramente il tempo di adattarsi a condizioni che, peraltro, mutano continuamente). Questo è appunto uno di quei libri che, come già a suo tempo quello di Diamond, ci invitano a ragionare secondo questa prospettiva, sempre piuttosto spiazzante, di lunghissimo periodo, e a considerare perciò tutto quello che è successo da allora in poi come parte di un unico processo scandito giusto da due, tre tappe veramente fondamentali, rispetto a cui tutto il resto è quasi irrilevante – e sebbene il suo autore, sorretto da indubbio talento divulgativo e da un’ostentata irriverenza, tenda effettivamente a dare l’impressione di vendere come se fossero sue trovate brillanti delle idee che magari non sono sempre farina del suo sacco, ciò non toglie che molte delle cose che scrive siano convincenti e condivisibili (e difatti me ne sono anche servito a scuola per parlare, ad esempio, di Bacone o di Rousseau).

Perno principale del suo ragionamento è che il motore di questo sviluppo (che non è necessariamente un progresso, se lo valutiamo in termini di felicità raggiunta, poiché «non è detto che nuove attitudini, comportamenti e capacità rendano necessariamente migliore la vita») non sarebbe tanto da riconoscere né in invenzioni materiali quali la ruota né in scoperte come la domesticazione del fuoco, bensì nell’acquisizione della straordinaria «capacità di creare una realtà immaginata traendola dalle parole». Una mutazione non ancora pienamente compresa ci ha consentito infatti di elaborare un linguaggio estremamente duttile, in grado non solo di comunicare l’esistente, ma «di trasmettere informazioni su cose che non esistono affatto. (…) In precedenza molti animali e molte specie umane erano in grado di dire: “Attenzione! Un leone!”. Grazie alla Rivoluzione cognitiva, l’Homo sapiens acquisì la capacità di dire: “Il leone è lo spirito guardiano della nostra tribù”. Tale capacità di parlare di fantasie inventate è il tratto più esclusivo del linguaggio sapiens», in quanto «ci ha consentito non solo di immaginare le cose, ma di farlo collettivamente. Possiamo intessere miti condivisi come quelli della storia biblica della creazione, quelli del Tempo del Sogno elaborati dagli aborigeni australiani e quelli nazionalisti degli stati moderni. Questi miti conferiscono ai Sapiens la capacità senza precedenti di cooperare tra grandi numeri di individui». Da decine di migliaia di anni, in sostanza, ci raccontiamo storie e crediamo alle storie che raccontiamo, al punto da essere disposti a morire per esse. Sono stati proprio questi grandi miti sociali sempre più estesi – il denaro, le religioni universali, la scienza moderna, il capitalismo –, attecchendo come dei meme nella nostra coscienza, ed anzi contribuendo decisamente a plasmarla, a creare le condizioni per l’approdo, dopo svariati ghirigori, a quella comprensione autenticamente globale e planetaria del mondo che trova oggi il suo pieno compimento e che ci permette di riscoprirci, appunto, come Sapiens.

Finzioni, dunque, ancorché potentemente performanti. Così, sarà pure morto Dio, ma tutta la nostra vita continua a basarsi sulla fede «in una perpetua crescita economica» che «va contro quasi tutto ciò che sappiamo dell’universo». Analogamente «i nostri sistemi liberali di politica e di giustizia» continuano a essere «fondati sulla convinzione che ogni individuo ha una natura interiore che è sacra, indivisibile e immutabile, che conferisce significato al mondo ed è la fonte di ogni principio etico e politico», quando «le scienze della vita hanno scardinato completamente questo credo. (…) Con sempre maggior forza, [gli scienziati] sostengono che il comportamento umano è determinato dagli ormoni, dai geni e dalle sinapsi, e non dal libero arbitrio – cioè dalle stesse forze che determinano il comportamento degli scimpanzé, dei lupi, delle formiche». Nonostante tutto quello che hanno potuto immaginare di sé attraverso i secoli, questi «animali insignificanti, il cui impatto sull’ambiente in cui vivevano non era superiore a quello di gorilla, lucciole e meduse», continuano cioè a non avere nulla di strutturalmente diverso da tutte le altre creature. Il tema è quantomai centrale e decisivo: ne va, per dirne una, del valore stesso di una cosetta come i diritti umani. Detto altrimenti, quel che chiamiamo umanesimo è oggi solo un’opera puramente nostalgica di retroguardia con cui cerchiamo di difendere privilegi ormai inaccettabili o il riconoscimento di un qualcosa di buono che, sia pure emerso in modo contingente, merita comunque di essere salvaguardato?

Harari sembra pensare che la nostra specie non abbia veramente nulla di così peculiare da garantirle l’eternità e che, come ci fu una soglia superata la quale sganciammo la nostra storia da quella degli altri uomini, così siamo probabilmente in prossimità di un’altra soglia che ci porterà oltre l’umano, a un livello che per noi oggi è letteralmente inimmaginabile, quando i processi mentali saranno trascritti in circuiti e la programmazione intelligente aggirerà gli estremi limiti biologici, consentendoci di mettere in scacco anche la morte. «Di rado la fantascienza descrive un simile futuro, perché una descrizione accurata di esso sarebbe per definizione incomprensibile. Fare un film sulla vita di un super-cyborg sarebbe come rappresentare Amleto per un pubblico di Neanderthal. I futuri signori del mondo saranno probabilmente assai diversi da noi, molto più di quanto lo siamo noi dai Neanderthal. Mentre sia noi sia i Neanderthal siamo per lo meno umani, i nostri eredi potrebbero essere simili a un dio». Non è chiarissimo se questo sia da intendersi come un monito, un auspicio o una semplice descrizione – ma la sensazione, leggendo soprattutto le pagine finali, è che per Harari questo scenario sia qualcosa di irreversibile a cui tanto vale prepararci per tempo (forse anche solo per il gusto, dal suo punto di vista, di poter affermare: ve l’avevo detto). La storia umana sarebbe dunque solo una lunga parasceve alla futura Pasqua cibernetica? Per uno che, a metà libro, scrive invece che «la storia non può essere spiegata per via determinista, e non può essere prevista perché è caotica» e che noi non la studiamo «per conoscere il futuro ma per ampliare i nostri orizzonti, per capire che la nostra situazione presente non deriva da una legge naturale e non è inevitabile, e che di conseguenza abbiamo di fronte a noi molte più possibilità di quante immaginiamo», mi sembrerebbe una ben curiosa conclusione. Forse alla fine chi racconta è rimasto abbagliato dal suo stesso racconto. Del resto, siamo o non siamo una specie credulona?

