giovedì 2 febbraio 2023

Neanche gli dei

Non ci avrei creduto neanch’io, se non l’avessi verificato in prima persona, ma pare proprio che fino all’inizio degli anni ‘70 nessuno abbia mai pensato di assegnare ad Isaac Asimov un premio per il miglior racconto o romanzo fantascientifico dell’anno – a lui, che la fantascienza non dico l’abbia inventata, ma è fra quelli che più ha contribuito a definirla e a renderla matura, guadagnandosi credito anche al di fuori della cerchia ristretta dei nerds e degli appassionati. Il problema è che, a quella data, già da più di un decennio Asimov aveva quasi abbandonato il genere per dedicarsi prevalentemente alla divulgazione scientifica, cosicché quella negligenza rischiava di diventare vergognosamente definitiva, appena mitigata dalla scelta di attribuire una sorta di "Hugo onorario" per la miglior saga di tutti i tempi al suo ciclo della Fondazione, nel '66. Sarà forse stato anche un po’ per questo che, quando nel 1972 il nostro è tornato alla letteratura – dice lui, per togliersi lo sfizio di raccontare una storia su un isotopo che non può esistere in natura e sconfessare così simpaticamente l’amico Bob Silverberg in seguito a una discussione avuta con lui a una convention – l’industria editoriale pensò bene di conferirgli per sicurezza quell’anno tutti e tre i principali premi allora esistenti, ossia l’Hugo, il Nebula e il Locus (che è come dire, per un regista, vincere per lo stesso film l’Oscar, il Golden Globe e la Palma d’oro al Festival di Cannes). A quel punto Asimov poteva davvero fare quello che voleva: non solo scrivere un romanzo per il gusto di togliersi un capriccio scientifico, ma anche farlo cominciare dal capitolo sesto, anziché dal primo, e dotarlo di una struttura complessa, suddivisa in tre parti nettamente distinte l’una dall’altra, con personaggi e ambientazioni diverse, sebbene legate fra loro da un comune filo conduttore (per cui, a tutti gli effetti, si tratta appunto di un’unica storia e non di tre distinti racconti). Il risultato è però tutt’altro che posticcio, ed anzi, letto a distanza di cinquant’anni, il libro acquista, se possibile, una vitalità ancora maggiore.

Tutto ciò, però, è assai poco rassicurante, se si considera che il titolo scelto da Asimov è un’allusione all’espressione schilleriana “contro la stupidità umana neanche gli dei possono nulla” – che è più o meno quello che tutti abbiamo pensato dopo aver visto un film come Dont’ look up. Il tema, del resto, è affine. Asimov immagina che l’umanità scopra per caso una fonte di energia pulita e apparentemente infinita, quando alcuni scienziati si imbattono in un campione di plutonio 186, che secondo le leggi fisiche del nostro universo non potrebbe esistere, e ipotizzano che provenga da un universo parallelo, “scambiato” con un analogo campione di tungsteno 186, che si presume abbia proprietà speculari (sia cioè stabile da noi, ma instabile da loro). Sottoposti alle leggi dell’universo in cui finiscono, i due materiali decadono, rispettivamente, l’uno nell’altro, innescando un meccanismo che lascio spiegare direttamente a lui: «il plutonio/tungsteno può compiere il suo ciclo all’infinito, avanti e indietro dal nostro universo al para-universo liberando energia prima nell’uno e poi nell’altro. Il risultato totale è il trasferimento di venti elettroni dal nostro universo al loro per ogni nucleo circolante, ma entrambi ricavano energia da quella che è, in realtà, una Pompa Elettronica inter-universale». Sembra la soluzione definitiva a tutti i problemi di approvigionamento energetico mondiale, ma non si può scherzare troppo con le leggi dell’entropia. Non esiste, infatti, una «strada che è in discesa nei due sensi». Qualcuno comincia allora a farsi domande inopportune e si allarma, perché capisce che questo continuo interscambio di materia tra i due universi potrebbe portare a una progressiva alterazione delle forze fondamentali del cosmo. La conseguenza è che a un certo punto il sole stesso potrebbe smettere di “funzionare”, con effetti facilmente immaginabili per l’umanità. Ma chi mai ha rinunciato alla propria gallina dalle uova d’oro perché messo in guardia da un’allarmata Cassandra? Tanto più se la catastrofe, posto che davvero ci sia, riguarderà qualche lontana generazione futura (“Perchè dovrei preoccuparmi dei posteri? Che mai hanno fatto i posteri per me?” diceva già Groucho Marx. E comunque i posteri oggi non votano). Da cui, appunto, l’amara conclusione: «è scoraggiante, davvero, la stupidità umana! Credo che non me la prenderei tanto se l’umanità si suicidasse a causa della sua crudeltà o anche solo per la sua temerarietà e imprudenza. Ma è così maledettamente poco dignitoso andare incontro alla distruzione per pura ottusità o stupidità! A cosa serve essere uomini, se poi si deve morire a questo modo?». Alla fine le leggi fondamentali della stupidità umana si rivelano insomma assai più forti di quelle della robotica.

Si dirà che – idea di partenza a parte – suona ormai tutto tristemente prevedibile (anche se più per colpa nostra che per colpa dell’autore). Ciò che non lo è affatto è la seconda parte del romanzo, che con uno stacco abbastanza netto ci proietta direttamente nel para-universo con cui siamo entrati in contatto, dei cui abitanti Asimov si diverte a descrivere, con sguardo etologico, la natura radicalmente aliena, sia sul piano fisico che comportamentale, riservandosi anche un gustoso colpo di scena finale. Questa sezione è ricca di dettagli e di finezze che meriterebbero più attente considerazioni, ma me ne resta solo un confuso ricordo. Mannaggia a me e al mio pudore che mi ha trattenuto dall’usare, in spiaggia, la mia solita matitina per riempire il libro di segni e sottolineature, senza l’aiuto dei quali un libro già letto diventa ostile e silente. Mi toccherà rileggerlo in una prossima estate, sempre che la stupidità umana non faccia finire il mondo prima.

(finito il 14 luglio 2021)

Ho parlato di


Isaac Asimov
Neanche gli dei
(Mondadori 2021)

(Urania collezione 222)

Trad. di B. Della Frattina

284 pp. | 6,90 €

(ed. or.: The Gods Themselves, 1972)


venerdì 20 gennaio 2023

Madrigale senza suono

Da buon accolito della sodalitas battiatesca, quando sento nominare Carlo Gesualdo, principe di Venosa, non posso trattenermi dal completare il distico aggiungendovi subito che fu musicista assassino della sposa: l’uomo rientra, infatti, in quella selezionatissima compagnia di spiriti eletti che il Maestro ci ha fatto conoscere evocandoli nelle sue canzoni come antidoto all’insopportabile protrarsi della fine del mondo. Questa è stata però solo la scintilla che ha acceso la curiosità per un libro che brilla poi di una potente luce propria – sebbene questa luce duelli senza tregua, pagina dopo pagina, con una non meno potente oscurità, come avviene nelle tele di Caravaggio, che qui non a caso compare in un cameo (sotto forma di «pittore delle annegate»), accanto a Giordano Bruno (il «distruttore di madonne»), accanto al povero, irrequieto, Tasso, quasi a ricordarci che, se nell’età di Shakespeare in Italia non ci fu nessun autore che possa essere posto sullo stesso piano di Shakespeare, ci furono però decine di personaggi degni di essere protagonisti di una delle sue tragedie, spiriti perennemente sospesi tra il tormento e l’estasi e nei quali questa febbrile tensione generò un dinamismo al tempo stesso meraviglioso e fatalmente autodistruttivo. Meno noto degli altri, Carlo Gesualdo merita nondimeno di stare al loro fianco.

«Io credo che se mai un uomo è stato realmente capace di perdere se stesso dentro qualcosa, ebbene, quell’uomo è il principe mio quando ascolta, e sembra entrare dentro un enorme tempio sonoro che lo avvolge, lo protegge, lo culla e gli fa dimenticare il mondo» - così lo descrive, ad esempio, un suo servitore. Carlo, tuttavia, non si limita ad ascoltare musica, ma la produce, ed anzi, per tutta la vita - non pago di essere riconosciuto come uno dei più grandi madrigalisti del suo tempo - appare letteralmente divorato dall’ossessione di trovarne una «mai ascoltata prima, che non avesse toni, che vagasse nell’infinito e nell’indistinto». Chi ha maggior competenza di me in materia assaporerà meglio tutti i dettagli tecnici di questa sfida, ma ne capisco quanto basta per intuire il travaglio di un artista che in punto di morte confessa di aver letto «libri che non si potevano leggere, e dentro questi libri si dicevano meraviglie, il mondo era più complesso di come io lo immaginavo e lo sapevo, era santo ed eretico insieme, era fluido e mutevole, era bello e feroce». Le sette note e i loro soliti accordi non sono più sufficienti per descrivere tanta magnificenza. Ahimé, «la musica non è infinita. (…) Infiniti però sono i mondi. Immaginate: esistono mondi, e sistemi che non sono questo, in cui forse i rapporti tra i suoni sono differenti, e molteplici, e inimmaginabili da chi, come noi, vede solo questa parte della creazione. (…) Io voglio che niente di ciò che ho fatto vada perduto, e voglio soprattutto fare mie tutte le combinazioni possibili e finora inesplorate. Voglio che in me si esaurisca tutta la musica possibile». Nientemeno.

Eppure quest’uomo ripropostosi di musicare «la voce di Dio», questo «meraviglioso tessitore di incastri», «questo genio fuori moda, che però ha immaginato, ben prima di molti altri, delle strade che la musica ha atteso secoli per percorrere», fu anche un omicida, e della peggior specie, uccisore della bellissima e amatissima moglie Maria d’Avalos, colta in flagranza di coito con l’amante, e con lui sventrata nel talamo, pur fra mille ripensamenti, per difendere l’onore del casato. Non sarà questo, peraltro, l’unico dramma patito da chi avrebbe «voluto soltanto poter cacciare e comporre» e invece si ritrova, dopo il delitto, a vivere quasi recluso nel maniero di famiglia, in un’Irpinia che assomiglia molto a come l’avrebbe potuta descrivere un esorcista dell’epoca, percorsa nottetempo da uomini-lupo soggiogati dalle streghe e puntellata di cavità fumanti simili agli sfiatatoi dell’inferno. Lo stesso castello dei Gesualdo, con tutte quelle stanze sotterranee da cui sembrano levarsi mostruosi lamenti, pare quasi la trasposizione fisica della psiche frantumata del suo ultimo signore. E insomma, vien facile chiedersi come può proprio un tale uomo «aver creato queste meravigliose cattedrali di suoni». La risposta che a un certo punto Carlo dà a se stesso, con un certo malsano autocompiacimento, è che «Dio ha voluto mandarmi il nutrimento di un dolore naturale, potente, che mi squassa nel corpo ma, sono sicuro, mi permetterà di comporre come non ho composto mai». E tuttavia, come imparerà sulla sua stessa pelle, «non si raggiungono certi abissi impunemente».

Ciò che fa di questo libro qualcosa di molto diverso dall’ennesimo romanzo storico – soprattutto dall’ennesimo romanzo storico in cui un personaggio più o meno famoso viene ingaggiato come detective – è la sua complessa stratificazione, oltre che l’assoluta qualità di una scrittura capace di reggere l’urto con l’indicibile. Del resto, Andrea Tarabbia ha indubbia personalità e non teme di misurarsi coi giganti: basti pensare che anche qui il punto di partenza, se non proprio uno scartafaccio, è comunque una presunta cronaca seicentesca. Con un gioco di specchi che sarebbe piaciuto molto a Umberto Eco, ma che è anche tipico dell’epoca barocca qui messa in scena, non è però per niente chiaro chi stia veramente raccontando la storia che ci viene proposta. Colui che, effettivamente, dice di farlo, ossia un servo nano e deforme del protagonista, «una creatura infelice» che però sembra visibile esclusivamente al suo padrone e solo vagamente percepito da fattucchiere o altri alienati – e che col passare della pagine si finisce per sospettare non essere altro che la proiezione di un grumo oscuro e informe presente nel cuore stesso di Carlo Gesualdo, nel qual caso sarebbe dunque egli stesso, obliquamente, l’autore delle sue memorie? Oppure Igor Stravinskij, che si dice essersi imbattuto nella cronaca in questione mentre stava lavorando alla sua riscrittura strumentale di alcune opere vocali di Gesualdo (il Monumentum pro Gesualdo da Venosa, appunto, eseguito per la prima volta nel 1960), e che quella cronaca si immagina annotare e commentare man mano, come se la stessimo leggendo noi per la prima volta con lui, ma che potrebbe averla in realtà scritta lui stesso per intero, fingendo solo di chiosarla, così da entrare più in sintonia possibile con la mente dissociata del suo protagonista e svelarne i suoi più inconfessabili segreti? Senza dimenticare, per restare sempre dalle parti di Eco, che pure qui si vagheggia di un presunto libro perduto, nella fattispecie il settimo volume dei madrigali di Gesualdo, nel quale l’autore, in una sorta di delirio, proclama di essere infine riuscito a fornire una partitura della sua musica impossibile – ma di cui, evidentemente, non c’è alcuna traccia documentata.

Affiora in questo ostentato inganno quasi una dichiarazione di poetica. Come già accennato, Gesualdo lamenta a un certo punto che «la musica presto finirà: si esauriranno tutte le combinazioni possibili tra le note, tutte le mescolanze di suoni, le dissonanze, le arditezze. Ogni cosa presto ci sembrerà la copia di qualcosa che abbiamo già ascoltato, e poi copia di copia, e poi copia di copia di copia. E così all’infinito, in un vortice che è quanto c’è di più vicino alla disperazione». A lui risponde implicitamente Stravinskij, quando afferma «che non esiste una creazione totalmente nuova, vale a dire che non appoggi su qualcosa che è già stato fatto prima di noi», aggiungendo, con una citazione nella citazione (questa volta da Picasso), «che il motivo fondamentale dell’arte non è la creazione, ma il dialogo, o il conflitto, con chi è venuto prima di noi». «Se non trovo resistenza, - conclude – ogni sforzo risulta inconcepibile: non si può costruire sul niente, qualsiasi lavoro risulterebbe vano». E non vale forse tutto ciò anche per la letteratura? Questo libro non va dunque preso come un resoconto attendibile della vita di un musicista cinquecentesco, né vuole esserlo, specie nel momento in cui vira decisamente sul visionario, quanto piuttosto l’esito del personale corpo a corpo intrattenuto con Carlo Gesualdo da Tarabbia, che in questo modo produce qualcosa che ricorda, sì, tante cose che abbiamo già letto (io ci ho ritrovato, per esempio, i sughi e gli umori di Camporesi, i tribunali della coscienza di Prosperi, nonché molti echi di quella letteratura medica rinascimentale su cui ho speso non pochi anni della mia vita), ma riesce ciò nonostante ad essere anche qualcosa di profondamente nuovo e diverso, attraverso cui possiamo comunque capire qualcosa in più anche di quell’epoca, perché se vogliamo davvero capire qualcosa non abbiamo altra scelta che provare a rifarlo.