(finito il 19 agosto 2021)

Ho parlato di


Yuval Noah Harari
Da animali a dei. Breve storia dell'umanità
(Bompiani 2014)

trad. di G. Bernardi

533 pp. | 17 €

(ed. or.: Kitsur toldot ha-enoshut, 2011)

giovedì 11 maggio 2023

Dalla parte di Swann

In un libro di tanti anni fa, in modo non credo del tutto accidentale, il professor Maurizio Ferraris buttava lì la confessione che, tra i sedici e i ventidue anni, si era letto per ben sette volte tutta quanta la Recherche. Io che sono uno che si accontenta mi sono dato come obiettivo più modesto quello di leggerne per lo meno un volume all’anno, per sette anni, tra i quaranta e i quarantasei. “Quanto tempo perduto…”, mi si dirà. E invece no, perché se c’è un autore che davvero ti dà la sensazione che il tempo quantitativamente speso per leggerlo ti venga restituito decuplicato in profondità e spessore, quello è proprio Proust, con la sua capacità sopraffina di indugiare a lungo su un dettaglio apparentemente irrilevante per portarne alla luce sfumature che mai ti saresti neppure immaginato, se non ci fosse stato lui a svelartele, assicurandoti così che persino in un istante di distrazione, di quelli che passano di continuo senza che ci fai caso e vanno a formare come la preponderante massa oscura di cui è fatta la maggior parte della nostra esistenza, sono in realtà racchiusi infiniti mondi degni di esplorazione.

Vale, in un certo senso, quel che il narratore stesso osserva a un certo punto, a proposito delle sue letture estive nel giardino della casa di campagna: «quei pomeriggi contenevano più avvenimenti drammatici di quanti non ne contenga, spesso, un’intera vita», giacché la lettura «scatena dentro di noi nello spazio di un’ora tutte le possibili gioie e sventure che, nella vita, impiegheremmo anni interi a conoscere in minima parte». Solo che ci vuole molta pazienza, qui, perché è tutto così estremamente denso, e così poco interessante, del resto, lo sviluppo in sé della trama, che finisci per indugiare anche tu, con chi scrive, sulle raffigurazioni di una vetrata o sulle sfaccettature di un’emozione, al punto da trasformare la lettura in qualcosa di molto simile a quell’arte della ruminatio tipica della monastica lectio divina – o, se volete, all’immersione in un’immensa sinfonia, di cui si possono cogliere adeguatamente movimenti e motivi solo dopo un ascolto ripetuto e prolungato. Più che letta per arrivare alla fine, la Recherche andrebbe messa ogni tanto in sottofondo, come un disco. Così si può capire davvero la differenza che passa tra il mero consumo e l’esperienza che ti trasforma da dentro.

E insomma, che volete che mi inventi di nuovo su Proust e sulla sua idea folle e apparentemente impossibile di riversare sulla pagina scritta tutte le fragranze della vita, con le sue incalcolabili e intrecciate sedimentazioni? Tra l’altro siamo appena all’inizio del viaggio e manca ancora il quadro d’insieme: circolano già un sacco di personaggi incredibili, di ciascuno dei quali viene colto almeno un aspetto che lo rende assolutamente memorabile (e tanto più quanto a prima vista esso appare ordinario, come, per esempio, la povera sguattera paragonata a un certo punto alla Carità di Giotto), eppure non saprei dire chi di questi resterà fino alla fine e chi no. Posso solo ipotizzare che fra i primi ci sia Swann, il ricco borghese ebreo così direttamente legato all’episodio che innesca il motore dei ricordi e la cui proprietà è una delle due “parti” verso cui potevano dirigersi le consuete passeggiate della famiglia del protagonista, opposta a quella degli aristocratici Guermantes, lontanissime fra loro, più che per la distanza chilometrica, per quella «che correva fra le due parti del mio cervello in cui le pensavo (…) l’una inconoscibile all’altra, nei vasi chiusi e non comunicanti dei differenti pomeriggi» (La parte di Guermantes è appunto il titolo del terzo volume, che leggerò, se Dio vuole, quest’estate). Quello Swann, dicevo, con cui il protagonista scoprirà di condividere «l’angoscia che si prova sentendo l’essere al quale si vuol bene in un luogo di piacere dove noi non siamo» - che mi pare, a naso, una delle chiavi di lettura del romanzo e una fonte zampillante di pena e di arte per il suo autore.

Di sicuro resteranno i luoghi in cui si sviluppano quelle passaggiate, e il villaggio che ne sta al centro, l’ipotetica Combray che, proprio come il campanile della sua chiesa sempre visibile da ogni parte della città e della campagna circostante, riaffiora continuamente nel ricordo del narratore, territorio geografico e allo stesso tempo, ma soprattutto, paesaggio dell’anima, giacché le pietre e i fiori che lo caratterizzano «hanno formato per me l’eterno volto del paese dove amerei vivere». Proprio per questo si va avanti adagio, gustando a piccoli sorsi: perché, come per un incantesimo prodotto dai lunghissimi periodi di Proust, non di rado la sua Combray trasfigurava nella mia Combray, con la mia “parte di Swann”, il cielo che avevo visto io, gli incontri che avevo fatto io, tutto quell’immenso sostrato, insomma, che costituisce la gran parte di quel che sono diventato e ripensando al quale ho cominciato anch’io a riconquistare almeno qualcuno di quegli anni solo apparentemente perduti che proprio oggi sono diventati in tutto quarantadue.

(finito il 13 agosto 2021)

Ho parlato di


Marcel Proust
Dalla parte di Swann
in M. Proust, Alla ricerca del tempo perduto, Mondadori, Milano 2018, pp. 3-285.