Metto dunque da parte la mia consueta diffidenza verso le grida editoriali, che annunciano ad ogni uscita l’apparizione di un impareggiabile genio, e per una volta mi accodo al giudizio del risvolto del copertina, secondo cui questo è un romanzo importante, destinato a durare. Quantomeno, se lo meriterebbe.

(finito il 27 giugno 2021)

Ho parlato di


Andrea Tarabbia
Madrigale senza suono
(Bollati Boringhieri 2019)

378 pp. | 16,50 €

venerdì 30 dicembre 2022

2 giugno 1946. Storia di un referendum

Azzardo la previsione che quelle stesse altissime cariche dello Stato così solerti nel ricordare l’anniversario della nascita di un movimento neofascista saranno altrettanto pronte a celebrare, fra pochi giorni, il settantacinquesimo dell’entrata in vigore di una Costituzione antifascista, con la stessa impudenza con cui si pensa di poter cancellare le leggi razziali attraverso la consegna di un mazzo di fiori e la stessa nonchalance di chi fa finta di non capire che se volesse prendere davvero sul serio quella storia che dice di onorare dovrebbe mettere una bomba sotto il seggio più alto del Senato, anziché accomodarvicisi sopra e leggervi la Gazzetta dello Sport. L’indulgenza verso il Ventennio – che è in fondo una forma di autoindulgenza – arriva, del resto, da lontano. Ne fu primo protagonista lo stesso re Vittorio, quando provò inopinatamente a rifarsi una verginità il 25 luglio, liquidando Mussolini, sì, ma con juicio, come dimostra il fatto che nei gangli della pubblica amministrazione continuarono a esercitare la professione quelli che l’avevano fin lì fatto, senza particolari turbamenti, in nome del regime e nelle carceri, almeno fino all’8 settembre, continuarono a restarci quelli a cui, sempre in nome del regime, i primi avevano tolto la libertà (tutte cose, fra le altre, che spinsero Croce – e dico Croce, non Robespierre – ad affermare nel gennaio del ‘44 che «fin tanto che rimane a capo dello stato la persona del presente re, noi sentiamo che il fascismo non è finito, che esso ci rimane attaccato addosso, che continua a corroderci e a infiacchirci, che risorgerà più o meno camuffato, e insomma che, così, non possiamo respirare e vivere»). Un’Italia defascistizzata, almeno nelle forme, ma solidamente reazionaria, si pensava potesse piacere agli Alleati, probabilmente non era sgradita quantomeno agli inglesi e forse poteva davvero costituire un’ipotesi politica realistica, se è vero come è vero che il potenziale fascino esercitato dalla bella presenza del principe Umberto e di Maria José suscitò non pochi timori in chi contava di gettarsi alle spalle, coi fez e i littori, anche il sistema che ne aveva reso possibile l’ascesa.

É più o meno questo lo scenario di cui si occupa il libretto che Federico Fornaro ha intitolato al 2 giugno 1946, ma che ricostruisce in realtà la complessa vicenda che sta dietro a quel referendum, a partire appunto dalla caduta del fascismo, in quei quasi tre anni di continue tensioni tra una monarchia ampiamente screditata ma disposta ancora a giocarsi il tutto per tutto per restare a galla, i partiti del CLN desiderosi di dare vita a un’Italia profondamente rinnovata anche sul piano delle istituzioni e le forze d’occupazione straniere interessate a far sì che questa transizione avvenisse senza troppi sussulti e colpi di testa. Libretto particolare, per la verità, leggendo il quale ho avuto infatti la sensazione di essere accompagnato da un virgolettato all’altro, come nei centoni che mi costruisco quando, dovendo affrontare un nuovo tema, comincio a copiare, incollare, tagliare, cucire, smontare, rimontare, aggregare citazioni ed estratti presi di qua e di là fra le mie letture, finché non mi sembra che dal caos emerga un qualche filo conduttore – il che lo rende più un patchwork compilativo che un originale contributo di ricerca, ma proprio per questo, paradossalmente, utilissimo, in quanto chi lo ha realizzato ha fatto per te il lavoro sporco di raccogliere spunti che saresti invece dovuto andarti a cercare in volumi diversi.

Ed è proprio la voce in presa diretta dei protagonisti ciò che, in questi casi, incuriosisce maggiormente, in quanto non è detto che la percezione che i contemporanei avevano di quanto stava accadendo loro intorno coincida sempre con l’idea che ce ne siamo fatti noi a posteriori. Colpisce, ad esempio, soprattutto rispetto all’importanza epocale della questione, la scarsa rilevanza data dalla stampa all’introduzione del suffragio femminile, previsto già da un decreto emanato dal governo Bonomi prima della Liberazione (colpisce un po’ meno, invece, che chi ne diede notizia lo fece a volte, come Il Resto del Carlino, con titoli tipo “Mentre si muore di fame, ci si preoccupa del voto alle donne”: i redattori di Libero non hanno inventato nulla). Il timore che il voto alle donne potesse tradursi in una caterva di preferenze per conservatori e cattolici spiega almeno in parte la diffusione di questa freddezza nei partiti progressisti, quegli stessi partiti che si rivelarono peraltro anche i più titubanti nell’accettare il ricorso al referendum istituzionale, chiedendo che fosse invece demandata in toto alla Costituente la scelta del futuro assetto del paese. Sembra paradossale questa diffidenza mostrata verso il popolo proprio da parte di forze dichiaratamente popolari, ma è solo un segno delle ambiguità in cui sguazzano i populismi di ogni epoca e che mantiene viva nella cultura democratica la perenne tentazione della tecnocrazia. Poteva infatti apparire scontato che una popolazione impigrita dalla dittatura ed ancora sensibile agli ideali risorgimentali (le stesse brigate partigiane comuniste erano intitolate a Garibaldi, mica a Stalin) scegliesse in massa l’usato sicuro della corona sabauda anziché l’avventura inedita della repubblica – non per nulla erano i monarchici a spingere per il referendum – eppure accadde proprio il contrario, e fu un bene, perché, come infine anche i progressisti capirono, una repubblica partorita per alchimie di palazzo sarebbe stata infinitamente più debole e facilmente rovesciabile.

L’esito del referendum fu senza dubbio una sorta di miracolo laico che non cessa di sorprendermi. Come scrisse sul Corriere Calamandrei il 9 giugno ‘46, alla vigilia del pronunciamento definitivo della Cassazione, «mai nella storia è avvenuto, né mai ancora avverrà che una repubblica sia stata proclamata per libera scelta di popolo mentre era ancora sul trono il Re». Che noi stessi fatichiamo a metabolizzare quanto accaduto lo prova implicitamente il ritornello sui brogli che di tanto in tanto salta fuori e a cui in molti immagino continuino a credere, nonostante sia stato ampiamente smentito dai fatti e dalla logica (l’apparato burocratico che avrebbe potuto falsificare i dati era in realtà ampiamente filomonarchico), come se fosse più semplice per noi rappresentarci ai nostri stessi occhi nelle vesti di inguaribili truffatori anziché riconoscerci autentiche virtù repubblicane. Eppure sappiamo essere migliori di come ci disegniamo. Dovremmo solo ricordarcelo più spesso.

(finito il 25 giugno 2021)

Ho parlato di


Federico Fornaro
2 giugno 1946. Storia di un referendum
(Bollati Boringhieri 2021)

208 pp. | 14 €

venerdì 28 ottobre 2022

All'inferno e ritorno. Europa 1914-1949

C’è una cosa che è opportuno sapere, prima di avventurarsi nelle oltre seicento pagine di questo libro (che peraltro è solo la prima metà di un dittico dedicato alla storia d’Europa dal 1914 ai nostri giorni), e cioè che, come onestamente riconosce il suo autore, «praticamente per ogni singola frase che ho scritto era disponibile una moltitudine di lavori specialistici, spesso di grande qualità», al punto che provarne a ricavare anche solo una bibliografia minima sarebbe «come contare i granelli di sabbia», un’impresa ai limiti dell’insensatezza. Non credo sia un’iperbole. Anzi, in fondo è un’ovvietà, soprattutto agli occhi di chi nella vita ha svolto un minimo di ricerca, eppure riconoscerlo chiaramente, una volta superata la vertigine e il senso di smarrimento per la consapevolezza che non riusciremo mai davvero a sapere tutto quello che ci sarebbe da sapere, aumenta il senso di gratitudine per quegli storici autorevoli come Ian Kershaw che, giunti sulla settantina, provano a rifondere in una sintesi relativamente agevole tutto quello che ritengono di avere capito dopo una vita di onorati studi, consentendo anche a noi dilettanti di orientarci meglio in questioni più grandi di noi. «Ciò che questo libro ha di originale riguarda dunque esclusivamente la struttura e l’interpretazione: il come la storia è scritta e, a un livello più profondo, la natura dell’argomentazione». Nessun contributo inedito, perciò. Poco male: tenere in pugno tutto quanto è umanamente possibile, organizzato per temi e capitoli, così da averne un quadro coerente e non rapsodico, è in fondo l’obiettivo di ogni insegnante. E a ciò serve, appunto, un libro come questo.

Qual è allora la sintesi che resterà quando, fra dodici secoli, sui manuali di storia si dovranno condensare, non dico in seicento, ma in due pagine, questi eventi per noi ancora così vividi? Potremmo dirla così: «uno dei cliché prediletti dei commentatori delle partite di calcio, quando dopo l’intervallo si verifica un rovesciamento delle sorti della gara, è che si tratta di una partita “spaccata a metà”. É forte la tentazione di pensare al Novecento europeo come a un secolo “spaccato a metà”, forse con un tempo supplementare dopo il 1990». In quel lontano futuro, presumibilmente, si scriverà perciò che in quei quarantacinque anni compresi tra l’attentato di Sarajevo e la divisione delle due Germanie, in quella «catastrofica, quasi suicidaria» prima metà di XX secolo, l’Europa arrivò a un nulla dall’autodistruzione, salvo poi riprendersi e imboccare, almeno nella sua parte occidentale, una strada di inaudita prosperità, durata lo spazio di un paio di generazioni, prima che nuove crisi rimettessero in discussione risultati che apparivano acquisiti e riaprissero pozzi avvelenati che ci si era illusi di avere sigillato, sussurrando il sospetto che nell’inferno da cui in qualche modo ci si era tirati fuori si possa tornare a sprofondare da un momento all’altro. Ma poiché, per intanto, siamo ancora pienamente nel cono d’ombra del XX secolo, a cento anni esatti dalla marcia su Roma, provo a spremere da questa lettura qualche contributo più spendibile per orientarsi nel tempo presente. Lo farò a mio gusto, consapevole che si tratta di una selezione opinabile.

Prendiamo, per esempio, la questione della pace. Nessuno, dopo il 1918, vuole seriamente riaprire le ostilità – nessuno, s’intende, a parte i nazisti. Le cosiddette democrazie occidentali hanno a cuore più di ogni altra cosa la stabilità e, per quanto essi siano «talvolta ripugnanti», se ne infischiano degli affari interni delle dittature che spuntano come funghi nell’Europa tra le due guerre, almeno finché non si vadano a minacciare i confini, e a volte anche oltre, come dimostrano i farseschi accordi di Monaco sventolati incautamente da Chamberlain dinanzi alla folla. Inglesi e francesi fanno di tutto pur di evitare lo scontro diretto, svendendo a Hitler pezzi di Europa orientale in base alla stessa logica che spinge oggi un Orsini a chiedere che si ceda unilateralmente a Putin tutto quello che vuole purché non sganci l’atomica (logica secondo la quale si dovrebbe coerentemente attribuire la responsabilità del secondo conflitto mondiale proprio ad inglesi e francesi, anziché ai tedeschi, per essersi di colpo inspiegabilmente irrigiditi sulla Polonia: se avessero ceduto anche su quella, la guerra forse non sarebbe mai cominciata e si sarebbero evitati un sacco di morti, per lo meno sui campi di battaglia, ma forse non nei campi di sterminio). La controprova è che, dopo la guerra, Franco e Salazar rimasero al loro posto – e ci sarebbe rimasto credo anche Mussolini, se non si fosse intestardito ad affiancare l’alleato tedesco. Salutare ingordigia nazista, verrebbe da dire, senza la quale, a forza di compromessi al ribasso, si sarebbero continuati a tollerare senza troppi scrupoli nel cuore dell’Europa discriminazioni e violazioni dei diritti come ogge li si tollera in paesi considerati amici come gli emirati del Golfo o l’Arabia Saudita. Kershaw sottolinea infatti chiaramente che, sin dal 1936, l’espansione militare era diventata ormai l’unica via d’uscita aperta alla Germania per sopperire alle spese e agli investimenti voluti dal regime, a meno di non scegliere un’impossibile (per ragioni ideologiche) “normalizzazione” del regime stesso. Essendo intimamente convinto che «soltanto la guerra – e l’acquisizione di nuove risorse economiche – avrebbe risolto i problemi della Germania», Hitler mise il suo paese nelle condizioni di non poter far altro che la guerra: splendido caso di profezia che si autoavvera. Ecco, ma un mondo in cui la svastica sventola impunemente da Acquisgrana a Konigsberg può essere davvero considerato un mondo in pace? Oppure aveva ragione Kant quando diceva che «la violazione del diritto in un luogo della terra viene sentita in tutti»? Siamo in grado, oggi, di pensare un ordine globale che possa tagliare alla radice le premesse di una futura catastrofe prima di arrivare alla lotta di tutti contro tutti?

Secondo appunto. Ciò che garantì il successo dei regimi totalitari, soprattutto quelli di destra, fu la capacità di sfruttare gli strumenti messi a disposizione dalla democrazia per impiegarli in chiave antidemocratica, facendo passare l’idea che questo fosse «il volto moderno dell’arte di governare» (non senza pesanti responsabilità da parte di chi aveva contribuito a impaludare e svilire sistemi parlamentari che certo non erano sempre specchio di democrazia). Questa retorica continuamente riemergente mi fa più paura dei nostalgici coi busti di Mussolini nel salotto. Anche allora, infatti, «per buona parte della popolazione più che di un’entusiastica adesione al regime si deve parlare di un conformismo coatto (…) C’era in giro molta apatia e passiva accettazione di ciò che non poteva essere cambiato. (…) In pratica, l’idea di una totale compenetrazione di Stato e società non parve mai vicina a concretarsi. Il fascismo si dimostrò incapace di conquistare ampie sezioni della società italiana (…). Ma dove mancava la convinzione sincera c’era quanto meno l’acquiscenza. Gli italiani accettarono il regime, e vi si adattarono». É fuorviante interrogarsi troppo sui gradi del consenso, quando la pura inerzia produce lo stesso effetto, ed assai più a buon mercato.