Trad. di G. Raboni

2058 pp. | 32 €

(ed. or.: Du côté de chez Swann, 1913)

lunedì 17 aprile 2023

La battaglia. Storia di Waterloo

Alessandro Barbero è uno di quei pochissimi (come Piero Angela, Mattarella o il commissario Montalbano) per i quali sarei disposto a scomodare senza vergogna la famigerata etichetta di santo subito. Eppure l’assoluta intransigenza con cui abbandono qualunque cosa stia facendo, non appena il suo faccione sbuca sullo schermo, per raccogliere anche solo due o tre briciole di un suo qualunque intervento televisivo è andata per lungo tempo a braccetto con una non minore determinazione nel tenermi volutamente alla larga dai suoi libri, temendo l’inevitabile delusione di non potervi ritrovare la capacità affabulatoria di cui è assoluto maestro, essendo questa il risultato di mimica, gestualità e cadenze difficilmente replicabili in un testo scritto. C’è voluto il bicentenario di Waterloo, una nuova collana da edicola e un regalo di mia moglie in occasione dei miei quarant’anni per indurmi a compiere questo passo, nonché la curiosità di capire un po’ meglio come funziona davvero una battaglia napoleonica, avendone conosciuto qualcosa, fino ad allora, solo attraverso la penna sublime ma chissà quanto veritiera di Tolstoj e Stendhal.

Non si tratta evidentemente di una ricerca originale, né intende esserlo. Barbero - che proprio me lo vedo da piccolo, già coi suoi occhialetti, divertirsi un mondo a giocare coi soldatini distinguendo con cognizione di causa le rispettive divise militari come io avrei potuto riconoscere le diverse maglie delle squadre di calcio mentre le schieravo sul campo di Subbuteo – ha macinato per noi l’immensa bibliografia sul tema e ne ha ricavato la versione expanded (decisamente expanded) di una delle sue ormai celeberrime lezioni (dove la sua bravura si misura, appunto, nel riuscire a dare un’ulteriore giro di torchio a tutto questo pout-pourri di informazioni per condensarlo da par suo in appena un’ora, un’ora e mezza, di scintillante narrazione). Qui c’è pane abbondante per chi, come il sottoscritto, sebbene non abbia mai praticato in prima persona i war games, ha sempre trovato affascinanti mappe, miniature e in genere tutto ciò che contribuisce a trasfigurare la guerra da quell’indecente massacro che è in un puro gioco strategico, dal momento che tutto quel che accadde in quella giornata campale del 18 giugno 1815 (anzi, per la precisione, dalla sera prima alla notte dopo) è descritto al dettaglio, minuto per minuto, quasi come se si trattasse di una cronaca sportiva. L’accostamento non disturbi troppo, giacché lo si trova già nelle fonti. «Come molti gentiluomini inglesi, il duca [di Wellington] era un appassionato di pugilato, e gli veniva naturale descrivere una battaglia con il linguaggio di un incontro di boxe, come traspare da una lettera scritta a un amico qualche giorno dopo: “Mai visto un incontro fra due picchiatori così. Eravamo tutt’e due quello che i pugili chiamano dei ghiottoni” (un termine dello slang sportivo che designava chi non ha paura del corpo a corpo, e si lascia massacrare piuttosto che arrendersi)» (e sì, mi piace pensare che, in inglese, il termine in questione sia proprio wolverine).

Il generale inglese allude qui ai prolungati assalti della cavalleria francese addosso ai quadrati della fanteria alleata, protrattisi incessantemente per tutto il pomeriggio, tra una scarica di artiglieria e l’altra – qualcosa come una ricorsiva ondata di marea che s’abbatte ininterrottamente sulla stessa scogliera, in un testa a testa in cui quel che più contava, alla lunga, era soprattutto mantenere i nervi saldi. Infatti, in battaglie nel corso delle quali, complessivamente parlando, «soltanto una pallottola ogni 459 colpiva il suo uomo» e le perdite erano perciò relativamente basse (oscenamente basse rispetto agli standard cui ci ha abituato la guerra novecentesca), ci si continuava a sparare, in mezzo al fumo, «finché la sensazione che il fuoco nemico fosse più efficace e che la soglia di pericolo stesse crescendo un po’ troppo non si faceva strada in uno dei due battaglioni, producendone lo sbandamento» - e a quel punto era quasi sempre la fine per chi cedeva, anche se, per paradosso, le sue forze fossero state numericamente superiori a quelle avversarie (perché non c’è santo che tenga, un reparto sbrecciato non lo potevi più ricompattare in nessun modo). Perciò, per tornare al nostro corpo a corpo, «se soltanto la cavalleria, osservando segni di sbandamento in un quadrato, magari composto da reclute, fosse riuscita a entrarci e metterlo in rotta, si sarebbe aperta una falla nella linea di Wellington; e se lo stesso successo si fosse ripetuto in diversi quadrati vicini, la falla sarebbe diventata impossibile da tamponare».

Non fu, insomma, una grandissima battaglia – non lo fu per il numero complessivo degli uomini impegnati (anche se - questo è vero - concentrati tutti in uno spazio minimo di pochissimi chilometri quadrati) e soprattutto per questo suo sviluppo abbastanza monotono. Ma a onor del vero, va detto che, stante la conformazione del terreno e il modo in cui si erano messe le cose, nemmeno un genio come Napoleone «avrebbe potuto tirarne fuori qualcosa di diverso». E sebbene i resoconti del giorno ci parlino di un Bonaparte «fin troppo apatico» e molti indizi lasciano trapelare che lui e i suoi generali non abbiano lavorato «con l’efficienza abituale in altri tempi», al punto di commettere alcuni madornali errori di valutazione, ciò che può suonare sorprendente alle orecchie di coloro per cui Waterloo suona come sinonimo di disfatta totale è che, in realtà, fino all’ultimo il suo esito rimase estremamente aperto. Anzi, intorno «alle due del pomeriggio, lungo lo chemin d’Ohain tra la Haye Sainte e la Papelotte, i francesi stavano vincendo la battaglia di Waterloo». Decisivo fu l’inatteso arrivo dei prussiani, che, costringendo i francesi a dirottare una parte consistente delle truppe sul loro fianco destro, ne smorzarono quello che avrebbe dovuto essere l’attacco decisivo lungo il fronte centrale, là dove gli inglesi erano ormai alle corde, dopo averle prese per quasi tutto il giorno. «I resoconti di tutti coloro che stavano nei quadrati fra le sei e le sette del pomeriggio sono così simili fra loro, da lasciare l’impressione che con una mezz’ora in più di bombardamento la linea di Wellington si sarebbe semplicemente sfasciata, senza che i francesi avessero neppure bisogno di attaccarla». Ma per dare quest’ultimo scossone sarebbero servite a quel punto forze fresche, quei vignaioli dell’ultima ora il cui compito era precisamente quello di starsene al coperto tutto il giorno per poi uscire ad assestare il colpo finale al momento opportuno. Truppe logorate da una giornata intera trascorsa in prima linea, infatti, «se ricevono l’ordine di andare avanti, marceranno, ma alla prima difficoltà tenderanno a fermarsi; (…) basterà poco, l’esplosione di una granata in mezzo alle file, qualche grido di panico proveniente da chissà dove, l’impressione che altri stiano battendo in ritirata, perché la riluttante avanzata d’un battaglione si fermi di botto, nonostante tutte le esortazioni degli ufficiali, e perché gli uomini comincino a sbandarse e a tornare indietro». Il problema è che, se al mattino Napoleone poteva contare su una riserva strategica di trentasette battaglioni in vista dello sfondamento risolutivo, nel tardo pomeriggio gliene restava solo più una dozzina, gli altri essendo stati appunto mandati a tenere a bada i tedeschi di von Blucher. Quel numero non si rivelò sufficiente e quindi finì come tutti sappiamo. Ma il fatto che l’esercito francese non abbia comunque perduto neanche un’aquila imperiale ci autorizza a pensare che, dopotutto, pur nella disfatta, la sua ritirata non fu del tutto priva di ordine: «in quella sera di giugno, i quadrati della Vecchia Guardia scrissero l’ultima pagina dell’epopea napoleonica, entrando direttamente nella leggenda».

Cos’altro c’è del Barbero che conosciamo in questo racconto? Direi l’attenzione per le vive impressioni registrate indelebilmente nella memoria di tutta quella varia umanità che si ritrovò lì, quel giorno, su fronti opposti, a giocarsi la propria vita. Ed anche alcuni dettagli, di quelli che ti piacerebbe sentire raccontare dalla sua viva voce, con quella stessa verve che consentiva a un altro santo subito come Gigi Proietti di rendere meravigliose anche le barzellette più sceme. Ne cito giusto un paio: la storia della carrozza di Napoleone, «con le ruote vermiglie e i vetri a prova di proiettile», acquistata poi da un imprenditore inglese ed «esibita al pubblico a Londra, dove pagando pochi scellini qualsiasi curioso poté provare l’emozione di sedercisi dentro» oppure l’accenno alla piccola Elizabeth Watkins, di appena cinque anni, che rimase tutto il giorno sul campo insieme alla madre, moglie di un soldato, aiutandola a strappare tela per farne delle bende e che era ancora viva, per raccontarlo, nel 1903. Senza trascurare un’intrigante ipotesi storiografica, avanzata proprio in chiusura di libro: nonostante l’innegabile «forza simbolica» che la battaglia di Waterloo ebbe per i contemporanei e che ancora si riversa su di noi, tanto da farci continuare a occuparcene con curiosità, non è insensato supporre che, se essa fosse andata diversamente, le cose sarebbero probabilmente cambiate giusto un po’ negli anni immediatamente successivi, ma «suppergiù dal 1850 la storia del mondo sarebbe stata identica a quella che conosciamo». Forse qui prende il sopravvento lo sguardo del medievista, con la sua tipica attenzione per la lunga durata. O forse la morale è che in fondo neanche Napoleone con tutte le sue armate avrebbe potuto arrestare l’avanzata del capitalismo in marcia, il vero vincitore della modernità.

(finito il 12 agosto 2021)

Ho parlato di


Alessandro Barbero
La battaglia.
Storia di Waterloo
(Gedi 2021)

386 p. | 9,90 €

(ed. or.: 2003)

domenica 26 marzo 2023

Mussolini il rivoluzionario (1883-1920)

Benché fossimo ancora immersi in pieno tripudio mariodraghista, subodorando che sarebbe potuta finire come poi è effettivamente andata a finire, e sapendo che, non appena si ritornano a evocare certi temi, salta immancabilmente fuori qualcuno che ti ingiunge di andarti a leggere De Felice, se vuoi davvero capirne qualcosa, anziché quei manuali veteromarxisti che ci hanno fatto studiare e che continuiamo a fare studiare a scuola, a un certo punto mi son detto che dopotutto forse De Felice valeva davvero la pena andarselo a leggere, se non altro per avere qualcosa da replicare a quelli che, evocandolo, sperano in realtà di troncare così il discorso, perché tanto chi vuoi che se la sia letta per davvero tutta la sua immensa biografia di Mussolini? E allora sotto col primo volume, affrontato con lo sguardo oserei dire candido di chi vorrebbe capire cosa ci sia mai lì dentro di così sconvolgente da poter suscitare folgoranti conversioni sulla via di Damasco - e dal quale sono uscito anzitutto con tantissime conoscenze in più, perché la messe è indubbiamente molta, ma ancor più con l’impressione che, almeno da queste prime seicento pagine, il moderno camerata non è che possa ricavare chissà quanto materiale per giustificare la sua venerazione per il Duce. Anzi. Però ora sono io che posso dire: questo lo scrive pure De Felice.