Con questo vengo al terzo e ultimo punto: la difficoltà di fare i conti con il passato. I processi di Norimberga hanno avuto un alto impatto simbolico, ma anche l’effetto di isolare i mostri, garantendo una sorta di impunità, anzitutto di fronte alla propria coscienza, in chi non fu chiamato alla sbarra. In realtà, «la denazificazione della società tedesca era un compito non già semplicemente formidabile, ma irrealizzabile», in un paese in cui più di otto milioni di persone erano state iscritte al partito. Ma questo vale anche per fiancheggiatori e collaborazionisti di tutti i paesi, compresi quelli vincitori, come la Francia, per non parlare dell’Italia. «Lo sguardo rivolto al futuro doveva prevalere su una più completa opera di purificazione del passato. L’amnesia collettiva era la premessa della marcia in avanti». Così abbiamo cominciato a raccontarcela e a convincerci di essere stati magicamente prigionieri per vent’anni di un manipolo di matti giunti da Marte – e persino molti tedeschi, stremati da due anni di bombardamenti, quando ormai ne morivano a diecimila al giorno nell’immondo Ragnarok del Reich, cominciarono a percepirsi come vittime, dimenticandosi di aver «applaudito i primi successi di Hitler e gioito per le vittorie della Wehrmacht, mentre innumerevoli europei soggetti al giogo nazista soffrivano miseria e schiavitù, morte e distruzione». Ma dal punto di vista delle vere «vittime della disumanità, non si poteva certo dire che giustizia fosse stata fatta, nemmeno lontanamente; il veleno non era stato prosciugato. Niente poteva risarcire le loro sofferenze; nessuna autentica catarsi era immaginabile. (…) La resa dei conti era rimasta – ineluttabilmente – incompiuta. Per il resto del Novecento, l’Europa non sarebbe riuscita a liberarsi completamente del fetore della grottesca disumanità degli anni di guerra». É solo in questo senso, come un’onta, un ricordo rimosso non rielaborato e non certo come un onore, che occorre sempre ricordare, come dice quel tale, che siamo tutti quanti eredi del Duce.

(finito il 19 giugno 2021)

Ho parlato di


Ian Kershaw
All'inferno e ritorno. Europa 1914-1949
(Laterza 2020)

Trad. di G. Ferrara degli Uberti

651 pp. | 24 €

(ed. or.: To Hell and Back. Europe, 1914-1949, 2015)

venerdì 30 settembre 2022

Anatomia di un istante

Considerata la mia fissazione per le ricorrenze, non apparirà strano che, avvicinandosi la scadenza dei quarant’anni e giunto il momento di scegliere il libro che presumibilmente sarebbe stato presente sul comodino il giorno del mio compleanno, ne abbia individuato uno che raccontasse eventi accaduti proprio nello stesso anno in cui nacqui, appena due-tre mesi prima del parto. Si tratta per la verità di avvenimenti che in un italiano medio evocano, credo, pochi ricordi diretti – a differenza che in uno spagnolo, per il quale costituiscono invece un punto di riferimento generazionale fondamentale, come lo sarebbero state, per me, ad esempio, le stragi di mafia – ma su cui la grande letteratura ha spiegato la potenza del suo braccio, rendendoli in un certo senso universali. Penso di non dire nulla di eccezionale, infatti, se riconosco Anatomia di un istante fra i libri fondamentali di questo primo ventennio di XXI secolo, di quelli che merita leggere non solo perché, leggendoli, si imparano una marea di cose su qualcosa di cui probabilmente non si sapeva molto (come, in questo caso, il tentato golpe militare del 23 febbraio 1981 contro la giovane democrazia spagnola), ma anche e soprattutto perché, intraprendendo piste non ancora battute, offrono un esempio delle straordinarie potenzialità ancora latenti in quel vecchio arnese che è la scrittura.

Dove sta la peculiarità di questo libro? Cercas (di cui avevo già adorato Soldati di Salamina, che era un altro splendido esercizio di resa dei conti con il passato) lo presenta come «l’umile testimonianza di un fallimento», consistente nel non essere riuscito a realizzare un romanzo, come avrebbe voluto, sul tema prescelto. Infatti, dopo aver stracciato e ripreso diversi progetti, «compresi infine che gli eventi del 23 febbraio possedevano in sé tutta la forza drammatica e il potenziale simbolico che esigiamo dalla letteratura e compresi che, sebbene io fossi uno scrittore di romanzi, per una volta la realtà mi importava più della finzione letteraria o mi importava troppo per volerla reinventare sostituendole una realtà alternativa, perché nulla di quanto io potessi immaginare sul 23 febbraio mi coinvolgeva e mi emozionava tanto, né sarebbe potuto risultare più complesso e persuasivo, della pura realtà del 23 febbraio». Mi chiedo se questo discorso non valga in realtà per ogni evento storico: se il mio obiettivo è misurarmi con ciò che è stato, perché dovrei accontentarmi di una sua versione romanzesca, quando ho gli strumenti per accertare quanto accaduto? Dirò di più. Il potere specifico della poesia (qui concordo con Aristotele) è di dare coerenza e unità a un garbuglio altrimenti incongruo di episodi, giocando coi tempi e col montaggio per trasformare il puro vissuto in una autentica narrazione; l’invenzione è appunto una strategia utile a fornirci delle ipotesi di senso attraverso le quali provare a sintetizzare la marea di dati da cui siamo quotidianamente sommersi. Non c’è nulla di male, in fondo è una funzione vitale della nostra specie, tant’è vero che i “grandi racconti” non sono affatto spariti dai radar, ma proliferano più che mai, specie in quel particolare ramo della cultura pop che è diventata la politica contemporanea.

In una narrazione ogni anello deve tenersi. La storia, però, è la scienza della complessità, delle alternative sempre possibili, della concomitanza di cause non sempre chiaramente distinguibili, della pietra accidentale su cui a volte si infrangono anche i flussi e riflussi della lunga durata. Se la favola ha una sua morale, la storia può averne molte, anche contrapposte fra loro, e per questo richiede un approccio diverso, che, senza disimpegnarsi dalla ricerca di una spiegazione, sia strutturalmente aperto e consapevole dei propri limiti: chi scrive di storia non assomiglia, cioè, al Dio onnisciente che all’atto della creazione modella la materia sulla base degli esemplari contenuti nella sua mente, bensì al modesto paleontologo che prova a ricostruire a posteriori come sono andate le cose, sapendo benissimo che tra un reperto fossile e un altro ci sono buchi a volte impossibili da colmare e che una minima variazione ambientale avrebbe potuto alterare in modo significativo lo sviluppo della trama di cui sta cercando di dipanare i fili. Per questo, tornando a Cercas, trovo che sia salutare, oggi più che mai, immergersi nella lettura di un libro che non offre una soluzione già pronta, ma che al contrario impiega le tecniche della letteratura per rappresentare la stessa opera di ricerca, coi suoi dubbi, le sue esitazioni, e però anche con i punti fermi che tutto sommato si possono dire ragionevolmente acquisiti, dopo aver vagliato e soppesato tutte le possibilità. Ricostruire la storia di un complotto è l'antidoto migliore ad ogni forma di complottismo. Questo libro, infatti, dice ancora il suo autore, «non rinuncia del tutto a capire attraverso la realtà ciò che ha rinunciato a capire tramite la finzione letteraria». Il suo metodo consiste nel forzare «i limiti del possibile fino a raggiungere il probabile e cercando di ritagliare la forma della verità ricorrendo al verosimile. Naturalmente, non posso assicurare che tutto ciò che racconterò in seguito sia vero; ma posso garantire che è impastato con la verità e soprattutto che è quanto di più vicino alla verità io possa raggiungere, o comunque immaginare».