Il fatto che il tomo sia dedicato agli anni di apprendistato di Mussolini e la scelta metodologica di seguire passo passo gli spostamenti, geografici e ideologici, di quello che fu, a tutti gli effetti, un irregolare ci immettono praticamente nelle atmosfere di un romanzo senza che si dovesse attendere quello di Scurati. Al netto degli aneddoti più o meno curiosi (fra cui il mio preferito è forse quello del giovane maestro Mussolini che, assegnato alla scuola di Tolmezzo, non trova modo migliore per passare il tempo che travestirsi da fantasma e fare gli scherzi di notte nei cimiteri, perché di base è un romagnolo cazzone), ritornano tuttavia insistentemente osservazioni e commenti che, come pennellate ricorsive, consentono all’autore di delineare i tratti di un profilo umano e caratteriale ben definito. Studente assolutamente normale, che «non lasciava minimamente prevedere un grande avvenire», il giovane Benito è tuttavia precocemente animato da un desiderio di evasione «dal paese natio e dalla vita di tutti i giorni», che tornerà a manifestarsi più volte, quando le cose si sarebbero fatte incerte (ancora nel ‘19, dopo il disastro elettorale della lista fascista, avrebbe espresso il desiderio di buttare tutto a mare e «girare il mondo col mio violino: magnifico mestiere, il rapsodo errante!»; così come nei giorni concitati in cui D’Annunzio è a Fiume si informa su come potersi aggregare da giornalista al raid aereo Roma-Tokyo...). Il fatto è che «la sicurezza di sé, la convinzione di essere diverso dai suoi simili, lo rendevano incapace di rendersi conto delle difficoltà della vita e di vivere e di lavorare come uno qualunque, modestamente, e gli facevano rigettare la responsabilità dei suoi insuccessi e delle sue difficoltà sugli altri». Come accadrà anche per Hitler, la posa da superuomo è una bolla gonfia di puro risentimento: è proprio vero che, a volte, basta una persona che si monta la testa per far finire la festa. Perciò, se ai tempi della sua prima fuga in Svizzera (quella che gli riuscì meglio), Mussolini cominciò a farsi un nome negli ambienti socialisti, fu in sostanza perché, «psicologicamente incapace ad affrontare, come tante migliaia di altri emigranti, una modesta e dura attività di lavoro», sfruttò il fatto di avere un diploma per diventare un agitatore politico. Per lui la politica era in primo luogo «una maniera per sbarcare il lunario, per avere una certa autonomia e libertà – che un lavoro fisso gli avrebbe impedito di avere». Quali idee avesse in testa non lo sapeva bene neanche lui, ma un talento innato per fiutare l’aria che tira, quello non glielo si può negare: coniando sin da allora lo slogan “noi non abbiamo formule” - perché restare fermi su un dogma è la morte dello spirito, che deve invece perennemente muoversi, noncurante del principio di non contraddizione – trovò il modo di agghindare il proprio spaesamento con ornamenti filosofici allora à la page che gli consentiranno oltretutto di tenersi le mani libere per qualsiasi repentino cambio di rotta avessero richiesto le circostanze.

Mi si dirà che non si può giudicare l’uomo per le oscillazioni e le incertezze avute a vent’anni. Vero, ma la sensazione che resta, leggendo queste pagine, è che un vero e proprio programma di riferimento in realtà Mussolini non ce l’abbia mai avuto neanche a trenta o a quaranta, fuor che un vago nicianesimo concepito come estremo volontarismo e imposizione di se stesso (lo avrebbero già dovuto intuire i suoi compagni di partito, dato che il suo socialismo era tutto idealistico e la rivoluzione, per lui, «prima di tutto, un atto di fede»). Eppure è proprio in questa spregiudicatezza ideologica che sta la chiave del suo successo: se avesse avuto un pensiero più forte, o semplicemente un pensiero forte, probabilmente sarebbe stato travolto dagli eventi. «Mussolini percorse la sua strada passo a passo, giorno per giorno, senza sapere bene oggi cosa avrebbe fatto domani; ma è anche vero che su questa strada egli procedette con la viva consapevolezza dell’uomo politico che se non sapeva dove voleva arrivare sapeva però bene che, nella situazione dell’Italia d’allora, la sua strada non poteva che tracciarsela mantenendosi sempre aderente alla realtà e adeguandosi ad essa». Avendo capito per tempo (e gliene va dato atto) che tutto un mondo era lì lì per crollare, ciò di cui andò in cerca, negli anni turbolenti prima e dopo la Grande guerra, fu sostanzialmente una forza da poter manovrare a suo piacimento per dare la spallata definitiva al vecchio sistema e giocarsi le sue carte in quello nuovo che ne sarebbe venuto fuori. Questo è più o meno anche l’indicazione che ci offre, tra gli altri, uno che Mussolini lo conobbe molto da vicino come Nenni, in un passo che De Felice stesso giudica particolarmente acuto: «plebeo era e pareva volesse restare, ma senza amore per le plebi. Negli operai ai quali parlava non vedeva dei fratelli, ma una forza, un mezzo del quale potrebbe servirsi per rovesciare il mondo».

Presentatosi perciò come rottamatore del gruppo dirigente socialista, una volta svanita la possibilità di diventare una sorta di Lenin italiano e fallito il progetto di portare il partito sulle sue posizioni, Mussolini decise che la rivoluzione l’avrebbe allora fatta a modo suo. E qui la sua intuizione probabilmente più geniale e moderna fu quella di utilizzare il suo giornale per crearsi un suo pubblico - come altri avrebbero poi fatto impiegando blog e televisioni - inebriandolo con un linguaggio perennemente antinconvenzionale e sopra le righe. «Si può dire che lo stesso Mussolini ad un certo punto si trovò ad essere uno dei grandi protagonisti della ribalta italiana quasi senza accorgersene, per successivi adeguamenti, per successivi compromessi. Giornalista appassionato e ormai giunto a piena maturità, aveva dato vita ai Fasci, aveva assunto certe posizioni soprattutto per portare avanti l’“azienda” e, in definitiva, per “farsi una cuccia”; ad un certo momento si trovò alla testa di un movimento politico che aveva tirato su giorno per giorno con i suoi articoli (un misto di conformismo, di “fiuto”, di spregiudicatezza, di provocazione) e che improvvisamente gli si rivelò grande a condizione di seguirne la logica e di considerarlo la sua vera “azienda”». Solo quando questo capo in cerca di adepti incontrò un movimento in cerca di un capo quale fu lo squadrismo agrario – solo allora, conclude De Felice, nacque il «vero fascismo». Di nuovo, però, il talento di Mussolini non si misura nella capacità di elaborare una visione, quanto nell’abilità con cui, sposata la causa della reazione, riuscì a non esserne solo uno degli strumenti (come auspicato forse da alcuni), ma a «diventarne il fulcro, facendo degli altri il proprio strumento; cavalcare insomma, come si suol dire, la tigre e non esserne solo uno dei tanti denti di cui si può benissimo fare anche a meno al momento opportuno. E in questa lotta per la sopravvivenza Mussolini fu veramente maestro». Ennesima conferma che spesso a fare la storia sono quelli che si ritrovano col campo libero perchè quanti la storia pensano di averla perfettamente capita non li vedono proprio arrivare.