La descrizione della «placenta» in cui maturò il golpe e di come si svolse e andò a finire non ha però, anzitutto, fini documentari: provare a capire come sono effettivamente andate le cose è piuttosto il modo attraverso cui Cercas (nato nel 1962) arriva infine a comprendere la generazione di suo padre, quella che col franchismo aveva sostanzialmente convissuto e che poi se l’era sfilato di dosso quasi come se niente fosse, identificandosi per questo in quell’Adolfo Suarez che, da primo ministro ormai dimissionario, fu il principale obiettivo del colpo di stato. Era stato proprio Suarez, infatti, dopo una carriera interamente costruita all’ombra della dittatura, ad avviare, sotto il naso dei generali, la transizione democratica. Cercas – che, all’epoca dei fatti, da ventenne, non provava nessuna stima per lui - lo descrive, ripercorrendo il suo percorso biografico, come un «arrivista servizievole e ambizioso», un «galletto falangista, simpatico, cialtrone e ignorante»: nulla, in lui, fa pensare a un campione della libertà, e se anche, nei giorni concitati del golpe, sostenne questa parte è solo perché, giunti a quel punto, la caduta della democrazia avrebbe significato anche la sua caduta personale. Eppure, quel che a sorpresa viene fuori è che, a suo modo, anche Suarez è stato un eroe - più precisamente, un «eroe della ritirata», come lo definì Enzesberger, a cui Cercas espressamente si richiama. L’eroe “della ritirata” è il contraltare dell’eroe “della conquista”: se quest’ultimo è «un idealista dai principi chiari e irrinunciabili» che «raggiunge l’apoteosi imponendo le proprie posizioni», l’altro «è pervaso dal dubbio e si barcamena tra compromessi e negoziati», finché abbandona le proprie convinzioni «facendosi da parte». Per molti aspetti, «l’eroe della ritirata è un eroe del tradimento» - il che richiede però di rivedere profondamente i nostri schemi di pensiero, poiché noi «possediamo un’etica della lealtà», ma non abbiamo ancora elaborato «un’etica del tradimento», sebbene a volte sia propria questa mancanza di intransigenza, persino un po’ grigia rispetto al titanismo dell’idealista, ciò che consente alla vita di continuare il suo corso (un po’ quanto ricorda quell’immagine secondo cui Dio crea il mondo ritirandosi, come la marea di ritorno che lascia emergere la spiaggia).

Qui il discorso coinvolge, oltre Suarez, anche gli altri protagonisti presenti nell’emiciclo parlamentare durante l’assalto del generale Tejero: la scelta di giungere a un accordo che permettesse di lasciarsi alle spalle la dittatura non può essere considerato un atto di giustizia, perché non comportò il risarcimento delle vittime, eppure, proprio in virtù di questo compromesso, «è stata costruita una democrazia altrimenti impossibile se l’obiettivo prioritario non fosse stato costruire il futuro bensì – Fiat iustitia et pereat mundus – emendare il passato». E anche se da quel compromesso fosse uscita una democrazia claudicante, poco importa: «non esiste la democrazia perfetta, perché ciò che sancisce una vera democrazia è il suo carattere flessibile, aperto, malleabile – cioè, permanentemente migliorabile -, e dunque l’unica democrazia perfetta è quella che è perfettibile all’infinito. La democrazia spagnola non lo è, ma è una vera democrazia». É proprio questo il dono che, non si sa quanto consapevolmente, fecero ai loro figli questi eroi della ritirata, ossia quei dirigenti che – provenendo dalle fila del franchismo o dell’opposizione - seppero fare un passo indietro, perché compresero che in ciò consiste la politica, nel «cedere sugli aspetti secondari per non rinunciare all’essenziale». Costoro furono tutti, in un modo o nell’altro dei traditori, ma di che cosa? Essi «tradirono la lealtà nei confronti di un errore per costruire la lealtà a una scelta giusta; (...) tradirono il passato per non tradire il presente. A volte per essere fedeli al presente occorre tradire il passato. A volte il tradimento è più difficile della lealtà. A volte la lealtà è una forma di coraggio, ma in certi casi è una forma di codardia». E insomma, tutto questo anche per dire che aver mandato a Palazzo Chigi una persona solo perché le si riconosce grande coerenza non è detto che sia per forza di cose una scelta intelligente.

(finito il 16 maggio 2021)

Ho parlato di


Javier Cercas
Anatomia di un istante
(Guanda 2012)

trad. di P. Cacucci

468 pp. | 12,50 €

(ed. or.: Anatomia de un instante, 2009)

mercoledì 31 agosto 2022

Il silenzio

Per quanto sia un principio oggi in declino, in linea di massima resta valido che, per poter parlare di una cosa, uno dovrebbe avere almeno una vaga idea di cosa sia la cosa di cui vorrebbe parlare. E invece, anche se è trascorso più di un anno, io non credo di avere ancora capito bene che cosa ho effettivamente letto quando ho portato a termine questo libro di Don DeLillo su cui mi sto accigendo a scrivere le mie consuete due righe, per cui confesso un certo imbarazzo. Il formato ridotto rispetto a un tradizionale Supercorallo suscita il sospetto di un maquillage editoriale per poter far apparire quantomeno come un romanzetto, stiracchiandolo fino al centinaio di pagine, un testo che, se guardiamo solo alla lunghezza, non sembrerebbe avere i requisiti minimi per rientrare in quella categoria merceologica. Tuttavia, se si considerano la divisione in due parti, l’ulteriore scomposizione di queste parti in brevi, talora brevissimi, capitoletti (che nella seconda sezione perdono ogni indicatore numerico e anche quella specie di titoletto riportato in esergo presenti invece nella prima), la presenza di diversi personaggi che restano però appena abbozzati senza che emerga un chiaro filo narrativo, ma soprattutto un periodare spesso ridotto a sequenze di frasi puramente nominali, con molti spunti e tantissime domande lasciati cadere senza ulteriore approfondimento – questi son tutti indizi che fanno pensare, più che a un’opera compiuta, foss'anche un racconto, a una sorta di palinsesto che potrebbe costituire semmai la traccia per un eventuale, futuro, romanzo tutto ancora da definire.

Del resto, l’argomento prescelto meriterebbe senz’altro più ampio respiro. DeLillo – e questo è meritorio – non ha infatti paura di sporcarsi le mani con quello che potrebbe sembrare un soggetto di genere, roba da fantascienza catastrofista, come il collasso mondiale di tutti i sistemi di comunicazione e di tutti gli strumenti elettronici, per portare avanti il discorso già intrapreso nel precedente Zero K a proposito della sempre più stringente interazione tra uomo e macchina che ci rende già di fatto, per molti aspetti, una specie postumana. Più o meno, ecco la domanda: «cosa succede alle persone che vivono dentro al loro telefono» quando il telefono si spegne definitivamente e ogni interfaccia si riduce a uno schermo nero? «Posso dirvi questo», prova a rispondere la receptionist di un ospedale ormai totalmente ingestibile, «di qualunque cosa si tratti, quello che è successo ha messo fuori uso la nostra tecnologia. La parola stessa mi pare obsoleta, persa nello spazio. Dov’è la fede nell’autorità dei nostri device sicuri, delle nostre capacità di criptaggio, dei nostri tweet, dei troll e dei bot. Ogni cosa nella datasfera è soggetta a distorsioni o furti? E a noi non resta che starcene seduti qui e piangere il nostro destino?». Subito dopo, anche «le luci sul soffitto cominciarono a sfarfallare e ad affievolirsi finché non si spensero del tutto. La clinica piombò improvvisamente nel silenzio. Tutti aspettavano. E oltre a questo, un senso generale di paura per l’attesa stessa, perché ancora non era chiaro il significato di ciò che stava avvenendo, quanto fosse catastrofica e definitiva quell’anomalia che andava ad aggiungersi a una serie di eventi già di per sé drammatici».

Ed in effetti nessuno capisce che cosa stia succedendo. «É sempre stato ai margini della nostra percezione. L’interruzione della corrente, la tecnologia che piano piano si dilegua» - eppure si resta tutti disorientati, lettore compreso, di fronte a una situazione che non si riesce neppure a nominare. Un po’ come è accaduto con il lockdown, quando il blocco improvviso della routine quotidiana ci ha messo di fronte al vuoto di una nuda vita che in molti non sapevano neanche più di possedere, tanto si era sovraccaricata di riunioni, impegni e attività, così il tacere contemporaneo di tutti gli strumenti elettronici del mondo fa piombare l’umanità in uno stato di sospensione, quasi che con lo spegnimento della lucina rossa dell’alimentazione dei nostri strumenti ci si aspettasse, da un momento all’altro, anche l’esaurirsi del nostro stesso respiro (che invece, curiosamente, continua: «toccare, percepire, mordere, masticare. Il corpo alla fine fa di testa sua»). Qualcuno parla di «Terza guerra mondiale», qualcuno dice che stiamo assistendo a «un processo di zombificazione», ma in realtà «nessuno ha idea di cosa stia dicendo». Potrebbe essere un’invasione aliena o la proliferazione di un virus informatico o qualcosa di ancor più inconcepibile: «e se il mondo che conosciamo venisse sottoposto a un nuovo assetto davanti ai nostri occhi mentre stiamo fermi a guardare, oppure mentre stiamo seduti a parlare?» - come una sorta di reset cosmico, un update del sistema che prevede la cancellazione dei dati precedenti e la loro sovrascrittura con una versione aggiornata, prova definitiva che la nostra sedicente realtà non sarebbe altro che una simulazione tridimensionale prodotta da una qualche funzione quantistica (tesi che è stata peraltro sostenuta e argomentata recentemente in sede accademica).

A un certo punto, «la gente ricomincia a farsi vedere nelle strade, con una certa cautela all’inizio, e poi sulla scia di un senso di liberazione, tutti camminano, guardano, s’interrogano, donne e uomini, drappelli casuali di adolescenti, tutti che si accompagnano vicendevolmente mentre attraversano l’insonnia di massa di questo tempo inaudio». Insomma, è arrivata l’apocalisse, ma se non c’è più neanche il Televideo per dircelo, non siamo in grado di rendercene conto. E se non siamo più allacciati alla rete delle reti, come facciamo a dire ancora che stiamo davvero vivendo tutti quello che stiamo vivendo? Che il mondo è ancora il “nostro” mondo, una realtà condivisa?

I frammenti sparsi che ho estrapolato spero diano un’idea della frammentarietà stessa del libro. Poiché, quando conosci molto bene una persona, puoi comprenderne le sfumature di pensiero anche da un minimo moto del viso che ai più resta impercettibile, è probabile che chi ha una certa familiarità con DeLillo possa riconoscervi comunque bagliori di genio – più di me, per lo meno, che, pur incuriosito, sono arrivato rapidamente alla fine per ritrovarmi a pensare, come lo spettatore di un trailer, “bello, ma quand’è che comincia la storia?”.

(finito il 30 aprile 2021)

Ho parlato di


Don DeLillo
Il silenzio
(Einaudi 2021)

Trad. di F. Aceto

104 pp. | 14 €

(ed. or.: The Silence, 2020)

lunedì 22 agosto 2022

Il tunnel

Ho la netta sensazione che se avessi scoperto questo libro a sedici anni o giù di lui, il suo protagonista sarebbe entrato difilato nella galleria dei miei eroi adolescenziali. Per il poeta maledetto che immaginavo di essere non appena mi rinchiudevo nella mia cameretta, non ci sarebbe stato infatti nulla di più suggestivo che sprofondare nei monologhi interiori di un personaggio come Juan Pablo Castel, pittore fieramente consapevole «che ciò che a me pare chiaro ed evidente non lo è quasi mai per il resto dei miei simili» e animato per questo da sincera repulsione verso la legione dei normali che tiene in piedi «l’inutile commedia» sociale, limitandosi a ripetere discorsi già detti e ridetti un milione di volte, senza porsi troppe domande. Come avrei potuto evitare di identificarmi, all’epoca, con uno che scrive di sé che «il mio cervello è sempre in fermento» e che al tempo stesso si considera però anche «molto timido» e «condannato a rimanere estraneo alla vita di qualsiasi donna»? Quel suo cervello «sempre in funzione, come un calcolatore» mi avrebbe inevitabilmente richiamato alla mente l’amato Sherlock Holmes, così come le «deduzioni feroci» a cui Castel si abbandona «con rigore assoluto (…) fino alle estreme conseguenze», se non fosse che, a differenza di quanto accade con Holmes, nel «labirinto oscuro» della sua mente tutto questo «analizzare all’infinito fatti e parole» lo porta sistematicamente a «scegliere le strade più accidentate», con la conseguenza di rivestire la realtà di incessanti, contorte, sovraletture, anziché aiutarlo a capire quel che davvero gli accade intorno. Non nego di esserci cascato anch’io – e probabilmente proprio queste ultime considerazioni mi avrebbero potuto aiutare a relativizzare quel che avrei potuto rischiare di idealizzare, come quando ci si accorge, guardando una propria foto, che la posa da duro, in realtà, è solo ridicola: se è vero che le cose non sono necessariamente sempre semplici, fare di questo assunto il pretesto per dare consistenza alle ipotesi più inverosimili non è infatti salutare per nessuno.

Non lo è anzitutto per Maria Iribarne, la donna che, con coraggioso anticlimax, sin dalla prima riga, in quella che dobbiamo immaginare come una confessione stilata in carcere, Castel si assume la responsabilità di avere ucciso. L’errore della vittima – se così si può dire – è stato quello di aver partecipato a un’esposizione delle opere del suo futuro assassino e di essersi soffermata a lungo, con estrema partecipazione interiore, quasi rapita, sul dettaglio di un quadro a cui nessuno degli altri visitatori – e men che meno i critici – aveva fatto caso. Poco importa che quel dettaglio sia una finestrella attraverso cui si vede «una spiaggia deserta e una donna che guardava il mare. Era una donna che guardava come in attesa di qualcosa, forse un richiamo spento e distante». Il punto è che lei, solo lei ha capito che «quella scena costituiva qualcosa di essenziale». Qui l’armatura cinica dell’artista va totalmente in frantumi. Noi lettori siamo abituati a giudicare quel momento folgorante in cui t’imbatti in una frase che ti scava dentro come se fosse stata scritta adesso apposta per te, anche se è stata pensata in un altro tempo e in un altro luogo, come un atto di munificenza del genio che elargisce al mondo la divina sovrabbondanza di doni di cui gode, la sua capacità di vivere migliaia di vite oltre alla sua – eppure lo stesso evento può essere interpretato anche all’opposto, come l’occasione attraverso cui, ritrovando il messaggio in bottiglia che ha gettato nell’oceano della storia, e comprendendone il significato, rassicuriamo il disperato mittente che qualcuno l’ha capito, che non è vissuto invano. Sentite: «era come se entrambi fossimo vissuti in corridoi o in tunnel paralleli, senza sapere di stare un accanto all’altra, come anime somiglianti in tempi somiglianti, per ritrovarci alla fine di quei corridoi, davanti a una scena dipinta da me, come una chiave destinata a lei sola, come l’annuncio segreto che io ero lì e che i corridoi si erano finalmente uniti e che l’ora dell’incontro era arrivata. L’ora dell’incontro era arrivata!».