(finito il 30 luglio 2021)

Ho parlato di


Renzo De Felice
Mussolini il rivoluzionario 
(1883-1920)
(Einaudi 1965)

774 p. | ??? lire


martedì 28 febbraio 2023

Il contesto

Tre anni prima che lo facesse Pasolini sul Corriere della Sera, Sciascia aveva già pronunciato il suo personalissimo «io so», pubblicando un romanzo concepito come una parodia, iniziato «con divertimento» (perché, come sempre, in questo nostro povero paese «non è che non ci fosse da essere arrabbiati e da disprezzare. Ma c’era anche da ridere») e portato a termine, però, «che non mi divertivo più», forse perché l’«apologo sul potere nel mondo» che aveva in testa, «sul potere che sempre più digrada nella impenetrabile forma di una concatenazione che approssimativamente possiamo dire mafiosa», pur se ambientato in un paese di finzione, stava cominciando a diventare sin troppo simile alla realtà italiana del 1971 (o forse era stato così sin dall’inizio, ma è solo scrivendone che se ne era accorto davvero). L’operazione era oggettivamente arrischiata e risultò infatti contestatissima nella sua pretesa di essere contestuale: il meno che si attirò addosso fu l’accusa di qualunquismo, ma Raboni, per citarne uno tutt’altro che sprovveduto, arrivò addirittura a defìnire il libro «un raccontino scialbo e pretenzioso, incongruamente in bilico tra descrizione e allegoria, soprassalti pamphletistici e kakfismi di terza mano». Ebbene, col senno di chi arriva molto poi e non ne può più di quanti vedono trame occulte dappertutto perché l’hanno letto su internet, vien da pensare anche a me che, sì, forse si rende un servizio migliore all’intelligenza se la si applica nell’analisi circostanziata e filologica degli eventi, anziché nella delineazione di quadri d’insieme che rischiano di non spiegare nulla perché si propongono di spiegare tutto (del resto, anche il prototipo di tutti i j’accuse riportava nomi, cognomi e prove). Però tutto questo Sciascia l’ha fatto, e benissimo, in tante altre occasioni e, non trovandomi nella condizione di dover commentare un romanzo appena uscito, ma potendo al contrario considerare, in retrospettiva, l’intera sua produzione, mi tengo stretto il privilegio di poter prendere quanto qui scritto non come la sua parola definitiva, bensì come una semplice tessera di un mosaico ben più ampio – e provo a suggerne qualche spunto di riflessione.

Il racconto comincia con un morto ammazzato al termine della prima frase, cui se ne aggiunge subito un altro, due pagine dopo: in entrambi i casi si tratta di giudici, veri e propri “cadaveri eccellenti”, come li avrebbe definiti Francesco Rosi intitolando così il film tratto da questa storia. Dell’inchiesta viene incaricato un ispettore che l’inquisizione ce l’ha radicata fin nel nome, Rogas, persona con «dei principi, in un paese in cui quasi nessuno ne aveva». E lo spunto di partenza è in fondo proprio questo: come potrà procedere un’indagine degna di questo nome in «un paese dove non avevano più corso le idee, dove i principi – ancora proclamati e conclamati – venivano quotidianamente irrisi, dove le ideologie si riducevano in politica a pure denominazioni nel giuoco delle parti che il potere si assegnava, dove soltanto il potere per il potere contava»? Questo Rogas, per un verso, presenta alcuni cliché tipici del detective da romanzo poliziesco («come ogni investigatore che si rispetti, che abbia cioè di se stesso quel rispetto che vuole poi riscuotere dai lettori, Rogas viveva solo; né c’erano donne nella sua vita», osserva Sciascia, quasi abbattendo la quarta parete, come farà altre volte in corso d’opera), ma per altri aspetti è un inquirente anomalo, uno che ragiona ad ampie volute sulle cose del mondo e che lavora ai propri rapporti con una cura tale da renderli incomprensibili ai burocrati chiamati a protocollarli, al punto da apparire ai loro occhi, ovviamente con discredito, come una specie di intellettuale (ed anche se Sciascia non poteva ovviamente immaginarselo, viene subito in mente Giovanni Falcone – magistrato, sì, ma prima ancora antropologo del fenomeno mafioso, ed anche lui spesso schernito per questa sua pretesa). Così, quando, pur in presenza di un’ipotesi promettente, dai piani alti gli viene chiesto di indirizzare invece le sue ricerche sull’immancabile pista anarchica (ricordo che all’epoca Valpreda stava ancora in carcere), Rogas capisce che il problema è ben più grosso di quanto s’era immaginato e che alla fine il sospettato numero uno, posto che sia il vero colpevole dei delitti, sarebbe comunque il meno colpevole di tutti gli altri attori coinvolti nella vicenda.

A illuminarlo in tal senso è anche un confronto con il presidente Riches, ordinario di diritto e primo giudice di una qualche alta corte, il quale formula una compiuta teoria filosofica secondo cui l’errore giudiziario non è per definizione possibile, poiché compito della giustizia non sarebbe – dice lui - quello di verificare un’eventuale colpa, bensì di determinarla, in analogia con quanto accade nella celebrazione eucaristica, quando, al momento della consacrazione, la formula pronunciata dal sacerdote, foss’anche indegnissimo, trasforma realmente il pane e il vino nel corpo e sangue di Cristo. «Perseguire il colpevole, i colpevoli, è impossibile; praticamente impossibile, tecnicamente», così come non si possono esibire «prove oggettive» di nessun reato: anche se, da Voltaire in poi, andiamo raccontandoci che l’esercizio della giustizia consisterebbe nell’individuare le responsabilità personali di ognuno rispetto a un determinato codice di leggi, le cose starebbero ben diversamente. «La giustizia siede su un perenne stato di pericolo, su un perenne stato di guerra», e come in guerra non cade chi se lo merita, ma semplicemente chi è meno fortunato, così i colpevoli non sono tali perché abbiano effettivamente compiuto qualche misfatto, ma semplicemente perché rientra fra le prerogative essenziali del potere imporre che vi sia un colpevole e indicare chi lo sia. In ciò consiste l’«ingresso di dio nel mondo. Il solo ingresso che il mondo consente a dio». Anziché essere il baluardo estremo opposto alla pura forza, il diritto non sarebbe perciò altro che la versione civilizzata dell’atavico sacrificio rituale.