Sì, sì, mi sto proprio rivedendo, quando trascrivevo sul mio diario gli aforismi di Gibran («il primo sguardo che ci giunge dagli occhi dell’amata è come lo spirito che si muoveva sulla superficie delle acque e che diede origine al cielo e alla terra, quando il Signore parlò e disse: “Che sia così”»), sovrapponendo di continuo i piani al punto da immaginare di poter sedurre la vicina di banco con l’invio di un sonetto. Perché quel che vale per l’arte non vale forse anche per l’amore? Quando in un incrocio di sguardi scatta la scintilla e due perfetti sconosciuti giunti da chissà dove esclamano insieme “sei tu”. Boom. A quel punto anche una cronica acidità cambia colore e persino gli occhi del malmostoso si fanno a cuoricino. «Che tenerezza sentivo nell’anima, che bello mi appariva il mondo, il pomeriggio d’estate, i ragazzini che giocavano sul marciapiede! Adesso ripenso fino a che punto l’amore possa accecare e che magico potere abbia. La bellezza del mondo! Ci sarebbe da morire dal ridere». E infatti a Castel non basta che Maria abbia gettato un giorno il suo sguardo sulla sua opera: a quel punto vuole andare a fondo, conoscerla, entrare nella sua vita, perché la sua non ha più senso senza di lei.

Tutto questo è vero e resta vero anche da grandi. Il problema è che la relazione con Maria non è come Castel se l’aspettava, perché lei (che, fra parentesi, è sposata) è sfuggente e non accetta i deliri totalizzanti con cui lui, come uno stalker, la vorrebbe tutta per sé. «Ci sono molti modi di amare, di voler bene», gli confida, ma lui sul punto non vuole sentire ragioni. Si può facilmente ironizzare su come un simile argomento possa costituire la pretestuosa giustificazione di una donna licenziosa al povero servo della gleba lasciato col cerino in mano e la scopa dove ben sappiamo, eppure è un fatto che in ogni storia d’amore resta davvero sempre un margine di oscurità - non foss’altro perché i due amanti hanno un diverso passato, una propria storia, che non potrà mai essere condivisa del tutto, fino in fondo, fra loro. Amarsi, per fortuna, non è mai fondersi. «Ogni volta che Maria mi si avvicinava in mezzo ad altra gente, io pensavo: “Tra quest’essere meraviglioso e me esiste un vincolo segreto”, e poi, quando analizzavo i miei sentimenti, avvertivo che lei stava diventando indispensabile per me (come qualcuno che incontri su un’isola deserta) per trasformarsi più tardi, una volta che la paura della totale solitudine fosse passata, in una specie di lusso che mi inorgogliva, ed era in questa seconda fase del mio amore che erano cominciate a sorgere mille difficoltà, proprio come quando qualcuno, che sta morendo di fame, accetta qualsiasi cosa, incondizionatamente, per poi, una volta soddisfatte le esigenze più urgenti, iniziare a lamentarsi sempre di più a proposito di difetti e di inconvenienti». E così, la promessa di felicità assaporata al loro primo incontro viene lentamente soffocata dal peso di una quotidanità che il pittore non sa interpretare se non sotto forma di tradimento. «Sentivo per la prima volta che non sarei mai riuscito a unirmi a lei in modo totale e che dovevo rassegnarmi ad avere fragili momenti di comunione tanto malinconicamente inafferrabili come il ricordo di certi sogni, o come la felicità di alcuni passaggi musicali». L’incantesimo non si produrrà mai più, non potrà mai essere come ieri.

Ma quindi la poesia dell’incontro, la fusione di anime? Una «stupida illusione». No, «tutta la storia dei corridoi era una ridicola invenzione o credenza mia». «C’era solo un tunnel, buio e solitario: il mio, il tunnel in cui avevo trascorso l’infanzia, la giovinezza, tutta la mia vita. E in una delle parti trasparenti del muro di pietra avevo visto questa ragazza e avevo creduto ingenuamente che arrivasse da un altro tunnel parallelo al mio, quando in realtà apparteneva al grande mondo, al mondo senza limiti di coloro che non vivono in un tunnel; e forse si era avvicinata per curiosità a una delle mie strane finestre e aveva intravisto lo spettacolo della mia solitudine senza scampo, o l’aveva intrigata il linguaggio muto, la chiave del mio quadro. E allora, mentre io avanzavo sempre più per il corridoio, lei viveva all’esterno una vita normale, la vita agitata di quelle persone che vivono all’esterno, quella vita curiosa e assurda in cui ci sono balli e feste e allegria e frivolezza. E a volte succedeva che quando passavo di fronte a una delle mie finestre lei mi stava aspettando muta e ansiosa (perché mi aspettava? E perché muta e ansiosa?); ma a volte succedeva che non arrivava in tempo o si dimenticava di quel povero essere prigioniero, e allora io, con il viso schiacciato contro il muro di cristallo, la vedevo da lontano che sorrideva e ballava spensierata o, peggio ancora, non la vedevo affatto e la immaginavo in luoghi inaccessibili o ignobili. E allora sentivo che il mio destino era infinitamente più solitario di quanto avessi immaginato».

Ho ben presente dei momenti in cui ho provato esattamente questo tipo di emozione – e ho presente anche il rancore (di cui non vado fiero) che in certi momenti m’ha preso, immerso in tali situazioni. Ma, appunto, ero adolescente. Di più, un adolescente imbevuto di letteratura, seguace dei romantici, uno per cui “o tutto o niente”. Oggi ritrovo spesso questo atteggiamento nelle prese di posizione, a volte letterariamente fascinose, di chi, aborrendo il livellamento merceologico del tempo presente, propone come unica via di salvezza l’annichilimento nell’Assoluto, poiché ogni altra forma di vita sarebbe una vile compromissione, come se l’umano non fosse invece un microcosmo in cui l’angelo e il fango si toccano e in qualche modo stanno insieme. «Generalmente, quella sensazione di sentirmi solo al mondo si mescola a un orgoglioso sentimento di superiorità; disprezzo gli uomini, li trovo sporchi, brutti, incapaci, avidi, volgari, meschini; la mia solitudine non mi spaventa, è quasi olimpica». In certi momenti, però, «sento che il mondo è spregevole, ma comprendo che anch’io ne faccio parte; In quegli istanti m’invade una furia di annichilimento, mi lascio accarezzare dalla tentazione del suicidio, mi ubriaco, vado a puttane. E sento una certa soddisfazione nel comprovare la mia propria bassezza e nel verificare che non sono meglio degli orribili mostri che mi rcircondano». Ma questa è, appunto, la posizione di chi non riesce a misurarsi con la realtà, di chi non sa accettare lo strano impasto del concreto e prova perciò ad aggrapparsi all’eterno - oppure, non credendovi, riserva al mondo solo parole di dileggio. «Dio mio, come si poteva non perdere ancor più la fiducia nel genere umano, al pensiero che tra certi istanti di Brahms e una cloaca ci sono occulti e tenebrosi passaggi sotterranei!». E invece è proprio questo il bello: quando si riesce a farci i conti si diventa autenticamente uomini.

(finito il 24 aprile 2021)

Ho parlato di


Ernesto Sabato
Il tunnel
(Feltrinelli 2014)

Trad. di P. Collo e P. Tomaselli

148 pp. | 8 €

(ed. or.: El Túnel, 1948)