Quel di cui si accorge Rogas, man mano che procede nella sua indagine, è dunque che «dentro il problema di una serie di crimini che per ufficio, per professione, si sentiva tenuto a risolvere, ad assicurarne l’autore alla legge se non alla giustizia, un altro ne era insorto, sommamente criminale nella specie, come crimine contemplato nei principi fondamentali dello Stato, ma da risolvere al di fuori del suo ufficio, contro il suo ufficio. In pratica, si trattava di difendere lo Stato contro coloro che lo rappresentavano, che lo detenevano. Lo Stato detenuto. E bisognava liberarlo. Ma era in detenzione anche lui: non poteva che tentare di aprire una crepa nel muro». Che fare, cioè, quando è lo Stato stesso - l’istanza suprema che dovrebbe garantire l’ordine attraverso il rispetto delle leggi - ad assicurare, invece, quell’ordine tramite l’esercizio sistematico dell’illegalità? Occorrerebbe che lo Stato si facesse guerra da solo, ma, com’è noto, persino Satana, se si ribella contro se stesso, non può restare in piedi ed il suo tempo ormai è finito. Molto meglio eliminare i magistrati che si avventurano donchisciottescamente nelle zona d’ombra che tali devono restare – e già che ci siamo cogliere l’occasione per far fuori pure qualcun altro, così da sollecitare la consueta caciara funzionale al mantenimento dello status quo.

Ricordo di aver letto qualcosa di simile in un libro del giudice Rosario Priore, là dove questi affermava, a commento delle sue inconcludenti indagini su Ustica, che esiste una sfera d’azione in cui ne va dello Stato stesso e alla quale perciò non sono applicabili le consuete norme giuridiche, ma di cui si può solo tentare una ricostruzione storica (e c’è forse un’eco di tutto ciò anche nel monologo che Sorrentino fa fare al suo Andreotti nel Divo). Solo che per Sciascia hai un bel chiamarla ragion di Stato o scomodare l’Altissimo: dal suo punto di vista, ciò che in questo modo spregiudicato verrebbe difeso non sarebbe in fin dei conti nient’altro che il mero esercizio del potere da parte di chi esercita il potere per il puro fine di esercitare il potere. Dove, però – e credo che questo sia stato, all’epoca, il boccone più indigesto da mandar giù per una parte del suo pubblico – tale potere è per lui una metastasi talmente ramificata da coinvolgere nella sua concreta gestione tanto il legittimo detentore, quanto il sedicente oppositore. Il ministro può così affermare, dando di gomito, che «il mio partito, che malgoverna da trent’anni, ha avuto ora la rivelazione che malgovernerebbe meglio insieme al Partito Rivoluzionario Internazionale» (e tanti saluti al compromesso storico), anche se Amar, il leader dei rivoluzionari, «sa benissimo che io su quella poltrona ci sto meglio di lui; e ci sto meglio nel senso che tutti stanno meglio mentre ci sto io, il signor Amar compreso». D’altra parte, il funzionario di quello stesso Partito Rivoluzionario, quando, con il suo aiuto, tutto verrà insabbiato, concluderà: «siamo realisti (…). Non potevamo correre il rischio che scoppiasse una rivoluzione. (…) Non in questo momento».

Quanto ai contestatori extraparlamentari, che in teoria sarebbero immuni da questi maneggi, c’è assai poco da sperare in loro – e la mente torna nuovamente a Pasolini, questa volta al cantore di Valle Giulia, i cui versi riecheggiano in una poesia attribuita, nel romanzo, allo scrittore Nocio: «con arroganza ripetete a memoria / quel che non sapete / idee-spray schiuma di vecchie e nuove idee / (più vecchie che nuove) / che le vostre labbra squagliano e sbavano / come appena ieri in braccio alla mamma / - la mamma la mamma - / il gelato alla crema. E colano / dalle vostre barbe di protomartiri / coltivata impostura / finzione di una maturità che vi faccia / uguali al padre e idonei dunque all’incesto», eccetera eccetera. Questi sedicenti ribelli non sono altro che «dei cattolici vecchi, fanatici, funerari», che hanno riscoperto l’indice dei libri proibiti proprio nel momento in cui la chiesa lo sta riponendo nell’armadio. Anzi, «che peccato che la chiesa cattolica abbia tanta fretta di adeguarsi ai tempi: se si arroccasse, se tornasse ad essere chiusa e feroce come ai tempi di Filippo II, dell’inquisizione, della controriforma, costoro correrebbero dentro a sciami. Proibire, inquisire, punire: ecco quello che vogliono!». Oh che fastidio, per dispregio verso gli apparati, ritrovarsi schierati dalla stessa parte di questi minchioni!

«Robespierre che non aveva la barba / ride di voi della vostra rivoluzione». Eppure – ecco la sibillina profezia contenuta in questo libro – una rivoluzione ci sarà, anche se non saranno loro a farla. Lo Stato borghese sembra avere avuto fin qui una capacità di resistenza quasi inesauribile, ma sarà davvero così per sempre? Oppure lo squallido contesto messo qui in scena non è che il brodo di coltura di qualcosa di terribile che nessuno s’aspetta e che, quando diventerà operativo - e forse lo è già diventato - sarà comunque troppo tardi per essere fermato?

(finito il 29 luglio 2021)

Ho parlato di


Leonardo Sciascia
Il contesto. Una parodia
(Adelphi 2006)

114 p. | 10 €

(ed. or.: 1971)

lunedì 13 febbraio 2023

Piano meccanico

Questo libro comincia dal punto in cui di solito si concludono le favole. «Finalmente, dopo il grande bagno di sangue della guerra, il mondo era realmente libero da ogni terrore innaturale: fame, prigionia, torture, stermini di massa. Oggettivamente il sapere scientifico e le leggi internazionali avevano l’opportunità, lungamente attesa, di trasformare la terra in un posto nel complesso piacevole e confortevole in cui stare ad affrontare il Giorno del Giudizio». L’utopia ingegneristica positivista, alfine, ha prevalso, rendendo possibile l’istituzione in America di una sorta di paradiso terrestre tecnologico in cui non sono più le piante a produrre spontaneamente i loro frutti, bensì le macchine a fare tutto ciò che prima l’uomo poteva ottenere solo col sudore della sua fronte. «Dove gli uomini si erano scagliati un tempo l’uno contro l’altro urlanti, oltre a combattere sino all’ultimo respiro con la natura, s’udiva il ronzio, il brusio e il tintinnio delle macchine, che producevano componenti per carrozzine e tappi di bottiglia, motociclette e frigoriferi, televisori e tricicli: i frutti della pace». Non si potrebbe sperare di meglio, se non fosse che a scrivere queste righe è Kurt Vonnegut – e sebbene nel 1952, quando pubblicò questo suo romanzo d’esordio, non fosse ancora davvero quel Kurt Vonnegut che amiamo e conosciamo (soprattutto nello stile, non ancora apertamente anticonvenzionale) lo era già comunque quanto basta perché possiamo presagire che probabilmente non è tutto oro quel che luccica e che da qualche parte, lì in quel giardino futurista che trasfigura l’incipiente società del benessere post-bellica, stia già strisciando il solito serpente guastafeste.

Per aiutarci a mettere le cose nella giusta prospettiva, Vonnegut riprende, come spesso gli capita, la lezione delle Lettere persiane, registrando le impressioni che sulla società americana va via via maturando lo scià del Bharatpur, leader politico e spirituale di una imprecisata nazione orientale, uscito fuori dal suo palazzo arroccato fra i monti per venire a capire che cosa possa imparare il suo popolo dal paese più potente del mondo. É lui, ad esempio, a far notare al suo esterrefatto accompagnatore/traduttore (e ai lettori immersi in pieno maccartismo) che, a ben vedere, una società in cui la produzione è coordinata attraverso l’automazione per eliminare la competizione e lo spreco è semplicemente una variante di socialismo, giacché, quando è totalmente pianificato, anche il consumismo si rovescia in comunismo, sia pure di tipo non egualitario. Rientra fra le distorsioni paradossali del sistema anche la frustrazione dello scrittore di altissimo talento il cui libro non viene pubblicato perché «di ventisette pagine più lungo della lunghezza massima; il suo quoziente di leggibilità era di 26,3 (…) e nessun club toccherà mai nulla con un quoziente di leggibilità superiore a 17» - dove i “club” non sono altro che gruppi editoriali settoriali che, per rientrare nei costi di produzione, devono avere almeno mezzo milione di membri e offrire loro esattamente quello che questi ultimi si aspettano e che viene costantemente monitorato attraverso una fitta serie di sondaggi («santo cielo, pubblicare un libro che non piace alla gente farebbe fallire un club, così! (…) Riescono a offrire la cultura a buon mercato solo sapendo in anticipo che cosa vuole la gente e in quali quantità. E la gente ottiene esattamente ciò che vuole, sino al colore della copertina»). L’industria culturale funzionava già un po’ così allora, ma la componente satirica, pur presente in abbondanza, non mi pare la cifra dominante del testo, come non lo è quella puramente predittiva, benché si sia sempre tentati di giudicare i racconti distopici sulla base di quanto sarebbero riusciti ad anticipare del loro futuro, e benché lo stesso autore, in una sorta di microprefazione, ci metta su questa strada sostenendo che «questo libro non parla di ciò che è ma di ciò che potrebbe essere. I personaggi sono modellati su persone non ancora nate o forse attualmente in fasce».

A me pare piuttosto che Vonnegut provi a sviluppare in forma narrativa, e a problematizzare, una sorta di doppia tesi filosofica. La prima è che un mondo in cui la produzione fosse pressoché interamente demandata alle macchine (oggi noi diremmo agli algoritmi, perché ci pensiamo derealizzati, ma il concetto è lo stesso) è un mondo che priverebbe gli uomini di qualsiasi speranza di felicità. Gli uomini, infatti, «per natura, secondo ogni evidenza, non riescono a essere felici se non si impegnano in attività che li fanno sentire utili», poiché il «sentirsi utili e necessari» è «la base dell’amor proprio» - mentre si smarrisce letteralmente la propria identità quando si partecipa, in qualche modo, all’economia globale, ma senza capire bene come. Faccio dunque sono – potremmo dire – e se non faccio più nulla, perché è una macchina a fare il lavoro per me, cosa dunque sono? «L’uomo è sopravvissuto ad Armageddon allo scopo di entrare nell’Eden della pace perpetua, con l’unico risultato di scoprire che tutto ciò che aveva sperato di godervi, l’orgoglio, la dignità, il rispetto di se stessi, un lavoro degno di essere fatto, è stato condannato come inadatto agli esseri umani». Tuttavia, sebbene questo testo sia stato tradotto una prima volta in italiano (nel 1979) con il titolo Distruggete le macchine, non siamo di fronte a una geremiade neoluddista (l’ironia di Vonnegut, anzi, colpisce anche le velleità naturistiche di chi a un certo punto vorrebbe scendere dalla giostra). Il vero nocciolo della questione – la seconda tesi cui accennavo – è che, proprio perché faber prima che sapiens, l’uomo pare strutturalmente condannato, per superare i propri limiti, a costruirsi strumenti che a lungo andare finiranno per rendere superflua la sua stessa presenza sulla terra. Sembra, cioè, che il destino della specie umana sia quello, del tutto paradossale anche in termini di selezione naturale, di lavorare per mettersi da se stessa in panchina, ovvero che l’uomo si trovi sulla terra «per creare delle immagini di se stesso più durevoli ed efficienti e, quindi, per eliminare qualsiasi giustificazione della propria esistenza nel corso del tempo» (la conclusione del romanzo, da questo punto di vista, è eloquente, come lascio scoprire a chi lo vorrà leggere).

Il senso dell’essere umano sarebbe dunque quello di essere soppiantato – e ci potrebbe anche stare, se non fosse che saremmo noi stessi a creare le condizioni perché ciò avvenga, tra l’altro non attraverso un’apocalittica autodistruzione, bensì al termine di un pacifico, progressivo e inarrestabile raffinamento delle nostre conoscenze – pardon, del nostro know how. Insomma, siamo una corda tesa tra la scimmia e il tostapane, almeno fin quando penseremo a noi stessi sul modello delle macchine che noi stessi costruiamo. Perciò, quando un personaggio si chiede «a cosa servono le persone?», si capisce che Vonnegut, che in fondo è un pessimista, vorrebbe farci rispondere, con lui, “in fin dei conti, a niente”. Ma poiché, in modo del tutto irregolare, ancor più in fondo, è pure un umanista, forse ce lo fa dire solo per renderci consapevoli che un’adeguata cura dell’imperfezione, e non il mito dell’efficienza, è l'unica cosa che ci può salvare.

(finito il 18 luglio 2021)

Ho parlato di


Kurt Vonnegut
Piano meccanico
(Mondadori 2000)

(Urania 1393)

Trad. di A. Roffeni

362 pp. | 6.900 lire

(ed. or.: Player Piano, 1952)